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Dal 2016 al 2026: una vittoria netta e un cerchio che si chiude. Quello che pensavo allora, oggi è realtà!


Ieri, con il Referendum Giustizia 2026, è accaduto qualcosa che mi ha riportato con la mente a un’altra data, a un’altra campagna referendaria. Il 19 luglio 2016, scrivevo un post dal titolo che non lasciava spazio a fraintendimenti: “NO… alla ‘manomissione’ della Costituzione!!!”. 

Ero convinto allora, come lo sono oggi, che ci fossero battaglie per cui vale la pena lottare fino in fondo, perché toccano il fondamento stesso di ciò che siamo come comunità. Per fortuna, quella convinzione ha trovato conferma nelle urne di queste giornate del 22 e 23.

I risultati dello spoglio sono chiari: il No ha vinto con il 53,2%, e c’è un dato che risalta in modo particolare, quasi a volerci restituire un po’ di fiducia. Sono stati i più giovani a fare la differenza. La generazione Z, quella tra i diciotto e i ventotto anni, ha raggiunto una partecipazione del 67%, e al suo interno il No ha toccato il 58,5%. Una generazione che spesso viene descritta come disincantata, ma che quando è stata chiamata a esprimersi su una questione cruciale ha scelto di esserci, e con una nettezza straordinaria.

Il quadro generale, però, è più complesso e non privo di ombre. L’affluenza è stata importante: il 58,9% indica un’attenzione elevata, anche se è difficile credere che questa attenzione fosse interamente focalizzata sui contenuti tecnici della riforma. Più probabilmente, a muovere gli elettori sono stati i risvolti politici, in una campagna referendaria che si è inevitabilmente politicizzata. Del resto, la complessità del tema era tale che molti, all’inizio, dichiaravano addirittura l’intenzione di astenersi, spaventati dalla difficoltà di comprendere fino in fondo le implicazioni. E allora la scelta di giocare la partita su un terreno più marcatamente politico è diventata quasi obbligata.

È stato uno scontro aspro, con dichiarazioni fuori misura, e alla fine ha prodotto una mobilitazione particolare. Da un lato, si è attivato in modo determinante l’elettorato di centrodestra, inizialmente meno ingaggiato. Dall’altro, si è ridotta in modo significativo la quota di quegli elettori dell’opposizione che sembravano orientati al Sì. Ma il fenomeno forse più interessante è un altro: una parte di chi si era astenuto alle Politiche del 2022 e alle Europee del 2024 ha scelto stavolta di andare a votare. E in larga misura, questa porzione di elettorato “recuperato” ha scelto il No. Più di un terzo di chi non votò due anni fa è tornato alle urne.

La partecipazione, però, non è mai uguale per tutti. È un comportamento che ancora una volta si rivela profondamente segmentato in base alla condizione socioeconomica. Hanno votato di più chi ha titoli di studio alti e chi gode di una condizione economica agiata. Al contrario, i livelli più bassi di partecipazione si registrano tra i ceti più disagiati, tra chi ha una bassa istruzione e vive in difficoltà economica. Imprenditori, professionisti, ceti medi si sono mobilitati di più; disoccupati, casalinghe e, in parte, operai, molto meno. Un dato, questo, che non possiamo permetterci di ignorare perché racconta di una partecipazione che ancora oggi rischia di essere strutturalmente diseguale.

E poi c’è l’altra faccia della generazione Z. Se i giovanissimi hanno risposto con entusiasmo, chi si trova nella fascia successiva, quella tra i 29 e i 44 anni – la cosiddetta generazione Y – ha invece fatto registrare il livello più alto di astensionismo: il 47,5%. Un fenomeno preoccupante, se ci pensiamo: sono proprio loro, quelli che entrano nel mondo del lavoro, che costruiscono famiglie e affrontano il peso della quotidianità, a mostrarsi più distanti e disinteressati alla partecipazione politica. È un vuoto che pesa. Più in alto, tra i boomers e la generazione silenziosa, dagli anni in su, la partecipazione è tornata a essere leggermente sopra la media.

Se guardiamo all’appartenenza politica, lo scenario conferma questa polarizzazione. La mobilitazione ha coinvolto soprattutto le aree di sinistra e di centrosinistra, da un lato, e la destra dall’altro. Gli elettori di centro e di centrodestra sono apparsi meno coinvolti. Per l’opposizione, è stata una vera e propria chiamata alle armi contro il governo. Nella maggioranza, invece, a rispondere con più forza è stata l’area più radicale, mentre quella più moderata è rimasta più indietro, e il massimo dell’astensionismo tra gli elettori politicamente collocati si è raggiunto proprio nell’area centrista. Un dato prevedibile, ma non per questo meno significativo.

E i “tradimenti” elettorali? Sono emersi, seppur in misure diverse. Il Partito Democratico è stato l’unico a mostrare una dialettica interna apprezzabile: una quota ultra-minoritaria, ma non trascurabile, poco meno del 9%, ha scelto il Sì. La sorpresa più grande, però, arriva dall’elettorato del Movimento 5 Stelle. Nonostante un leader fortemente impegnato per il No, circa il 17% di chi dichiara di votare M5S si è espresso per il Sì (e qualche mese fa questa percentuale era addirittura al 24%). Nel centrodestra, qualche slittamento si rileva tra gli elettori della Lega e di Forza Italia, rispettivamente con il 12% e il 10% che hanno votato No. Tra gli elettori di Italia viva, Azione e +Europa, invece, il Sì ha raggiunto il 31%.

Tornando al profilo sociodemografico, troviamo che il No prevale con più forza proprio tra i segmenti che abbiamo visto essere più partecipanti: i ceti istruiti, le condizioni economiche medio-alte, i giovanissimi. Tra i laureati, il No arriva a oltre i due terzi; tra le persone con una condizione economica agiata, sfiora il 60%. Accade il contrario in situazioni meno floride: tra chi ha solo la licenza elementare e tra le casalinghe prevale il Sì, mentre gli operai si dividono quasi equamente.

La sconfitta dell’esecutivo, e in primo luogo della presidente del Consiglio, appare netta. Eppure Giorgia Meloni si era tenuta defilata per gran parte della campagna, facendosi vedere solo nelle ultime settimane. Ma il suo posizionamento, al di là del merito della riforma, ha finito per risentire di un contesto che negli ultimi mesi si è fatto sempre più complesso. Il quadro internazionale ha perso quella solidità che sembrava avere negli anni precedenti; la condizione economica del paese si è rivelata più difficile del previsto, con il rischio di non riuscire a uscire dalla procedura di infrazione europea; e la crisi energetica ha assunto una virulenza preoccupante, incidendo pesantemente sui costi quotidiani delle famiglie. 

A tutto questo si sono aggiunti infortuni politici non secondari, l’ultimo dei quali legato alla vicenda del sottosegretario Delmastro e ai suoi rapporti con un esponente della malavita organizzata. È probabile che tutto questo avrà un effetto, almeno a breve, sugli orientamenti di voto. Lo vedremo nei prossimi giorni, nel consueto scenario politico mensile.

Ma torniamo al senso più profondo di questa vittoria. Per me, ieri si è chiuso un cerchio iniziato nel 2016. In quel post di luglio, raccontavo di una battaglia impari. Da un lato, c’era un governo con fondi illimitati, i migliori professionisti della persuasione, una larga parte della carta stampata e una pervasiva informazione sulle reti pubbliche. Dall’altro, un gruppo di volontari con grande forza ideale, ma con un impegno fisico quotidiano difficile da sostenere perché ognuno aveva comunque una vita, un lavoro, una famiglia. Eppure, quei volontari affluivano sempre più numerosi, ogni giorno nascevano due nuovi comitati locali. Era un fenomeno di partecipazione straordinario, che testimoniava quanto ci fosse ancora di sano nel paese.

La lotta era impari, lo scrivevo senza retorica. Non avevamo soldi per stampare materiali, per affittare spazi, per montare un palco. E dicevamo: se i nostri avversari suonano il loro piffero in Rai, noi dobbiamo almeno suonare le campane nelle piazze. Chiedevamo un sacrificio straordinario, idealmente 139 donatori, come gli articoli della Costituzione che volevamo salvare, che potessero sostenere quell’impegno. Perché in quelle ore decisive, sentivamo che le persone volevano fare cose straordinarie, per dimostrare, prima di tutto a se stesse, di non aver lasciato nulla di intentato. Si poteva vincere, si poteva perdere, ma quella generazione avrebbe comunque testimoniato la vitalità dei valori costituzionali.

E in quel post citavo Luigi Sturzo, che in un discorso del ’57 diceva: “La Costituzione è il fondamento della Repubblica. Se cade dal cuore del popolo, se non è rispettata dalle autorità politiche, se non è difesa dal governo e dal Parlamento, se è manomessa dai partiti verrà a mancare il terreno sodo sul quale sono fabbricate le nostre istituzioni e ancorate le nostre libertà”.

Oggi quel terreno sodo, per un attimo, ci è sembrato di averlo ritrovato. O almeno, abbiamo visto una parte del paese – e in particolare i più giovani – scegliere di difenderlo. È di questo che volevo parlare.

Certe cose, da noi, si sa… non possono esser affidate a mani nuove.


Non so voi… ma io sono stanco di leggere le cronache che puntualmente mostrano la parte negativa di questa mia terra.

Tuttavia, non so dirvi se, i problemi presenti in questo periodo nel mondo, certamente più gravi dei nostri, abbiano avuto il merito di spostare altrove la mia attenzione, sì… concedendomi una tregua. 

Ma come ben sapete, questo mio blog nasce principalmente per mettere in evidenza quanto ahimè accade qui, in questa terra, in questa meravigliosa isola, e quindi non posso che riprendere quel filo, una storia che giungendo da lontano, ritorna però puntuale, quasi fosse una costante o forse dovrei cercare altrove le causa di questa forma di resilienza tutta “siciliana“: quella del potere che si riproduce, si adatta, cambia pelle ma – disgraziatamente – non cambia sangue.

Leggo di sviluppi, perquisizioni, fascicoli aperti, contanti nascosti, e penso a quanto sia sempre la stessa sostanza delle cose. Certo… cambiano i nomi, e questo è quantomeno un fatto, non positivo, badate bene, perché l’infezione continua egualmente a diffondersi, ma quantomeno vi è la speranza che chi è stato in certe posizioni per anni a infettare il sistema, forse finalmente potrebbe non esserci più, limitando il male compiuto e quel diffuso marciume.

Certo, se ripenso a tutti i meccanismi adottati, a quel modo di tessere relazioni, mettere a frutto conoscenze accumulate in anni di scranni e poltrone, già… se rivedo quei ponti costruiti tra chi gestisce la cosa pubblica e chi quella cosa pubblica “l’ha piegata ai propri fini”, beh… non c’è proprio nulla per cui stare allegri.

Ricordo che parliamo di un sistema che incarna la perfetta soluzione di continuità, che passa da una legislatura all’altra, da un governo all’altro, da un incarico all’altro, come se la politica e quel ruolo istituzionale, non fosse altro che l’anticamera di affari ben più redditizi.

Prendiamo ad esempio quel dirigente. Una carriera costruita negli ingranaggi di quel sistema clientelare e massone, che ha evidenziato nel corso degli anni d’aver interpretato alla perfezione quella doppia faccia: una istituzionale, fatta di carte bollate e programmazione, e quell’altra, fatta di favori, di segnalazioni, di porte aperte per gli amici degli amici.

Il punto, comunque, non è solo la somma di denaro in contanti che si potrà trovare in casa o presso suoi familiari, che pure costituisce un indizio pesante, no… ciò che è peggio è la rete, quel modo di sentirsi protetti, di essere al sicuro, di pensare che certi favori fatti a certi personaggi, non solo restino nell’ombra, ma rappresentino il proprio personale salvacondotto.

E poi, consentitemi di aggiungere un altro tassello, quello che nonostante i guai giudiziari, continua imperterrito a stare in quella posizione, sì… quel sentirsi talmente indispensabile da rimanere in servizio, ben oltre i limiti consentiti di legge.

Una storia che conosciamo bene: quando un sistema considera un uomo insostituibile, forse andrebbe chiesto il perché. Perché è così importante tenere in sella un funzionario indagato, o addirittura sollecitarlo a non andare in pensione? Forse perché quest’ultimo garantisce fluidità a certi meccanismi, a certi passaggi, a certe ditte amiche che, a differenza di altre, dovevano vincere determinati appalti?

Ecco, è questo che mi fa venir il vomito, già, la naturalezza con cui tutto scorre, la continuità tra chi c’era prima e chi c’è adesso.

Ecco quindi che i vecchi legami con certi esponenti politici – finiti in passato al centro di inchieste giudiziarie – vengono misteriosamente accantonati, per dare il via a una nuova stagione, nuove nomine, nuova fiducia. Come se la memoria fosse una facoltà che si esercita solo quando conviene, e si perde quando potrebbe diventare ingombrante.

A cosa serve allora ascoltare quel mondo fatto di intercettazioni, di nomine pilotate, di aziende che ottengono accreditamenti mentre altre li perdono? Un sistema che racconta di una regia occulta, che non disdegna di intrecciarsi con certe logge, con ambienti dove si stringono patti tra persone che, formalmente, non avrebbero nulla a che spartire. E invece spartiscono eccome. Spartiscono il potere di decidere, il potere di indirizzare, il potere di escludere!

Come dicevo all’inizio, mi capita spesso, leggendo queste notizie di cronaca, di pensare a chi verrà dopo. Sperando che sia migliore di chi l’ha preceduto. Ma la mia, forse, è solo un’illusione. Perché se è vero che le inchieste vanno avanti perennemente nello stesso modo, se la magistratura e le forze dell’ordine compiono il proprio dovere con pazienza certosina, è anche vero però che quei sistemi illegali non muoiono con un’ordinanza di custodia cautelare: Si adattano, si riposizionano e continuano ad operare.

Difatti, quel che resta, dopo ogni tempesta giudiziaria, è la sensazione che il guscio più duro, quello fatto di complicità e omertà, sia ancora lì, intatto, in attesa di nuove stagioni.

Auspico, come credo ciascuno di voi, che l’attenzione non venga mai spenta. Io, nel mio piccolo, con questo blog – ma soprattutto con le denunce in Procura – ci provo, perché so che quest’ultimi, insieme ai militari, gli organi di controllo continueranno a seguire i fili di quegli intrecci, senza limitarsi ai primi livelli.

D’altronde sappiamo bene che – solitamente – quello che emerge, è sempre la punta di un iceberg. Ed è sotto, si sa, che c’è il resto. Il resto fatto di appalti pilotati, di carriere di dirigenti costruite sulle raccomandazioni dei boss, di assessorati che diventano sportelli per gli affari sporchi di pochi.

Ma poi, finita l’emergenza, come sempre accade, si torna a guardare altrove. E loro, quelli che tessono la tela, ricominciano. Sì, con pazienza certosina. Già, con la stessa pazienza con cui aspettano che un funzionario raggiunga l’età della pensione per poi convincerlo a restare. Perché certe cose non possono essere affidate a mani nuove.

Perché le mani nuove, si sa… il più delle volte, non sanno tenere certi fili.

Pelligra: L’avevo detto! – Pelligra: I told you so!


Presidente Pelligra, ricorda: L’avevo detto!

Glielo scrissi in una lettera aperta, in inglese, qui sul mio blog, l’11 novembre del 2024:  https://nicola-costanzo.blogspot.com/2024/11/open-letter-to-president-pelligra.htmla cui seguì il 18 agosto dello scorso anno un post intitolato: Presidente Pelligra, perdoni questa riflessione senza filtri – ma è l’amore per il Catania a parlare. Link: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/08/presidente-pelligra-perdoni-questa.html

In quei post trovai l’unica strada per raggiungerla direttamente (sì… escludendo – ma solo virtualmente – i miei lettori), per parlarle con Lei, da uomo a uomo, con il cuore in mano e senza filtri.

In quelle note, che stamani ho riletto con la malinconia di chi vede avverarsi i propri peggiori timori, provai a metterla in guardia su alcune decisioni che mi sembravano già allora discutibili.

Le parlai dei giovani promettenti che erano stati ceduti troppo frettolosamente, ragazzi che nei loro limitati minuti in campo avevano dimostrato qualità importanti: la capacità di saltare l’uomo, di spingere sulle fasce e di mettere cross in area. Tutte caratteristiche che, sottolineai, alla squadra già allora mancavano e che, in questi mesi – seppur in parte – si son fatte sentire.

Le dissi che immaginavo, e potevo sbagliarmi, che fosse stato l’allenatore ad influenzare certe scelte di mercato, preferendo giocatori a lui familiari, forse per evitare tensioni in spogliatoio, ma i risultati, già a novembre, confermavano che qualcosa non funzionava come avrebbe dovuto. Alcuni dei nuovi acquisti mostravano evidenti limiti per la categoria, mentre altre squadre investivano con intelligenza in giovani talenti, anche extracomunitari, atleti di alto valore e soprattutto convenienti.

E poi, scrissi che, da diverse partite, l’allenatore non sembrava impiegare la squadra nel modo più efficace. Un segnale preoccupante, che richiamava alla mente le difficoltà dell’anno precedente. Le chiesi quindi di prendere in mano la situazione prima che fosse troppo tardi, di pretendere un cambiamento netto che coinvolgesse dirigenza, staff e giocatori. 

Aggiunsi, altresì con fiducia, che fossi certo che il Catania avrebbe potuto raggiungere i playoff, ma che raggiungerli era solo una parte della sfida: vincerli e ottenere la promozione richiedeva qualcosa di più. Ed infine conclusi che era ora di abbandonare le chiacchiere e concentrarsi su ciò che poteva realmente aiutare Toscano a invertire la tendenza.

Ed eccoci qui. Oggi, 18 marzo 2026, a quasi un anno da quella lettera, leggo la notizia dell’esonero di Mimmo Toscano. Una decisione presa dopo una lunga notte di consultazioni, nell’aria da giorni, certamente, ma che arriva quando il Benevento è ormai irraggiungibile e l’unico obiettivo possibile sono i playoff. Quei playoff che, come le scrissi, richiedono qualcosa in più.

In questi mesi, infatti, sono rimasto in silenzio, ma non ho mai smesso di osservare la squadra. E mentre molti, per non dire tutti, esaltavano il primo posto, io continuavo a vedere le stesse lacune, la stessa fragilità, le stesse partite vinte per un soffio, grazie a un miracolo di Dini, a un palo, a un errore arbitrale a nostro favore. 

Ogni partita, ad esclusione di tre o quattro, è stata una sofferenza. Lo ripetevo al mio amico e barbiere Tony: il problema non è essere primi o secondi, il problema è che con questa rosa, sulla carta superiore a tutti, dovremmo avere venti punti in più e volare in serie B. Invece siamo qui a lottare, e la fortuna, si sa, prima o poi gira.

Vedere ieri sera il Vicenza salire in B e la festa che ne è seguita, mi ha fatto un po’ rattristare, seppur ammiro da sempre quella squadra, sì… da quando giocava lì, Paolo Rossi! Una piazza seria, organizzata, che pur non avendo sulla carta una rosa superiore alla nostra, ha trovato la quadra e la continuità per tagliare per prima il traguardo. 

Ecco, forse è anche questo che ci manca: quella solidità, quella capacità di trasformare i pronostici in realtà. Perché se è vero che il calcio non è una scienza esatta, è altrettanto vero che certe differenze, alla lunga, vengono sempre fuori. E noi, purtroppo, quelle differenze le abbiamo pagate tutte e non voglio gettare la croce sul solo tecnico! La responsabilità è sempre condivisa, parte dai dirigenti della società, passa per le scelte di mercato, arriva allo staff e scende in campo con i giocatori. Ma quando il malessere diventa così evidente, quando il gioco manca per intere stagioni, significa che qualcosa a monte non ha funzionato.

Ora arriva William Viali. Un nuovo corso, si dice. Un generatore di entusiasmo, un tecnico che predilige il gioco offensivo e il dialogo con i giocatori. Non so quanto questo cambio in corsa possa giovare, ma quantomeno si prova a salvare una stagione che rischiava di essere l’ennesimo capitolo di un fallimento annunciato.

Le scrissi, Presidente, che non intendevo sostituirmi ai suoi manager. Ma dopo trent’anni di leadership in altri campi, so riconoscere quando una struttura non funziona e quando è necessario un cambiamento. Lei oggi quel cambiamento l’ha fatto. E io, con l’affetto e la gratitudine di sempre per tutto ciò che sta facendo per la nostra città, non posso che prenderne atto e guardare avanti con la speranza che questa volta, finalmente, si sia presa la strada giusta.

Perché il Catania, i suoi tifosi, e lei stesso, Presidente, meritano di stare in piani più alti. E io, come dice il detto, continuerò a sperarlo… sempre!

Riflessioni sulla mafia catanese dopo la morte del boss.


Si è spento il boss, e con lui se ne va un’epoca…

La scomparsa del vecchio capo, di quello che è stato per decenni il punto di riferimento assoluto della criminalità catanese, chiude un capitolo di sangue che aveva legato la città ai destini tragici dei corleonesi.

È la fine di una stagione, quella della mafia sanguinaria, fatta di lupara e di stragi, che dagli anni Ottanta in poi aveva imposto un dominio ferreo e visibile. 

Ora il suo corpo tornerà a Catania per la sepoltura, ma le forze dell’ordine già presidiano il “silenzio“, per evitare che quel ritorno diventi un palcoscenico, un pellegrinaggio laico verso un potere che non c’è più.

Eppure, in questo silenzio vigile, dobbiamo chiederci: cosa si spegne davvero con lui? Il cuore dell’organizzazione, lo sappiamo bene, aveva già smesso di battere all’unisono con il suo… da tempo. Da anni, chiuso in carcere, il vecchio boss era più un simbolo, che un regista. La regia era già passata di mano, silenziosamente, a una struttura più giovane, a una leadership operativa che aveva imparato a fare a meno della sua voce. 

Una “giovane” mafia, se vogliamo usare le virgolette, ben consolidata e certamente più pragmatica, più ragionevole, se con ragionevolezza intendiamo la capacità di puntare esclusivamente al business, di insinuarsi dentro l’economia sana, di confondersi con essa fino a renderne impossibile la distinzione.

Ed è qui che il discorso si fa più complesso, perché la storia, e anche certe narrazioni televisive come ad esempio “Gomorra“, che abbiamo imparato a conoscere, ci insegnano che la morte di un capo carismatico non è mai un semplice passaggio di consegne. È una faglia che si apre. 

Genera un vuoto, e il vuoto richiama aria, richiama movimento. Dentro quel vuoto possono innescarsi riassetti imprevisti, frizioni, persino conflitti tra le diverse anime che compongono il clan: le famiglie storiche del centro, le radici più profonde dei quartieri, le fazioni più dinamiche e magari meno controllabili della provincia. 

Il “trono“, se di trono si può parlare in un’organizzazione che ormai predilige le stanze di rappresentanza alle piazze di spaccio, non è mai veramente stabile. Ci si siederanno i reggenti attuali, quelli che in questi anni hanno gestito gli affari con la calcolatrice in una mano e lo sguardo rivolto ai bilanci. Sono spesso legati al vecchio boss da vincoli di sangue o da una fedeltà lunga una vita, ma la loro autorità non è la stessa, non ha quel peso specifico che solo il carisma di un fondatore può garantire.

Quello che abbiamo di fronte, ormai da tempo, è una mafia che ha cambiato pelle, che ha messo da parte la divisa militare per indossare l’abito imprenditoriale. La tendenza di Cosa Nostra etnea è ormai questa: infiltrazione negli appalti, riciclaggio di capitali sporchi in economie che sembrano pulite, estorsioni che non gridano vendetta ma sussurrano il loro peso, cercando di non alzare mai troppo il volume per non attirare i riflettori. 

Le stragi dei primi anni Novanta hanno insegnato una lezione fondamentale: la visibilità è una nemica mortale. Meglio l’ombra, meglio il silenzio, meglio la capacità di diventare un ingranaggio invisibile della macchina economica. Eppure, e questo è il paradosso, il controllo del territorio non si è mai davvero attenuato, è semplicemente diventato più discreto. La presenza militare c’è, ma non si sbandiera più. E si sente, sì, come si sente una corrente d’aria in una stanza chiusa.

E in questo quadro, che è già di per sé una previsione, si inserisce una variabile impazzita, qualcosa che potrebbe davvero stravolgere ogni calcolo. Immaginiamo, per un momento, che il vuoto di potere non generi una lotta per la successione, ma una frammentazione inaspettata. Non più un’unica famiglia allargata con i suoi equilibri, ma la nascita di tanti piccoli, agguerritissimi nuclei indipendenti. 

Una balcanizzazione della malavita. Giovani leve cresciute all’ombra dei vecchi, ma senza averne la pazienza strategica, potrebbero decidere di fare da sé, di non riconoscere più alcuna reggenza, di allearsi con pezzi di altre organizzazioni, magari straniere, portando a Catania modelli operativi nuovi e più spregiudicati.

Ecco che allora, in questo scenario, la mafia imprenditoriale lascerebbe il passo a una criminalità liquida, fatta di rapporti variabili, di alleanze temporanee, di business che si fanno e si disfano con la velocità di una transazione finanziaria. Il controllo del territorio non sarebbe più un feudo da presidiare, ma una rete di connessioni da comprare e vendere al miglior offerente. Il pericolo, in questo caso, non sarebbe più la presenza di un nemico identificabile, ma la sua dissoluzione in mille rivoli difficilissimi da arginare.

Ma c’è anche un’altra possibilità, più sottile, e forse più inquietante. Che questo passaggio generazionale, invece di indebolire il sistema, lo perfezioni. Che la nuova leadership, senza il peso di un passato così ingombrante, riesca finalmente a completare quel processo di mimetizzazione nell’economia legale che il vecchio capo aveva solo iniziato. Immaginiamo che l’assenza di un padrino carismatico liberi i clan da ogni inutile orpello celebrativo, trasformandoli in pure holding criminali. Non più sangue, non più riti, non più pizzo gridato, ma soltanto capitale investito, società partecipate, professionisti compiacenti. 

Una mafia che non si vede, che non fa rumore, che non uccide quasi più perché non le serve. Una mafia che diventa un’entità finanziaria occulta. In questo scenario, la morte del padrino sarebbe stata l’ultimo atto necessario per far nascere il nuovo assetto definitivo: un’organizzazione invisibile, e per questo infinitamente più difficile da combattere.

La Procura di Catania, lo sappiamo, non abbassa la guardia. La pressione investigativa resta altissima, con il mirino puntato proprio su quelle nuove leve che cercheranno di muovere i primi passi in questo territorio minato. Certo, dovrei parlare anche di coscienza civile di questa città, che sicuramente non è più quella di un tempo, ma vi prego, non mi venite a parlare di vigilanza diffusa, di un’attenzione che nascerebbe dalla memoria e dalla stanchezza di un dolore troppo a lungo subito. 

Perché sono tutte cazz… e la sfida resta ahimè ancora maledettamente ostinata. D’altronde, basti osservare gli esigui articoli, cartacei e sul web, pubblicati in questi giorni sull’argomento, in cui la morte del boss è stata riportata da molti come un semplice episodio qualunque, più che come la fine di un simbolo o di quello che fu (e continua ad essere…) un potere criminale.

La verità infatti è che la struttura che lui stesso aveva progettato e costruito, in tre decenni di detenzione, ha ormai imparato a camminare da sola E quindi il vero interrogativo, quello che ci accompagnerà nei prossimi mesi, non è se la macchina continuerà a funzionare (perché di questo ne sono certo), ma in quale direzione la porteranno i suoi nuovi successori. 

Riusciranno a mantenere la compattezza della famiglia senza l’autorità indiscussa del vecchio patriarca, o assisteremo a una mutazione che potrebbe renderla ancora più forte e quindi inafferrabile?

Già. È in questo spazio stretto, tra il vuoto di potere e la forza dell’evoluzione, che si gioca il futuro. E consentitemi di aggiungere, sulla vicenda, una nota negativa: al sottoscritto non resterà che continuare a guardare. E guardando, constatare che il copione è sempre quello, e gli attori hanno solo cambiato nome.

Sì… senza che la tanto sbandierata coscienza civile dei miei conterranei – e ancor più dei miei concittadini – possa riscrivere una pagina diversa da quella che ormai il copione sembra aver già scritto!

SETAD: La lunga ombra del potere in Iran.


C’è una domanda che in questi giorni di fuoco torna con insistenza, sì… come un’ombra che non si lascia scacciare. Riguarda la natura del potere, la sua trasmissione e quel filo sottile ma resistente che tiene insieme sistemi apparentemente instabili.

E così… mentre i cieli del Medio Oriente si accendono e le cancellerie trattengono il respiro, a Teheran si consuma un passaggio silenzioso ma decisivo. 

Non è solo la successione alla Guida Suprema, non è soltanto il rombo dei bombardieri, no… è qualcosa di più profondo: chi comanda davvero, e su cosa poggia la forza di un regime che sembra sfidare ogni logica di crollo.

La risposta potrebbe nascondersi in un nome poco noto al grande pubblico: Setad. Sede Esecutiva dell’Ordine dell’Imam, nata nel 1989 per volontà di Khomeini per gestire beni confiscati. Un compito temporaneo, in teoria. Ma col tempo, quell’organismo si è trasformato in un impero economico valutato intorno ai duecento miliardi di dollari, paragonabile alle oligarchie russe. Il suo tratto distintivo? L’opacità assoluta. Il Setad non rende conto al Parlamento, né ai ministeri. Risponde soltanto alla Guida Suprema. È uno Stato dentro lo Stato, un sistema parallelo che investe in telecomunicazioni, energia, immobiliare, agricoltura, con entrate che superano persino quelle del petrolio iraniano.

Ma il Setad non è solo denaro. È controllo! Accanto a esso operano i bonyad, fondazioni caritatevoli che distribuiscono aiuti, costruiscono scuole, sostengono famiglie. Una rete di dipendenza, dove la carità diventa strumento politico. Il messaggio è chiaro: il regime è l’unico che ti protegge! Lo stesso meccanismo che alimenta Hezbollah in Libano. Ed è in questo contesto che emerge Mojtaba Khamenei, secondogenito dell’attuale Ayatollah, indicato come il successore designato.

La sua ascesa segnerebbe una rottura con un tabù fondamentale della Repubblica Islamica: la non ereditarietà del potere. Ma Mojtaba non è un semplice figlio al posto giusto. Per anni è stato l’ombra del padre, il custode delle informazioni, colui che decideva chi poteva avvicinarlo. Si dice sia stato il regista della repressione dell’Onda Verde nel 2009 e del movimento “Donna, Vita, Libertà” nel 2022. Il suo patto con i Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, è saldo. Per loro, è la garanzia che il sistema militare ed economico resterà intatto. Le leve del potere non cambieranno mano.

E poi c’è il piano più personale. Mojtaba, come il padre, possiede una fortuna stimata in centinaia di milioni, con proprietà a Londra e Dubai. Qui, il potere politico e quello economico si fondono senza soluzione di continuità. Come ha osservato un analista israeliano, in un sistema dove ricchezza e accesso dipendono dalla vicinanza al vertice, la sopravvivenza del regime coincide con la sopravvivenza personale dell’élite. Per farlo crollare, servirebbe che qualcuno tra coloro che ne traggono vantaggio decidesse di voltare pagina. La nomina di Mojtaba va nella direzione opposta: blindatura, continuità, rafforzamento.

In mezzo a tutto ciò, la voce di Donald Trump. In conferenza stampa, annuncia che la guerra contro l’Iran finirà presto, che gli obiettivi militari sono vicini. Parla di colpire la produzione elettrica, ma di aver lasciato alcuni bersagli in serbo. Minaccia ritorsioni se il petrolio venisse bloccato. E poi, con un colpo di realpolitik, dichiara che gli Usa sono pronti a ridurre sanzioni sul petrolio iraniano – e persino su quello russo – pur di calmierare i prezzi prima delle elezioni. Intanto, la NATO abbatte un missile sopra la Turchia, gli Emirati subiscono attacchi di droni, e un proiettile uccide un parroco in Libano, padre Pierre El Raii.

Trump, commentando la possibile ascesa di Mojtaba, dice: “Un grosso errore, non so se durerà”. Una frase pronunciata da chi sta bombardando, certo. Ma tocca un punto vero. La durata non dipende solo dai raid o dalle sanzioni. Dipende dal rapporto tra un regime che si chiude a cerchio attorno ai suoi interessi e una società che, più volte, ha mostrato di volere altro. Il cardinale Parolin parla di “immane tragedia” che rischia di allargarsi, e ammette che le parole della Santa Sede sembrano cadere nel vuoto. Eppure, dice, bisogna continuare a seminare.

Forse è proprio qui il nodo. Mentre le bombe cadono e i mercati oscillano, mentre un nuovo leader si prepara a governare all’ombra dei Pasdaran e di un impero finanziario smisurato, la domanda non è soltanto se durerà… ma a quale prezzo e cosa resterà dopo.

Perché anche nei sistemi più chiusi, la storia lascia sempre delle crepe. E a volte, chi semina nell’ombra non sa mai chi raccoglierà. Ma come ripeto spesso: anche il muro più spesso ha delle fessure, ed è da lì che, prima o poi, filtra la luce di ciò che si credeva sepolto!

Giornalismo: la verità? In Sicilia, a Catania, l’hanno messa a tacere. Insieme al coraggio…


Mi capita ormai la sera di sfogliare distrattamente le testate locali o di fermarmi un secondo in più davanti ai titoli dei tg regionali, ma ogni volta provo una sensazione amara, come se guardassi un film già visto, recitato da comparse che hanno dimenticato la sceneggiatura originale.

In Sicilia, e soprattutto a Catania, ho la netta impressione che sia sparita del tutto una certa informazione.

Non parlo della cronaca, quella c’è sempre: nera e, talvolta, sanguinaria.

Parlo di quell’altra informazione. Quella che un tempo aveva il coraggio di fare nomi e cognomi, di denunciare il radicamento profondo di “Cosa Nostra” in ogni ingranaggio vitale di questa terra.

Dov’è finita la voce che gridava contro le connivenze tra imprenditoria e politica? Quella che puntava il dito contro i “colletti bianchi“, signori dall’aspetto rispettabile che siedono nei consigli di amministrazione mentre decidono le sorti di interi settori economici?

Perché la vera mafia, quella più pericolosa, non è soltanto quella dei mafiosi affiliati. Quella è la manovalanza, il “braccio armato“.

La testa pensante, il vero potere, risiede altrove: sta nei saloni dei banchieri, negli uffici dei governanti, in quelle stanze dove si intrecciano affari e politica. Dove si decide che una terra può continuare a essere gestita come un feudo personale, purché tutto resti, in superficie, calmo e operoso.

Il giornalismo che vedo oggi mi trasmette una sensazione di profonda rassegnazione. È paura? O è convenienza?

Forse gli editori hanno capito che il silenzio garantisce benefici più concreti di una battaglia persa in partenza. Benefici economici, ma anche personali: un posto al sole e una quieta esistenza senza nemici.

Ma si dimentica una cosa fondamentale: senza un giornalismo serio e coraggioso, si toglie ossigeno al futuro e si lasciano i nostri giovani in un deserto di verità addomesticate.

Dov’è finito quel giornalismo? E i suoi coraggiosi giornalisti?

Io credo che a Catania non esistano più piattaforme veramente indipendenti. Esistono voci isolate, soffocate, che non hanno la forza di penetrare il muro di gomma di un sistema informativo ormai omologato. Un sistema in cui i grandi gruppi editoriali sono nelle mani di pochi potenti che decidono quali notizie debbano arrivare ai cittadini.

Perché è così che si uccide la verità oggi!

Non con un colpo di pistola, ma con il silenzio assordante di chi, potendo parlare, sceglie di tacere. Si uccide sommergendola sotto un mare di informazioni inutili.

E alla fine, il cittadino comune si ritrova solo. Con l’amara consapevolezza che chi dovrebbe fare luce preferisce restare al buio. E in questo buio, i veri padroni della terra continuano a danzare indisturbati.

E voi ditemi: cosa ne pensate?

Credete che vi sia ancora spazio per una voce libera? Oppure pensate che alla maggior parte dei miei conterranei non interessi più cosa accade attorno a loro, avendo ormai accettato questa condizione in maniera rassegnata?

Ponti tra culture, dighe di futuro: la geometria della cura secondo We Build.


Che meraviglia, già… c’è un termine che torna spesso quando si parla di grandi opere, ed è la parola: “lustro“. 

Si dice che un’infrastruttura doni lustro a un paese, e nel caso di “We Build” con le sue realizzazioni sparse per il globo, questa parola acquista un significato profondo, quasi letterale. 

Perché non si tratta solo di uno splendore estetico o di superficie, ma di una luce che rivela contorni e connessioni, che illumina il ruolo dell’Italia nel mondo non come semplice esecutrice di lavori, ma come architetta di relazioni. 

Dai ponti che valicano lo stretto del Bosforo alle dighe che domano il Nilo Azzurro, fino ai corridoi marittimi che come il Canale di Panama intrecciano gli oceani, ogni intervento sembra rispondere a una logica progettuale che va ben oltre la semplice ingegneria. È una logica che anticipa la vulnerabilità, che non aspetta per poi correre ai ripari, ma costruisce sistemi capaci di assorbire lo shock, di rimanere in piedi quando tutto intorno trema. Non si reagisce alla crisi, la si precede.

E su scala globale, questo legame profondo tra ciò che costruiamo e la sicurezza che ne deriva si è amplificato in modo esponenziale con l’avvento delle nuove tecnologie. Pensiamo alle grandi dighe: non sono più solo muraglie d’acqua, ma veri e propri pilastri del sistema energetico e industriale di nazioni intere. È il caso della Grand Ethiopian Renaissance Dam, il GERD, un complesso impianto in Etiopia che We Build ha contribuito a realizzare. Sfruttando la forza del Nilo Azzurro, raggiunge una potenza installata di 5.150 megawatt, una cifra che da sola equivale a tre centrali nucleari di media grandezza. È il più grande progetto idroelettrico africano mai realizzato, certo, ma definirlo solo così sarebbe riduttivo. È un’infrastruttura di scala globale che consolida l’autonomia energetica di un paese e, con essa, la sua capacità di proiettarsi come hub regionale, come centro di gravità permanente per l’intero Corno d’Africa. L’energia diventa così moneta di scambio, strumento di diplomazia, fondamento di una stabilità che non può essere imposta, ma solo coltivata.

Questa stessa idea di stabilità, poi, trova cardini altrettanto fondamentali nei ponti e nei corridoi marittimi. In Turchia, i tre ponti sul Bosforo, due dei quali portano la firma del Gruppo, non sono semplicemente vie di collegamento tra due sponde. Sono una vera e propria intelaiatura, una cerniera fisica e simbolica tra Europa e Asia. Sostengono ogni giorno flussi ininterrotti di trasporto e commercio, reggono il peso di merci e di storie che da un continente all’altro si scambiano il testimone. 

Ma è forse nei grandi canali di navigazione che questa funzione diventa ancora più lampante. Da Suez all’istmo di Panama, questi snodi sono elementi cruciali non solo per il trasporto marittimo, ma anche per il transito di navi militari, e la sicurezza di intere aree geografiche finisce per poggiare, letteralmente, sulla tenuta di queste infrastrutture. Il Canale di Panama, ampliato da Webuild nel giugno del 2016, ne è l’esempio forse più emblematico. Nel 2025, ha visto il passaggio di oltre tredicimila imbarcazioni, movimentando quasi 500 milioni di tonnellate di merci e generando ricavi per 5,7 miliardi di dollari. Cifre che raccontano di un flusso vitale inesauribile, di un respiro del mondo che si fa affanno se un’istituzione come questa dovesse incepparsi. I due grandi canali, quello egiziano e quello panamense, si confermano ogni giorno di più come veri e propri presidi, garanti della continuità delle catene commerciali e distributive su cui si regge la nostra quotidianità.

E allora, fermandosi un attimo a guardare questo caleidoscopio di esperienze, che spazia dalle autostrade del Novecento agli impianti di rifornimento idrico più avanzati, viene da chiedersi cosa le unisca davvero. La risposta, forse, risiede in una continuità culturale prima ancora che tecnica. Le infrastrutture, in fondo, non sono che strumenti con cui le società umane hanno sempre cercato di governare il rischio, lo spazio e il tempo. Servono a ridurre l’incertezza, a mantenere operativi dei sistemi sempre più complessi, a sostenere quella fiducia nel futuro che è il motore ultimo di ogni progresso. 

È come se ogni opera, ogni ponte o diga, fosse un argine non solo contro la furia delle acque, ma anche contro la paura dell’ignoto. E questa stessa visione, questa stessa profonda convinzione, emerge con chiarezza anche da “Evolutio”, l’iniziativa culturale lanciata da Webuild che fino al 7 aprile prossimo anima gli spazi del Museo Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano. 

Un’iniziativa che non celebra semplicemente delle opere, ma racconta la storia di un’idea: che costruire, in fondo, significa prendersi cura del domani, garantendo, attraverso il cemento e l’acciaio, quella stabilità e quella sicurezza che permettono alla società di continuare a crescere, a sognare, a evolversi, appunto.

FUTURO NAZIONALE. Generale Vannacci: Chi mi ama mi segua.


Il generale Roberto Vannacci getta la maschera e presenta il suo partito. “Futuro Nazionale” è il nome e l’intento della sua sfida: dare corpo a una destra che definisce “vera, orgogliosa, convinta, entusiasta, pura, contagiosa” e che affonda le radici in valori netti e senza compromessi. È un messaggio diretto a un’Italia che descrive come “una polveriera pronta a deflagrare”, piena di energia repressa e talento umiliato”.

Il senso del progetto Futuro Nazionale si legge già nel suo nome e nel suo simbolo, un’operazione di comunicazione studiata per parlare a un’area specifica dell’elettorato. Il nome evoca appartenenza e continuità nazionale, mentre il logo, con il suo font spigoloso che alcuni associano a un’estetica littoria e la prevalenza dei colori tricolore e blu, si rivolge chiaramente a un elettore di destra sociale. 

Dietro questa scelta grafica c’è un messaggio forte: il generale non si pone come un moderato, ma come il rappresentante di una destra che definisce “vera, orgogliosa, convinta, entusiasta, pura, contagiosa”. Una promessa di netta discontinuità da ciò che viene percepito come il “linguaggio misurato” e le “vie di mezzo” della politica attuale, di cui molti italiani sarebbero stufi.

Questo slancio si concretizza in un programma strutturato attorno alla parola “VITALE”, declinata in sei pilastri. Si parte dalle Virtù militari di coraggio e dovere, si passa per l’Identità nazionale posta al di sopra delle istituzioni, per arrivare alla difesa delle Tradizioni, viste come radici da proteggere da fenomeni come l’immigrazione di massa, definita un fattore di disgregazione sociale. 

L’Amore è quello per la famiglia “conforme alla natura”, fondata sull’unione di un uomo e una donna. La Libertà si traduce nel diritto all’autodifesa estrema e nella proprietà. Infine, l’Eccellenza è il rifiuto della mediocrazia a favore di un Paese che premi il merito. Un manifesto che, nella sua coerenza radicale, vuole essere una risposta a un Paese che Vannacci descrive come una “polveriera pronta a deflagrare”, piena di energia repressa e merito non riconosciuto.

Ed è proprio questa proposta a scuotere gli equilibri del centrodestra, come dimostra il primo sondaggio che misura il potenziale di Futuro Nazionale. La rilevazione di YouTrend lo colloca al 4.2%, superando quindi sia l’attuale soglia di sbarramento del 3% sia quella del 4% in discussione. Il dato più significativo, però, è l’origine di questi consensi. Il nuovo partito attinge principalmente dall’area della destra parlamentare, sottraendo più voti a Fratelli d’Italia (-1.1%) che alla Lega (-0.9%), con un impatto minore su Forza Italia. 

Questo conferma che Vannacci agisce più come un fattore di redistribuzione interna alla coalizione di governo che come un attrattore di nuovi elettori, dato che solo il 13.5% proverrebbe da indecisi o astenuti. È qui che si annida il vero incubo per il governo: la prospettiva di un’erosione costante che, in uno scenario elettorale, potrebbe compromettere la maggioranza e forse è proprio questa la forza di questo nuovo partito, raccogliere tutti quei cittadini delusi dalla politica, da questo governo, dai suoi interpreti, anche di quelli dell’opposizione, che si dimostrano essere – mi riferisco al Pd – solo a voce contrari, ma quando si tratta di votare contro un soggetto di quel sistema, in particolare quando si tratta di proteggere uno di loro, vedasi il far valere le immunità parlamentari, ecco che improvvisamente non esiste opposizione, ma unione (chissà forse dobbiamo pensare di quanto ciascuno di essi sia compromesso…d’intenti.

La reazione dei partiti di governo non si è fatta attendere e spiega la durezza degli attacchi personali. Da una parte c’è la delusione amara di Matteo Salvini, che ha accolto Vannacci quando “aveva tutti contro” e lo ha promosso a vicesegretario, sentendosi tradito nella lealtà. Dall’altra, c’è la preoccupazione di Fratelli d’Italia, che vede scalfita la sua egemonia sull’area sovranista. 

Gli attacchi alla persona, il dipingerlo come un corpo estraneo o un nostalgico, nascondono il timore concreto per quei punti percentuali che, secondo le proiezioni, potrebbero oscillare tra il 4.5 e il 7%, numeri sufficienti a destabilizzare una coalizione. Il vero terrore è che il generale riesca a catalizzare il malcontento di quella parte di Paese che aspetta qualcuno che stravolga un sistema percepito come casta, clientelare e avverso alla meritocrazia, promettendo invece “l’unica destra che io conosca”. 

“Per questo, oggi più che mai, il messaggio del generale – ‘Chi mi ama, mi segua‘ – risuona come una sfida diretta e un appello alla mobilitazione e chissà se, sulla spinta di questa rinnovata energia, non possa finalmente nascere insieme a “Futuro Nazionale” un’altra alternativa, sì… in grado di destabilizzare definitivamente questo sistema partitocratico, che negli anni si è dimostrato non solo fallimentare, ma soprattutto, profondamente e certamente colluso.”

IRAN: Un cerchio di sangue e sospetti che, alla fine, potrebbe chiudersi proprio su chi l’ha aperto.


Leggo sul web le notizie che emergono sulla repressione in Iran e per un attimo mi fermo a riflettere sulla parola – terrorista – usata ora da quel suo governo, sotto la guida suprema  dell’ayatollah Ali Khamenei e dei suoi Pasdaran e comandanti dei Basij.

Già… una parola che ormai viaggia tra i corridoi del potere come una palla avvelenata che nessuno vuole tenere in mano, ma tutti sono pronti a lanciarla contro l’avversario di turno e difatti, l’Iran dichiara terroristi gli eserciti europei, già… proprio l’Europa che aveva dichiarato in questi giorni “terroristi” le Guardie della rivoluzione, e così via, in un balletto di specchi, dove ogni gesto trova la sua perfetta controfigura nell’altro campo. 

E così mentre questo gioco delle parti prosegue, le autorità di Teheran usano quella stessa parola “terroristi” per etichettare ora i propri cittadini, quelli scesi in piazza per protestare, ma anche per confermare le parole che l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani che aveva in queste ore definito inaccettabile: l’uso della violenza letale contro manifestanti (in gran parte) pacifici.

Sembra di osservare una partita a scacchi giocata ahimè non con pedine di legno, ma con etichette che pesano vite umane, relazioni diplomatiche, possibilità di dialogo e in Iran, oggi, il peso di quelle etichette si misura (secondo le voci che giungono sui social come “X” o “TikTok”) in migliaia di esistenze spezzate.

Ed allora mi chiedo cosa rimanga del significato originario di quella parola, quando ormai è diventata merce di scambio nelle trattative internazionali, o peggio, l’incipit di una condanna a morte pronunciata da uno Stato contro la propria gente.

Perché è questo l’esito estremo di quel linguaggio avvelenato: dal 10 gennaio, il Procuratore generale e i giudici iraniani condannano pubblicamente i manifestanti come “mohareb”: coloro che muovono guerra a Dio, un reato punibile con l’esecuzione capitale! 

Ecco il terrorismo vero – quello che semina paura tra la gente comune, che colpisce chi non ha voce nelle cancellerie – quello si nutre proprio di questa spirale di ritorsioni verbali che sfociano in provvedimenti concreti e spietati. 

Ogni volta che uno Stato alza la posta con una dichiarazione simbolica, si allontana di un passo dalla possibilità di sedersi a un tavolo e parlare da esseri umani. E intanto i cittadini, da una parte e dall’altra del mondo, pagano il prezzo di un linguaggio che ha smarrito la sua capacità di costruire ponti, sostituita dalla volontà di erigere muri di paura e silenzio.

Non si tratta di giustificare o condannare una parte contro l’altra: sarebbe ingenuo e soprattutto fuorviante. Si tratta piuttosto di osservare con lucidità come certe decisioni, prese forse per rafforzare una posizione interna o per compiacere alleati lontani, finiscano per irrigidire ulteriormente un sistema già fragile. La Guida Suprema Ali Khamenei, il 3 gennaio, ha definito i manifestanti “rivoltosi e da rimettere al loro posto“, e da quel momento la repressione ha assunto caratteristiche militari senza precedenti. 

Comprendo i tempi della diplomazia – anche se non li approvo – tempi che solitamente richiedono pazienza, capacità di guardare oltre l’offesa immediata, un respiro lungo che troppo spesso manca quando prevale la logica dello scontro frontale, quando si invita pubblicamente la magistratura a non mostrare “alcuna clemenza“.

E così quel respiro si spegne nel piombo: forze di sicurezza posizionate sui tetti sparano con fucili e pallini di metallo, spesso mirando alla testa e al torace di persone inermi, mentre gli ospedali vengono presi d’assalto e i feriti strappati dalle corsie per paura di essere arrestati.

E mentre i nostri parlamenti si scambiano accuse come fossero biglietti da visita, mi torna in mente una semplice verità da cantiere: quando due muratori litigano sulle fondamenta, è l’intero edificio a rischiare di crollare. 

Oggi, le fondamenta della società iraniana sono scosse da una crisi economica profondissima, dal crollo della valuta nazionale e dalla disperazione per servizi essenziali negati, mentre la risposta dello Stato è un blackout informativo totale che isola oltre novanta milioni di persone dal mondo, e pattuglie pesanti che impongono coprifuoco in una situazione di controllo militarizzato. 

Non servono quindi gesti plateali per dimostrare forza, servono mani capaci di impastare il cemento del dialogo anche quando l’aria è piena di polvere e rancore, perché alla fine, a pagare lo scotto di queste dichiarazioni incrociate non saranno i politici nei loro uffici, ma chi ogni giorno spera di attraversare una strada, commerciare un bene, sciogliersi i capelli, studiare ed esporre le proprie idee, vivere semplicemente liberi, senza il peso costante della paura. 

Basta quindi a famiglie a cui viene imposto di seppellire i propri cari nella notte, sotto stretta sorveglianza, parenti costretti a dichiarare falsamente che i figli uccisi erano membri dei Basij, solo per riaverne il corpo; già… come quel padre, ripreso in una video-propaganda di regime, che ripete a comando la versione dello Stato sulla morte della propria bambina di due anni.

Forse il vero atto rivoluzionario oggi non è dichiarare qualcuno terrorista, ma rifiutarsi di entrare nel gioco delle etichette e ricordare a tutti che dietro ogni bandiera ci sono volti, storie, desideri di pace che nessuna risoluzione parlamentare potrà mai cancellare. 

È ascoltare il grido che viene da Kahrizak, dove i video mostrano oltre duecento sacchi per cadaveri ammassati in un obitorio improvvisato, o la disperazione di chi cerca un figlio scomparso dopo un raid notturno in casa. È riconoscere che l’impunità sistematica per i crimini del passato ha alimentato questa nuova ondata di violenza, e che senza una svolta reale, le minacce lanciate oggi dai palazzi del potere verso il mondo esterno saranno nulla rispetto al crollo che si prepara dentro. 

Perché quando un regime, per sostenersi, deve sparare sulla propria gioventù, oscurare internet e minacciare le madri in lutto, ha già perso ogni legittimità agli occhi della storia e, soprattutto, del suo stesso popolo.

E a quel punto, ai suoi vertici e alle loro famiglie, non resta che una strada: accettare l’offerta di un esilio dorato verso una terra ancora amica, con i lingotti d’oro frutto di decenni di saccheggio stretti al petto, e partire immediatamente

Perché l’alternativa potrebbe essere che dall’Iran non esca più nessuno, e che qualsivoglia aereo in partenza venga fatto precipitare – già, lo stesso metodo cinicamente sperimentato e poi fatto passare per un disastro aereo, utile a epurare in un colpo solo l’allora presidente Ebrahim Raisi e i suoi alti esponenti

Un cerchio di sangue e sospetti che, alla fine, potrebbe chiudersi proprio su chi l’ha aperto.

Ross Pelligra: il gesto che va oltre il campo…


Il Catania ha appena battuto 2-0 il Cosenza e non posso che essere felice per la squadra, per i tifosi, ma soprattutto per il presidente Pelligra, non tanto nella sua veste di dirigente sportivo, quanto in quella di uomo, imprenditore e, soprattutto, “catanese”, anche se a tutt’oggi non è stato ufficialmente insignito del titolo di cittadino onorario.

Sì… credo che lo meriti, soprattutto ora che ha scelto di devolvere l’intero incasso della partita alla città, colpita come sappiamo, dal ciclone Harry.

Perché non importa, in fondo, la cifra esatta – si parla di circa centomila euro, tra abbonati e biglietti staccati – quanto il gesto in sé. È questo il punto!

È questa la lezione morale che meriterebbe di essere presa a esempio da tanti altri imprenditori di questa terra, troppo spesso più inclini a prendere che a dare – non tutti, per fortuna. Mi riferisco a quelli che, senza alcun merito, anzi spesso grazie a infiltrazioni esterne o a raggiri finanziari ben noti, continuano ad occupare spazi che non gli competono, incrinando il mercato e compromettendo la libera concorrenza.

Pelligra ha detto: «Ho visto immagini terribili, devo fare qualcosa, bisogna agire subito». E lo ha fatto da lontano, dall’Australia, dove si trova in questi giorni, ma con una vicinanza che supera ogni distanza geografica.

E comunque, la sua decisione non è arrivata dopo lunghe riunioni, né dopo attese burocratiche o come farebbero in molti, dopo aver compiuto calcoli opportunistici. È stata fulminea, spontanea e soprattutto “umana”. 

I suoi collaboratori l’hanno condivisa all’unisono, e il club intero ha trasformato un semplice incontro di campionato in un atto di solidarietà concreta. Tanti tifosi, del resto, hanno scelto di andare allo stadio non solo per tifare, ma per partecipare a quel gesto, perché anche comprare un biglietto, in questo caso, è diventato un modo per stare accanto alla propria comunità.

L’incasso, al netto delle tasse obbligatorie da versare alla Lega, sarà consegnato alle istituzioni affinché possa raggiungere chi ha perso tutto: attività commerciali, abitazioni, imprese, vite stravolte in poche ore.

E così, mentre Pelligra non potrà essere fisicamente presente alla partita – seguirà comunque l’evento da lontano – sono certo che verrà sommerso da messaggi di stima e gratitudine come questo mio, non solo dagli ambienti sportivi, ma, soprattutto, spero, da quegli imprenditori siciliani che ancora credono in un’idea di impresa fondata sulla responsabilità e sulla crescita della propria terra, non soltanto sul profitto.

Intanto, come abbiamo visto in questi giorni, prosegue il suo impegno per il futuro del calcio catanese; dopo aver perfezionato l’acquisto del centro sportivo di Torre del Grifo, ha deciso che aprirà la struttura non solo alla prima squadra, ma anche ai tanti giovani che giocano a calcio, destinando così alcuni campi alla formazione.

Si capisce da quanto sopra come vi sia una visione ad ampio spettro, che va oltre il risultato sportivo, che guarda alla città, alla sua crescita, al suo tessuto sociale. E non è un caso se, sui social, persino le rivalità storiche si sono dissolte di fronte a un gesto così limpido. Gli stessi tifosi del Palermo hanno rilanciato la notizia con parole di apprezzamento unanime: perché certe azioni ricordano a tutti che lo sport, quando è autentico, sa unire più di quanto divida.

Ma permettetemi di aggiungere che non è solo il Catania a muoversi in questa direzione, sì… anche il Messina, guidato da Justin Davis – un altro imprenditore australiano legato a Pelligra – ha deciso di devolvere due euro per ogni biglietto venduto alla partita contro l’Acireale, a favore delle popolazioni colpite nel litorale jonico.

Segnali chiari, concreti, urgenti. Azioni che non aspettano tempi morti, che non si nascondono dietro promesse vaghe o annunci destinati a evaporare. In un momento in cui troppe cose sembrano bloccate – immobilizzate dalla politica, dalle procedure burocratiche, dai silenzi e dall’indifferenza – ecco che questi gesti aprono un varco. E ci ricordano che, talvolta, basta un atto semplice, ma vero, per ridare fiducia.

Grazie, presidente Pelligra. E un sincero riconoscimento va anche al collega del Messina, che ha saputo guardare oltre la linea del campo…

3I/ATLAS: e se fossero venuti a prendersi i nostri politici, ma dopo averli osservati avessero detto: “No, meglio lasciarli qui”.


Ho appena finito di vedere in TV il nostro telegiornale e così… dopo aver visto alcune di quelle facce, mi sono trovato a ripensare a cosa avevo scritto alcuni giorni fa e a quanto sarebbe – a ben vedere – commovente, se un giorno di questi arrivassero gli alieni…

Già… non con navi da guerra “pronte al fuoco” e raggi distruttori, no… in modo sereno, con calma, come dei tecnici inviati in sopralluogo per valutare uno stato di avanzato degrado…

Li immagino… sbarcano, ispezionano, raccolgono dati: emissioni di CO₂; alterazione dell’aria da parte di agenti chimici, fisici e biologici, come smog, particolato e gas nocivi; degradazione del terreno causata da rifiuti tossici, pesticidi e sostanze radioattive; contaminazione di fiumi, laghi e mari con sostanze chimiche, metalli pesanti, batteri e microplastiche; per passare infine agli inquinamenti luminosi, termici, elettromagnetici…

Ed infine li ho immaginati mentre controllano gli uomini, i livelli di corruzione raggiunti, il tasso di illegalità diffusa, quel loro condizionamento sottoposto da troppo tempo al clientelismo, sia politico che criminale. Sono lì a scambiarsi uno sguardo – silenzioso, denso, cupo – già… come quello che certi professionisti si lanciano quando riconoscono un meccanismo perverso, visto troppe volte sul campo.

E chissà, magari alla fine non distruggono nulla. Anzi, propongono una semplice bonifica. Niente di drammatico: individuano la classe politica italiana degli ultimi trent’anni, insieme a parte di quella internazionale, la caricano su un modulo di trasporto interstellare e se la portano via, delicatamente, come si fa con l’amianto o con i fluidi tossici di un impianto fognario obsoleto. Nessuna colpa personale, solo la necessità igienica di un intervento di “manutenzione” cosmica.

Immagino già il comunicato stampa del nuovo governo terrestre riunitosi per l’occasione: “Le riforme istituzionali sono momentaneamente indisponibili. Fonti attendibili parlano di un allontanamento volontario verso un sistema stellare lontano 43 anni luce. Si assicura comunque che tutte le attività parlamentari proseguiranno, tra qualche giorno, normalmente”.

Sì… forse solo allora ci accorgeremmo che funziona tutto meglio. Leggi approvate in tempi ragionevoli, cantieri che partono senza decenni di attesa, ponti che non crollano più sotto il peso dell’incuria e/o illegalità. E noi, tutti stupiti, ci guarderemmo intorno chiedendoci: era solo questo il problema? Bastava semplicemente rimuovere quegli oggetti inquinanti per far ripartire il sistema?

Certo, lo so bene: è solo uno scherzo. Ma come tutti gli scherzi che tengono il filo della verità, ha un suo fondo di costruzione logica. Perché se anche 3I/ATLAS non fosse un messaggero tecnologico, ma solo un pezzo di ghiaccio solitario, almeno ci ha ricordato una cosa: possiamo ancora immaginare un mondo dove chi sbaglia, chi ruba, chi tradisce la sua funzione, viene semplicemente sostituito, e dove il buonsenso non è un’utopia, ma una norma di sicurezza.

E quindi, se proprio devono arrivare, gli alieni, spero proprio che abbiano con sé un “modulo di smaltimento” selettivo. Sono certo che il nostro pianeta li ringrazierebbe, io di sicuro! D’altronde ditemi: cosa potrei dire dopo un sospiro di sollievo lungo trent’anni?

3I/ATLAS: quale verità si nasconde dietro la sua luce?


Vista la notizia riportata sul web in questi mesi, sono costretto a riprendere alcuni miei vecchi post, già… quando ho toccato argomenti che poco centravano con l’indirizzo dato sin dall’inizio al mio blog…

Ma cosa dire, vista la grande riproposizione che allora certe notizie avevano, anch’io avevo cercato di affrontarne il tema sotto una veste distaccata, certamente riflessiva, ma soprattutto critica: c’era il batterio che costruiva la vita dall’arsenico, c’erano segnali radio sospetti dallo spazio profondo, e persino un fantomatico varco spazio-temporale in Antartide.

È una considerazione, credo, non troppo diversa da quello che oggi anima il dibattito attorno allo strano caso di 3I/ATLAS. Perché, al di là della cronaca astronomica, l’oggetto interstellare ha fatto riemergere la domanda che mi aveva spinto a scrivere quei post: e se, questa volta, fosse davvero qualcosa di diverso?

Da quando è stato avvistato la scorsa estate, quest’ospite interstellare ha scatenato un dibattito molto più intenso di quanto non avessero fatto i suoi predecessori, ‘Oumuamua e Borisov. Il nucleo del discorso, attorno a cui tutto ruota, non è tanto la natura cometaria dell’oggetto – su questo la maggior parte degli scienziati, NASA in testa, sembra abbastanza concorde – quanto piuttosto una serie di anomalie che proprio non vogliono adattarsi a uno schema ordinario. Anomalie che un uomo in particolare, il professor Avi Loeb di Harvard, non ha esitato a sollevare, sfidando la comoda rassegnazione del “è solo una cometa“.

E le anomalie, a sentire Loeb, si sono moltiplicate. Ma quelle che più di tutte hanno catturato l’immaginazione, e che ritornano nelle immagini elaborate con pazienza da astrofili come Toni Scarmato, riguardano le sue code. La prima, la più vistosa, è quella che chiamano anti-coda: un getto imponente, che stranamente punta dritto verso il Sole invece che allontanarsene. Un faro che brilla in direzione opposta a ogni logica cometaria conosciuta. E poi ci sono loro: tre getti più piccoli, che appaiono in alcune immagini del telescopio Hubble, disposti con una simmetria quasi troppo perfetta, a centoventi gradi l’uno dall’altro, come i bracci di un simbolo tecnologicamente avanzato. Una configurazione che Loeb stesso ha definito “sconcertante“.

Per avere un’anti-coda così stabile e coerente, l’asse di rotazione del nucleo dovrebbe essere allineato con il Sole con una precisione incredibile, una condizione estremamente rara e improbabile. È questo allineamento geometrico quasi impossibile, insieme alla simmetria innaturale dei getti minori, a far scattare il campanello d’allarme. Potrebbero essere la firma di una tecnologia? La disposizione simmetrica ricorda quella degli ugelli di un razzo, pensati per un controllo fine della navigazione. E quell’anti-coda che sembra un faro, potrebbe essere proprio quello, un segnale o un sistema per liberare la rotta? Sono speculazioni, certo. Loeb stesso è il primo a dirlo, ammettendo che l’ipotesi più semplice resta quella della cometa naturale. Ma la domanda, ostinata, rimane: perché un oggetto naturale dovrebbe assumere una forma così “artificiale”?

La risposta ufficiale della comunità scientifica, per ora, è piuttosto netta. Osservazioni recenti di potenti radiotelescopi, che hanno scandagliato 3I/ATLAS alla ricerca di segnali radio artificiali, non hanno trovato nulla. Il progetto Breakthrough Listen ha concluso che l’oggetto “mostra caratteristiche per lo più tipiche di una cometa” e che “non ci sono prove” che suggeriscano qualcosa di diverso da un oggetto astrofisico naturale. Anche la NASA si è espressa chiaramente: si comporta come una cometa, quindi molto probabilmente è una cometa.

Ma il dibattito non si placa, e forse è proprio questo il punto più interessante. Loeb ha criticato quelle osservazioni, definendole quasi superficiali: ascoltare per poche ore in un solo giorno, ha detto, è come non ricevere una telefonata un martedì e concludere che non avrai mai più chiamate in vita tua. Per lui, la ricerca avrebbe dovuto essere più tenace, più lunga. La sua posizione, che ha formalizzato in una sorta di scala di classificazione – la “Loeb Scale” – è chiara: inizialmente ha dato a 3I/ATLAS un punteggio che indicava un sospetto moderato, ma significativo. Non l’ha ancora aggiornato, in attesa di nuovi dati, ma sottolinea che il principio di fondo è scientifico e prudenziale: ignorare eventi a bassa probabilità ma ad altissimo impatto, come l’attentato dell’undici settembre, è stato un errore che le agenzie di intelligence non ripetono. Perché la scienza dovrebbe farlo?

Allora, dove ci porta tutto questo? Torniamo alla domanda di partenza, quella che aleggiava nei miei vecchi post: e se fosse davvero così? Con 3I/ATLAS, la risposta forse non arriverà presto. L’oggetto sta già allontanandosi, e il prossimo appuntamento importante sarà a metà marzo dell’anno prossimo, quando passerà vicino a Giove. Sarà un’occasione per osservare eventuali “manovre” anomale o il rilascio di oggetti più piccoli. E poi, i dati più rivelatori potrebbero venire dallo studio dello spettro dell’anti-coda. Se la composizione del gas e la sua velocità saranno quelle tipiche della sublimazione del ghiaccio, l’ipotesi naturale prevarrà. Se invece si troveranno elementi anomali e velocità di scarico di ordini di grandezza superiori, il dibattito si riaprirebbe di colpo.

Forse, alla fine, 3I/ATLAS rimarrà nella storia come la più antica e affascinante cometa interstellare mai vista, un messaggero di un altro sistema stellare che ci ha regalato uno spettacolo di luci e misteri. Ma il vero valore di questa storia, credo, non sta nella risposta definitiva. Sta nella domanda che ha costretto a porsi. Sta nel vedere come, di fronte a un fenomeno strano, la reazione non sia stata un coro unanime di spiegazioni confortanti, ma un acceso, a volte aspro, confronto tra chi difende il paradigma conosciuto e chi, come Loeb, invoca il diritto scientifico di esplorare ogni possibilità, per quanto remota.

È lo stesso spirito che muoveva chi cercava batteri nell’arsenico o segnali nello spazio profondo. La scienza, quando è viva, non è un museo di certezze, ma un cantiere sempre aperto ai “cosa se“.

Già… 3I/ATLAS, che sia un’antica palla di ghiaccio o qualcosa di molto più strano, ci ha ricordato che l’universo è un posto pieno di sorprese e che forse, la cosa più pericolosa che possiamo fare, è smettere di chiedercelo!

Il “messaggio di fine anno” di Grillo: In politica sempre gli stessi zombie e la giustizia agitata come una clava!


Resta qui Beppe, sì… con me, per un momento.

Ho lasciato che le tue parole – le stesse riportate ora dal “Fatto Quotidiano” in quel tuo messaggio di fine anno al link: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/31/grillo-messaggio-fine-anno-politica-zombie-notizie/8242471/ – risuonassero ancora e descrivessero questa politica di zombie e una giustizia brandita come clava, in quell’eco di silenzio che tu stesso definisci, la forma più elevata di presenza.

Leggo quel post e sento un nodo, una profonda consonanza amara, perché in quel dire “il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo”, c’è tutto il peso di un’occasione mancata, di un futuro che avrebbe potuto essere e non è stato.

Sì, sono d’accordo con te, ma solo in parte…

Oggi, in questo paese che si è abituato a tutto, dove l’ingiustizia è procedura e il silenzio viene scambiato per equilibrio, è dolorosamente chiaro ciò che sarebbe potuto accadere. Se quel movimento, nato da un’urgenza di pulizia, avesse davvero scardinato il sistema con riforme concrete, oggi non vivremmo in questa suddivisione tra caste, con quel cancro che si trasmette per discendenza parlamentare e neppure saremmo ancora qui – ahimè – a constatarlo.

Ma il tempo del fare, per quel movimento, è passato. E se è passato, è per gli errori commessi dai suoi stessi leader, Beppe te…compreso. Consentimi di ricordare che l’idea germinale, quel “uno vale uno” che avrebbe dovuto essere il cuore pulsante di tutto, te la portai io, in quel pomeriggio di settembre a Genova, nel 2005 (vedasi: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2022/07/beppe-m5stelle-basta-cazzate-ma.html).

Ne ridemmo, allora e tu scherzasti sul “farti odiare da tutti“. Di lì a pochi anni, ho potuto costatare come quell’idea avesse preso forma, sì… in quel Movimento 5 Stelle, al quale mi iscrissi subito, libero di criticare, di approvare e di mandare PEC piene di perplessità.

Critiche che si sono rivelate necessarie, vedendo come molte scelte siano state scellerate, come molti si siano attaccati alla poltrone più di chi li aveva preceduti, come abbiano oltraggiato il voto tradendo la fiducia. Ho visto passare gente dall’altra parte della barricata, ed ho visto i meschini tentativi di aggirare il vincolo dei due mandati. Comportamenti indegni, che hanno trasformato il sogno di un movimento limpido nell’ennesimo partito infangato.

Per questo, caro Beppe, mentre parli di un bozzolo dalle dimensioni infinite e di un anno che ha solo sottratto senso, io ripenso all’onestà di Roberto Casaleggio e ti chiedevo, già nel 2022, di non infangarne la memoria. La scelta non era più “uno vale uno”, già… diventava, amaramente, “o loro o noi”!

Oggi le tue parole sono un lamento postumo, un riconoscimento che la politica continua a recitare, con le stesse facce da zombie che si trascinano con la scorta tra i palazzi. Hai ragione, dimenticare è il modo più semplice per ripetere sempre gli stessi errori. Ma la memoria, quella che invochi, è doppia. Ricorda anche le promesse non mantenute, le svolte mancate, la fiducia tradita dall’interno.

Resti lì, a guardare e pensare in silenzio. Ed è un silenzio che comprendo, a volte è l’unica risposta possibile al rumore assordante del nulla. Ma quel silenzio, ora, è anche la tomba di ciò che potevamo essere, la prova vivente che il tempo di quel fare è scaduto, lasciandoci in eredità lo stesso paese ingiusto che dovevamo curare.

Già… con la consapevolezza che il cancro, purtroppo, non è stato estirpato, è solo mutato, trovando nuovi ospiti in cui annidarsi.

Accumulazione e povertà: lo specchio di un’Italia in declino.


Già… la mia ultima riflessione su un’ingiustizia che non vedrò finire.

Miei cari lettori e lettrici, oggi voglio riflettere con voi su un meccanismo potente e silenzioso che plasma le nostre vite, spesso senza che nemmeno ce ne accorgiamo. 

Parlerò di un principio antico, ma più attuale che mai, che riguarda il modo in cui la ricchezza si muove e si concentra. 

Farò in modo di trattare l’argomento non attraverso teorie astratte, ma con ragionamenti concreti che toccano quotidianamente la nostra società, la stessa che vediamo scorrere proprio sotto i nostri occhi.

Pensate a come funziona il mondo quando si lascia guidare soltanto dalla logica del profitto. Chi possiede già capitale, ha la possibilità di farlo crescere, di accumularne ancora. È un circolo che si autoalimenta: più hai, più puoi ottenere. E così, a un polo della società, la ricchezza si ammassa, diventa torre d’avorio, diventa privilegio che genera altro privilegio, in un’esistenza fatta spesso di spreco e di distanza abissale dalla fatica della maggior parte dei miei connazionali.

Dall’altro lato, infatti, ci siamo noi, chi quella ricchezza la produce con il proprio lavoro! Eppure, paradossalmente, più il sistema cresce e più la sua condizione diventa precaria, insicura, soffocata. La miseria non è solo mancanza di soldi, è anche mancanza di futuro, è tormento del vivere quotidiano, è l’ansia di non farcela che ti divora. E questo non è un caso, non è una sfortuna. È la diretta conseguenza di quel meccanismo di accumulazione: per ogni tesoro che si concentra in poche mani, corrisponde un aumento di sofferenza e di privazione nella moltitudine.

Questo paese che proviamo ancora ad amare, si questa “Italia“, ne è la prova vivente. Siamo diventati lo specchio di questa legge spietata. Guardatevi attorno: la forbice tra chi ha tutto e chi non ha nulla si allarga ogni giorno di più. I nostri giovani più brillanti, quelli che potrebbero dare ali al futuro, vengono relegati in cantina, soffocati da una massa di incompetenti che avanzano solo grazie a raccomandazioni e favori. 

La scuola, la ricerca, la crescita intellettuale sono considerate un lusso, non una priorità. Siamo immersi in un disastro sociale e culturale che ci sta impoverendo nell’anima prima ancora che nel portafoglio.

E a chi giova tutto questo? A chi sta al vertice di quella piramide di ricchezza. E dietro le quinte, chi guida realmente il gioco? Sono le strategie di poteri forti, economici, finanziari e purtroppo anche militari, che non hanno bandiera italiana.

È chiaro a tutti chi dettano le regole del mondo oggi, ed è altrettanto chiaro che i governi che si sono succeduti, soprattutto quelli di un “certo” centro destra, hanno fatto poco più che aprire le porte a questi interessi, rendendoci un popolo sempre più ignorante e sottomesso. Hanno svenduto la nostra autonomia, il nostro pensiero critico, il nostro diritto a un destino diverso.

La verità è amara, ma va guardata in faccia! Non ci salveranno le mezze misure, i riformismi tiepidi, i compromessi con chi questo sistema lo gestisce. Questa macchina produce disuguaglianza per sua stessa natura!

L’unica via per spezzare questa maledizione che vede i ricchi diventare sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri è cambiare radicalmente le regole del gioco. Dobbiamo avere il coraggio di immaginare una società diversa, dove la ricchezza prodotta da tutti sia davvero di tutti, dove il lavoro non sia una condanna ma un contributo a una comunità giusta e solidale.

Solo allora potremo dire di aver costruito qualcosa di degno per i nostri figli. Solo allora potremo tornare a respirare la libertà. Mi dispiace solo che quando ciò accadrà… io non ci sarò più!

COSEDIL Spa: Il problema non sono i 29 giorni per ottenere il permesso di costruire, bensì la media di 800 giorni finora…


Ho letto in questi giorni un articolo su “Il Fatto Quotidiano“, una delle poche testate che ancora leggo, non per fedeltà incondizionata, ma perché almeno tenta di non arrendersi al copione condiviso.

Le altre testate ormai, sono troppo allineate ai voleri degli editori o dei palazzi della politica, e quindi da tempo, le ho lasciate indietro senza alcun rimpianto…

Eppure, stavolta non mi trovo d’accordo, già… con l’impostazione scelta: non tanto per i fatti riportati – chiedo scusa sin da ora all’autore, se ho frainteso – quanto per il sottinteso che accompagna il racconto: come se una pratica conclusa in tempi umani non potesse che nascondere qualcosa di storto o una scorciatoia illegittima dietro la vicenda della COSEDIL Spa.

Il punto per me non è se quella società abbia ottenuto un permesso in 29 giorni – un tempo che, sì, fa sobbalzare chi conosce bene i tempi biblici della burocrazia edilizia italiana – ma piuttosto perché, per ottenere un permesso c’è bisogno di otto mesi, due anni, una vita intera, tra attese, solleciti, correzioni e ahimè silenzi?.

Il vero interrogativo non è dunque chi è stato bravo oppure ha saputo correre più veloce, ma perché tutti gli altri sono costretti a camminare con i piedi nel cemento fresco. Ecco la vera domanda da porsi è: quali ingranaggi si inceppano, dove si annidano le inefficienze, chi ha interesse a lasciarle lì, e soprattutto, cosa potremmo fare, domani, se davvero volessimo svecchiare un sistema che non rallenta lo sviluppo per difetto, ma lo paralizza per scelta.

Condivido, senza riserve, le parole dell’Ing. Gaetano Vecchio, uno dei titolari dell’azienda – e lo dico con la massima trasparenza, visto che qualcuno potrebbe insinuare retroscena personali: non conosco l’ingegnere né di vista, né in cantiere, neppure per lontana fama professionale. In 35 anni di direzione tecnica, trascorsi quasi interamente fuori dalla Sicilia – per scelta, per lavoro, per necessità – non ci siamo mai incrociati. Solo da un anno e mezzo sono tornato qui, in questa terra che amo con tutte le sue contraddizioni, eppure sempre – come dimostrano con i fatti le mie denunce – con gli occhi aperti.

L’articolo in questione, scritto con cura e rigore da un giornalista che stimo e con cui ho avuto modo di confrontarmi più volte, racconta di un intervento edilizio rilevante – oltre 8000 metri quadri – per il quale il permesso è arrivato in meno di un mese. E qui sorge la domanda inevitabile: se i documenti sono stati depositati in perfetta regola – progetti conformi, relazioni tecniche a norma, pagamenti effettuati, pareri acquisiti, vincoli verificati – perché mai dovremmo sospettare di un iter celere? Non è forse il segnale che qualcosa, da qualche parte, funziona?

Mi vien da dire che forse, invece di cercare ombre, dovremmo applaudire l’amministrazione di Acireale, capace di esaminare una pratica complessa con tempestività, chiarezza e competenza, virtù non così rare quanto si fa credere, ma certamente non diffuse come dovrebbero.

Basti guardare alcuni comuni del Nord, quelli che la retorica giornalistica spesso indica come “esemplari”, per scoprire che sì, anche lì certe pratiche vengono chiuse in 25/30 giorni e nessuno alza un sopracciglio, perché lì la velocità non è sospetta, è normale.

Ecco, qui casca l’asino: la retorica del “Sud corrotto, Nord efficiente” è un automatismo pigro, e soprattutto falso. Ho trascorso metà della mia vita tra Piemonte, Lombardia, Emilia, Toscana, e posso dirlo con cognizione di causa: il malaffare non ha coordinate geografiche, la burocrazia punitiva non è una specialità regionale, gli interessi incrociati non rispettano confini amministrativi. “Tutto il mondo è paese” non è un modo di dire per rassegnarsi, ma un invito a smettere di demonizzare un luogo solo perché ci fa comodo pensare che altrove sia tutto diverso.

La COSEDIL ha fatto una scelta razionale: investire dove le condizioni lo consentono, e minacciare di spostarsi altrove se quelle condizioni vengono meno. Non è un ricatto, è il mercato, crudo, vero, disarmante. E se questa minaccia costringe un’amministrazione a fare il proprio dovere in tempi umani, forse non dovremmo lamentarci, ma chiederci perché non accada sempre così: perché non si faccia sistema, perché non si trasformi quell’eccezione in regola.

Perché ogni permesso rilasciato in tempi decenti non è un favore a qualcuno, ma un atto di giustizia verso tutti. È un segnale per chi crede ancora nel fare, per chi vorrebbe costruire, assumere, progettare, e invece si sente dire “aspetti”, “vediamo”, “forse”, “non ora”. È un colpo al cuore di chi, come me, ha scelto di girare il mondo pur di non rimanere impantanato nel limbo delle carte bollate – non per sfuggire alla legalità, ma per inseguire la possibilità di lavorare dentro una legalità che non strangola, ma sostiene.

E allora sì, concludo riprendendo le parole dell’ingegner Vecchio – ripeto, non perché le condivido per cortesia, ma perché le sento come fossero mie: “Con tempi più lunghi avremmo spostato altrove l’iniziativa”.

Consentitemi di aggiungere su questo (straziante) punto che se fossimo onesti fino in fondo, dovremmo ammettere che, quando qualcuno se ne va per non attendere l’eternità, non è lui a tradire il territorio: è il territorio che ha già tradito lui.

Lo so bene, non per teoria, ma per esperienza diretta – e dolorosamente familiare. Le mie due figlie, entrambe laureate – una a Milano, l’altra a Perugia – non hanno scelto di restare lontano per vocazione nomade, né per ambizione smisurata. Semplicemente, qui non hanno trovato un sentiero percorribile: non un rifiuto esplicito, ma un’assenza – di opportunità chiare, di procedure trasparenti, di segnali che dicessero: qui puoi costruirti un domani senza dover prima scavarti una trincea nella burocrazia. E così se ne sono andate, non con rancore, ma con quella lucida rassegnazione che nasce quando capisci che il tuo impegno, da solo, non basta.

Non le giudico, anzi le ammiro, e ogni volta che sento parlare di “fuga dei cervelli” come se fosse un fenomeno naturale, inevitabile, quasi geologico – mi vien da chiedere: e se invece fosse solo la conseguenza logica di un sistema che premia chi aspetta in silenzio, e punisce chi prova a camminare?

A proposito di “COSEDIL S.p.A.”: quando un mio commento, elogio alla legalità, trova una sua tragica attualizzazione.


Proprio ieri, sulla homepage di LinkedIn, mi sono imbattuto in un post di una società che opera nella mia regione, la “COSEDIL S.p.A.”. Il post annunciava con orgoglio un incontro di alto livello in Mozambico, tra il loro amministratore e il Presidente del paese africano, nell’ambito del Piano Mattei. Si parlava di partnership strategiche, di contributi a progetti infrastrutturali di lungo periodo e di volontà di essere protagonisti attivi nei processi di crescita.

Quella lettura mi ha spinto a lasciare un commento personale, dettato dalla stima che nutro per questa azienda: Secondo il sottoscritto, la Società COSEDIL S.p.A. rappresenta una delle poche realtà imprenditoriali serie e solide di questo nostro Paese e, in particolare, della mia Sicilia. Questo giudizio non deriva soltanto dall’evidente professionalità dei suoi titolari e dei numerosi collaboratori, ma soprattutto dai principi fondamentali che guidano l’azienda. Ho sempre osservato che COSEDIL ha fatto della sicurezza e del benessere dei suoi lavoratori una priorità assoluta, affiancando con coerenza una rigorosa osservanza dei principi di legalità, aspetto che merita un particolare riconoscimento. Per tali ragioni, ritenevo che COSEDIL S.p.A. costituisse un esempio virtuoso e un modello di riferimento.

Oggi, ahimè, la cronaca mi ha riportato bruscamente alla complessità della nostra terra, dando purtroppo una tragica conferma a quell’elogio della legalità. La notizia è che proprio alla COSEDIL, impegnata in un cantiere a Messina, è stata avanzata una richiesta di pizzo da 250 mila euro. La modalità è stata quella moderna della videochiamata, fatta addirittura da detenuti in carcere, seguita poi dalla visita di un minorenne in motorino. La reazione dell’azienda, in questo caso, è stata esemplare e lineare con i principi che le ho sempre riconosciuto: dopo la richiesta, hanno immediatamente avvertito i carabinieri.

Questo episodio, nella sua drammaticità, pur rafforzando ancor più il mio giudizio sull’impresa, getta però un’ombra profonda sul contesto in cui essa è costretta a operare. Dimostra che i valori della serietà e della legalità, per essere mantenuti, richiedono una coraggiosa esposizione personale e aziendale, perché la minaccia è sempre in agguato, persino in forma digitale e da dentro le carceri. E cposì… mentre un’impresa siciliana dialoga con i presidenti stranieri per costruire infrastrutture, nello stesso momento deve difendersi dall’estorsione nel suo cantiere in patria.

Tutto ciò evidenzia, in modo ancor più chiaro e desolante, come in questa terra la lotta alla criminalità organizzata – nonostante l’indiscusso e quotidiano impegno delle forze dell’ordine – sia ancora qualcosa di veramente lontano. È una battaglia che si combatte su un crinale sottile, dove il progresso internazionale e gli affari seri devono coesistere con la necessità eterna di vigilare, denunciare e resistere.

Quell’incontro in Mozambico e quella videochiamata estorsiva sono due facce della stessa medaglia: il racconto di una Sicilia che prova a costruire il futuro senza riuscire mai a liberarsi completamente delle catene del passato. E la reazione di chi, come COSEDIL, sceglie la via della denuncia immediata, resta l’unico, indispensabile, punto da cui ripartire ogni volta!

Per questo, alla fine di questa riflessione, sento il dovere di esprimere un sincero ringraziamento a chi, sul campo, sceglie ogni giorno la parte giusta, assumendosene i rischi.

Dal dubbio alla conferma: l’Iron Beam e l’ombra sull’incidente di Raisi.


Come spesso accade quando scavo sotto la superficie delle notizie ufficiali, finisco per rincorrere le ipotesi più scomode e così, stamani, leggendo della piena operatività del sistema laser israeliano “Iron Beam“, non ho potuto fare a meno di ripensare ai miei post dello scorso anno, e a quel dubbio che in molti, avevano liquidato come un volo di fantasia.

Si era trattato davvero di un incidente, la caduta dell’elicottero del Presidente Ebrahim Raisi, o qualcosa di più? Allora parlavo di armi capaci di bloccare i sistemi elettrici di un velivolo senza lasciare traccia, di tecnologie segrete che potevano sembrare fantascienza. 

Oggi, quella fantascienza ha un nome, una potenza di 100 kilowatt, e un costo per colpo di pochi dollari. L’Iron Beam è l’incarnazione tangibile di quel “caso ipotetico” su cui avevo costruito le mie riflessioni.

Rileggendo i miei appunti, mi colpisce la fredda corrispondenza tra la mia ipotesi e le caratteristiche di questo sistema. Avevo immaginato un’arma a raggio laser in grado di accecare e bloccare l’intero impianto elettrico di un veicolo in volo, facendolo precipitare senza un Mayday e senza segni convenzionali di esplosivo. L’Iron Beam utilizza un fascio laser ad alta energia per distruggere droni, razzi e mortai in pochi secondi. Il punto cruciale è il suo funzionamento: non esplode un missile, ma concentra energia sul bersaglio fino a danneggiarlo strutturalmente o a neutralizzarne i sistemi.

È difficile non pensare che una tecnologia simile, in una configurazione diversa, possa essere impiegata per mandare in tilt i delicatissimi sistemi avionici di un elicottero e il fatto che una sua versione sia già stata usata in combattimento nell’ottobre 2024 dimostra che non era un progetto in laboratorio, ma uno strumento operativo e collaudato.

Il quadro si fa ancora più significativo considerando il contesto strategico. Israele ha sviluppato l’Iron Beam come risposta specifica ai droni iraniani, una minaccia persistente e difficile da intercettare. In questa corsa agli armamenti, un’arma laser efficace, precisa e a bassissimo costo rappresenta un cambiamento di paradigma. Ma mi chiedo, e chiedo a voi: quando una nazione sviluppa una capacità difensiva così avanzata e mirata, è così inconcepibile che la stessa tecnologia, o una sua variante, possa essere esplorata in scenari diversi? 

Tutto questo getta una luce sinistra su quanto accaduto mesi fa. La sequenza degli eventi si ricompone con una logica spietata. La morte improvvisa di Raisi, l’elicottero precipitato senza segnale, l’assenza di prove di un attacco convenzionale. Poi, le elezioni accelerate e l’ombra del Consiglio dei Guardiani. E ora, a coronamento, l’annuncio trionfante di un’arma laser che sembra uscita dalle pagine del mio primo post.

I media hanno trattato il caso Raisi e la mia ipotesi come due narrative separate. A me, che ho il sospetto di guardare dietro il sipario, viene chiesto di credere a una serie di coincidenze straordinarie. La tecnologia esiste, il movente politico esisteva, l’opportunità forse c’era. Eppure, la versione ufficiale rimane immutata: un tragico incidente.

Forse non sapremo mai la verità sull’incidente di maggio, fintanto che al governo c’è quella classe politica. La storia di queste guerre ombra è scritta su pagine che non ci saranno mai mostrate. Ma ciò che oggi è innegabile, è che le mie “fantasie” di allora erano meno fantasiose di quanto molti pensassero. L’Iron Beam è qui, è reale, e riscrive le regole dell’ingaggio.

La sua stessa esistenza conferma che il dubbio che ho sollevato non era infondato, ma fondato su una comprensione anticipata della direzione della tecnologia militare. Questo non prova nulla riguardo alla morte di Raisi, lo ammetto. Ma dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il mondo in cui un simile evento potrebbe essere stato orchestrato non è il mondo della fantaspionaggio, ma il nostro. 

E questa consapevolezza è il primo passo per non farsi raccontare la realtà solo attraverso il comodo filtro dell'”incidente“. La verità è spesso diversa, e talvolta è nascosta in bella vista, nell’annuncio di una nuova, rivoluzionaria, arma da difesa

La grammatica del potere.


Buonasera. Mentre ascolto i telegiornali, nazionali e regionali, seguo l’inesorabile scandire delle inchieste e mi fermo a considerare la natura di quel potere che ci governa. Si muove attraverso referenti che si interfacciano con meccanismi illegali e silenziosi, quasi invisibili, eppure così profondamente incisivi per la comunità. La sua pressione è costante, simile a quella di un’infezione che si autoriproduce, giorno dopo giorno, senza bisogno di giustificarsi. E allora la domanda sorge spontanea, persistente: quanti altri anni dovremo attendere prima di ribaltare questo stato di fatto?

È proprio questa l’impressione che mi rimane, ascoltando ogni giorno le parole di quei giornalisti che ormai ripetono quelle notizie come se appartenessero alla normalità, come il bollettino meteorologico. E si osservino, quelle “cicale” intervistate, che offendono con la loro presenza le stesse istituzioni che dovrebbero rappresentare. Basta guardare i loro occhi nello schermo per comprendere quanto poco siano limpidi, quanta opacità vi sia nei loro sguardi.

Il dato più assurdo è che i miei connazionali sanno perfettamente che non si tratta di episodi isolati, non sono più responsabilità individuali da isolare e condannare. Quello che avviene da ormai troppo tempo è una pratica consolidata, una sorta di grammatica condivisa del comando. In questo lessico, la corruzione non è più un’anomalia, bensì il modo stesso in cui si parla, si decide, si progetta.

Non provano alcuna vergogna nel commettere certi reati alla luce del sole, o nel celarsi dietro appuntamenti furtivi in luoghi dove si sa non esserci telecamere. Oggi basta sedersi in un bar, mentre si prende un caffè, durante una telefonata amichevole. È in questi momenti, apparentemente innocui, che si decide quella cosiddetta consulenza “tecnicamente necessaria”, quell’incarico che arriva dopo anni di fedeltà silenziosa.

È una corruzione che non ha paura, anzi si espone affinché tutti vedano e, in un certo senso, “comprendano” come stanno le cose. Del resto, questi soggetti sanno bene di poter fare affidamento su chi li sta osservando. Perché anch’essi, compromessi da quel sistema clientelare, sono gli stessi individui che proteggono quella struttura. Non solo con complicità tacite, ma attraverso un’intera architettura di relazioni, di debiti, di promesse non dette ma perfettamente comprese.

Parlo di una corruzione che non imbarazza più nessuno, perché ormai fa parte del contesto. Come il rumore di fondo in un bar, come una porta chiusa in un ufficio pubblico. Sì, come il silenzio dei cittadini che hanno imparato, con il tempo, a non chiedere spiegazioni e soprattutto a non fare domande.

Eppure, tutti sanno cosa vi sta dietro. Vivono ogni giorno quanto avviene nel proprio ambito professionale, sono perfettamente consapevoli del comportamento disonesto che viene messo in campo. Dal più umile lavoratore qualificato al più alto dirigente che si presta a concedere proroghe insensate, dietro una gara fatta su misura, dietro ogni nomina che appare più legata a un ringraziamento che a una competenza.

In tutto ciò che avviene intorno a noi, c’è sempre qualcosa di più grave del semplice malaffare. C’è la costruzione, pezzo dopo pezzo, di un sistema in cui non si vince per merito, ma per appartenenza. Non si cresce per capacità, ma per obbedienza. Non si leggono più i curriculum, e ancor meno si chiede “cosa sai fare”. Perché tutto gira intorno alla persona che ha fissato quel colloquio, la stessa a cui successivamente – a seconda da quale parte della scrivania ci si trova – si dovrà dare, o ricevere, qualcosa.

E così gli anni passano. Senza colpo ferire, si smantella ogni idea di futuro collettivo, di equità sociale, di contrasto all’illegalità. Il tutto viene sostituito da una gestione sterile del presente, in cui il potere non costruisce, non innova, non investe. Semplicemente, come un cancro, si riproduce. Anno dopo anno, progetto dopo progetto, genera dipendenza anziché opportunità, conformismo anziché partecipazione.

Allora mi chiedo: cosa resta a chi, come me, non vuole piegarsi? A chi ancora prova a guardare la propria terra con occhi non rassegnati? Forse nulla. Sì, serve a poco nominare le cose con il loro nome: una corruzione sistemica, diffusa, quotidiana. Resta, è vero, la possibilità di chiedere giustizia, non solo nei tribunali ma anche nelle piazze. Sempre più esigue e con una partecipazione che di solito non nasce dal desiderio di far sentire una voce per il bene comune, ma per un tornaconto esclusivamente personale. Sì… per quell’orticello che minaccia scioperi in cambio di un aumento, di una riforma fiscale, e appena, da quei governi, si ha la certezza di aver ottenuto quanto richiesto, ecco che, prese le briciole, si torna felicemente a casa.

Per fortuna, qualcosa di quella protesta autentica resta. Non nelle parole riportate dalle testate dei giornali o in certe pagine web, solitamente nelle mani di imprenditori fortemente collusi con il sistema, ma nei blog, nei commenti, nelle email che ancora, per fortuna, vengono scambiate tra cittadini liberi e moralmente onesti. Certamente stanchi, ma non ancora rassegnati.

Sì, a noi esigui paladini resta la possibilità di ricordare a tutti quei ragazzi – non ancora infettati dal sistema e, ahimè, a volte dai propri familiari – che la legalità non è un optional morale, ma il fondamento stesso della dignità umana e di una comunità che vuole restare tale. Senza di essa, tutto il resto serve solo da decoro superficiale. Quanto a me, se proprio devo mostrarmi, preferirei esser ricordato come chi ha combattuto per la giustizia sociale, piuttosto che come uno spettatore compiacente.

Perché, in fondo, non è la presenza della corruzione a fare più paura, quella, sapete bene, in forme diverse c’è sempre stata. È la sua normalizzazione a essere spaventosa. Quell’assenza di indignazione, di domande, di quella sana e irriducibile insofferenza che dovrebbe animare chiunque abbia a cuore la vita comune.

Ecco perché continuo a scrivere. Non per ricevere contributi finanziari, né per obbligare il lettore a piegarsi a logiche promozionali. Ancora meno mi serve stimolare clamore o accumulare notorietà. Non sarà mai il numero dei follower a far accrescere la mia, già personale, autostima. Continuo a scrivere per denunciare, per segnalare, per far svergognare qualcuno, o più di uno. Non perché sia certo di riuscire a cambiare questo stato di fatto. Ma perché, finché qualcuno lo fa, qualcosa, da qualche parte, non è ancora morto del tutto.

Non è la mafia che ci definisce, ma quello che tolleriamo in silenzio!


In questi giorni percorro di mattina una strada di campagna e mentre il sole inizia a salire lentamente dall’orizzonte, mi sono chiesto se sia proprio la bellezza a renderci più fragili o se, al contrario, sia la consapevolezza di possedere qualcosa di raro da farci dimenticare che la cura, più del possesso, è ciò che conta davvero.
La Sicilia difatti non ha bisogno di essere raccontata: basta guardarla per capire che ogni parola su di lei è già stata scritta, forse da Goethe, forse da un pescatore che, senza alcun bisogno di citare i classici, ci ricorda come il vento di scirocco ha portato con sé non solo la sabbia dell’Africa, ma anche il peso di quelle invasioni, già… di incontri mancati e di promesse mai mantenute.

Qui ogni pietra racconta di un impero caduto, ogni porto… una partenza che non è mai stata un vero addio, ogni tempio un’alleanza tra fede e potere, autorità e consenso.

Migliaia e migliaia di anni in cui qualcuno arriva, costruisce, comanda, poi se ne va… e lascia dietro di sé non solo monumenti, ma anche una consuetudine: quella di tramandare un’attesa, sì… aspettare sempre che giunga qualcuno da fuori per decidere del nostro destino!

E difatti lo stesso accade ai nostri giorni, eppure non è colpa degli invasori, di quelli che vengono e se ne vanno, no… se ci guardiamo intorno vediamo sempre lo stesso vuoto – non di risorse, non di talenti, non di volontà – ma di fiducia, già… fiducia nel fatto che fare la cosa giusta, senza chiedere niente in cambio, possa bastare.

Perché la verità, quella che si tende a non dire a voce alta, è che molti di noi – per come veniamo descritti nel mondo – non sono mafiosi, e neppure complici, ma purtroppo sono molti i miei conterranei a non sentirsi obbligati a contrastare chi lo è!

Non sempre per paura: spesso semplicemente perché non ne vale la pena. Si sa… bloccare un torto non dà vantaggi immediati, segnalare un appalto truccato non garantisce un posto di lavoro, anzi, tutto ciò mette in cattiva luce ed allontana da quel “sistema” in cui tutti sanno come funziona, ma nessuno lo ammette ad alta voce…

Ed è il motivo per cui sanno che, denunciare un abuso edilizio, non riporta indietro il paesaggio perduto, ma li rende scomodi, e così scelgono di abbassare lo sguardo. Si chiama “realismo”, si chiama “prudenza”; a volte si usa una parola che suona quasi nobile: omertà. Ma non è silenzio per proteggere qualcun altro: è silenzio per proteggere se stessi!

Ed è proprio lì, in quel gesto quotidiano — ripetuto decine di volte al giorno — che si annida quel che davvero mina questa terra: non la forza della mafia, ma la debolezza della sua opposizione! Un permesso firmato senza leggerlo. Un visto rilasciato senza controllare. Un appalto assegnato con la giustificazione più insidiosa: “tanto se non lo faccio io lo farà qualcun altro”.

Non serve essere un boss per alimentare questo sistema. Basta essere un professionista che chiude un occhio, un impiegato che fa una copia in più, un sindaco che sceglie di non accorgersi, oppure un cittadino che vota non per un programma, ma per un pacco alimentare distribuito la settimana prima.

Non stiamo parlando di personaggi da film: questi nuovi soggetti, non indossano doppiopetto, non parlano in codice e non hanno soprannomi. Sono i nostri vicini di casa, i nostri colleghi, ahimè… i nostri parenti: hanno figli che studiano in atenei privati, possiedono case dotate di ogni comfort, macchine lussuose e conti in banca (che appaiano) regolari…

Eppure, ogni volta che scelgono il tornaconto anziché ciò che è giusto, non commettono solo un illecito: insegnano qualcosa, sì… ai loro figli, ai loro collaboratori, a chi li osserva e cioè che il rispetto delle regole è un optional, che l’onestà è un difetto di forma, non di sostanza e soprattutto che il sistema non si cambia, si aggira e chi non lo aggira, è semplicemente fesso o quantomeno, meno furbo.

Allora ti domandi: dov’è finita quella Sicilia che si ribellava? Quella dei contadini che nel 1893 fondarono i Fasci, quella dei sindacalisti uccisi in piazza, quella dei magistrati che non esitarono un istante?

La verità è che non è scomparsa: è stata ridotta a monumento. Già… onorata in pubblico, archiviata in privato. Ed ecco che si intitola una strada a Falcone, una piazza a Borsellino, poi si affida la gestione di un bene confiscato di quella impresa che nessuno ha mai controllato, con procedure che, in alcuni casi, abbiamo visto, si sono rivelate persino più opache di quelle messe in pratica dagli stessi indagati.

Già… si celebra la memoria, ma non si pratica il coraggio!

Perché il punto non è se la mafia sia ancora potente, perché lo è… finché qualcuno la alimenta. Il punto è che noi, oggi, non siamo più costretti a subirla. Siamo liberi di scegliere. Eppure, dall’osservazione quotidiana dei comportamenti di molti miei conterranei, vedo una scelta precisa: non scegliere affatto.

Aspettare sempre che sia un altro ad agire, pensare che la corruzione sia un problema del “sistema”, come se il sistema non fossimo noi, come se non fosse fatto di scelte individuali, ripetute, quotidiane.

La Sicilia è bellissima, sì… lo è ancora, nonostante tutto. Ma nessuna bellezza regge a lungo se chi la abita smette di chiedersi cosa significhi curarla: non solo con le parole, non solo con la nostalgia, ma con atti concreti, ripetuti, noiosi, scomodi. Con la fatica di chi rifiuta un favore, con la pazienza di chi legge fino in fondo un progetto, con la dignità di chi, guardando dritto negli occhi, dice: No… non questa volta, e neppure la prossima.

Ecco, forse solo allora smetteremo di essere famosi per ciò che tolleriamo e torneremo a essere riconosciuti per ciò che costruiamo.

L’altra faccia dei fondi agevolati: “aiuti alle imprese” o “occasione di corruzione”?


Non so voi, ma io sono stanco di leggere di frodi costruite intorno ai fondi della L.R. 38/1976, le cosiddette “Agevolazioni finanziarie alle commesse”. Nate per sostenere le imprese, sono diventate un labirinto di carte e silenzi.

Non sono casi isolati: è il sintomo di un sistema che, ad ogni nuova speranza di rilancio, lascia aperta una porta di servizio per chi sa muoversi nell’ombra.

Quanti altri fondi, concepiti con intenti nobili, sono diventati terreno di caccia? L’articolo 60 della L.R. 32/2000 (Fondo Regionale per il Commercio) e l’articolo 11 della L.R. 51/1957 (Mutuo industriale) sono solo due esempi di un meccanismo perverso. Il solito patto oscuro: funzionari che chiudono un occhio, imprese con progetti fittizi, favori in cambio di vantaggi.

Cosa spinge a rischiare tutto per queste risorse? Non è solo necessità. È una mentalità che ha smesso di vedere la legalità come un confine, trasformandola in un ostacolo da aggirare. Per alcuni, l’obiettivo non è far crescere un’impresa, ma svuotare il sistema. Quando il guadagno immediato diventa l’unica bussola, la corruzione non è più un reato, ma un metodo.

Basta guardarsi intorno: imprese serie faticano per un’autorizzazione, mentre altre, con progetti sospetti, ottengono finanziamenti in tempi record. È un sistema che premia l’opacità. E alla fine, chi paga? I cittadini, le piccole attività, chi crede ancora nella trasparenza.

Ma il problema vero non è solo chi ruba. È chi permette che si rubi. È quella cultura dell’impunità che si nutre di silenzi e complicità. Qui l’impunità nasce dalla lentezza, dalla complessità, dal fatto che denunciare costa più che tacere. Chi dovrebbe vigilare diventa parte del problema.

Questo è il tradimento. Non il singolo furto, ma la sua normalizzazione. Quei fondi non sono più strumenti di sviluppo: sono trofei per chi aggira le regole. Mentre le imprese oneste pagano il prezzo più alto.

Non so più come ripeterlo, a volte mi sembra di parlare da solo, anche se ad alta voce: bisogna spezzare questo circolo vizioso e sì… non bastano le leggi (fatte tra l’altro in maniera ridicola, come non bastano i controlli, serve una rivoluzione culturaleconvincere chi lavora nel pubblico che ogni firma è una responsabilità, non un favore; insegnare alle imprese che la legalità non è un costo, ma un investimento; ricordare ai cittadini che denunciare non è un rischio, ma un dovere.

Perché finché permetteremo che i fondi diventino bottino, finché lasceremo che la corruzione sia una pratica quotidiana, non ricostruiremo mai la fiducia e senza fiducia, non c’è economia, non c’è progresso, non c’è futuro!

Oggi, mentre scrivo queste righe, penso a quanti hanno smesso da tempo di credere che le cose in questo Paese possano cambiare. Ma come ripeto spesso, la speranza non è nella rassegnazione, ma nel gesto concreto, perché la legalità non è un ideale lontano, ma una semplice scelta quotidiana. Ed ogni volta che la facciamo, anche se nessuno lo vede, è un seme che piantiamo nell’arido terreno dell’indifferenza, è una piccola luce che accendiamo nel buio della rassegnazione.

Oltre il porno, la vera sfida: identità verificata anche per i social!


Stamani ho deciso di condividere con molti di voi una riflessione nata da una notizia che ho letto in questi giorni navigando in rete.
A partire dal 12 novembre 2025, infatti, entrerà in vigore in Italia una norma importante: non sarà più possibile accedere ai siti pornografici con una semplice autodichiarazione, ma sarà obbligatorio verificare la propria età attraverso sistemi certificati come SPID o la Carta d’Identità Elettronica.

La motivazione, profondamente condivisibile, è la tutela dei minori e l’aumento della sicurezza online, un argine finalmente costruito contro l’accesso inconsapevole a contenuti inadatti. Chi tenterà di entrare senza questa verifica si troverà davanti un avviso di inibizione, un muro digitale eretto a protezione dell’innocenza.

Davanti a questa notizia, il mio pensiero non ha potuto fare a meno di espandersi verso quelle piazze digitali dove l’identità è spesso un optional comodo e senza conseguenze. Ed allora mi sono chiesto perché un principio così chiaro di responsabilità e verifica non possa trovare una sua applicazione naturale anche nell’universo dei social network, in tutte quelle piattaforme come Instagram, X o Facebook dove ogni giorno fioriscono discussioni offensive e purtroppo anche troppi insulti.

Sarebbe bello, forse utopico, immaginare che per pubblicare un contenuto, per lasciare un commento, fosse necessario legare il proprio nome e cognome reali (e quindi non più nickname o false identità) attraverso quei medesimi sistemi di identità digitale.

Sono profondamente convinto che se ogni parola scritta in quei luoghi portasse con sé il peso di una identità verificata, il panorama della discussione online subirebbe una trasformazione radicale e benefica.

Già… quella fitta coltre di commenti offensivi, di aggressioni gratuite lanciate dal sicuro anonimato, si dissolverebbe per una larga parte, forse proprio quel novanta percento di veleno che avvelena il dialogo.

La libertà di esprimere il proprio pensiero non verrebbe certo meno, ma finalmente sarebbe accompagnata dalla consapevolezza e dalla responsabilità di chi sta parlando, costringendo tutti a ricordare che dall’altra parte dello schermo c’è una persona in carne e ossa.

Sì… sarebbe un ritorno a una forma di conversazione più autentica, dove la maschera dell’impunità cade e rimane solo la genuinità, a volte scomoda, di un volto e di un nome. Forse è un sogno, ma è un sogno per cui vale la pena spendere le proprie energie, perché la rete torni ad essere un luogo di incontro e di crescita civile.

Quando il pianeta parla e il mondo ascolta con “interesse”.


Continuando il discorso che porto avanti da mesi sul blog, mi sono imbattuto in una nota su una pagina Instagram che ha catturato subito la mia attenzione e da cui ho tratto spunto per questa riflessione.

La notizia confermava, con dati incontrovertibili, ciò di cui si parla da tempo: il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato e, con ogni probabilità, il più caldo degli ultimi 125.000 anni. Non si tratta di un semplice numero, ma di un segnale profondo emerso dal sesto rapporto sullo “Stato del Clima”.

Mi colpisce sempre pensare a come questi parametri vitali del pianeta — 22 su 35 ormai a rischio (nel post di domani ne parlerò più nel dettaglio) — non siano più fredde statistiche, ma sintomi visibili di un’accelerazione della crisi climatica. Dagli oceani che si surriscaldano alle foreste divorate dalle fiamme, la percepiamo ormai come un rumore di fondo alla nostra esistenza.

Ascoltando Johan Rockström, si comprende che molti di questi indicatori hanno da tempo superato ogni soglia storica. Non si può allora non riflettere sulla natura interconnessa dei rischi che affrontiamo: dall’indebolimento delle correnti oceaniche alla fragilità delle risorse idriche. È un monito che va ben oltre l’allarme ambientale: ci parla della salute stessa dei sistemi che ci permettono di vivere.

Eppure, mentre la realtà fisica del pianeta ci parla con un linguaggio diretto e implacabile, la nostra risposta collettiva sembra annaspare in un paradosso stridente. Gli “Accordi di Parigi” fissano obiettivi vincolanti, ma di fatto non prevedono sanzioni, affidandosi unicamente alla buona volontà degli Stati.

Questo meccanismo è visibile anche nel nostro paese, dove i piani vengono aggiornati senza che i ritardi comportino conseguenze reali. Si rivela così un conflitto profondo tra sovranità nazionale e urgenza globale: non esistono tribunali internazionali capaci di imporre tagli alle emissioni, ma solo un dialogo tra pari, un osservarsi a vicenda mentre la situazione precipita.

È affascinante e, al tempo stesso, angosciante notare come, nonostante il collasso dei parametri climatici, l’interesse mondiale per il tema stia crescendo. Forse la spinta non viene più solo dalla coscienza morale, ma dagli incentivi economici che stanno inclinando l’ago della bilancia verso la cosiddetta transizione ecologica, trasformandola da dovere etico a calcolo strategico.

Forse è proprio in questa frizione — tra la lentezza della politica e la nascita di nuovi interessi — che si sta scrivendo il nostro futuro. E forse è qui che si conferma un meccanismo ricorrente: le istituzioni, nazionali e internazionali, sembrano più concentrate nel coltivare un “interesse” economico e finanziario che nel monitorare con serietà gli indicatori chiave — quei “vital signs” che dovrebbero misurare lo stato reale del sistema climatico e il progresso effettivo verso il suo recupero.

RESISTERE!


Talvolta le parole appaiono consumate, quasi svuotate del loro significato più profondo, eppure alcune conservano un potere antico, una risonanza che scuote l’anima. RESISTERE!
È questa la parola che scelgo, che abbiamo scelto, come un faro nell’oscurità di un presente spesso sconcertante.

Non è un titolo, ma è il battito del cuore di tutti coloro che avvertono un profondo malessere, un disagio viscerale verso uno stato di cose che non ci rappresenta più, e che anelano a un cambiamento non più rimandabile, un cambiamento definitivo.

Mi torna in mente l’immagine della mia pagina di Facebook – https://www.facebook.com/resistworld – e quella citazione attribuita a Malcolm X che sembra scavata nella pietra della nostra contemporaneità: «Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono».

Queste parole non sono un semplice monito, sono una lente di ingrandimento gettata sul meccanismo più subdolo dei nostri tempi, quello che ci porterebbe, quasi senza accorgercene, a sostenere per il carnefice mentre guardiamo con sospetto la vittima, un ribaltamento della realtà che intorpidisce le coscienze e spegne la volontà.

E proprio oggi, l’associazione LIBERA, a cui ho l’onore di appartenere, ci ricorda con parole chiare e dolorose perché quella vigilanza sia più cruciale che mai. Negli ultimi giorni si sono riaffacciate modalità criminali e barbare, atti vigliacchi concepiti per mettere a tacere chi della verità e dell’informazione libera ha fatto la propria bandiera. È un colpo che ci ferisce tutti, che ci riporta a pagine buie che credevamo di aver voltato, e invece no, ci siamo ancora in mezzo, e questo ci grida che non possiamo più permetterci di essere spettatori.

C’è un mondo che resiste, sì… un mondo fatto di persone comuni, di cittadini che, in silenzio o a gran voce, hanno compiuto la scelta più importante: hanno deciso da che parte stare. È il mondo di chi non si volta dall’altra parte quando passa l’ingiustizia, di chi crede nella verità anche quando è scomoda, di chi ha il coraggio di mettere in discussione il potere e di fare domande che bruciano. È fatto di chi difende i diritti di tutti, anche dei più invisibili, di chi non si rassegna ma costruisce alternative concrete, di chi si ostina a credere nel bene nonostante tutto, di chi agisce con la ferma determinazione di non lasciare indietro nessuno.

Ecco perché mi permetto in questo post di riportarvi la nota pubblicata in questi giorni dall’associazione LIBERA: Negli ultimi giorni si sono riaffacciate modalità criminali per mettere a tacere chi della verità e dell’informazione libera ha fatto il proprio lavoro. Un atto barbaro e vigliacco che ci riporta indietro nel tempo, ma che ci ricorda quanto sia ancora necessario prendere parte. E Resistere! C’è un mondo che resiste. Un mondo fatto di persone comuni, cittadine e cittadini che hanno scelto da che parte stare. È il mondo di chi non si volta dall’altra parte, di chi crede nella verità, di chi mette in discussione il potere, di chi fa domande scomode, di chi difende i diritti, di chi costruisce alternative, di chi si ostina, di chi non lascia indietro nessuno, di chi agisce, di chi non si rassegna alle ingiustizie. Noi la nostra scelta l’abbiamo fatta. Adesso tocca a te!

Sì… noi tutti, in LIBERA, quella scelta l’abbiamo fatta da tempo, piantando i nostri piedi sul terreno della legalità e della giustizia sociale. Ma una scelta, da sola, non basta. Deve diventare un coro, un movimento, un’onda che non si può più fermare. E allora consentitemi di rivolgervi una domanda, semplice e diretta, che bussa alla porta della vostra coscienza: e tu? La tua scelta qual è? Perché il tempo di sperare che qualcun altro sistemi le cose è finito, è scaduto. È giunto il momento, il tuo momento, di fare la tua parte. Il futuro non aspetta, e la storia ci guarda.