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La possibilità del nulla: tra distruzione e nuovi valori.


Mi chiedo spesso se il nulla sia davvero il principio di tutte le cose, persino di Dio.

Questa idea non è solo un sussurro poetico, ma un’eco profondo che risuona in una delle correnti più buie del pensiero: il nichilismo russo dell’Ottocento, che vedeva nel vuoto cosmico una chiamata all’azione distruttiva.

Oggi, guardando al mondo che ci circonda, non posso fare a meno di notare quanto quella logica si sia trasformata in realtà concreta…

La violenza non è più un’estremizzazione ideologica, ma una pratica quotidiana, giustificata da narrazioni assolute che si ergono a unica verità mentre cancellano interi popoli sotto l’ombra di bandiere che dovrebbero proteggere, non coprire crimini.

L’impotenza dell’ONU, la normalizzazione delle stragi, la recrudescenza dei conflitti etnici e religiosi, la guerra che diventa spettacolo mediatico e tutto questo non è solo frutto di interessi geopolitici, ma anche di un vuoto esistenziale colmato con identità estreme, con la furia di chi non ha più nulla da perdere se non l’illusione di un senso.

Nietzsche, con lucidità spietata, ci aveva insegnato a distinguere due volti del nichilismo: uno passivo, che si arrende all’assurdo e annichilisce la volontà, l’altro attivo, che distrugge gli idoli non per restare nel deserto, ma per preparare il terreno a nuovi valori.

Eppure, oggi, questa distinzione si è offuscata: la distruzione non sembra più aprire spazi per qualcosa di nuovo, ma riprodurre soltanto caos su caos, come se l’umanità, incapace di sopportare il silenzio dell’universo, preferisse il rumore della guerra al terrore del vuoto.

Forse è proprio questo il cuore della crisi: la scoperta che nulla è necessario, che tutto è possibile e perciò profondamente ingiustificato.

Di fronte a un mondo senza fondamento, molti scelgono di costruire idoli fragili – la nazione, la razza, il mercato, la rivoluzione – pur di non restare soli con la domanda che brucia: “Perché?”.

Altri, invece, si ritirano in un silenzio rassegnato, convinti che ogni azione sia inutile, che ogni parola sia già stata svuotata di senso.

Ma il mio dubbio più grande rimane: siamo di fronte alla verità ultima dell’esistenza, o all’ultimo, tragico errore della nostra mente che, non trovando risposte, decide di adorare il vuoto che ha creato?

Forse la risposta non sta né nella resa né nella distruzione, ma nella capacità di abitare il dubbio senza cedere alla disperazione, di cercare nuovi valori sapendo che sono fragili, umani, imperfetti, e proprio per questo, autentici…

Sì… perché fintanto che l’uomo continuerà a porre domande – anche nel cuore del nulla – non sarà mai completamente perduto.

Condivido appieno quanto riportato dal nostro Parlamento: L’Italia è migliore di chi oggi la governa!


Già… condivido appieno quanto riportato dal nostro Parlamento: L’Italia è migliore di chi oggi la governa!
L’altro ieri, ascoltando il telegiornale, la mia attenzione è stata catturata da una dichiarazione che ha immediatamente risuonato con qualcosa che sento da tempo, un pensiero che aleggia nelle conversazioni al bar, nelle cene in famiglia, tra amici, in quel senso di frustrazione che ormai è pane quotidiano per molti di noi.

È stata la Segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, a pronunciare questa frase, e nonostante le distanze politiche, devo ammettere che per una volta le parole hanno centrato un bersaglio più grande di qualsiasi schieramento. Appena l’ho sentita, ho pensato che non poteva rimanere solo una battuta in una trasmissione, ma doveva essere colta, scritta e fatta propria, perché esprimeva un sentimento diffuso da essere ormai una verità quasi dolorosa.

E da quella frase, credo che chiunque possa comprendere chiaramente non solo il mio pensiero, ma quello di una fetta sterminata di connazionali che ormai guarda alla politica come a un universo distante, un palcoscenico dove non si recita più il bene comune, ma un copione logoro di clientelismo e malaffare. È la percezione di un sistema che sembra alimentarsi di corruzione, di raccomandazioni spudorate e, ahimè, di quell’ombra lunga della criminalità organizzata che intreccia i suoi fili con il potere, lasciando i cittadini onesti a chiedersi se esista ancora un luogo pulito dove decidere il futuro per i propri figli.

È fondamentale precisare che questo non è un discorso di parte, non nasce da una bandiera di destra, di sinistra o di centro. La mia vita l’ho costruita facendo a meno della politica e dei loro referenti, tenendo ciascuno di essi a grande distanza e quando ci siamo trovati vicini, ho sempre espresso – tra mille lacchè che porgevano la mano, sorridevano a trentasei denti e chiedevano l’autografo – ciò che pensavo di loro, criticando soprattutto talune loro decisioni, non solo politiche, ma anche personali.

Mi sovviene ad esempio un caso in cui ad uno di essi – che aveva pubblicizzato se stesso nei cartelloni siciliani – già… con quella propria immagine stilizzata nera che ne ritraeva il profilo – su uno sfondo chiaro, e sotto quell’odiosa frase: l’unico pizzo che piace ai siciliani!

Beh… incontrandolo casualmente in una manifestazione – avevo accompagnato lì una mia amica che quel giorno era senza macchina – e passandomi egli vicino, garbatamente salutandomi, lo ringraziai per il saluto e ricambiai a mia volta, ma gli dissi subito ciò che pensavo e cioè che a sentire la parola ‘pizzo’ ero andato su tutte le furie. Gli feci presente che non si poteva, e non si doveva, scherzare con quella vergognosa forma di estorsione e che, personalmente, respingevo con sdegno quella pubblicità che, banalizzando un termine intriso di dolore e paura, offendeva la memoria e la dignità di tutte le vittime e di chi ogni giorno combatte silenziosamente quella piaga.

Questo è soltanto uno dei casi, ma potrei farvi ancora qualche altro esempio – vi confermo sin d’ora comunque che non sono molti – forse perché ho sempre tenuto la politica distante da me, ma ricordo comunque un altro episodio, a suo modo simpatico, con l’attuale nostro Presidente del Consiglio, in quella circostanza non lo era ancora, ma ve lo racconterò – forse – in un mio prossimo post.

Ma comunque non voglio generalizzare, sì… non è giusto fare di tutta un’erba un fascio, e proprio per questo, so riconoscere che a livello locale, per fortuna, esistono ancora persone perbene, individui volenterosi che si dedicano con passione autentica a risolvere i problemi veri della gente, che lottano per la salute, per una scuola dignitosa, per un ambiente vivibile. Sono loro la prova vivente che l’Italia è migliore.

L’amara ironia, però, sta proprio in questo contrasto stridente tra l’operosità silenziosa di tanti e la sterilità rumorosa di chi governa. Le decisioni che scendono dall’alto, dalla maggioranza di oggi, sembrano troppo spesso sorde alle urgenze reali del Paese, incapaci di cogliere quel grido di bisogno che sale dalle comunità, preferendo alimentare divisioni e quel fuoco che brucia le nostre potenzialità.

È come assistere a un naufragio dalla tolda di una solida nave, quella del governo. Si vede la gente in mare che lotta, che chiede aiuto con tutte le sue forze. E sulla nave, le corde per salvarli ci sono tutte, sono robuste e pronte all’uso. Eppure, chi dovrebbe buttarle le trattiene strette, come un tesoro personale. Qualcuna, è vero, vola verso un parente, un amico, un conoscente, ma per la maggior parte delle persone che affondano, non arriva nulla.

Si preferisce guardare altrove, dimenticando che il primo, l’unico comando, era salvare la collettività.

Sì… quella stessa collettività che doveva essere la loro unica, vera missione.

L’impressione è che tutti in questo Paese siano all’arrembaggio!!!


Stamattina, seduto al bar di Sferro – una frazione del comune di Paternò, in provincia di Catania, a suo tempo un villaggio nato come alloggio per gli operai delle grandi opere pubbliche – con una tazza di cappuccino in mano ancora calda, ho lasciato che il brusio della sala mi portasse via con i pensieri, verso ricordi che credevo smarriti.

Poi, un gesto dell’amico che avevo invitato mi ha richiamato al presente. “E tu che ne pensi?”, mi ha chiesto. Così, voltandomi, ho agganciato i frammenti di quella conversazione e, quasi senza accorgermene, ho coinvolto nel discorso quel gruppo di suoi conoscenti.
Ripetevano: “L’impressione è che tutti in questo Paese siano all’arrembaggio!”. Quella frase, così cruda eppure carica di un senso quasi poetico, mi ha trafitto, già… come un arpione lanciato da chissà quale nave fantasma in mezzo a un mare in tempesta…

“Arrembaggio”, pensavo tra me, mentre ripetevo mentalmente la parola come se fosse un incantesimo arcaico. Ed ecco che subito mi sono apparsi davanti agli occhi i volti segnati dal sale e dalla crudeltà dei pirati dei grandi romanzi d’avventura: Long John Silver che ride beffardo ne “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson, oppure il Capitano Nemo, già… che domina gli abissi in “Ventimila leghe sotto i mari” di Jules Verne, o ancora, il feroce “Capitano Hook” di J.M. Barrie, sempre in bilico tra paura e vendetta, e per finire, i predatori senza patria che solcano gli oceani nel “Capitano Blood” di Rafael Sabatini. Uomini senza bandiera se non quella dell’avidità, pronti a salire sul ponte delle navi altrui con sciabole sguainate e occhi pieni di brama.

Eppure, ascoltando quei discorsi al bar, non si stava parlando di bottini sepolti su isole lontane né di mappe con la X rossa segnata su un punto, ma viceversa si faceva riferimento alle bollette che lievitano, ai posti di lavoro persi, alle promesse politiche svanite, sì… come schiuma tra le dita.

La metafora del pirata, però, calzava a pennello, perché oggi sembra che ognuno, in qualche modo, stia preparando la propria scialuppa per raggiungere la nave accanto, non per aiutare l’equipaggio, ma per portargli via tutto ciò che può.

È un periodo in cui rubare, aggirare, approfittare, appare spesso più intelligente che agire con onestà e chi rispetta le regole sembra destinato a rimanere indietro, mentre chi – viceversa – sa arruffianare, mentire, truccare i conti, viene ammirato come un nuovo eroe dei tempi moderni.

Ed ecco quindi che la nostra società è diventata un oceano infinito popolato da vascelli in fuga e da predatori in caccia, dove nessuno si fida del timoniere e neppure del compagno di cabina.

Ma allora cosa c’è dietro questa sensazione diffusa, quasi viscerale, di vivere in un’era di saccheggio generalizzato? È davvero l’avidità umana a essersi improvvisamente moltiplicata, oppure è la paura a guidare questi comportamenti?

Chissà… forse la colpa è da ricercarsi in questo futuro incerto, quando ogni giorno da quei Tg giungono nuove notizie su conflitti, stragi, crisi, precarietà, ingiustizia, e quindi l’istinto primario prende il sopravvento: sopravvivere a tutti i costi, anche a costo di dover calpestare il nostro vicino, in fondo, se credi che il mondo stia per affondare, perché non provare a salvare almeno il tuo baule?

E così, lentamente, ci si convince che anche gli altri stiano facendo lo stesso, e allora diventa giusto farlo per primo, sì… prima degli altri! Ed è così che nasce una sorta di corsa al ribasso morale, dove l’etica viene considerata un peso inutile da abbandonare sul ponte per correre più veloce.

Mi chiedo però se questa visione sia davvero fedele alla realtà o se invece non sia il frutto di un racconto collettivo che si autoalimenta. Perché è innegabile che esistano casi eclatanti di corruzione, di speculazione, di furto delle nostre risorse pubbliche, ma possiamo dire con certezza che “tutti” siano ormai diventati “pirati”?

O forse è solo che i veri predatori, quelli rumorosi e spregiudicati, occupano tutta la scena, mentre la maggior parte della gente continua a lavorare in silenzio, a pagare le tasse, ad aiutare il vicino di casa, a tenere insieme i cocci senza fare titoli sui giornali? La percezione dell’arrembaggio generalizzato potrebbe essere amplificata dai media, dal web, dai discorsi nei bar appunto, fino a trasformarsi in una narrazione dominante, capace di plasmare il nostro sguardo sulla realtà, anche quando non corrisponde interamente alla verità.

E allora mi torna in mente un’altra immagine, meno epica ma forse più necessaria: quella del marinaio stanco che, pur vedendo altre navi attaccate e saccheggiate, decide di non issare la bandiera nera, ma di continuare a navigare con la sua rotta, magari offrendo soccorso a chi galleggia tra i relitti.

Perché forse il vero atto di ribellione in un’epoca di arrembaggi non è difendere il proprio tesoro a colpi di moschetto, ma ricordare che il mare è grande abbastanza per tutti, e che viaggiare insieme, condividendo fatica e speranza, potrebbe essere l’unica via per evitare che nessuno affondi. Certo, il tesoro condiviso brillerà meno di quello accumulato da un solo uomo, ma sarà un tesoro che non richiede sangue, tradimento o rimorso.

Ecco, forse è proprio questo il mio dubbio: stiamo assistendo a un crollo del senso di comunità, a una rinuncia collettiva all’idea che il bene comune possa ancora avere valore? Oppure, dietro questa retorica dell’arrembaggio, si nasconde una voglia repressa di giustizia, di equilibrio, di riscatto?

Mi piace pensare che dentro ognuno di noi ci sia ancora un po’ di capitano onesto, confinato in un angolo della coscienza, che osserva la tempesta e si chiede se non sia il caso di cambiare rotta, non per paura del nemico, ma per amore della nave, per rispetto del mare, e per non dimenticare che, alla fine, nessun pirata è mai stato felice del suo tesoro…

Non siete eredi dei padri, ma dei figli che quei padri hanno ucciso.

Sì… avrei dovuto pubblicare questo post alcuni giorni fa, ma purtroppo alcuni impegni ed altri post che avevo preparato hanno avuto la precedenza e quindi ho dovuto posticipare questa pubblicazione.

C’è però un motivo più profondo: quando la notizia mi ha raggiunto, sono rimasto senza parole. È un paradosso, perché le sue sono state tra quelle che più mi hanno trasmesso la vicinanza e la forza di Peppino Impastato.

Oggi, provando a superare quello sconforto, voglio unirmi al ricordo di Luisa Impastato che dice: ci lascia un altro pezzo grande della nostra storia, una storia di ragazzi che volevano cambiare il mondo sfidando il potere della mafia. Con profonda gratitudine e sincera tristezza salutiamo Salvo Vitale, fondatore di Radio Aut e da sempre testimone della lotta, che ha incarnato con straordinaria coerenza il senso più autentico della testimonianza quotidiana. La sua voce è stata un esempio luminoso di libertà e responsabilità, capace di guidare intere generazioni a comprendere che il cambiamento nasce da ciascuno di noi.

Era lui, nel film “I cento passi”, a essere interpretato da Claudio Gioè nel momento del monologo più straziante e vero, quello che squarcia il velo dell’omertà. In quel monologo diceva: domani leggerete che Peppino si è suicidato, che ha abbandonato la politica e la vita, come Pinelli, come Feltrinelli, tutti suicidi. Poi non leggerete proprio niente, perché i giornali parleranno di altro, perché chi se ne frega del piccolo siciliano di provincia. E concludeva, con un’amarezza che era un pugno nello stomaco per tutti: spegnete questa radio, tanto si sa che niente può cambiare, e diciamolo una volta per tutte che noi siciliani la mafia la vogliamo, perché ci dà sicurezza, perché ci identifica, perché ci piace. Noi siamo la mafia!
Ma Salvo Vitale, quel ragazzo di Cinisi nato nel 1943, amico e compagno di battaglie di Peppino Impastato, a quella rassegnazione non si è mai arreso, nemmeno nei momenti più difficili. Ha invece custodito e rinnovato la memoria collettiva, trasformandola in azione concreta.

Difatti, dopo la morte di Peppino, ha continuato la sua attività attraverso “Radio Aut”, lavorando senza sosta per cercare la verità, puntando il dito contro il boss Gaetano Badalamenti, insegnando storia e filosofia ai giovani, perché la cultura arrivasse a tutti. Con le sue parole, i suoi gesti e il suo impegno costante ha mostrato cosa significhi contrastare le mafie sul piano civile e culturale, senza paura, senza piegarsi.

Ecco perché a lui va la mia gratitudine, sì… per la strada che ha tracciato con dignità e coraggio, una strada lastricata dalla forza semplice di persone che non hanno accettato di essere “Nuddu ammiscatu cu nenti”, un esempio, insieme a quello di Peppino, che ogni giorno orienta il mio cammino, già… di chi crede – ancora tra mille difficoltà – nella giustizia e soprattutto nella democrazia, ricordando a me e a tutti voi, che la vera sicurezza non viene dalla sottomissione, ma dal riscatto!

L’Egitto riaccende un sogno sepolto nella sabbia.

C’è qualcosa che si muove nel profondo del nostro immaginario collettivo quando pensiamo a un luogo dove l’uomo decide di cambiare il volto della Terra, come se in quegli atti estremi si celasse una parte della nostra anima più antica, quella che un tempo costruiva piramidi e sognava città perdute sotto le onde. 

È lo stesso brivido che oggi ci spinge a osservare con attenzione ciò che accade in Egitto, dove un’idea sepolta nel tempo sta riemergendo dalla sabbia con una forza inaspettata: quella di trasformare la depressione di Qattara, un’enorme conca nel deserto che scende a più di cento metri sotto il livello del mare, in un nuovo mare artificiale. 

L’idea è semplice, quasi elementare: scavare un canale di circa 50 km che colleghi il Mediterraneo a questa voragine e lasciare che l’acqua scorra, inevitabile, verso il basso, portando con sé energia, vita e un futuro diverso.

Per decenni questo progetto è rimasto confinato nei manuali di ingegneria visionaria, accantonato per i costi proibitivi e le incertezze tecniche, ma oggi qualcosa è cambiato. La crisi climatica, la carenza d’acqua, la corsa alle energie rinnovabili e la pressione demografica stanno ridisegnando le priorità, già… un oro liquido blu prezioso che scorre sempre più raramente, diventando il centro di ogni strategia. 

Così, quello che sembrava un sogno impossibile riprende corpo, non come fantasia, ma come possibile necessità. L’Egitto, terra di opere titaniche, sembra pronto a sfidare ancora una volta la natura, non per vanità, ma per sopravvivenza. Dopotutto, non è forse la stessa civiltà che ha domato il Nilo, scavato canali attraverso deserti e costruito città dove prima c’era solo silenzio?

C’è un precedente, silenzioso ma potente, che emerge dal deserto del Nord Africa e che non possiamo permetterci di dimenticare: il Grande Mare Fossile, l’enorme acquedotto sotterraneo voluto da Gheddafi in Libia, un’opera titanica che ancora oggi trasporta acqua dolce dalle antiche falde del Sahara, risalenti a migliaia di anni fa, fino alle città del Mediterraneo come Tripoli e Bengasi. 

Fu un progetto ambizioso, uno dei più grandi al mondo, capace di muovere milioni di metri cubi d’acqua al giorno attraverso migliaia di chilometri di tubi, come se il deserto stesso avesse un cuore pulsante nascosto sotto la sabbia. All’epoca fu definito il “Settimo Miracolo del Mondo” da chi lo celebrava, mentre altri lo vedevano come un atto di sperpero, un prelievo massiccio da riserve non rinnovabili che un giorno si sarebbero esaurite. 

Ma al di là del giudizio, quell’opera resta un monito e un esempio: dimostra che quando la necessità stringe, gli esseri umani sono capaci di progettare su scale inimmaginabili, di spostare l’acqua come se fosse sangue per un corpo assetato. E proprio per questo, oggi, mentre si parla di Qattara, non possiamo ignorare ciò che la Libia ci ha mostrato: che trasformare il deserto è possibile, ma che ogni goccia portata alla luce ha un costo, e che il tempo, spesso, è il giudice più spietato.

Eppure, dietro ogni grande cambiamento c’è un’ombra, una domanda che non può essere ignorata. Che cosa accadrà a quel deserto, così arido e apparentemente sterile, ma che in realtà nasconde un equilibrio delicato, un ecosistema unico che ha imparato a vivere con pochissimo? 

Alcuni temono che l’arrivo dell’acqua salata possa contaminare le falde sotterranee, l’unica fonte di vita per le oasi e le comunità che ancora resistono in quei luoghi remoti. E se l’evaporazione, inevitabile in un clima così caldo, lasciasse dietro di sé immense distese di sale tossico, come una cicatrice bianca che si allarga giorno dopo giorno? Non sarebbe allora un nuovo Mar d’Aral, quel lago scomparso che oggi è un monito per l’umanità intera?

Oltre il confine, in Israele e in altri paesi del Mediterraneo, questa prospettiva non suscita solo curiosità, ma preoccupazione. Non si tratta più solo di un progetto nazionale, ma di un’alterazione geografica che potrebbe avere ripercussioni su scala regionale, forse globale. Il dibattito cresce, acceso, tra chi vede in questa impresa una via di salvezza e chi invece teme un effetto domino irreversibile. 

E allora ci si chiede: chi decide per il destino di un intero ecosistema? Chi ha il diritto di trasformare un deserto in un mare, di giocare con forze così immense, con conseguenze che nessun modello può prevedere con certezza?

È in questo punto che il sogno si fa ambiguo, dove la speranza di un mondo migliore si intreccia con il rischio di un disastro annunciato. Perché dietro ogni grande realizzazione c’è sempre la stessa speranza: che l’uomo, con la sua intelligenza e la sua audacia, possa superare i limiti, migliorare le condizioni di vita, portare luce dove c’era solo aridità. 

Ma c’è anche il pericolo di dimenticare che ogni intervento lascia un segno, e che a volte il progresso assomiglia troppo a una fuga in avanti senza bussola. Eppure, non possiamo fermarci. Non possiamo rinunciare a immaginare, a provare, a cercare soluzioni dove sembra non essercene. 

Forse il vero valore di un progetto come quello di Qattara non è nemmeno nella sua realizzazione, ma nel fatto che ci costringe a pensare in grande, a confrontarci con domande scomode, a prendere sul serio la responsabilità che abbiamo verso il pianeta e verso chi verrà dopo di noi.

Ma d’altronde, davanti alle spese faraoniche per alimentare il complesso industriale-militare non si può non pensare a dove scorrono veramente i soldi. Molti di quei capitali, infatti, sono finiti in un settore i cui profitti sono cresciuti in modo spropositato proprio sulle vittime dei numerosi conflitti che insanguinano il mondo. 

Se poi aggiungiamo tutti i soldi buttati al vento per andare nello spazio, già… su Marte, sulla Luna, beh… credo che forse sia giunto il tempo di provare a realizzare quest’opera, sì… un nuovo mare artificiale che non sarà soltanto un lago di acqua salata in mezzo al deserto, ma rappresenterà uno specchio in cui tutta l’umanità potrà guardarsi, riflessa nella sua ambizione, nella sua paura, ma soprattutto nella sua inesausta voglia di ricominciare. 

Sì… forse, in quel riflesso, riusciremo a vedere non solo ciò che abbiamo fatto, ma ciò che potremmo ancora diventare…

Monsignor Renna rompe il tabù: ‘Sant’Agata detesta la mafia’. E i giornali preferiscono parlare di processioni…

Per la prima volta a Catania (finalmente…) la Chiesa – grazie a Monsignor Renna – si schiera in maniera diretta contro la criminalità organizzata e i suoi affiliati. 

È incredibile come le testate web abbiano glissato su questo passaggio pronunciato così cruciale, limitandosi a riportare gli aspetti religiosi dell’omelia, senza viceversa mettere in grassetto le uniche parole che avrebbero dovuto risuonare forte.

Monsignor Renna ha parlato con una chiarezza senza precedenti, denunciando chi osa mischiare il nome di Sant’Agata con il malaffare. 

Puri e forti“, ha esortato, ricordando che la forza non è quella delle armi o della violenza. 

Eppure, nessun giornale ha riportato con il dovuto rilievo il suo monito a chi, pur frequentando le celebrazioni, ha armi in casa o vive nell’illegalità. Sant’Agata, ha sottolineato, detesta la violenza, la droga, l’abbandono dei figli, eppure queste parole sono state soffocate nel rumore di un racconto devozionale superficiale.

Ha lanciato un appello tagliente ai genitori: “Date ai vostri figli nomi cristiani come Agata o Agatino, non quelli di personaggi discutibili“. E qui, il riferimento è chiaro, basti pensare a certi nomi che risuonano nelle cronache nere, celebrati come fossero eroi. “È dal nome che indirizzi tuo figlio“, ha insistito, promettendo un attestato a chi avrà il coraggio di rompere questa deriva. Un gesto simbolico, sì, ma potentissimo: perché la legalità si costruisce anche così, nelle scelte che sembrano piccole ma plasmano il futuro.

E così… mentre i media preferiscono parlare di rituali e processioni, Renna ha sfidato Catania a fare i conti con le sue responsabilità, ha chiesto una fede che non si accontenti di cerimonie, ma che bruci come il fuoco del Vangelo, trasformando la città. 

Eppure, di questo incendio di verità, non c’è traccia nei titoli. Forse perché certe verità bruciano più del sole d’agosto e a qualcuno fa comodo tenerle nascoste o come sospetto, evidenzia – per l’ennesima volta – di essere di fatto… assoggettato a quel sistema! 

Presidente Pelligra, perdoni questa riflessione senza filtri – ma è l’amore per il Catania a parlare.

Caro Presidente Pelligra, da pochi minuti è il 18 agosto 2025, ed ho deciso – dopo aver visto la partita in Tv – di modificare il post già pronto per essere pubblicato, e scrivere queste parole, che descrivono il sapore amaro di una sconfitta, già contro il Crotone in Coppa Italia Serie C, una partita che ahimè, ci ha estromesso da una competizione importante, proprio come accaduto troppo spesso negli ultimi anni.
Lei ha investito, ha rinnovato la squadra, ha promesso impegno e risultati, eppure, guardando il campo, sembra di assistere a un “déjà vu”: ahimè, rivediamo la stessa fragilità, le stesse incertezze, lo stesso gioco senza anima che già conoscevamo.

Errare è umano, lo sappiamo tutti. Ma perseverare nell’errore, Presidente, è diabolico!

Lo scorso anno, nonostante un mercato “importante” e una squadra sulla carta competitiva, il Catania ha fallito l’obiettivo promozione, chiudendo al quinto posto e uscendo ai playoff contro il Pescara.

Ora, con il campionato ancora da iniziare, abbiamo già perso un’occasione per costruire fiducia e morale; e non servono scuse: né quelle del tecnico su “schemi non ancora assimilati”, né quelle di chi parla di “tempo necessario”.

Il tempo, per una piazza come Catania, è un lusso che non possiamo permetterci!

Lei ha chiesto fiducia ai tifosi, e noi gliel’abbiamo data. Non solo con gli abbonamenti, ma anche con la presenza costante in trasferta, come dimostrato nell’ultima partita. Sì, abbiamo applaudito i suoi investimenti e creduto nel progetto, ma le delusioni stanno esaurendo la nostra pazienza.

La fiducia non è un assegno in bianco: va rinnovata con i fatti! E i fatti, oggi, ci dicono che questa squadra rischia di ripetere gli stessi errori. Giocare senza identità, vincere per caso, perdere per fragilità, non è questo il calcio che Catania merita, non è questo che lei ci ha promesso e soprattutto, non ci accontentiamo più di partecipare ai playoff quasi fosse quello il nostro traguardo.

Mi permetta di ricordarle un mio post dello scorso aprile, in cui parlavo della “mancanza di un gioco” del Catania, paragonandolo a una squadra di juniores del Barcellona che, con semplicità e organizzazione, sapeva cosa fare in campo. Noi, invece – anche oggi – brancoliamo nel buio, sperando nel gesto del singolo o nell’errore avversario.

Ripeto una frase che a Catania conoscono bene: “Il calcio è amalgama”, diceva Massimino. Oggi, però, è solo confusione. E se non si agisce subito, questa stagione sarà l’ennesimo capitolo di un fallimento annunciato…

Presidente, il mercato è ancora aperto. E mi duole dirlo, che forse è la panchina il tema che lei dovrebbe affrontare. So bene che le scelte tecniche, in particolare le sostituzioni, hanno dei costi, ma quando non mantengono le aspettative, ecco… in questi casi, vanno riviste.

Serve una squadra che giochi con la testa, non solo con i piedi!

Lei ha il potere di cambiare le cose. Noi tifosi abbiamo il diritto di chiederlo. Perché Catania non è una semplice società: è una comunità che soffre e spera. E oggi, più che mai, spera che lei non perseveri nell’errore. Agisca ora, prima che sia troppo tardi.

Perché il pensiero di dover scrivere a fine campionato “L’avevo detto!” mi riempie di amarezza. E questa volta, Presidente, non vorrei insieme a Lei, dover pronunciare (nuovamente) quelle parole.

Forza Catania, sempre, ma con la testa, stavolta…

Quando la legalità è solo uno slogan: politica e interessi privati. Dov’è la Procura?

Già… una legalità che risuona solo nei discorsi, mentre nella realtà si sgretola come un castello di sabbia al primo soffio di vento. Le parole volano alte, impennate come aquiloni in un cielo sereno, ma i fatti strisciano nel fango, lenti e viscidi, e quel fango è lo stesso in cui affondano le mani coloro che dovrebbero custodire il bene comune con rigore e silenzio.
Questo schifo di politica, gonfia di potere e intrisa di privilegi, ha trasformato la gestione della cosa pubblica in un affare privato, un mercato sommerso dove ogni decisione è un debito da saldare con un favore, ogni posto di lavoro una ricompensa per chi ha baciato l’anello al momento giusto.

Quelli che abbiamo eletto per rappresentarci, per lavorare per tutti, hanno invece interpretato il mandato come un diritto ereditario, una specie di investitura divina a spartirsi ricchezze, appalti, poltrone, come se la città fosse una villa di famiglia da dividere tra eredi. E il peggio? Che lo fanno con la spudoratezza di chi crede di essere nel giusto, di chi si guarda allo specchio e vede un benefattore, non un parassita.

Forse il problema sta proprio in quelle parole mal interpretate, in quel “governare come il buon padre di famiglia” che hanno preso alla lettera, ma nel modo più distorto, più meschino possibile. Per loro, essere “buoni padri” non significa avere cura del paese, ma garantire che i figli abbiano un posto in Comune, che i cognati gestiscano le gare d’appalto, che gli amici più fedeli trovino sempre una raccomandazione pronta presso uno degli uffici. E i concorsi pubblici? Una farsa, una sceneggiata dove i copioni sono scritti mesi prima e gli attori principali sono sempre gli stessi, quelli che non hanno mai aperto un bando ma sanno già dove finirà il posto.

E mentre tutto questo accade, mentre il denaro pubblico diventa moneta di scambio per lealtà personali, mentre le opere incompiute marciscono sotto il sole e i giovani scappano all’estero, mi chiedo: ma le Procure dove sono? Dormono? O forse, anche lì, qualcuno ha deciso che certe cose è meglio non vederle, che certi nomi vanno trattati con riguardo, che certe inchieste potrebbero far cadere troppi alberi in un bosco già malato?

Lasciate quindi che vi racconti una storia, una di quelle che sembrano uscite da un romanzo grottesco, ma che purtroppo è vera, anzi, quotidiana. Un Comune etneo, piccolo ma non troppo, dove le dinamiche di potere si intrecciano con affari, favori e raccomandazioni come radici in un terreno avvelenato. E la cosa più agghiacciante? Che non è l’unico. È solo uno dei tanti anelli di una catena che sembra non avere fine, un sistema che si ripete identico in cento paesi, in cento province, con volti diversi ma stesse mosse, stessi silenzi, stesse complicità.

Ma la domanda che resta, alla fine, è sempre la stessa: fino a quando continueremo a permettere che tutto questo accada? Fino a quando lasceremo che il bene di tutti diventi il bottino di pochi, che la speranza si trasformi in rancore e il rancore in rassegnazione?

Il sottoscritto pensa – ahimè – che non cambierà mai nulla in questo nostro Paese. È un circolo vizioso che si autoalimenta, perché in fondo ai miei connazionali piace questo sistema clientelare, lo tollerano, lo subiscono, ma segretamente sperano di poterne usufruire un giorno, quando toccherà a loro. È un gioco di specchi dove tutti fingono di indignarsi, ma nessuno rompe davvero lo schema, perché ognuno coltiva il sogno di diventare un giorno il padrone del favore, non più il mendicante.

Forse solo un conflitto armato, una di quelle tragedie che sconquassano le fondamenta di una nazione, potrebbe costringerci a un reset, a spezzare la catena e ricominciare da zero. Già, perché così è stato per i nostri padri e nonni. Sì… quelli che hanno vissuto il dopoguerra sanno cosa significa vedere un Paese in macerie e doverlo ricostruire partendo dalla fame, dalla cenere, dai sassi.

D’altronde basti osservare quanto sta accadendo in queste ore nella striscia di Gaza o in Ucraina per comprendere le difficoltà, per capire cosa significa perdere tutto e dover ricominciare con le mani nude. Come oggi, anche allora da noi – in quegli anni bui – accadde qualcosa di straordinario. Quando il pane era razionato e le città ed i suoi palazzi erano ridotti a scheletri di mattoni, la gente si aiutava, non per dovere, ma per necessità, perché l’altro era il fratello della stessa miseria.

Le donne dividevano l’ultima manciata di farina per fare una minestra, mentre i contadini – che nascondevano il grano – ora provavano a sfamare i vicini, gli operai viceversa iniziavano la ricostruzione con le mani nude, con la forza di chi non ha più niente da perdere. Se qualcuno volesse rivivere quei momenti, gli basterà osservare alcuni film neorealisti come “Ladri di biciclette” o “Roma città aperta”; in quei cortometraggi si racconta in modo reale la vita – in quel momento storico – del nostro Paese: non c’era eroismo, solo disperazione e una solidarietà che sgorgava spontanea, unico modo di sopravvivenza.

Persino i bambini raccoglievano cicche di sigarette per rivenderle, le donne facevano la fila per ore per un litro di latte annacquato. Eppure, in quella miseria, c’era una dignità che oggi sembra svanita, un senso di appartenenza che non si comprava, non si raccomandava, ma nasceva dal sangue e dalla terra. Forse perché allora si lottava per qualcosa di concreto: un tetto, un lavoro, un futuro. Oggi, invece, ci accontentiamo di illusioni e piccoli privilegi, mentre il sistema ci divora pezzo a pezzo, in silenzio.

Ma il dopoguerra insegnò anche altro: che la ricostruzione non fu solo merito degli aiuti americani del Piano Marshall. Fu soprattutto la gente comune, quella che non aveva niente da perdere, a rimettere in piedi l’Italia, mattone dopo mattone, con le unghie e con i denti. Senza aspettare che lo facessero i politici, già anche allora impegnati a spartirsi le poltrone, a costruire nuovi castelli di sabbia sulle macerie del vecchio mondo.

Chissà se serve davvero una nuova catastrofe per ritrovare quell’istinto di comunità, quel senso del noi che sembra ormai sepolto sotto tonnellate di individualismo e rancore. Sì… forse, semplicemente, abbiamo dimenticato troppo in fretta cosa significa aver fame, cosa significa non avere niente e dover costruire tutto. E soprattutto, cosa significa alzarsi insieme per cambiare le cose, non per interesse, ma per dignità.

Comunque, domani vi racconto la storia di cui vi ho accennato, vedrete… resterete senza parole.

Sanremo: il premio della critica a Simone Cristicchi con "Quando sarai piccola", mentre a vincere il Festival è…

Che bel testo! 
Simone Cristicchi ha una capacità straordinaria di toccare le corde più profonde dell’anima con parole semplici ma cariche di significato. 
La sua canzone, dedicata alle madre e alla sua malattia, è un inno all’amore, alla cura e alla memoria, temi universali che risuonano in chiunque abbia vissuto o stia vivendo un’esperienza simile. 
La delicatezza con cui affronta il tema del tempo che passa, della memoria che sfuma e dell’amore che resiste è davvero commovente.
Ora, passando ai possibili finalisti di Sanremo 2025, è interessante notare come il sottoscritto abbia analizzato ogni artista con un occhio critico, ma rispettoso, ed alla fine dopo non poche riflessioni, ho pensato che gli artisti che seguono potrebbero far parte dei vicitori:
Simone Cristicchi: La sua canzone è bellissima ma potrebbe non vincere. Spesso a Sanremo non è solo la qualità della canzone a determinare la vittoria, ma anche l’interpretazione, il carisma dell’artista e il momento giusto. Se cantata da un interprete più “tradizionalmente” potente come Ranieri o Jovanotti, avrebbe forse avuto un impatto diverso, ma Cristicchi ha il merito di essere autentico e sincero, e questo è un valore aggiunto.
Giorgia: Lei è una forza della natura, una delle voci più potenti e riconoscibili della musica italiana. Forse la canzone è un po’ troppo ripetitiva ed assomiglia – forse mi sbaglio – ad una nota canzone del grande Lucio Dalla; questo potrebbe rappresentare un limite, ma la sua classe e il suo carisma dovrebbero comunque portarla lontano. Arisa sarebbe stata un’ottima rivale, ma purtroppo non è in gara quest’anno…
Achille Lauro: Finalmente ha colto bene il suo percorso di crescita artistica. Dopo anni di provocazioni e sperimentazioni, sembra aver trovato un equilibrio, tra stile e sostanza. La sua eleganza e la maturità artistica potrebbero finalmente premiarlo, anche se il testo, avrebbe avuto bisogno di un ritocco in più.
Fedez: Il suo seguito tra i giovani è indiscutibile, e il televoto potrebbe favorirlo. Tuttavia, di presenza la canzone perde qualcosa, mentre viceversa ascoltata su “youtube” migliora molto, forse anche grazie all’uso di autotune e di alcuni effetti speciali che dal vivo non si percepiscono; ciò purtroppo limita e quindi distoglie l’attenzione dalle belle parole della canzone. Fedez ha il potenziale per vincere, ma deve convincere anche il pubblico più tradizionale.
Lucio Corsi: La sua canzone tocca un tema importante e delicato, e il coraggio di affrontarlo con sincerità è ammirevole. 
Permettetemi di aprire una parentesi: la canzone e le parole sono toccanti e affrontano un grave problema tra i giovani; riprendono il comportamento meschino compiuto da taluni soggetti che si ritengono dei “leader” solo perché un gruppo di menomati, uniti sotto il nome di “branco”, si fanno forti quando sono insieme, viceversa, presi ciascuno da soli, si dimostrano dei codardi, evidenziando gravi problemi familiari e soprattutto personali.
Difatti, è solo attraverso la prevaricazione nei confronti dei propri coetanei o di soggetti fragili, che questi  riescono a manifestare tutta la loro violenza fisica e verbale, che sappiamo bene viene caratterizzata con abituali molestie e aggressività di tipo minaccioso.
Corsi in questa sua canzone ha il coraggio di metterci la faccia e soprattutto la propria debolezza, senza nasconderla, esprimendo anche quel desiderio represso di “esser un duro“. La musica è leggera e segue senza pretese una perfetta linearità, proseguendo: come un gioco da ragazzi…
Vincere… non credo sarà facile, ma potrebbe essere certamente una sorpresa inaspettata e direi anche meritata!!!
Comunque, anche se potrebbe non vincere, il suo messaggio lascia un segno profondo, e questo è già una vittoria in sé.
In definitiva, Sanremo è sempre una sorpresa, e spesso la canzone che vince non è necessariamente la più bella, ma quella che riesce a catturare l’attenzione del pubblico e della giuria in quel preciso momento. Chissà, forse quest’anno ci potrebbe anche essere una sorpresa inaspettata…
E allora, nel riportare di seguito le bellissime parole del testo della poesia di Cristicchi, penso che alla fine uno degli artisti citati sopra potrebbe essere il nome del vincitore del Festival di Sanremo 2025.

Quando sarai piccola ti aiuterò a capire chi sei,

ti starò vicino come non ho fatto mai.

Rallenteremo il passo se camminerò veloce,

parlerò al posto tuo se ti si ferma la voce.

Giocheremo a ricordare quanti figli hai,

che sei nata il 20 marzo del ’46.

Se ti chiederai il perché di quell’anello al dito

ti dirò di mio padre ovvero tuo marito.

Ti insegnerò a stare in piedi da sola, a ritrovare la strada di casa.

Ti ripeterò il mio nome mille volte perché tanto te lo scorderai.

Eeee… è ancora un altro giorno insieme a te,

per restituirti tutto quell’amore che mi hai dato

e sorridere del tempo che non sembra mai passato.

Quando sarai piccola mi insegnerai davvero chi sono

a capire che tuo figlio è diventato un uomo.

Quando ti prenderò in braccio

e sembrerai leggera come una bambina sopra un’altalena.

Preparerò da mangiare per cena, io che so fare il caffè a malapena.

Ti ripeterò il tuo nome mille volte fino a quando lo ricorderai.

Rip. ritornello

per restituirti tutto, tutto il bene che mi hai dato.

E sconfiggere anche il tempo che per noi non è passato.

Ci sono cose che non puoi cancellare,

ci sono abbracci che non devi sprecare.

Ci sono sguardi pieni di silenzio

che non sai descrivere con le parole.

C’è quella rabbia di vederti cambiare

e la fatica di doverlo accettare.

Ci sono pagine di vita, pezzi di memoria

che non so dimenticare.

Rip. ritornello

per restituirti tutta questa vita che mi hai dato

e sorridere del tempo e di come ci ha cambiato.

Quando sarai piccola ti stringerò talmente forte

che non avrai paura nemmeno della morte

Tu mi darai la tua mano,

io un bacio sulla fronte

Adesso è tardi, fai la brava

buonanotte.

Cosa sta accadendo in Siria e quanto sincere sono le dichiarazioni del suo leader?

Mentre gran parte del mondo sembra entusiasta per l’attuale governo siriano, io nutro forti dubbi riguardo alla sincerità delle dichiarazioni del leader Ahmad al-Shara, precedentemente noto come Abu Mohammed al-Jolani. 

Non posso fare a meno di pensare che dietro le sue belle parole si celi l’intenzione di ripristinare un modello di governo simile a quello dell’Afghanistan sotto i “Talebani”.

A differenza di Papa Francesco, che si è mostrato ottimista nel recepire i segnali di apertura verso la comunità cristiana, io sono convinto che le azioni intraprese siano semplicemente una facciata per guadagnare tempo e rinforzarsi militarmente, riprendendo poi atteggiamenti che hanno già caratterizzato il passato di questo leader.

L’obiettivo non dovrebbe limitarsi a evitare conflitti militari o ideologici, ma a promuovere un concetto di democrazia più inclusivo e rispettoso… 

Certo, non possiamo aspettarci un modello ideale nell’immediato, ma almeno un sistema simile a quello della Turchia, che consenta alle donne di vivere con dignità e senza coercizioni, rappresenterebbe un progresso rispetto alla realtà attuale. 

Tuttavia, la mia sensazione è che il nuovo governo stia solo cercando di stabilire le condizioni minime per la sopravvivenza, sfruttando gli aiuti internazionali.

Difatti, questa prospettiva si riflette nelle recenti dichiarazioni del ministro degli Esteri siriano, Asaad Hassan al-Shaibani; durante una visita in Qatar, ha chiesto agli Stati Uniti di revocare le sanzioni, definendole un ostacolo alla ripresa del Paese devastato dalla guerra. Secondo al-Shaibani, “le sanzioni rappresentano una barriera per il popolo siriano, impedendo lo sviluppo e la creazione di partnership con altri Paesi”. Ha ribadito che l’appello a eliminare queste misure non è più legato al regime di Bashar al-Assad, ma è ormai una necessità per la popolazione civile.

Anche il primo ministro del Qatar, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, ha riaffermato il sostegno del suo Paese all’unità, alla sovranità e all’indipendenza della Siria. Ed è in questo contesto che i ministri degli Esteri di Francia e Germania hanno incontrato al-Shara a Damasco. Tuttavia l’incontro è stato segnato da polemiche: al-Shara ha stretto la mano al ministro francese, ma ha salutato la collega tedesca, Annalena Baerbock, con un gesto del cuore, citando una rigida interpretazione delle regole del Corano.

Di una cosa sono certo: è fondamentale valutare concretamente l’evoluzione politica di questa dirigenza e verificare se alle promesse seguiranno azioni concrete. 

Se ciò non accadrà, sarà necessario pensare a soluzioni diverse. La popolazione civile, ancora presente in Siria, ha bisogno di ritrovare non solo unità d’intenti per il bene comune, ma soprattutto una serenità che manca da oltre mezzo secolo.

Ben venga questo 2025: Anno nuovo, vita nuova!!!

Con il nuovo anno alle porte, accogliamo il 2025 con entusiasmo e speranza. 

Già perché quanto sta per compiersi non è solo un cambio di calendario, ma un invito a credere in un futuro migliore, a sognare un mondo più sereno e privo di conflitti.

Immaginiamo la fine delle guerre, di quelle che dividono popoli e distruggono vite. Aspiriamo quindi ad un mondo dove i giovani possano guardare al domani con fiducia, liberi dalle paure legate a repressioni, dittature o conflitti inter-religiosi. 

Già… un mondo dove non vi siano rischi di guerre civili, ma solo la promessa di pace e cooperazione.

Il 2025 deve essere anche l’anno della consapevolezza ambientale. 

È urgente che i governi di tutto il mondo agiscano in maniera celere e con decisione per contrastare i cambiamenti climatici e preservare l’equilibrio naturale. Non si tratta semplicemente di tutelare il clima, ma anche di garantire che le risorse agricole e gli allevamenti, fondamentali per la nostra sopravvivenza, non siano compromessi. 

La natura è il nostro partner più prezioso, e dobbiamo rispettarla e proteggerla!!!

È giunto il momento per tutta l’umanità di fare un passo indietro, di riconoscere che il nostro compito su questa terra non è quello di distruggere, ma di costruire e migliorare. 

La tecnologia, che tanto ha trasformato le nostre vite, deve essere messa al servizio della natura, non contro di essa.

Ecco perché il 2025 può diventare l’anno in cui scegliamo di agire con responsabilità, solidarietà e rispetto per il pianeta e per le generazioni future. 

Insieme, possiamo creare una civiltà capace di rifiorire, dove il progresso si sposa con la sostenibilità, e la speranza diventa la forza motrice di ogni nostro gesto.

Quindi… ben venga questo 2025! Che sia l’inizio di un viaggio verso un futuro luminoso e condiviso.

2024: Quando il mondo ha perso il suo equilibrio.

Nel 2024 che si sta per chiudere, le lacrime del mondo non bastano più…

Piangere sui conflitti che provocano distruzione e morte e sui disastri dei cambiamenti climatici che spazzano via intere città è diventata una triste e macabra routine che sembra non avere fine.

Già… lacrime da versare ce ne sarebbero, e tante, anche per ogni singolo dato che tira le somme di un “Annus horribilis” senza precedenti nel recente passato.

Sì, parliamo di numeri raccapriccianti, vedrete… ogni cifra che segue evidenzia la catastrofe compiuta dalla morale umana: 200.000 persone hanno perso la vita a causa delle guerre in corso e degli stravolgimenti della natura spesso abusata.

Ai numeri di sopra si aggiungono oltre 120 milioni di sfollati, sì, come se tutti gli abitanti di Italia e Francia, messi insieme, fossero costretti a peregrinare senza meta, dopo aver perso tutto a causa di conflitti, guerre civili, fame o siccità estrema.

Ma a lasciare sgomenti è soprattutto il numero dei focolai di guerra: sono oltre 56, una delle cifre più alte dal periodo della Seconda Guerra Mondiale. E non solo, bisogna piangere anche le vittime dei disastri naturali, tra cui terremoti e tsunami, che quest’anno hanno superato il centinaio, una media di uno ogni tre giorni.

Una strage di innocenti. Ricordo come, tra i decessi sul campo, vi siano centinaia di operatori umanitari, osservatori militari e ufficiali di stato maggiore, posti a difesa di quei confini a rischio: nel Medio Oriente, nella Repubblica Democratica del Congo, nel Sudan del Sud, in Mali, nel Kashmir e nel Sahara occidentale.

Come non evidenziare la carneficina in atto a Gaza, una violenza inconcepibile che ha causato migliaia di vittime e costretto civili e operatori umanitari a vivere in bunker per proteggersi dai continui bombardamenti.

Tutte queste crisi hanno colpito duramente le organizzazioni umanitarie, compromettendo la consegna di beni di prima necessità. In molte circostanze, come a Gaza, i corridoi umanitari sono bloccati, impedendo ai convogli di raggiungere le popolazioni in difficoltà.

Cosa aggiungere? Nel 2024, le aree di conflitto sono aumentate di oltre il 65% rispetto a qualche anno fa, e la superficie complessiva di queste zone è pari a oltre 6 milioni di chilometri quadrati, alimentando il rischio di un conflitto mondiale “a pezzi”.

Tra tutti, ovviamente, l’Ucraina detiene il tragico primato: per ogni nuovo nato, tre persone hanno perso la vita, con un bilancio totale di oltre 37.000 morti. E i bambini sono tra le principali vittime: 3 milioni necessitano di aiuto umanitario e 1,5 milioni soffrono di problemi di salute mentale. Nei territori vicino al fronte, i piccoli hanno trascorso nei bunker un numero di ore equivalente a sette mesi della loro vita.

Eguale condizione a Gaza, dove si è registrato il maggior numero di vittime civili: da gennaio, i morti sono stati 35.000 e i feriti oltre 100.000. Più di 70.000 edifici sono stati distrutti, e in 14 mesi quasi 2 milioni di persone sono rimaste senza casa.

Il 2024 si sta chiudendo con oltre 300 milioni di persone al limite della sopravvivenza, soprattutto in territori dove risulta difficile e pericoloso portare aiuti umanitari.

Non ci resta che sperare nel 2025 e chiederci se l’umanità troverà la forza di fermare questa spirale di distruzione e sofferenza, perché ormai le lacrime, nel frattempo, sembrano essere finite…

Hassad è scappato ma la tragedia siriana resta inalterata con oltre 50.000 sfollati ed una crisi umanitaria inasprita dai conflitti.

In Siria, con la fuga in Russia del presidente Bashar al-Assad, i combattimenti sono finalmente terminati, anche se l’ondata di sofferenza umana non si è ancira arrestata.

Infatti secondo l’ONU, sono oltre 50.000 le persone che erano state costrette ad abbandonare le proprie case e che adesso, in queste ore, stanno provando a rientrare…

Difatti va ricordato come prima della fuga del suo leader, le forze governative siriane, supportate dalla Russia, stavano ancora conducendo raid contro i ribelli filo-turchi, gli stessi che ora stanno per prendere il potere…

Dall’altro canto i raid israeliani e gli scontri tra gruppi rivali filo-turchi e filo-iraniani avevano non poco complicano uno scenario di per se frammentato e drammatico.

Questa ulteriore escalation ha portato peraltro ad una crisi umanitaria gravissima!!! 

Migliaia di famiglie, tra cui donne e bambini, sono senza cibo, medicine e rifugi sicuri. Gli stessi sfollati vivono in condizioni estreme: molti sono ammassati in campi improvvisati, privi di servizi essenziali o ancora intrappolati in zone di conflitto attivo e con il giungere dell’inverno e quindi del freddo aumentano esponenzialmente le sofferenze di chi ha già perso tutto.

Zone come Hama, Aleppo e la valle dell’Eufrate, già devastate dalla guerra, continuano ancora oggi ad essere bersaglio di bombardamenti, accentuando il dolore e il senso di abbandono di una popolazione già martoriata.

La Siria si sa… è un mosaico di interessi regionali e internazionali. La presenza infatti della Russia (e aggiungerei anche degli Stati Uniti) riflette la volontà di entrambe le potenze di mantenere un’influenza strategica nella regione, un elemento che rischia di acuire le tensioni globali tra Mosca e Washington. 

A ciò si aggiungono gli attacchi israeliani contro le infrastrutture legate all’Iran, alimentando il timore che il conflitto siriano possa ancora trasformarsi in un campo di battaglia per uno scontro più ampio tra i due Paesi…

Ripeto… la crisi siriana è soprattutto un dramma umano prima di essere una sfida geopolitica di portata globale!!!

Gli sfollamenti di massa richiedono ora una risposta umanitaria immediata e incisiva e non bastano i soli aiuti internazionali. 

Serve un impegno politico internazionale preciso per far ripartire uno Stato distrutto che, come abbiamo visto in questi lunghi anni, si alimenta principalmente di interessi stranieri, mentre è tempo che si restituisca a quel suo popolo una nuova e soprattutto definitiva, speranza di democrazia!!!

L'angelo oscuro si prepara a seminare morte…

Come un angelo oscuro che s’innalza con la sua spada, anche il mondo si prepara a seminare morte attraverso il crescente rischio di un conflitto nucleare. 
Ogni nuovo arsenale, ogni test missilistico, ci avvicina a una soglia da cui non c’è ritorno…
Già, la crescente espansione degli arsenali nucleari di paesi come Cina, Russia e Corea del Nord ha modificato gli equilibri globali, sfidando la supremazia degli Stati Uniti. 
Pechino sta accelerando la produzione di plutonio e potenziando le sue capacità con nuovi sottomarini e missili balistici, mentre la Russia modernizza il proprio arsenale introducendo missili avanzati e incrementando la flotta nucleare. 

Anche la Corea del Nord ha intensificato i test missilistici intercontinentali, aumentando il potenziale di minaccia nucleare globale.

Gli Stati Uniti, pur mantenendo un arsenale significativo, affrontano criticità come l’obsolescenza di alcune testate e difficoltà nella produzione di nuovo materiale nucleare. 

La loro strategia di modernizzazione è limitata, basata su politiche di aggiornamento piuttosto che su una reale espansione o diversificazione, rendendoli meno competitivi rispetto ai rivali. 

Inoltre, la recente “Nuclear Employment Guidance” riconosce la necessità di adeguare la deterrenza nucleare contro minacce congiunte, ma permangono dubbi sull’efficacia della sola deterrenza nel gestire crisi future.

Il cambiamento del sistema internazionale, da unipolare a multipolare, implica che gli Stati Uniti debbano adattarsi a una competizione nucleare senza precedenti per mantenere la stabilità globale. 

Solo una strategia dinamica e aggiornamenti più incisivi potranno contrastare le sfide poste dalla proliferazione nucleare e dalle ambizioni espansionistiche di altri stati.

E quindi in questo particolare scenario, solo attraverso il dialogo internazionale, le misure di disarmo e i trattati di non proliferazione, che si potrà giungere a prevenire una catastrofe nucleare che, come ben sappiamo, avrebbe conseguenze devastanti per l’umanità intera!!!

Non ci resta quindi che sperare…

In un mondo dove l’ombra di un conflitto nucleare sembra farsi più densa, la speranza diventa l’ultimo baluardo contro una possibile catastrofe. 

Sperare, tuttavia, non è solo un atto passivo: significa impegnarsi attivamente per costruire ponti diplomatici, intensificare gli sforzi per il disarmo e sostenere una cultura di pace e dialogo. 

Significa inoltre ricordare alle generazioni attuali e future il devastante potere distruttivo delle armi nucleari, affinché l’umanità non perda di vista le terribili lezioni del passato.

Ecco perché in un contesto internazionale sempre più teso, dove la deterrenza tradizionale rischia di non bastare, la speranza deve accompagnarsi a decisioni concrete e a una visione chiara: solo così possiamo allontanare la mano dell’angelo oscuro che minaccia di seminare distruzione!!!

Quella mancata giustizia per Denise Pipitone…

Già… sono passati 20 anni da quando quella bimba è stata rapita ed ancora oggi di Lei non si sa nulla…

Ma d’altronde – come spesso accade in questo paese omertoso – nessuno ha visto nulla, anzi la maggior parte dei miei connazionali invece d’interessarsi a far emergere anche solo un sospetto, preferisce il più delle volte girarsi dall’altra parte e farsi i propri cazz… 

Poi c’è altresì chi preferisce criticare, sì… le altrui iniziative (vedasi il commento in allegato) come quelle (più volte) compiute dal sottoscritto nei suoi post, quando ad esempio ho inviato un messaggio di speranza, già… a quella cresciuta Denise, provando in un qualche modo a raffigurarla ed auspicando che in quell’immagine ella potesse intravvedere una qualche somiglianza.

Ma purtroppo ad oggi quel miracolo non è accaduto, ma come si dice “la speranza è l’ultima a morire” e in cuor mio sono certo che un giorno accadrà quell’insperato ritrovamento!!!

Ed allora riporto quanto scritto alcuni giorni fa dalla famiglia:  “nel giorno della triste ricorrenza si rinnova più forte il nostro dolore misto alla rabbia per l’insuccesso nel ritrovamento di Denise e per la mancata giustizia!“. 
Sì… è quanto hanno scritto sul proprio profilo social Piera Maggio insieme a Pietro Pulizzi, i genitori di Denise Pipitone, nell’anniversario della scomparsa della bimba, avvenuta il 1° settembre 2004, mentre giocava davanti casa a Mazara del Vallo.

Già… “Dopo vent’anni dal sequestro di nostra figlia – prosegue – non abbiamo nulla da aggiungere più di quanto non abbiamo già detto in tutti questi anni”.

Hanno ragione i genitori di Denise quando riportano “questo caso è una delle vergogne italiane: il fallimento assoluto dei poveri d’animo e di senso umano. Non smetteremo mai di chiedere giustizia e verità. Come non dimenticheremo le cattiverie subite: non tutti hanno una coscienza”.

Concludo con quanto Piera Maggio e Pietro Pulizzi, il padre naturale della bimba, scrivono ancora: “la nostra Denise è diventata figlia di tutta Italia, siamo convinti che prima o poi i colpevoli pagheranno per il male procurato, sia una pena terrena che divina. I minori scomparsi vanno cercati, non dimenticati”
E’ giunto il tempo che lo Stato si dia una mossa, perché non debbano passare altri vent’anni per ritrovare una persona scomparsa!!! 

Forse… bisogna cambiare questo stato di fatto, ad esempio, si potrebbe imporre a tutti i cittadini di questo Paese, la creazione di una banca dati con il proprio DNA; in questo modo, sarebbe certamente più facile individuare tutti i soggetti finora spariti e mai ritrovati che, per chi non lo sapesse, sono dal 1974 ad oggi – secondo quanto riportato dal Ministero dell’Interno – oltre 64mila, già… perché di un terzo delle 1600 persone che ogni mese spariscono nel nostro Paese, ahimè…  non se ne sa più nulla!!!

Conflitto russo-ucraino: quanti altri morti dobbiamo contare prima di veder raggiungere una tregua???

Nessuno discute sul fatto che la Russia abbia invaso l’Ucraina per dar seguito a quanto iniziato nel 2014, ma il conflitto in corso presenta ora diverse sfacciattature ed è difficile comprenderne le cause e soprattutto le soluzioni, se non ci si pone tutti al di sopra delle parti…   
E quindi le parti in causa nel pensare di raggiungere una definitiva tregua, dovranno ripartire d’accapo, comprendere cosa ha portato a questa guerra e cosa ora si può fare per fermarla!!!
Certamente non si può pensare, per come molti Stati pensano e cioè di voler attaccare militarmente la Russia, perché questa folle soluzione non farà altro che allargare il conflitto, provocando centinaia di migliaia di morti…
Quindi se si vuole giungere ad una tregua, soprattutto in tempi brevi, bisogna sedersi ed accettare le richieste di entrambi!!!
Da un lato l’Ucraina può tornare indietro sui propri passi, rendendosi neutrale e quindi non influenzata da imposizioni egemoniche della Nato, in particolare di alcuni suo membri predominanti; dall’altro la Russia potrà rivalutare di restituire una parte dei territori attualmente conquistati, mi riferisco a quelle aree che dal suo confine giungono alla penisola della Crimea, quest’ultima tra l’altro, dopo un periodo concordato, potrà esser riconsegnata alla stessa Ucraina…
D’altronde, voler pensare che attraverso il ricevimento degli armamenti dei paesi NATO e/o dell’UE, si possa ribaltare il conflitto in corso è da sciocchi, anche perchè abbiamo visto quanto poco o nulla si sia ottenuto, la linea del fronte è rimasta in questi mesi inalterata…
I due contendenti sono in stallo o quantomeno la Russia sta semplicemente fortificando quanto ha già conquistato e mi riferisco alla totalità dell’Ucraina sud-orientale.
Viceversa attraverso una tregua si potrà pensare di utilizzare i miliardi di euro destinati agli armamenti per ricostruire un territorio attualmente distrutto: in questo l’Ue potrà fare la sua parte, ma non solo, anche i paesi appartenenti alla Nato, supportati dalla stessa Russia e con il supporto della Cina, potranno aiutare l’Ucraina a riprendersi in breve tempo…
Sì… quanto riportato sembra un’utopia, ma se non si comincia sin d’ora a pensare ad una soluzione pacifica, tra qualche anno vedrete non ci sarà altro da fare, sì… se non contare le vittime di un conlitto divenuto ahimè “mondiale”!!! 

Tribunali: "Lasciate ogni speranza, voi che entrate".

Lasciate ogni speranza voi che entrate”!!!

Già… dovrebbe essere questa la frase corretta da porre dinnanzi a quei “Palazzi di Giustizia”, in sostituzione della nota frase: “La giustizia è uguale per tutti ed è amministratata in nome del popolo.

Ed allora vorrei sapere di quale popolo si parla, la giustizia non è per i cittadini “onesti” che provano a contrastare quei loro opposti “disonesti” o forse sono in errore, avendo ascoltato proprio in questi giorni, all’interno di un’aula un magistrato dichiarare: la mia figura è quì per tutelare l’indagato!!!
Ah… tra l’altro permettemi di aggiungere che proprio quell’imputato non si è mai difeso personalmente, visto che finora in tutte le udienze non si è presentato, ma d’altronde perché farlo, quando c’è un magistrato al suo posto che di fatto lo tutela…
  
Uscendo da quell’aula mi sono chiesto: ma l’ordinamento giudiziario è forse cambiato???
Ed allora ho riletto quanto prevede il diritto, precisamente sul ruolo che il Magistrato deve ricoprire e difatti: è un funzionario pubblico investito di poteri giudiziari, al quale sono affidate funzioni di Giudice e di Pubblico Ministero. Il compito del Magistrato è di far rispettare e applicare il diritto vigente dello Stato, attraverso la conduzione di un processo in tutte le sue fasi.

Ah… ecco infatti che non si parla minimamente di “tutela dell’imputato“, quello d’altronde è un compito che spetta al difensore e difatti la norma in esame disciplina il mandato conferito a quest’ultimo che gli attribuisce il c.d. ius postulandi, cioè il potere di compiere e ricevere in luogo e in nome della parte tutti gli atti del processo ad esso indirizzati.
Anche perché verrebbe spontaneo chiedersi chi dovrebbe difendere l’altra parte, già… quei poveri cittadini che sono stati di fatto truffati??? D’altronde mi permetto di aggiungere che proprio il soggetto che quel magistrato “giustamente” vorrebbe tutelare, in un altra sede processuale è stato già rinviato a giudizio!!!
E difatti, quando mi trovo ad entrare in quei palazzi, ripenso sempre a un caro amico (che ahimè non c’è più) che diceva: Nicola ricordati, “Se vuoi vivere sereno, dai Tribunali e dagli Ospedali, devi fare a meno”!!! 
Sante parole, in particolare da quando ho deciso d’impegnarmi nella legalità ed ho potuto comprendere come anche quel mondo, che tanto si crede esser limpido, è purtroppo fortemente inquinato, vedasi tra l’altro l’ultimo dossier appena emerso in questo giorni (sugli accessi “abusivi” alle banche dati dove sono custoditi informazioni sensibili), dove sono stati riportati nomi e cognomi che riguardano per l’appunto amici degli amici, massoni, politici, banche, imprenditori corrotti, ma anche parenti e affini di chi esercita il potere giudiziario, tutti “personaggi” senza scrupoli ma capaci di trovare all’interno di quei Palazzi di giustizia, gli uomini appropriati per la loro tutela!!!
Già… a volte i Tribunali sono come quell’Inferno dantesco dove tutti vengono considerati “dannati“, non solo gli imputati (siano essi colpevoli che innocenti), ma anche coloro che, in maniera del tutto onesta, hanno provato a far emergere la verità, sì… la legalità, la stessa che viceversa altri provano a celare, grazie ad un sistema giuridicamente fortemente condizionato da procedure che con la giustizia, non hanno nulla a che vedere!
D’altro canto, rivolgendosi alla magistratura, i cittadini perbene – mi riferisco a coloro che hanno subito un torto e purtroppo il più delle volte non solo quello – auspicano di trovare in quelle aule di giustizia il riconoscimento delle proprie ragioni; desiderano ricevere dinnanzi a quel giudice terzo una condizioni di parità, che dovrebbe evidenziare “imparzialità” e non, per come purtroppo a volte accade, un atteggiamento iniquo, fazioso, legato da interessi o da amicizie personali/familiari.
Cosa fare quindi di questi ignavi ed abulici pusillanimi funzioanri, gli stessi che anche Dio ignora e di cui non vale la pena neppure parlare:“Fama di loro il mondo esser non lassa, Misericordia e giustizia gli sdegna: Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”…
Ma noi purtroppo a differenza di Dante e Virgilio, noi cittadini “modello“, non possiamo andar oltre ed ignorare costoro, in quanto a quelle leggi non possiamo sottrarci poiché costretti non una, non due, ma non si sa quante volte, a dover tornare in quelle aule del popolo, per nome e per conto di una giustizia che di fatto non ascolta o ancor peggio produce sentenze inique!!!
Tra l’altro, una delle circostanze più assurda è dover assistere come analoghi procedimenti conduca professioni come i magistrati, a decisioni opposte, ambigue, del tutti personali, già… in totale disprezzo su ciò che è riportato nel codice civile e/o penale!!!
Ebbene, se credi di andare in Tribunale e trovare giustizia, allora puoi anche andare dal fotografo e farti levare un dente!!!

Viviamo in un'epoca in cui il destino passa dalle scelte che andremo a fare!!!

Sì… bisogna essere coerenti con quanto sta accadendo nel mondo e di come molto dipenda da quella natura abietta che da sempre ci contraddistingue…

Inoltre, bisogna tener conto di quanto leggiamo sui “social”, di quel loro “governare” influenzando in un modo sibillino tale da far obbedire i cittadini a quei loro messaggi; già, troviamo difatti una schiera d’individui pronti ad evidenziare tutto il loro coraggio pur di promuovere notizie false, divulgate appositamente affinché si dia il via a nuove azioni…

Noto ultimamente come molti attraverso i social sostengono le loro tesi proponendo azioni esecrabili e plagiando molti giovani a seguirli; chiedono difatti loro d’essere fieri di dimostrare la propria determinazione nel seguire quell’unica strada percorribile, evidenziare quindi con le loro scelte d’aver avuto coraggio a raggiungere quell’unica verità e dimostrando (se pur in quelle influenzate circostanze) di essere felici d’aver intrapreso una causa che da loro pace e speranza…

Sono fortemente persuasi a lottare, se pur stanchi moralmente su quanto subito, già… sono impazienti nel vedere che finalmente con il loro contributo qualcosa potrà cambiare, ed ancora, sono risoluti nel portare avanti quel loro sacrificio per difendere finalmente non soltanto i propri interessi, ma soprattutto quelli della comunità cui appartengono, e quindi, se pur intimiditi nel saper di non poter tornare indietro, ecco che in tanti, si lasciano ahimè andare a gesti avventati!!!

Tutta la loro vita va così in fumo e con loro le parecchie menzogne a cui avevano fino a quel momento creduto!!!

D’altronde, basterebbe spogliarsi di quelle parole, da quel guasto misticismo, dal salvaguardare ad ogni costo gli interessi del proprio popolo, sì… perché quando ci si dimentica degli interessi altrui, quando non si vuole condividere ciò che potrebbe essere comune a tutti,  ecco che si favoriscono le menzogne di chi governa nel mondo e di quei pochi potenti, capaci con le loro ingannevoli parole d’illudere e ingannare il proprio popolo, perché là dove regna l’oppressione e manca la democrazia, l’unica parola che esiste è “ubbidienza“, vera e propria sottomissione a cui nessuno può sfuggire!!!

Osservate difatti quanto sta accadendo in tutto il nostro pianeta, contate i molteplici territori che stanno ogni giorno sprofondando nella disumanità e nella violenza, siamo tutti quindi chiamati in causa per chiederci: qual è la vera ragione per cui ci troviamo in queste condizioni???

Sicuramente alcune risposte le abbiamo già, forse nel pronunciarle non ci faremo dei nuovi amici e chissà forse ne perderemo di vecchi, perché il più delle volte fare la scelta giusta diventa difficile, ma se non ci si prova, se non ci si dona con tutto se stessi a quel profondo cambiamento, non ci si può aspettare che il mondo muti o che tutto alla fine si riduca a quella semplice frase: la natura umana è maligna!!!

Perché la malvagità non è qualcosa di sovraumano, è solo qualcosa di meno umano!!! 

Un Buon 2024 e al sottoscritto: buon compleanno.

Si dice che il capodanno sia il compleanno di tutti, per me lo è sicuramente essendo nato il 1 gennaio del 1967.

Già… un giorno importante, tutti si ricordano di festeggiarlo ed il sottoscritto trova sempre una torta a ricordargli che in questo questo giorno, si ritrova ad avere un anno in più…
Poco importa, come dico sempre l’importante è star bene è non sentir gli anni che incalzano, d’altronde fintanto che lo spirito resta quello di sempre e cioè “giovanile” e i sentimenti per la vita sono ancora puri come quelli che possiede un bambino, va tutto bene…
In questo primo giorno di gennaio siamo tutti propensi a riflettere sulle cose importanti, domande più facile a farsi che a rispondere: quanto sono migliorato nell’anno passato e quali buone intenzioni vedo ora all’alba di questo nuovo anno???
Per quanto mi riguarda vorrei mantenere ciò che ho e al nuovo anno non ho molto da chiedere, sì niente di più di quanto già non possieda.
Perché alla fine cosa chiediamo??? Salute, amore, un po’ di tempo, qualcuno desidera ancor più denaro, il sottoscritto viceversa ritiene di aver avuto finora una bella vita, sia passata che presente e sono certo che sarà così anche nel prossimo futuro, perché alla fine non ho mai chiesto nulla per me, anzi il più delle volte ho pregato che siano altri a beneficiare dei miei desideri… 
Difatti, spegnendo quelle candele ad ogni mio compleanno, il mio pensiero è stato sempre rivolto verso coloro che amo o che soffrono, un auspico che – come quel fumo che sale verso l’alto – porti alla fine a realizzare ciascun mio desiderio; già… chissà se forse qualcuno da lassù vedendo che mai nulla chiedo per me, non realizzi quelle mie richieste…
Con l’arrivo del nuovo anno quindi vorrei cominciare a vedere l’umanità trattarsi bene, iniziare finalmente ad amarsi e a vivere felici, senza odi, razzismi, violenze e guerre…
Desidero per ogni bimbo del mondo che questo giorno d’inizio anno sia qualcosa d’importante, un orizzonte di opportunità e principio di benessere e prosperità, possa quindi questo nuovo anno essere vissuto da loro senza rimpianti, perché come dico spesso: non si è mai troppo tardi per essere ciò che si sarebbe voluti essere!!!
Ed allora, siate tutti felici in questo anno 2024!!!

Il futuro è dei giovani!!! Sì… peccato che la maggior parte di loro vive in modo precario e non crede che vi sia alcun futuro…

Escludendo i soliti raccomandati di questa nazione, giovani che come i loro padri hanno beneficiato di un paese corrotto e clientelare, beh… per tutti gli altri, quelli meritevoli, quelli che hanno dimostrato con le proprie capacità e attraverso gli studi, di valere e di far a meno di quel posto “fisso”, sì… penso a loro, a quegli encomiabili giovani costretti a fare delle scelte drastiche, iniziando ad allontanarsi prima dalla propria terra e poi anche da questa nazione, sicuramente ingrata!!!
Sì… vediamo ogni giorno come da questo governo promettono, d’altronde va detto, lo stesso hanno fatto tutti prima di loro, ma cosa ci si vuole aspettare da soggetti che hanno da sempre goduto di privilegi e da un sistema di scambi (illeciti) di favori e protezioni familiari???
Ci hanno raccontato come gli investimenti del Pnrr avrebbero determinato un miglioramento della condizione dei nostri giovani, ma la verità è che quei soldi finiscono sempre nelle solite tasche e la condizione dei nostri giovani non solo non è migliorata, ma rischia di peggiorare ulteriormente!!!
Nessun lavoro, solo precarietà, un “Decreto Lavoro” che liberalizza il tempo determinato e sdogana l’utilizzo ancora di quegli odiosi voucher…
Ma come dovrebbero mai investire nel futuro i nostri ragazzi, con i voucher, perché non si fanno pagare loro con i voucher, sì… a presenza, così intanto iniziamo a risparmiare una barca di soldi, viste le loro assidue assenze da quel Parlamento!!!
Ho letto l’ultimo rapporto Istat che indica in 1,7 milioni i giovani entro i 30 anni che non studia, non lavora e non è inserito in alcun percorso di formazione; un ragazzo su due tra 18 e 34 anni ha almeno un segnale di deprivazione e si tratta di 4 milioni e 870 mila persone!!! 
Non parliamo poi della condizione giovanile femminile che raggiunge quasi il 21% e diventa il 28% per i residenti nelle regioni del Mezzogiorno!!!
I giovani abbandonato la scuola senza ottenere il diploma secondario, mentre i laureati che hanno deciso di  migrare dalle province del Sud verso quelle del Nord, sono all’incirca 200.000, senza considerare la crescente quota di pendolari a medio e lungo raggio e a cui si sommano coloro che hanno deciso di espatriare, pari al 9,5 per mille tra gli uomini e al 6,7 per mille tra le donne!!!
E’ evidente quindi di come nel nostro Paese manchi del tutto una concreta progettualità che permetta di raggiungere in tempi ragionevoli dei risultati apprezzabili, ma soprattutto sono i tagli all’istruzione e alla ricerca, cui si somma la scarsa attenzione all’occupazione, a far si che la precarietà e lo sfruttamento a nero determini questo attuale stato di fatto!!!
Un Paese come il nostro che non tutela i giovani è un Paese predestinato a morire, d’altronde la scarsa natalità evidenzia come i giovani si sentano ormai rassegnati, etichettati da un cliché che li definisce generazione “senza”, già… senza fretta di crescere, senza un lavoro stabile e alcuna prospettiva certa, senza un’intenzione ravvicinata di famiglia, senza quelle prerogative sociali possedute a suo tempo dai loro genitori, senza più spazi o ruoli di rilievo capaci di offrire sicurezza e fiducia. 
Una condizione grave che determina debolezza e difficoltà d’inserimento nel sociale, ma soprattutto provoca un rallentamento in quel cammino naturale che dovrebbe condurre a quel ruolo di adulti, ma che una serie provocata di eventi e condizioni, impedisce loro di poter coltivare quella desiderata speranza nel futuro!!!

Lettera al Procuratore Gratteri…

Ho letto stamani un post su  https://www.lacnews24.it/attualit/lettera-13enne-a-nicola-gratteri_167115/ che riporta la lettera commovente di un ragazzo di soli 13 anni consegnata al magistrato e procuratore Nicola Gratteri… 

Ritengo che nel corso della vita sono tante le espressioni di stima che si possono ricevere, alcune ufficiali come segno di gratitudine per il lavoro svolto, altre come semplici apprezzamenti di riconoscenza, come una stretta di mano…

Poi vi sono circostanze come quella di seguito riportata che fa comprendere come il proprio lavoro non sia solo il frutto di una espressione di contrasto alla criminalità organizzata, bensì rappresenti qualcosa di più, è sentimento puro di speranza per migliaia e migliaia di giovani, un’aspettazione fiduciosa della realizzazione, presente o futura, di quanto si desidera e difatti quel messaggio è accuratamente riportato in questa lettera di Davide, che ho il piacere di condividere, auspicando come in molti, tra i ragazzi, leggendo questa missiva possano ritrovarsi un giorno in quelle sue belle parole:   

«Caro procuratore spero non ti offenderai se ti darò del Tu, mia mamma mi ha intimato di darti del Lei, ma io vorrei parlarti come si parla ad un amico, ad un familiare, ad un parente». 

Inizia così la lettera che Davide, un ragazzo 13enne, ha voluto scrivere per poi consegnare consegnare direttamente al procuratore Nicola Gratteri, a margine della presentazione del libro “Fuori dai confini” avvenuta ieri sera a Girifalco.

«Il “Lei” aumenta le distanze, ma io non sono distante da te, sono un ragazzino di tredici anni, figlio della tua stessa terra, quella che tu, con tanta fatica, stai tentando di ripulire per consegnare a me e alle future generazioni un mondo migliore. So che da tanti anni non fai un bagno al mare – scrive Davide -, che anche per prendere un caffè devi fare mille giri, prendere tanti accorgimenti per proteggere i tuoi uomini e te stesso da chi del crimine ha fatto la sua scelta. Ho imparato che ad un posto di blocco devo essere cordiale con uomini e donne che stanno solo facendo il loro dovere e da grande vorrei fare il carabiniere oppure il poliziotto per poter fare anch’io la mia parte».

«La sera prima di dormire parlo con la mamma, penso al mio papà salito in cielo troppo presto, prego Dio per lui e gli chiedo di proteggere i tuoi passi. Di allontanare da te ogni pericolo e di consentirti ancora per lungo tempo di godere della nostra terra. Grazie per il futuro che stai disegnando per noi. Ti voglio bene, Davide».

Essere giovani vuol dire tenere aperto l’oblò della speranza, anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro!!!

LIVE SICILIA: "I siciliani e le loro confortevoli bugie".

Ho letto un post pubblicato su “LIVE SICILIA” – un quotidiano on line (diretto in maniera eccellente dal giornalista, Dott. Antonio Condorelli) che fa perfettamente riflettere sui modi, ma soprattutto sui comportamenti dei miei conterranei…   
Trovate il post al seguente link: https://livesicilia.it/i-siciliani-e-le-loro-confortevoli-bugie/?refresh_ce ed allora non posso che permettermi di augurare a tutti voi, una buona lettura: 
Diciamoci la verità, quella che non si può dire, la stessa che di primo acchito ci fa rispondere: “non è vero, non è così”. Noi siamo un popolo che ama le bugie. Ormai ci siamo affezionati alle bugie, esse stesse sono divenute verità. Viviamo in una terra che ha bisogno di sentirsi raccontare bugie e di vivere sulle bugie. Di sentire costruire programmi politici e sociali sulle bugie, un paese che da trent’anni se le sente raccontare e in qualche misura ha dimostrato che ama sentirsele propinare. Il nostro tessuto sociale non solo ama sentirsi dire bugie, ma di fatto, ama esso stesso raccontarsele. Certo, le bugie a pensarci bene sono come sogni artefatti, molto rassicuranti ma soprattutto hanno l’innato dono di demandare ad futuro il tempo della verità, che per natura è certamente più scomoda da affrontare.

I siciliani

Questo perché, la verità implica una reazione la bugia no! Questo è uno degli elementi fondanti che determina la nostra assoluta arretratezza. Come un cane che si morde la coda, l’arretratezza stessa diventa la ragione del bisogno della bugia. Noi siamo diventati dei veri e propri estimatori della nostra menzogna, ferma a una visione e ad una proiezione di se che si auto convince di essere migliore di quella che realmente è. Viviamo in una proiezione di noi stessi migliorativa, ma non nel senso di aspirazione a progredire, ma nel drammatico senso di crederci migliori di quello che realmente siamo, cosa che inevitabilmente ci rende ignoranti a fronte di ciò che il resto del mondo è riuscito a fare negli ultimi cinquanta anni.

La grande bugia

Il mondo è radicalmente cambiato, ne sono cambiate le dinamiche sociali, politiche e tecnologiche, ma noi ci ostiniamo a vivere in retaggi culturali obsoleti così da non essere costretti a renderci conto del cambiamento e pertanto con esso a doverne fare i conti. Continuiamo a raccontarci bugie e a credere a quelle che ci vengono continuamente profilate. Ad esse crediamo e continuiamo a vivere felici nella progressivo avvento della speranza, ma che misera è in quanto illusoria, continuando a rinunciare alla verità costruttiva.

Le confortevoli bugie

Illusoria perché la speranza costruttiva, quale legittima aspirazione, non può che avere un solo punto di partenza, la presa di coscienza di ciò che realmente si è, la coscienza del punto di partenza. Sant Agostino diceva: “ la speranza ha due figli, il primo si chiama indignazione, e il secondo si chiama coraggio. L’indignazione serve a farci capire ciò che non ci piace, ciò che non riusciamo e non possiamo tollerare e il coraggio serve a cambiare ciò che non ci piace”. Noi siciliani sembriamo orfani di entrambi, ma genitori esemplari della simulazione che è certamente più comoda.

Diciamoci la verità noi siciliani siamo un popolo comodo, sorseggiante, attendista e in tale, tanto amato status quo, di tanto di cui dovremmo indignarci, abbiamo perso di vista la reattività, la voglia di insorgere, rimasti ignavi e comodi in tutto quello che ci tiene più confortati. Ma la nostra amata comfort zone è semplicemente stolta pura, apparenza senza un briciolo di sostanza… è una bugia.”

2022: sono passati 12 anni dal mio primo post!!!

Qualcosa da quel lontano 2010 è cambiato, poco, già… troppo poco rispetto a ciò che si poteva fare, ma come ripeto spesso le colpe non vanno ricercate al di fuori di noi, perchè se le cosa non vanno bene o per come si vorrebbe, dipende principalmente dalle scelte che facciamo, dalle decisioni che prendiamo, nel voler imporre a noi stessi se essere persone leali e oneste oppure scorrette e disoneste, se lasciarci condizionare da tutte quelle modalità corruttive che ci vengono offerte oppure rifiutarle, sì…  alzando un muro di liceità tra voi e quanti a quei meccanismi illegali si sono già arresi…

Ecco quindi che dopo 12 anni desidero riprendere una frase di un mio primo post, già… da quel lontano 2010 che riportava così: “E’ quindi soltanto ed esclusivamente attraverso ” NOI ” che passa l’unica strada per dare una svolta a questa situazione a cui tutti ormai si sono adeguati…”. 

Credo quindi che sia venuto il momento di unirci, di farci sentire, di proporre nuove soluzioni, iniziando dal web per poi realizzare un movimento libero, senza nessuna ideologia partitica, ma con un unico obbiettivo, quello di risollevare un Paese… già un paese il nostro che ormai ha raggiunto una posizione da Terzo Mondo, dove un finto benessere fa credere a pochi di stare bene, mentre la maggioranza sopravvive indebitata!!! Non è tardi, almeno non per i nostri figli… se cominciamo a unirci, vedrete… tra qualche anno, qualcosa cambierà! Perché si sa, la libertà non sta nello scegliere tra il bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta!!! La libertà non è una cosa che si può dare… ma ognuno di noi se la deve guadagnare e prendendola si diventa liberi per quanto lo si voglia essere. Sì… è come in quel film “Bravehearth” (con l’attore Mel Gibson) che prima della battaglia e urlando ai propri uomini pronuncia le parole: ” Ricordatevi che potranno toglierci la vita, ma non ci toglieranno mai la libertà!”  Ah, libertà, libertà… persino un vago accenno, persino una debole speranza che essa sia possibile dà le ali alla nostra anima!!!

Vibo Valentia come Catania, già… legate da un tragico destino!!! Ma chissà, forse non tutto è così perduto…

Gentilissimo signor Costanzo, mi rivolgo a Lei con preghiera di poter segnalare sul suo giornale la penosa situazione delle strade del Vibonese.

In particolare, la strada provinciale che da Limbadi porta a Rombiolo è ridotta a un colabrodo, con grave rischio per gli automobilisti che si trovano a percorrerla. 

Ieri è successo anche a me, che pure la percorro tutti i giorni per recarmi a scuola. 

Era pieno giorno, un attimo di distrazione, la macchina è finita nella buca e la gomma si è danneggiata. 

Ad una mia conoscente che fa l’infermiera è successo alle 10 di sera, di rientro dal turno pomeridiano. 

Oltre al danno, anche il disagio di rimanere per strada di notte! 

Può, per cortesia, fare qualcosa per smuovere la situazione ? 

Grazie.

Ricevo abitualmente mail di denunce o segnalazioni come quella sopra riportata…

Posso assicurarvi che a differenza di quanto accade quotidianamente con talune testate web o pseudo associazioni a tutela dei diritti dei cittadini che quando chiamate in causa, quando si prova cioè a far emergere attraverso loro verità scomode o circostanze che pongono in cattiva luce personaggi pubblici ecco che in questo circostanza o in situazioni rovinose come quella di cui sopra presenti nel nostro territorio, queste (probabilmente) danno la notizia, ma poi nei fatti si eclissano subito dopo!!!

Viceversa il sottoscritto, posso assicurare si attiva immediatamente in tutte le sedi ufficiali, affinché situazioni incresciose come quelle per l’appunto sopra riportate, non abbiano più a ripetersi!!!

Altro che “Striscia la notizia”!!!

Già… perché vi sono news cui non basta il solo clamore mediatico, ma bisogna fare in modo di urlare a squarciagola, affinché tutti – in particolare quei collusi ed ignavi individui che partecipano con quelle loro azioni all’indifferenza di questo Paese – possano comprendere finalmente il disagio che con le loro indolenti azioni hanno provocato!!!    

Ma sono proprio le persone come “Pia”, che mi danno la forte convinzione che alla fine una speranza di migliorare questa terra, in fondo esiste!!

La speranza di trovare Denise…

Ho come la sensazione che da un momento all’altro avremo la conferma che Denise Pipitone è stata ritrovata… 

Il sottoscritto ad esempio, ha provato tramite il web a dare una mano a quella ricerca … 
Già, nel 2019 ho scritto un post a riguardo: diamo una mano a ritrovare Denise, http://nicola-costanzo.blogspot.com/2019/09/diamo-tutti-una-mano-ritrovare-denise.html e lo scorso anno ho realizzato delle ricostruzioni su come oggi lei possa essere http://nicola-costanzo.blogspot.com/2020/07/denise-pipitone-ecco-come-dovrebbe.html  auspicando che casualmente, nel leggere un mio post, potesse riconoscersi!!!
L’importante comunque è parlarne e soprattutto mantenere alta la speranza che prima o poi, si possa giungere ad una soluzione, quella di  ritrovare finalmente quella bimba, un tempo rapita dalla sua famiglia…  
Ecco perché quando una mia amica Alessandra R. mi ha girato il post su un probabile ritrovamento in Russia, ho sperato tanto che potesse essere lei…

La notizia riportata dal programma televisivo russo a modello “Chi l’ha visto?” (la trasmissione di Rai3 che è riuscita negli anni a risolvere tantissimi casi…) ha parlato di una giovane donna che dalle immagini trasmesse le somiglia molto e che ha dichiarato di essere rapita quando era ancora piccola.. ed è il motivo che la condotta a presentarsi in Tv… 

Cosa dire, speriamo che non sia la solita bufala o che qualcuno non stia provando a promuoversi utilizzando quella propria somiglianza con Denise, provando altresì a raccontando una storia fantasiosa, pur di raggiungere quel po’ di notorietà…
D’altronde non lo scopriamo ora, si sa come l’animo umano non sempre manifesti la sua vera anima, ma il più delle volte si fa condizionare da ciò che lo circonda…
Vedasi peraltro quanto accade in questi ultimi anni, dove l’apparire è diventato più importante dell’essere e dove la realtà e la finzione si modifica e si sostituisce in maniera talmente repentina, da apparire come un “battito“… non di ali, ma di “Tik Tok“!!!  

Il 2018 se ne andato per come abbiamo visto… cosa dire, speriamo che nel 2019 qualcosa possa cambiare in meglio!!!

Miei cari siciliani, nel giorno più importante dell’Anno (non per nulla è nato il sottoscritto… ogni tanto far risaltare un po’ di modestia ci vuole…), mi permetto di porgere a tutti i miei migliori auguri… 
Se dovessi fare un elenco delle persone a cui voglio bene, ma soprattutto a quanti in questi anni mi hanno dimostrato il loro affetto, penso che non basterebbe il mio blog…
Certo dovrei aggiungere tutti coloro che forse non nutrono per il sottoscritto quegli stessi sentimenti, ma sono per fortuna pochi e comunque, sono certo che stanno sbagliando quel loro “sbrigativo” giudizio… e difatti, io stesso non ho alcun risentimento nei loro confronti, perché sono certo che col tempo cambieranno quella considerazione…
Ed allora vorrei augurare a tutti buona fortuna, lasciando l’invidia agli altri, a coloro cioè che soffrono per la buona sorte del prossimo, tanto che non potendo godere, per insufficienza propria, dei propri successi, godono malignamente degli insuccessi altrui!!!
Ed allora, come ho scritto nel titolo il 2018 se ne andato, per come abbiamo visto… e cosa dire, speriamo che nel 2019 qualcosa possa cambiare in meglio!!!
Ed allora nell’augurare buon anno, mi permetto di dedicarvi un messaggio di Madre Teresa:
La vita è una gioia, gustala.
La vita è una croce, abbracciala.
La vita è un’avventura, rischiala.
La vita è pace, costruiscila.
La vita è felicità, meritala.
La vita è vita, difendila!!!