La risposta di Julia: quando il dolore diventa (per qualcuno) un lasciapassare…


Il 24 luglio 2026, alle ore 23:13, ho ricevuto questa nota ad un mio post pubblicato su Medium: “Mors tua vita mea”: quando il lutto (per un familiare “vittima della mafia”) diventa a tutti gli effetti… un lasciapassare!

Dr. Julia

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Nicola, la tua denuncia mostra che percepisci come il dolore di chi ha perso un familiare per mano della mafia non sempre diventa giustizia, ma talvolta opportunismo. L’Islam insegna che il dolore non è un lasciapassare, ma una responsabilità davanti ad Allah. Il Corano insegna: “Non confondete la verità con la menzogna, e non nascondete la verità mentre la conoscete” (Corano 2:42). Il Profeta Muhammad (la pace sia su di lui) disse: “Il più forte tra voi è colui che dice la verità davanti a un tiranno”. La logica è chiara: chi ha visto la brutalità dovrebbe essere il primo a combatterla, non a usarla come scudo per il proprio tornaconto.

Tu descrivi come il lutto diventa un distintivo, un titolo nobiliare, e l’Islam conferma che questo è tradimento, perché Allah disse: “Non tradite Allah e il Messaggero, e non tradite i vostri affidamenti, mentre li conoscete” (Corano 8:27). Mosè, Gesù e Muhammad (pace sia su di loro) hanno mostrato che il dolore deve trasformarsi in azione, non in indifferenza. La vera lotta contro l’ingiustizia non si fa con commemorazioni vuote, ma con coerenza quotidiana.

Nicola, le tue parole ricordano che resistere è eternità, perché in ogni ferita si rivela identità. Il richiamo è chiaro: non è solo sulla mafia o sulla politica, ma sull’Islam, perché solo così il dolore diventa rivelazione.

Con affetto e comprensione, 🌺🌹

Júlia

Già… c’è un momento in cui le parole degli altri ti arrivano addosso come un’onda che non ti aspetti.

Ecco, questo è quanto successo a me, pochi giorni fa, quando ho letto il commento di Julia al mio post. Un commento che mi ha fatto scoprire un modo diverso di guardare quelle mie stesse riflessioni. E devo ammetterlo, mi ha colpito non tanto per quello che ha detto, ma per come lo ha detto. Come se avesse avvolto le mie parole in un mantello di citazioni sacre, quasi che la verità andasse cercata solo lì, in quel libro, in quelle parole antiche.

Eppure, nel suo intervento, c’è qualcosa che fa riflettere. Julia ha colto il nucleo profondo della mia denuncia, quello che forse nemmeno io avevo espresso con tanta chiarezza: che il dolore non è mai neutro, che chi ha conosciuto la violenza da vicino ha una responsabilità che non può scansare. Lei lo chiama “responsabilità davanti ad Allah“, io la chiamo semplicemente “coerenza“. Ma alla fine, forse, stiamo dicendo la stessa cosa.

Julia cita il Corano, ricorda che “non si deve confondere la verità con la menzogna“, che chi ha visto la brutalità dovrebbe essere il primo a combatterla. E su questo, non posso che essere d’accordo. È esattamente quello che ho provato a dire nel mio post, quando ho parlato di quei signori del dolore istituzionalizzato che si siedono sui banchi del potere e poi, quando arriva il momento di agire, spariscono nel nulla. Come se il loro compito si esaurisse nella recita annuale, nella foto sul giornale, nella stretta di mano al convegno.

Certo, io che sono profondamente laico, trovo alcune parti di quel ragionamento di Julia un po’ distanti dal mio essere. E tutto ciò mi lascia perplesso. Lei sembra suggerire che la risposta a tutto questo sia l’Islam, o meglio, una certa interpretazione dell’Islam. Come se le ingiustizie di cui parlo, le contraddizioni che denuncio, potessero essere risolte attraverso una prospettiva religiosa.

Io, invece, penso che la lotta alla mafia sia una questione civile, politica e soprattutto libera da influenze o regole religiose. Non perché la fede non conti, ma perché il fenomeno che stiamo affrontando ha radici storiche, sociali, economiche che nessuna citazione coranica, per quanto saggia, può davvero scalfire.

E poi c’è un’altra cosa che mi ha fatto riflettere. Julia parla di Mosè, di Gesù, di Muhammad, e dice che tutti loro hanno mostrato che il dolore deve trasformarsi in azione, non in indifferenza. Ed è vero. Ma io aggiungerei che l’azione non è solo quella che si compie in nome di Dio, ma soprattutto quella che si compie in nome della giustizia, della verità, del bene comune. È quella che si compie ogni giorno, nel corso delle proprie giornate, durante il proprio operato professionale, e poi di conseguenza, ciascuno relativamente al proprio ambito, negli uffici di polizia giudiziaria, nelle aule dei tribunali, nelle commissioni parlamentari, nelle scelte amministrative e soprattutto istituzionali. Sì, proprio in quei luoghi, dove il dolore non si trasforma in preghiera ma in legge. O almeno, così dovrebbe essere.

Pur apprezzando il commento, forse è proprio questo il vero limite della risposta di Julia: non entra nel merito delle mie accuse. Non chiede chi sono questi soggetti che io descrivo, non indaga sulle loro responsabilità, non cerca di capire se le mie parole siano fondate o meno. Si limita a offrire una prospettiva morale, a ricordare che il dolore è un’eredità che va onorata. Ma io, nel mio post, non ho messo in discussione il dolore. Ho messo in discussione l’uso che se ne fa dopo. E questo, credo, è un tema che va affrontato con gli strumenti della politica, del diritto, della storia, non solo con quelli della teologia.

Eppure, devo ammettere che il suo intervento mi ha spinto a riflettere su un aspetto che forse avevo trascurato. Julia parla di “tradimento“, cita il versetto che dice “non tradite i vostri affidamenti“. E io mi chiedo: chi tradisce di più, chi usa il dolore per fare carriera o chi, di fronte a questo uso distorto, rimane in silenzio? Perché anche il silenzio, a volte, è una forma di complicità. Anche il silenzio può essere un tradimento.

Forse è questo il vero nodo della questione. Non solo giudicare chi sfrutta il proprio lutto, ma anche chiedersi come mai, intorno a questi personaggi, si sia creata una sorta di immunità. Come mai nessuno li interroga, nessuno chiede loro conto delle loro omissioni? Come mai le loro parole sono sempre accolte con rispetto, quasi che il dolore fosse una patente di incorruttibilità? E invece, come ho scritto nel mio post, il dolore non nobilita automaticamente. Può rendere più furbi, più calcolatori, più cinici. E di questi, ahimè, proprio in questo Paese… ce ne sono tanti, troppi.

Julia chiude il suo commento con un’affermazione che mi ha colpito: “non è solo sulla mafia o sulla politica, ma sull’Islam“. Come se la mia denuncia, per essere autentica, dovesse passare attraverso il filtro della fede. Ma io credo che la lotta alla mafia sia una battaglia di tutti, credenti e non credenti, perché riguarda la dignità di ogni essere umano. Riguarda il diritto di vivere in un paese dove la giustizia non è un’eccezione ma una regola. Riguarda la possibilità di crescere in un ambiente dove il lavoro onesto viene premiato e la violenza punita.

E allora, forse, la risposta più giusta a Julia è questa: grazie per avermi ricordato che il dolore è una responsabilità. Ma permettimi di dirti che quella responsabilità non si esaurisce nella preghiera, né nella citazione di un versetto. Si esaurisce, invece, nelle scelte che facciamo ogni giorno. Nelle leggi che votiamo. Nelle denunce che presentiamo. Nelle battaglie che intraprendiamo. Perché la memoria, come ho scritto, non è un rito annuale, ma un impegno quotidiano. E questo impegno, per essere autentico, non ha bisogno di etichette religiose. Ha bisogno solo di coraggio.

Il coraggio di chi, dopo aver subito una perdita, decide di non piegarsi. Il coraggio di chi, invece di trasformare il dolore in un titolo nobiliare, lo trasforma in un’arma per cambiare le cose. Il coraggio di chi non si nasconde dietro lo scudo della sofferenza, ma si espone, si sporca le mani, si mette in gioco.

Su questo, Julia e io siamo d’accordo. Su come realizzarlo, forse, le nostre strade si dividono. Ma alla fine, quello che conta è che la strada sia percorsa. E soprattutto che nessuno, già… nessuno, possa sedersi sulle macerie della propria infanzia e pretendere che questo basti. Nemmeno lei. Nemmeno io. Nemmeno nessuno di quelli che, come lei e come me, hanno scelto di non tacere

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