Archivi tag: tecnologia

3I/ATLAS: e se fossero venuti a prendersi i nostri politici, ma dopo averli osservati avessero detto: “No, meglio lasciarli qui”.


Ho appena finito di vedere in TV il nostro telegiornale e così… dopo aver visto alcune di quelle facce, mi sono trovato a ripensare a cosa avevo scritto alcuni giorni fa e a quanto sarebbe – a ben vedere – commovente, se un giorno di questi arrivassero gli alieni…

Già… non con navi da guerra “pronte al fuoco” e raggi distruttori, no… in modo sereno, con calma, come dei tecnici inviati in sopralluogo per valutare uno stato di avanzato degrado…

Li immagino… sbarcano, ispezionano, raccolgono dati: emissioni di CO₂; alterazione dell’aria da parte di agenti chimici, fisici e biologici, come smog, particolato e gas nocivi; degradazione del terreno causata da rifiuti tossici, pesticidi e sostanze radioattive; contaminazione di fiumi, laghi e mari con sostanze chimiche, metalli pesanti, batteri e microplastiche; per passare infine agli inquinamenti luminosi, termici, elettromagnetici…

Ed infine li ho immaginati mentre controllano gli uomini, i livelli di corruzione raggiunti, il tasso di illegalità diffusa, quel loro condizionamento sottoposto da troppo tempo al clientelismo, sia politico che criminale. Sono lì a scambiarsi uno sguardo – silenzioso, denso, cupo – già… come quello che certi professionisti si lanciano quando riconoscono un meccanismo perverso, visto troppe volte sul campo.

E chissà, magari alla fine non distruggono nulla. Anzi, propongono una semplice bonifica. Niente di drammatico: individuano la classe politica italiana degli ultimi trent’anni, insieme a parte di quella internazionale, la caricano su un modulo di trasporto interstellare e se la portano via, delicatamente, come si fa con l’amianto o con i fluidi tossici di un impianto fognario obsoleto. Nessuna colpa personale, solo la necessità igienica di un intervento di “manutenzione” cosmica.

Immagino già il comunicato stampa del nuovo governo terrestre riunitosi per l’occasione: “Le riforme istituzionali sono momentaneamente indisponibili. Fonti attendibili parlano di un allontanamento volontario verso un sistema stellare lontano 43 anni luce. Si assicura comunque che tutte le attività parlamentari proseguiranno, tra qualche giorno, normalmente”.

Sì… forse solo allora ci accorgeremmo che funziona tutto meglio. Leggi approvate in tempi ragionevoli, cantieri che partono senza decenni di attesa, ponti che non crollano più sotto il peso dell’incuria e/o illegalità. E noi, tutti stupiti, ci guarderemmo intorno chiedendoci: era solo questo il problema? Bastava semplicemente rimuovere quegli oggetti inquinanti per far ripartire il sistema?

Certo, lo so bene: è solo uno scherzo. Ma come tutti gli scherzi che tengono il filo della verità, ha un suo fondo di costruzione logica. Perché se anche 3I/ATLAS non fosse un messaggero tecnologico, ma solo un pezzo di ghiaccio solitario, almeno ci ha ricordato una cosa: possiamo ancora immaginare un mondo dove chi sbaglia, chi ruba, chi tradisce la sua funzione, viene semplicemente sostituito, e dove il buonsenso non è un’utopia, ma una norma di sicurezza.

E quindi, se proprio devono arrivare, gli alieni, spero proprio che abbiano con sé un “modulo di smaltimento” selettivo. Sono certo che il nostro pianeta li ringrazierebbe, io di sicuro! D’altronde ditemi: cosa potrei dire dopo un sospiro di sollievo lungo trent’anni?

Il Papa, la Sindone 3D e l’ombra di un falso medievale: quando la tecnologia interroga (e forse smaschera) la fede.


Il nuovo Papa, Leone XIV, ha sperimentato per la prima volta la lettura digitale della Sindone, un’iniziativa che fa parte del progetto “Avvolti” della diocesi di Torino. 

Mi soffermo su questa notizia, perché desidero che si intrecci con altre riflessioni che in questo momento, mi stanno passando per la mente…

Ho letto che si tratta di un’esperienza globale, accessibile a tutti attraverso uno schermo, che permette di zoomare sui dettagli più significativi del telo, di osservarli con una definizione inedita, di leggerli – in un qualche modo – attraverso le lenti dei brani evangelici. 

Certo, parliamo di una pastorale digitale che guarda in prospettiva, precisamente al Giubileo del 2033, con la speranza di poter accogliere un giorno il Pontefice di persona davanti alla reliquia.

E qui – perdonatemi – ma il mio pensiero, inevitabilmente, devia, sì… perché mentre si perfezionano questi nuovi strumenti di venerazione digitale, capaci di avvolgere il fedele in un’esperienza totalizzante, altri studi per indagare – utilizzando sempre la tecnologia – sono giunti ad una una direzione opposta. 

Mi riferisco alle analisi di simulazione 3D, come quelle condotte da Cicero Moraes, che avanzano un’ipotesi spiazzante: l’immagine sulla Sindone potrebbe essere stata creata drappeggiando il lino su una scultura, un bassorilievo medievale, e non sul corpo di un uomo.

Del resto, è un’idea che si può intuire anche sperimentando in prima persona. Provate a casa: prendete un lenzuolo, fate sdraiare un amico/a a terra, inumidite leggermente il suo corpo e quindi adagiate quel telo sulla persona sdraiata. Noterete che l’immagine che si ottiene è radicalmente diversa da quella del telo di Torino. Un corpo ha un volume consistente (lo spessore toracico, per esempio, è mediamente di 30-40 cm) e un telo aderente lo seguirebbe nei suoi volumi, creando distorsioni ottiche. L’immagine della Sindone, invece, è stranamente piatta, priva delle deformazioni che ci aspetteremmo: già… con il nostro esperimento vedremmo un viso “a palloncino” e un corpo deformato dalle forme dilatate, quasi boteriane, a differenza della figura proporzionata e frontale della Sindone: ecco quindi svelato il motivo dell’opera creata attraverso un bassorilievo!      

Ma non è la sola teoria che stride profondamente, anche l’origine biologica sostenuta da altre ricerche, sembra evidenziare il falso in modo quasi provocatorio, come i risultati degli studi sulla datazione al carbonio degli anni Ottanta, già… quelle analisi che collocavano la creazione del telo in un arco temporale ben preciso, il Medioevo, tra il 1260 e il 1390!

Mi chiedo, allora, quale sia il vero fine di tanta perfezione tecnologica applicata al cosiddetto “Sacro Lino”. Se sia uno strumento per avvicinarsi a un mistero, o piuttosto un mezzo per monumentalizzare un’icona, elevandola a oggetto di venerazione indiscussa.

La Chiesa, lo sappiamo, distingue tra venerazione e certezza di fede, ma è innegabile come un’icona così potente sia anche, inevitabilmente, un potentissimo motore di devozione e di comunità. E, in un certo senso, di risorse: Fare cassa, si potrebbe dire in modo crudo, ma forse è più preciso pensare a un investimento su un simbolo che cementa e attrae.

È un paradosso affascinante: la stessa tecnologia che oggi permette al Papa di “toccare” digitalmente la Sindone, è quella che altri usano per sostenere che essa potrebbe essere un manufatto medievale di straordinaria abilità artistica. Da un lato, si sperimentano visualizzazioni 3d per rendere l’immagine più viva e accessibile ai fedeli, dall’altro, sempre la modellazione 3d suggerisce che quella stessa immagine potrebbe non essere affatto un’impronta biologica.

Torino e il Vaticano intanto coltivano il desiderio di una visita apostolica, mentre il Piemonte si distingue ancora per i suoi volontari di Protezione Civile, ricevuti in udienza. È il ciclo perpetuo della fede e delle sue rappresentazioni: da un lato il servizio silenzioso e concreto, dall’altro la cura di un simbolo immenso, sospeso tra storia, scienza e devozione, che continua a interrogare e a dividere, proprio mentre si sforza di unire.

Il mio personale ‘miracolo‘ sulla Sindone, però, l’ho visto e fotografato con altri occhi. Non quelli della scienza o della fede istituzionale, ma quelli di una ricerca intima. Eccolo: non è l’immagine tradizionale, ma una sovrapposizione, una trasparenza, una Sindone che diventa finestra e lascia intravedere il simbolo puro e aperto dell’uomo sul legno.

Forse il miracolo che ho visto è proprio questo: non nella tela, ma nel suo essere velo. E oltre il velo, in ciò che esso continuamente ispira e rivela. In quella sua infinita capacità di essere specchio per chi la guarda, icona eterna dalle braccia aperte per tutti i popoli. Un’immagine che, in definitiva, non chiude il dibattito, ma lo trascende…

Il silenzio di Pechino e di Mosca: cosa si nasconde dietro l’operazione su Caracas?

Ciò che è accaduto a Caracas la scorsa settimana – il prelievo di Nicolás Maduro da parte di un commando statunitense – non va letto soltanto come l’ennesima prova di forza di un ex presidente americano tornato sulla scena con toni da campagna elettorale. Certo, c’è anche questo. Ma ciò che mi inquieta davvero è un silenzio più profondo, più eloquente: quello di Pechino, e in misura minore di Mosca.

Poche ore prima dell’operazione, Maduro aveva ricevuto l’inviato speciale cinese in un incontro solenne, quasi rituale, volto a ribadire la solidità del partenariato strategico tra i due paesi. Poi, all’improvviso, il vuoto. Nessuna reazione ufficiale degna di questo nome, solo formule evasive, imbarazzate. È difficile non pensare a un errore di calcolo colossale da parte del governo cinese, o forse a un tradimento interno così ben orchestrato da aver lasciato tutti spiazzati, compresi quelli che fino al giorno prima si credevano al sicuro dietro protocolli blindati e promesse sigillate.

Questo silenzio mi dice che la vera posta in gioco non è più soltanto il petrolio, né lo scontro classico per l’influenza geopolitica. La partita si è spostata altrove, su uno strato invisibile ma decisivo: quello digitale. Negli ultimi anni, la Cina non ha più limitato la sua presenza in America Latina alla vendita di smartphone o infrastrutture fisiche.

Attraverso colossi come Huawei, ha costruito l’impalcatura tecnologica su cui oggi poggiano intere economie: data center per la pubblica amministrazione, piattaforme cloud per le banche, reti di videosorveglianza integrate con l’industria e con la sicurezza nazionale. In Venezuela, queste architetture digitali sono diventate il sistema nervoso di uno Stato già fragile, ormai quasi del tutto dipendente dalla tecnologia cinese, al punto che sulle mappe occidentali il paese appare come un’isola grigia, fuori controllo, ma perfettamente connessa a server lontani migliaia di chilometri.

È qui, credo, che vada cercato il vero obiettivo del blitz americano. Non tanto catturare un narcotrafficante – ruolo che a Maduro è stato attribuito con comoda retroattività – quanto disinnescare un’infrastruttura critica che sfugge al controllo dell’emisfero occidentale. Washington non può permettersi che i meccanismi vitali di un continente che considera suo cortile di casa funzionino su hardware e software forniti da un rivale strategico.

Il Venezuela, in questo senso, è il caso test più estremo: se dovesse trasformarsi in un protettorato de facto, la prima “ricostruzione” non riguarderebbe le strade o gli ospedali, ma proprio quel sistema nervoso digitale. E la vera vittima strategica di questa operazione potrebbe non essere un uomo, ma un’azienda – Huawei – e con essa l’intera ambizione cinese di plasmare il futuro tecnologico del Sud globale.

Mi torna in mente, a questo proposito, un dettaglio spesso trascurato: Maduro non è Chávez. Non proviene dai ranghi militari, ma dal sindacalismo. Questa differenza, apparentemente marginale, potrebbe averlo reso agli occhi dei vertici delle forze armate venezuelane un leader sacrificabile, soprattutto se messo di fronte a pressioni insostenibili o a promesse di salvezza personale.

L’ipotesi di un tradimento interno, di una cerchia infiltrata da elementi conniventi con i servizi americani, non è affatto peregrina. Se ci fosse stato un accordo globale tra potenze – una sorta di “nuova Yalta” tacita – Pechino non avrebbe certo investito tempo e prestigio in un incontro simbolico il giorno prima del rapimento. E Mosca, probabilmente, avrebbe già risolto la questione ucraina in modo diverso. La realtà è più competitiva, più sporca, e segue senza pudore quella strategia di sicurezza nazionale americana che dichiara apertamente il diritto di controllare l’intero emisfero occidentale e di pattugliare le rotte commerciali vitali dall’Estremo Oriente al Golfo Persico.

Ora, per il Venezuela, si aprono scenari incerti, tutti appesi alla reazione dei militari. Si va da una transizione forzata verso un governo filoamericano, a una frammentazione libica con milizie in lotta per il controllo delle risorse, fino a una parcellizzazione silenziosa dello Stato in zone d’influenza. L’obiettivo ultimo, però, non sembra essere l’appropriazione diretta del petrolio, bensì impedire che quelle risorse – e soprattutto l’infrastruttura digitale che le governa – finiscano stabilmente in mani nemiche. In questo quadro, il ruolo di attori come Israele, da tempo interessato al greggio venezuelano per la propria sicurezza energetica, e delle lobby che lo rappresentano, diventa un fattore non secondario, intrecciandosi con una Dottrina Monroe rinnovata e più aggressiva, capace di agire anche senza dichiarazioni ufficiali.

Guardando al contesto globale, l’episodio di Caracas non è isolato. Mi sembra piuttosto un nuovo fronte di quella “guerra mondiale a pezzi” di cui da tempo parlo – un conflitto che non ha bisogno di dichiarazioni formali per esistere. Una nuova aggressione all’Iran è nell’aria, non come gesto di distensione verso Mosca, ma come tentativo di aprirle un secondo fronte, indebolendo così anche Pechino, privata di un alleato strategico. Del resto, i cosiddetti “piani di pace” per l’Ucraina – quelli che il nostro governo celebrava come trionfi diplomatici in tempi non sospetti – puzzano sempre più di trappola, configurandosi come strumenti per istituzionalizzare una presenza americana permanente in Europa orientale.

Quello che è successo a Caracas, dunque, è un precedente inquietante che va ben oltre il destino di un singolo leader. Ha cambiato la percezione del rischio per tutti. Non siamo più di fronte a una semplice guerra commerciale o a sanzioni mirate.

È una guerra di potere che si combatte nei data center, nei pozzi petroliferi, e presto, con ogni probabilità, attorno alle acque calde del Mar Rosso, del Golfo Persico e del Mar Cinese Meridionale, a cui vanno aggiunti il Mar Nero, il Mediterraneo e il Golfo di Aden, ancora oggi snodi critici per la sicurezza marittima globale. Vedrete: non passerà molto tempo prima che le prossime mosse si manifestino proprio lì, dove il silenzio dei server si mescola al rumore delle onde e delle cannoniere

3I/ATLAS: quale verità si nasconde dietro la sua luce?


Vista la notizia riportata sul web in questi mesi, sono costretto a riprendere alcuni miei vecchi post, già… quando ho toccato argomenti che poco centravano con l’indirizzo dato sin dall’inizio al mio blog…

Ma cosa dire, vista la grande riproposizione che allora certe notizie avevano, anch’io avevo cercato di affrontarne il tema sotto una veste distaccata, certamente riflessiva, ma soprattutto critica: c’era il batterio che costruiva la vita dall’arsenico, c’erano segnali radio sospetti dallo spazio profondo, e persino un fantomatico varco spazio-temporale in Antartide.

È una considerazione, credo, non troppo diversa da quello che oggi anima il dibattito attorno allo strano caso di 3I/ATLAS. Perché, al di là della cronaca astronomica, l’oggetto interstellare ha fatto riemergere la domanda che mi aveva spinto a scrivere quei post: e se, questa volta, fosse davvero qualcosa di diverso?

Da quando è stato avvistato la scorsa estate, quest’ospite interstellare ha scatenato un dibattito molto più intenso di quanto non avessero fatto i suoi predecessori, ‘Oumuamua e Borisov. Il nucleo del discorso, attorno a cui tutto ruota, non è tanto la natura cometaria dell’oggetto – su questo la maggior parte degli scienziati, NASA in testa, sembra abbastanza concorde – quanto piuttosto una serie di anomalie che proprio non vogliono adattarsi a uno schema ordinario. Anomalie che un uomo in particolare, il professor Avi Loeb di Harvard, non ha esitato a sollevare, sfidando la comoda rassegnazione del “è solo una cometa“.

E le anomalie, a sentire Loeb, si sono moltiplicate. Ma quelle che più di tutte hanno catturato l’immaginazione, e che ritornano nelle immagini elaborate con pazienza da astrofili come Toni Scarmato, riguardano le sue code. La prima, la più vistosa, è quella che chiamano anti-coda: un getto imponente, che stranamente punta dritto verso il Sole invece che allontanarsene. Un faro che brilla in direzione opposta a ogni logica cometaria conosciuta. E poi ci sono loro: tre getti più piccoli, che appaiono in alcune immagini del telescopio Hubble, disposti con una simmetria quasi troppo perfetta, a centoventi gradi l’uno dall’altro, come i bracci di un simbolo tecnologicamente avanzato. Una configurazione che Loeb stesso ha definito “sconcertante“.

Per avere un’anti-coda così stabile e coerente, l’asse di rotazione del nucleo dovrebbe essere allineato con il Sole con una precisione incredibile, una condizione estremamente rara e improbabile. È questo allineamento geometrico quasi impossibile, insieme alla simmetria innaturale dei getti minori, a far scattare il campanello d’allarme. Potrebbero essere la firma di una tecnologia? La disposizione simmetrica ricorda quella degli ugelli di un razzo, pensati per un controllo fine della navigazione. E quell’anti-coda che sembra un faro, potrebbe essere proprio quello, un segnale o un sistema per liberare la rotta? Sono speculazioni, certo. Loeb stesso è il primo a dirlo, ammettendo che l’ipotesi più semplice resta quella della cometa naturale. Ma la domanda, ostinata, rimane: perché un oggetto naturale dovrebbe assumere una forma così “artificiale”?

La risposta ufficiale della comunità scientifica, per ora, è piuttosto netta. Osservazioni recenti di potenti radiotelescopi, che hanno scandagliato 3I/ATLAS alla ricerca di segnali radio artificiali, non hanno trovato nulla. Il progetto Breakthrough Listen ha concluso che l’oggetto “mostra caratteristiche per lo più tipiche di una cometa” e che “non ci sono prove” che suggeriscano qualcosa di diverso da un oggetto astrofisico naturale. Anche la NASA si è espressa chiaramente: si comporta come una cometa, quindi molto probabilmente è una cometa.

Ma il dibattito non si placa, e forse è proprio questo il punto più interessante. Loeb ha criticato quelle osservazioni, definendole quasi superficiali: ascoltare per poche ore in un solo giorno, ha detto, è come non ricevere una telefonata un martedì e concludere che non avrai mai più chiamate in vita tua. Per lui, la ricerca avrebbe dovuto essere più tenace, più lunga. La sua posizione, che ha formalizzato in una sorta di scala di classificazione – la “Loeb Scale” – è chiara: inizialmente ha dato a 3I/ATLAS un punteggio che indicava un sospetto moderato, ma significativo. Non l’ha ancora aggiornato, in attesa di nuovi dati, ma sottolinea che il principio di fondo è scientifico e prudenziale: ignorare eventi a bassa probabilità ma ad altissimo impatto, come l’attentato dell’undici settembre, è stato un errore che le agenzie di intelligence non ripetono. Perché la scienza dovrebbe farlo?

Allora, dove ci porta tutto questo? Torniamo alla domanda di partenza, quella che aleggiava nei miei vecchi post: e se fosse davvero così? Con 3I/ATLAS, la risposta forse non arriverà presto. L’oggetto sta già allontanandosi, e il prossimo appuntamento importante sarà a metà marzo dell’anno prossimo, quando passerà vicino a Giove. Sarà un’occasione per osservare eventuali “manovre” anomale o il rilascio di oggetti più piccoli. E poi, i dati più rivelatori potrebbero venire dallo studio dello spettro dell’anti-coda. Se la composizione del gas e la sua velocità saranno quelle tipiche della sublimazione del ghiaccio, l’ipotesi naturale prevarrà. Se invece si troveranno elementi anomali e velocità di scarico di ordini di grandezza superiori, il dibattito si riaprirebbe di colpo.

Forse, alla fine, 3I/ATLAS rimarrà nella storia come la più antica e affascinante cometa interstellare mai vista, un messaggero di un altro sistema stellare che ci ha regalato uno spettacolo di luci e misteri. Ma il vero valore di questa storia, credo, non sta nella risposta definitiva. Sta nella domanda che ha costretto a porsi. Sta nel vedere come, di fronte a un fenomeno strano, la reazione non sia stata un coro unanime di spiegazioni confortanti, ma un acceso, a volte aspro, confronto tra chi difende il paradigma conosciuto e chi, come Loeb, invoca il diritto scientifico di esplorare ogni possibilità, per quanto remota.

È lo stesso spirito che muoveva chi cercava batteri nell’arsenico o segnali nello spazio profondo. La scienza, quando è viva, non è un museo di certezze, ma un cantiere sempre aperto ai “cosa se“.

Già… 3I/ATLAS, che sia un’antica palla di ghiaccio o qualcosa di molto più strano, ci ha ricordato che l’universo è un posto pieno di sorprese e che forse, la cosa più pericolosa che possiamo fare, è smettere di chiedercelo!

Presidente Schifani e Assessore all’Energia e Servizi di pubblica utilità: ancora impossibile pagare, oggi 29 dicembre alle 15:59 – ecco la prova.


Buongiorno, anche stamani – poche ore fa, alle 15:59 di questo 29 dicembre 2025 – ho aiutato un amico imprenditore a portare a termine un pagamento obbligatorio sul portale del Dipartimento regionale dell’Energia, ahimè, senza successo.

La foto realizzata tramite WhatsApp (insieme a un video che riprende tutta l’operazione) lo dimostra: schermo bloccato, messaggio di errore identico ai precedenti, procedura interrotta nel punto esatto in cui dovrebbe concludersi. Non c’è confusione, non c’è distrazione, c’è un tentativo reale, reiterato nel tempo, e oggi nuovamente fallito, non per volontà, ma per impedimento tecnico, persistente e mai risolto!

Non sto parlando di evasione, di omissione, di tentativi di aggirare gli obblighi, sto parlando semplicemente di un imprenditore – ma potrei dire molti imprenditori – che si collegano al portale della Regione, accedono con il proprio SPID, inseriscono i dati richiesti, selezionano la voce di pagamento, arrivano fino all’ultimo passo e poi lì, improvvisamente, il sistema si interrompe!

Non con un messaggio chiaro, non con una soluzione alternativa, ma con quella frase ormai familiare, quasi ironica nella sua genericità: “Si è verificato un errore non previsto. Si prega di riprovare più tardi”.

L’errore, però, non è dell’utente, è del sistema. E non è occasionale: è ripetuto, costante, documentato. 

Ho ripetuto l’intera procedura decine di volte, in giorni diversi, a molti amici imprenditori che mi avevano chiesto di aiutarli, con strumenti e sistemi operativi diversi – ma ogni volta lo stesso esito. Ho registrato l’intero percorso, dall’accesso alla schermata bloccata, sono video che non lasciano spazio ad alcun dubbio: la procedura è corretta, la connessione stabile, la volontà inequivocabile.

E accanto al video, c’è lo screenshot: lo stesso errore, la stessa impossibilità di andare avanti.

Tutto questo non è solo frustrante – è potenzialmente dannoso. Perché quando una scadenza passa, non è il sistema che viene sanzionato: è l’imprenditore. Sono lui – già… sono loro – a rischiare interessi di mora, sanzioni amministrative, notifiche, passaggi ad agenzie di recupero.

E allora la “documentazione appositamente realizzata” non è un vezzo: è una garanzia. È la prova che l’adempimento è stato tentato non una, ma molte volte, con serietà e metodo. Sarà conservata, pronta a essere presentata nelle sedi opportune, qualora si volesse pretendere ciò che la tecnologia – o la volontà – ha reso impossibile portare a termine.

Presidente Schifani, Assessore all’Energia e Servizi di pubblica utilità, non serve una rivoluzione digitale per risolvere questa situazione. Basterebbe un gesto concreto di trasparenza: pubblicare un IBAN ufficiale, aggiornato, facilmente reperibile, per chi – per qualsiasi ragione – non riesce a completare il pagamento online.

Non è un favore: è un dovere di chi amministra. Perché il dovere del cittadino presuppone la possibilità di esercitarlo. E se questa possibilità viene negata da un sistema che non funziona – o peggio, funziona troppo bene nel respingere –— allora il rapporto di fiducia si incrina: Non per colpa di chi paga, ma per responsabilità di chi riscuote.

Ad oggi, appunto, 29 dicembre 2025, il sistema non ha cambiato comportamento. L’errore è ancora lì e la prova è sempre la stessa: chiara, ripetibile, inconfutabile, ma soprattutto datata, minuto per minuto.

E chi un giorno, da quegli uffici giudiziari, vorrà finalmente comprendere quanto finora accaduto – sì, semplicemente per verificare – quella opportuna trasparenza (non complicare), saprà bene dove guardare!

Dal dubbio alla conferma: l’Iron Beam e l’ombra sull’incidente di Raisi.


Come spesso accade quando scavo sotto la superficie delle notizie ufficiali, finisco per rincorrere le ipotesi più scomode e così, stamani, leggendo della piena operatività del sistema laser israeliano “Iron Beam“, non ho potuto fare a meno di ripensare ai miei post dello scorso anno, e a quel dubbio che in molti, avevano liquidato come un volo di fantasia.

Si era trattato davvero di un incidente, la caduta dell’elicottero del Presidente Ebrahim Raisi, o qualcosa di più? Allora parlavo di armi capaci di bloccare i sistemi elettrici di un velivolo senza lasciare traccia, di tecnologie segrete che potevano sembrare fantascienza. 

Oggi, quella fantascienza ha un nome, una potenza di 100 kilowatt, e un costo per colpo di pochi dollari. L’Iron Beam è l’incarnazione tangibile di quel “caso ipotetico” su cui avevo costruito le mie riflessioni.

Rileggendo i miei appunti, mi colpisce la fredda corrispondenza tra la mia ipotesi e le caratteristiche di questo sistema. Avevo immaginato un’arma a raggio laser in grado di accecare e bloccare l’intero impianto elettrico di un veicolo in volo, facendolo precipitare senza un Mayday e senza segni convenzionali di esplosivo. L’Iron Beam utilizza un fascio laser ad alta energia per distruggere droni, razzi e mortai in pochi secondi. Il punto cruciale è il suo funzionamento: non esplode un missile, ma concentra energia sul bersaglio fino a danneggiarlo strutturalmente o a neutralizzarne i sistemi.

È difficile non pensare che una tecnologia simile, in una configurazione diversa, possa essere impiegata per mandare in tilt i delicatissimi sistemi avionici di un elicottero e il fatto che una sua versione sia già stata usata in combattimento nell’ottobre 2024 dimostra che non era un progetto in laboratorio, ma uno strumento operativo e collaudato.

Il quadro si fa ancora più significativo considerando il contesto strategico. Israele ha sviluppato l’Iron Beam come risposta specifica ai droni iraniani, una minaccia persistente e difficile da intercettare. In questa corsa agli armamenti, un’arma laser efficace, precisa e a bassissimo costo rappresenta un cambiamento di paradigma. Ma mi chiedo, e chiedo a voi: quando una nazione sviluppa una capacità difensiva così avanzata e mirata, è così inconcepibile che la stessa tecnologia, o una sua variante, possa essere esplorata in scenari diversi? 

Tutto questo getta una luce sinistra su quanto accaduto mesi fa. La sequenza degli eventi si ricompone con una logica spietata. La morte improvvisa di Raisi, l’elicottero precipitato senza segnale, l’assenza di prove di un attacco convenzionale. Poi, le elezioni accelerate e l’ombra del Consiglio dei Guardiani. E ora, a coronamento, l’annuncio trionfante di un’arma laser che sembra uscita dalle pagine del mio primo post.

I media hanno trattato il caso Raisi e la mia ipotesi come due narrative separate. A me, che ho il sospetto di guardare dietro il sipario, viene chiesto di credere a una serie di coincidenze straordinarie. La tecnologia esiste, il movente politico esisteva, l’opportunità forse c’era. Eppure, la versione ufficiale rimane immutata: un tragico incidente.

Forse non sapremo mai la verità sull’incidente di maggio, fintanto che al governo c’è quella classe politica. La storia di queste guerre ombra è scritta su pagine che non ci saranno mai mostrate. Ma ciò che oggi è innegabile, è che le mie “fantasie” di allora erano meno fantasiose di quanto molti pensassero. L’Iron Beam è qui, è reale, e riscrive le regole dell’ingaggio.

La sua stessa esistenza conferma che il dubbio che ho sollevato non era infondato, ma fondato su una comprensione anticipata della direzione della tecnologia militare. Questo non prova nulla riguardo alla morte di Raisi, lo ammetto. Ma dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il mondo in cui un simile evento potrebbe essere stato orchestrato non è il mondo della fantaspionaggio, ma il nostro. 

E questa consapevolezza è il primo passo per non farsi raccontare la realtà solo attraverso il comodo filtro dell'”incidente“. La verità è spesso diversa, e talvolta è nascosta in bella vista, nell’annuncio di una nuova, rivoluzionaria, arma da difesa

Israele e gli Houthi: Il braccio di ferro nel Mar Rosso.

Israele ha dimostrato più volte di saper colpire con precisione, come nel caso dei raid in Iran, e adesso si prepara a individuare nuovi bersagli nello Yemen ed in Libano per infliggere colpi ancora più significativi agli Houthi e agli Hezbollah.
Una fonte militare israeliana, però, non ha nascosto la complessità crescente di queste operazioni, ammettendo che gli strumenti attualmente a disposizione non sono sufficienti a fermare del tutto i lanci missilistici. Eppure, una cosa è chiara: Tel Aviv non ha intenzione di restare con le mani in mano.

Gli attacchi aerei israeliani hanno già centrato il porto di Hodeidah, un punto nevralgico per gli Houthi, colpendo direttamente bulldozer, camion e perfino un serbatoio di carburante.

Nel frattempo l’organizzazione sciita libanese avrebbe allestito una serie di hub logistici nei distretti di Batroun, Jbeil, Minieh e Akkar, tutti situati nella parte settentrionale del Paese, strutturando quell’area in maniera autonoma, non solo nei mezzi e nelle decisioni, ma soprattutto, con le armi.

L’uso crescente dei droni, lanciati direttamente dalle basi israeliane, ha permesso di ridurre i rischi per i piloti, dimostrando una strategia sempre più raffinata e mirata e nonostante la fermezza israeliana, replicare agli stessi modelli usati contro di essa, sembra al momento improbabile.

Già… la distanza geografica nel caso dello Yemen e la mancanza di una rete di intelligence altrettanto solida in quei territori, rendono difficile applicare lo stesso approccio utilizzato a Gaza o in Iran. Gli Houthi, dal canto loro, non si fermano nel cercare di sviluppare nuove capacità militari, spinti dal supporto di quest’ultimi, anche se i risultati non sempre seguono.

Difatti… ogni tentativo di ricostruire le infrastrutture portuali viene puntualmente vanificato da nuovi bombardamenti, come a ribadire un messaggio inequivocabile: ogni sforzo di riparazione verrà punito con nuovi attacchi!

Nel frattempo, gli Stati Uniti lanciano un nuovo monito: Teheran starebbe riorganizzando le milizie alleate nella regione, e gli Houthi potrebbero presto ricevere armamenti ancora più sofisticati.

In questo equilibrio instabile, però, nessuno può dire con certezza come andranno le cose. Le rotte del Mar Rosso, strategiche per il traffico marittimo mondiale, potrebbero presto trasformarsi in un teatro di conflitti imprevedibili, dove ogni mossa genera reazioni a catena.

E in questo gioco di specchi, dove le intenzioni si confondono con le azioni, l’unica certezza è che il prossimo colpo, in qualsiasi momento, potrebbe cambiare tutto.

Urlavano sovranità, ora obbediscono agli USA. La Spagna no!

Già… prima delle elezioni, la coalizione urlava alla Sovranità! Ora, gli stessi che sono saliti al Governo, evidenziano comportamenti lacchè agli Usa! Sì… a differenza della Spagna, che – con i fatti – dimostra essere autonoma!

Difatti, la Spagna ha scelto di dire “no” agli F-35 statunitensi, e lo ha fatto con una motivazione che suona come un manifesto di sovranità. “Questione di principi”, ha dichiarato il ministero della Difesa, preferendo puntare su opzioni europee come l’Eurofighter e il Future Combat Air System.
Non è solo una scelta tecnica, ma politica, un segnale chiaro di indipendenza da Washington, soprattutto in un momento in cui gli Stati Uniti, sotto la guida di Trump, impongono alla NATO di alzare la spesa militare al 5% del Pil e minacciano dazi commerciali. Madrid non ci sta, e mentre altri Paesi – come ad esempio il nostro – si piegano, la Spagna dimostra di avere una schiena più dritta.

Il governo Sánchez ha approvato con riluttanza un aumento della spesa militare, ma solo fino al 2% del Pil, ben lontano dalle richieste americane. Una decisione che non è piaciuta a Trump, il quale ha risposto con minacce di ritorsioni economiche. Eppure, la Spagna non ha abbassato la testa, anzi, ha ribadito la sua volontà di ridurre la dipendenza dagli USA, anche in campo tecnologico, come dimostra la scelta di affidare a Huawei l’archivio delle intercettazioni giudiziarie. Un altro tassello di una strategia chiara: difendere la propria autonomia decisionale.

Certo, lo Stato maggiore spagnolo non nasconde le preoccupazioni. Senza gli F-35, la sostituzione degli Harrier AV8B entro il 2030 diventa un rompicapo. Le alternative europee sono ancora lontane dall’essere operative, e l’unica soluzione immediata sarebbe proprio il caccia americano. Ma Madrid sembra disposta ad accettare questo rischio pur di non sottostare alle pressioni di Washington. Il messaggio è chiaro: meglio una flotta aerea meno avanzata oggi che rinunciare alla propria sovranità domani.

Lockheed Martin ha provato a giocare la carta europea, sottolineando che gli F-35 sono assemblati in Italia, ma non è bastato. Per la Spagna, il problema non è la provenienza geografica del velivolo, ma la dipendenza strategica dagli USA.

E dopo le ultime uscite di Trump, che ha minacciato di far pagare il doppio a chi non si allinea, la posizione di Madrid appare ancora più significativa. E così… mentre altri governi cedono, la Spagna dimostra che esiste ancora un modo per resistere alle logiche del ricatto.

Ed allora – vorrei chiedere a tutti quei burattini che si presentano ogni giorno in Tv a raccontarci (quanto imparato a memoria), quasi fossero “pappagalli” o come li definiva la Fallaci “Cicale”: siamo stanchi di vedere quei vostri visi, ma soprattutto ci siamo rotti le palle di ascoltare – in una televisione nazionale – le solite caz…

Urlavano sovranità, ora obbediscono agli USA!

La giustizia perfetta senza pregiudizi o condizionamenti? Quando i robot sostituiranno i magistrati!

Ascolto le notizie riportate in Tv sulla giustizia e mi chiedevo cosa accadrebbe se applicassimo la tecnologia AI al sistema giudiziario?
Già… immaginiamo un mondo in cui i magistrati siano sostituiti da robot in grado di interpretare la legge in modo impeccabile, senza influenze esterne, condizionamenti o pregiudizi!
Già, in questo, un “magistrato robot” avrebbe capacità straordinarie e non indifferenti.
Ad esempio… una memoria infinita: potrebbe incamerare tutta la legislazione passata e vigente, accedendo a ogni norma, articolo o regolamento in pochi secondi.
Ed ancora, sarebbe in grado di realizzare un aggiornamento istantaneo: le nuove normative non richiederebbero anni di studio, ma solo pochi minuti di upgrade.
Cosa dire inoltre sulla “coerenza” assoluta; questa… grazie all’analisi in tempo reale di tutte le sentenze emesse, potrebbe adottare interpretazioni giuridiche coerenti, sì… basate su precedenti consolidati.
Ma non solo, nessuna imparzialità: sì…niente pressioni politiche, correnti, interessi personali o condizionamenti emotivi. Solo la legge, applicata in modo rigoroso e oggettivo.
Ma allora, è davvero possibile percorrere questa strada per una giustizia perfetta?
Certo, in molti ora diranno che, se da un lato l’IA (intelligenza artificiale) potrebbe eliminare gli errori umani, i ritardi burocratici e le disparità d’interpretazione, dall’altro farebbe sorgere domande importanti…
La legge è solo una questione di logica, o c’è un elemento umano – come l’equità, la comprensione del contesto sociale e la capacità di adattarsi a casi eccezionali – che un robot non potrebbe mai replicare?

Chi sarebbe responsabile in caso di errori o decisioni controverse e, soprattutto, siamo pronti a delegare decisioni che riguardano la libertà e la vita delle persone a una macchina?
Tuttavia, l’idea di un magistrato robot affascina, ma allo stesso tempo spaventa. Se da un lato rappresenta un’opportunità per rendere la giustizia più efficiente e imparziale, dall’altro ci costringerebbe a riflettere su cosa significhi davvero “giustizia” e su quanto l’elemento umano sia insostituibile.
E allora, ditemi: cosa ne pensate? Quanto siete disposti a fidarvi di un sistema giudiziario gestito dall’intelligenza artificiale?

Come smantellare il modello operativo della criminalità organizzata?

Sì… per smantellare il modello operativo della criminalità organizzata, è necessario un approccio più articolato e soprattutto su più livelli. 
Innanzitutto, le forze dell’ordine debbono essere dallo Stato sostenute affinchè possano rafforzare le indagini per smantellare le strutture delle organizzazioni criminali e contrastare così tutte quelle attività ad alta priorità, mettendo in atto altresì la cooperazione transnazionale tra gli Stati membri dell’UE.

Un altro aspetto cruciale infatti riguarda l’eliminazione delle risorse finanziarie della criminalità organizzata! 

Bisogna colpire i profitti generati dai gruppi criminali attraverso il rafforzamento delle leggi sul sequestro e la confisca dei beni illeciti. Inoltre, un attento monitoraggio delle operazioni finanziarie consentirà di individuare e bloccare i flussi di denaro sospetti, prevenendo così il riciclaggio. E’ fondamentale la collaborazione con il settore privato, incluse banche e imprese, diventa quindi essenziale per intercettare transazioni anomale e spezzare i circuiti di finanziamento illecito.

Parallelamente, occorre prevenire l’infiltrazione della criminalità organizzata nell’economia legale. L’acquisizione di aziende in difficoltà da parte di gruppi criminali rappresenta una minaccia concreta e, per contrastare questo fenomeno, è necessario potenziare la vigilanza sugli investimenti sospetti e introdurre misure di supporto per le imprese in crisi, così da sottrarle all’influenza delle organizzazioni malavitose.

Un altro pilastro essenziale riguarda la protezione delle istituzioni e della società civile. 

La corruzione, strumento principale della criminalità organizzata, deve essere combattuta con politiche di trasparenza più rigorose, maggiore protezione per i whistleblower e controlli stringenti sui funzionari pubblici. Inoltre, diventa prioritario sensibilizzare la cittadinanza sui rischi della criminalità organizzata e promuovere una cultura della legalità, a partire dall’educazione nelle scuole, per giungere fin dentro le case degli italiani, attraverso messaggi in Tv per diffondere e incentivare l’assunzione di responsabilità del singolo verso la collettività .

Infine, l’uso della tecnologia rappresenta una leva strategica per il contrasto alla criminalità. L’intelligenza artificiale e le tecnologie avanzate offrono strumenti efficaci per individuare schemi di riciclaggio, monitorare il dark web e prevenire attacchi informatici. Le istituzioni devono investire in soluzioni digitali per migliorare l’efficienza delle indagini e garantire una risposta rapida ed efficace alle minacce emergenti.

Certo, la lotta alla criminalità organizzata richiede un grande impegno, coordinato e costante, già… non basta semplicemente perseguire i singoli reati:, ma occorre agire a livello strutturale per interrompere i flussi finanziari illeciti, rafforzare la trasparenza nelle istituzioni e impedire l’infiltrazione nell’economia legale.

Solo con un approccio sistemico e una forte cooperazione internazionale sarà possibile smantellare il modello operativo della criminalità organizzata e restituire ai cittadini quella fiducia e sicurezza, che oggi vedono ahimè molto distante.

Non solo imprese mafiose: Le nuove frontiere del crimine.

Già… esistono imprese che, pur potendo essere definite “criminali” per le modalità con cui estendono le loro ramificazioni illecite, operano al di fuori della tradizionale criminalità organizzata. 

I loro referenti infatti si trovano a un livello talmente alto che perfino i capi di quelle organizzazioni mafiose spesso ignorano la loro esistenza.

Parliamo di soggetti dotati di alta professionalità e competenze specialistiche, rappresentano una classe completamente diversa. Molti di loro vantano titoli accademici eccellenti, conseguiti in prestigiose università, e si distinguono nettamente dalla manovalanza che solitamente appare nelle cronache di nera.

Sono geni del male: informatici, bancari, broker, esperti d’arte, professionisti nel settore commerciale, amministrativo e legale. Creano e gestiscono imprese artificiose, spesso multinazionali, che operano con criteri manageriali e si dedicano ad attività illecite in base alle richieste del mercato. Non appartengono alle associazioni di tipo mafioso, così come definite dal codice penale, ma sviluppano strategie sofisticate per infiltrarsi nelle stanze del potere, quelle in cui si prendono decisioni strategiche.

A differenza delle organizzazioni mafiose, che si caratterizzano per traffici illeciti accompagnati da violenza e azioni delittuose, queste imprese criminali sfruttano la tecnologia avanzata, utilizzano intermediari e sistemi di pagamento criptati, manipolano i mercati finanziari tradizionali e alternativi. Non hanno bisogno di sporcarsi le mani: la loro forza risiede nella capacità di muovere risorse e influenze senza lasciare tracce.

Questi professionisti hanno creato un sistema finanziario parallelo, connesso alla finanza tradizionale ma separato da essa, progettato per ottenere guadagni speculativi enormi. 

Ad esempio, manipolano il prezzo di un bene, lo gonfiano artificialmente, e lo vendono a un prezzo maggiorato, generando plusvalenze che appaiono legali. Tutto avviene in forma digitale: beni immateriali trasferiti da una parte all’altra del mondo senza la necessità di movimentare merci fisiche o attraversare confini.

Le loro operazioni sono estremamente difficili da individuare e perseguire. Anche quando un raggiro viene scoperto e denunciato, il denaro trafugato è già stato trasferito in paradisi fiscali, al riparo da qualsiasi azione legale. Non devono preoccuparsi delle distanze geografiche o del rischio di attraversare confini pericolosi; tutto si svolge comodamente dietro lo schermo di un computer.

Questi imprenditori criminali rappresentano una nuova frontiera del crimine, dove tecnologia e finanza si intrecciano in modo inestricabile. Hanno strumenti all’avanguardia che permettono loro non solo di eludere le leggi, ma di anticipare le contromisure degli investigatori, rendendo le loro attività quasi impossibili da tracciare. Si muovono in un’area grigia, sfruttando lacune normative e connessioni globali.

Ecco il vero volto di queste imprese: non è la ferocia, ma la capacità di manipolare sistemi complessi, influenzare i mercati e infiltrarsi nei gangli vitali dell’economia globale. Il loro obiettivo non è solo arricchirsi, ma esercitare un controllo silenzioso, quasi invisibile, che rende il mondo un po’ più vulnerabile e insicuro.

Forse è arrivato il momento di guardare oltre i confini del crimine tradizionale e di riconoscere che il vero potere si nasconde spesso dove meno ce lo aspettiamo: nelle pieghe di un sistema apparentemente legittimo, orchestrato da menti brillanti al servizio del profitto illecito.

Le “spaccate” a Catania: un furto da serie TV

Questa sera vorrei approfondire un tema che sta scuotendo la nostra città: le “spaccate”!!! 
Una tecnica di furto che, per la sua complessità e precisione, ricorda alcune scene di una celebre serie TV.

L’ultimo colpo, appena compiuto, è stato pianificato nei minimi dettagli, con una scelta strategica del momento: la notte di Capodanno.

Già… mentre la città era immersa nei festeggiamenti e le forze dell’ordine erano concentrate sulla sicurezza di migliaia di turisti, attratti dall’evento in diretta su Canale 5 da Piazza Duomo, i ladri hanno colto l’occasione per agire indisturbati.

Hanno bloccato tutte le vie di accesso al centro commerciale “Centro Sicilia” utilizzando veicoli pesanti rubati: un tir, un furgoncino, un autocarro e persino un escavatore. Questi mezzi, posizionati di traverso sulle strade e successivamente incendiati, hanno reso impossibile un rapido intervento delle autorità.

Intorno alle 00:20, la banda, composta da almeno dieci elementi con il volto coperto, ha utilizzato l’escavatore per sfondare l’ingresso posteriore dell’Apple Store. In pochi minuti hanno razziato iPhone, iPad e altri dispositivi elettronici di alta gamma, caricandoli su un furgone prima di dileguarsi.

Le indagini condotte dai carabinieri del comando provinciale e dalla Sezione Investigazioni Scientifiche hanno confermato che il furto era stato organizzato con estrema cura. La scelta della notte di Capodanno non è stata casuale: il caos dei festeggiamenti, l’impiego massiccio delle forze dell’ordine in centro e il clima di distrazione generale hanno creato il contesto perfetto per agire.

Sebbene il valore della merce rubata non sia ancora ufficiale, si stima che il bottino sia di notevole entità.

Nella stessa notte, altre due spaccate hanno colpito negozi di ottica e profumeria lungo il Corso Italia. Anche in questi episodi, i malviventi hanno distrutto le vetrine, portando via merce di valore prima di sparire nel nulla.

Questi episodi evidenziano un crescente allarme sulla sicurezza a Catania. 

Come ho riportato in un precedente post: “Dopu cà a Sant’Aita a rubbaru, ci ficiru i potti di ferru”.

Non sorprende quindi che anche la direzione del “Centro Sicilia” abbia annunciato un potenziamento delle misure di sicurezza, con controlli intensificati e nuove strategie di sorveglianza.

È evidente che ci troviamo di fronte a bande altamente organizzate, capaci di pianificare e realizzare furti con modalità sempre più sofisticate. 

Come ho scritto nel titolo d’apertura, questa dinamica ricorda in modo inquietante quella della banda de “La Casa di Carta”.

Gratteri: Un esempio di integrità e responsabilità!!!

In un periodo in cui spesso si punta il dito contro la classe politica e dirigente, ma anche nei confronti delle migliaia di funzionari pubblici per sprechi e/o cattiva gestione delle risorse, ecco che con questo post vorrei sottolineare l’esempio di un magistrato (il Dott. Nicola Gratteri) che – per come dichiarato nella  trasmissione di La7 “Otto e mezzo” – nel corso della sua carriera, ha scelto di non utilizzare la tecnologia e i beni messi a disposizione dal Ministero della Giustizia!!!

Egli infatti, con grande senso di responsabilità, ha preferito acquistare di tasca propria tutto ciò di cui aveva bisogno, evitando così di gravare sulle casse dello Stato, un comportamento che denota non solo integrità morale, ma anche un profondo rispetto per il ruolo pubblico e per i soldi di noi contribuenti.

Immaginate per un istante se tutti i nostri uomini istituzionali e di conseguenza i funzionari pubblici e ancora più quei nostri “……..” politici, adottassero per un solo mandato quel simile approccio. 

Non staremmo forse parlando di un Paese improvvisamente più ricco, più efficiente e soprattutto meno incline alla disonestà?

Comprendo perfettamente che si tratta di un gesto semplice, ma potenzialmente simbolico, che dovrebbe far riflettere tutti quei soggetti di cui sopra e fungere da esempio per coloro che oggi ricoprono incarichi pubblici o di grande responsabilità.

Viene quindi spontaneo chiedersi: come potrebbe lo Stato modificare un sistema che spesso concede benefit inutili, sprecando denaro pubblico?

Già… perché molti di questi “gadget” ( tra l’altro costosissimi…) non vengono forniti per migliorare la qualità del lavoro o per rispondere a necessità operative, ma appaiono piuttosto come regalie mascherate, sì… premi destinati a funzionari che nella maggior parte dei casi non evidenziano, né competenza e ancor meno impegno. 

Parliamo di privilegi che anziché valorizzare il merito sembrano favorire molti di quei “raccomandati” e di conseguenza quelle loro inette condotte e, talvolta, persino premiare quei loro comportamenti disonesti.

È ora di invertire la rotta, perché uno Stato che si ritiene (vedasi tutte le dichiarazioni che ogni sera ci vengono “propagandate” dai Tg nazionali) essere virtuoso dovrebbe iniziare a eliminare tutti i benefit non strettamente necessari, mantenendo solo quelli funzionali allo svolgimento del lavoro.

Inoltre, è tempo di premiare il merito in modo trasparente, con incentivi basati sui risultati e non su scelte di “casta” o attraverso concessioni materiali.

E inoltre  fondamentale implementare controlli rigorosi sull’utilizzo delle risorse pubbliche, per garantire che ogni spesa abbia una sua reale giustificazione.

Ed infine, vista la diffusa immoralità che ci relega tra i primi paesi al mondo per livello di corruzione, bisogna ripartire promuovendo una cultura di responsabilità personale, dove chi ricopre incarichi pubblici dia l’esempio, evitando sprechi e privilegi immotivati.

Immaginate solo per un istante il nostro Paese in cui, i fondi risparmiati da queste riforme, vengano investiti in istruzione, sanità, infrastrutture e/o a sostegno alle fasce più deboli della popolazione, un paese dove la trasparenza e l’efficienza sostituiscano gli sprechi e i favoritismi.

Lo Stato e quindi i suoi referenti dovrebbero amministrare la cosa pubblica con lo stesso senso di responsabilità con cui si gestisce una famiglia, non quindi come una risorsa da spremere, ma come un patrimonio da preservare e far crescere per il bene comune… 

Perchè come ripeto spesso: il cambiamento comincia innanzitutto dalle scelte personali!!!

Se non sapete quindi come fare, semplice… potete iniziare prendendo esempio dal Dott. Gratteri!!!

La Cina comanda sul web!!!

Secondo i dati compilati da Nikkei, contando anche Hong Kong, la Cina è nettamente la prima al mondo per traffico di dati su Internet, con 111 milioni di megabit/secondo scambiati attraverso la frontiera, quasi il doppio dei 60 milioni degli Stati Uniti!!!

Terzo in questa classifica è il Regno Unito a 51, seguono Singapore e Vietnam che più degli Usa sono i paesi più coinvolti nello scambio di dati con la Repubblica Popolare.

I dati evidenziano del volume del mercato cinese, ma non dicono nulla sotto l’aspetto qualitativo, decisivo quest’ultimo a livello strategico. 

E’ ovvio che la Cina non dominerà mai Internet semplicemente perché scambia più dati con il resto del mondo… come d’altronde non domina la sfera culturale semplicemente perché il mandarino è la lingua più parlata da oltre 2 miliardi di persone…  

Più interessante a livello analitico sarebbe sapere di quali paesi la Cina importa i dati e se i traffici in entrata superano quelli in uscita ed ancora, se l’import cinese è maggiore di quello americano…

Come nei commerci convenzionali, anche nell’ambito dei dati l’attore più importante è il compratore di ultima istanza, colui che più di tutti acquista dall’estero. 

Chi vive di esportazioni dipende dai capricci stranieri, mentre chi vive di importazioni usa quel rapporto di dipendenza con l’esportatore, arricchendolo. 

È il ruolo degli Stati Uniti nella globalizzazione, il paese con la bilancia commerciale più in rosso del pianeta.

In campo digitale, il controllo sui dati serve intanto ad acquisire informazioni essenziali sulle collettività straniere, a farsi un profilo di ciò che le spaventa, le anima. E tramite quel profilo costruire servizi sempre più lucrosi per la digital economy. 

È questo flusso di dati che rende strategica la Silicon Valley per gli Stati Uniti e che gli stessi Stati Uniti vogliono impedire che la Cina inizi a controllare la futura tecnologia 5G…

Ed allora viene da chiedersi… se la Cina scambia tutta questa mole di dati, ma non ci dice a chi glieli offre e in quale percentuale, viene da chiedersi chi è realmente sottoposto a quella sua influenza???

Quali previsioni economiche aspettarci…

Non ho alcuna intenzione di esprimere giudizi economici basandomi – come ormai fanno quasi tutti in Tv – su pregiudizi politici (o certamente di parte), a seconda dello schieramento partitico a cui appartengono… 
No… la mia sarà una valutazione costruita su quei segnali, che sembrano tra loro irrisori o certamente distanti, ma se li si tiene sotto osservazione per un po’ di tempo, ci si accorge come ciascuno di quegli indicatori abbia qualcosa in comune con gli altri… 
E’ una forma di legame, è come se fossero unite da un filo invisibile che a seconda delle circostanze, si estende o si accorcia all’interno di quell’area economica mondiale, nel quale sono connesse…
Ecco quindi che esaminando le dichiarazioni di quei capi di stato, riflettendo sulle politiche adottate, prendendo in esame le holding che vengono di volta in volta acquistate o cedute, già… osservando in quali modi si vadano deteriorando i Pil di quegli Stati, si può comprendere quali effetti negativi, stanno per compiersi…
La mia convinzione è che nel breve termine, entro cioè il 2020, l’economia mondiale andrà sempre più a deteriorarsi…
Tutto questo causerà nei paesi più deboli un impatto disastroso sull’export e quindi di conseguenza, quella crisi si ripercuoterà su quei paesi che più di altri hanno necessitò di esportare e quindi di fare business… 
L’impatto negativo creerà una situazione che inciderà nella zona euro per almeno il 10-30% con una nuova crisi che porterà ad un aumento esponenziale del debito pubblico…
A rischiare non sarà soltanto l’Italia, ma quasi tutti i paesi europei, ad esclusione della Gran Bretagna che ormai viaggia in maniera distaccata dall’Ue ed opera su quei mercati del Commonwealth a cui è legata…
Bisogna inoltre mettere nella bilancia i nuovi diktat ordinati dal presidente Usa, che hanno scatenato di fatto una guerra commerciale, in particolare contro alcuni paesi europei, quali Francia e  Germania, ma anche contro quelle oltreoceano come la Cina, che analogamente ha scelto la linea dura, rifiutando di riaprire i negoziati commerciali, ma anzi  introducendo eguali dazi nei confronti di quella opposta superpotenza per circa 250 miliardi di dollari di merci… 
Una decisione quella di Pechino poco oculata, dal momento che essa ha molto più da perdere, visto che il proprio export verso gli Usa, ha dimensioni certamente più ampie rispetto a quelle certamente più contenute che dal Pacifico giungono in Asia…
D’altronde certe metodologie finora adottare, come quelle ad esempio di violare la proprietà intellettuale, oppure copiare i prodotti merceologici stranieri, non solo tecnologici ma anche alimentari (e proprio il nostro paese ne sa qualcosa), il tutto attraverso la vendita della propria merce ad un prezzo inferiore rispetto a quelli praticati dai mercato interni di quegli stati, ed infine… non meno importante, l’imposizione di cessioni di tecnologia a chi vuole entrare nel mercato cinese!!!
La guerra commerciale è iniziata e vedrete avrà conseguenze terribili, anche perché in tutto questo gioco di distruzione economica, qualcuno non starà semplicemente a guardare, ma anzi farà le proprie mosse per influenzare tutti quei mercati non controllati da queste due superpotenze e dall’Ue…
Mi riferisco alla Russia, pronta a tutto, anche ad imporre con la propria forza le sue regole… e malauguratamente non mi riferisco alla sola potenza economica…

Ricchi sempre più ricchi… e poveri… sempre più poveri!

Diceva Coco Chanel: alcune persone pensano che il lusso sia l’opposto della povertà. Non lo è. È l’opposto della volgarità!
Nel nostro paese, una cosa è certa… sono tutti ad inseguire la ricchezza!!!
I nuovi idoli cui ispirarsi sono i beni di consumo, dalle auto all’abbigliamento, dai gioielli a quella ricercata tecnologia, che rende ormai l’uomo avido, alienato in quel suo voler apparire…
Ovviamente quanto più ricchi sono i suoi idoli, tanto più l’uomo si va impoverendo… 
La ricchezza diventa gioia… unico vero piacere che da loro eccitamento… 
Un possesso con cui si crede di poter giungere al potere ed invece di cercare d’essere, si persegue l’avere e lo sfruttamento, scegliendo non ciò che è vivo… ma ciò che è finto!!!
L’aumento di ricchezza, produce di contro, un divario sempre più grande, tra chi sta bene e chi è povero…  ed è questo il punto su cui si focalizza il rapporto Istat sull’equo benessere…
La disuguaglianza reddituale tra Nord e Sud sta aumentando sempre più, con un potere d’acquisto messo sotto pressione dalle spese sostenute per i vari consumi…
Il disagio economico se pur leggermente sta aumentando… ma fintanto che la ripresa economica è rappresentata da pochi incrementi percentuali, valori che si aggirano intorno allo 0,1-0,3% diventa impossibile sperare in una ripresa celere…
I primi a soffrire di questa attuale condizione sono i giovani, che – se pur favoriti dagli interventi prodotti dalla Job Act – non trovano ancora collocazione nel mercato del lavoro.

A questi vanno aggiunti gli ultra cinquantacinquenni, che a causa della crisi hanno perso il lavoro… e non trovano possibilità d’essere nuovamente reinseriti.

La propaganda del nostro Presidente del Consiglio, attraverso i mass media, va riportando numeri strabilianti, segnali di crescita, ottimismo, una situazione che incoraggia a guardare in positivo il futuro di questo nostro paese…
Ma quando si entra concretamente  in quei numeri… ecco saltare fuori la verità e come le differenze territoriali emergono in tutta la loro gravità…
Non si tratta di essere pessimisti ma di leggere in maniera coerente quanto accade intorno a noi… e di osservare come questi andamenti positivi, non si traducono ancora oggi in quella soddisfazione complessiva per il proprio benessere che si mantiene stabile  e vicino ai valori di povertà…
L’incertezza generale dovuta alla crisi economica e finanziaria, mantiene purtroppo ancora presenti, quelle disuguaglianze sociali…
Sono in molti a giustificarsi che la mancata celere ripresa dipenda essenzialmente dalla situazione di grave crisi internazionale, dalle guerre in corso, dai movimenti migratori dei profughi, dal terrorismo, dalla mancata presenza di turismo per paura degli spostamenti, dagli investimenti tutt’ora bloccati a causa dell’incertezza politica tra i vari stati, tutte cause che determinano certamente una sfiducia nei rapporti e nello scambio di beni e consumi…
Purtroppo però la storia insegna che quando vi sono eventi storici come quello in corso, avviene sempre che, chi è nelle condizioni di far valere la propria forza economica si arricchisce, sempre a scapito di chi invece, per ovvie ragioni, non avendo quelle capacità, finirà nel soccombere, continuando così sempre più a impoverirsi!!!  
    

Quale futuro per le nostre imprese???

Un terzo delle nostre imprese sono a rischio e non si vede alcuna soluzione a breve termine…

Dopotutto, in questi anni anni i dati di peggioramento sono evidenti, le perdite economiche, le diminuzioni dei fatturati, il calo dell’occupazione e soprattutto i mancati investimenti, hanno prodotto un arretramento tecnologico di almeno 10 anni, rispetto agli altri paesi mondiali…
Il 2012 sta terminando ed ora sono tutti ad auspicare una ripresa nel 2013…, ma sono soltanto parole che servono a generare un’ottimismo, creato ad hoc, per nascondere il vero motivo e cioè quello di mostrare noi, dichiarate false certezze tentando di rassicurarci, per non far destabilizzare questo precario sistema…  
Non si tratta di essere pessimisti, ma di guardare quanto avviene con occhio critico, evitando così facili entusiasmi, che portano soltanto a deviare dal reale problema e creando quindi una informazione che poco possiede di veritiero.
Le misure fiscali adottate, tutte lacrime e sangue, hanno aumentato a dismisura il nostro debito pubblico e non bisogna dare la colpa all’euro o pensare adesso di volerne uscire da quest’area…, il problema c’era quando eravamo ancora con le lire… ed anzi l’entrata nella zona euro ci ha permesso soltanto di continuare a nascondere i nostri reali problemi ed a permettere noi, di sopravvivere fino ad oggi…

Le scelte politiche ed economiche, modificate dall’intervento virtuoso di risanamento dall’agenda Monti, ci hanno illuso sul miglioramento delle condizioni di vita sociali del paese, ma come abbiamo visto, non ha migliorato niente a cominciare dall’abbassare il livello dello spread sui nostri titoli di stato…

In crisi eravamo l’hanno scorso ed in crisi siamo tutt’oggi…; nessuna infatti delle proposte avanzate, ha dato quel giusto cambiamento causa-effetto, da realizzare un’evidente trasformazione di ripresa, ad iniziare con lo stabilizzare le anomalie prodotte dai flussi finanziari, dei prezzi sulle materie prime in particolare quelle energetiche, che ovviamente sono andate a gravare direttamente sui cittadini, portando così a frenare gli acquisti, con una evidente diminuzione delle vendite…
L’instabilità finanziaria ha influenzato la disponibilità’ del sistema bancario e così gli investimenti sono andati a scemare, fino ad annullare quella capacità creativa che era propria delle nostre imprese…
Con questa politica economica, dove ormai Legge di stabilità e rigore rappresentano, l’unica regola da mantenere e dove la fiducia degli imprenditori internazionali, pur apprezzando i viaggi del nostro Presidente del Consiglio, non producono i risultati sperati…., ecco che insistere nel voler ritenere esatte le percezioni che i vari operatori economici vanno propinando è come voler credere all’astrologia!!!
Nessuno è in grado di prevedere le cause che producono le variazioni negative, cui stiamo assistendo, forse soltanto certe lobby, si possono permettere di sapere in anticipo quanto sta accadendo, dal momento che loro per primi, ne rappresentano la causa e l’effetto, quindi le indicazioni date dai pessimisti o dagli ottimisti, hanno lo stesso valore che possono avere su un risultato, il giudizio di un tifoso… cioè nessuno.

Ora se da un lato, bisogna mettersi alle spalle il passato, c’è però da ricordare, che per potersi  proiettare nel futuro, dobbiamo rivedere certi attuali modelli produttivi, che sono da rinnovare e modificare in base alle nuove esigenze richieste; in particolare mi riferisco a quelli tecnologici, dove la ricerca e l’innovazione, sono da sempre stati capaci, di poter dare ispirazione, a ciò che da sempre ci è invidiato, in progettualità e realizzazione.

Quale futuro per le nostre imprese???

Un terzo delle nostre imprese sono a rischio e non si vede alcuna soluzione a breve termine…

Dopotutto, in questi anni anni i dati di peggioramento sono evidenti, le perdite economiche, le diminuzioni dei fatturati, il calo dell’occupazione e soprattutto i mancati investimenti, hanno prodotto un arretramento tecnologico di almeno 10 anni, rispetto agli altri paesi mondiali…
Il 2012 sta terminando ed ora sono tutti ad auspicare una ripresa nel 2013…, ma sono soltanto parole che servono a generare un’ottimismo, creato ad hoc, per nascondere il vero motivo e cioè quello di mostrare noi, dichiarate false certezze tentando di rassicurarci, per non far destabilizzare questo precario sistema…  
Non si tratta di essere pessimisti, ma di guardare quanto avviene con occhio critico, evitando così facili entusiasmi, che portano soltanto a deviare dal reale problema e creando quindi una informazione che poco possiede di veritiero.
Le misure fiscali adottate, tutte lacrime e sangue, hanno aumentato a dismisura il nostro debito pubblico e non bisogna dare la colpa all’euro o pensare adesso di volerne uscire da quest’area…, il problema c’era quando eravamo ancora con le lire… ed anzi l’entrata nella zona euro ci ha permesso soltanto di continuare a nascondere i nostri reali problemi ed a permettere noi, di sopravvivere fino ad oggi…

Le scelte politiche ed economiche, modificate dall’intervento virtuoso di risanamento dall’agenda Monti, ci hanno illuso sul miglioramento delle condizioni di vita sociali del paese, ma come abbiamo visto, non ha migliorato niente a cominciare dall’abbassare il livello dello spread sui nostri titoli di stato…

In crisi eravamo l’hanno scorso ed in crisi siamo tutt’oggi…; nessuna infatti delle proposte avanzate, ha dato quel giusto cambiamento causa-effetto, da realizzare un’evidente trasformazione di ripresa, ad iniziare con lo stabilizzare le anomalie prodotte dai flussi finanziari, dei prezzi sulle materie prime in particolare quelle energetiche, che ovviamente sono andate a gravare direttamente sui cittadini, portando così a frenare gli acquisti, con una evidente diminuzione delle vendite…
L’instabilità finanziaria ha influenzato la disponibilità’ del sistema bancario e così gli investimenti sono andati a scemare, fino ad annullare quella capacità creativa che era propria delle nostre imprese…
Con questa politica economica, dove ormai Legge di stabilità e rigore rappresentano, l’unica regola da mantenere e dove la fiducia degli imprenditori internazionali, pur apprezzando i viaggi del nostro Presidente del Consiglio, non producono i risultati sperati…., ecco che insistere nel voler ritenere esatte le percezioni che i vari operatori economici vanno propinando è come voler credere all’astrologia!!!
Nessuno è in grado di prevedere le cause che producono le variazioni negative, cui stiamo assistendo, forse soltanto certe lobby, si possono permettere di sapere in anticipo quanto sta accadendo, dal momento che loro per primi, ne rappresentano la causa e l’effetto, quindi le indicazioni date dai pessimisti o dagli ottimisti, hanno lo stesso valore che possono avere su un risultato, il giudizio di un tifoso… cioè nessuno.

Ora se da un lato, bisogna mettersi alle spalle il passato, c’è però da ricordare, che per potersi  proiettare nel futuro, dobbiamo rivedere certi attuali modelli produttivi, che sono da rinnovare e modificare in base alle nuove esigenze richieste; in particolare mi riferisco a quelli tecnologici, dove la ricerca e l’innovazione, sono da sempre stati capaci, di poter dare ispirazione, a ciò che da sempre ci è invidiato, in progettualità e realizzazione.

Stargate nell'Antartico… ogni 30 anni, il 27 gennaio si apre una porta spazio tempo???

Di notizie c’è ne sono poche ma sembra che ogni 30 anni, nell’Antartide venga ad aprirsi un varco spazio tempo…
Le teorie fisiche moderne almeno sulla carta, credono che sia possibile un passaggio fra i modelli dimensionali dello spazio, in particolare nelle cosiddette curve… 
Nel 1995, sono passati otto anni, un gruppo di scienziati condussero delle ricerche in Antartide e fecero una sensazionale scoperta.
Il fisico americano Mariann McLein, disse che il 27 gennaio di quell’anno, i ricercatori avevano osservato nel cielo un grigiore, quasi fosse una nebbia sopra le loro teste ed in un primo momento, pensarono che si trattasse di un fenomeno naturale.
Ma successivamente con il passare del tempo si accorsero che tutto ciò sembrava rimanere immobile; a quel punto decisero di verificare lanciando un pallone-sonda dotato di particolari attrezzature capaci di registrare la velocità del vento, la temperatura e l’umidità dell’aria.
Ma raggiunto quel grigiore, essa sparì agli occhi degli osservatori… riportata successivamente la sonda a terra attraverso la fune a cui era legata si accorsero che il calendario incorporato nel pallone segnava la data del 27 gennaio 1965, lo stesso giorno ma di 30 prima…
Ricontrollarono e risettarono gli strumenti, ripetendo l’esperimento ma questo rientrando nuovamente a terra, riportava sempre il calendario elettronico indietro nel tempo.
Questo fenomeno, chiamato successivamente Time-Gate, fu mandato anche alla Casa Bianca.

Qualcuno crede che sopra il Polo Sud esista sia un tunnel che permette di viaggiare attraverso il tempo, ogni 30 anni!!!

Non si sa cosa si sta realizzando, ma si dice che si stia lavorando per avere la conferma che ciò possa realmente essere realizzato, quasi come nel film stargate…
Da prime indiscrezioni pare che si tratti di una “porta” spazio-temporale, cioè un tunnel, che permette non solo uno spostamento dimensionale e geometrico attraverso lo spazio, ma anche di un cambiamento temporale. Un viaggio attraverso il tempo (sia in avanti che indietro) e lo spazio.
Non è la prima volta che qualcosa di strano sembra accadere nell’Antartide, ma ogni volta tutto ciò viene sempre insabbiato… anzi direi innevato.

Inoltre un’altra meravigliosa scoperta è stata fatta dai satelliti americani e diffusa dalla rivista Daily Galaxy e cioè la presenza di una struttura antichissima sotto il suolo antartico.

Uno degli scienziati comunque che aveva partecipato ai test, lo statunitense Mariann McLein non solo ha confermato quanto accaduto ma che l’episodio è stato segnalato ai servizi segreti militari americani.
Anche nelle scritte della tomba del faraone si parlava di porta delle stelle…
Potrà sembrare paradossale, ma quanto avvenuto in Antartide, potrebbe trovare una spiegazione razionale, nella teoria del “Ponte di Einstein-Rosen”. 
I due scienziati infatti, dichiararono che era possibile una scorciatoia da un punto dell’universo a un altro, questo consentirebbe di viaggiare tra di essi, molto più velocemente di quanto impiegherebbe la luce a percorrere la distanza attraverso lo spazio normale. 
Ora se a questo aggiungiamo che la velocità della luce che ritenevamo in teoria impossibile da superare è stata proprio in questi giorni, tramite il CERN superata, possiamo cominciare a credere che molto di quello che oggi conosciamo e studiamo, possa essere tranquillamente con il tempo smentito…
La stessa teoria delle stringhe prevede punti di contatto tra universi paralleli e quindi tutti questi nuovi concetti, diventano passaggi obbligatori nella crescita delle nozioni di fisica a cui si è giunti oggi…
La scoperta oggi alimenta la curiosità di tutti in particolare di coloro che studiano avvistamenti e contatti extraterrestri e di quei sostenitori sulle teorie del complotto, secondo i quali i militari americani stiano nascondendo il rinvenimento di una grande apparecchiatura mai vista prima.
Infatti a dimostrazione di quanto sopra, il fatto che gli scavi siano iniziati in segreto ed in maniera rapida… 
Qualunque cosa sia sembra si tratti di un oggetto vecchio di 12 mila anni!
Al momento le autorità Statunitensi negano qualsiasi scoperta archeologica ma, secondo quanto esposto da un funzionario del Parlamento Europeo, Nicole Fontaine, la scoperta è di così tale importanza che tutta la comunità scientifica continua a chiedersi, cosa mai stia venendo alla luce in quell’area.
Che esista qualche analogia tra la scoperta fatta dai satelliti e il misterioso vortice? 
Noi forse per adesso non lo sapremo, ma si tratta di continuare ad investigare…
Infatti se è qualcosa che l’esercito americano sta costruendo lì, allora sta violando il Trattato Antartico internazionale, mentre se non è così, allora è certamente qualcosa che si trova in quel luogo da almeno 12.000 anni.
Ciò renderebbe la struttura la più antica della storia dell’uomo sulla terra e sarebbe giusto che tutta la comunità mondiale ne venga a conoscenza…
Tutto ciò fa credere seriamente che i due elementi siano correlati.
Comunque teniamoci pronti che forse si parte…