
E cade la pioggia e cambia ogni cosa, solo la morte e la vita non cambiano mai.
L’inverno è tornato, l’estate è finita, e noi siamo ancora qui a chiederci: perché?
Per fare un uomo ci vogliono vent’anni, per fare un poeta ci vuole un secolo, per il dolore è abbastanza un minuto, per dimenticarlo non basta una vita…
Ed io guardo fuori dalla finestra e vedo quel pilastro, il solito che tu sai, tavoletta e pennello nelle mie mani, simboli frivoli che tu non hai amato mai.
Ma io sono fiero del mio sognare, di questo eterno mio incespicare, e rido in faccia a quello che cercano e che non avranno mai…
Sì lo so che ci vuole scienza, ci vuol costanza, ad invecchiare senza maturità, ma maturo o meno io ne ho abbastanza della complessa tua semplicità.
E verrà il tempo di dire parole quando la vita una vita darà, ma intanto il tempo scorre come un fiume che porta via ogni cosa.
Non siamo la polvere di un angolo tetro, né un sasso tirato in un vetro, non siamo lo schiocco del sole in un campo di grano, non siamo, non siamo, non siamo…
Siamo solo il rumore di un pianoforte stonato che prova e riprova a trovare il senso del vero, ma il senso del vero è una strada deserta che porta a vecchie scoperte.
Ti ricordi quei giorni? Uscimmo dopo le canzoni per camminare piano, gli amici bevevano vino, qualcuno parlava e rideva, noi quasi lontano, vicino a te, vicino a me…
E ci parlammo ognuno per lasciare qualcosa, per creare qualcosa, per avere qualcosa, poi dicesti: “Basta, perché non voglio guardarti, perché ho paura ad amarti.”
E le tue parole, quasi io non ricordo più, ma nemmeno tu ricordi niente…
Ora dove sei e che gente vede il tuo viso e ascolta le tue parole leggere, le tue sciocchezze leggere, le tue lacrime leggere, come una volta?
La casa sul confine dei ricordi, la stessa sempre, come tu la sai, quanti tempi e quante vite sono scivolate via da te, come il fiume che ti passa attorno.
Ed io, l’ultimo, ti chiedo se conosci in me qualche segno, qualche traccia di ogni vita, o se solamente io ricerco in te risposta ad ogni cosa non capita.
Ma è inutile cercare le parole, la pietra antica non emette suono, o parla come il mondo e come il sole, parole troppo grandi per un uomo, parole pesanti per questo Venerdì sera, pieno dell’odore di primavera.
Le chiese sono aperte e mostrano il viola; Cristo è morto, e anche l’amore sembra languore di penitenza e così giunge la sera, un dolce ricordo di questo Venerdì Santo.
Ma il lunedì dopo si ricomincia, con la solita fame e la solita stanchezza, con l’alba che è un pugno in faccia verso cui tendo le braccia, e in via Petroni si svegliano, preparano libri e caffè, e io danzo con Snoopy e con Linus un tango argentino col caschè.
Ed allora vado via per quella strada, Statale 17, con il sole che cade a picco, nessuno che mi carichi, nessuno che si fermi.
Son sudato e sono sporco, chissà mai se arriverò da te.
Ma forse non è importante arrivare, forse è importante solo camminare, sapere che da qualche parte, una casa sul confine della sera, oscura e silenziosa, se ne sta ad aspettare.
E quando i cieli diventano più scuri e in bocca hai solo rabbia, e piove solo sabbia per le strade e sui muri, c’è bisogno di gente molto forte per fare assieme il viaggio che inizia non sai dove e passa cento porte.
Noi che lasciamo tutto, noi per volare in alto, noi per cercare una città che non ha tempo, ma solo prati verdi e il cielo a vibrazioni.
Ma poi tutto tacque, vinse ragione, si placò il cielo, si posò il mare.
Solo qualcuno in resurrezione, piano, in silenzio, tornò a pensare.
E io sono tornato a pensare a te, a noi, a questo mondo che ci gira intorno, a come la vita sia un equilibrio sugli specchi: ad ogni occhiata un po’ più vecchi, opachi, muti e deformanti.
Non bisognerebbe mai ricordare, perché i ricordi sono falsati, i metri e i cambi sono mutati per la spietata legge dei mercati.
Eppure come un cane che alza il muso e annusa l’aria, batti sempre la tua pista solitaria, e faccia dopo faccia e ancora traccia dopo traccia, torni dove niente ti aprirà le braccia.
Ma io non ho paura di tornare, di frugare dentro ai soliti cassetti, perché so che in fondo, in uno di quei cassetti, c’è un vecchio foglio con una canzone scritta male, una canzone che parla di me, di te, di tutti noi.
E quella canzone, stonata e imperfetta, è l’unica cosa che ho davvero saputo fare.
E mentre il mondo va avanti, indifferente, io resto qui, con la tavoletta e il mio pennello a cercare il verso giusto di quel tuo viso, quello che forse, un giorno, qualcuno ancora ricorderà.
Francesco, vedrai, prima o poi, ritorneranno quelle stesse ore, e in quelle ore, ci sarai anche tu, con la tua voce un po’ roca, la tua barba, i tuoi occhi malinconici, il tuo modo di dire “non siamo, non siamo, non siamo” perché grazie a te, Francesco, noi ci siamo!
Perché le tue parole restano e resteranno per sempre… nostre.
Grazie Francesco.