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FUTURO NAZIONALE. Generale Vannacci: Chi mi ama mi segua.


Il generale Roberto Vannacci getta la maschera e presenta il suo partito. “Futuro Nazionale” è il nome e l’intento della sua sfida: dare corpo a una destra che definisce “vera, orgogliosa, convinta, entusiasta, pura, contagiosa” e che affonda le radici in valori netti e senza compromessi. È un messaggio diretto a un’Italia che descrive come “una polveriera pronta a deflagrare”, piena di energia repressa e talento umiliato”.

Il senso del progetto Futuro Nazionale si legge già nel suo nome e nel suo simbolo, un’operazione di comunicazione studiata per parlare a un’area specifica dell’elettorato. Il nome evoca appartenenza e continuità nazionale, mentre il logo, con il suo font spigoloso che alcuni associano a un’estetica littoria e la prevalenza dei colori tricolore e blu, si rivolge chiaramente a un elettore di destra sociale. 

Dietro questa scelta grafica c’è un messaggio forte: il generale non si pone come un moderato, ma come il rappresentante di una destra che definisce “vera, orgogliosa, convinta, entusiasta, pura, contagiosa”. Una promessa di netta discontinuità da ciò che viene percepito come il “linguaggio misurato” e le “vie di mezzo” della politica attuale, di cui molti italiani sarebbero stufi.

Questo slancio si concretizza in un programma strutturato attorno alla parola “VITALE”, declinata in sei pilastri. Si parte dalle Virtù militari di coraggio e dovere, si passa per l’Identità nazionale posta al di sopra delle istituzioni, per arrivare alla difesa delle Tradizioni, viste come radici da proteggere da fenomeni come l’immigrazione di massa, definita un fattore di disgregazione sociale. 

L’Amore è quello per la famiglia “conforme alla natura”, fondata sull’unione di un uomo e una donna. La Libertà si traduce nel diritto all’autodifesa estrema e nella proprietà. Infine, l’Eccellenza è il rifiuto della mediocrazia a favore di un Paese che premi il merito. Un manifesto che, nella sua coerenza radicale, vuole essere una risposta a un Paese che Vannacci descrive come una “polveriera pronta a deflagrare”, piena di energia repressa e merito non riconosciuto.

Ed è proprio questa proposta a scuotere gli equilibri del centrodestra, come dimostra il primo sondaggio che misura il potenziale di Futuro Nazionale. La rilevazione di YouTrend lo colloca al 4.2%, superando quindi sia l’attuale soglia di sbarramento del 3% sia quella del 4% in discussione. Il dato più significativo, però, è l’origine di questi consensi. Il nuovo partito attinge principalmente dall’area della destra parlamentare, sottraendo più voti a Fratelli d’Italia (-1.1%) che alla Lega (-0.9%), con un impatto minore su Forza Italia. 

Questo conferma che Vannacci agisce più come un fattore di redistribuzione interna alla coalizione di governo che come un attrattore di nuovi elettori, dato che solo il 13.5% proverrebbe da indecisi o astenuti. È qui che si annida il vero incubo per il governo: la prospettiva di un’erosione costante che, in uno scenario elettorale, potrebbe compromettere la maggioranza e forse è proprio questa la forza di questo nuovo partito, raccogliere tutti quei cittadini delusi dalla politica, da questo governo, dai suoi interpreti, anche di quelli dell’opposizione, che si dimostrano essere – mi riferisco al Pd – solo a voce contrari, ma quando si tratta di votare contro un soggetto di quel sistema, in particolare quando si tratta di proteggere uno di loro, vedasi il far valere le immunità parlamentari, ecco che improvvisamente non esiste opposizione, ma unione (chissà forse dobbiamo pensare di quanto ciascuno di essi sia compromesso…d’intenti.

La reazione dei partiti di governo non si è fatta attendere e spiega la durezza degli attacchi personali. Da una parte c’è la delusione amara di Matteo Salvini, che ha accolto Vannacci quando “aveva tutti contro” e lo ha promosso a vicesegretario, sentendosi tradito nella lealtà. Dall’altra, c’è la preoccupazione di Fratelli d’Italia, che vede scalfita la sua egemonia sull’area sovranista. 

Gli attacchi alla persona, il dipingerlo come un corpo estraneo o un nostalgico, nascondono il timore concreto per quei punti percentuali che, secondo le proiezioni, potrebbero oscillare tra il 4.5 e il 7%, numeri sufficienti a destabilizzare una coalizione. Il vero terrore è che il generale riesca a catalizzare il malcontento di quella parte di Paese che aspetta qualcuno che stravolga un sistema percepito come casta, clientelare e avverso alla meritocrazia, promettendo invece “l’unica destra che io conosca”. 

“Per questo, oggi più che mai, il messaggio del generale – ‘Chi mi ama, mi segua‘ – risuona come una sfida diretta e un appello alla mobilitazione e chissà se, sulla spinta di questa rinnovata energia, non possa finalmente nascere insieme a “Futuro Nazionale” un’altra alternativa, sì… in grado di destabilizzare definitivamente questo sistema partitocratico, che negli anni si è dimostrato non solo fallimentare, ma soprattutto, profondamente e certamente colluso.”

IRAN: Un cerchio di sangue e sospetti che, alla fine, potrebbe chiudersi proprio su chi l’ha aperto.


Leggo sul web le notizie che emergono sulla repressione in Iran e per un attimo mi fermo a riflettere sulla parola – terrorista – usata ora da quel suo governo, sotto la guida suprema  dell’ayatollah Ali Khamenei e dei suoi Pasdaran e comandanti dei Basij.

Già… una parola che ormai viaggia tra i corridoi del potere come una palla avvelenata che nessuno vuole tenere in mano, ma tutti sono pronti a lanciarla contro l’avversario di turno e difatti, l’Iran dichiara terroristi gli eserciti europei, già… proprio l’Europa che aveva dichiarato in questi giorni “terroristi” le Guardie della rivoluzione, e così via, in un balletto di specchi, dove ogni gesto trova la sua perfetta controfigura nell’altro campo. 

E così mentre questo gioco delle parti prosegue, le autorità di Teheran usano quella stessa parola “terroristi” per etichettare ora i propri cittadini, quelli scesi in piazza per protestare, ma anche per confermare le parole che l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani che aveva in queste ore definito inaccettabile: l’uso della violenza letale contro manifestanti (in gran parte) pacifici.

Sembra di osservare una partita a scacchi giocata ahimè non con pedine di legno, ma con etichette che pesano vite umane, relazioni diplomatiche, possibilità di dialogo e in Iran, oggi, il peso di quelle etichette si misura (secondo le voci che giungono sui social come “X” o “TikTok”) in migliaia di esistenze spezzate.

Ed allora mi chiedo cosa rimanga del significato originario di quella parola, quando ormai è diventata merce di scambio nelle trattative internazionali, o peggio, l’incipit di una condanna a morte pronunciata da uno Stato contro la propria gente.

Perché è questo l’esito estremo di quel linguaggio avvelenato: dal 10 gennaio, il Procuratore generale e i giudici iraniani condannano pubblicamente i manifestanti come “mohareb”: coloro che muovono guerra a Dio, un reato punibile con l’esecuzione capitale! 

Ecco il terrorismo vero – quello che semina paura tra la gente comune, che colpisce chi non ha voce nelle cancellerie – quello si nutre proprio di questa spirale di ritorsioni verbali che sfociano in provvedimenti concreti e spietati. 

Ogni volta che uno Stato alza la posta con una dichiarazione simbolica, si allontana di un passo dalla possibilità di sedersi a un tavolo e parlare da esseri umani. E intanto i cittadini, da una parte e dall’altra del mondo, pagano il prezzo di un linguaggio che ha smarrito la sua capacità di costruire ponti, sostituita dalla volontà di erigere muri di paura e silenzio.

Non si tratta di giustificare o condannare una parte contro l’altra: sarebbe ingenuo e soprattutto fuorviante. Si tratta piuttosto di osservare con lucidità come certe decisioni, prese forse per rafforzare una posizione interna o per compiacere alleati lontani, finiscano per irrigidire ulteriormente un sistema già fragile. La Guida Suprema Ali Khamenei, il 3 gennaio, ha definito i manifestanti “rivoltosi e da rimettere al loro posto“, e da quel momento la repressione ha assunto caratteristiche militari senza precedenti. 

Comprendo i tempi della diplomazia – anche se non li approvo – tempi che solitamente richiedono pazienza, capacità di guardare oltre l’offesa immediata, un respiro lungo che troppo spesso manca quando prevale la logica dello scontro frontale, quando si invita pubblicamente la magistratura a non mostrare “alcuna clemenza“.

E così quel respiro si spegne nel piombo: forze di sicurezza posizionate sui tetti sparano con fucili e pallini di metallo, spesso mirando alla testa e al torace di persone inermi, mentre gli ospedali vengono presi d’assalto e i feriti strappati dalle corsie per paura di essere arrestati.

E mentre i nostri parlamenti si scambiano accuse come fossero biglietti da visita, mi torna in mente una semplice verità da cantiere: quando due muratori litigano sulle fondamenta, è l’intero edificio a rischiare di crollare. 

Oggi, le fondamenta della società iraniana sono scosse da una crisi economica profondissima, dal crollo della valuta nazionale e dalla disperazione per servizi essenziali negati, mentre la risposta dello Stato è un blackout informativo totale che isola oltre novanta milioni di persone dal mondo, e pattuglie pesanti che impongono coprifuoco in una situazione di controllo militarizzato. 

Non servono quindi gesti plateali per dimostrare forza, servono mani capaci di impastare il cemento del dialogo anche quando l’aria è piena di polvere e rancore, perché alla fine, a pagare lo scotto di queste dichiarazioni incrociate non saranno i politici nei loro uffici, ma chi ogni giorno spera di attraversare una strada, commerciare un bene, sciogliersi i capelli, studiare ed esporre le proprie idee, vivere semplicemente liberi, senza il peso costante della paura. 

Basta quindi a famiglie a cui viene imposto di seppellire i propri cari nella notte, sotto stretta sorveglianza, parenti costretti a dichiarare falsamente che i figli uccisi erano membri dei Basij, solo per riaverne il corpo; già… come quel padre, ripreso in una video-propaganda di regime, che ripete a comando la versione dello Stato sulla morte della propria bambina di due anni.

Forse il vero atto rivoluzionario oggi non è dichiarare qualcuno terrorista, ma rifiutarsi di entrare nel gioco delle etichette e ricordare a tutti che dietro ogni bandiera ci sono volti, storie, desideri di pace che nessuna risoluzione parlamentare potrà mai cancellare. 

È ascoltare il grido che viene da Kahrizak, dove i video mostrano oltre duecento sacchi per cadaveri ammassati in un obitorio improvvisato, o la disperazione di chi cerca un figlio scomparso dopo un raid notturno in casa. È riconoscere che l’impunità sistematica per i crimini del passato ha alimentato questa nuova ondata di violenza, e che senza una svolta reale, le minacce lanciate oggi dai palazzi del potere verso il mondo esterno saranno nulla rispetto al crollo che si prepara dentro. 

Perché quando un regime, per sostenersi, deve sparare sulla propria gioventù, oscurare internet e minacciare le madri in lutto, ha già perso ogni legittimità agli occhi della storia e, soprattutto, del suo stesso popolo.

E a quel punto, ai suoi vertici e alle loro famiglie, non resta che una strada: accettare l’offerta di un esilio dorato verso una terra ancora amica, con i lingotti d’oro frutto di decenni di saccheggio stretti al petto, e partire immediatamente

Perché l’alternativa potrebbe essere che dall’Iran non esca più nessuno, e che qualsivoglia aereo in partenza venga fatto precipitare – già, lo stesso metodo cinicamente sperimentato e poi fatto passare per un disastro aereo, utile a epurare in un colpo solo l’allora presidente Ebrahim Raisi e i suoi alti esponenti

Un cerchio di sangue e sospetti che, alla fine, potrebbe chiudersi proprio su chi l’ha aperto.

Ross Pelligra: il gesto che va oltre il campo…


Il Catania ha appena battuto 2-0 il Cosenza e non posso che essere felice per la squadra, per i tifosi, ma soprattutto per il presidente Pelligra, non tanto nella sua veste di dirigente sportivo, quanto in quella di uomo, imprenditore e, soprattutto, “catanese”, anche se a tutt’oggi non è stato ufficialmente insignito del titolo di cittadino onorario.

Sì… credo che lo meriti, soprattutto ora che ha scelto di devolvere l’intero incasso della partita alla città, colpita come sappiamo, dal ciclone Harry.

Perché non importa, in fondo, la cifra esatta – si parla di circa centomila euro, tra abbonati e biglietti staccati – quanto il gesto in sé. È questo il punto!

È questa la lezione morale che meriterebbe di essere presa a esempio da tanti altri imprenditori di questa terra, troppo spesso più inclini a prendere che a dare – non tutti, per fortuna. Mi riferisco a quelli che, senza alcun merito, anzi spesso grazie a infiltrazioni esterne o a raggiri finanziari ben noti, continuano ad occupare spazi che non gli competono, incrinando il mercato e compromettendo la libera concorrenza.

Pelligra ha detto: «Ho visto immagini terribili, devo fare qualcosa, bisogna agire subito». E lo ha fatto da lontano, dall’Australia, dove si trova in questi giorni, ma con una vicinanza che supera ogni distanza geografica.

E comunque, la sua decisione non è arrivata dopo lunghe riunioni, né dopo attese burocratiche o come farebbero in molti, dopo aver compiuto calcoli opportunistici. È stata fulminea, spontanea e soprattutto “umana”. 

I suoi collaboratori l’hanno condivisa all’unisono, e il club intero ha trasformato un semplice incontro di campionato in un atto di solidarietà concreta. Tanti tifosi, del resto, hanno scelto di andare allo stadio non solo per tifare, ma per partecipare a quel gesto, perché anche comprare un biglietto, in questo caso, è diventato un modo per stare accanto alla propria comunità.

L’incasso, al netto delle tasse obbligatorie da versare alla Lega, sarà consegnato alle istituzioni affinché possa raggiungere chi ha perso tutto: attività commerciali, abitazioni, imprese, vite stravolte in poche ore.

E così, mentre Pelligra non potrà essere fisicamente presente alla partita – seguirà comunque l’evento da lontano – sono certo che verrà sommerso da messaggi di stima e gratitudine come questo mio, non solo dagli ambienti sportivi, ma, soprattutto, spero, da quegli imprenditori siciliani che ancora credono in un’idea di impresa fondata sulla responsabilità e sulla crescita della propria terra, non soltanto sul profitto.

Intanto, come abbiamo visto in questi giorni, prosegue il suo impegno per il futuro del calcio catanese; dopo aver perfezionato l’acquisto del centro sportivo di Torre del Grifo, ha deciso che aprirà la struttura non solo alla prima squadra, ma anche ai tanti giovani che giocano a calcio, destinando così alcuni campi alla formazione.

Si capisce da quanto sopra come vi sia una visione ad ampio spettro, che va oltre il risultato sportivo, che guarda alla città, alla sua crescita, al suo tessuto sociale. E non è un caso se, sui social, persino le rivalità storiche si sono dissolte di fronte a un gesto così limpido. Gli stessi tifosi del Palermo hanno rilanciato la notizia con parole di apprezzamento unanime: perché certe azioni ricordano a tutti che lo sport, quando è autentico, sa unire più di quanto divida.

Ma permettetemi di aggiungere che non è solo il Catania a muoversi in questa direzione, sì… anche il Messina, guidato da Justin Davis – un altro imprenditore australiano legato a Pelligra – ha deciso di devolvere due euro per ogni biglietto venduto alla partita contro l’Acireale, a favore delle popolazioni colpite nel litorale jonico.

Segnali chiari, concreti, urgenti. Azioni che non aspettano tempi morti, che non si nascondono dietro promesse vaghe o annunci destinati a evaporare. In un momento in cui troppe cose sembrano bloccate – immobilizzate dalla politica, dalle procedure burocratiche, dai silenzi e dall’indifferenza – ecco che questi gesti aprono un varco. E ci ricordano che, talvolta, basta un atto semplice, ma vero, per ridare fiducia.

Grazie, presidente Pelligra. E un sincero riconoscimento va anche al collega del Messina, che ha saputo guardare oltre la linea del campo…

3I/ATLAS: e se fossero venuti a prendersi i nostri politici, ma dopo averli osservati avessero detto: “No, meglio lasciarli qui”.


Ho appena finito di vedere in TV il nostro telegiornale e così… dopo aver visto alcune di quelle facce, mi sono trovato a ripensare a cosa avevo scritto alcuni giorni fa e a quanto sarebbe – a ben vedere – commovente, se un giorno di questi arrivassero gli alieni…

Già… non con navi da guerra “pronte al fuoco” e raggi distruttori, no… in modo sereno, con calma, come dei tecnici inviati in sopralluogo per valutare uno stato di avanzato degrado…

Li immagino… sbarcano, ispezionano, raccolgono dati: emissioni di CO₂; alterazione dell’aria da parte di agenti chimici, fisici e biologici, come smog, particolato e gas nocivi; degradazione del terreno causata da rifiuti tossici, pesticidi e sostanze radioattive; contaminazione di fiumi, laghi e mari con sostanze chimiche, metalli pesanti, batteri e microplastiche; per passare infine agli inquinamenti luminosi, termici, elettromagnetici…

Ed infine li ho immaginati mentre controllano gli uomini, i livelli di corruzione raggiunti, il tasso di illegalità diffusa, quel loro condizionamento sottoposto da troppo tempo al clientelismo, sia politico che criminale. Sono lì a scambiarsi uno sguardo – silenzioso, denso, cupo – già… come quello che certi professionisti si lanciano quando riconoscono un meccanismo perverso, visto troppe volte sul campo.

E chissà, magari alla fine non distruggono nulla. Anzi, propongono una semplice bonifica. Niente di drammatico: individuano la classe politica italiana degli ultimi trent’anni, insieme a parte di quella internazionale, la caricano su un modulo di trasporto interstellare e se la portano via, delicatamente, come si fa con l’amianto o con i fluidi tossici di un impianto fognario obsoleto. Nessuna colpa personale, solo la necessità igienica di un intervento di “manutenzione” cosmica.

Immagino già il comunicato stampa del nuovo governo terrestre riunitosi per l’occasione: “Le riforme istituzionali sono momentaneamente indisponibili. Fonti attendibili parlano di un allontanamento volontario verso un sistema stellare lontano 43 anni luce. Si assicura comunque che tutte le attività parlamentari proseguiranno, tra qualche giorno, normalmente”.

Sì… forse solo allora ci accorgeremmo che funziona tutto meglio. Leggi approvate in tempi ragionevoli, cantieri che partono senza decenni di attesa, ponti che non crollano più sotto il peso dell’incuria e/o illegalità. E noi, tutti stupiti, ci guarderemmo intorno chiedendoci: era solo questo il problema? Bastava semplicemente rimuovere quegli oggetti inquinanti per far ripartire il sistema?

Certo, lo so bene: è solo uno scherzo. Ma come tutti gli scherzi che tengono il filo della verità, ha un suo fondo di costruzione logica. Perché se anche 3I/ATLAS non fosse un messaggero tecnologico, ma solo un pezzo di ghiaccio solitario, almeno ci ha ricordato una cosa: possiamo ancora immaginare un mondo dove chi sbaglia, chi ruba, chi tradisce la sua funzione, viene semplicemente sostituito, e dove il buonsenso non è un’utopia, ma una norma di sicurezza.

E quindi, se proprio devono arrivare, gli alieni, spero proprio che abbiano con sé un “modulo di smaltimento” selettivo. Sono certo che il nostro pianeta li ringrazierebbe, io di sicuro! D’altronde ditemi: cosa potrei dire dopo un sospiro di sollievo lungo trent’anni?

3I/ATLAS: quale verità si nasconde dietro la sua luce?


Vista la notizia riportata sul web in questi mesi, sono costretto a riprendere alcuni miei vecchi post, già… quando ho toccato argomenti che poco centravano con l’indirizzo dato sin dall’inizio al mio blog…

Ma cosa dire, vista la grande riproposizione che allora certe notizie avevano, anch’io avevo cercato di affrontarne il tema sotto una veste distaccata, certamente riflessiva, ma soprattutto critica: c’era il batterio che costruiva la vita dall’arsenico, c’erano segnali radio sospetti dallo spazio profondo, e persino un fantomatico varco spazio-temporale in Antartide.

È una considerazione, credo, non troppo diversa da quello che oggi anima il dibattito attorno allo strano caso di 3I/ATLAS. Perché, al di là della cronaca astronomica, l’oggetto interstellare ha fatto riemergere la domanda che mi aveva spinto a scrivere quei post: e se, questa volta, fosse davvero qualcosa di diverso?

Da quando è stato avvistato la scorsa estate, quest’ospite interstellare ha scatenato un dibattito molto più intenso di quanto non avessero fatto i suoi predecessori, ‘Oumuamua e Borisov. Il nucleo del discorso, attorno a cui tutto ruota, non è tanto la natura cometaria dell’oggetto – su questo la maggior parte degli scienziati, NASA in testa, sembra abbastanza concorde – quanto piuttosto una serie di anomalie che proprio non vogliono adattarsi a uno schema ordinario. Anomalie che un uomo in particolare, il professor Avi Loeb di Harvard, non ha esitato a sollevare, sfidando la comoda rassegnazione del “è solo una cometa“.

E le anomalie, a sentire Loeb, si sono moltiplicate. Ma quelle che più di tutte hanno catturato l’immaginazione, e che ritornano nelle immagini elaborate con pazienza da astrofili come Toni Scarmato, riguardano le sue code. La prima, la più vistosa, è quella che chiamano anti-coda: un getto imponente, che stranamente punta dritto verso il Sole invece che allontanarsene. Un faro che brilla in direzione opposta a ogni logica cometaria conosciuta. E poi ci sono loro: tre getti più piccoli, che appaiono in alcune immagini del telescopio Hubble, disposti con una simmetria quasi troppo perfetta, a centoventi gradi l’uno dall’altro, come i bracci di un simbolo tecnologicamente avanzato. Una configurazione che Loeb stesso ha definito “sconcertante“.

Per avere un’anti-coda così stabile e coerente, l’asse di rotazione del nucleo dovrebbe essere allineato con il Sole con una precisione incredibile, una condizione estremamente rara e improbabile. È questo allineamento geometrico quasi impossibile, insieme alla simmetria innaturale dei getti minori, a far scattare il campanello d’allarme. Potrebbero essere la firma di una tecnologia? La disposizione simmetrica ricorda quella degli ugelli di un razzo, pensati per un controllo fine della navigazione. E quell’anti-coda che sembra un faro, potrebbe essere proprio quello, un segnale o un sistema per liberare la rotta? Sono speculazioni, certo. Loeb stesso è il primo a dirlo, ammettendo che l’ipotesi più semplice resta quella della cometa naturale. Ma la domanda, ostinata, rimane: perché un oggetto naturale dovrebbe assumere una forma così “artificiale”?

La risposta ufficiale della comunità scientifica, per ora, è piuttosto netta. Osservazioni recenti di potenti radiotelescopi, che hanno scandagliato 3I/ATLAS alla ricerca di segnali radio artificiali, non hanno trovato nulla. Il progetto Breakthrough Listen ha concluso che l’oggetto “mostra caratteristiche per lo più tipiche di una cometa” e che “non ci sono prove” che suggeriscano qualcosa di diverso da un oggetto astrofisico naturale. Anche la NASA si è espressa chiaramente: si comporta come una cometa, quindi molto probabilmente è una cometa.

Ma il dibattito non si placa, e forse è proprio questo il punto più interessante. Loeb ha criticato quelle osservazioni, definendole quasi superficiali: ascoltare per poche ore in un solo giorno, ha detto, è come non ricevere una telefonata un martedì e concludere che non avrai mai più chiamate in vita tua. Per lui, la ricerca avrebbe dovuto essere più tenace, più lunga. La sua posizione, che ha formalizzato in una sorta di scala di classificazione – la “Loeb Scale” – è chiara: inizialmente ha dato a 3I/ATLAS un punteggio che indicava un sospetto moderato, ma significativo. Non l’ha ancora aggiornato, in attesa di nuovi dati, ma sottolinea che il principio di fondo è scientifico e prudenziale: ignorare eventi a bassa probabilità ma ad altissimo impatto, come l’attentato dell’undici settembre, è stato un errore che le agenzie di intelligence non ripetono. Perché la scienza dovrebbe farlo?

Allora, dove ci porta tutto questo? Torniamo alla domanda di partenza, quella che aleggiava nei miei vecchi post: e se fosse davvero così? Con 3I/ATLAS, la risposta forse non arriverà presto. L’oggetto sta già allontanandosi, e il prossimo appuntamento importante sarà a metà marzo dell’anno prossimo, quando passerà vicino a Giove. Sarà un’occasione per osservare eventuali “manovre” anomale o il rilascio di oggetti più piccoli. E poi, i dati più rivelatori potrebbero venire dallo studio dello spettro dell’anti-coda. Se la composizione del gas e la sua velocità saranno quelle tipiche della sublimazione del ghiaccio, l’ipotesi naturale prevarrà. Se invece si troveranno elementi anomali e velocità di scarico di ordini di grandezza superiori, il dibattito si riaprirebbe di colpo.

Forse, alla fine, 3I/ATLAS rimarrà nella storia come la più antica e affascinante cometa interstellare mai vista, un messaggero di un altro sistema stellare che ci ha regalato uno spettacolo di luci e misteri. Ma il vero valore di questa storia, credo, non sta nella risposta definitiva. Sta nella domanda che ha costretto a porsi. Sta nel vedere come, di fronte a un fenomeno strano, la reazione non sia stata un coro unanime di spiegazioni confortanti, ma un acceso, a volte aspro, confronto tra chi difende il paradigma conosciuto e chi, come Loeb, invoca il diritto scientifico di esplorare ogni possibilità, per quanto remota.

È lo stesso spirito che muoveva chi cercava batteri nell’arsenico o segnali nello spazio profondo. La scienza, quando è viva, non è un museo di certezze, ma un cantiere sempre aperto ai “cosa se“.

Già… 3I/ATLAS, che sia un’antica palla di ghiaccio o qualcosa di molto più strano, ci ha ricordato che l’universo è un posto pieno di sorprese e che forse, la cosa più pericolosa che possiamo fare, è smettere di chiedercelo!

Il “messaggio di fine anno” di Grillo: In politica sempre gli stessi zombie e la giustizia agitata come una clava!


Resta qui Beppe, sì… con me, per un momento.

Ho lasciato che le tue parole – le stesse riportate ora dal “Fatto Quotidiano” in quel tuo messaggio di fine anno al link: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/31/grillo-messaggio-fine-anno-politica-zombie-notizie/8242471/ – risuonassero ancora e descrivessero questa politica di zombie e una giustizia brandita come clava, in quell’eco di silenzio che tu stesso definisci, la forma più elevata di presenza.

Leggo quel post e sento un nodo, una profonda consonanza amara, perché in quel dire “il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo”, c’è tutto il peso di un’occasione mancata, di un futuro che avrebbe potuto essere e non è stato.

Sì, sono d’accordo con te, ma solo in parte…

Oggi, in questo paese che si è abituato a tutto, dove l’ingiustizia è procedura e il silenzio viene scambiato per equilibrio, è dolorosamente chiaro ciò che sarebbe potuto accadere. Se quel movimento, nato da un’urgenza di pulizia, avesse davvero scardinato il sistema con riforme concrete, oggi non vivremmo in questa suddivisione tra caste, con quel cancro che si trasmette per discendenza parlamentare e neppure saremmo ancora qui – ahimè – a constatarlo.

Ma il tempo del fare, per quel movimento, è passato. E se è passato, è per gli errori commessi dai suoi stessi leader, Beppe te…compreso. Consentimi di ricordare che l’idea germinale, quel “uno vale uno” che avrebbe dovuto essere il cuore pulsante di tutto, te la portai io, in quel pomeriggio di settembre a Genova, nel 2005 (vedasi: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2022/07/beppe-m5stelle-basta-cazzate-ma.html).

Ne ridemmo, allora e tu scherzasti sul “farti odiare da tutti“. Di lì a pochi anni, ho potuto costatare come quell’idea avesse preso forma, sì… in quel Movimento 5 Stelle, al quale mi iscrissi subito, libero di criticare, di approvare e di mandare PEC piene di perplessità.

Critiche che si sono rivelate necessarie, vedendo come molte scelte siano state scellerate, come molti si siano attaccati alla poltrone più di chi li aveva preceduti, come abbiano oltraggiato il voto tradendo la fiducia. Ho visto passare gente dall’altra parte della barricata, ed ho visto i meschini tentativi di aggirare il vincolo dei due mandati. Comportamenti indegni, che hanno trasformato il sogno di un movimento limpido nell’ennesimo partito infangato.

Per questo, caro Beppe, mentre parli di un bozzolo dalle dimensioni infinite e di un anno che ha solo sottratto senso, io ripenso all’onestà di Roberto Casaleggio e ti chiedevo, già nel 2022, di non infangarne la memoria. La scelta non era più “uno vale uno”, già… diventava, amaramente, “o loro o noi”!

Oggi le tue parole sono un lamento postumo, un riconoscimento che la politica continua a recitare, con le stesse facce da zombie che si trascinano con la scorta tra i palazzi. Hai ragione, dimenticare è il modo più semplice per ripetere sempre gli stessi errori. Ma la memoria, quella che invochi, è doppia. Ricorda anche le promesse non mantenute, le svolte mancate, la fiducia tradita dall’interno.

Resti lì, a guardare e pensare in silenzio. Ed è un silenzio che comprendo, a volte è l’unica risposta possibile al rumore assordante del nulla. Ma quel silenzio, ora, è anche la tomba di ciò che potevamo essere, la prova vivente che il tempo di quel fare è scaduto, lasciandoci in eredità lo stesso paese ingiusto che dovevamo curare.

Già… con la consapevolezza che il cancro, purtroppo, non è stato estirpato, è solo mutato, trovando nuovi ospiti in cui annidarsi.

Accumulazione e povertà: lo specchio di un’Italia in declino.


Già… la mia ultima riflessione su un’ingiustizia che non vedrò finire.

Miei cari lettori e lettrici, oggi voglio riflettere con voi su un meccanismo potente e silenzioso che plasma le nostre vite, spesso senza che nemmeno ce ne accorgiamo. 

Parlerò di un principio antico, ma più attuale che mai, che riguarda il modo in cui la ricchezza si muove e si concentra. 

Farò in modo di trattare l’argomento non attraverso teorie astratte, ma con ragionamenti concreti che toccano quotidianamente la nostra società, la stessa che vediamo scorrere proprio sotto i nostri occhi.

Pensate a come funziona il mondo quando si lascia guidare soltanto dalla logica del profitto. Chi possiede già capitale, ha la possibilità di farlo crescere, di accumularne ancora. È un circolo che si autoalimenta: più hai, più puoi ottenere. E così, a un polo della società, la ricchezza si ammassa, diventa torre d’avorio, diventa privilegio che genera altro privilegio, in un’esistenza fatta spesso di spreco e di distanza abissale dalla fatica della maggior parte dei miei connazionali.

Dall’altro lato, infatti, ci siamo noi, chi quella ricchezza la produce con il proprio lavoro! Eppure, paradossalmente, più il sistema cresce e più la sua condizione diventa precaria, insicura, soffocata. La miseria non è solo mancanza di soldi, è anche mancanza di futuro, è tormento del vivere quotidiano, è l’ansia di non farcela che ti divora. E questo non è un caso, non è una sfortuna. È la diretta conseguenza di quel meccanismo di accumulazione: per ogni tesoro che si concentra in poche mani, corrisponde un aumento di sofferenza e di privazione nella moltitudine.

Questo paese che proviamo ancora ad amare, si questa “Italia“, ne è la prova vivente. Siamo diventati lo specchio di questa legge spietata. Guardatevi attorno: la forbice tra chi ha tutto e chi non ha nulla si allarga ogni giorno di più. I nostri giovani più brillanti, quelli che potrebbero dare ali al futuro, vengono relegati in cantina, soffocati da una massa di incompetenti che avanzano solo grazie a raccomandazioni e favori. 

La scuola, la ricerca, la crescita intellettuale sono considerate un lusso, non una priorità. Siamo immersi in un disastro sociale e culturale che ci sta impoverendo nell’anima prima ancora che nel portafoglio.

E a chi giova tutto questo? A chi sta al vertice di quella piramide di ricchezza. E dietro le quinte, chi guida realmente il gioco? Sono le strategie di poteri forti, economici, finanziari e purtroppo anche militari, che non hanno bandiera italiana.

È chiaro a tutti chi dettano le regole del mondo oggi, ed è altrettanto chiaro che i governi che si sono succeduti, soprattutto quelli di un “certo” centro destra, hanno fatto poco più che aprire le porte a questi interessi, rendendoci un popolo sempre più ignorante e sottomesso. Hanno svenduto la nostra autonomia, il nostro pensiero critico, il nostro diritto a un destino diverso.

La verità è amara, ma va guardata in faccia! Non ci salveranno le mezze misure, i riformismi tiepidi, i compromessi con chi questo sistema lo gestisce. Questa macchina produce disuguaglianza per sua stessa natura!

L’unica via per spezzare questa maledizione che vede i ricchi diventare sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri è cambiare radicalmente le regole del gioco. Dobbiamo avere il coraggio di immaginare una società diversa, dove la ricchezza prodotta da tutti sia davvero di tutti, dove il lavoro non sia una condanna ma un contributo a una comunità giusta e solidale.

Solo allora potremo dire di aver costruito qualcosa di degno per i nostri figli. Solo allora potremo tornare a respirare la libertà. Mi dispiace solo che quando ciò accadrà… io non ci sarò più!

COSEDIL Spa: Il problema non sono i 29 giorni per ottenere il permesso di costruire, bensì la media di 800 giorni finora…


Ho letto in questi giorni un articolo su “Il Fatto Quotidiano“, una delle poche testate che ancora leggo, non per fedeltà incondizionata, ma perché almeno tenta di non arrendersi al copione condiviso.

Le altre testate ormai, sono troppo allineate ai voleri degli editori o dei palazzi della politica, e quindi da tempo, le ho lasciate indietro senza alcun rimpianto…

Eppure, stavolta non mi trovo d’accordo, già… con l’impostazione scelta: non tanto per i fatti riportati – chiedo scusa sin da ora all’autore, se ho frainteso – quanto per il sottinteso che accompagna il racconto: come se una pratica conclusa in tempi umani non potesse che nascondere qualcosa di storto o una scorciatoia illegittima dietro la vicenda della COSEDIL Spa.

Il punto per me non è se quella società abbia ottenuto un permesso in 29 giorni – un tempo che, sì, fa sobbalzare chi conosce bene i tempi biblici della burocrazia edilizia italiana – ma piuttosto perché, per ottenere un permesso c’è bisogno di otto mesi, due anni, una vita intera, tra attese, solleciti, correzioni e ahimè silenzi?.

Il vero interrogativo non è dunque chi è stato bravo oppure ha saputo correre più veloce, ma perché tutti gli altri sono costretti a camminare con i piedi nel cemento fresco. Ecco la vera domanda da porsi è: quali ingranaggi si inceppano, dove si annidano le inefficienze, chi ha interesse a lasciarle lì, e soprattutto, cosa potremmo fare, domani, se davvero volessimo svecchiare un sistema che non rallenta lo sviluppo per difetto, ma lo paralizza per scelta.

Condivido, senza riserve, le parole dell’Ing. Gaetano Vecchio, uno dei titolari dell’azienda – e lo dico con la massima trasparenza, visto che qualcuno potrebbe insinuare retroscena personali: non conosco l’ingegnere né di vista, né in cantiere, neppure per lontana fama professionale. In 35 anni di direzione tecnica, trascorsi quasi interamente fuori dalla Sicilia – per scelta, per lavoro, per necessità – non ci siamo mai incrociati. Solo da un anno e mezzo sono tornato qui, in questa terra che amo con tutte le sue contraddizioni, eppure sempre – come dimostrano con i fatti le mie denunce – con gli occhi aperti.

L’articolo in questione, scritto con cura e rigore da un giornalista che stimo e con cui ho avuto modo di confrontarmi più volte, racconta di un intervento edilizio rilevante – oltre 8000 metri quadri – per il quale il permesso è arrivato in meno di un mese. E qui sorge la domanda inevitabile: se i documenti sono stati depositati in perfetta regola – progetti conformi, relazioni tecniche a norma, pagamenti effettuati, pareri acquisiti, vincoli verificati – perché mai dovremmo sospettare di un iter celere? Non è forse il segnale che qualcosa, da qualche parte, funziona?

Mi vien da dire che forse, invece di cercare ombre, dovremmo applaudire l’amministrazione di Acireale, capace di esaminare una pratica complessa con tempestività, chiarezza e competenza, virtù non così rare quanto si fa credere, ma certamente non diffuse come dovrebbero.

Basti guardare alcuni comuni del Nord, quelli che la retorica giornalistica spesso indica come “esemplari”, per scoprire che sì, anche lì certe pratiche vengono chiuse in 25/30 giorni e nessuno alza un sopracciglio, perché lì la velocità non è sospetta, è normale.

Ecco, qui casca l’asino: la retorica del “Sud corrotto, Nord efficiente” è un automatismo pigro, e soprattutto falso. Ho trascorso metà della mia vita tra Piemonte, Lombardia, Emilia, Toscana, e posso dirlo con cognizione di causa: il malaffare non ha coordinate geografiche, la burocrazia punitiva non è una specialità regionale, gli interessi incrociati non rispettano confini amministrativi. “Tutto il mondo è paese” non è un modo di dire per rassegnarsi, ma un invito a smettere di demonizzare un luogo solo perché ci fa comodo pensare che altrove sia tutto diverso.

La COSEDIL ha fatto una scelta razionale: investire dove le condizioni lo consentono, e minacciare di spostarsi altrove se quelle condizioni vengono meno. Non è un ricatto, è il mercato, crudo, vero, disarmante. E se questa minaccia costringe un’amministrazione a fare il proprio dovere in tempi umani, forse non dovremmo lamentarci, ma chiederci perché non accada sempre così: perché non si faccia sistema, perché non si trasformi quell’eccezione in regola.

Perché ogni permesso rilasciato in tempi decenti non è un favore a qualcuno, ma un atto di giustizia verso tutti. È un segnale per chi crede ancora nel fare, per chi vorrebbe costruire, assumere, progettare, e invece si sente dire “aspetti”, “vediamo”, “forse”, “non ora”. È un colpo al cuore di chi, come me, ha scelto di girare il mondo pur di non rimanere impantanato nel limbo delle carte bollate – non per sfuggire alla legalità, ma per inseguire la possibilità di lavorare dentro una legalità che non strangola, ma sostiene.

E allora sì, concludo riprendendo le parole dell’ingegner Vecchio – ripeto, non perché le condivido per cortesia, ma perché le sento come fossero mie: “Con tempi più lunghi avremmo spostato altrove l’iniziativa”.

Consentitemi di aggiungere su questo (straziante) punto che se fossimo onesti fino in fondo, dovremmo ammettere che, quando qualcuno se ne va per non attendere l’eternità, non è lui a tradire il territorio: è il territorio che ha già tradito lui.

Lo so bene, non per teoria, ma per esperienza diretta – e dolorosamente familiare. Le mie due figlie, entrambe laureate – una a Milano, l’altra a Perugia – non hanno scelto di restare lontano per vocazione nomade, né per ambizione smisurata. Semplicemente, qui non hanno trovato un sentiero percorribile: non un rifiuto esplicito, ma un’assenza – di opportunità chiare, di procedure trasparenti, di segnali che dicessero: qui puoi costruirti un domani senza dover prima scavarti una trincea nella burocrazia. E così se ne sono andate, non con rancore, ma con quella lucida rassegnazione che nasce quando capisci che il tuo impegno, da solo, non basta.

Non le giudico, anzi le ammiro, e ogni volta che sento parlare di “fuga dei cervelli” come se fosse un fenomeno naturale, inevitabile, quasi geologico – mi vien da chiedere: e se invece fosse solo la conseguenza logica di un sistema che premia chi aspetta in silenzio, e punisce chi prova a camminare?

A proposito di “COSEDIL S.p.A.”: quando un mio commento, elogio alla legalità, trova una sua tragica attualizzazione.


Proprio ieri, sulla homepage di LinkedIn, mi sono imbattuto in un post di una società che opera nella mia regione, la “COSEDIL S.p.A.”. Il post annunciava con orgoglio un incontro di alto livello in Mozambico, tra il loro amministratore e il Presidente del paese africano, nell’ambito del Piano Mattei. Si parlava di partnership strategiche, di contributi a progetti infrastrutturali di lungo periodo e di volontà di essere protagonisti attivi nei processi di crescita.

Quella lettura mi ha spinto a lasciare un commento personale, dettato dalla stima che nutro per questa azienda: Secondo il sottoscritto, la Società COSEDIL S.p.A. rappresenta una delle poche realtà imprenditoriali serie e solide di questo nostro Paese e, in particolare, della mia Sicilia. Questo giudizio non deriva soltanto dall’evidente professionalità dei suoi titolari e dei numerosi collaboratori, ma soprattutto dai principi fondamentali che guidano l’azienda. Ho sempre osservato che COSEDIL ha fatto della sicurezza e del benessere dei suoi lavoratori una priorità assoluta, affiancando con coerenza una rigorosa osservanza dei principi di legalità, aspetto che merita un particolare riconoscimento. Per tali ragioni, ritenevo che COSEDIL S.p.A. costituisse un esempio virtuoso e un modello di riferimento.

Oggi, ahimè, la cronaca mi ha riportato bruscamente alla complessità della nostra terra, dando purtroppo una tragica conferma a quell’elogio della legalità. La notizia è che proprio alla COSEDIL, impegnata in un cantiere a Messina, è stata avanzata una richiesta di pizzo da 250 mila euro. La modalità è stata quella moderna della videochiamata, fatta addirittura da detenuti in carcere, seguita poi dalla visita di un minorenne in motorino. La reazione dell’azienda, in questo caso, è stata esemplare e lineare con i principi che le ho sempre riconosciuto: dopo la richiesta, hanno immediatamente avvertito i carabinieri.

Questo episodio, nella sua drammaticità, pur rafforzando ancor più il mio giudizio sull’impresa, getta però un’ombra profonda sul contesto in cui essa è costretta a operare. Dimostra che i valori della serietà e della legalità, per essere mantenuti, richiedono una coraggiosa esposizione personale e aziendale, perché la minaccia è sempre in agguato, persino in forma digitale e da dentro le carceri. E cposì… mentre un’impresa siciliana dialoga con i presidenti stranieri per costruire infrastrutture, nello stesso momento deve difendersi dall’estorsione nel suo cantiere in patria.

Tutto ciò evidenzia, in modo ancor più chiaro e desolante, come in questa terra la lotta alla criminalità organizzata – nonostante l’indiscusso e quotidiano impegno delle forze dell’ordine – sia ancora qualcosa di veramente lontano. È una battaglia che si combatte su un crinale sottile, dove il progresso internazionale e gli affari seri devono coesistere con la necessità eterna di vigilare, denunciare e resistere.

Quell’incontro in Mozambico e quella videochiamata estorsiva sono due facce della stessa medaglia: il racconto di una Sicilia che prova a costruire il futuro senza riuscire mai a liberarsi completamente delle catene del passato. E la reazione di chi, come COSEDIL, sceglie la via della denuncia immediata, resta l’unico, indispensabile, punto da cui ripartire ogni volta!

Per questo, alla fine di questa riflessione, sento il dovere di esprimere un sincero ringraziamento a chi, sul campo, sceglie ogni giorno la parte giusta, assumendosene i rischi.

Dal dubbio alla conferma: l’Iron Beam e l’ombra sull’incidente di Raisi.


Come spesso accade quando scavo sotto la superficie delle notizie ufficiali, finisco per rincorrere le ipotesi più scomode e così, stamani, leggendo della piena operatività del sistema laser israeliano “Iron Beam“, non ho potuto fare a meno di ripensare ai miei post dello scorso anno, e a quel dubbio che in molti, avevano liquidato come un volo di fantasia.

Si era trattato davvero di un incidente, la caduta dell’elicottero del Presidente Ebrahim Raisi, o qualcosa di più? Allora parlavo di armi capaci di bloccare i sistemi elettrici di un velivolo senza lasciare traccia, di tecnologie segrete che potevano sembrare fantascienza. 

Oggi, quella fantascienza ha un nome, una potenza di 100 kilowatt, e un costo per colpo di pochi dollari. L’Iron Beam è l’incarnazione tangibile di quel “caso ipotetico” su cui avevo costruito le mie riflessioni.

Rileggendo i miei appunti, mi colpisce la fredda corrispondenza tra la mia ipotesi e le caratteristiche di questo sistema. Avevo immaginato un’arma a raggio laser in grado di accecare e bloccare l’intero impianto elettrico di un veicolo in volo, facendolo precipitare senza un Mayday e senza segni convenzionali di esplosivo. L’Iron Beam utilizza un fascio laser ad alta energia per distruggere droni, razzi e mortai in pochi secondi. Il punto cruciale è il suo funzionamento: non esplode un missile, ma concentra energia sul bersaglio fino a danneggiarlo strutturalmente o a neutralizzarne i sistemi.

È difficile non pensare che una tecnologia simile, in una configurazione diversa, possa essere impiegata per mandare in tilt i delicatissimi sistemi avionici di un elicottero e il fatto che una sua versione sia già stata usata in combattimento nell’ottobre 2024 dimostra che non era un progetto in laboratorio, ma uno strumento operativo e collaudato.

Il quadro si fa ancora più significativo considerando il contesto strategico. Israele ha sviluppato l’Iron Beam come risposta specifica ai droni iraniani, una minaccia persistente e difficile da intercettare. In questa corsa agli armamenti, un’arma laser efficace, precisa e a bassissimo costo rappresenta un cambiamento di paradigma. Ma mi chiedo, e chiedo a voi: quando una nazione sviluppa una capacità difensiva così avanzata e mirata, è così inconcepibile che la stessa tecnologia, o una sua variante, possa essere esplorata in scenari diversi? 

Tutto questo getta una luce sinistra su quanto accaduto mesi fa. La sequenza degli eventi si ricompone con una logica spietata. La morte improvvisa di Raisi, l’elicottero precipitato senza segnale, l’assenza di prove di un attacco convenzionale. Poi, le elezioni accelerate e l’ombra del Consiglio dei Guardiani. E ora, a coronamento, l’annuncio trionfante di un’arma laser che sembra uscita dalle pagine del mio primo post.

I media hanno trattato il caso Raisi e la mia ipotesi come due narrative separate. A me, che ho il sospetto di guardare dietro il sipario, viene chiesto di credere a una serie di coincidenze straordinarie. La tecnologia esiste, il movente politico esisteva, l’opportunità forse c’era. Eppure, la versione ufficiale rimane immutata: un tragico incidente.

Forse non sapremo mai la verità sull’incidente di maggio, fintanto che al governo c’è quella classe politica. La storia di queste guerre ombra è scritta su pagine che non ci saranno mai mostrate. Ma ciò che oggi è innegabile, è che le mie “fantasie” di allora erano meno fantasiose di quanto molti pensassero. L’Iron Beam è qui, è reale, e riscrive le regole dell’ingaggio.

La sua stessa esistenza conferma che il dubbio che ho sollevato non era infondato, ma fondato su una comprensione anticipata della direzione della tecnologia militare. Questo non prova nulla riguardo alla morte di Raisi, lo ammetto. Ma dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il mondo in cui un simile evento potrebbe essere stato orchestrato non è il mondo della fantaspionaggio, ma il nostro. 

E questa consapevolezza è il primo passo per non farsi raccontare la realtà solo attraverso il comodo filtro dell'”incidente“. La verità è spesso diversa, e talvolta è nascosta in bella vista, nell’annuncio di una nuova, rivoluzionaria, arma da difesa

La grammatica del potere.


Buonasera. Mentre ascolto i telegiornali, nazionali e regionali, seguo l’inesorabile scandire delle inchieste e mi fermo a considerare la natura di quel potere che ci governa. Si muove attraverso referenti che si interfacciano con meccanismi illegali e silenziosi, quasi invisibili, eppure così profondamente incisivi per la comunità. La sua pressione è costante, simile a quella di un’infezione che si autoriproduce, giorno dopo giorno, senza bisogno di giustificarsi. E allora la domanda sorge spontanea, persistente: quanti altri anni dovremo attendere prima di ribaltare questo stato di fatto?

È proprio questa l’impressione che mi rimane, ascoltando ogni giorno le parole di quei giornalisti che ormai ripetono quelle notizie come se appartenessero alla normalità, come il bollettino meteorologico. E si osservino, quelle “cicale” intervistate, che offendono con la loro presenza le stesse istituzioni che dovrebbero rappresentare. Basta guardare i loro occhi nello schermo per comprendere quanto poco siano limpidi, quanta opacità vi sia nei loro sguardi.

Il dato più assurdo è che i miei connazionali sanno perfettamente che non si tratta di episodi isolati, non sono più responsabilità individuali da isolare e condannare. Quello che avviene da ormai troppo tempo è una pratica consolidata, una sorta di grammatica condivisa del comando. In questo lessico, la corruzione non è più un’anomalia, bensì il modo stesso in cui si parla, si decide, si progetta.

Non provano alcuna vergogna nel commettere certi reati alla luce del sole, o nel celarsi dietro appuntamenti furtivi in luoghi dove si sa non esserci telecamere. Oggi basta sedersi in un bar, mentre si prende un caffè, durante una telefonata amichevole. È in questi momenti, apparentemente innocui, che si decide quella cosiddetta consulenza “tecnicamente necessaria”, quell’incarico che arriva dopo anni di fedeltà silenziosa.

È una corruzione che non ha paura, anzi si espone affinché tutti vedano e, in un certo senso, “comprendano” come stanno le cose. Del resto, questi soggetti sanno bene di poter fare affidamento su chi li sta osservando. Perché anch’essi, compromessi da quel sistema clientelare, sono gli stessi individui che proteggono quella struttura. Non solo con complicità tacite, ma attraverso un’intera architettura di relazioni, di debiti, di promesse non dette ma perfettamente comprese.

Parlo di una corruzione che non imbarazza più nessuno, perché ormai fa parte del contesto. Come il rumore di fondo in un bar, come una porta chiusa in un ufficio pubblico. Sì, come il silenzio dei cittadini che hanno imparato, con il tempo, a non chiedere spiegazioni e soprattutto a non fare domande.

Eppure, tutti sanno cosa vi sta dietro. Vivono ogni giorno quanto avviene nel proprio ambito professionale, sono perfettamente consapevoli del comportamento disonesto che viene messo in campo. Dal più umile lavoratore qualificato al più alto dirigente che si presta a concedere proroghe insensate, dietro una gara fatta su misura, dietro ogni nomina che appare più legata a un ringraziamento che a una competenza.

In tutto ciò che avviene intorno a noi, c’è sempre qualcosa di più grave del semplice malaffare. C’è la costruzione, pezzo dopo pezzo, di un sistema in cui non si vince per merito, ma per appartenenza. Non si cresce per capacità, ma per obbedienza. Non si leggono più i curriculum, e ancor meno si chiede “cosa sai fare”. Perché tutto gira intorno alla persona che ha fissato quel colloquio, la stessa a cui successivamente – a seconda da quale parte della scrivania ci si trova – si dovrà dare, o ricevere, qualcosa.

E così gli anni passano. Senza colpo ferire, si smantella ogni idea di futuro collettivo, di equità sociale, di contrasto all’illegalità. Il tutto viene sostituito da una gestione sterile del presente, in cui il potere non costruisce, non innova, non investe. Semplicemente, come un cancro, si riproduce. Anno dopo anno, progetto dopo progetto, genera dipendenza anziché opportunità, conformismo anziché partecipazione.

Allora mi chiedo: cosa resta a chi, come me, non vuole piegarsi? A chi ancora prova a guardare la propria terra con occhi non rassegnati? Forse nulla. Sì, serve a poco nominare le cose con il loro nome: una corruzione sistemica, diffusa, quotidiana. Resta, è vero, la possibilità di chiedere giustizia, non solo nei tribunali ma anche nelle piazze. Sempre più esigue e con una partecipazione che di solito non nasce dal desiderio di far sentire una voce per il bene comune, ma per un tornaconto esclusivamente personale. Sì… per quell’orticello che minaccia scioperi in cambio di un aumento, di una riforma fiscale, e appena, da quei governi, si ha la certezza di aver ottenuto quanto richiesto, ecco che, prese le briciole, si torna felicemente a casa.

Per fortuna, qualcosa di quella protesta autentica resta. Non nelle parole riportate dalle testate dei giornali o in certe pagine web, solitamente nelle mani di imprenditori fortemente collusi con il sistema, ma nei blog, nei commenti, nelle email che ancora, per fortuna, vengono scambiate tra cittadini liberi e moralmente onesti. Certamente stanchi, ma non ancora rassegnati.

Sì, a noi esigui paladini resta la possibilità di ricordare a tutti quei ragazzi – non ancora infettati dal sistema e, ahimè, a volte dai propri familiari – che la legalità non è un optional morale, ma il fondamento stesso della dignità umana e di una comunità che vuole restare tale. Senza di essa, tutto il resto serve solo da decoro superficiale. Quanto a me, se proprio devo mostrarmi, preferirei esser ricordato come chi ha combattuto per la giustizia sociale, piuttosto che come uno spettatore compiacente.

Perché, in fondo, non è la presenza della corruzione a fare più paura, quella, sapete bene, in forme diverse c’è sempre stata. È la sua normalizzazione a essere spaventosa. Quell’assenza di indignazione, di domande, di quella sana e irriducibile insofferenza che dovrebbe animare chiunque abbia a cuore la vita comune.

Ecco perché continuo a scrivere. Non per ricevere contributi finanziari, né per obbligare il lettore a piegarsi a logiche promozionali. Ancora meno mi serve stimolare clamore o accumulare notorietà. Non sarà mai il numero dei follower a far accrescere la mia, già personale, autostima. Continuo a scrivere per denunciare, per segnalare, per far svergognare qualcuno, o più di uno. Non perché sia certo di riuscire a cambiare questo stato di fatto. Ma perché, finché qualcuno lo fa, qualcosa, da qualche parte, non è ancora morto del tutto.

Non è la mafia che ci definisce, ma quello che tolleriamo in silenzio!


In questi giorni percorro di mattina una strada di campagna e mentre il sole inizia a salire lentamente dall’orizzonte, mi sono chiesto se sia proprio la bellezza a renderci più fragili o se, al contrario, sia la consapevolezza di possedere qualcosa di raro da farci dimenticare che la cura, più del possesso, è ciò che conta davvero.
La Sicilia difatti non ha bisogno di essere raccontata: basta guardarla per capire che ogni parola su di lei è già stata scritta, forse da Goethe, forse da un pescatore che, senza alcun bisogno di citare i classici, ci ricorda come il vento di scirocco ha portato con sé non solo la sabbia dell’Africa, ma anche il peso di quelle invasioni, già… di incontri mancati e di promesse mai mantenute.

Qui ogni pietra racconta di un impero caduto, ogni porto… una partenza che non è mai stata un vero addio, ogni tempio un’alleanza tra fede e potere, autorità e consenso.

Migliaia e migliaia di anni in cui qualcuno arriva, costruisce, comanda, poi se ne va… e lascia dietro di sé non solo monumenti, ma anche una consuetudine: quella di tramandare un’attesa, sì… aspettare sempre che giunga qualcuno da fuori per decidere del nostro destino!

E difatti lo stesso accade ai nostri giorni, eppure non è colpa degli invasori, di quelli che vengono e se ne vanno, no… se ci guardiamo intorno vediamo sempre lo stesso vuoto – non di risorse, non di talenti, non di volontà – ma di fiducia, già… fiducia nel fatto che fare la cosa giusta, senza chiedere niente in cambio, possa bastare.

Perché la verità, quella che si tende a non dire a voce alta, è che molti di noi – per come veniamo descritti nel mondo – non sono mafiosi, e neppure complici, ma purtroppo sono molti i miei conterranei a non sentirsi obbligati a contrastare chi lo è!

Non sempre per paura: spesso semplicemente perché non ne vale la pena. Si sa… bloccare un torto non dà vantaggi immediati, segnalare un appalto truccato non garantisce un posto di lavoro, anzi, tutto ciò mette in cattiva luce ed allontana da quel “sistema” in cui tutti sanno come funziona, ma nessuno lo ammette ad alta voce…

Ed è il motivo per cui sanno che, denunciare un abuso edilizio, non riporta indietro il paesaggio perduto, ma li rende scomodi, e così scelgono di abbassare lo sguardo. Si chiama “realismo”, si chiama “prudenza”; a volte si usa una parola che suona quasi nobile: omertà. Ma non è silenzio per proteggere qualcun altro: è silenzio per proteggere se stessi!

Ed è proprio lì, in quel gesto quotidiano — ripetuto decine di volte al giorno — che si annida quel che davvero mina questa terra: non la forza della mafia, ma la debolezza della sua opposizione! Un permesso firmato senza leggerlo. Un visto rilasciato senza controllare. Un appalto assegnato con la giustificazione più insidiosa: “tanto se non lo faccio io lo farà qualcun altro”.

Non serve essere un boss per alimentare questo sistema. Basta essere un professionista che chiude un occhio, un impiegato che fa una copia in più, un sindaco che sceglie di non accorgersi, oppure un cittadino che vota non per un programma, ma per un pacco alimentare distribuito la settimana prima.

Non stiamo parlando di personaggi da film: questi nuovi soggetti, non indossano doppiopetto, non parlano in codice e non hanno soprannomi. Sono i nostri vicini di casa, i nostri colleghi, ahimè… i nostri parenti: hanno figli che studiano in atenei privati, possiedono case dotate di ogni comfort, macchine lussuose e conti in banca (che appaiano) regolari…

Eppure, ogni volta che scelgono il tornaconto anziché ciò che è giusto, non commettono solo un illecito: insegnano qualcosa, sì… ai loro figli, ai loro collaboratori, a chi li osserva e cioè che il rispetto delle regole è un optional, che l’onestà è un difetto di forma, non di sostanza e soprattutto che il sistema non si cambia, si aggira e chi non lo aggira, è semplicemente fesso o quantomeno, meno furbo.

Allora ti domandi: dov’è finita quella Sicilia che si ribellava? Quella dei contadini che nel 1893 fondarono i Fasci, quella dei sindacalisti uccisi in piazza, quella dei magistrati che non esitarono un istante?

La verità è che non è scomparsa: è stata ridotta a monumento. Già… onorata in pubblico, archiviata in privato. Ed ecco che si intitola una strada a Falcone, una piazza a Borsellino, poi si affida la gestione di un bene confiscato di quella impresa che nessuno ha mai controllato, con procedure che, in alcuni casi, abbiamo visto, si sono rivelate persino più opache di quelle messe in pratica dagli stessi indagati.

Già… si celebra la memoria, ma non si pratica il coraggio!

Perché il punto non è se la mafia sia ancora potente, perché lo è… finché qualcuno la alimenta. Il punto è che noi, oggi, non siamo più costretti a subirla. Siamo liberi di scegliere. Eppure, dall’osservazione quotidiana dei comportamenti di molti miei conterranei, vedo una scelta precisa: non scegliere affatto.

Aspettare sempre che sia un altro ad agire, pensare che la corruzione sia un problema del “sistema”, come se il sistema non fossimo noi, come se non fosse fatto di scelte individuali, ripetute, quotidiane.

La Sicilia è bellissima, sì… lo è ancora, nonostante tutto. Ma nessuna bellezza regge a lungo se chi la abita smette di chiedersi cosa significhi curarla: non solo con le parole, non solo con la nostalgia, ma con atti concreti, ripetuti, noiosi, scomodi. Con la fatica di chi rifiuta un favore, con la pazienza di chi legge fino in fondo un progetto, con la dignità di chi, guardando dritto negli occhi, dice: No… non questa volta, e neppure la prossima.

Ecco, forse solo allora smetteremo di essere famosi per ciò che tolleriamo e torneremo a essere riconosciuti per ciò che costruiamo.

L’altra faccia dei fondi agevolati: “aiuti alle imprese” o “occasione di corruzione”?


Non so voi, ma io sono stanco di leggere di frodi costruite intorno ai fondi della L.R. 38/1976, le cosiddette “Agevolazioni finanziarie alle commesse”. Nate per sostenere le imprese, sono diventate un labirinto di carte e silenzi.

Non sono casi isolati: è il sintomo di un sistema che, ad ogni nuova speranza di rilancio, lascia aperta una porta di servizio per chi sa muoversi nell’ombra.

Quanti altri fondi, concepiti con intenti nobili, sono diventati terreno di caccia? L’articolo 60 della L.R. 32/2000 (Fondo Regionale per il Commercio) e l’articolo 11 della L.R. 51/1957 (Mutuo industriale) sono solo due esempi di un meccanismo perverso. Il solito patto oscuro: funzionari che chiudono un occhio, imprese con progetti fittizi, favori in cambio di vantaggi.

Cosa spinge a rischiare tutto per queste risorse? Non è solo necessità. È una mentalità che ha smesso di vedere la legalità come un confine, trasformandola in un ostacolo da aggirare. Per alcuni, l’obiettivo non è far crescere un’impresa, ma svuotare il sistema. Quando il guadagno immediato diventa l’unica bussola, la corruzione non è più un reato, ma un metodo.

Basta guardarsi intorno: imprese serie faticano per un’autorizzazione, mentre altre, con progetti sospetti, ottengono finanziamenti in tempi record. È un sistema che premia l’opacità. E alla fine, chi paga? I cittadini, le piccole attività, chi crede ancora nella trasparenza.

Ma il problema vero non è solo chi ruba. È chi permette che si rubi. È quella cultura dell’impunità che si nutre di silenzi e complicità. Qui l’impunità nasce dalla lentezza, dalla complessità, dal fatto che denunciare costa più che tacere. Chi dovrebbe vigilare diventa parte del problema.

Questo è il tradimento. Non il singolo furto, ma la sua normalizzazione. Quei fondi non sono più strumenti di sviluppo: sono trofei per chi aggira le regole. Mentre le imprese oneste pagano il prezzo più alto.

Non so più come ripeterlo, a volte mi sembra di parlare da solo, anche se ad alta voce: bisogna spezzare questo circolo vizioso e sì… non bastano le leggi (fatte tra l’altro in maniera ridicola, come non bastano i controlli, serve una rivoluzione culturaleconvincere chi lavora nel pubblico che ogni firma è una responsabilità, non un favore; insegnare alle imprese che la legalità non è un costo, ma un investimento; ricordare ai cittadini che denunciare non è un rischio, ma un dovere.

Perché finché permetteremo che i fondi diventino bottino, finché lasceremo che la corruzione sia una pratica quotidiana, non ricostruiremo mai la fiducia e senza fiducia, non c’è economia, non c’è progresso, non c’è futuro!

Oggi, mentre scrivo queste righe, penso a quanti hanno smesso da tempo di credere che le cose in questo Paese possano cambiare. Ma come ripeto spesso, la speranza non è nella rassegnazione, ma nel gesto concreto, perché la legalità non è un ideale lontano, ma una semplice scelta quotidiana. Ed ogni volta che la facciamo, anche se nessuno lo vede, è un seme che piantiamo nell’arido terreno dell’indifferenza, è una piccola luce che accendiamo nel buio della rassegnazione.

Oltre il porno, la vera sfida: identità verificata anche per i social!


Stamani ho deciso di condividere con molti di voi una riflessione nata da una notizia che ho letto in questi giorni navigando in rete.
A partire dal 12 novembre 2025, infatti, entrerà in vigore in Italia una norma importante: non sarà più possibile accedere ai siti pornografici con una semplice autodichiarazione, ma sarà obbligatorio verificare la propria età attraverso sistemi certificati come SPID o la Carta d’Identità Elettronica.

La motivazione, profondamente condivisibile, è la tutela dei minori e l’aumento della sicurezza online, un argine finalmente costruito contro l’accesso inconsapevole a contenuti inadatti. Chi tenterà di entrare senza questa verifica si troverà davanti un avviso di inibizione, un muro digitale eretto a protezione dell’innocenza.

Davanti a questa notizia, il mio pensiero non ha potuto fare a meno di espandersi verso quelle piazze digitali dove l’identità è spesso un optional comodo e senza conseguenze. Ed allora mi sono chiesto perché un principio così chiaro di responsabilità e verifica non possa trovare una sua applicazione naturale anche nell’universo dei social network, in tutte quelle piattaforme come Instagram, X o Facebook dove ogni giorno fioriscono discussioni offensive e purtroppo anche troppi insulti.

Sarebbe bello, forse utopico, immaginare che per pubblicare un contenuto, per lasciare un commento, fosse necessario legare il proprio nome e cognome reali (e quindi non più nickname o false identità) attraverso quei medesimi sistemi di identità digitale.

Sono profondamente convinto che se ogni parola scritta in quei luoghi portasse con sé il peso di una identità verificata, il panorama della discussione online subirebbe una trasformazione radicale e benefica.

Già… quella fitta coltre di commenti offensivi, di aggressioni gratuite lanciate dal sicuro anonimato, si dissolverebbe per una larga parte, forse proprio quel novanta percento di veleno che avvelena il dialogo.

La libertà di esprimere il proprio pensiero non verrebbe certo meno, ma finalmente sarebbe accompagnata dalla consapevolezza e dalla responsabilità di chi sta parlando, costringendo tutti a ricordare che dall’altra parte dello schermo c’è una persona in carne e ossa.

Sì… sarebbe un ritorno a una forma di conversazione più autentica, dove la maschera dell’impunità cade e rimane solo la genuinità, a volte scomoda, di un volto e di un nome. Forse è un sogno, ma è un sogno per cui vale la pena spendere le proprie energie, perché la rete torni ad essere un luogo di incontro e di crescita civile.

Quando il pianeta parla e il mondo ascolta con “interesse”.


Continuando il discorso che porto avanti da mesi sul blog, mi sono imbattuto in una nota su una pagina Instagram che ha catturato subito la mia attenzione e da cui ho tratto spunto per questa riflessione.

La notizia confermava, con dati incontrovertibili, ciò di cui si parla da tempo: il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato e, con ogni probabilità, il più caldo degli ultimi 125.000 anni. Non si tratta di un semplice numero, ma di un segnale profondo emerso dal sesto rapporto sullo “Stato del Clima”.

Mi colpisce sempre pensare a come questi parametri vitali del pianeta — 22 su 35 ormai a rischio (nel post di domani ne parlerò più nel dettaglio) — non siano più fredde statistiche, ma sintomi visibili di un’accelerazione della crisi climatica. Dagli oceani che si surriscaldano alle foreste divorate dalle fiamme, la percepiamo ormai come un rumore di fondo alla nostra esistenza.

Ascoltando Johan Rockström, si comprende che molti di questi indicatori hanno da tempo superato ogni soglia storica. Non si può allora non riflettere sulla natura interconnessa dei rischi che affrontiamo: dall’indebolimento delle correnti oceaniche alla fragilità delle risorse idriche. È un monito che va ben oltre l’allarme ambientale: ci parla della salute stessa dei sistemi che ci permettono di vivere.

Eppure, mentre la realtà fisica del pianeta ci parla con un linguaggio diretto e implacabile, la nostra risposta collettiva sembra annaspare in un paradosso stridente. Gli “Accordi di Parigi” fissano obiettivi vincolanti, ma di fatto non prevedono sanzioni, affidandosi unicamente alla buona volontà degli Stati.

Questo meccanismo è visibile anche nel nostro paese, dove i piani vengono aggiornati senza che i ritardi comportino conseguenze reali. Si rivela così un conflitto profondo tra sovranità nazionale e urgenza globale: non esistono tribunali internazionali capaci di imporre tagli alle emissioni, ma solo un dialogo tra pari, un osservarsi a vicenda mentre la situazione precipita.

È affascinante e, al tempo stesso, angosciante notare come, nonostante il collasso dei parametri climatici, l’interesse mondiale per il tema stia crescendo. Forse la spinta non viene più solo dalla coscienza morale, ma dagli incentivi economici che stanno inclinando l’ago della bilancia verso la cosiddetta transizione ecologica, trasformandola da dovere etico a calcolo strategico.

Forse è proprio in questa frizione — tra la lentezza della politica e la nascita di nuovi interessi — che si sta scrivendo il nostro futuro. E forse è qui che si conferma un meccanismo ricorrente: le istituzioni, nazionali e internazionali, sembrano più concentrate nel coltivare un “interesse” economico e finanziario che nel monitorare con serietà gli indicatori chiave — quei “vital signs” che dovrebbero misurare lo stato reale del sistema climatico e il progresso effettivo verso il suo recupero.

RESISTERE!


Talvolta le parole appaiono consumate, quasi svuotate del loro significato più profondo, eppure alcune conservano un potere antico, una risonanza che scuote l’anima. RESISTERE!
È questa la parola che scelgo, che abbiamo scelto, come un faro nell’oscurità di un presente spesso sconcertante.

Non è un titolo, ma è il battito del cuore di tutti coloro che avvertono un profondo malessere, un disagio viscerale verso uno stato di cose che non ci rappresenta più, e che anelano a un cambiamento non più rimandabile, un cambiamento definitivo.

Mi torna in mente l’immagine della mia pagina di Facebook – https://www.facebook.com/resistworld – e quella citazione attribuita a Malcolm X che sembra scavata nella pietra della nostra contemporaneità: «Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono».

Queste parole non sono un semplice monito, sono una lente di ingrandimento gettata sul meccanismo più subdolo dei nostri tempi, quello che ci porterebbe, quasi senza accorgercene, a sostenere per il carnefice mentre guardiamo con sospetto la vittima, un ribaltamento della realtà che intorpidisce le coscienze e spegne la volontà.

E proprio oggi, l’associazione LIBERA, a cui ho l’onore di appartenere, ci ricorda con parole chiare e dolorose perché quella vigilanza sia più cruciale che mai. Negli ultimi giorni si sono riaffacciate modalità criminali e barbare, atti vigliacchi concepiti per mettere a tacere chi della verità e dell’informazione libera ha fatto la propria bandiera. È un colpo che ci ferisce tutti, che ci riporta a pagine buie che credevamo di aver voltato, e invece no, ci siamo ancora in mezzo, e questo ci grida che non possiamo più permetterci di essere spettatori.

C’è un mondo che resiste, sì… un mondo fatto di persone comuni, di cittadini che, in silenzio o a gran voce, hanno compiuto la scelta più importante: hanno deciso da che parte stare. È il mondo di chi non si volta dall’altra parte quando passa l’ingiustizia, di chi crede nella verità anche quando è scomoda, di chi ha il coraggio di mettere in discussione il potere e di fare domande che bruciano. È fatto di chi difende i diritti di tutti, anche dei più invisibili, di chi non si rassegna ma costruisce alternative concrete, di chi si ostina a credere nel bene nonostante tutto, di chi agisce con la ferma determinazione di non lasciare indietro nessuno.

Ecco perché mi permetto in questo post di riportarvi la nota pubblicata in questi giorni dall’associazione LIBERA: Negli ultimi giorni si sono riaffacciate modalità criminali per mettere a tacere chi della verità e dell’informazione libera ha fatto il proprio lavoro. Un atto barbaro e vigliacco che ci riporta indietro nel tempo, ma che ci ricorda quanto sia ancora necessario prendere parte. E Resistere! C’è un mondo che resiste. Un mondo fatto di persone comuni, cittadine e cittadini che hanno scelto da che parte stare. È il mondo di chi non si volta dall’altra parte, di chi crede nella verità, di chi mette in discussione il potere, di chi fa domande scomode, di chi difende i diritti, di chi costruisce alternative, di chi si ostina, di chi non lascia indietro nessuno, di chi agisce, di chi non si rassegna alle ingiustizie. Noi la nostra scelta l’abbiamo fatta. Adesso tocca a te!

Sì… noi tutti, in LIBERA, quella scelta l’abbiamo fatta da tempo, piantando i nostri piedi sul terreno della legalità e della giustizia sociale. Ma una scelta, da sola, non basta. Deve diventare un coro, un movimento, un’onda che non si può più fermare. E allora consentitemi di rivolgervi una domanda, semplice e diretta, che bussa alla porta della vostra coscienza: e tu? La tua scelta qual è? Perché il tempo di sperare che qualcun altro sistemi le cose è finito, è scaduto. È giunto il momento, il tuo momento, di fare la tua parte. Il futuro non aspetta, e la storia ci guarda.

L’inganno della tregua: Donald Trump raccoglie gli applausi, ma il merito va a suo genero Kushner, all’inviato speciale Witkoff e al leader di Hamas, Khalil al-Hayya.


Già… bisogna ringraziare Jared Kushner e l’inviato speciale Steve Witkoff, insieme ai capi di Hamas – capeggiati dal loro leader Khalil al-Hayya, sopravvissuto appena tre settimane prima a un attacco israeliano a Doha – se l’accordo è stato realizzato.

Parliamo degli stessi protagonisti che in passato avevano promosso gli “Accordi di Abramo”, quei patti volti a normalizzare le relazioni tra Israele e diversi Paesi arabi.

Come sempre accade nella vita – e il sottoscritto ne sa qualcosa – gli applausi e le coccarde non vanno mai a chi svolge il lavoro sporco sul campo, bensì a chi incarna la figura istituzionale. Così, anche Donald Trump si riprende la scena, mentre chi, dietro le quinte, ha condotto per settimane la trattativa a tu per tu con i quattro leader di Hamas, non riceve neppure un ringraziamento pubblico.

Ma permettetemi di contraddire quanto scritto in queste ore da pseudo-giornalisti legati in maniera diretta a quel meccanismo di “propaganda politica di governo” che ormai ha infettato il nostro Paese. Uscendo da quello schema – che ricorda fin troppo da vicino il metodo Goebbels – non posso che constatare una realtà scomoda: la tregua raggiunta è stata esclusivamente un mero scambio di prigionieri. Da un lato gli ultimi venti ostaggi israeliani, dall’altro circa duemila detenuti palestinesi. Un baratto umano che ha sollevato un velo di sollievo, ma che non ha scalfito il cuore del problema.

D’altronde, questo nuovo accordo, celebrato a Sharm el-Sheikh da numerosi leader internazionali, ha deliberatamente escluso le parti direttamente coinvolte – Israele e Hamas – come se il destino di una terra potesse essere deciso senza di loro. È lo stesso errore già commesso negli anni passati, e proprio in questa grave assenza risiede, secondo il sottoscritto, l’ennesimo grande fallimento: un fallimento che lascia i due popoli confinanti separati da una voragine… già, proprio come nella mia foto.
Ho osservato – dopo due anni di guerra – quanto è accaduto a seguito del raid di Hamas, e non posso che prendere atto di ciò che resta oggi: un immenso cimitero a cielo aperto, la distruzione totale della Striscia di Gaza, con case, ospedali e scuole ridotti in macerie, e soprattutto oltre sessantasettemila morti e una popolazione stremata dalla fame.

In questo scenario apocalittico, ogni parte ha perso qualcosa, ma forse Hamas ha perso più di tutti, incluso il favore del suo stesso popolo, sfiancato da una violenza che non ha condotto da nessuna parte se non alla rovina.

L’Autorità Palestinese, con sede in Cisgiordania, cerca ora di ritagliarsi uno spazio di mediazione, presentandosi all’ONU e al mondo come l’unico interlocutore credibile per riavviare un dialogo che porti finalmente alla costituzione di uno Stato palestinese – un sogno che sembra più vicino sulla carta che nella realtà.

E quindi non posso fare a meno di essere scettico di fronte a questo entusiasmo euforico, perché la storia ci insegna che i conflitti in questa terra hanno radici profonde e che le soluzioni imposte dall’alto raramente attecchiscono.

Quello che stiamo vivendo è solo una pausa, un momento passeggero dettato dall’urgenza di risolvere la questione degli ostaggi e di permettere l’ingresso degli aiuti umanitari – un bisogno così disperato che persino i combattimenti tra fazioni a Khan Yunis, dove clan locali hanno sfidato Hamas, sono serviti a ricordare a tutti la precarietà del potere.

Sono profondamente convinto che tra qualche mese, quando le macerie saranno state rimosse e la situazione sembrerà stabilizzata, i conflitti riprenderanno con rinnovata ferocia. Hamas – un movimento nato dalla resistenza e dalla militanza armata – non accetterà mai di essere relegato a forza a ruolo subalterno, né di essere messo da parte da un governo tecnocratico o da un’autorità imposta dall’esterno.

La tregua, quindi, non è la fine, ma solo un interludio: un respiro profondo prima che il ciclone di violenza si scateni di nuovo, portando con sé, come sempre, altra morte e altra distruzione, in un ciclo infinito che nessun accordo, finora, è riuscito a spezzare.

Mentre i leader sorridono, Gaza trema…


Il fragore delle armi a Gaza si è spento, ma il silenzio che avvolge la Striscia non sa di pace: sa piuttosto di respiro trattenuto, di pausa forzata, di attesa carica di tensione.
La cerimonia di firma in Egitto, prevista per lunedì, e lo scambio di prigionieri che ne seguirà, accendono certo una fiammella di speranza.

Eppure, basti guardare con attenzione alle condizioni di questo accordo per capire che non si tratta affatto di una soluzione, ma dell’ennesimo baratto tra vite umane: da un lato, gli ostaggi israeliani ancora in mano a Hamas; dall’altro, quasi duemila detenuti palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane, tra cui centinaia condannati all’ergastolo.

Questo non è un compromesso per la pace, è un patto di sopravvivenza momentanea, destinato a esaurirsi non appena le parti torneranno a guardarsi negli occhi con le armi in pugno.

La struttura stessa dell’accordo rivela tutta la sua fragilità. Israele ottiene l’appoggio internazionale anche di alcuni paesi arabi e il rilascio degli ostaggi, ma mantiene di fatto il controllo militare su oltre la metà del territorio di Gaza. Hamas, dal canto suo, ottiene sì… il cessate il fuoco e recupera centinaia dei suoi uomini, ma rifiuta con fermezza ogni ipotesi di disarmo; un punto, questo, che come sappiamo, per Israele non è negoziabile.

Difatti, un funzionario del movimento ha dichiarato in forma anonima, ma con chiarezza assoluta, che la richiesta di smantellare il suo apparato militare è “fuori discussione”, mentre Netanyahu, non ha esitato a ribadire che, senza disarmo, la guerra tornerà. Dunque, non si tratta di pace, ma di un braccio di ferro sospeso: le armi tacciono, ma le intenzioni non sono cambiate.

Le parole dei leader di Hamas confermano questa lettura. Hossam Badran, esponente di spicco dell’ufficio politico del movimento, ha definito “assurda e senza senso” qualsiasi proposta che preveda l’allontanamento dei suoi dirigenti da Gaza. Ha poi avvertito che, in caso di ripresa delle ostilità, Hamas risponderà a “qualsiasi aggressione israeliana”, e ha descritto la prossima fase dei negoziati come “più difficile e complessa”.

Comprenderete che non sono certo le parole di chi vuole deporre le armi per costruire un futuro comune, ma viceversa, quelle di chi si prepara alla prossima battaglia. E dall’altra parte, Israele non ha alcuna intenzione di permettere ad Hamas di rialzarsi: la determinazione a colpire di nuovo, se necessario, è esplicita, ed ecco perché in questo contesto, la ripresa del conflitto non è una possibilità remota: è quasi una certezza!

A rendere il quadro ancora più cupo è il ruolo di alcuni attori esterni, in particolare l’Iran. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha espresso “totale sfiducia” nella volontà di Israele di rispettare gli accordi, parlando apertamente di “trucchi e tradimenti del regime sionista”.

Ed infatti, pur appoggiando formalmente il cessate il fuoco, Teheran ha escluso con forza ogni ipotesi di normalizzazione con Israele, definendola “semplice illusione”. E poiché l’Iran continua a sostenere militarmente e politicamente Hamas, il suo atteggiamento non fa che incoraggiare le frange più radicali del movimento a resistere a qualsiasi concessione sostanziale.

Ecco perché in questo gioco, la tregua diventa solo un intervallo utile per riarmarsi, riorganizzarsi e attendere il momento giusto per colpire di nuovo, la storia, d’altronde, ci ha abituati a questi corsi e ricorsi e sappiamo come le radici di questo conflitto affondano in decenni di dispute territoriali, religiose e nazionali che nessun accordo superficiale ha saputo mai sanare.

Gli Accordi di Oslo, un tempo simbolo di speranza, sono finiti nel dimenticatoio. La soluzione dei due Stati, pur invocata da anni dalla comunità internazionale è rimasta un miraggio e quindi, l’attuale tregua, per quanto necessaria a fermare l’indicibile sofferenza dei civili, non tocca minimamente le questioni fondamentali: lo status di Gerusalemme, il diritto al ritorno dei rifugiati, la fine degli insediamenti israeliani, la sovranità di uno Stato palestinese.

Quindi, finché queste ferite resteranno aperte, ogni cessate il fuoco sarà solo un cerotto su una piaga profonda, destinato a staccarsi non appena il vento del conflitto tornerà a soffiare. Quello che stiamo vivendo non è la fine della guerra, ma un breve intervallo in una tempesta che non ha ancora esaurito la sua furia.

Già… a differenza di molti leader, in particolare i nostri politici attualmente al Governo, così entusiasti di giungere in Egitto per farsi un selfie con il “loro” Presidente Trump, beh… il sottoscritto teme che ahimè, molto presto, il fragore tornerà a farsi sentire, e purtroppo, sarà più forte di prima

L’impressione è che tutti in questo Paese siano all’arrembaggio!!!


Stamattina, seduto al bar di Sferro – una frazione del comune di Paternò, in provincia di Catania, a suo tempo un villaggio nato come alloggio per gli operai delle grandi opere pubbliche – con una tazza di cappuccino in mano ancora calda, ho lasciato che il brusio della sala mi portasse via con i pensieri, verso ricordi che credevo smarriti.

Poi, un gesto dell’amico che avevo invitato mi ha richiamato al presente. “E tu che ne pensi?”, mi ha chiesto. Così, voltandomi, ho agganciato i frammenti di quella conversazione e, quasi senza accorgermene, ho coinvolto nel discorso quel gruppo di suoi conoscenti.
Ripetevano: “L’impressione è che tutti in questo Paese siano all’arrembaggio!”. Quella frase, così cruda eppure carica di un senso quasi poetico, mi ha trafitto, già… come un arpione lanciato da chissà quale nave fantasma in mezzo a un mare in tempesta…

“Arrembaggio”, pensavo tra me, mentre ripetevo mentalmente la parola come se fosse un incantesimo arcaico. Ed ecco che subito mi sono apparsi davanti agli occhi i volti segnati dal sale e dalla crudeltà dei pirati dei grandi romanzi d’avventura: Long John Silver che ride beffardo ne “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson, oppure il Capitano Nemo, già… che domina gli abissi in “Ventimila leghe sotto i mari” di Jules Verne, o ancora, il feroce “Capitano Hook” di J.M. Barrie, sempre in bilico tra paura e vendetta, e per finire, i predatori senza patria che solcano gli oceani nel “Capitano Blood” di Rafael Sabatini. Uomini senza bandiera se non quella dell’avidità, pronti a salire sul ponte delle navi altrui con sciabole sguainate e occhi pieni di brama.

Eppure, ascoltando quei discorsi al bar, non si stava parlando di bottini sepolti su isole lontane né di mappe con la X rossa segnata su un punto, ma viceversa si faceva riferimento alle bollette che lievitano, ai posti di lavoro persi, alle promesse politiche svanite, sì… come schiuma tra le dita.

La metafora del pirata, però, calzava a pennello, perché oggi sembra che ognuno, in qualche modo, stia preparando la propria scialuppa per raggiungere la nave accanto, non per aiutare l’equipaggio, ma per portargli via tutto ciò che può.

È un periodo in cui rubare, aggirare, approfittare, appare spesso più intelligente che agire con onestà e chi rispetta le regole sembra destinato a rimanere indietro, mentre chi – viceversa – sa arruffianare, mentire, truccare i conti, viene ammirato come un nuovo eroe dei tempi moderni.

Ed ecco quindi che la nostra società è diventata un oceano infinito popolato da vascelli in fuga e da predatori in caccia, dove nessuno si fida del timoniere e neppure del compagno di cabina.

Ma allora cosa c’è dietro questa sensazione diffusa, quasi viscerale, di vivere in un’era di saccheggio generalizzato? È davvero l’avidità umana a essersi improvvisamente moltiplicata, oppure è la paura a guidare questi comportamenti?

Chissà… forse la colpa è da ricercarsi in questo futuro incerto, quando ogni giorno da quei Tg giungono nuove notizie su conflitti, stragi, crisi, precarietà, ingiustizia, e quindi l’istinto primario prende il sopravvento: sopravvivere a tutti i costi, anche a costo di dover calpestare il nostro vicino, in fondo, se credi che il mondo stia per affondare, perché non provare a salvare almeno il tuo baule?

E così, lentamente, ci si convince che anche gli altri stiano facendo lo stesso, e allora diventa giusto farlo per primo, sì… prima degli altri! Ed è così che nasce una sorta di corsa al ribasso morale, dove l’etica viene considerata un peso inutile da abbandonare sul ponte per correre più veloce.

Mi chiedo però se questa visione sia davvero fedele alla realtà o se invece non sia il frutto di un racconto collettivo che si autoalimenta. Perché è innegabile che esistano casi eclatanti di corruzione, di speculazione, di furto delle nostre risorse pubbliche, ma possiamo dire con certezza che “tutti” siano ormai diventati “pirati”?

O forse è solo che i veri predatori, quelli rumorosi e spregiudicati, occupano tutta la scena, mentre la maggior parte della gente continua a lavorare in silenzio, a pagare le tasse, ad aiutare il vicino di casa, a tenere insieme i cocci senza fare titoli sui giornali? La percezione dell’arrembaggio generalizzato potrebbe essere amplificata dai media, dal web, dai discorsi nei bar appunto, fino a trasformarsi in una narrazione dominante, capace di plasmare il nostro sguardo sulla realtà, anche quando non corrisponde interamente alla verità.

E allora mi torna in mente un’altra immagine, meno epica ma forse più necessaria: quella del marinaio stanco che, pur vedendo altre navi attaccate e saccheggiate, decide di non issare la bandiera nera, ma di continuare a navigare con la sua rotta, magari offrendo soccorso a chi galleggia tra i relitti.

Perché forse il vero atto di ribellione in un’epoca di arrembaggi non è difendere il proprio tesoro a colpi di moschetto, ma ricordare che il mare è grande abbastanza per tutti, e che viaggiare insieme, condividendo fatica e speranza, potrebbe essere l’unica via per evitare che nessuno affondi. Certo, il tesoro condiviso brillerà meno di quello accumulato da un solo uomo, ma sarà un tesoro che non richiede sangue, tradimento o rimorso.

Ecco, forse è proprio questo il mio dubbio: stiamo assistendo a un crollo del senso di comunità, a una rinuncia collettiva all’idea che il bene comune possa ancora avere valore? Oppure, dietro questa retorica dell’arrembaggio, si nasconde una voglia repressa di giustizia, di equilibrio, di riscatto?

Mi piace pensare che dentro ognuno di noi ci sia ancora un po’ di capitano onesto, confinato in un angolo della coscienza, che osserva la tempesta e si chiede se non sia il caso di cambiare rotta, non per paura del nemico, ma per amore della nave, per rispetto del mare, e per non dimenticare che, alla fine, nessun pirata è mai stato felice del suo tesoro…