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Jeffrey Epstein: Sì… tutti coloro che hanno partecipato a quegli abusi su minori, vanno ora lasciati appesi a testa in giù in una piazza sotto il sole, dopo esser stati completamente scuoiati!


Ho iniziato da ieri a vedere su Netflix una miniserie che tratta di un argomento scabroso: la vicenda di Jeffrey Epstein.

Ora… non è che non avessi letto quanto fosse accaduto in quelle sue lussuose ville, ma osservare visivamente le immagini, far emergere dall’ombra i contorni di quelle stanze, mi ha fatto inorridire in modo diverso. Ha toccato una corda che offende la natura umana, e che mi ha fatto decidere di scrivere questo post e al titolo da utilizzare per aprire questo discorso.

Mi chiedo spesso, dinnanzi a fatti che superano l’immaginabile, dove vada a finire il nostro sdegno. Sì… è come se si accumulasse, strato dopo strato, fino a formare un cristallo duro e tagliente, proprio come quello ora evocato dalle parole del mio titolo. 

Non è fantasia da horror, né la semplice invocazione di una giustizia sommaria e fisica, è piuttosto l’estremo respiro di un’impotenza collettiva, che sente di aver toccato il suo limite. È il punto in cui la ragione, stanca di bussare alle porte dei tribunali, sogna un finale diverso, in cui il castigo sia pari all’orrore, sia pubblico e, soprattutto, sia definitivo.

Certo, la mia è un’immagine da antico codice, e forse nasce proprio da lì: dal bisogno primordiale di vedere un ordine restaurato in modo così plateale da cancellare, una volta per tutte, ogni ombra di dubbio, perché – ahimè – la realtà con cui ci confrontiamo è ben più opaca, più grigia!

È fatta di documenti – quelli sì, finalmente pubblicati – che formano una nebulosa di nomi, di voli, di indirizzi. Si parla di “files“, una parola asettica che contiene universi di sofferenza, e non di quello che realmente fosse e cioè uno: “schifo”.

Jeffrey Epstein non fu un mostro solitario; fu piuttosto un nodo, un collante, un raccordo tra soggetti deviati. La sua genialità perversa consistette proprio in questo: comprendere che il desiderio più oscuro, se protetto da abbastanza denaro e favori, poteva trasformarsi in una valuta, in una merce di scambio per una certa “élite“. 

Le sue ville, l’isola, gli aerei, non furono soltanto i teatri di un delitto, ma i luoghi di una perversa socialità, dove il potere non si limitava a coprire malefatte. Lì, in qualche modo, si banchettava. E il banchetto aveva un prezzo, pagato a scapito di aspiranti modelle e, in modo ancor più deplorevole, su vittime minorenni ignare.

È qui che il nostro sdegno si incrina e diventa perplessità. Perché leggere quei nomi – politici, imprenditori, magnati, intellettuali, artisti – non fornisce risposte, ma moltiplica le domande. Essere menzionati, ci viene giustamente ricordato, non è una condanna. Alcuni saranno stati ingenui frequentatori di un ambiente luccicante e certamente corrotto; altri, chissà, avranno visto e avranno distolto lo sguardo. 

Il dubbio, però, si insinua come una nebbia: fino a che punto si può essere “solo” amici di un uomo che organizzava la propria esistenza attorno allo sfruttamento di donne, uomini, o peggio… adolescenti? Dove finisce la colpevole negligenza e inizia la complicità? Il vero rompicapo sta in questa zona grigia, in quel brusio di fondo di un mondo che, a certi livelli, ha forse chiuso un occhio, ha scambiato un sorriso, pur intravedendo il buio ai margini del tappeto rosso.

I social media hanno preso questa storia già contorta e l’hanno gettata nella fornace del caos. Hanno creato un cortocircuito letale tra il legittimo desiderio di giustizia e la sete morbosa di scandalo, fabbricando accuse a caso, mescolando vittime e carnefici in un unico, gigantesco spettacolo. 

Questo rumore di fondo rischia di soffocare le voci vere, quelle delle sopravvissute, trasformando una tragedia umana in un campo di battaglia per teorie complottiste. Ci si ritrova così a dover lottare, paradossalmente, per preservare una verità già di per sé agghiacciante dalla distorsione della menzogna.

Alla fine, mi fermo a considerare il titolo da cui siamo partiti. Quella violenza verbale, quel desiderio di squarci e di sole cocente, è forse il gemello oscuro della nostra frustrazione. Rappresenta la tentazione di sostituire l’iter faticoso della giustizia – con i suoi cavilli e le sue attese – con un’icona immediata e sacrificale. 

È un’idea comprensibile, ma resta un vicolo cieco. Perché la vera, difficile opera non è immaginare il castigo, ma decifrare il silenzio che ha permesso tutto ciò. È capire come una rete del genere abbia potuto tessersi alla luce del sole, intrecciata ai fili della finanza, della politica, dell’accademia e dello spettacolo.

Il sole sotto cui vorremmo appesi i colpevoli, forse, dovrebbe prima di tutto illuminare quelle stanze troppo a lungo rimaste in penombra. La giustizia, quando arriva, non ha lo spettacolo feroce di un’antica esecuzione, ma il volto austero di una condanna legale, o la paziente, ostinata raccolta di prove. 

È meno narrativa, meno catartica. Ma è l’unica che può reggere il peso della storia, senza rischiare di trasformarci, nel desiderio di distruggere i mostri, in qualcosa che ad essi assomigli.

Io, nel mio sentire più viscerale, preferisco ancora la soluzione del titolo: appendere tutti a testa in giù, scuoiati. Ma soprattutto, ora, vorrei conoscere i nomi. I nomi dei miei connazionali che in quelle stanze ci sono stati, che a quelle feste hanno partecipato. Perché ho la sensazione, anzi la certezza, che ci siano. 

Sì… vorrei sapere, una volta per tutte, chi ha banchettato in quel silenzio!

Fabrizio Corona: Verità, falsità e il peso del silenzio. Il patto invisibile del potere.


È in corso uno strano, inquietante silenzio e si propaga come un’eco che non trova pareti contro cui frangersi. Non è solo l’assenza di suono, ma un silenzio pieno di cose non dette, di parole trattenute, di accuse assorbite senza reazione.
Al centro c’è un nome, Fabrizio Corona, e il suo format “Falsissimo”, una serie di rivelazioni tanto esplosive quanto abilmente confezionate (sicuramente… anche per generare profitto, d’altronde si parla di centinaia di migliaia di euro al mese).

Ciò che accade intorno a questo nome, però, racconta molto più della persona: rivela un intero mondo, quello dello spettacolo e del potere, che sembra paralizzato. Ma in fondo non è che la solita, antica e ben oliata routine del compromesso.

La vicenda è ormai nota a tutti. Fabrizio Corona, con una lunga storia giudiziaria (che include condanne per estorsione), ha lanciato attacchi durissimi contro un sistema, coinvolgendo nomi pubblici noti. In quelle sue puntate (che trovate in tutti i social) piene di accuse, di pressioni e di piaceri sessuali promessi in cambio di un favore, hanno raggiunto ormai milioni e milioni di visualizzazioni.

Ovviamente la reazione legale non si è fatta attendere e così la magistratura ha ordinato la rimozione di tutti i contenuti su quei personaggi e sulla stessa società chiamata in causa, attraverso una diffida per “violazione di copyright”, facendo cancellare l’ultima puntata che doveva andare in onda in abbonamento, in un social.

Un dettaglio, quello del copyright, che definirei “illuminante”, sì… perché non è stata la gravità delle accuse, la violenza verbale o la potenziale diffamazione a far abbassare il sipario in modo così efficace, ma la violazione di una proprietà intellettuale.

E’ come se il sistema avesse trovato una leva tecnica, asettica, per disinnescare una bomba morale, aggirando il merito scomodo delle domande poste. E qui, il primo silenzio si fa sentire: il silenzio sul merito stesso! La società ha sin da subito replicato definendo tutto “menzogne e falsità”, ma la discussione pubblica è stata immediatamente deviata su un terreno legale e commerciale, lasciando così le domande di fondo sospese in un vuoto “assordante”, perché è proprio in questo vuoto che si insinua la perplessità più profonda.

Dove sono le voci di coloro che sono stati “indirettamente” chiamati in causa? Tutti quei personaggi pubblici che sono stati esposti alla gogna mediatica, auspico abbiano in questi giorni denunciato il Corona o si sono astenuti? Ed ancora, perché chi è stato mesi fa “buttato fuori” da certi programmi televisivi ha risposto a quelle “calunnie” solo attraverso i social, in modo difensivo, e non è corso immediatamente in Procura o presso gli studi legali a sporgere denuncia per diffamazione?

La risposta più inquietante, e che molti di noi sospettano, è che il silenzio non sia dettato dalla mancanza di offesa, ma da un calcolo. Denunciare Corona significherebbe certo mettersi nelle mani della magistratura, ma aprirebbe un processo in cui lui – ovviamente per difendersi – potrebbe essere chiamato a esibire “in quelle sedi opportune” (ahimè pubbliche…), tutta la documentazione che finora ha detto di possedere (quantomeno questo è ciò che ho compreso io…).

Questa scelta, infatti, potrebbe dipendere da diverse considerazioni strategiche:

L’effetto amplificazione: Rispondere ufficialmente può dare ulteriore visibilità e risonanza alle accuse, anche se false, rischiando di danneggiare ulteriormente la propria reputazione.

Sfiducia nell’efficacia: In un ecosistema digitale dove i contenuti diventano virali in poche ore, una procedura legale – spesso lunga – potrebbe non fermare tempestivamente il danno reputazionale già in corso.

Bilanciamento costi/benefici: Intraprendere una causa legale comporta costi economici, di tempo ed esposizione mediatica. Per alcuni, potrebbe non valerne la pena rispetto alla possibilità che l’interesse pubblico si sposti presto su altre notizie.

Già… un ribaltamento del tavolo che nessuno sembra volere. Forse, dobbiamo pensare che qualcuno preferisca sperare che il proprio silenzio venga premiato: chissà… con una nuova chance, con una mano tesa, con un silenzio reciproco? È il compromesso nella sua forma più pura: io non alzo la voce contro di te, e tu non alzi ulteriormente il volume contro di me. Sopravviviamo entrambi, intatti nella nostra rispettabile vulnerabilità.

Questo meccanismo non opera solo a livello individuale, ma si estende a tutto l’ecosistema mediatico, già… osservate il silenzio ufficiale, quasi una “pax” prestabilita tra competitori. Basti osservare tutti quei concorrenti, che in altri frangenti, non esiterebbero a trasformare lo scandalo altrui in oro per gli ascolti, qui se ne stanno alla larga. È come se vi fosse un tacito accordo di non belligeranza su certi terreni scivolosi, una consapevolezza che oggi abbassi l’ascia su di me, perché domani quella stessa ascia potrebbe rivoltarsi contro di te!

D’altronde chi dovrebbe scrivere, parlare, spesso, è stipendiato o legato a doppio filo a certi editori, e dunque la sua voce è calibrata, cauta, mai del tutto schierata. Il risultato è una narrazione pubblica monca, dove la battaglia si sposta su questioni secondarie, ad esempio la violazione del copyright, la sanzione pecuniaria, mentre il cuore della questione, quel presunto scambio tra ambizione e coercizione morale, resta avvolto nelle nebbie del “non detto”.

Alla fine, ciò che ci interroga non è la veridicità o la falsità delle singole accuse di Corona, su cui, ricordiamolo, la magistratura sta indagando separatamente, ma il riflesso che questa storia proietta sul nostro mondo.

Ci mostra come il potere, in tutte le sue forme (finanziario, manageriale, politico, ma anche soltanto di semplice visibilità…) possa funzionare, non solo attraverso imposizioni plateali, ma attraverso la seduzione silenziosa del compromesso. L’obiettivo da raggiungere – un posto in tv, una carriera, un sogno – diventa così luminoso da accecare, e la strada per ottenerlo si fa grigia, fatta di piccoli piegamenti, di sguardi alti, di accordi sottobanco.

Chi si piega non è necessariamente una vittima senza scampo; a volte è un complice attivo di un sistema che sa che il suo carburante più potente non è la forza bruta, ma la speranza, sì… la speranza di farcela, a qualsiasi costo.

E così mentre noi telespettatori, restiamo a guardare questo strano spettacolo di fuochi d’artificio verbali e silenzi di tomba, la domanda vera non è “Chi ha ragione?”, ma: “Quanto costa, in dignità e verità, il prezzo del successo che in molti accettano di pagare?”.

Ed il silenzio, purtroppo, è la risposta che già conoscono!

3I/ATLAS: e se fossero venuti a prendersi i nostri politici, ma dopo averli osservati avessero detto: “No, meglio lasciarli qui”.


Ho appena finito di vedere in TV il nostro telegiornale e così… dopo aver visto alcune di quelle facce, mi sono trovato a ripensare a cosa avevo scritto alcuni giorni fa e a quanto sarebbe – a ben vedere – commovente, se un giorno di questi arrivassero gli alieni…

Già… non con navi da guerra “pronte al fuoco” e raggi distruttori, no… in modo sereno, con calma, come dei tecnici inviati in sopralluogo per valutare uno stato di avanzato degrado…

Li immagino… sbarcano, ispezionano, raccolgono dati: emissioni di CO₂; alterazione dell’aria da parte di agenti chimici, fisici e biologici, come smog, particolato e gas nocivi; degradazione del terreno causata da rifiuti tossici, pesticidi e sostanze radioattive; contaminazione di fiumi, laghi e mari con sostanze chimiche, metalli pesanti, batteri e microplastiche; per passare infine agli inquinamenti luminosi, termici, elettromagnetici…

Ed infine li ho immaginati mentre controllano gli uomini, i livelli di corruzione raggiunti, il tasso di illegalità diffusa, quel loro condizionamento sottoposto da troppo tempo al clientelismo, sia politico che criminale. Sono lì a scambiarsi uno sguardo – silenzioso, denso, cupo – già… come quello che certi professionisti si lanciano quando riconoscono un meccanismo perverso, visto troppe volte sul campo.

E chissà, magari alla fine non distruggono nulla. Anzi, propongono una semplice bonifica. Niente di drammatico: individuano la classe politica italiana degli ultimi trent’anni, insieme a parte di quella internazionale, la caricano su un modulo di trasporto interstellare e se la portano via, delicatamente, come si fa con l’amianto o con i fluidi tossici di un impianto fognario obsoleto. Nessuna colpa personale, solo la necessità igienica di un intervento di “manutenzione” cosmica.

Immagino già il comunicato stampa del nuovo governo terrestre riunitosi per l’occasione: “Le riforme istituzionali sono momentaneamente indisponibili. Fonti attendibili parlano di un allontanamento volontario verso un sistema stellare lontano 43 anni luce. Si assicura comunque che tutte le attività parlamentari proseguiranno, tra qualche giorno, normalmente”.

Sì… forse solo allora ci accorgeremmo che funziona tutto meglio. Leggi approvate in tempi ragionevoli, cantieri che partono senza decenni di attesa, ponti che non crollano più sotto il peso dell’incuria e/o illegalità. E noi, tutti stupiti, ci guarderemmo intorno chiedendoci: era solo questo il problema? Bastava semplicemente rimuovere quegli oggetti inquinanti per far ripartire il sistema?

Certo, lo so bene: è solo uno scherzo. Ma come tutti gli scherzi che tengono il filo della verità, ha un suo fondo di costruzione logica. Perché se anche 3I/ATLAS non fosse un messaggero tecnologico, ma solo un pezzo di ghiaccio solitario, almeno ci ha ricordato una cosa: possiamo ancora immaginare un mondo dove chi sbaglia, chi ruba, chi tradisce la sua funzione, viene semplicemente sostituito, e dove il buonsenso non è un’utopia, ma una norma di sicurezza.

E quindi, se proprio devono arrivare, gli alieni, spero proprio che abbiano con sé un “modulo di smaltimento” selettivo. Sono certo che il nostro pianeta li ringrazierebbe, io di sicuro! D’altronde ditemi: cosa potrei dire dopo un sospiro di sollievo lungo trent’anni?

“Il Grande Fratello”? Solo per raccomandati? Vedasi che novità: io l’avevo scritto nel 2017!


Come un pensiero che ritorna ostinato, le notizie che circolano ora sul “Grande Fratello” mi riportano indietro di anni, in un “déjà vu” quasi disarmante.

La cronaca attuale, tra scandali, annullamenti di casting e improbabili “rumors” di conduzione, sembra riavvolgere il nastro e riproporre, con volti leggermente diversi, le stesse dinamiche di cui discutevo già nel 2017: il sospetto di favoritismi, la sensazione di una regia troppo presente, la poca trasparenza dietro al semplice gioco di un tele-voto. 

Oggi dicono che per il prossimo GF Vip i casting siano stati azzerati e rifatti da capo dopo forti pressioni esterne, e che alcuni nomi già annunciati abbiano fatto marcia indietro. Allora, nella puntata finale del 2017, il sistema di voto rifiutava in modo selettivo le preferenze di mia figlia per la favorita, già in un parallelismo oggi, che è quasi grottesco.

La verità, temo, è che il tempo scorre ma certi meccanismi restano immutabili. Sì… nel 2017 mi chiedevo, ironicamente, chi fossero davvero quei “VIP” (Very Important Person). Oggi i nomi che circolano per il cast del 2026 sono figli e fratelli di famosi già visti in passato, ex tronisti, figure note soprattutto per i propri legami sentimentali o per la partecipazione ad altri programmi dello stesso circuito. 

Si parla di Alba Parietti, di Loredana Lecciso e della figlia Jasmine, di Walter Zenga, di volti provenienti dal mondo di Uomini e Donne. Un giro che sembra piuttosto chiuso, un circolo dove l’accesso è regolato più da conoscenze e dall’essere già “nel giro“, che da una reale notorietà o un merito indiscutibile. Una promozione televisiva, insomma, che funziona per affinità e raccomandazione.

Anche lo scandalo di oggi, con le inchieste e le accuse che hanno portato all’esclusione del conduttore storico Alfonso Signorini e al conseguente caos organizzativo, non fa altro che confermare l’impressione di un ambiente opaco. È la stessa produzione, la stessa macchina dello spettacolo che, per proteggere se stessa o per dirigere il gioco, finisce per diventare la vera protagonista, oscurando i concorrenti. Ieri si manipolava un voto, oggi si cancella un intero cast già approvato. La sostanza non cambia: il pubblico è spettatore di una partita le cui regole possono essere riscritte in corsa, fuori dal suo controllo.

Eppure, nonostante tutto questo, il format sopravvive e si ripresenta. Mediaset punta forte su di esso per la prossima stagione, tanto da valutare di renderlo l’unico reality in palinsesto o di lanciare una maratona lunghissima. È la dimostrazione più chiara di come il sistema, per quanto criticabile, funzioni. 

Garantisce ascolti, genera conversazione, distrae. Offre pane e circo in una formula che, seppur logora, è ancora redditizia. La mia riflessione di nove anni fa sulla televisione che preferisce distrarci piuttosto che informarci sui problemi reali del paese, purtroppo, non ha perso un grammo della sua attualità.

Il sospetto che allora era un lampo nella mente di un padre che guardava sua figlia frustrata davanti a uno schermo, oggi è diventato cronaca. Le denunce sono diventate pubbliche, le voci sono esplicite. Ma la cosa più amara è rendersi conto che, in fondo, non è una novità, è un copione già scritto, che si ripete. 

Io l’avevo anticipato nel 2017 – https://nicola-costanzo.blogspot.com/2017/12/il-grande-fratello-raccomandato.html – osservando con occhio disincantato un gioco che, dietro la facciata del divertimento, rivela molto del paese in cui viviamo. Un paese dove troppo spesso, in troppi ambiti, non vince il migliore, ma il meglio inserito. 

E il “Grande Fratello“, in questo, non è che uno specchio, magari distorto, ma terribilmente fedele…

Già… viviamo tra l’oblio che spinge i corpi e la risata che li copre.


Già… c’è un dato che osservo, che scorre silenzioso tra le cifre degli incassi, una cifra che non fa clamore, che non genera titoli trionfali e mi chiedo cosa significhi, davvero, per me, per noi…

Mentre un film comico solca il cielo del botteghini come una cometa festosa, un altro film, che racconta uno dei processi più bui e necessari della nostra storia, “Norimberga”, arranca in terza posizione con un incasso che è poco più di un decimo rispetto al colosso in testa. 

Non si tratta di giudicare il valore del sorriso, che è medicina preziosa soprattutto in questo periodo in cui viviamo – a causa dei conflitti – tempi grami, ma si tratta di notare una direzione, già… una propensione dell’animo collettivo. 

Mi sembra che ci sia una volontà precisa, soprattutto nei più giovani, ma non solo, di cercare soltanto la spensieratezza, o al contrario, di schierarsi socialmente con furore da tribù, brandendo slogan pescati dal flusso dei social, ma nel mezzo, però, svanisce la pazienza per la profondità, l’interesse per la stratificazione amara e complessa della verità.

Si preferisce la semplificazione, la pillola già digerita, sia essa una risata garantita o un’opinione preconfezionata e così accade che un film che mostra, tra le altre cose, un bulldozer che spinge centinaia di corpi senza vita in una fossa comune, resti sullo sfondo, quasi un disturbo per la nostra serenità costruita. 

Quelle immagini riprodotte però, non sono una finzione macabra, sono il documento di ciò che mani umane hanno compiuto, non in un medioevo lontano, ma ottant’anni fa. Sì… dovremmo guardarle nuovamente tutti per riconoscere la meschinità di cui può ammalarsi l’anima quando si crede pura, quando si illude di edificare un paradiso sulla terra cancellando chi è giudicato impuro. 

Quella sola scena – da sola – potrebbe insegnarci quanto fragile e spesso ipocrita sia la nostra normalità, che avanza fingendo di non sapere, o scegliendo di dimenticare in fretta, sepolta sotto il frastuono del divertimento e della polemica quotidiana.

Quel bulldozer nei campi di sterminio è il simbolo estremo dell’oblio attivo, della spinta meccanica a rimuovere la prova, a far scomparire non solo le vite ma la loro stessa traccia materiale. Oggi, quell’oblio non è più così violento e manifesto. È più subdolo! 

È la stanchezza di sapere, la noia di fronte alla complessità, la scelta volontaria di distogliere lo sguardo perché “è troppo pesante” o “è roba vecchia” oppure come sento ripetere da molti in questi giorni: “ma loro non stanno facendo lo stesso a Gaza?“. È lo scrollare via, il cambiare canale, il preferire altro. E su questa rimozione silenziosa, costruiamo la nostra risata. Non una risata liberatoria o genuinamente gioiosa, ma una risata-copertura, un rumore di fondo assordante che ci garantisce di non sentire il brusio inquietante della storia, di non dover rispondere alla domanda più scomoda: “E io, in tutto questo, cosa sarei stato?“.

Eppure, il bisogno di evasione è legittimo, lo comprendo. Le sale si riempiono di risate e forse, in quel momento di condivisione, c’è anche un po’ di sollievo autentico. Ma un popolo che misura la sua vitalità culturale solo dal battito della risata, e non anche dalla capacità di sostare nel disagio della memoria, rischia di diventare un popolo superficiale. Un popolo che affida la sua comprensione del mondo ai trend e ai post, senza mai scavare negli aspetti storici, nei vissuti, nelle contraddizioni che hanno portato a quelle fosse comuni, è un popolo che dorme nella storia, credendosi sveglio.

Forse il punto non è scegliere tra Checco Zalone Russell Crowe, tra la commedia e il dramma storico, no… il punto è l’equilibrio perduto, la scomparsa di un desiderio di completezza. Vogliamo solo essere trasportati lontano, o infiammarci in dispute virtuali, ma non vogliamo più essere interrogati, messi in discussione, costretti a pensare con la nostra testa, al di là delle narrazioni che ci vengono propinate. Quella fila per il film comico, così lunga, e quella per “Norimberga”, così esile, sono due facce della stessa medaglia: la ricerca di un presente senza peso. Accettiamo di vivere in questa strana terra di nessuno, tra l’oblio che spinge i corpi e la risata che li copre. È più comodo così.

Ma la vera sfida non è smettere di ridere. È non permettere che quella risata diventi la colonna sonora della nostra dimenticanza. È trovare il coraggio di guardare, almeno ogni tanto, nella direzione del bulldozer, e ascoltare il suo rombo sinistro che riecheggia, ancora, sotto alle nostre risate. 

Perché una vita che fa finta di andare avanti, voltando le spalle a quella macchina e al suo carico, è davvero una vita vissuta o è solo un’attesa spensierata nell’anticamera della storia, che prima o poi bussa sempre di nuovo alla porta, con domande a cui non abbiamo imparato a rispondere?

Accumulazione e povertà: lo specchio di un’Italia in declino.


Già… la mia ultima riflessione su un’ingiustizia che non vedrò finire.

Miei cari lettori e lettrici, oggi voglio riflettere con voi su un meccanismo potente e silenzioso che plasma le nostre vite, spesso senza che nemmeno ce ne accorgiamo. 

Parlerò di un principio antico, ma più attuale che mai, che riguarda il modo in cui la ricchezza si muove e si concentra. 

Farò in modo di trattare l’argomento non attraverso teorie astratte, ma con ragionamenti concreti che toccano quotidianamente la nostra società, la stessa che vediamo scorrere proprio sotto i nostri occhi.

Pensate a come funziona il mondo quando si lascia guidare soltanto dalla logica del profitto. Chi possiede già capitale, ha la possibilità di farlo crescere, di accumularne ancora. È un circolo che si autoalimenta: più hai, più puoi ottenere. E così, a un polo della società, la ricchezza si ammassa, diventa torre d’avorio, diventa privilegio che genera altro privilegio, in un’esistenza fatta spesso di spreco e di distanza abissale dalla fatica della maggior parte dei miei connazionali.

Dall’altro lato, infatti, ci siamo noi, chi quella ricchezza la produce con il proprio lavoro! Eppure, paradossalmente, più il sistema cresce e più la sua condizione diventa precaria, insicura, soffocata. La miseria non è solo mancanza di soldi, è anche mancanza di futuro, è tormento del vivere quotidiano, è l’ansia di non farcela che ti divora. E questo non è un caso, non è una sfortuna. È la diretta conseguenza di quel meccanismo di accumulazione: per ogni tesoro che si concentra in poche mani, corrisponde un aumento di sofferenza e di privazione nella moltitudine.

Questo paese che proviamo ancora ad amare, si questa “Italia“, ne è la prova vivente. Siamo diventati lo specchio di questa legge spietata. Guardatevi attorno: la forbice tra chi ha tutto e chi non ha nulla si allarga ogni giorno di più. I nostri giovani più brillanti, quelli che potrebbero dare ali al futuro, vengono relegati in cantina, soffocati da una massa di incompetenti che avanzano solo grazie a raccomandazioni e favori. 

La scuola, la ricerca, la crescita intellettuale sono considerate un lusso, non una priorità. Siamo immersi in un disastro sociale e culturale che ci sta impoverendo nell’anima prima ancora che nel portafoglio.

E a chi giova tutto questo? A chi sta al vertice di quella piramide di ricchezza. E dietro le quinte, chi guida realmente il gioco? Sono le strategie di poteri forti, economici, finanziari e purtroppo anche militari, che non hanno bandiera italiana.

È chiaro a tutti chi dettano le regole del mondo oggi, ed è altrettanto chiaro che i governi che si sono succeduti, soprattutto quelli di un “certo” centro destra, hanno fatto poco più che aprire le porte a questi interessi, rendendoci un popolo sempre più ignorante e sottomesso. Hanno svenduto la nostra autonomia, il nostro pensiero critico, il nostro diritto a un destino diverso.

La verità è amara, ma va guardata in faccia! Non ci salveranno le mezze misure, i riformismi tiepidi, i compromessi con chi questo sistema lo gestisce. Questa macchina produce disuguaglianza per sua stessa natura!

L’unica via per spezzare questa maledizione che vede i ricchi diventare sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri è cambiare radicalmente le regole del gioco. Dobbiamo avere il coraggio di immaginare una società diversa, dove la ricchezza prodotta da tutti sia davvero di tutti, dove il lavoro non sia una condanna ma un contributo a una comunità giusta e solidale.

Solo allora potremo dire di aver costruito qualcosa di degno per i nostri figli. Solo allora potremo tornare a respirare la libertà. Mi dispiace solo che quando ciò accadrà… io non ci sarò più!

L’anno nuovo sta per giungere, ma vedrete, nessun contrasto evidente alla criminalità organizzata, porterà ad un reale cambiamento…


L’anno nuovo sta per giungere, ma vedrete, nessun contrasto evidente alla criminalità organizzata, porterà ad un reale cambiamento.

E lo dico con amarezza, non per rassegnazione. Perché il vero paradosso di questi tempi è che più la minaccia si fa invisibile, più diventa pericolosa e più diventa difficile riconoscerla e combatterla.

Già… la mafia, quella che contava i suoi colpi a suon di lupara e bombe, è un’immagine del passato. Oggi ha cambiato modi, indossa un abito elegante, ha imparato a parlare il linguaggio dei conti in banca e delle riunioni che contano, ma soprattutto ha capito che il potere vero non si grida, si acquista in silenzio.

Possiamo usare come eufemismo che si è fatta “manageriale” e questa definizione, ahimè, rischia di renderla quasi ammissibile, quando invece è solo diventata più subdola. Il suo obiettivo non è più il controllo della strada con la violenza, ma il controllo dell’economia con il consenso.

Come fa? Semplice: si insinua, investe, corrompe, paga. Prendete ad esempio un’impresa in difficoltà.. ecco che allora, grazie ai suoi corrotti informatori, si presenta, offre liquidità, sì, a differenza delle banche che le rifiutano un prestito, e diventa a poco a poco un socio silenzioso e apparentemente provvidenziale.

Oppure ecco che quell’affiliato, autorizzato dall’alto, crea dal nulla una rete di società, una serie di scatole cinesi dove il denaro sporco del racket e della droga perde ogni traccia e riemerge pulito, pronto per essere investito in un resort, in un hotel, in un ristorante, in un’agenzia di viaggi, ma anche in un’opera pubblica.

È qui, in questo scambio, che nasce la sua forza attuale. Diventa fornitore di lavoro, eroga favori, porta voti ai suoi amici politici, si presenta come parte integrante e necessaria del tessuto produttivo. Certo, la violenza c’è, ma resta l’ultima ratio, custodita ed espressa solo per chi non accetta le regole di questo gioco perverso.

E allora, mi chiedo: quale contrasto “evidente” possiamo aspettarci? Sono certo di poter affermare: nessuno. Vedrete, non ci sarà alcuna guerra in campo aperto, nessuna retata spettacolare contro un nemico che sappiamo non avere un volto unico.

Si proverà a vincere qualche battaglia, combattuta da alcuni isolati reparti dello Stato su un campo diverso, certamente meno glorioso ma più faticoso. Parlo della lotta contro il riciclaggio, la corruzione amministrativa, l’infiltrazione negli appalti, l’usura che strozza i piccoli imprenditori.

Sono azioni di intelligence finanziaria, controlli incrociati, sequestri di beni che sembrano legittimi. Ed ancora faccio riferimento allo scioglimento dei consigli comunali per condizionamento mafioso, che dimostrano come il veleno abbia raggiunto il cuore delle istituzioni democratiche senza bisogno di sparare un solo colpo.

È una guerra di logoramento, senza un nemico in uniforme da affrontare in campo aperto. E forse è proprio questo il punto che fa desistere lo sguardo collettivo: la mancanza di un evento eclatante, di un “mostro” da abbattere, illude che il pericolo sia diminuito.

Invece, si è solo trasformato. Ha capito che per sopravvivere deve far sopravvivere, deve diventare sistema. E un sistema è molto più difficile da scardinare di una banda armata.

Quell’anno nuovo che arriva troverà dunque questa organizzazione criminale ancora salda, non perché lo Stato sia inerme, ma perché il fronte su cui combattere è diventato vasto quanto l’economia stessa e si confonde con essa.

Il cambiamento reale quindi non arriverà come la propaganda che ci viene quotidianamente raccontata, ma forse verrà un tempo, quando tutto è ormai andato perso, in cui la collettività inizierà a prendere coscienza.

Bisogna iniziare a comprendere che il mafioso oggi non è più quel pecoraio sceso dalle montagne, bensì potrebbe essere il vostro fornitore, il vostro creditore, anche il vostro concorrente. E che la resistenza inizia rifiutando quel compromesso, quella piccola illegalità conveniente, quel silenzio comprato.

Inizia ricordandovi chi siete e dove volete stare, ricordando che il consenso è l’arma più potente, e che toglierglielo è l’unico contrasto che, alla lunga, può davvero segnare un reale cambiamento.

Il resto sono soltanto chiacchiere…

Nicola Costanzo: La mia unica griffe!


Sì… come dice quel testo della canzone che ho scritto nei giorni scorsi: c’è chi vive per la fortuna, chi per la fama, chi per il potere o per il gioco, come se la vita fosse un tavolo da poker in cui ogni gesto sia calcolato per vincere qualcosa di visibile, di misurabile, di esponibile.

Già… c’è chi pensa, ad esempio, che la ricchezza del cuore si possa sostituire con oggetti: l’ultimo modello di cellulare, un orologio firmato, un accessorio che urla status prima ancora di essere indossato, simboli esteriori di un successo che non ha mai chiesto permesso a nessuno prima di imporsi.

Stamani, ero seduto con un amico in un bar prendendo un aperitivo, quando all’improvviso, si sono uniti a noi dei suoi conoscenti e così – mio malgrado – mi sono ritrovato a dover ascoltare quei loro dialoghi banali. 

Per me, erano semplici estranei, con cui scambiare al massimo un cenno del capo, presenze dalle quali comprendevo, almeno in quel frangente, una limitata preparazione, quantomeno le loro argomentazioni, basate su esposizioni riduttive e circoscritte.

Uno di essi, faceva pesare l’ultimo modello di telefono appena acquistato, posandolo sul tavolo con la delicatezza di chi espone una reliquia, l’altro, viceversa, quasi per ribattere a quel silenzioso vanto, si aggiustava il proprio piumino bianco firmato, sfiorandone il logo con una punta di dita orgogliosa.

E la cosa più assurda è che ridevano a crepapelle di quel rituale sociale dove “vale di più chi mostra di più” e così, mentre l’aria si faceva pesante di una scialba competizione, fatta di sigle e di marchi, io rimanevo in silenzio ad osservarli, e dentro me non potevo fare a meno di sorridere.

Sì… in quel particolare momento, mi sono ricordato di un gesto che avevo compiuto alcuni giorni fa e cioè: firmare la suola della mia scarpa.

Ovviamente quanto avevo realizzato per scherzo, non rappresenta un’opera d’arte e non deve evidenziare alcuna ricerca di autenticità. Già… si potrebbe definire una “presa per il culo”, elegante, silenziosa, eppure ferocemente chiara, dedicata a tutti coloro che nel marchio cercano uno specchio in cui riflettersi. 

Quella firma ha uno scopo: preparare la risposta perfetta per quando qualcuno, con quel tono sospeso tra la curiosità e la valutazione, mi chiederà: “Belle quelle scarpe… di chi sono?”, intendendo naturalmente a quale griffe, a quale stilista, casa di moda, già… a quale divinità commerciale appartengano.

E io, con tutta la calma del mondo, potrò rispondere: “di Nicola Costanzo”! E se lo sguardo (come solitamente accade) dovesse restare vuoto, perplesso, allora… ecco che alzerò semplicemente la suola e mostrerò la mia firma blu, nitida sulla gomma consumata. 

E in quel gesto, che è un ribaltamento, vi è tutto: l’assurdità sublime di aver firmato la parte che calpesta la polvere, la beffa verso chi crede che il valore vada indossato all’esterno, la dichiarazione che io non ho bisogno di elevarmi indossando la firma di un altro.

Perché è questo il punto, no? La maggior parte brilla di luce riflessa, riverberi pallidi di un prestigio preso in prestito. Io, con questa sciocca, meravigliosa firma sulla suola, brillo di luce propria! È una certezza, non una possibilità. 

Una luce che non chiede permesso a nessun marchio, che non si accende per il riflesso di un logo, ma che emana beffardo, il deliberato atto di rivendicare se stessi come unica firma necessaria. È dire, senza bisogno di alzare la voce, che la mia unica griffe accettabile è il mio nome, e che lo metto dove voglio, soprattutto dove nessuno, nella sua ossessione per le apparenze, penserebbe mai di cercarlo. 

E se qualcuno rimane perplesso, se non capisce il contenuto o le motivazioni di questa mia piccola follia, forse è proprio quello il segno che ho centrato il bersaglio!

La grammatica del potere.


Buonasera. Mentre ascolto i telegiornali, nazionali e regionali, seguo l’inesorabile scandire delle inchieste e mi fermo a considerare la natura di quel potere che ci governa. Si muove attraverso referenti che si interfacciano con meccanismi illegali e silenziosi, quasi invisibili, eppure così profondamente incisivi per la comunità. La sua pressione è costante, simile a quella di un’infezione che si autoriproduce, giorno dopo giorno, senza bisogno di giustificarsi. E allora la domanda sorge spontanea, persistente: quanti altri anni dovremo attendere prima di ribaltare questo stato di fatto?

È proprio questa l’impressione che mi rimane, ascoltando ogni giorno le parole di quei giornalisti che ormai ripetono quelle notizie come se appartenessero alla normalità, come il bollettino meteorologico. E si osservino, quelle “cicale” intervistate, che offendono con la loro presenza le stesse istituzioni che dovrebbero rappresentare. Basta guardare i loro occhi nello schermo per comprendere quanto poco siano limpidi, quanta opacità vi sia nei loro sguardi.

Il dato più assurdo è che i miei connazionali sanno perfettamente che non si tratta di episodi isolati, non sono più responsabilità individuali da isolare e condannare. Quello che avviene da ormai troppo tempo è una pratica consolidata, una sorta di grammatica condivisa del comando. In questo lessico, la corruzione non è più un’anomalia, bensì il modo stesso in cui si parla, si decide, si progetta.

Non provano alcuna vergogna nel commettere certi reati alla luce del sole, o nel celarsi dietro appuntamenti furtivi in luoghi dove si sa non esserci telecamere. Oggi basta sedersi in un bar, mentre si prende un caffè, durante una telefonata amichevole. È in questi momenti, apparentemente innocui, che si decide quella cosiddetta consulenza “tecnicamente necessaria”, quell’incarico che arriva dopo anni di fedeltà silenziosa.

È una corruzione che non ha paura, anzi si espone affinché tutti vedano e, in un certo senso, “comprendano” come stanno le cose. Del resto, questi soggetti sanno bene di poter fare affidamento su chi li sta osservando. Perché anch’essi, compromessi da quel sistema clientelare, sono gli stessi individui che proteggono quella struttura. Non solo con complicità tacite, ma attraverso un’intera architettura di relazioni, di debiti, di promesse non dette ma perfettamente comprese.

Parlo di una corruzione che non imbarazza più nessuno, perché ormai fa parte del contesto. Come il rumore di fondo in un bar, come una porta chiusa in un ufficio pubblico. Sì, come il silenzio dei cittadini che hanno imparato, con il tempo, a non chiedere spiegazioni e soprattutto a non fare domande.

Eppure, tutti sanno cosa vi sta dietro. Vivono ogni giorno quanto avviene nel proprio ambito professionale, sono perfettamente consapevoli del comportamento disonesto che viene messo in campo. Dal più umile lavoratore qualificato al più alto dirigente che si presta a concedere proroghe insensate, dietro una gara fatta su misura, dietro ogni nomina che appare più legata a un ringraziamento che a una competenza.

In tutto ciò che avviene intorno a noi, c’è sempre qualcosa di più grave del semplice malaffare. C’è la costruzione, pezzo dopo pezzo, di un sistema in cui non si vince per merito, ma per appartenenza. Non si cresce per capacità, ma per obbedienza. Non si leggono più i curriculum, e ancor meno si chiede “cosa sai fare”. Perché tutto gira intorno alla persona che ha fissato quel colloquio, la stessa a cui successivamente – a seconda da quale parte della scrivania ci si trova – si dovrà dare, o ricevere, qualcosa.

E così gli anni passano. Senza colpo ferire, si smantella ogni idea di futuro collettivo, di equità sociale, di contrasto all’illegalità. Il tutto viene sostituito da una gestione sterile del presente, in cui il potere non costruisce, non innova, non investe. Semplicemente, come un cancro, si riproduce. Anno dopo anno, progetto dopo progetto, genera dipendenza anziché opportunità, conformismo anziché partecipazione.

Allora mi chiedo: cosa resta a chi, come me, non vuole piegarsi? A chi ancora prova a guardare la propria terra con occhi non rassegnati? Forse nulla. Sì, serve a poco nominare le cose con il loro nome: una corruzione sistemica, diffusa, quotidiana. Resta, è vero, la possibilità di chiedere giustizia, non solo nei tribunali ma anche nelle piazze. Sempre più esigue e con una partecipazione che di solito non nasce dal desiderio di far sentire una voce per il bene comune, ma per un tornaconto esclusivamente personale. Sì… per quell’orticello che minaccia scioperi in cambio di un aumento, di una riforma fiscale, e appena, da quei governi, si ha la certezza di aver ottenuto quanto richiesto, ecco che, prese le briciole, si torna felicemente a casa.

Per fortuna, qualcosa di quella protesta autentica resta. Non nelle parole riportate dalle testate dei giornali o in certe pagine web, solitamente nelle mani di imprenditori fortemente collusi con il sistema, ma nei blog, nei commenti, nelle email che ancora, per fortuna, vengono scambiate tra cittadini liberi e moralmente onesti. Certamente stanchi, ma non ancora rassegnati.

Sì, a noi esigui paladini resta la possibilità di ricordare a tutti quei ragazzi – non ancora infettati dal sistema e, ahimè, a volte dai propri familiari – che la legalità non è un optional morale, ma il fondamento stesso della dignità umana e di una comunità che vuole restare tale. Senza di essa, tutto il resto serve solo da decoro superficiale. Quanto a me, se proprio devo mostrarmi, preferirei esser ricordato come chi ha combattuto per la giustizia sociale, piuttosto che come uno spettatore compiacente.

Perché, in fondo, non è la presenza della corruzione a fare più paura, quella, sapete bene, in forme diverse c’è sempre stata. È la sua normalizzazione a essere spaventosa. Quell’assenza di indignazione, di domande, di quella sana e irriducibile insofferenza che dovrebbe animare chiunque abbia a cuore la vita comune.

Ecco perché continuo a scrivere. Non per ricevere contributi finanziari, né per obbligare il lettore a piegarsi a logiche promozionali. Ancora meno mi serve stimolare clamore o accumulare notorietà. Non sarà mai il numero dei follower a far accrescere la mia, già personale, autostima. Continuo a scrivere per denunciare, per segnalare, per far svergognare qualcuno, o più di uno. Non perché sia certo di riuscire a cambiare questo stato di fatto. Ma perché, finché qualcuno lo fa, qualcosa, da qualche parte, non è ancora morto del tutto.

25 Novembre: una data importante che interroga le nostre coscienze…


Ripropongo oggi un post che avevo scritto ieri, 25 novembre, una data che si ripete ogni anno con il suo carico di dolore e di moniti. È una giornata in cui le bandiere sventolano a mezz’asta per le donne che non ci sono più, un promemoria collettivo che dovrebbe scuoterci dal torpore.

Eppure, ogni volta che questa ricorrenza ritorna, mi chiedo quanto sia profonda la distanza tra le parole che pronunciamo e la realtà che continuiamo a tollerare.

Leggi vengono approvate, decreti si susseguono, eppure il fiume di sangue non si arresta. Si discute di braccialetti elettronici, di ammonimenti, di inasprimenti delle pene, come se la violenza fosse un problema di ingegneria sociale da risolvere con un regolamento più severo. Ma il cuore del male rimane intatto, protetto da un muro di indifferenza e da una cultura che fatica a riconoscere l’odio per quello che è.

Ci hanno detto che settantacinque coltellate non sono crudeltà, ma solo inesperienza. Una sentenza che sembra uscita da un racconto distopico, dove la sofferenza più atroce viene ridotta a una mancanza di pratica, come se il male avesse bisogno di un manuale di istruzioni.

Questo non è un errore giudiziario, è il sintomo di una malattia culturale che pervicacemente si rifiuta di vedere la violenza maschile per quello che è. Non un raptus, non un incidente di percorso, ma un meccanismo di potere, un linguaggio tossico fatto di possesso e di distruzione. Un sistema che, di fronte all’evidenza più macabra, continua a cercare attenuanti, a chiamare l’odio con nomi più gentili, come “delirio” o “eccesso passionale”.

Finché continueremo a farlo, finché la crudeltà dovrà essere dimostrata come un optional e non l’essenza stessa del femminicidio, allora nessuna legge basterà. Perché le leggi possono condannare, ma solo la cultura può riconoscere e prevenire. Ci illudiamo che un provvedimento legislativo possa essere la panacea, mentre il problema affonda le sue radici in un terreno incolto, dove sono assenti l’educazione al rispetto e l’alfabetizzazione emotiva.

Sono gli uomini che odiano le donne, perché hanno paura di loro, della loro forza, della loro intelligenza, della loro libertà. Vedono il rapporto non come una crescita comune, ma come una sfida da vincere, un territorio da dominare. A me, nella mia vita, è sempre stato chiaro che le donne vanno solamente amate, già, per come ho fatto io in tutta la mia vita. È una verità semplice, che dovrebbe essere il fondamento di ogni rapporto.

E allora viene da chiedersi, cosa dovrà ancora succedere. Quante Giulia, quante vite spezzate dovranno ancora attraversare le nostre cronache prima che si ammetta l’ovvio. Che non esiste una violenza contro le donne normale, che ogni femminicidio è già di per sé un atto di crudeltà inaudita. E che finché continueremo a sminuirla, a cercare scappatoie, a chiamarla con altri nomi, nessuna donna sarà mai al sicuro.

L’invito a non voltarsi dall’altra parte, a denunciare, a intervenire, rimane un imperativo categorico. Perché il silenzio e l’indifferenza uccidono tanto quanto un pugnale. E forse, è proprio questa indifferenza la complicità più grande, quella che permette a tutto questo di ripetersi, anno dopo anno, in una data che dovrebbe ricordarci un impegno, e che invece rischia di diventare solo una triste liturgia della nostra incapacità di cambiare.

La corruzione non ha più confini: Quando la talpa indossa la divisa!


In questi giorni mi sono trovato a leggere pagine di una storia che purtroppo ha il sapore amaro di chi vorrebbe che certe circostanze non accadessero mai, già… una di quelle vicende che ci fanno riflettere su quanto il male possa infiltrarsi persino laddove dovremmo sentirci più al sicuro.
La notizia peggiore parla di un alto ufficiale, un uomo che indossa una divisa simbolo di onore, e che invece viene accusato di averne tradito il giuramento, sussurrando segreti dell’istituzione a chi quelle indagini avrebbe voluto eluderle.

Sì… l’immagine di una talpa che, invece di scavare nella terra, scava nell’archivio sacro della giustizia, avvisando un uomo già condannato in passato e i suoi alleati che l’occhio della legge si stava posando nuovamente su di loro.

Ciò che lascia sgomenti non è solo l’atto in sé, ma il contesto in cui si inserisce, un quadro fosco che sembra ripetersi con una sconcertante regolarità. A distanza di molti anni, lo stesso personaggio sembra poter ancora contare su qualcuno pronto a macchiare quella divisa in cambio di cosa, forse di un favore, di una raccomandazione, di un posto di lavoro per una persona cara.

È l’abituale logica del baratto che sostituisce quella del dovere, la stessa che trasforma un presidio di legalità in una stanza dei bottoni occulta. I magistrati parlano di un comitato d’affari che si muove nell’ombra, capace di infiltrarsi e deviare la macchina amministrativa, una trama che sembra riavvolgere il nastro fino ai giorni delle talpe di un lontano passato.

Emerge così il racconto di un incontro clandestino, organizzato nello studio di un legale, dove le parole sussurrate valgono più di qualsiasi documento ufficiale. L’ex governatore, attraverso un amico, viene a sapere che un colonnello vuole vederlo per questioni delicate, e il sospetto che si tratti di informazioni riservate sulle indagini a suo carico diventa rapidamente certezza.

L’unica soluzione è incontrarlo, guardarlo negli occhi e ascoltare. Le telecamere di sorveglianza catturano i volti, i tabulati confermano gli spostamenti e il quadro diventa sempre più nitido e desolante. Quel faccia a faccia non era una cortesia tra conoscenti, era il luogo dove la riservatezza delle indagini veniva mercificata.

Poco dopo, in una conversazione intercettata, l’ex governatore racconta al suo braccio destro il contenuto di quell’incontro. Il consiglio era di fare attenzione, di vigilare sulle proprie parole e su quelle di chi li circonda, un monito che suona più come un’ammissione di complicità che come un generico avvertimento.

Ma il punto cruciale, quello che trasforma una rivelazione in un patto osceno, arriva dopo. Le informazioni preziose, quelle che potrebbero scongiurare guai giudiziari, avevano un prezzo non detto ma chiarissimo. In cambio delle notizie riservate, si chiedeva un posto di lavoro per la moglie in un programma di microcredito. È questo il baratto, lo scambio che umilia la divisa e tradisce la fiducia di tutti noi.

E così, mentre leggevo su questa notizia mi chiedevo: dove è il limite, dove finisca l’errore e inizia la corruzione sistemica? Cosa fare quando chi dovrebbe essere il baluardo della trasparenza diventa egli stesso una falla?

Una cosa è certa… non ci sono più alibi, quanto accade è un male che non conosce confini, che non si ferma davanti a nessun simbolo di autorità e che macchia in modo indelebile non solo le persone, ma l’idea stessa di giustizia che faticosamente cerchiamo di preservare.

Sì… oggi è toccato a loro, a quei nomi che deliberatamente scelgo di non riportare perché non meritano l’attenzione di queste pagine, ma domani chissà. La riflessione che mi porto a casa è amara, ma necessaria. La vigilanza deve essere costante, perché l’integrità è un bene fragile, e la sua difesa non ammette pause.

Mangia e fai mangiare…


Il detto “mangia e fai mangiare” non è solo un modo di dire: è una fotografia cruda, precisa, del meccanismo che spesso muove le cose in questo Paese.

Funziona tutto – molto meglio – quando, accanto al compenso legittimo per il proprio lavoro, si aggiunge un incentivo extra: una busta, un favore, un “grazie” in contanti che scavalca la formalità dello stipendio. In quel momento, l’efficienza diventa straordinaria, la disponibilità massima, la cortesia smisurata.

È un sistema che si autoalimenta: gentilezza e dedizione crescono in proporzione all’aspettativa di un guadagno aggiuntivo. L’obbligo professionale si trasforma in servizio d’eccellenza, non per senso del dovere, ma per interesse personale e tangibile.

Ne ho trovato un esempio illuminante in un’intervista di Alessandro Nesta, che raccontava la sua esperienza al Milan di Berlusconi. Descriveva, quasi senza volerlo, il “mangia e fai mangiare” applicato a un contesto di altissimo livello.

Dopo una vittoria importante, era prassi che i giocatori raccogliessero del denaro da destinare – in buste – a tutto il personale: dal cameriere al giardiniere. Il capitano Maldini passava a indicare la quota di ciascuno. Una colletta “volontaria”, certo, ma sistematica, per ricompensare chi, negli orari più improbabili e con un sorriso, garantiva un supporto fondamentale.

Ecco il meccanismo in piena regola: i calciatori, già ben remunerati con premi lauti, “facevano mangiare” il personale; e il personale, a sua volta, era motivatissimo a “farli mangiare bene” – e a farli vincere – sapendo che ne sarebbe derivato un beneficio diretto.

Quella del Milan era una macchina perfetta, perché gli incentivi erano doppi e pervasivi. Da un lato, la società raddoppiava gli stipendi in caso di vittoria; dall’altro, i giocatori integravano con le loro buste, così, ogni dipendente – a qualsiasi livello – spingeva al massimo: il successo della squadra diventava il suo successo economico personale.

La dedizione non era più solo questione di professionalità, ma un vero e proprio investimento sul proprio portafoglio. Se la squadra non vinceva, non era solo una delusione sportiva: era un danno economico per tutti, e questa consapevolezza generava una pressione sociale fortissima su ogni singolo giocatore.

Nesta lo descrive con semplicità, ma – permettetemi di aggiungere – quel “sistema” rappresenta, in piccolo, lo stesso meccanismo che oggi pervade ampie zone del nostro Paese: una micro-società in cui l’efficienza si ottiene grazie a mance istituzionalizzate, che generano una circolarità di favori e denaro.

È la prova che le persone, quando spinte da un tornaconto immediato e tangibile, diventano incredibilmente disponibili, operative, persino generose, ben oltre i limiti della normale cortesia.

Ma è anche la dimostrazione di una verità scomoda: questo modello funziona!

E, purtroppo, riflette una mentalità diffusa, in cui il favore, la bustarella, la “tangente educata” diventano il lubrificante sociale che fa girare gli ingranaggi, sostituendosi a una meritocrazia fondata su stipendi equi e su un’etica del lavoro disinteressata.

Non lasciare che le critiche distruggano i tuoi sogni. L’unica persona che non commette mai errori è quella che non fa nulla!


Non sono certo che quanto raccontato sia realmente accaduto e sospetto che questa storiella su Einstein che ho trovato nel web, possa essere una di quelle notizie create per aumentare lo share…

Tuttavia, leggendola, ho pensato a lungo a quanto sia profondamente vero quanto descritto, perché rappresenta perfettamente il mondo in cui viviamo oggi e soprattutto la stupida semplicità di molti suoi interpreti.

Ed allora eccovi riportata la nota: Un giorno Albert Einstein scrisse sulla lavagna: 9 x 1 = 9, 9 x 2 = 18, 9 x 3 = 27, 9 x 4 = 36, 9 x 5 = 45, 9 x 6 = 54, 9 x 7 = 63, 9 x 8 = 72, 9 x 9 = 81, 9 x 10 = 91. Nella sala scoppiò il caos perché tutti videro l’errore e iniziarono a prenderlo in giro. Lui aspettò che tutti tacessero e disse: “Anche se ho risolto correttamente nove problemi, nessuno mi ha applaudito. Ma quando ho fatto un errore, tutti hanno iniziato a ridere”.

Questa è l’essenza del giudizio superficiale che domina la vostra mente, dove il clamore per un solo fallimento oscura il silenzio per nove vittorie. È la prova che la società noterà sempre il tuo minimo sbaglio, perché è più facile deridere che comprendere, è più comodo distruggere che costruire.

E questo meccanismo perverso è alimentato proprio da quella massa di interpreti retti dalla stupida semplicità, che si affrettano a giudicare senza mai aver prima operato.

Ed anch’io infatti, per chi non fa nulla, per tutti quegli ignavi che osservano dal bordo del campo senza mai sporcarsi le mani, non provo che un disprezzo assoluto. Già… la stessa indignazione che riservo anche a quanti, peggio ancora, si sono fatti lacchè servili di questo sistema corrotto e clientelare, piegando la schiena in cambio di un misero vantaggio.

La loro è una vigliaccheria che supera ogni errore, perché mentre lo sbaglio di chi agisce è un segno di umanità, la loro perfezione sterile è il sigillo della viltà!

Ecco perché rivolgendomi a quanti – tra i miei giovani lettori – sono ancora puri e non compromessi, anche – ahimè – dagli infetti insegnamenti sterili dei propri genitori che si sono da tempo venduti, perdendo la dignità, beh… dico loro: non lasciate che le altrui risate, che il loro stridulo coro di critiche, distruggano i vostri sogni.

Continuate a scrivere sulla lavagna della vita, anche se il decimo risultato potrebbe essere sbagliato, perché l’unica persona che non commette errori è quella che non fa nulla, e quella è una condanna ben peggiore di qualsiasi giudizio!!!

Lasciamo quindi che continuino a ridere del nostro presunto 9 x 10 = 91. La loro risata è l’inno di chi non ha mai osato abbastanza da rischiare di sbagliare. Noi, invece, continueremo a costruire, problema dopo problema, con la nostra imperfezione come stendardo e la nostra integrità come unica bandiera.

Perché è solo chi non fa nulla che non sbaglia mai, ed è proprio quella la sua unica, triste, vittoria…

Charlie Kirk è morto perchè non aveva paura di essere odiato. Il problema è che qualcuno ha finito col prenderlo sul serio!


Buongiorno, oggi ho deciso di affrontare un argomento che in questi giorni si è diffuso rapidamente tra le pagine dei social, sollevando reazioni contrastanti e silenzi eloquenti: la morte di Charlie Kirk, ucciso il 10 settembre 2025 a Orem, nello Utah, da un colpo d’arma da fuoco, lasciando la moglie e due figli.

Ammetto che non conoscevo Kirk prima di questa notizia, né avevo mai seguito il suo lavoro. La verità è che tendo a stare alla larga da chi usa toni estremi, soprattutto quando quei toni sono rivolti ai giovani, veicolati con la forza dell’ideologia piuttosto che del dialogo. 

Ricordo vagamente, di essermi imbattuto in una pagina social su X, già… in una sua clip: parlava con voce decisa, sguardo fisso, mentre smontava concetti complessi in frasi brevi e martellanti. Ma ascoltandolo, ho trovato le sue argomentazioni così sterili, prive di profondità, che non mi sono più soffermato su di lui. Ecco perché non ho più cercato altri interventi e ancor meno ho voluto approfondire su di lui…

Forse quella volta è stata l’unica in cui gli ho prestato un minuto della mia attenzione, già…finché la notizia della sua morte non ha riportato il suo nome al centro della discussione. Eppure, nonostante quella mia distanza iniziale, ho sentito in questi giorni il bisogno di comprendere chi fosse davvero, al di là degli elogi postumi o delle polemiche virali sui social.

Mi sono dedicato quindi ad ascoltare in questi giorni le sue parole, leggere alcuni suoi testi, vedere i dibattiti, senza farmi influenzare da chi oggi lo celebra come martire o da chi lo deride come ciarlatano. Volevo partire da lui, dal suo messaggio, per poi chiedermi: cosa c’era dietro tutto questo? Perché tanta attenzione ora, dopo anni di discorsi incendiari? E soprattutto, perché certe figure riescono a radunare così tanta folla intorno a idee che, se analizzate con calma, appaiono fragili, anacronistiche e talvolta pericolose?

Partiamo da una frase che lui stesso ha trasformato in slogan: “Prove Me Wrong”, dimostrami che sbaglio. Suona come una sfida onesta, aperta, quasi scientifica. Ma nel contesto in cui veniva usata, diventava un’arma retorica, non uno strumento di ricerca della verità. Lo diceva seduto sotto un tendone con quella scritta, invitando studenti universitari a confrontarsi con lui, spesso giovanissimi, impreparati, visibilmente intimiditi. Li lasciava parlare, li ascoltava con aria compiaciuta, poi li smontava con precisione chirurgica, usando logiche stringate, esempi distorti, a volte semplice sarcasmo.

Il pubblico applaudiva, i video diventavano virali, il mito del “debater imbattibile” cresceva. Ma era davvero un confronto? Oppure una sceneggiatura ben studiata, dove l’avversario serviva solo a far brillare il protagonista? Mi viene in mente Tracy Asè-Shabazz (Assistente Amministratore presso la St. George’s University a Grenada), che dopo averlo visto all’opera disse: “Kirk va nei campus a discutere con bambini. Non può discutere con persone della sua età”. Ecco, forse in quelle parole c’è tutta la sostanza del metodo: non cercare il dialogo, ma la vittoria mediatica. Creare spettacolo, non riflessione.

E allora proviamo a guardare alle sue posizioni, non per demolirle con odio, ma per capire come abbiano potuto attecchire in così tanti. Sì, parlava contro Big Tech, contro i media mainstream, contro il governo troppo grande, contro l’élite accademica. Prometteva libertà individuale, sovranità del cittadino, il ritorno ai valori della famiglia, delle piccole imprese, della Costituzione originale. Tutto questo risuona in un’epoca in cui molte persone si sentono escluse, ignorate, tradite dalle istituzioni.

Ed è qui che il suo messaggio diventa potente: non perché sia profondo, ma perché arriva dritto al cuore di chi si sente invisibile. Diceva di voler rompere la “camera d’eco liberale”, mostrare che la sinistra sui campus ha paura del confronto. Ma il confronto che proponeva era spesso un monologo travestito da dialogo, una guerra culturale presentata come difesa della verità. Parlava di aborto come di una questione assoluta, pro-life senza compromessi, arrivando a dichiarare che anche se sua figlia di dieci anni fosse stata violentata e rimasta incinta, avrebbe voluto che portasse a termine la gravidanza. Sul clima, negava il ruolo dell’uomo nel cambiamento climatico. Sul Covid, sminuiva l’importanza dei vaccini e dei lockdown. Sul Secondo Emendamento, sosteneva il diritto a possedere armi a ogni costo, persino se significava accettare morti annuali come prezzo inevitabile.

E poi c’erano i temi più esplosivi: l’immigrazione, che secondo lui era parte di una “Grande Sostituzione”, un piano per cancellare l’America bianca e rurale; i diritti transgender, che definiva una “delusione woke”, parlando di trans donne come uomini con “autoginefilia”, un termine pseudoscientifico respinto dalla comunità medica; il movimento Black Lives Matter, che riduceva a una narrazione basata sul privilegio bianco, mentre attribuiva i problemi della comunità nera all’assenza del padre in casa, cancellando decenni di studi sul razzismo sistemico. Ha detto, durante un dibattito, che forse era più facile per una persona nera entrare alla University of Florida che per una bianca. Frasi così non sono semplici opinioni: sono semina di divisione. Eppure, proprio per questo, funzionano. Perché creano identità attraverso il nemico: il politicamente corretto, il woke, il globalista, il burocrate. E chi grida più forte contro questi mostri, diventa un paladino.

Ma come si arriva a sparare a un uomo per le sue idee? È questo il punto che non riesco a superare! Nessuno merita di morire per ciò che pensa, neanche quando quel pensiero è tossico, miope, dannoso. I tempi dell’inquisizione dovrebbero essere finiti, e invece sembra che qualcuno abbia deciso di riprenderli in mano, con una pistola.

E allora mi chiedo: chi alimenta questo clima? Chi trasforma il disaccordo in odio, la critica in demonizzazione? Perché ora, dopo la sua morte, sento certi politici italiani – eviterò di nominarli – esprimere cordoglio per Kirk, lodarlo come difensore della libertà, quando è evidente che molti di loro non hanno mai ascoltato un suo podcast, letto un suo libro, né tantomeno compreso il senso della sua battaglia! 

È ipocrisia? Opportunismo? O forse condividono in silenzio quel mondo che lui rappresentava? Perché altrimenti celebrare un uomo che ha fatto della provocazione un mestiere, che ha costruito un impero su divisione e paura?

Ho ascoltato alcuni dei suoi episodi, visitato il suo sito, osservato i suoi dibattiti. C’è qualcosa di magnetico in lui, lo ammetto: carisma, sicurezza, capacità di sintesi. Ma c’è anche una totale mancanza di autoreflexività, un’incapacità di mettersi in discussione che stride con lo slogan “Prove Me Wrong”.

Perché se davvero avesse voluto mettersi alla prova, avrebbe scelto interlocutori preparati, seri, capaci di ribattere con dati e argomenti, non studenti emozionati o attivisti improvvisati. Invece ha preferito il il teatro, il conflitto, il dominio, gia come molti nostri politicanti!

E il risultato è un circolo vizioso: più polarizza, più cresce il suo seguito; più cresce il suo seguito, più aumenta l’odio verso di lui. Fino al gesto estremo. E ora che è morto, rischia di diventare un simbolo ancora più potente di quando era vivo. Trump, pare, voglia assegnargli postuma la Medaglia Presidenziale della Libertà. Un gesto politico, certo. Ma anche un acceleratore di mito, per non dire l’ennesima cazz… 

Tutto questo mi lascia con un groviglio dentro. Da un lato, condanno con forza le sue posizioni, che considero regressivo, culturalmente arretrate, spesso crudeli. Dall’altro, non posso accettare che la violenza sia diventata l’ultima parola del dissenso. E nel mezzo, vedo un paese – e non parlo solo degli Stati Uniti – sempre più frammentato, dove la parola è stata sostituita dal grido, il ragionamento dal like, il dibattito dal tifo, e dove persino le affermazioni più incredibili vengono pronunciate con sicumera nei palazzi delle istituzioni, come se la realtà potesse piegarsi alla retorica. 

L’ultima l’ho ascoltata in questi giorni nei Tg, dal Palazzo di Vetro dell’ONU, quando il Presidente degli Stati Uniti ha dichiarato con orgoglio di aver concluso sette guerre durante il suo mandato. Sette guerre. Ma quale guerre? Di quali conflitti parlava? Perché non ne ho mai sentito nominare una? Non una firma su un trattato, non un annuncio internazionale, nessuna cronaca che documenti la fine di un solo conflitto armato sotto la sua guida. Eppure l’ha detto così, come se fosse un dato incontrovertibile, mentre nella sala scendeva un silenzio imbarazzato, subito coperto dagli applausi dei suoi sostenitori. Una frase vuota, forse perfino inventata, ma efficace: perché nell’era dello spettacolo, basta che suoni forte per sembrare vera.

Ho già scritto in passato che stavamo andando verso derive violente. Forse, in cuor mio, speravo di sbagliarmi. Ma ormai devo ammettere che, purtroppo, in quindici anni di post, i miei timori si sono rivelati quasi sempre fondati. E ogni volta che una mia previsione si è avverata, il prezzo è stato alto. 

L’impressione è che tutti in questo Paese siano all’arrembaggio!!!


Stamattina, seduto al bar di Sferro – una frazione del comune di Paternò, in provincia di Catania, a suo tempo un villaggio nato come alloggio per gli operai delle grandi opere pubbliche – con una tazza di cappuccino in mano ancora calda, ho lasciato che il brusio della sala mi portasse via con i pensieri, verso ricordi che credevo smarriti.

Poi, un gesto dell’amico che avevo invitato mi ha richiamato al presente. “E tu che ne pensi?”, mi ha chiesto. Così, voltandomi, ho agganciato i frammenti di quella conversazione e, quasi senza accorgermene, ho coinvolto nel discorso quel gruppo di suoi conoscenti.
Ripetevano: “L’impressione è che tutti in questo Paese siano all’arrembaggio!”. Quella frase, così cruda eppure carica di un senso quasi poetico, mi ha trafitto, già… come un arpione lanciato da chissà quale nave fantasma in mezzo a un mare in tempesta…

“Arrembaggio”, pensavo tra me, mentre ripetevo mentalmente la parola come se fosse un incantesimo arcaico. Ed ecco che subito mi sono apparsi davanti agli occhi i volti segnati dal sale e dalla crudeltà dei pirati dei grandi romanzi d’avventura: Long John Silver che ride beffardo ne “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson, oppure il Capitano Nemo, già… che domina gli abissi in “Ventimila leghe sotto i mari” di Jules Verne, o ancora, il feroce “Capitano Hook” di J.M. Barrie, sempre in bilico tra paura e vendetta, e per finire, i predatori senza patria che solcano gli oceani nel “Capitano Blood” di Rafael Sabatini. Uomini senza bandiera se non quella dell’avidità, pronti a salire sul ponte delle navi altrui con sciabole sguainate e occhi pieni di brama.

Eppure, ascoltando quei discorsi al bar, non si stava parlando di bottini sepolti su isole lontane né di mappe con la X rossa segnata su un punto, ma viceversa si faceva riferimento alle bollette che lievitano, ai posti di lavoro persi, alle promesse politiche svanite, sì… come schiuma tra le dita.

La metafora del pirata, però, calzava a pennello, perché oggi sembra che ognuno, in qualche modo, stia preparando la propria scialuppa per raggiungere la nave accanto, non per aiutare l’equipaggio, ma per portargli via tutto ciò che può.

È un periodo in cui rubare, aggirare, approfittare, appare spesso più intelligente che agire con onestà e chi rispetta le regole sembra destinato a rimanere indietro, mentre chi – viceversa – sa arruffianare, mentire, truccare i conti, viene ammirato come un nuovo eroe dei tempi moderni.

Ed ecco quindi che la nostra società è diventata un oceano infinito popolato da vascelli in fuga e da predatori in caccia, dove nessuno si fida del timoniere e neppure del compagno di cabina.

Ma allora cosa c’è dietro questa sensazione diffusa, quasi viscerale, di vivere in un’era di saccheggio generalizzato? È davvero l’avidità umana a essersi improvvisamente moltiplicata, oppure è la paura a guidare questi comportamenti?

Chissà… forse la colpa è da ricercarsi in questo futuro incerto, quando ogni giorno da quei Tg giungono nuove notizie su conflitti, stragi, crisi, precarietà, ingiustizia, e quindi l’istinto primario prende il sopravvento: sopravvivere a tutti i costi, anche a costo di dover calpestare il nostro vicino, in fondo, se credi che il mondo stia per affondare, perché non provare a salvare almeno il tuo baule?

E così, lentamente, ci si convince che anche gli altri stiano facendo lo stesso, e allora diventa giusto farlo per primo, sì… prima degli altri! Ed è così che nasce una sorta di corsa al ribasso morale, dove l’etica viene considerata un peso inutile da abbandonare sul ponte per correre più veloce.

Mi chiedo però se questa visione sia davvero fedele alla realtà o se invece non sia il frutto di un racconto collettivo che si autoalimenta. Perché è innegabile che esistano casi eclatanti di corruzione, di speculazione, di furto delle nostre risorse pubbliche, ma possiamo dire con certezza che “tutti” siano ormai diventati “pirati”?

O forse è solo che i veri predatori, quelli rumorosi e spregiudicati, occupano tutta la scena, mentre la maggior parte della gente continua a lavorare in silenzio, a pagare le tasse, ad aiutare il vicino di casa, a tenere insieme i cocci senza fare titoli sui giornali? La percezione dell’arrembaggio generalizzato potrebbe essere amplificata dai media, dal web, dai discorsi nei bar appunto, fino a trasformarsi in una narrazione dominante, capace di plasmare il nostro sguardo sulla realtà, anche quando non corrisponde interamente alla verità.

E allora mi torna in mente un’altra immagine, meno epica ma forse più necessaria: quella del marinaio stanco che, pur vedendo altre navi attaccate e saccheggiate, decide di non issare la bandiera nera, ma di continuare a navigare con la sua rotta, magari offrendo soccorso a chi galleggia tra i relitti.

Perché forse il vero atto di ribellione in un’epoca di arrembaggi non è difendere il proprio tesoro a colpi di moschetto, ma ricordare che il mare è grande abbastanza per tutti, e che viaggiare insieme, condividendo fatica e speranza, potrebbe essere l’unica via per evitare che nessuno affondi. Certo, il tesoro condiviso brillerà meno di quello accumulato da un solo uomo, ma sarà un tesoro che non richiede sangue, tradimento o rimorso.

Ecco, forse è proprio questo il mio dubbio: stiamo assistendo a un crollo del senso di comunità, a una rinuncia collettiva all’idea che il bene comune possa ancora avere valore? Oppure, dietro questa retorica dell’arrembaggio, si nasconde una voglia repressa di giustizia, di equilibrio, di riscatto?

Mi piace pensare che dentro ognuno di noi ci sia ancora un po’ di capitano onesto, confinato in un angolo della coscienza, che osserva la tempesta e si chiede se non sia il caso di cambiare rotta, non per paura del nemico, ma per amore della nave, per rispetto del mare, e per non dimenticare che, alla fine, nessun pirata è mai stato felice del suo tesoro…

“Cà… non si jetta nenti”. Quando il rifiuto diventa business!

C’è un silenzio strano che accompagna certi autocarri… già sono carichi di qualcosa chiamato “rifiuto”, pericolo e non…

Già…. nessuno li vuole nel proprio Comune, e allora vengono diretti chissà dove, con documenti che forse non quadrano. Ma tanto si sa: nessuno controllerà davvero.

Sì, sembra tutto regolare, tutto in ordine, eppure, dietro quelle procedure si nasconde un movimento furtivo, un percorso che sa come evitare gli sguardi indiscreti.

Dietro ogni bidone, ogni tonnellata di materiale, ogni discarica – autorizzata o no – c’è un giro di soldi che fa invidia ai principali indici mondiali. E non parlo di pochi euro, ma di milioni. Milioni che si muovono tra le pieghe di un sistema che, sulla carta, dovrebbe proteggerci, ma che in realtà, costantemente, ci tradisce.

Il rifiuto, in fondo, è solo un errore di prospettiva. Per qualcuno è immondizia; per altri, è materia prima. E quando quella materia prima non ha un prezzo stabilito, quando il suo valore dipende da chi la smaltisce, da chi la ricicla, o da chi, ancor peggio, la brucia o la seppellisce illegalmente… ecco che diventa terreno fertile per chi sa muoversi nell’ombra.

Non importa di cosa si tratti. L’importante è che qualcuno paghi per farla sparire. E chi riesce a farla sparire – anche se lo fa male, anche se la nasconde in un campo invece che in un impianto autorizzato – intasca. E ahimè, intasca bene!

Ecco così che nascono le discariche abusive, scavate nel terreno come fossero tombe per la dignità di un territorio. Ecco sorgere falsi impianti di riciclaggio, dove il materiale non viene mai lavorato, ma solo accumulato, per poi sparire di nuovo o essere rivenduto per riempimenti, colmate, e via discorrendo. E così, mentre sulle carte tutto risulta trasformato, rigenerato, reinserito nel ciclo produttivo… quel materiale misteriosamente svanisce.

Per far ciò, nascono società fantasma: niente autocarri, niente dipendenti, men che meno stabilimenti. Eppure emettono fatture, mensilmente, appoggiandosi ad autorizzazioni ottenute con nomi prestati, documenti taroccati e, soprattutto, funzionari compiacenti.

E così, mentre questo sistema marcio gira, l’ambiente si ammala, l’acqua si inquina, l’aria diventa veleno. E nessuno alza la voce. Sì, perché qualcuno, da qualche parte, sta guadagnando troppo. E non ha alcuna intenzione di fermarsi.

Eppure, il problema non è solo di chi smaltisce il rifiuto, è di chi decide cosa farne, e soprattutto di come si controlla la sua tracciabilità. Perché dietro ogni tonnellata di rifiuto c’è un appalto, una gara, una commessa che può valere milioni e milioni di euro. E quando i controlli sono deboli, quando chi dovrebbe vigilare chiude un occhio – anzi, tutti e due – allora il crimine organizzato capisce in fretta che gestire i rifiuti è più redditizio della cocaina.

Senza confini, senza rischi di sequestri, con coperture legali che durano anni. Basta un autocarro, un terreno isolato, uno stabilimento interdetto. Gli si aggiunga un funzionario corrotto… ed ecco, il gioco è fatto. Il rifiuto non è più un problema ambientale: diventa un prodotto. E come ogni prodotto, ha un prezzo. Solo che quel prezzo lo paghiamo noi, in salute, con un paesaggio contaminato: suolo, acqua, aria avvelenati. Non solo: la dispersione di sostanze tossiche rende il territorio inadatto all’agricoltura, creando effetti devastanti sugli ecosistemi.

Ma forse la cosa più amara è che tutto questo accade mentre parliamo di economia circolare, di sostenibilità, di transizione ecologica. Belle parole, progetti ambiziosi. E soprattutto, finanziamenti europei. Fondi ricevuti per il riciclo, incentivi incassati per le energie pulite. Ingenti somme di denaro che finiscono nelle tasche di chi ha imparato a falsificare – persino la coscienza.

Perché il rifiuto, se ben gestito, potrebbe davvero diventare risorsa. Potrebbe ridurre l’inquinamento, creare lavoro vero, alimentare nuove industrie. Ma quando il sistema è infetto, quando la trasparenza è un optional, allora anche la speranza si trasforma in merce di scambio.

E allora, “ca’ non si jetta nenti” diventa una frase amara, ironica, quasi beffarda. Perché in realtà si getta tutto: la legalità, la responsabilità, e soprattutto il futuro!

Si tiene solo il guadagno. Sporco, silenzioso, continuo. Fino a quando qualcuno non deciderà che quell’autocarro illegale non deve più circolare per le nostre strade. Fino a quando qualcuno – onesto e incorruttibile – capirà che il rifiuto non è un affare, ma un dovere.

Perché se quel dovere non inizieremo a rispettarlo, tra un po’ di anni… lo pagheremo tutti. In particolare i nostri figli. E i nostri nipoti.

I nuovi don Lolò: imprigionati nella giara della loro avidità!

Buongiorno a tutti, condivido con voi una riflessione che mi è venuta rileggendo una delle novelle più potenti di Pirandello.
I siciliani disonesti, ladri e soprattutto avidi di potere e denaro, sono come quel don Lolò Zirafa, già… il protagonista della novella di Pirandello, un uomo ossessionato dalla brama del possesso, che vive nella perenne e logorante diffidenza nei confronti del prossimo.

Ma non solo, spinto da quella identità che lo contraddistingue, ha la perenne convinzione che chiunque possa derubarlo, sottraendogli la cosiddetta “roba” a cui ha consacrato tutta la sua esistenza. Ed allora trascorre il suo tempo inseguendo e accanendosi verso chiunque possa intaccare quel suo potere e nel far ciò, dissipa il suo denaro in processi persi in partenza.

Anche il suo legale – che pur si arricchisce grazie alla nevrosi del suo cliente – arriva al punto di non sopportarlo più ed ecco perché quella sua parabola è un monito perfetto e sempre attuale.

Pensate a don Lolò, che dopo aver acquistato una giara enorme per la sua oliva, la trova inspiegabilmente rotta a metà. La sua mente sospettosa lo spinge immediatamente dall’artigiano Zi’ Dima, un uomo di cui, ovviamente, non si fida per niente…

È questa diffidenza patologica a portarlo alla rovina. Non si accontenta del collante proposto da Zi’ Dima per riparare il danno e, convinto di essere furbissimo, lo obbliga a rinforzare tutto con una saldatura di ferro, per paura di essere raggirato. E qui inizia la trappola.

Zi’ Dima, per eseguire quell’ordine insensato, è costretto a entrare nella giara, rimanendovi poi tragicamente intrappolato una volta terminato il lavoro. L’artigiano capisce subito che l’unica via d’uscita è rompere quel vaso, ma si rifiuta di farlo perché non vuole pagare i danni di una colpa che non è sua. Don Lolò, davanti a questa scena, non vede la paradossale disgrazia di un anno, ma solo la minaccia per la sua proprietà.

È ossessionato dal volere un risarcimento per la sua “roba”, esattamente come certa gente oggi è ossessionata dall’apparire ricca e potente a tutti i costi. Alla fine, accecato da un impeto di rabbia incontenibile, è proprio lui a dare il calcio che distrugge la giara.

E così, con le sue stesse mani, don Lolò libera l’artigiano e distrugge il simbolo stesso della sua ricchezza, uscendo sconfitto e beffato. È la perfetta allegoria di un sistema malato dove l’avidità e la diffidenza portano all’autodistruzione.

Come don Lolò, chi vive nell’illegalità e nello sfruttamento dei propri conterranei finisce per ritrovarsi imprigionato nella giara che lui stesso ha costruito, una prigione di terracotta fatta di sospetti, paure e solitudine, dove l’unico modo per uscire sarebbe distruggere tutto ciò che si è accumulato con tanta avidità.

Mi consola profondamente pensare che tutto il frutto della loro vita meschina, quell’accumulo spasmodico di potere e ricchezza, sia destinato a ridursi a nulla, per poi trasformarsi in altro.

Come insegnava Lavoisier: nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Quel potere tanto agognato e difeso con ogni nefandezza, un giorno si dissolverà in polvere, e a beneficiarne non saranno neppure i loro stessi familiari, che non avranno lasciato alcuna stirpe degna di questo nome, ma bensì soggetti totalmente estranei e indifferenti alla loro misera storia.

La politica che sopravvive grazie al voto di scambio: il circuito perfetto tra mafia, consenso e appalti.

Buongiorno a tutti, oggi voglio condividere con voi una riflessione profonda su un male che affligge il nostro Paese da decenni, un cancro che si insinua nelle pieghe della nostra democrazia e ne corrode le fondamenta.
È mia ferma convinzione che in gran parte delle regioni italiane, specialmente quelle dove la presenza mafiosa è più radicata, non siano più i cittadini a decidere liberamente chi debba salire al potere, ma sia piuttosto un sistema trino, perfetta e perversa fusione di tre attori, già… tutti legati come i tre frutti della foto.

Eccoli quindi, per primi i politici (affiliati direttamente o che sanno di poter godere di quelle organizzazioni criminali), seguono quanti legati al mondo del lavoro (imprenditori compiacenti, segreterie politiche, caf, taluni sindacati, associazioni, circoli, resp. delle risorse umane, e coloro inseriti appositamente all’interno di quei cosiddetti “General Contractor”, etc… ) ed infine – quest’ultima non manca mai – la “criminalità organizzata”, che riesce a manipolare il consenso elettorale in cambio di favori illeciti.

Questo meccanismo perverso rappresenta una delle più gravi distorsioni del nostro sistema democratico, dove la volontà popolare viene sostituita da calcoli opportunistici e interessi criminali.

Il voto di scambio è purtroppo una realtà consolidata in molti territori, dove la mafia o altre organizzazioni criminali stabiliscono patti segreti con esponenti politici, garantendo loro un ampio sostegno elettorale in cambio di finanziamenti, appalti pubblici e altre utilità.

Questi accordi illeciti avvengono lontano dagli occhi dei cittadini, nelle stanze del potere dove si decidono le sorti delle comunità, e sono spesso difficili da scoprire e perseguire a causa della loro natura opaca e delle complicità che coinvolgono.

Dall’altra parte, la politica concede beni pubblici e risorse che dovrebbero essere destinate allo sviluppo collettivo, ma che invece vengono dirottate verso interessi privati e criminali.

Gli appalti vengono assegnati non in base alla meritocrazia o all’efficienza, ma secondo logiche di affiliazione e complicità, dove gli “amici degli amici” ricevono favori e contratti lucrosi senza alcun riguardo per la legalità o il bene comune.

Lo stesso vale per i posti di lavoro, che spesso vengono distribuiti a familiari o a persone vicine a questa organizzazione, già… come ricompensa per il sostegno elettorale offerto, creando un sistema di clientelismo che soffoca la meritocrazia e impoverisce la comunità.

Un meccanismo perverso che non solo distorce il mercato del lavoro, ma mina alla base la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, alimentando un circolo vizioso di sfiducia e rassegnazione .

L’ingranaggio di questo sistema corruttivo deve chiudersi perfettamente, in modo che ciascun attore coinvolto ottenga i propri benefici.

E così, la mafia consolida il suo potere sul territorio e accede a risorse economiche preziose e la politica garantisce la propria sopravvivenza e il proprio mantenimento al potere, anche a costo di svendere pezzi dello Stato e dei suoi principi fondamentali.

In questo modo, gli interessi criminali e quelli politici si fondono in una simbiosi perversa che danneggia soprattutto i cittadini onesti.

Purtroppo, molte inchieste giudiziarie hanno portato alla luce queste dinamiche, ma troppo spesso vengono soffocate dai media o da quei giudici che sono complici di questo sistema, preferendo mantenere il silenzio piuttosto che affrontare la verità scomoda che emerge dalle indagini.

È inquietante d’altronde notare come certe inchieste vengano aperte e portate avanti per anni, per poi essere magari archiviate o ridimensionate in modo da non intaccare realmente le strutture di potere coinvolte.

Non possiamo più permettere che questa situazione continui a perpetuarsi, perché il prezzo che paghiamo come comunità è troppo alto: è il prezzo della dignità, della giustizia sociale e della stessa democrazia, che viene svuotata di significato e ridotta a una mera formalità. Dobbiamo pretendere che la politica si purifichi da queste pratiche illegali e che ritrovi la sua vocazione originale di servizio verso i cittadini e il bene comune.

È necessario che tutti, cittadini e istituzioni, ancora parte sana del Paese, alzino la guardia e combattiamo con determinazione questo fenomeno, denunciando ogni abuso e pretendendo trasparenza e accountability da parte di chi ci governa, perché solo così potremo sperare in un futuro migliore per il nostro Paese. La lotta alla corruzione e al voto di scambio non deve essere una battaglia di parte, ma un impegno collettivo per ridare credibilità alla nostra democrazia.

Ed allora, rivolgendomi a tutti coloro che finora non sono stati intaccati da quel marciume, ecco, vi chiedo di non voltarvi dall’altra parte, di non cadere nella trappola del disincanto e della rassegnazione, ma di essere vigili e attivi nel difendere i valori della legalità e della giustizia, perché solo attraverso un impegno corale potremo sconfiggere questo sistema malato e costruire una società più equa e trasparente per noi e per le generazioni future. Il cambiamento parte da ciascuno di noi, dalla nostra volontà di non accettare compromessi e di pretendere il rispetto delle regole da parte di chi ci amministra.

Grazie per avermi ascoltato e spero che questa riflessione possa contribuire ad accendere una luce su un problema che troppo spesso viene taciuto o sottovalutato, ma che rappresenta una delle principali minacce per il nostro vivere civile e per la nostra democrazia.

Costruiamo insieme un futuro dove il voto sia davvero libero e la politica torni a essere uno strumento di servizio e non di potere personale o criminale, altrimenti ne pagheremo tutti le conseguenze.

P.s. Ringrazio per la foto, l’amico Fabio Corselli: http://www.fabiocorselli.it

Monsignor Renna rompe il tabù: ‘Sant’Agata detesta la mafia’. E i giornali preferiscono parlare di processioni…

Per la prima volta a Catania (finalmente…) la Chiesa – grazie a Monsignor Renna – si schiera in maniera diretta contro la criminalità organizzata e i suoi affiliati. 

È incredibile come le testate web abbiano glissato su questo passaggio pronunciato così cruciale, limitandosi a riportare gli aspetti religiosi dell’omelia, senza viceversa mettere in grassetto le uniche parole che avrebbero dovuto risuonare forte.

Monsignor Renna ha parlato con una chiarezza senza precedenti, denunciando chi osa mischiare il nome di Sant’Agata con il malaffare. 

Puri e forti“, ha esortato, ricordando che la forza non è quella delle armi o della violenza. 

Eppure, nessun giornale ha riportato con il dovuto rilievo il suo monito a chi, pur frequentando le celebrazioni, ha armi in casa o vive nell’illegalità. Sant’Agata, ha sottolineato, detesta la violenza, la droga, l’abbandono dei figli, eppure queste parole sono state soffocate nel rumore di un racconto devozionale superficiale.

Ha lanciato un appello tagliente ai genitori: “Date ai vostri figli nomi cristiani come Agata o Agatino, non quelli di personaggi discutibili“. E qui, il riferimento è chiaro, basti pensare a certi nomi che risuonano nelle cronache nere, celebrati come fossero eroi. “È dal nome che indirizzi tuo figlio“, ha insistito, promettendo un attestato a chi avrà il coraggio di rompere questa deriva. Un gesto simbolico, sì, ma potentissimo: perché la legalità si costruisce anche così, nelle scelte che sembrano piccole ma plasmano il futuro.

E così… mentre i media preferiscono parlare di rituali e processioni, Renna ha sfidato Catania a fare i conti con le sue responsabilità, ha chiesto una fede che non si accontenti di cerimonie, ma che bruci come il fuoco del Vangelo, trasformando la città. 

Eppure, di questo incendio di verità, non c’è traccia nei titoli. Forse perché certe verità bruciano più del sole d’agosto e a qualcuno fa comodo tenerle nascoste o come sospetto, evidenzia – per l’ennesima volta – di essere di fatto… assoggettato a quel sistema! 

Mafia e antimafia, tra riforme e (aggiunge il sottoscritto: ‘troppi’) passi indietro! – Parte prima.

Perdonate la franchezza, ma nel trattare quest’argomento non mi limiterò a sfiorare la superficie.
Ci sono momenti in cui il silenzio diventa complice, ed è proprio quando tutti abbassano lo sguardo che bisogna avere il coraggio di guardare più in profondità.

Affronterò quindi senza reticenze tutte le criticità che, secondo il sottoscritto, colpiscono chi – senza secondi fini o interessi personali – cerca semplicemente di fare il proprio dovere di cittadino o professionista. Persone che provano a portare alla luce verità scomode, denunciando fatti gravi, solo per scontrarsi con un apparato statale che sembra volerli ignorare.

E qui viene il bello: perché spesso non è solo questione di omissione, ma di attiva resistenza!

Già, un sistema che preferisce la retorica alle azioni concrete, mentre dall’altra parte la mafia si evolve, infilandosi con nonchalance in settori apparentemente legali: Appalti, finanziamenti, riciclaggio!

Tutti ambiti dove fioriscono le relazioni pericolose tra chi dovrebbe combattere il crimine e chi invece ci nuota dentro. Il vero cancro non è solo la mafia spudorata, ma quel mondo grigio di professionisti, funzionari e politici che fanno da ponte tra legalità e illegalità, mantenendo sempre le mani apparentemente pulite.

Prima di approfondire, però, un doveroso ringraziamento a due figure che da sempre ammiro: i procuratori Sebastiano Ardita e Nino Di Matteo. Uomini che hanno messo in campo non solo le loro competenze, ma – ahimè – anche le loro vite.

Ieri sera, come molti miei concittadini, mi sono recato ad Aci Castello per assistere al loro incontro “Mafia e Antimafia, tra riforme e passi indietro”. Purtroppo un impegno improrogabile mi ha costretto ad andare via prima del previsto, ma non prima di aver colto alcuni spunti fondamentali.

Tra l’altro, in piazza ho incontrato una cara amica – la stessa con cui in questi anni abbiamo denunciato fatti gravissimi, ottenendo anche importanti condanne – e le ho chiesto gentilmente di intervenire al mio posto, per porgere loro alcune domande che avrei voluto fare personalmente. Mentre preparavamo questo passaggio di testimone, ho potuto comunque ascoltare i primi interventi…

Di Matteo, con quella grande sensibilità che lo caratterizza, ha iniziato innanzitutto rivolgendo un pensiero alla tragedia che sta colpendo la popolazione di Gaza, ma ha anche preso una posizione netta contro i silenzi e le politiche del nostro governo che, non solo continua a vendere armi allo Stato d’Israele, ma evidenzia – a differenza di altri Stati – di non voler riconoscere lo Stato Palestinese.

Riprendendo quindi con l’incontro, il procuratore ha iniziato con lucidità ad affrontare i “passi indietro” compiuti in tema di riforme sulla giustizia, in particolare: la separazione delle carriere, l’approvazione dell’abuso d’ufficio, quella che lede il principio assoluto dell’obbligatorietà dell’azione penale, e infine, la riforma sulle intercettazioni.

Permettetemi di aggiungere una riflessione su quanto occorso in questi lunghi anni, ad esempio, nella lotta alla mafia: l’esclusione di magistrati del calibro di Scarpinato dalla Commissione Antimafia, oppure quanto accaduto con il decesso del boss Messina Denaro ed il suo arresto, che si è dimostrato inconsistente, avendo portato con se nella tomba tutti quei segreti cruciali riferiti alle stragi del ’92-’93.

Mi riferisco all’archivio di documenti recuperati sicuramente da questo “prediletto” del boss di cosa nostra, Totò Riina, conservati immagino dentro quella sua cassaforte, stranamente mai recuperata dal gruppo dei Carabinieri del ROS, forse perché qualcuno – molto in alto del nostro Stato – ha imposto di non intervenire, per evitare che quei documenti e i suoi legami venissero portati alla luce.

Ah… quanto mi pento oggi di non essere entrato da ragazzo nelle forze dell’ordine, già, quando mi era stato richiesto di farne parte; sono certo – conoscendomi – che nessun ordine di un qualsivoglia superiore sarebbe riuscito in quell’occasione a limitare il mio agire!

Ma come sappiamo tutti, si è preferito non intervenire per celare quanto vi era contenuto, evidenziando – e non solo in quell’occasione – una volontaria “sordità selettiva” verso quelle verità scomode.

Quello che emerge chiaramente oggi – secondo il procuratore Di Matteo – con questa nuova riforma è una giustizia a due velocità: una, giustizia che magari può essere a volte rigorosa, veloce, certe volte spietata, nei confronti delle manifestazioni criminali degli “ultimi” della società, e una giustizia, viceversa, con le armi spuntate, nei confronti delle manifestazioni criminali del potere, nei reati commessi da quei cosiddetti “colletti bianchi”.

Già… aggiungerei un metodo antimafia distorto, dove la Commissione parlamentari adottano logiche politiche invece di indagare a fondo, ma soprattutto dove, la riforma della giustizia messa in atto, in particolare con la separazione delle carriere, non sposta di un millimetro il reale problema della giustizia in questo paese e cioè la lentezza dei processi; una riforma che può portare, anzi, inevitabilmente porterà, ad una fuoriuscita del Pm dall’ambito della giurisdizione e a un controllo degli uffici del pubblico ministero, da parte dell’esecutivo.

Basti vedere quello che accade in tutti gli altri stati, quello che è previsto in tutti gli ordinamenti in cui c’è la separazione delle carriere, tra il pubblico ministero e il giudice, e costatare come in tutti quei Paesi, vi è una forma di controllo “penetrante” del potere esecutivo, quindi, del governo, della politica al governo in quel momento, sul pubblico ministero, alla faccia diciamo, del principio della separazione dei poteri e del necessario bilanciamento e controllo dei poteri suddivisi (legislativo, esecutivo e giudiziario).

Facendo sempre riferimento alla separazione delle carriere (paragono questo passaggio subliminale, al tocco magistrale di un grande Direttore d’orchestra, sì… questa nota aggiuntiva, evidenzia qualcosa di finemente “orchestrato”), il procuratore ricorda infatti non solo la vicenda della P2 di Licio Gelli ma di come, come questo punto, sia stato un vero e proprio – cavallo di battaglia – del governo Berlusconi.

Questa nuova riforma, non ha nulla a che vedere col funzionamento della giustizia, non ha nulla a che vedere nemmeno con la parità delle parti, la parità delle parti è nel processo, la parità delle parti significa che all’avvocato e alle parti private devono essere attribuiti gli stessi strumenti di poter provare una circostanza che vengono conferiti al pubblico ministero; ma non ci può mai essere una parità istituzionale tra chi, come il pubblico ministero – per costituzione e per legge – ha l’unico obbligo di ricercare la verità e chi come l’avvocato, ha invece un obbligo deontologico di difendere – a tutti i costi – la posizione del proprio assistito.

Quindi, il concetto della parità delle parti viene oggi rappresentato in maniera strumentale, perché la parità delle parti deve essere all’interno del processo, ma non significa potere, diciamo, parificare una parte istituzionale, qual è quello del pubblico ministero, con la parte privata, all’avvocato, su un piano più generale.

Ecco perché questo post, ma soprattutto i prossimi, che sto per scrivere non saranno in alcun modo “leggeri”.

Sì… parlerò di come denunciare significa scontrarsi con un sistema che marginalizza chi prova a fare luce, con un’informazione assente che sempre più dimostra d’essere superficiale e ahimè politicizzata, con istituzioni che mostrano un’indifferenza sconcertante e soprattutto con un mondo sociale e imprenditoriale che mette da parte chi ha dimostrato essere non solo onesto, ma soprattutto coraggioso.

Ma non solo, significa ahimè fare i conti con quell’esercito di persone “perbene” che, dietro scrivanie linde e colletti inamidati, tengono in piedi proprio quel sistema marcio e corruttivo!

Ed infine, il giudizio finale espresso dal procuratore – facendo leva sui 33 anni di esperienza dedicati in magistratura – e quindi, su quali conseguenze negative questa riforma costituzionale sulla separazione delle carriere, produrrà nel tempo una condizione dannosa.

Il procuratore Di Matteo, ha difatti dichiarato d’esser sempre più convinto che: la professionalità di un magistrato viene arricchita dall’avere svolto entrambe le funzioni; non c’è miglior giudice di quello che sa come si svolgono sul campo le indagini, come altresì non c’è miglior pubblico ministero – che magari per aver fatto anche il giudice – abbia fin dall’inizio quella cultura della prova, quel senso della necessità di acquisire una prova piena, che può derivare dalla sua precedente funzione di giudice.

In fondo sono stati giudici e pubblici ministeri come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rosario Livativo, Antonino Saetta, soltanto per parlare dei nostri colleghi, dei nostri colleghi uccisi e, non mi pare che fossero magistrati che non hanno dato buona prova di se.

Separare il Pm, farne una cosa completamente diversa dal giudice, già dall’inizio, significa comunque creare una categoria di funzionari dello Stato – potentissima – che inevitabilmente assumerebbe la caratteristica di un organismo di super-polizia, assumerebbe la caratteristica il pubblico ministero, di diventare un accusatore a tutti i costi, proprio perché altro rispetto al giudice, altro per mentalità , altro per studi, altro per formazione e questo finirebbe per accrescere a dismisura il suo potere, ma soprattutto per diminuire le garanzie del cittadino, nella fase più delicata che è quella delle indagini preliminari.

Quindi, a chi mi accuserà nei prossimi giorni di essere troppo duro, rispondo anticipatamente dicendo loro: guardate i fatti. I fatti gridano, anche se molti (già… purtroppo molti, anche tra voi) fingono di non sentirli.

Nei prossimi giorni, nella seconda e terza parte di questo post, entrerò nel merito delle mie motivazioni personali, perché certe verità – consentitemi – non possono essere racchiuse in poche righe.

Dai roghi di Alessandria ai missili di oggi: la cultura sempre sotto attacco.

Si racconta che Hitler abbia ordinato di risparmiare Oxford dai bombardamenti, forse per il suo valore come faro di conoscenza, forse perché sognava di farne il cuore del suo dominio europeo.
Quel che è certo è che, in quell’occasione, la guerra sembrò inchinarsi, seppur per un momento, davanti al peso sacro della cultura.

Oggi, invece, i missili non distinguono più tra caserme e biblioteche, tra soldati e studenti, tra laboratori e trincee. Volano ciechi, distruggono senza guardare, e quando colpiscono, è sempre la civiltà a perdere.

Proprio come Oxford, il “Weizmann Institute of Science di Rehovot” era un tempio del sapere, un luogo dove menti brillanti lavoravano alla frontiera della scienza: matematica, fisica, biologia, intelligenza artificiale.

Ma in questa guerra, nessun sapere è innocente. Le stesse scoperte che avrebbero potuto curare malattie o esplorare le stelle sono state piegate alla logica delle armi, trasformate in droni, laser, sistemi di difesa. E così, quando l’Iran ha risposto agli attacchi israeliani, ha preso di mira proprio quel simbolo, perché oggi la cultura non si protegge più, si usa come bersaglio.

Pochi ne hanno parlato. Le immagini dei danni sono svanite nel silenzio dei governi, come se la distruzione di un centro di ricerca fosse un dettaglio trascurabile, un effetto collaterale accettabile. Eppure, ogni volta che un missile cade su una biblioteca, un museo, un’università, è l’umanità intera a perdere qualcosa. Non solo muri e libri, ma secoli di progresso, di domande, di scoperte.

Forse è questo il paradosso più amaro: in un’epoca in cui la conoscenza è più accessibile che mai, continuiamo a bruciarla!

Già… siamo tornati ai tempi in cui il sapere era merce rara, custodita da pochi, negata ai molti. Solo che oggi non servono roghi o editti, basta un missile. E mentre le macerie fumano, ci illudiamo ancora di stare combattendo una guerra, quando in realtà stiamo solo scavando la nostra ignoranza!

La Mafia? Non spara più, ma rilascia fattura…

Già, la mafia non spara più come una volta, ma uccide ancora, silenziosamente, con metodi meno appariscenti eppure infinitamente più devastanti.
Uccide le imprese oneste, strangola l’economia reale, soffoca lo sviluppo di intere comunità, impedendo che il merito possa aprire la strada a chi lavora con dignità e trasparenza .

E mentre molti si compiacciono del fatto che non si vedano più sparatorie per strada, non si accorgono che il cancro si è semplicemente spostato dentro i bilanci delle aziende, nei bandi d’appalto, nelle assunzioni pilotate, negli appalti truccati…

La mafia di oggi non ha bisogno di mostrare la pistola, perché ha imparato a indossare la giacca, a parlare con tono pacato, a firmare contratti, a sedersi ai tavoli delle trattative dove si decidono investimenti milionari.

Il suo restyling non è purificazione, ma travestimento!

Si è ripulita in superficie, ha cancellato l’immagine cruenta del passato, ma dentro continua a marcire dello stesso veleno che da decenni corrompe le coscienze, piega le volontà, comprime la libertà.

Parliamo di un’infezione che non ha mai smesso di diffondersi, anzi, si è adattata, ha mutato forma, infiltrandosi nel tessuto produttivo del paese con una capacità di mimetismo impressionante.

Non urla più minacce al telefono, ma impone condizioni attraverso intermediari rispettabili, uomini di fiducia che operano all’ombra di società regolari, cooperative modello, consorzi virtuosi.

E così, mentre le forze dell’ordine celebrano arresti importanti, la rete continua a espandersi, silenziosa, capillare, radicata in ogni settore che genera reddito e influenza.

Basti pensare alla provincia di Trapani, dove anche dopo la cattura di Matteo Messina Denaro, non si è affatto spenta la presenza mafiosa, al contrario, negli ultimi nove mesi la procura nazionale ha emesso settanta misure interdittive antimafia, un numero che non lascia spazio a illusioni: la mafia non è sconfitta, si è riorganizzata.

La mafia è ovunque, in particolare nei cantieri, nei centri logistici, nelle strutture ricettive, nelle filiere agricole, nei progetti energetici, portando con sé quel sistema di potere parallelo che decide chi lavora, chi vince gli appalti, chi viene escluso.

Ma d’altronde il legame con certi segmenti del potere politico e istituzionale non si è mai spezzato, anzi, si è fatto più sottile, più difficile da individuare, ma certamente solido e sono proprio quei referenti istituzionali a farsi promotori delle collusioni e di quel diffuso malaffare.

La Commissione d’inchiesta sulla mafia e la corruzione lo ha ribadito con chiarezza: la mafia, da nord a sud, ha sempre avuto una particolare abilità nel penetrare l’economia locale e difatti non si limita a estorcere, ormai produce, gestisce, investe, ricicla, già… si presenta come imprenditore serio, attento alle normative, sensibile all’ambiente e al territorio.

Ma dietro quei bilanci in ordine, dietro quelle certificazioni ambientali, dietro anche quelle donazioni benefiche sociali, si nasconde un vero e proprio sistema di controllo basato sul clientelismo, favoritismo, costrizione e compravendita del voto.

E ciò che rende tutto ancora più grave è che questa presenza non è più percepita come anomalia, ma è spesso vista come normalità, quasi una condizione inevitabile per sopravvivere in certi contesti.

Perché sono tanti, troppi, coloro che accettano quel sottobosco di vantaggi immorali: la bustarella mensile, il posto di lavoro garantito a un parente senza titoli, l’appalto assegnato senza gare vere, la protezione contro le ispezioni.

E ogni volta che qualcuno accetta un privilegio illegittimo, anche se lo fa per disperazione o per paura, diventa complice inconsapevole di un sistema che soffoca il futuro.

Ho letto in questi giorni quanto riportato dell’ex presidente della Commissione Cracolici che ha colto nel segno quando ha dichiarato: i mafiosi temono due cose, la galera e la perdita del patrimonio, certo, ma soprattutto temono di perdere la reputazione.

Perché la loro forza non sta soltanto nel denaro o nell’intimidazione, ma nella credibilità sociale che riescono a costruirsi. Sono considerati uomini di parola, imprenditori capaci, benefattori del paese, mentre in realtà sono accumulatori di potere illegittimo, che usano la legalità come maschera per perpetuare il dominio.

Ed è proprio qui che risiede il pericolo maggiore: quando la mafia non viene più vista come nemica, ma come parte integrante del sistema, quando il cittadino comune smette di indignarsi e comincia a dipendere dai suoi meccanismi perversi!

Ed è per questo che combatterla richiede molto più delle retate o dei processi, sì… richiede di una rivoluzione culturale che finora non c’è stata, di un rifiuto netto e quotidiano ad ogni compromesso, di una necessaria educazione alla legalità che parta dalle scuole, ma soprattutto si sviluppa dalle famiglie e nei luoghi di lavoro.

Perché finché ci sarà qualcuno disposto a scambiare la propria dignità con un vantaggio effimero, la mafia continuerà a respirare, a crescere, a prosperare.

Ma soprattutto, finché la società civile non farà sentire forte e chiaro il proprio “NO”, essa resterà viva, non nelle strade, ma nei palazzi, nei conti bancari, nei progetti che dovrebbero servire il bene comune e invece alimentano quel loro impero di falso progresso

Sì… ma tanto non succede niente.

Quante volte l’abbiamo detto dopo ogni scandalo? 

Già… dopo ogni arresto per corruzione, traffico di potere, concussione: un funzionario con le mani nel vaso, un politico che riceve denaro al buio, un colletto bianco che stringe accordi sporchi. 

Eppure la solita eco torna puntale: Sì… ma tanto non succede niente

Ma come potrebbe cambiare qualcosa in questo Paese che difende chi sbaglia? Sì… dove lo Stato scrive leggi come scudi, non come spade, un Paese che promuove norme che non spazzano via il marcio ma viceversa lo incastonano nel sistema, rendendolo intoccabile? Dove la complicità si maschera da legalità e chi dovrebbe pagare non paga mai? 

E tutto questo grazie allo Stato stesso, ai suo uomini/donne che promuovono queste riforme per pararsi il c…, una politica che non solo non agisce, ma firma, ratifica e soprattutto si piega a chi ha interesse a non cambiare mai!

Io nel mio piccolo ci ho provato. Già molti anni a portare alla luce scheletri che altri volevano sepolti, ma ogni volta ritrovo semrpe lo stesso schema: gente farabutta che fa dell’illegalità il proprio vivere, sostenitori e lecchinio che promuovo e foraggiano con le loro azioni quotidiane quel sistema illegale a cui poi si somma una giustizia lenta, inceppata, con leggi trasformate in scappatoie e così chi denuncia, quei pochi esigui individui che hanno fatto della purezza d’animo il loro vivere quotidiano, non solo devono scontrarsi con quei muri di gomma collusi, ma ahimè vengono traditi da chi viceversa avrebbe dovuto proteggerli.  

Il tradimento più grave? Non è solo la corruzione, ma la sua normalizzazione, l’averla trasformata in routine, in prassi. Perché quando diventa “normale”, diventa invincibile!

Ogni riforma che rallenta i processi, ogni norma che protegge i colpevoli, ogni legge scritta su misura per i potenti: non è una battaglia contro il crimine. È un accordo con esso!

E lo Stato? Lo Stato è certamente complice. Quelle norme approvate per finta, quelle regole scritte a favore di chi comanda, sono un colpo al cuore di chi crede ancora in uno Stato giusto ed equo.

Che schifo. Che vergogna…. dopo anni a cercare di cambiare le cose, a rompere schemi immutabili, ci si ritrova con le mani vuote, perché chi doveva riscrivere le regole, le ha ridisegnate per chi non vuole che nulla si muova…

E allora sì, forse è tempo di contare i giorni, di pensare a una vita diversa, lontano da questo Paese ingrato, dove lo Stato non protegge i cittadini, ma i potenti. Dove la corruzione non è un cancro da estirpare, ma un affare da gestire.

Ma prima di andare via – riferendomi a tutti quei soggetti ancora perbene – dovrebbero chiedersi: fino a quando permetteremo che il gioco resti sempre lo stesso?

Sì… immagino che starete pensando: “ma tanto non succede niente”. Ed allora iniziate voi con i vostri gesti: rifiutatevi quando vi viene chiesto un “favore”, abbandonate quelle adulazioni che sanno di “ipocrisie ricamate“, non scambiate la vostra dignità per una promessa o una bustarella, sapendo a priori che accettandola, si diventa indissolubilmente compromessi, con quei soggetti corroti e con quel sistema marcio da loro rappresentato, che negli anni, avevate criticato e odiato!

E tu, da che parte stai? Quella di chi aspetta o di chi prova ( o quantomeno proverà…) a cambiare le cose?

Si arresta, si sequestra, si sbatte in prima pagina… e poi?

Lasciami raccontarti una storia, ma non quella che leggi sui giornali, ma quella che sta sotto, già… nascosta tra le righe, invisibile ai più, quella comunque che davvero muove tutte le cose e Dio in questo… centra nulla.

Immaginatevi un parcheggio deserto, una busta che passa di mano, due persone che si sfiorano casualmente, oppure se volete sciegliete un ufficio, preferibilmente anonimo, dove la porta chiusa nasconde qualcosa di più di un semplice “colloquio”, si lo scenario potete cambiarlo a vostro piacimento, ma il copione vedrete, resterà sempre lo stesso: mazzette, promesse, favori!

E poi improvvisamente giunge la notizia, esplode come i botti di Capodanno, tutti iniziano a parlarne, i titoli sui quotidiani urlano e i social s’infiammano!
I nomi degli indagati arrestati sono pubblici, manette, lo scandalo ha toccato incredibilmente soggetti al di sopra di ogni sospetto. Ed eccoli quindi i cittadini, indignati, pronti a puntare il dito e a tirare la pietra. 
Ma… aspettate un attimo, sì… soffermiamoci, facciamo un bel respiro profondo, iniziando a guardare oltre la superficie.

Sì… perché ciascuno di noi sa bene cosa accadrà dopo? Nulla. Già… assolutamente nulla e quei soggetti, restano tra noi, impuniti, anche se a volte… condannati!

Perché il sistema non trema, non si ferma, non s’indigna e soprattutto non ha minimamente paura, perché tutti coloro che vivono grazie ad esso sanno bene che questa storia è come la sceneggiatura di quel film ,”Via col vento”, già…”domani sarà un altro giorno”.

E difatti un altro giorno significa un’altra mazzetta, un nuovo accordo sottobanco, sì… certo, cambiano i nomi, i luoghi, i dettagli, ma il meccanismo “oleato” resta identico, quasi fosse un orologio (non uno d’imitazione come quelli che si vedono su “Tik Tok”, bensì uno di lusso, sì… ricevuto in cambio delle concessioni compiute illegalmente, portato tra l’altro da questi soggetti in maniera indegna al polso; osservandoli penso: quanto vale possedere un modico orologio da 10 euro, sapendo di aver salvaguardato la propria dignità…), solo che invece di ticchettare l’ora, quello strumento fa tintinnare il ricordardo nella mente, sì… di quando ricevere nuovamente quella mazzetta.

E allora vi chiedo: pensate davvero che oggi sarà diverso da ieri? Che domani sarà diverso da oggi? No… non lo è, e non lo sarà, anche se poi, come ingenui spettatori, applaudiamo quanto compiuto dalle forze dell’ordine e dalla magistratura, convinti che qualcosa stia realmente cambiando. Ma dentro di noi, nel nostro profondo, lo sappiamo bene: è solo fumo negli occhi!

Perché il problema non è quel singolo dirigente, funzionario, imprenditore, politico, mafioso, no… il problema è il sistema che lo alimenta, che permette a chi dovrebbe controllare, vigilare, denunciare, non restare in quella stanza e far finta di non vedere “l’elefante”, perché anche quando non si partecipa direttamente, quando la mazzetta (a differenza dei suoi colleghi) non viene presa, quando si riesce a fare a meno di quegli introiti non dichiarati, beh… questa decisione, vi assicuro, non è per nulla meglio di quella corruzione, perché, preferire non denunciare per paura, non fare il proprio dovere e quindi non opporsi a quel sistema corrotto, forse anche perché si temono ripercussioni personali e/o familiari, non giustifica i silenzi …

Difatti, nell’esser ignavi, si è scelto di essere – se pur senza prendere bustarelle e quindi con le mani vuote – complici e quindi colpevoli! 

Mi chiedo ogni giorno come sia possibile ciò, ma soprattutto perché accettiamo questo? Perché i miei connazionali onesti si limitiamo a guardare, a commentare, a indignarsi per un giorno, per poi riprendere la loro vita come se nulla fosse? 

Lo so… non dico che sarebbe facile, ma almeno sarebbe onesto…