qualche giorno fa ho ricevuto questa comunicazione su un’iniziativa che ritengo interessante e che vorrei condividere con voi.
Si tratta di un ciclo di webinar informativi sul referendum del 22 e 23 marzo, organizzato per approfondire in modo critico la riforma della giustizia attualmente in discussione.
la riforma della giustizia presentata dal Governo Meloni come soluzione alle criticità del sistema giudiziario non interviene sui problemi strutturali reali, quali la lentezza dei procedimenti, l’inefficienza e la mancanza di certezza della pena.
In vista del referendum del 22 e 23 marzo, abbiamo organizzato un ciclo di webinar informativi e interattivi per approfondire i contenuti della riforma e illustrare in modo rigoroso le ragioni del NO.
Gli incontri, dal titolo “REFERENDUM SALVA-CASTA. Ti dico perché NO!”, saranno dedicati all’analisi delle criticità del provvedimento, dei suoi effetti sull’equilibrio costituzionale e delle conseguenze concrete sui diritti dei cittadini, con il contributo di esponenti impegnati nelle Commissioni Giustizia, in un confronto aperto e fondato su solide basi giuridiche e istituzionali.
Primo incontro: mercoledì 4 febbraio, ore 20.00
🎙 Interverranno Ada Lopreiato e Valentina D’Orso
La diretta sarà trasmessa sul nostro canale YouTube ed è aperta a tutti.
L’incontro prevede uno spazio dedicato alle domande del pubblico, con l’obiettivo di favorire una partecipazione attiva e consapevole al dibattito referendario.
Ti invitiamo a partecipare e a confrontarti direttamente con i nostri parlamentari, per comprendere pienamente le implicazioni della riforma. Solo una cittadinanza informata può prendere decisioni responsabili e difendere realmente i propri diritti.
Non mancare!
Personalmente, credo che iniziative come questa rappresentino un’opportunità per informarsi al di là della solita polemica politica. Sul tema vedo spesso schieramenti contrapposti che si affrontano a colpi di slogan, senza offrire elementi concreti per capire. E probabilmente anche questo referendum rischia di fare la fine dei precedenti: un’alta astensione, sintomo di una stanchezza diffusa e di una sfiducia ormai strutturale verso la politica e i suoi rappresentanti.
Spero che la segnalazione possa esservi utile e che qualcuno di voi voglia approfondire.
Il generale Roberto Vannacci getta la maschera e presenta il suo partito. “Futuro Nazionale” è il nome e l’intento della sua sfida: dare corpo a una destra che definisce “vera, orgogliosa, convinta, entusiasta, pura, contagiosa” e che affonda le radici in valori netti e senza compromessi. È un messaggio diretto a un’Italia che descrive come “una polveriera pronta a deflagrare”, piena di energia repressa e talento umiliato”.
Il senso del progetto Futuro Nazionale si legge già nel suo nome e nel suo simbolo, un’operazione di comunicazione studiata per parlare a un’area specifica dell’elettorato. Il nome evoca appartenenza e continuità nazionale, mentre il logo, con il suo font spigoloso che alcuni associano a un’estetica littoria e la prevalenza dei colori tricolore e blu, si rivolge chiaramente a un elettore di destra sociale.
Dietro questa scelta grafica c’è un messaggio forte: il generale non si pone come un moderato, ma come il rappresentante di una destra che definisce “vera, orgogliosa, convinta, entusiasta, pura, contagiosa”. Una promessa di netta discontinuità da ciò che viene percepito come il “linguaggio misurato” e le “vie di mezzo” della politica attuale, di cui molti italiani sarebbero stufi.
Questo slancio si concretizza in un programma strutturato attorno alla parola “VITALE”, declinata in sei pilastri. Si parte dalle Virtù militari di coraggio e dovere, si passa per l’Identità nazionale posta al di sopra delle istituzioni, per arrivare alla difesa delle Tradizioni, viste come radici da proteggere da fenomeni come l’immigrazione di massa, definita un fattore di disgregazione sociale.
L’Amore è quello per la famiglia “conforme alla natura”, fondata sull’unione di un uomo e una donna. La Libertà si traduce nel diritto all’autodifesa estrema e nella proprietà. Infine, l’Eccellenza è il rifiuto della mediocrazia a favore di un Paese che premi il merito. Un manifesto che, nella sua coerenza radicale, vuole essere una risposta a un Paese che Vannacci descrive come una “polveriera pronta a deflagrare”, piena di energia repressa e merito non riconosciuto.
Ed è proprio questa proposta a scuotere gli equilibri del centrodestra, come dimostra il primo sondaggio che misura il potenziale di Futuro Nazionale. La rilevazione di YouTrend lo colloca al 4.2%, superando quindi sia l’attuale soglia di sbarramento del 3% sia quella del 4% in discussione. Il dato più significativo, però, è l’origine di questi consensi. Il nuovo partito attinge principalmente dall’area della destra parlamentare, sottraendo più voti a Fratelli d’Italia (-1.1%) che alla Lega (-0.9%), con un impatto minore su Forza Italia.
Questo conferma che Vannacci agisce più come un fattore di redistribuzione interna alla coalizione di governo che come un attrattore di nuovi elettori, dato che solo il 13.5% proverrebbe da indecisi o astenuti. È qui che si annida il vero incubo per il governo: la prospettiva di un’erosione costante che, in uno scenario elettorale, potrebbe compromettere la maggioranza e forse è proprio questa la forza di questo nuovo partito, raccogliere tutti quei cittadini delusi dalla politica, da questo governo, dai suoi interpreti, anche di quelli dell’opposizione, che si dimostrano essere – mi riferisco al Pd – solo a voce contrari, ma quando si tratta di votare contro un soggetto di quel sistema, in particolare quando si tratta di proteggere uno di loro, vedasi il far valere le immunità parlamentari, ecco che improvvisamente non esiste opposizione, ma unione (chissà forse dobbiamo pensare di quanto ciascuno di essi sia compromesso…) d’intenti.
La reazione dei partiti di governo non si è fatta attendere e spiega la durezza degli attacchi personali. Da una parte c’è la delusione amara di Matteo Salvini, che ha accolto Vannacci quando “aveva tutti contro” e lo ha promosso a vicesegretario, sentendosi tradito nella lealtà. Dall’altra, c’è la preoccupazione di Fratelli d’Italia, che vede scalfita la sua egemonia sull’area sovranista.
Gli attacchi alla persona, il dipingerlo come un corpo estraneo o un nostalgico, nascondono il timore concreto per quei punti percentuali che, secondo le proiezioni, potrebbero oscillare tra il 4.5 e il 7%, numeri sufficienti a destabilizzare una coalizione. Il vero terrore è che il generale riesca a catalizzare il malcontento di quella parte di Paese che aspetta qualcuno che stravolga un sistema percepito come casta, clientelare e avverso alla meritocrazia, promettendo invece “l’unica destra che io conosca”.
“Per questo, oggi più che mai, il messaggio del generale – ‘Chi mi ama, mi segua‘ – risuona come una sfida diretta e un appello alla mobilitazione e chissà se, sulla spinta di questa rinnovata energia, non possa finalmente nascere insieme a “Futuro Nazionale” un’altra alternativa, sì… in grado di destabilizzare definitivamente questo sistema partitocratico, che negli anni si è dimostrato non solo fallimentare, ma soprattutto, profondamente e certamente colluso.”
Il ciclone se n’è andato, lasciandosi dietro un silenzio rotto solo dal fragore del mare, come se non avesse ancora sfogato tutta la sua rabbia.
E in questo silenzio postumo, in Sicilia, comincia la conta. Non solo quella ufficiale, che già strabilia per le cifre – un miliardo, dicono, come se enumerare zero dopo zero potesse restituire il peso di un futuro crollato – ma un’altra conta, più intima e strisciante. Quella, sì, che rattrista ancor più noi siciliani: la conta delle promesse che non reggono alla forza dei fatti.
Si parla di esercito che arriva, di commissari straordinari, di stati d’emergenza nazionali. Che dire… il solito spettacolo che, purtroppo, conosciamo a memoria. La politica, quella di Roma, si muove con il ritardo compassato di chi deve soltanto amministrare un disastro, non prevenirlo. E così, mentre i titoli si accavallano, c’è un dettaglio che emerge, piccolo ma rivelatore, e che squarcia il velo dell’ipocrisia.
Molti commercianti, albergatori, ristoratori, proprietari di immobili in località turistiche, si dice, avevano stipulato polizze assicurative con importanti compagnie. Già… si erano cautelati contro la furia del cielo, contro i cicloni e le alluvioni, pagando regolarmente il loro tributo per garantirsi sonni tranquilli.
Ora, ahimè – a danni compiuti – scoprono con un groppo in gola (che sa di beffa atroce…) che la mareggiata, quella stessa che ha sbriciolato le loro strutture sul lungomare, forse non è coperta dalla polizza stipulata.
Come se il mare impazzito che ha invaso la terraferma fosse un evento a sé stante, slegato dal vortice che ha scatenato le onde. Già… il solito paradosso perfetto, l’alibi scritto in caratteri piccolissimi che trasforma un atto di prudenza in un nuovo motivo di sconfitta.
Ed è qui che il cerchio si chiude, in quel senso di profonda, annosa perplessità che noi siciliani custodiamo come un retaggio amaro: da Roma arrivano spesso parole, a volte soldi, ma mai vera giustizia, mai una soluzione che tenga. E quando ci si affida al privato, al contratto, alla legge del mercato, si scopre che il muro di gomma contro cui si sbatte non è solo quello dello Stato, ma anche quello di un sistema più vasto, fatto di assicurazioni e banche, sempre pronto a incassare ma non a restituire.
E allora non ci resta che osservare questa ennesima ferita, la nostra terra che dal Messinese a Lampedusa presenta serre divelte e banchine commerciali in collasso. Sentiamo i sindaci parlare di devastazione senza precedenti, e sappiamo che è vero. Ma sappiamo anche che il danno più sottile, quello che corrode la fiducia, è un’altra onda che continua a battere, inesorabile. È l’onda della sfiducia in chi dovrebbe rappresentarci, proteggerci, risarcirci.
La natura certo fa la sua parte, distruttiva e implacabile. Ma non dimentichiamo mai l’uomo, con il suo mancato rispetto delle leggi, con il mancato controllo di chi permette che vengano realizzate opere dove non dovrebbero esserci: mi riferisco a quelle costruzioni abusive, alla trasformazione di temporanee concessioni demaniali in strutture ricettive fisse.
Dall’altra parte, però, ci sono tutti coloro che hanno operato nel diritto, nella richiesta legittima di concessioni e autorizzazioni, e che oggi si vedono ahimè raggirati dai soliti cavilli…, da quelle norme capziose, dalla distrazione di una politica capace di trasformare una calamità in un’ingiustizia.
E difatti, eccoli qui a consegnarci – insieme al fango e ai detriti da ripulire – l’ennesima, amara lezione: che da troppo tempo ormai, a essere inondati, non sono solo i nostri porti, le nostre strade, le nostre infrastrutture. No… è soprattutto la nostra pazienza. E la colpa principale non è della natura – o meglio, non solo di essa – ma di noi tutti, che ancora scegliamo questi “infedeli” soggetti per continuare a governarci!
La foto che accompagna questo post mostra una vecchia carta geografica d’Italia, ma la Sicilia non c’è!
Al suo posto, il vuoto… intorno, monete sparse: qualcuna sparsa qua e là, la maggior parte ammassata al Centro e al Nord, come se il Sud fosse solo un’eco lontana, un dettaglio dimenticato in un conto che non gli appartiene.
È un’immagine simbolica, certo, eppure tragicamente reale. Perché è esattamente ciò che sta accadendo oggi, sotto i nostri occhi, mentre si consuma l’ultimo atto della farsa del ponte sullo Stretto.
Siamo alle solite: quel silenzio omertoso che vorrebbe nascondere ciò che già sta accadendo.
La CGIL Sicilia, l’unica tra i tre grandi sindacati a parlare, ha lanciato l’allarme: di quei 3,5 miliardi rimodulati, ben l’ottantacinque per cento finirà nelle tasche di aziende del Nord.
Cosa dire? L’ennesimo scippo, in continuità con quella linea storica inaugurata ai tempi di Garibaldi e dei suoi amici Savoia, una prassi ormai consolidata, da cui non si torna mai indietro. In questo teatrino assurdo, però, ciò che sconcerta più dell’inganno stesso è il silenzio complice che arriva dal Palazzo della Regione. Dov’è la sua voce? Quella che dovrebbe indignarsi, reclamare ciò che appartiene alla Sicilia? Ancora una volta ci chiediamo se accetteranno supini le decisioni del governo di Roma e della sua segretaria di partito.
La vicenda ha il sapore amaro di una beffa già scritta. Prima lo scippo delle risorse del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, dirottate sul ponte in un silenzio iniziale imbarazzante. Poi, nonostante moniti autorevoli – come quello della Corte dei Conti, che ne aveva messo in dubbio persino la realizzabilità – era rimasta una flebile speranza: che quei soldi potessero tornare a essere investiti qui, per opere davvero prioritarie.
Invece no. Arriva la nuova burla: la cosiddetta “rimodulazione”, che non è altro che un trasferimento mascherato. Il governo aggira gli ostacoli, svuota il progetto della sua stessa pretesa utilità per il Sud, e quei miliardi prendono la strada del Nord. È paradossale, come ricordano Mannino e Lucchesi: si tolgono soldi proprio a chi, a parole, si vorrebbe favorire. A questa macchina della propaganda, cosa resterà ancora da inventare?
Ma il nodo vero, quello che stringe la gola, resta l’immobilità di chi dovrebbe difendere questa terra per primo. Quel silenzio complice trasforma un danno economico in una ferita più profonda: una ferita di dignità. Ci si augura, fino all’ultimo, un cambio di atteggiamento, perché la Sicilia non merita questo disinteresse, né il disprezzo strisciante che arriva dal governo nazionale. E forse non merita nemmeno la rassegnazione di chi la rappresenta.
Mentre rielaboro queste amare considerazioni, mi tornano in mente gli echi dei commenti che hanno accompagnato la notizia – a volte brutali, sempre sinceri. C’è chi punta il dito contro i “compagniucci della parrocchietta”, notando che solo Confindustria, alzando la voce, è stata ascoltata. C’è chi evoca con rabbia l’esempio dei francesi, pronti a bloccare tutto, convinto che sia finalmente tempo di alzarsi dalla sedia. C’è la disperazione di chi si sente preso in giro da decenni, la lucida amarezza di chi vede nel ponte solo un pretesto: “il passaggio delle risorse dal Sud al Nord”. E c’è chi, con sguardo storico, richiama la Cassa per il Mezzogiorno, i suoi fallimenti, e l’amaro paradosso di un divario che, dopo qualche timido miglioramento, oggi sembra ridislocarsi con forza ancora più iniqua.
È un coro di voci che mescola sarcasmo, indignazione e un profondo senso di abbandono. Parlano di governatori “incollati alle poltrone”, di una classe politica regionale complice, di un’ignoranza diffusa che rende possibile tutto questo. E tra un commento sull’ipocrisia e uno sulla necessità di recuperare orgoglio, emerge nitida una domanda: se fossimo diversi, se avessimo quella fierezza collettiva che altri popoli mostrano con naturalezza, forse le cose non accadrebbero così.
Invece, sembra dire quel coro, ci accontentiamo delle briciole, assistiamo allo scippo e, in troppi, restiamo in silenzio. Proprio come quel silenzio – istituzionale e assordante – che è al centro di tutta questa vergognosa vicenda.
Buongiorno e accomodati pure mio caro lettore/lettrice di questo mio blog e fai come me, versati quel caffè con calma, sì… senza fretta, in questa pausa che abbiamo deciso di concederci per provare ad ascoltare davvero cosa ci passa dentro e – ahimè – intorno…
Stamattina, tra una notizia che sembrava scritta per addormentare la coscienza ed un’altra che provava a svegliarla, ho incrociato le parole di un alto rappresentante delle nostre forze armate, frasi riportate in modo preciso, misurate, quasi chirurgiche.
Sì… tre miliardi di euro (naturalmente stava parlando dei nostri soldi…) destinati alla guerra!
Minch… li ha pronunciati come se fossero i suoi, con la stessa naturalezza con cui si comunica l’orario a chi improvvisamente ce lo chiede per strada…
Tre miliardi per armi e mezzi destinati a un teatro di guerra che non è il nostro, autorizzati da undici decreti che, diciamocelo apertamente, nessuno ha avuto il tempo, la voglia, o forse la possibilità, di leggere con attenzione.
Eppure quei soldi vengono da noi, dal nostro lavoro, dalle nostre tasse, dalle nostre rinunce quotidiane ed incredibilmente nessuno ha bussato alle nostre porte per chiedercene l’autorizzazione, e ancor meno qualcuno si è presentato alle nostre frontiere con le armi in pugno, sì… nessuno finora ci ha dichiarato guerra eppure tre miliardi si sono volatilizzati!!!
Già… eccoci ora a finanziare distruzione mentre viceversa non riusciamo a riparare una scuola, a sostituire un ascensore in un palazzo popolare, a garantire un pronto soccorso decente a chi ne ha bisogno e così… mentre assorbivo quei numeri, tutto quel denaro sprecato, ho sentito una specie di smarrimento lento, come quando ti accorgi che una porta si è chiusa alle tue spalle senza rumore.
Ho letto di confini sfumati, di cyberattacchi, di cittadini chiamati a sentirsi sentinelle del proprio Stato, certo… concetti non privi di senso, se isolati, ma uniti gli uni agli altri, raccontati ogni giorno con crescente insistenza, formano una narrazione che mi pare scivolare, con passi piccoli e continui, verso una normalizzazione del conflitto.
Non come eccezione, non come ultima risorsa, ma come condizione permanente, quasi inevitabile. E allora mi chiedo: stiamo costruendo, pezzo dopo pezzo, decreto dopo decreto, una strada che porta inevitabilmente là dove non vorremmo mai arrivare? Perché sembra proprio che stiamo imparando a convivere con l’idea della guerra come se fosse una stagione da attraversare, non un’aberrazione da impedire con ogni mezzo.
Poi tornano in mente quelle frasi tecniche, quelle cifre da bilancio: “riequilibrio delle dotazioni”, “sostenibilità della risposta convenzionale”, “mantenimento delle condizioni operative”, oltre cinque miliardi stanziati quasi in silenzio, tra un’intesa notturna e un compromesso di corridoio.
Si discute di cyber e di logistica come se stessimo parlando di una nuova rete di metropolitana, con lo stesso distacco e la stessa fretta. E intanto, senza clamore, si approva un nuovo decreto che innalza gli aiuti militari a priorità nazionale – mediato, certo, con un partito di governo, ma mediato come si fa con il prezzo di un appalto, non con il destino di un paese.
È proprio questa inesorabilità che mi agghiaccia. Perché la follia – o almeno una deriva pericolosa di essa – non arriva mai travestita da mostro urlante; arriva vestita da buonsenso, da competenza, da dovere istituzionale.
E quando si spendono miliardi senza un dibattito vero, senza che la gente possa scegliere, senza che il Parlamento abbia il tempo e lo spazio per esprimersi con responsabilità, allora sì, si rasenta il limite. E se consideriamo la qualità dei protagonisti di questa fase – scarsamente preparati, poco visionari, spesso pronti a scambiare la complessità per semplicità – il mio timore non è astratto. È concreto, radicato nel presente, e si allunga già nel futuro.
Temo davvero, tra qualche anno, di guardarmi indietro e di dover ammettere che questo conflitto che ora ci sembra lontano, inevitabile, “non nostro ma da sostenere”, poteva essere evitato. Potevamo essere protagonisti di pace in modi diversi: con diplomazia tenace, con investimenti in cooperazione, con l’esempio di una nazione che sceglie la costruzione anziché l’armamento. Invece, a quanto pare, la via più facile—o forse solo l’unica che alcuni sanno percorrere—è quella della risposta armata, della spirale che si avvita su se stessa.
E noi, nel silenzio di chi non viene interpellato né informato davvero, stiamo seguendo passi che qualcun altro ha già deciso per noi. Senza chiedere il permesso. Senza ascoltare la voce di chi, ogni giorno, sceglierebbe un’altra strada, se solo gliene venisse data l’occasione
Leggo quel post e sento un nodo, una profonda consonanza amara, perché in quel dire “il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo”, c’è tutto il peso di un’occasione mancata, di un futuro che avrebbe potuto essere e non è stato.
Sì, sono d’accordo con te, ma solo in parte…
Oggi, in questo paese che si è abituato a tutto, dove l’ingiustizia è procedura e il silenzio viene scambiato per equilibrio, è dolorosamente chiaro ciò che sarebbe potuto accadere. Se quel movimento, nato da un’urgenza di pulizia, avesse davvero scardinato il sistema con riforme concrete, oggi non vivremmo in questa suddivisione tra caste, con quel cancro che si trasmette per discendenza parlamentare e neppure saremmo ancora qui – ahimè – a constatarlo.
Ma il tempo del fare, per quel movimento, è passato. E se è passato, è per gli errori commessi dai suoi stessi leader, Beppe te…compreso. Consentimi di ricordare che l’idea germinale, quel “uno vale uno” che avrebbe dovuto essere il cuore pulsante di tutto, te la portai io, in quel pomeriggio di settembre a Genova, nel 2005 (vedasi: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2022/07/beppe-m5stelle-basta-cazzate-ma.html).
Ne ridemmo, allora e tu scherzasti sul “farti odiare da tutti“. Di lì a pochi anni, ho potuto costatare come quell’idea avesse preso forma, sì… in quel Movimento 5 Stelle, al quale mi iscrissi subito, libero di criticare, di approvare e di mandare PEC piene di perplessità.
Critiche che si sono rivelate necessarie, vedendo come molte scelte siano state scellerate, come molti si siano attaccati alla poltrone più di chi li aveva preceduti, come abbiano oltraggiato il voto tradendo la fiducia. Ho visto passare gente dall’altra parte della barricata, ed ho visto i meschini tentativi di aggirare il vincolo dei due mandati. Comportamenti indegni, che hanno trasformato il sogno di un movimento limpido nell’ennesimo partito infangato.
Per questo, caro Beppe, mentre parli di un bozzolo dalle dimensioni infinite e di un anno che ha solo sottratto senso, io ripenso all’onestà di Roberto Casaleggio e ti chiedevo, già nel 2022, di non infangarne la memoria. La scelta non era più “uno vale uno”, già… diventava, amaramente, “o loro o noi”!
Oggi le tue parole sono un lamento postumo, un riconoscimento che la politica continua a recitare, con le stesse facce da zombie che si trascinano con la scorta tra i palazzi. Hai ragione, dimenticare è il modo più semplice per ripetere sempre gli stessi errori. Ma la memoria, quella che invochi, è doppia. Ricorda anche le promesse non mantenute, le svolte mancate, la fiducia tradita dall’interno.
Resti lì, a guardare e pensare in silenzio. Ed è un silenzio che comprendo, a volte è l’unica risposta possibile al rumore assordante del nulla. Ma quel silenzio, ora, è anche la tomba di ciò che potevamo essere, la prova vivente che il tempo di quel fare è scaduto, lasciandoci in eredità lo stesso paese ingiusto che dovevamo curare.
Già… con la consapevolezza che il cancro, purtroppo, non è stato estirpato, è solo mutato, trovando nuovi ospiti in cui annidarsi.
Le cronache e le immagini che ci arrivano da Gaza e da ogni altra parte di quel territorio, mostrano la sofferenza fisica (e morale) di innocenti indifesi.
La violenza si sa… genera morte e distruzione, la vendetta genera odio e dolore, e così assistiamo a un percorso circolare in cui si rincorrono solo gli aspetti più bui dell’umanità.
Una pace che non si apre, che non ammette solidarietà né comprensione, e che non fa altro che alimentare il male con altro male. Da millenni anni, secoli e in modo più acuto da quel maledetto ottobre, parliamo e scriviamo di questo.
Eppure le parole, tutte le parole, sembrano scivolare via come acqua su una pietra levigata dall’indifferenza.
È stato superato da tempo ogni limite di sopportazione. Abbiamo visto le cause, immediate e lontane e il numero altissimo di vittime a causa di bombardamenti, scontri, esplosioni e soprattutto carenza assoluta di viveri. Innumerevoli appelli, mediazioni di papi, imam, patriarchi, rabbini, ayatollah, dalai lama, ma anche capi di stato, si sono infranti contro un muro di rifiuto e gli aiuti che sono riusciti a filtrare sono una goccia in un oceano di disperazione.
Vorrei chiedervi: Cosa spinge un essere umano a non fermarsi, a continuare a provocare dolore? Come si trasforma questa sensazione di impotenza che ci assale in qualcosa di concreto? Al sottoscritto sembra che dopo tante parole, l’indifferenza sia nuovamente calata come un velo pesante sul male della guerra, e che la paura ci abbia resi ormai muti. E come ripeto sempre in ogni occasione: il silenzio, si sa, ci rende complici.
Intorno a Gaza, intorno alla Palestina, sono stati eretti muri fisici, visibili, che bloccano l’accesso a chi non è “autorizzato”: aiuti, volontari, occhi del mondo. Ma intorno a tutta questa guerra è stata costruita un’altra barriera, invisibile e più spessa, che blocca l’ingresso alla verità. Una verità che sola potrebbe nutrire la giustizia e restituire dignità a una popolazione stremata.
Cosa, o chi, impedisce davvero di aiutare esseri umani che vivono in condizioni disumane? Forse la loro debolezza fa paura. Forse la loro rassegnazione non scuote più le coscienze addormentate. Chi sono coloro che scelgono di seguire interessi economici o di potere, aumentando le spese per procurare morte mentre poco più in là c’è abbondanza di quanto servirebbe per vivere? Perché negare un farmaco, un pasto, un po’ di calore, a pochi passi da dove tutto ciò esiste? Il gelo di un terzo inverno, senza il calore della solidarietà, sembra non smuovere più cuori ormai induriti e disconnessi.
Sono domande che restano sospese, rivolte a tutti, perché di fronte a una situazione così disumana la responsabilità è collettiva e diffusa. E mentre ora il Natale si avvicina, con quel suo messaggio di luce, quella terra sembra affondare sempre più nelle tenebre di una maledizione antica.
Già… da oltre duemila anni, forse anche a causa delle religioni che l’hanno contesa, è un luogo dove la guerra ha segnato l’esistenza dei suoi popoli, dove la pace non è mai stata una realtà, ma solo un’illusione lontana. Le dichiarazioni dell’ultimo anno, l’affannarsi sterile di politicanti e presidenti, non hanno fatto che evidenziare il totale fallimento di ogni politica messa in campo. Le loro parole risuonano vuote in un deserto di azioni efficaci.
Eppure, la risposta che ci viene proposta in questi giorni è la bella storiella (certamente fantasiosa) di un Bambino in povere fasce, nato in una grotta fredda e buia. Un Bambino che porta pace ai cuori senza pace, che è venuto per riconciliare i fratelli. Ed allora proviamo a prendere quanto di buono da quella storia raccontata, sì… celebriamo quel messaggio che dalla grotta di Betlemme è giunto fino a noi dopo più di duemila anni. Ma non possiamo farlo solo nel ricordo rituale o essendo di parte, già… da chi professa una qualsiasi religioni ed odia le altre.
La pace non è un’illusione, è una scelta di vita quotidiana e coraggiosa. È l’unica verità che può spezzare questo cerchio maledetto. È il coraggio di riuscire ad amare il prossimo, anche quando quel prossimo è oltre un muro, oltre un checkpoint, oltre l’abisso dell’odio che quella terra, da millenni, continua a generare!
Buonasera. Mentre ascolto i telegiornali, nazionali e regionali, seguo l’inesorabile scandire delle inchieste e mi fermo a considerare la natura di quel potere che ci governa. Si muove attraverso referenti che si interfacciano con meccanismi illegali e silenziosi, quasi invisibili, eppure così profondamente incisivi per la comunità. La sua pressione è costante, simile a quella di un’infezione che si autoriproduce, giorno dopo giorno, senza bisogno di giustificarsi. E allora la domanda sorge spontanea, persistente: quanti altri anni dovremo attendere prima di ribaltare questo stato di fatto?
È proprio questa l’impressione che mi rimane, ascoltando ogni giorno le parole di quei giornalisti che ormai ripetono quelle notizie come se appartenessero alla normalità, come il bollettino meteorologico. E si osservino, quelle “cicale” intervistate, che offendono con la loro presenza le stesse istituzioni che dovrebbero rappresentare. Basta guardare i loro occhi nello schermo per comprendere quanto poco siano limpidi, quanta opacità vi sia nei loro sguardi.
Il dato più assurdo è che i miei connazionali sanno perfettamente che non si tratta di episodi isolati, non sono più responsabilità individuali da isolare e condannare. Quello che avviene da ormai troppo tempo è una pratica consolidata, una sorta di grammatica condivisa del comando. In questo lessico, la corruzione non è più un’anomalia, bensì il modo stesso in cui si parla, si decide, si progetta.
Non provano alcuna vergogna nel commettere certi reati alla luce del sole, o nel celarsi dietro appuntamenti furtivi in luoghi dove si sa non esserci telecamere. Oggi basta sedersi in un bar, mentre si prende un caffè, durante una telefonata amichevole. È in questi momenti, apparentemente innocui, che si decide quella cosiddetta consulenza “tecnicamente necessaria”, quell’incarico che arriva dopo anni di fedeltà silenziosa.
È una corruzione che non ha paura, anzi si espone affinché tutti vedano e, in un certo senso, “comprendano” come stanno le cose. Del resto, questi soggetti sanno bene di poter fare affidamento su chi li sta osservando. Perché anch’essi, compromessi da quel sistema clientelare, sono gli stessi individui che proteggono quella struttura. Non solo con complicità tacite, ma attraverso un’intera architettura di relazioni, di debiti, di promesse non dette ma perfettamente comprese.
Parlo di una corruzione che non imbarazza più nessuno, perché ormai fa parte del contesto. Come il rumore di fondo in un bar, come una porta chiusa in un ufficio pubblico. Sì, come il silenzio dei cittadini che hanno imparato, con il tempo, a non chiedere spiegazioni e soprattutto a non fare domande.
Eppure, tutti sanno cosa vi sta dietro. Vivono ogni giorno quanto avviene nel proprio ambito professionale, sono perfettamente consapevoli del comportamento disonesto che viene messo in campo. Dal più umile lavoratore qualificato al più alto dirigente che si presta a concedere proroghe insensate, dietro una gara fatta su misura, dietro ogni nomina che appare più legata a un ringraziamento che a una competenza.
In tutto ciò che avviene intorno a noi, c’è sempre qualcosa di più grave del semplice malaffare. C’è la costruzione, pezzo dopo pezzo, di un sistema in cui non si vince per merito, ma per appartenenza. Non si cresce per capacità, ma per obbedienza. Non si leggono più i curriculum, e ancor meno si chiede “cosa sai fare”. Perché tutto gira intorno alla persona che ha fissato quel colloquio, la stessa a cui successivamente – a seconda da quale parte della scrivania ci si trova – si dovrà dare, o ricevere, qualcosa.
E così gli anni passano. Senza colpo ferire, si smantella ogni idea di futuro collettivo, di equità sociale, di contrasto all’illegalità. Il tutto viene sostituito da una gestione sterile del presente, in cui il potere non costruisce, non innova, non investe. Semplicemente, come un cancro, si riproduce. Anno dopo anno, progetto dopo progetto, genera dipendenza anziché opportunità, conformismo anziché partecipazione.
Allora mi chiedo: cosa resta a chi, come me, non vuole piegarsi? A chi ancora prova a guardare la propria terra con occhi non rassegnati? Forse nulla. Sì, serve a poco nominare le cose con il loro nome: una corruzione sistemica, diffusa, quotidiana. Resta, è vero, la possibilità di chiedere giustizia, non solo nei tribunali ma anche nelle piazze. Sempre più esigue e con una partecipazione che di solito non nasce dal desiderio di far sentire una voce per il bene comune, ma per un tornaconto esclusivamente personale. Sì… per quell’orticello che minaccia scioperi in cambio di un aumento, di una riforma fiscale, e appena, da quei governi, si ha la certezza di aver ottenuto quanto richiesto, ecco che, prese le briciole, si torna felicemente a casa.
Per fortuna, qualcosa di quella protesta autentica resta. Non nelle parole riportate dalle testate dei giornali o in certe pagine web, solitamente nelle mani di imprenditori fortemente collusi con il sistema, ma nei blog, nei commenti, nelle email che ancora, per fortuna, vengono scambiate tra cittadini liberi e moralmente onesti. Certamente stanchi, ma non ancora rassegnati.
Sì, a noi esigui paladini resta la possibilità di ricordare a tutti quei ragazzi – non ancora infettati dal sistema e, ahimè, a volte dai propri familiari – che la legalità non è un optional morale, ma il fondamento stesso della dignità umana e di una comunità che vuole restare tale. Senza di essa, tutto il resto serve solo da decoro superficiale. Quanto a me, se proprio devo mostrarmi, preferirei esser ricordato come chi ha combattuto per la giustizia sociale, piuttosto che come uno spettatore compiacente.
Perché, in fondo, non è la presenza della corruzione a fare più paura, quella, sapete bene, in forme diverse c’è sempre stata. È la sua normalizzazione a essere spaventosa. Quell’assenza di indignazione, di domande, di quella sana e irriducibile insofferenza che dovrebbe animare chiunque abbia a cuore la vita comune.
Ecco perché continuo a scrivere. Non per ricevere contributi finanziari, né per obbligare il lettore a piegarsi a logiche promozionali. Ancora meno mi serve stimolare clamore o accumulare notorietà. Non sarà mai il numero dei follower a far accrescere la mia, già personale, autostima. Continuo a scrivere per denunciare, per segnalare, per far svergognare qualcuno, o più di uno. Non perché sia certo di riuscire a cambiare questo stato di fatto. Ma perché, finché qualcuno lo fa, qualcosa, da qualche parte, non è ancora morto del tutto.
Caro Salvo… scusami se ti do del “tu”, e non è solo per familiarità, ma per una sorta di disperazione affettiva.
Sì… non credo ci siamo mai incontrati di persona, e sono quasi certo che nessuno ci abbia mai presentato ufficialmente. Ma sai com’è… quando due siciliani come noi della stessa generazione hanno respirato lo stesso clima morale di un’epoca, un po’ di confidenza non guasta, anzi, ritengo sia quasi un dovere civico.
E poi, diciamocelo: se non fosse stato per quella tua intervista realizzata da Irene Carmina, forse non avrei mai sentito il bisogno di scriverti nuovamente – vedasi link: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/11/caro-salvo-ficarra-la-piazza-e-vuota-ma.html, ma quella tua frase, lì da sola… “ma un limite non dovrebbe esserci?” mi ha fatto pensare in questi giorni ad un cliente che si accorge che qualcosa, in quel conto ricevuto al ristorante, non torna. Eppure, stranamente, tutti allo stesso tavolo fingono di niente, come se andasse tutto bene, tanto che lui stesso rimane perplesso e pensa forse di essere in errore. Finché qualcun altro, a un tavolo accanto, inizia ad alzare la voce dicendo: “Eh, scusate… ma un limite non dovrebbe esserci?”. E allora, in quel preciso momento, lui capisce di non essere pazzo e, soprattutto… di non essere più solo.
Tuttavia – scusami se divago un attimo – mentre scrivevo queste righe mi è tornata in mente una cosa. Forse mi sbaglio, ma sì… potremmo esserci già incrociati, molti anni fa, in quei tempi in cui il mondo sembrava più leggero e io facevo il “PR” nei villaggi turistici, discoteche, alberghi… insomma, tra animazione, balli improvvisati e chissà qualche concerto ben organizzato. Immagino che fossimo entrambi più in forma, sicuramente più belli (quantomeno parlo per me…), con più capelli, un orecchino e qualche cerchietto in testa, ma diciamocelo… più speranzosi.
Già… penso che potremmo esserci incrociati senza vederci. Chissà, magari a Mondello, mentre io uscivo dall’Hotel “Tre Torri” con quei miei occhiali da sole modello “Ray-Ban”, la mia cabrio e quell’espressione che mi si leggeva in viso: “Palermo ai miei piedi” (e meno male che chi, da anni, l’aveva di fatto posta sotto ai suoi piedi non aveva la capacità di leggermi il pensiero…). Oppure chissà in centro a Palermo, sì… mentre ero diretto a cena in Via Notarbartolo – dove il cameriere ormai mi chiamava per nome – e forse tu eri lì accanto, assorto in qualche battuta che avresti scritto l’indomani…
E sì, forse ci siamo incrociati. Ma voglio confidarti che da ragazzo peccavo di narcisismo. Forse sarà stata colpa del mio aspetto certamente gradevole, che qualcuno dice io abbia migliorato trasmettendolo – solo in parte, al 50% – alle mie figlie (auspico che non leggano questo post, perché, a differenza mia, sono la riservatezza fatta persona e non vogliono essere neppure per scherzo menzionate…), oppure chissà, sarà stata forse colpa del mio “savoir-faire”, già, di quel saper fare che tanto contraddistingue noi siciliani, ma che il sottoscritto utilizzava “abilmente” nei modi e soprattutto nelle tecniche, abitualmente espresse con educazione e momenti di romanticismo. Ma parliamo di anni in cui brillavo talmente di luce propria da non vedere nessuno sopra me, ancor meno coloro che potevano rappresentare una possibile concorrenza…
Ma ora quel tempo è andato via e ciò che resta è quanto vediamo. Siamo come quei due clienti, e ci chiediamo, da siciliani che amano la loro terra: come mai non siamo ancora scesi in piazza a dire basta, a pretendere che qualcosa, finalmente, cambi? Come mai i nostri conterranei non fanno nulla per mutare questo stato di cose?
Stasera osservavo il Tg nazionale e mentre si parlava di politica, scorrevano alcune immagini di due ministri che, passeggiando, venivano fermati da parecchi cittadini con volti sorridenti che si avvicinavano per porgere loro la mano o anche un semplice abbraccio…
Ora, se chi dovrebbe far valere le proprie ragioni si genuflette a quel sistema, lo stesso che evidenzia da troppi anni un meccanismo iniquo, ben oliato grazie a un sistema clientelare, corrotto e soprattutto illegale, cosa possiamo fare noi due per fare in modo che questa condizione cambi?
Lo so… sembra una partita persa ancor prima di giocarla, eppure – caro Salvo – vorrei raccontarti una circostanza che nel suo piccolo è stata per alcuni anni d’impulso per cambiare questo stato di cose: mi trovavo a Genova, era un giorno di settembre del 2005, durante la festa dell’Unità. Vidi Beppe Grillo che parlava, mi avvicinai e gli chiesi – seppur il contesto non fosse quello giusto – se potevo discutere con lui un’idea che avevo avuto: la possibilità di realizzare un movimento politico chiamato “Uno vale Uno”. Gli chiesi inoltre di poter essere proprio lui il promotore, insieme ad altre persone certamente più preparate del sottoscritto (sotto l’aspetto normativo/amministrativo), pregandolo altresì di riflettere a questa mia proposta e di non tralasciarla, anche se forse poteva sembrare un po’ troppo “idealista”, ma che rappresentava – in quel periodo – lo stato d’animo di molti miei connazionali. Ricordo ancora la sua risposta, dopo avermi chiesto come mi chiamassi; sorridendo mi disse: “Nicola… mi manca soltanto questo passo in politica, per farmi odiare definitivamente da tutti”. E a quella affermazione, tutti i presenti scoppiarono a ridere!
Di lì a pochi anni, come ben sai, nacque il “M5Stelle” e oggi sappiamo cosa ne è restato di quel movimento che aveva riunito ben il 42% degli italiani, per poi dissolversi a causa di una serie di decisioni errate adottate per lo più da quei suoi dirigenti e da alcuni referenti, molti dei quali, abbiamo visto, hanno evidenziato preferire la poltrona alla morale…
Oggi, sono certo che una parte consistente del paese, quasi il 40%, provi disgusto per la politica e ancor di più per i suoi referenti; d’altronde non sono io a dirlo, basti rivedere i dati più recenti delle elezioni politiche nazionali del 2022, quando il tasso di astensione ha raggiunto un record storico del 36,1%.
Questo significa che su dieci elettori, quasi quattro non si sono recati alle urne. Comprenderai che basterebbe quel solo numero per ribaltare oggi qualsivoglia schieramento politico.
Ecco perché è importante pensare di riconsiderare quell’idea di movimento “culturale”, quella scintilla di equità sociale che vede attualmente il 5% degli italiani padrone di quasi il 50% del patrimonio del Paese, per cui il ricco diventa sempre più ricco e il povero sempre più povero. È come essere all’interno di un palazzo condominiale dove l’ascensore non va mai su o giù, ma resta sempre lì dov’è, sospeso, senza permettere a chiunque non appartenga a quella casta di poterci salire.
E così, la restante parte di quel condominio luccicante, pieno di vetri che assomiglia a un cristallo, resta sempre sotto, con la testa rivolta in alto per ammirare quei personaggi che tanto desidera incontrare, sperando un giorno di potergli stringere la mano, farsi un selfie, immaginare di poter trascorrere in quel luogo qualche ora…
Ma forse è venuto il tempo di abbattere quel tempio, di passare alle azioni, di rifiutare qualsivoglia contatto e di entrare nuovamente in quell’urna per fare la cosa giusta, l’unica scelta coraggiosa, che ti ricorda che possiedi ancora una dignità e che nessuno può toglierti e, soprattutto, comprare!
Ecco, caro Salvo, forse è tempo di passare ai fatti, quantomeno di provarci. Contiamoci, vediamo quanto siamo, vediamo dove possiamo arrivare e a quel punto si deciderà cosa fare. Altrimenti tutto resterà – come quell’ascensore – immobile, e le mie, le tue, resteranno certamente delle belle parole, che tutti ascolteranno, ma che nessuno vorrà poi mettere in pratica…
E allora, se tutto dovrà andare così, non mi resta che invitarti a Catania. E chissà se forse, tra una portata e l’altra, troveremo finalmente quel punto di contatto in cui, tanti anni fa, le nostre strade si sono casualmente incrociate.
Ed ecco che la conferma arriva puntuale e inesorabile come un tramonto sull’Etna: non resta che sedersi, come quel signore disteso sul tavolo del mio quadro, a contemplare un paesaggio dietro di sé, bellissimo, incandescente e inesorabilmente immobile, mentre intorno tutto precipita…
Il dato sulla “qualità delle amministrazioni locali” ci ha regalato un balzo degno di un’atleta specialista in fuga all’indietro: ultimo posto nazionale.
Non un passo falso, non un infortunio momentaneo, no… un vero traguardo. Il risultato di un anno in cui sguardi alti e maniche basse hanno lavorato in perfetta sincronia, come due ingranaggi oliati dalla rassegnazione, per produrre quel piccolo miracolo che solo l’incuria, coltivata con metodo, può portare a compimento.
Nella classifica generale sulla qualità della vita, siamo scivolati al 96° posto, tredici gradini verso il basso, con la grazia di chi scende una scala mobile rotta senza neanche accorgersene. E mentre sprofondiamo, a brillare beffardamente c’è solo la nostra illuminazione pubblica sostenibile, premiata come faro nel buio.
Peccato che quel faro, per chi percorre la tangenziale davanti all’aeroporto Fontanarossa – vedasi quanto ho scritto a suo tempo al link: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2024/07/sindaco-e-assessorato-alla-viabilita.html – sia ancora un’ipotesi astratta. Forse chi ha redatto il report non ha mai guidato di notte da quelle nostre parti, o forse semplicemente ha scelto l’illuminazione metaforica, quella che si accende un attimo prima di chiudere il documento.
Alla voce ambiente e servizi il crollo è stato “solo” di sette posizioni – una sorta di applauso di consolazione da parte del destino, ma la vera opera d’arte – quella che meriterebbe un allestimento in una galleria di performance tragicomiche – è il tracollo in demografia e società: trentacinque posizioni in meno, un record da Guinness dell’apatia collettiva.
Sì… moriamo di più di tumori, usciamo prima da scuola, come se il sapere fosse un bagaglio troppo pesante da portare oltre la terza media. Eppure, per un paradosso degno di Pirandello, continuiamo a fare figli e abbiamo pochi anziani a carico. La nostra gioventù, così, ha tutto il tempo del mondo per assistere in diretta al declino… con comodo, seduta in prima fila, magari sgranocchiando popcorn forniti dalla rassegnazione generazionale.
E il lavoro? Siamo al 98° posto! Le imprese qui falliscono più che altrove, ma almeno le pensioni di vecchiaia scarseggiano, forse perché qui si invecchia più in fretta, forse perché la pensione arriva solo dopo aver superato l’esame di realtà…
E la giustizia? La sicurezza? Be’, quelle sono le colonne portanti della stabilità: stabili nella mediocrità, solide nella precarietà, un esempio raro di coerenza amministrativa.
Insomma, una cosa sola possiamo dire con certezza, in mezzo a questo mare di oscillazioni: la nostra capacità di confermare il peggio è straordinariamente affidabile. Una costante, in un universo di variabili.
Naturalmente, a commentare il disastro ci pensa la politica – in particolare l’opposizione, che declama con la solita litania: “destra”, “scelte miopi”, “mancanza di visione”. Hanno ragione, certo… ma viene da chiedersi, mentre snocciolano dati con la solennità di chi fa finta di meravigliarsi, di non sapere, quando a quei loro stessi discorsi non è mai seguita un’azione chiara (con il rischio di dover perdere la propria poltrona…) se non ribadire ciò che oggi suona, come un déjà vu, le solite chiacchiere in salsa catanese.
Perché il problema, vedete, non è solo di chi oggi amministra – no… non sto parlando della criminalità organizzata, quella è un’altra storia, troppo nota per essere rievocata qui come se fosse un colpo di scena in una serie già vista – il vero dramma è quel coro muto di assenze: di responsabilità scaricate, di competenze dimenticate, di promesse che evaporano come la pioggia sulla lava rovente.
Da quando sono arrivato in questa città, i problemi sono rimasti sempre gli stessi, come vecchi mobili impolverati che nessuno butta via perché “tanto, prima o poi serviranno”. Sì… son cambiati i volti – quasi mai i cognomi – a volte le sigle di partito, ma la musica no… quella è sempre la stessa, un valzer lento e stonato, dove chi non balla viene guardato come un intruso. Del resto, come recita una delle massime più sagge di questa terra: se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.
E i cittadini? Niente… loro semplicemente ballano. Cambiano casacca con la disinvoltura di chi sa che il vero potere non è nelle idee, ma nelle file. Si rivolgono a chi è appena salito sul carro dei vincitori, non per convinzione, ma per sopravvivenza, per ottenere un posto, per sbloccare una pratica, per comprare un silenzio. E intanto, passo dopo passo, accompagnano quotidianamente con le proprie azioni quel carro, con la tranquilla consapevolezza che, “sì… così è più comodo”… per tutti!
Tranne, forse, per quel signore disteso sul tavolo. Lui sembra aver capito che comodo non vuol dire giusto, ma solo più lento. E che, prima o poi, anche il tramonto sull’Etna finisce. Poi – ahimè – viene il buio. Già… quello vero.
La sera scende mentre percorro la tangenziale di Catania, e l’asfalto sotto le ruote sembra cedere non per l’acqua, ma per qualcosa di più sottile, più tenace: la fatica delle promesse mai mantenute.
Ogni chilometro racconta la stessa storia, solo con nomi diversi e date aggiornate. Quella scuola con il tetto che minaccia di crollare, quell’ambulanza ferma da mesi in officina, quella strada che ogni inverno torna a essere sterrata, sono frammenti di un racconto che non smette di ripetersi, come se il tempo fosse un nastro che gira su se stesso, senza mai registrare niente di nuovo.
Eppure, non si tratta di un episodio isolato, né di un’anomalia. È il respiro regolare di un sistema che funziona grazie ai silenzi compiacenti, agli sguardi che si abbassano appena in tempo, alle strette di mano che durano un secondo di troppo.
In cima, c’è sempre qualcuno che firma, non perché ha scelto, ma perché è stato scelto. Più in basso, ci sono quelli che preparano la penna, regolano la sedia, tengono la porta aperta. Ognuno con un ruolo preciso, ognuno con un prezzo concordato in anticipo, anche se nessuno lo ha mai messo per iscritto. Non serve: basta saperlo.
Negli ultimi giorni, nuove inchieste hanno fatto tremare le stanze della politica regionale. Una mozione di sfiducia, presentata con urgenza, ha raccolto ventitré firme tra deputati di diversi gruppi. Non è tanto il numero a impressionare, quanto il motivo: un’onda lunga di indagini che hanno coinvolto esponenti della maggioranza, membri del governo regionale, dirigenti nominati in sanità, enti, uffici tecnici.
Alcuni hanno ammesso, davanti ai magistrati, condotte che definire corruttive è un eufemismo, altri viceversa sono stati travolti da inchieste che risalgono a anni fa, ma che risuonano ora con straordinaria attualità. Eppure, nessuna verifica seria è stata avviata su chi, pur non indagato, occupa posizioni decisive, né su chi è stato messo lì da partiti ormai fuori dal governo, come se la rimozione di un assessore bastasse a ripulire un intero sistema.
Mi capita spesso, negli ultimi giorni, di parlare con amici, conoscenti, sconosciuti incontrati per strada o al bar. Nessuno si stupisce. Anzi: “Nicola, è sempre stato così. E sarà sempre così. Perché ti meravigli?”. Lo dicono con un tono quasi rassegnato, come se la sorpresa fosse un lusso che non possiamo più permetterci. Ma la rassegnazione, col tempo, smette di essere una reazione e diventa una scelta. Una complicità silenziosa. E la complicità – non la corruzione, non l’errore – è ciò che tiene in piedi l’intera architettura del malaffare.
Perché oggi non si tratta più di bustarelle al bar o di nomi scritti su foglietti. Quel tempo è passato. Oggi l’illegalità ha cambiato pelle: è fluida, si adatta, si mimetizza. Si veste di efficienza, si presenta come pragmatismo, si giustifica con “come si fa qui da noi”.
Intanto, i reparti ospedalieri si svuotano, i cantieri si fermano senza che nessuno ne chieda conto, i pagamenti slittano all’infinito, i controlli si riducono a timbri su scartoffie mai lette, ed ancora, i fondi europei evaporano in consulenze che non producono un solo documento utile, un solo dato verificabile, un solo intervento tangibile. Tutto scorre, tutto è plausibile, e proprio per questo, niente viene mai davvero messo in discussione.
Tra chi decide e chi esegue, c’è un’intera schiera di figure invisibili. L’autista che sa dove andare senza chiedere. Il consulente che non scrive relazioni, ma costruisce ponti dove non ci sono fiumi. Il “facilitatore” che sa quando chiamare, come dire, e soprattutto quando tacere. Sono loro, più di altri, a rendere il meccanismo così resistente: non perché comandano, ma perché rendono il comando possibile, senza mai comparire. Operano nel grigio, dove la legge non viene rotta, ma piegata con cura, come una lettera che contiene una minaccia scritta in un italiano impeccabile, così forbito che nessuno osa chiamarla tale.
E così, mentre si annunciano nuove task force, nuovi protocolli, nuovi osservatori – tutti destinati a durare fino alla prossima emergenza – le stesse mani continuano a passarsi la stessa palla. Solo che ora lo fanno con guanti bianchi, davanti a telecamere accese e microfoni spalancati. E questa terra – la stessa che trema quando piove troppo, che scivola quando nessuno la sorregge – resta lì, in attesa.
In attesa non di un eroe, né di una denuncia clamorosa, ma di qualcuno che abbia il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Non corruzione. Non inefficienza. Non malgoverno. Ma collusione strutturale: una condizione in cui l’illegalità non è un incidente, ma la regola non scritta che tiene insieme ciò che, altrimenti, andrebbe in frantumi.
Forse, solo quando smetteremo di parlare di “questione meridionale”, già… come se fosse un male locale, curabile con un po’ di attenzione in più, e cominceremo a riconoscerla per ciò che è, una “questione italiana“, allora potremo finalmente guardare il filo, sì… quello che tiene insieme tutta la tela: Senza distogliere lo sguardo. Senza fingere di non vederlo.
La storia sembra ripetersi, come se in questa terra il tempo non scorresse… ma girasse in tondo, lasciando impronte sempre uguali ma su strade diverse, quasi a volerci ricordare che nulla cambia veramente.
Già… proprio come in passato, oggi ritroviamo nuovamente Totò Cuffaro al centro di un nuovo scandalo – interrogato dal Gip con accuse pesanti quali: associazione a delinquere, corruzione e turbativa d’asta. Ho letto che mentre si presentava in Tribunale avrebbe detto ai giornalisti di avere “fiducia nella giustizia“.
Una frase che suona come un ritornello familiare, il refrain di un sistema che non ha mai davvero cambiato pelle. Come sapete non condivido nulla di quel sistema che da sempre condanno con tutte le mie forze, ma resto altresì convinto che le sue dimissioni da segretario della Dc e la rimozione degli assessori a lui vicini, siano solo la punta dell’iceberg, sì… le prime onde di uno scandalo che scuote il palazzo, ma non ne mina le fondamenta.
Perché il sistema, quello vero, è molto più grande di un solo uomo. Dietro l’ex Presidente della regione, si nasconde una rete di relazioni che si estende in ogni angolo dell’isola fino a giungere a Roma, coinvolgendo figure istituzionali come ex ministri e attuali deputati.
Ho letto inoltre di consorzi di imprese che esistono più nei documenti che nei cantieri, già… quest’ultimi sono riusciti a ottenere decine di appalti pubblici grazie a quelle relazioni giuste. Come sapete, non entro nel merito dei nomi specifici – non m’interessano né quelli e ancor meno i cognomi dei loro referenti – ma è evidente come queste entità, muovendosi con sorprendente agilità tra commesse milionarie e relazioni politiche di alto livello, abbiano costruito imperi che ora rischiano di sgretolarsi, come molti di quelli che abbiamo visto in questi anni crollare su se stessi, sì… credo che sia solo questione di tempo!
E cosa dire della sanità, di quel settore che dovrebbe essere sacro e invece è diventata la cassaforte della corruzione, il luogo dove si decidono destini e fortune? Gare pilotate, concorsi truccati, punteggi modificati in silenzio, tutto avviene alla luce del sole, senza vergogna, come se fosse la norma. La novità, come riportavo alcuni giorni fa, è che oggi la corruzione non si manifesta più solo attraverso le classiche buste marroni con mazzette di banconote, ma attraverso scambi di utilità più sottili, già… più socialmente accettabili, che creano dipendenze destinate a riproporsi nel tempo.
Non è più solo il denaro, ma la capacità di distribuire opportunità, di creare reti di potere, di controllare la burocrazia. Mentre i cittadini comuni faticano a ottenere un visto, un permesso, un servizio pubblico, chi sa muoversi tra le pieghe dell’opacità ottiene tutto con una semplice telefonata e di queste telefonate, ogni giorno, se solo potessimo ascoltarle, ve ne sono a centinaia…
Già, ciascuna di esse potrebbe realizzare quella storica pubblicità della “SIP” con protagonista l’attore Massimo Lopez e quel celebre slogan: “il telefono allunga la vita“, aggiungendo oggi: “non solo quella, ma anche il potere“.
Sì, il denaro non conta più nulla, ciò a cui tutti ambiscono è la promessa di un posto di lavoro, l’aggiustamento di un punteggio, la nomina a un incarico prestigioso, quello scambio silenzioso tra un politico e un imprenditore, tra un funzionario e un professionista, tra una personalità istituzionale che ha il potere e chi lo cerca.
E così, mentre la politica regionale cerca di assestarsi dopo questo terremoto, con vertici di maggioranza rinviati e nomine bloccate, ciò che resta è la sensazione amara che alla fine, nulla cambi veramente. La nostra Regione Siciliana è tornata a essere un luogo di mera intermediazione, dove tutto si fa “alla luce del sole, senza vergogna“.
Mentre il “sistema” Sicilia continua ad essere un intreccio inestricabile di potere, affari e silenzi, che prospera nell’ombra, resistente a ogni scandalo, a ogni inchiesta, a ogni promessa di cambiamento. La mafia, pur non essendo più il regista, rimane comunque la prima beneficiaria collaterale, sempre pronta a intercettare gli effetti economici di quei flussi illeciti. E sì, perché nonostante tutto, nonostante le inchieste, nonostante gli arresti, quell’infezione continua a diffondersi, silenziosa, implacabile, inevitabile. Perché la corruzione, quando diventa “Sistema”, non conosce fine!!!
E forse, proprio per questo, non conoscerà mai fine, perché in questa terra, dove la linea tra legale e illegale è così sottile da diventare invisibile; chi decide cosa è giusto e cosa è sbagliato? Chi decide chi deve restare e chi deve andare? Chi decide chi merita una seconda possibilità e chi no?
Nello scrivere queste parole ho ripensato alla fiction “Il Capo dei capi” interpretata dal bravissimo attore Claudio Gioè, nella parte del boss di “cosa nostra” Toto Riina, mentre discute con l’amico di sempre Binnu (Bernardo Provenzano): “I Corleonesi nunn’ hanno bisogno ru stato! Ave trent’anni che mettiamo le leggi senza bisogno di scriverle e siamo noi che le facciamo rispettare, siamo noi che decidiamo qua va a crepare e qua va a vivere, qua va a pigliare gli appalti e chu resta morto de fame, chi se ne deve andare a Roma e chu resta cu u’ culo pe’ terra… hann’a trattare cu’ mia, Binno! Qui lo stato sono io!”
Consentitemi di uscire per un istante dalla serietà di questo post, aggiungendo come a tal proposito – senza togliere meriti all’interpretazione di Gioè – molti miei amici che hanno potuto osservare alcuni anni fa, quella stessa parte realizzata (ovviamente per scherzo) dal sottoscritto, con la collaborazione di una delle mie figlie – un video modificato attraverso un filtro se non ricordo male del social “Tik Tok” – dichiaravano che ero da Oscar…
Riprendendo per concludere: la risposta è semplice… sono sempre loro, quelli che siedono ai tavoli del potere, quelli che controllano le chiavi del sistema. E finché non cambierà questo “sistema“, ogni inchiesta, ogni arresto, ogni dimissione, non sarà che l’ennesima goccia nel mare di un male che, come ripeto e scrivo da 15 anni in questo Blog: è diventato “cosa nostra“, di conseguenza parte del Dna di questa terra!
E allora mi ritrovo a pensare a questi ultimi anni, a tutti quegli incontri con i cosiddetti “paladini della legalità”: candidati alla Regione, ex Presidenti, Sindaci, dirigenti pubblici e persino quei professionisti a cui i Tribunali hanno affidato incarichi di fiducia.
Li avvicinavo dopo i loro comizi, durante convegni i cui resoconti avrete letto sicuramente nei giornali e/o sui social, e all’inizio mi illudevo, sì… ascoltavo le loro parole roboanti contro le ingiustizie, la loro curiosità quasi affamata per le inchieste in corso, e credevo di aver trovato degli alleati.
Insieme ad essi analizzavo l’ombra lunga che avvolge la mia Sicilia, un’oscurità che si insinua tra i corridoi dei palazzi, tra i documenti fatti sparire, ma pensavo fosse colpa della solita torpida burocrazia, la carta che ammuffisce, un problema di inefficienza e non di male organizzato.
Poi, con il passare del tempo, qualcosa si rompeva. Gli stessi soggetti, così cortesi e disponibili sin dal primo incontro, alzavano un muro di gomma alle mie proposte più concrete. Li rivedevo e sentivo un’ostilità improvvisa, un fastidio persino per la mia presenza; restavo lì, muto, a chiedermi dove avessi sbagliato, cosa avessi detto di errato, ma non mi veniva in mente nulla.
Erano loro che cambiavano registro, che si ritraevano, che fingevano di non riconoscermi e io, ingenuamente, continuavo a credere che fosse un malinteso, un incidente di percorso, non il sintomo inequivocabile di un sistema che si stava proteggendo.
Gli anni passano, e la verità affiora con la pazienza cinica di chi sa aspettare. Quegli stessi soggetti, spariti per un po’ – magari per una qualche indagine che li ha lambiti – magicamente ritornano. E non ritornano da soli, già… scopro che tutti quei nomi, insieme a molti degli indagati di cui erano a conoscenza per i loro incarichi, non erano affatto sconnessi, ma anzi, perfettamente intrecciati in una tela che unisce politica, affari e persino le loro stesse famiglie.
Come si dice a Catania: “nenti fari, ca tuttu si sapi”. Ed è così che vengo a scoprire come i familiari di alcuni di loro abbiano svolto, e ancora svolgano, incarichi lucrosi per gli amici degli altri. Professionisti che sulla carta dovrebbero colpire gli illeciti, siedono invece allo stesso tavolo con gli indagati, e tutti insieme banchettano in un silenzio complice che sa di tradimento.
Che schifo, mi viene il disgusto solo a ripensarci, ed hanno avuto il coraggio di parlare con il sottoscritto di legalità. Se solo questa parola potesse trasformarsi in una pandemia, contagiare tutti quelli che la pronunciano a denti stretti senza mai metterla in pratica, allora forse qualcosa cambierebbe.
Purtroppo il mio auspicio non si è realizzato. Quel sistema, per quanto infetto, non miete vittime tra i suoi custodi, anzi, prosegue impeccabile, ben oliato, come un orologio che segna sempre l’ora del favore, della raccomandazione, della mazzetta che passa di mano in mano fino ai piani più alti. E nessuno ferma nulla, né la magistratura né le forze dell’ordine, perché l’infezione è ormai sistemica, capillare, persino rispettabile nelle sue forme più subdole.
Mi rifugio allora nelle parole antiche, in quella giustizia divina che non ammette ambiguità. “Chi pecca morirà”, dice il profeta Ezechiele. E se il giusto si volta e commette il male, è per quel male che morirà. Non è una minaccia, è una legge di armonia, un richiamo alla coerenza che l’uomo moderno ha dimenticato. L’Epistola ai Romani lo ricorda: non dobbiamo prestare le nostre membra, le nostre mani, i nostri occhi, come strumenti d’iniquità.Tutto deve essere in armonia con la giustizia.
E così, quando vedo quelle persone che parlano di legalità mentre le loro azioni servono solo a perpetuare il male, penso che forse, solo un Giudizio così radicale e senza appello potrebbe purificare questa terra martoriata.
Ed allora, forse, è tempo che io riprenda a pregare…
Ho letto ieri sera un’intervista di Irene Carmina a Salvo Ficarra, e sono state le sue prime parole a colpirmi…
Parlava di un limite, usava la metafora della casa comune, depredata non solo dei suoi valori più preziosi ma persino delle cose più umili, quelle di ogni giorno. A quel punto, diceva Ficarra, scatta qualcosa: ci si chiede, ma un limite non dovrebbe esserci? E la risposta, amara, era che forse quel limite in Sicilia lo abbiamo superato da tempo.
Dopo aver letto quell’intervista con passione, ha serpeggiato in me un interrogativo ancora più amaro, già… le stesse sue parole che vado ripetendo da anni: come mai non siamo ancora scesi in piazza a dire basta, a pretendere che qualcosa, finalmente, cambi? Come mai i miei conterranei non fanno nulla per cambiare questo stato di cose che, da quasi un secolo, infetta questa nostra terra?
Nel 2015 provai a dare una risposta attraverso un post intitolato “È la mafia che ha preso dai siciliani o sono i siciliani che hanno preso dalla mafia?“. Ma risposta non c’era. Forse perché, come scrivevo allora, mi stavo convincendo ogni giorno di più che diventa difficile credere – per la maggior parte dei siciliani – di poter estirpare ciò che da sempre appartiene organicamente al Dna della nostra vita, accettato da oltre un secolo, dal corpo e dalla mente. Potrei dire metaforicamente che è ormai “cosa nostra“!
Scendere in piazza sarebbe bello per cambiare definitivamente questo stato di cose. Ma la verità è che i siciliani l’hanno fatto una sola volta, e parliamo di un tempo lontanissimo: quello dei Vespri. Mi sono ormai convinto che la maggior parte dei miei conterranei è corrotta nell’animo. Non definirei mafiosi tutti i siciliani, sarebbe scorretto e ingiusto; ma la Sicilia non ha nulla a che fare con la mafia? Ahimè non è così, se essa vive, prospera e si sviluppa a macchia d’olio in questo territorio, la colpa principale è proprio dei siciliani.
Osservate i comuni sciolti per mafia, i sindaci coinvolti in inchieste giudiziarie, i deputati, gli assessori, i consiglieri, tutti quegli appartenenti a giunte di partito che, da tempo posti sotto processo, continuano purtroppo a sedere su quelle poltrone. Non voglio ergermi a paladino della giustizia – chi mi conosce sa che è proprio ciò che faccio quotidianamente – ma la verità, senza alcun tono polemico, è che dietro a questa nostra società vi è una parte consistente di miei conterranei che non fa il proprio lavoro in maniera onesta. Opera costantemente nell’illegalità, proprio attraverso i propri incarichi, per ricevere mensilmente un ulteriore tornaconto economico.
Ecco qual è la più pericolosa associazione illegale di questa terra: non la mafia, i mafiosi o i loro familiari. Sono le persone insospettabili, quelle che conosciamo tutti, che detengono il potere sociale, economico e finanziario e rappresentano un vero e proprio cancro per questa terra. Parliamo di una classe dirigente che si fa incantare dalle lusinghe, dalle carriere, dalle promesse di favori e dal denaro messo loro a disposizione, lo stesso con cui alimentano quel mondo corruttivo.
Ai siciliani interessa poco confrontarsi con la mafia, anzi non gli importa minimamente di farne parte. A loro interessa soltanto cosa si può ricevere da essa: approfittare del bisogno di quell’organizzazione per entrare negli appalti pubblici, nei finanziamenti, nella gestione degli interessi imprenditoriali, per ottenere autorizzazioni, concessioni, sfruttare i posti di lavoro offerti, ricevere mazzette, raccogliere quel voto di scambio ottenuto grazie ai consensi sociali di cui essa gode nel territorio.
La Sicilia è bellissima, ma ahimè corrotta nell’animo. Certo, non tutti i siciliani risultano contagiati, ma la maggior parte di essi evidenzia una particolare bramosia che li tiene saldamente soggiogati. La Magistratura ormai ci propina inchieste che conosciamo a memoria, nomi di indagati che hanno la durata di un istante e noi tutti ci siamo stancati di leggere quei nomi. Dice bene Ficarra: in questa storia non c’è proprio nulla di comico, neppure un barlume.
Ma caro Salvo, questa è la società che essi preferiscono: immobile, rassegnata, soprattutto individualista, che tende ad escludere i bisogni della maggioranza, premiando esclusivamente le necessità personali e familiari, il proprio orticello. Perché a questi siciliani non importa la condizione in cui vivono, né ricercano un futuro migliore per i propri figli. Preferiscono subire il fascino dell’agonia, di quell’angoscia vissuta sulla propria pelle, quasi vivendo in attesa di un miracolo.
Basta osservare quanto avviene intorno a noi: una vera e propria negazione sociale che spinge ciascuno verso lo scetticismo, allontanando ogni ipotesi di miglioramento. Una contraddizione latente che cerca in ogni occasione quel consenso politico, quel sistema affaristico e clientelare legato a filo diretto con il mondo illegale, mafioso e consociativo. Ecco la doppia anima dei siciliani: quella a cui non interessa riflettere, quella che pur amando la propria terra non vuole cambiare rotta, che resta elettrice “fedele” di quanti, grazie a quel voto, hanno abusato del potere conferito loro.
Ai siciliani – lo dimostrano nelle votazioni regionali e nazionali – non interessa un cambiamento, una nuova possibilità. In loro non vi è alcuna insofferenza, né fermento di rivoluzione. Non riescono neppure ad aggregare e mobilitare quelle poche forze oneste in grado di spezzare il circuito dell’illegalità e della corruzione. Alla maggior parte di loro non serve: va bene così. Peraltro, non è grazie a quel mondo – e soprattutto a quell’economia sommersa – che riescono a sopravvivere?
Non posso che apprezzare le parole espresse da Ficarra. Sì… sarebbe bello se a quelle parole si potesse dare seguito con i fatti, iniziando a scendere in piazza per farci sentire da chi non vuole ascoltare.
Io comunque sono già qui, in attesa che anche lui mi raggiunga. Auspico solo che, alla fine, in mezzo a quest’enorme piazza, non saremmo solo in due
Già… mi ritrovo a scrivere di questa storia e mi chiedo se il tempo qui da noi non sia un inganno, un cerchio che gira su se stesso senza mai spezzarsi.
Rileggo i miei post, già di quando l’ambasciatore Attanasio e il carabiniere Iacovacci furono uccisi in quel viaggio mai autorizzato, quando scrissi di documenti scomparsi e dei sospetti che preannunciavano una tempesta, già… come nuvole cariche di pioggia.
Prevedevo che la verità sarebbe stata sepolta, che lo Stato avrebbe preferito il silenzio alla responsabilità ed oggi più che mai, capisco che non ero io a essere pessimista: era il sistema a essere già marcio, allora come adesso.
I familiari in queste ore hanno chiesto una commissione d’inchiesta, non per vendetta, ma per poter dire alle loro figlie che quei morti non sono stati inutili. Una richiesta che dovrebbe essere scontata, se non fossimo in Italia, dove persino il dolore deve passare al vaglio della convenienza politica.
E difatti… la maggioranza non firma, non si presenta, lascia che la sala resti vuota come un teatro dopo l’ultimo atto. Un silenzio che non è assenza di rumore: è un urlo, è la conferma che quelle vite, per chi conta, non valgono neppure una firma su un foglio.
Mi tornano allora in mente le parole della moglie di Luca Attanasio, quando parlava di verità per le sue bambine, di un futuro in cui il loro papà non sarebbe stato solo un nome su una lapide. Penso oggi a cosa le starà passando per la mente mentre osserva che gli stessi uomini e donne per cui suo marito ha lavorato, per cui è morto, non trovano neppure cinque minuti per ascoltarla?
Non si tratta di disorganizzazione, di impegni presi, di mancanza di tempo, no… è mero calcolo, la consapevolezza che – in fondo – nessuno chiederà conto a chi lascia nel dimenticatoio chi ha servito lo Stato.
Ma d’altronde basti ripensare ancora una volta a quel viaggio in Congo, alle scorte mai arrivate, alle responsabilità svanite nel fumo dei comunicati stampa, già… come se la morte di due uomini potesse essere cancellata con un colpo di penna. Ed ora, guarda caso, il copione si ripete qui, nel cuore delle nostre istituzioni!
La verità non è più un obiettivo: è una merce di scambio, un favore da concedere solo a chi sa negoziare meglio. E quando la morte di un ambasciatore o di un carabiniere diventa una questione di colore politico, allora non stiamo più parlando di errori. Stiamo parlando di un sistema che sa benissimo cosa sta facendo.
Qualcuno dirà che è inutile arrabbiarsi, che “tanto è sempre stato così”. Ma io non ci credo. Non ci posso credere quando ripenso a quei volti, a quelle storie interrotte, a quelle madri, mogli e figli che non vedranno più i loro cari tornare a casa.
La verità non è un lusso, non è un’opzione per chi ha tempo da perdere. È un dovere, e quando lo Stato rinuncia a questo dovere, non è solo colpa: è complicità! Perché lasciare nel buio chi ha dato la vita per le istituzioni è come uccidere con lentezza, con la crudeltà dell’indifferenza.
E allora mi chiedo: se l’ambasciatore Attanasio fosse stato meno uomo e più politico, se avesse imparato a tacere quando serviva, a non fidarsi troppo, a non andare in quel viaggio “non autorizzato”, chissà… forse sarebbe ancora qui.
Ma soprattutto, forse oggi non sarebbe solo un nome cancellato tra i comunicati, un fastidio da archiviare tra le “questioni scomode”. La sua colpa, forse, è stata quella di credere davvero nel ruolo che rivestiva, di pensare che la divisa che indossava valesse più dei giochi di palazzo e forse, in fondo, è per questo che lo hanno lasciato solo.
Ma io – a differenza loro – non l’ho dimenticato. Non ho dimenticato il suo impegno per le comunità del Nord Kivu, il suo lavoro per i progetti scolastici, quel modo di guardare il mondo come se ogni persona fosse già un ponte verso la pace.
Ecco perché nella foto che ho realizzato lo immagino seduto in una poltrona senza tempo, circondato da un movimento sfocato che sembra il caos del mondo in fuga. Dietro di lui, una luce intensa lo avvolge, e tra le mani un libro – il suo – che non avrà mai il tempo di finire: “Luca Attanasio, un ambasciatore di pace”, scritto da Fabio Marchese Ragona; un racconto che non parla solo di diplomazia, ma di un uomo che, spogliandosi di giacca e cravatta, entrava nelle baracche di Goma per ascoltare chi nessuno ascoltava. Un uomo che costruì una famiglia con Zakia, musulmana, e insegnò alle sue figlie che la fede non divide, ma unisce.
I racconti di chi lo ha conosciuto svelano un eroismo quotidiano: il giovane cresciuto in oratorio che non ebbe paura di sognare in grande, il diplomatico che preferiva le strade polverose alle sale dei ricevimenti, il marito e padre che portava a casa non solo storie di conflitti, ma semi di speranza. Questo è il Luca che non voglio dimenticare. Non il nome su un comunicato, non la vittima di un agguato, ma l’uomo che credeva possibile un mondo migliore, anche quando nessuno lo vedeva.
Forse è lì che vive oggi, in quel confine tra il terreno e l’eterno, dove la sua voce non è stata spenta, ma trasformata in un sussurro che ci ricorda: la verità non muore, anche quando lo Stato cerca di cancellarla. E finché qualcuno continuerà a raccontare chi era davvero, quel sussurro diventerà grido!
Ho letto ieri dell’ennesima inchiesta giudiziaria della Procura di Palermo compiuta sugli appalti pilotati, con i nomi riportati degli indagati, ed allora mi ritrovo a pensare a questa ondata di arresti, a questa ridda di nominativi che riempiono le cronache e che parlano un linguaggio antico eppure sempre attuale.
Appalti pilotati, dicono, e la mente corre a quelle stanze dove si decide, dove si dovrebbe servire il pubblico bene e invece si tessono trame private. È un male che non conosce quartiere, ormai, che ha messo radici profonde e che sembra aver imbevuto ogni livello del potere, dalla politica che dovrebbe legiferare, ai dirigenti e ai funzionari che dovrebbero amministrare. Si parla di un ex governatore, di un deputato di un “partello” (per chi non lo sapesse, non è un errore grammaticale, ma un termine volutamente dispregiativo per sminuire l’istituzione partitica), di un ex ministro, di manager sanitari, di direttori generali.
Volti noti e altri meno noti, ma tutti accomunati da quell’unico, sottile filo che lega carriere e affari opachi. Persone che hanno avuto in mano la salute pubblica, le opere, il territorio, e che avrebbero dovuto essere garanti e invece, si sospetta, siano diventati ingranaggi di un sistema marcio.
Sì… è questa la normalità che ci ritroviamo, un pantano in cui sembra che tutto giri intorno a logiche di favore, di spartizione, di illecito, di raccomandazioni, di clientelismo, etc…
E mi chiedo, in questo scenario, cosa possiamo attenderci da una riforma della giustizia voluta da un governo che oggi si regge proprio su forze politiche i cui esponenti, alcuni già condannati, altri indagati, figurano in queste inchieste.
Non serve essere di una parte per vedere la realtà, basta essere onesti con se stessi. Si poteva forse sperare in una sterzata verso la trasparenza, in un cambio di passo? A guardare come vanno le cose, non ci si poteva aspettare diversamente. È un circolo vizioso che si autoalimenta, una palude che nessuno ha davvero interesse a bonificare.
La sensazione amara, che si fa sempre più forte, è che in questo paese andrà ahimè sempre peggio. È uno schifo che non accenna a diminuire, anzi, pare si stia normalizzando, diventando quasi folklore, un dato di fatto contro il quale è inutile indignarsi. E forse la cosa più terribile è questa rassegnazione, questo smarrimento di fronte a un male che sembra ormai incurabile.
Già… non so più cosa ci potrà salvare da questo schifo…
Oggi, mentre la luce di questo novembre si posa con una malinconia inconsueta, sento il bisogno di tornare con voi in un luogo e in un tempo preciso, a trent’anni di distanza da quel 4 novembre in cui due colpi alla schiena non uccisero soltanto un uomo, ma recisero di netto una speranza collettiva. Era Yitzhak Rabin, il soldato divenuto costruttore di pace, colui che aveva stretto la mano a Yasser Arafat sotto gli occhi del mondo, a cadere in quella piazza di Tel Aviv che oggi, come allora, si prepara a riempirsi di volti e di memoria.
E così, mentre questa sera migliaia di persone si raduneranno nuovamente, è come se il filo del tempo si annodasse, costringendoci a un confronto doloroso e necessario con un’assenza che ancora brucia.
Ripercorrere quei momenti attraverso le voci di chi c’era – come il dottor Joseph Klausner, il medico che tentò disperatamente di salvare il primo ministro – non è un semplice esercizio di reportage, ma un modo per interrogarci su come un singolo, folle gesto possa deviare il corso della storia.
Quella stretta di mano a Washington, nel 1993, non era soltanto un simbolo, ma il fragile eppure concreto risultato di un calcolo politico audace, di una volontà di uscire dall’eterno ciclo di violenza che, per la prima volta, sembrava non un’utopia, ma una possibilità praticabile.
Gli Accordi di Oslo avevano aperto uno spiraglio, creato una crepa nel muro dell’inimicizia, e Rabin, con il linguaggio asciutto di un generale, ne era diventato l’architetto più inatteso: un uomo che parlava di pace non con le parole dei sogni, ma con quelle della sicurezza e del pragmatismo.
Eppure, proprio quel pragmatismo, quella ricerca di una normalità per il suo paese, lo aveva reso un traditore agli occhi di chi quella normalità la immaginava costruita soltanto sulla forza.
L’omicidio non fu un evento isolato, ma il punto di esplosione di un odio che si era andato incubando nella società israeliana, alimentato da una retorica violenta che dipingeva ogni compromesso come un tradimento. La pallottola che lo colpì partì dalla pistola di Yigal Amir, un estremista ebreo, e questo ci dice quanto la frattura fosse ormai profonda, quanto il veleno della discordia avesse contaminato non soltanto il dialogo con il nemico esterno, ma anche il tessuto civile interno.
La morte di Rabin non fu soltanto la fine di un uomo, ma l’eclissi di un’idea di Israele – quella che poteva permettersi di negoziare da una posizione di forza senza sentirsi minacciata nella sua stessa anima.
Le conseguenze di quel vuoto le viviamo ancora oggi, in un presente che sembra aver smarrito del tutto la strada tracciata in quei giorni. Con Rabin se ne andò l’autorità di chi poteva guidare un processo di pace con il consenso di una larga fetta della popolazione, e il timone passò a mani meno salde, a visioni più frammentate e spesso più bellicose.
Il processo di Oslo, già fragile, si inceppò irrimediabilmente: da un lato, perché perse il suo più convinto sostenitore israeliano; dall’altro, perché la società israeliana entrò in una fase di polarizzazione acuta, dove il dibattito politico cedette il passo alla demonizzazione reciproca.
Da allora, ogni tentativo di dialogo è sembrato più uno spettacolo di ombre che una trattativa reale, e la piazza che aveva celebrato la pace divenne il luogo del suo funerale. L’eredità di Rabin si è trasformata in un monito, in un “cosa avrebbe potuto essere” che grava come un macigno su ogni successivo passo verso la riconciliazione.
Oggi, tornare in quella piazza è un atto di resistenza contro l’oblio. È un modo per ricordare a noi stessi che la storia non è un destino ineluttabile, ma è fatta di bivi, di scelte, e a volte di colpi di pistola che chiudono brutalmente una porta.
Quella speranza non morì perché fosse sbagliata, ma perché fu lasciata sola, vulnerabile all’odio di chi non voleva neppure provarci. E mentre le ombre si allungano su questo anniversario, non possiamo che chiederci, con un nodo in gola, che volto avrebbe oggi il Medio Oriente se quelle due pallottole non avessero mai trovato la loro strada.
Ci sono dettagli che, a distanza di decenni, gridano ancora più forte delle conclusioni ufficiali.
Già, come il ritorno di quel guanto di pelle marrone, trovato non fuori, ma dentro l’auto del presidente della Regione Piersanti Mattarella, sì… sotto il sedile del passeggero.
Per anni ci è stata proposta una versione ufficiale secondo cui, nel panico della fuga dopo quel delitto di Stato, un assassino si sarebbe tolto un guanto e lo avrebbe fatto scivolare – con cura quasi maniacale – sotto il sedile. Un gesto innaturale, illogico, che trasforma un reperto compromettente in un comodo biglietto da visita, quasi a indicare il nominativo dell’assassino.
A me è sempre sembrato più plausibile che quel guanto fosse stato posizionato lì appositamente: un dono avvelenato alle indagini. Forse non è mai appartenuto a nessun killer. Forse il suo scopo non era aiutare la giustizia, ma depistarla – già nelle prime ore dopo gli spari. Serviva a indirizzare lo sguardo altrove, a costruire un colpevole comodo o a inquinare la scena del crimine, garantendo che la verità non emergesse mai. È il primo, perfetto tassello di una copertura che doveva essere impeccabile.
E oggi, a oltre quarantacinque anni di distanza, non parliamo dei mandanti, né della regia: parliamo della scomparsa di quel guanto dagli archivi della polizia. Ci viene offerto un capro espiatorio – un funzionario accusato di averne simulato la consegna – ma questa nuova storiella non fa che confermare il sospetto atroce che ci accompagna da una vita: il sistema è un organismo tentacolare e infetto, in cui servizi deviati, logge massoniche, gruppi eversivi e politica collusa giocano la stessa partita.
In questo gioco al massacro, la criminalità organizzata è spesso il volto più utile da mostrare al pubblico: il colpevole “logico”, a cui attribuire ogni nefandezza, mentre i veri architetti del potere operano nell’ombra, indisturbati. L’omicidio di Mattarella fu un colpo al cuore dello Stato proprio perché un presidente onesto stava spezzando quel legame malsano e per questo fu fermato. Non solo dalla mafia, ma da quel sistema parallelo che della commistione tra affari, politica e violenza ha fatto la sua ragione d’essere.
È un gioco di poltrone che si tramanda da generazioni: una regia occulta che condiziona le nostre vite, decide dei nostri destini e insabbia le nostre verità. Depistaggi, collusioni, limitazioni non sono incidenti di percorso: sono il funzionamento stesso della macchina. E ogni volta che un caso come questo riemerge, non è per giustizia, ma per gestire la narrazione, sì… per offrire una verità di comodo che calmi le acque e continui a proteggere i nomi di chi, ieri come oggi, siede nelle stesse stanze di potere.
La domanda, allora, non è più chi ha ucciso Piersanti Mattarella, ma chi aveva interesse a che quella verità non venisse mai a galla, e perché quel sistema è ancora lì, intatto, a raccontarci storie. Alla fine, ciò che rimane dopo tutti questi anni non è la verità, ma la consapevolezza di aver vissuto in una narrazione forzata.
Io non ho mai creduto a nulla di ciò che mi è stato raccontato, perché ogni storia ufficiale si è rivelata un castello di carte, pronto a crollare sotto il peso delle sue stesse contraddizioni. Dall’omicidio di Aldo Moro – un teatro sanguinoso i cui veri registi sono rimasti impeccabilmente nell’ombra – alle stragi che hanno insanguinato piazze e stazioni, macchine perfette per seminare un terrore funzionale a qualsiasi restrizione delle nostre libertà.
E poi gli accordi: quei patti scellerati tra Stato e mafia, scritti su “papelli” di carta, che da diceria sono diventati verità storica, rivelando non un’emergenza, ma una simbiosi tossica al più alto livello.
Tutte queste vicende, intrecciate come i tentacoli di una stessa piovra, non sono tragedie isolate, ma capitoli di un’unica, grande strategia. Sono state le armi di una propaganda che ha sistematicamente alimentato paura e insicurezza nei cittadini, perché un popolo impaurito è un popolo che accetta qualsiasi cosa in cambio di un’illusione di ordine.
È così che si è consumato, passo dopo passo, fatto dopo fatto, un vero e proprio colpo di Stato silenzioso. Non con i carri armati in piazza, ma con leggi speciali, deviazioni investigative, segreti di Stato e la sistematica distruzione di ogni prova scomoda. E le stesse autorità che avrebbero dovuto proteggere la democrazia sono state le artefici del suo insabbiamento, garantendo che il gioco delle poltrone e il riciclo dei potenti continuasse e ahimè – continua ancora – indisturbato.
Questo non è più un sospetto, ma la traiettoria inconfutabile della nostra storia: un’eredità di menzogne che non appartiene al passato, ma avvelena il nostro presente e ipoteca il futuro.
E quando queste verità scomode tornano a galla, non proviamo più rabbia o sconcerto. Proviamo solo un profondo, viscerale disgusto. A pensarci, viene il vomito, sì… per un sistema che si è nutrito della nostra paura e ha scavato le sue fondamenta nella nostra inconsapevolezza.
Con un gesto carico di quella amarezza che solo le delusioni profonde sanno lasciare, Nino Di Matteo ha consegnato le sue dimissioni dall’Associazione Nazionale Magistrati. Questa decisione, maturata nel silenzio e nella riflessione, non è che l’epilogo di un disagio crescente, la presa d’atto che all’interno di quel consesso continuano a prevalere logiche correntizie e calcoli di opportunità politica, dinamiche che ha sempre rifiutato e contrastato persino da membro del Consiglio Superiore della Magistratura. È un addio amaro, che parla di ideali traditi e di un’istituzione che, invece di essere baluardo di indipendenza, sembra aver smarrito la sua strada, piegandosi a quelle stesse influenze che dovrebbe combattere.
E così, mentre si accinge a proseguire la sua battaglia a titolo personale, come del resto ha sempre fatto anche quando l’Anm preferiva il silenzio, la sua voce si leva a denunciare il pericolo incarnato dalle riforme degli ultimi anni.
A partire dalla riforma Cartabia fino al più recente progetto sulla separazione delle carriere, questi interventi minano alle fondamenta l’indipendenza della magistratura, il principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge e l’efficacia della lotta alla criminalità.
La sua scelta non è una ritirata, ma un cambio di trincea, l’affermazione che certe battaglie per l’integrità dello Stato sono troppo importanti per essere confinate dentro un’associazione che sembra aver dimenticato la sua missione.
C’è un’amara ironia nel fatto che sia un magistrato simbolo della lotta alla mafia a dover constatare, quasi come una rivelazione tardiva, che la giustizia in questo Paese è da tempo fragile e profondamente compromessa.
È un sistema dove le logiche di potere e gli interessi forti, siano essi politici o imprenditoriali, hanno finito per infiltrarsi persino laddove dovrebbe vigere solo il rigore della legge.
La sua uscita non è un episodio isolato, ma un sintomo di un male antico, la testimonianza vivente di come la giustizia sia spesso costretta a subire il peso di giochi che nulla hanno a che fare con il suo compito di garantire verità e giustizia.
Questa presa di posizione arriva in un momento cruciale, mentre si avvicina la battaglia referendaria sulla giustizia, e rappresenta un colpo durissimo per la credibilità dell’associazione.
Dimostra, senza bisogno di ulteriori prove, come la giustizia in Italia mostri da troppo tempo i segni di una fragilità strutturale, dove l’indipendenza è continuamente erosa e le decisioni rischiano di essere condizionate da calcoli estranei al diritto.
La sua scelta è un monito severo, un atto d’accusa contro un sistema che sembra aver normalizzato la sua sottomissione alle logiche del potere, e che forse, proprio per questo, non merita più il nome di “giustizia”.
L’episodio gravissimo dell’attentato a Sigfrido Ranucci – con un chilo di esplosivo piazzato sotto la sua auto e fatto detonare poco dopo il suo rientro a casa – è un fatto che scuote le coscienze e riporta la memoria a pagine buie della nostra storia. Non si tratta di un gesto casuale, ma di un messaggio preciso e calcolato: un’azione studiata per dire a un giornalista scomodo: “Sappiamo come ti muovi e possiamo colpire te e la tua famiglia in qualsiasi momento”.
È un attacco non solo a un uomo e alla sua famiglia, ma a un simbolo del giornalismo d’inchiesta e, in ultima analisi, alla libertà di informazione, diritto fondamentale in ogni democrazia!
Eppure, ieri sera, nel programma di “informazione” di Bruno Vespa, si è preferito discutere di un banchetto alla Casa Bianca, di un incontro diplomatico tra Trump e Zelensky, come se questo rappresentasse l’emergenza assoluta del giorno, sorvolando invece sulla notizia che ha messo in allarme l’intero Paese.
Permettetemi però di ricordare quanto proprio alcuni giorni fa ha evidenziato “Reporters Sans Frontières: la preoccupante retrocessione dell’Italia di otto posizioni nell’indice mondiale sulla libertà di stampa. Questo scarto tra ciò che è vitale e ciò che è spettacolo, tra ciò che ferisce la democrazia e ciò che fa audience, è la risposta pratica – e desolante – a ciò che l’Avvocato Lovati aveva teoricamente denunciato proprio da quel servizio pubblico.
Ciò che accade a chi non cammina sui binari – come il professor Orsini o lo stesso Ranucci con le sue inchieste – è l’emarginazione o, in questo caso estremo, la violenza più vile. Mentre un giornalista viene colpito con un metodo che ricorda da vicino le intimidazioni della criminalità organizzata, il servizio pubblico sceglie di non dare il giusto risalto a questa notizia in una delle sue vetrine principali, optando invece per un argomento di politica internazionale che, per quanto importante, non ha né l’urgenza né la drammaticità di un attacco alla libertà di stampa avvenuto sotto casa nostra.
È qui che il sospetto che certe trasmissioni siano, in fondo, programmi di intrattenimento “senza lampadari” si trasforma in una certezza amara: perché l’intrattenimento può anche essere la rappresentazione rassicurante di una normalità inesistente, un talk show che ignora le bombe reali per concentrarsi su quelle diplomatiche.
Perché, dunque, dedicare solo “cinque minuti” a temi profondi e poi riservare ampio spazio a programmi di puro svago, quando una notizia come questa meriterebbe una riflessione corale e un approfondimento serio in prima serata?
Del resto, in questi mesi ho dedicato diverse lettere aperte al rischio di recrudescenza in questo Paese, al punto da rivolgere le mie preoccupazioni direttamente al Presidente Mattarella con i seguenti post – e oggi, ahimè, i rischi che avevo preannunciato si sono concretizzati:
Presidente Mattarella, intervenga immediatamente: basta con questa retorica da anni di piombo!
La risposta, forse, va ricercata proprio in quella logica dello share che l’Avvocato Lovati aveva smascherato con tanta spregiudicatezza: una logica che premia il dibattito politico-spettacolare e allontana i temi scomodi, quelli che mettono in discussione non un governo specifico, ma l’intero sistema di sicurezza e la tenuta democratica del Paese.
È più comodo parlare di ciò che accade a Washington che di ciò che accade a Pomezia, perché la prima cosa non imbarazza nessun potentato locale, non interroga le connivenze tra economia e malavita, non costringe a fare i conti con un clima di intimidazione che sta diventando sempre più pesante.
Viene dunque spontaneo chiedersi: perché pago un canone per un servizio pubblico che, di fronte all’attentato a uno dei propri giornalisti, sceglie il binario di una normale serata di intrattenimento politico, lasciando che la notizia vera scivoli nell’indifferenza, come un fastidioso deragliamento di cui non parlare?
Spero quantomeno che episodi come quello accaduto al giornalista Ranucci della Rai – uno dei pochi che, da quel servizio pubblico radiofonico e televisivo, si occupa realmente di “informazione” – possano rappresentare un caso isolato e non ripetersi mai più.
La riflessione dell’Avvocato Lovati, per quanto possa apparire provocatoria, ha il merito di sollevare un velo su una realtà che molti spettatori percepiscono ,ma che raramente viene enunciata con tanta chiarezza. Affermare (su Rai 1, il 14 ottobre, nella puntata di “Porta a Porta”) che anche un programma come quello di Bruno Vespa sia, di fatto, “intrattenimento”, non rappresenta una semplice battuta, ma una diagnosi precisa sul funzionamento di una certa televisione pubblica. È un’ammissione che, se accettata, costringe a rivedere le etichette ufficiali che ci vengono proposte ogni giorno e a guardare con occhio diverso alla programmazione e quindi alle sue priorità.
Quanto sopra, mi ha portato ad una domanda, già… ad un altro programma, condotto sempre da Bruno Vespa, che – mi dispiace dire – assilla anche me in qualità di utente che paga mensilmente il canone: perché la Rai dedica uno spazio contenuto di soli “cinque minuti”, quasi simbolico, all’interno di un programma serale, per affrontare temi di bruciante attualità e di profondo impegno civile, come le tragedie internazionali di Gaza e Ucraina o l’ennesimo femminicidio nel nostro Paese, per poi dilungarsi in programmi di puro svago che, per quanto gradevoli, potrebbero trovare collocazione in fasce orarie meno pregiate.
La risposta, ahimè, sembra essere proprio quella indicata – silenziosamente – dall’avvocato Lovati: la logica dello share, dell’audience, prevale sulla missione di servizio pubblico. Ci si chiede allora dove sia finito il diritto di chi paga l’abbonamento a un’informazione approfondita e non relegata a pochi minuti ritagliati tra un dibattito e l’altro.
Perché un cittadino che contribuisce al finanziamento del servizio pubblico si sente costretto a fruire quasi esclusivamente dei telegiornali e di qualche rara produzione di qualità, come le fiction ben fatte o i programmi culturali di Alberto Angela, mentre una fetta consistente della programmazione definita di “informazione” viene sistematicamente percepita come uno spazio per narrazioni orientate, per propaganda politica o di governo?
È una sensazione di estraneità che porta a un rifiuto, a una sorta di censura spontanea, ma che non risolve il problema di fondo: perché sono costretto a finanziare con una tassa obbligatoria, abilmente nascosta nella bolletta energetica, un servizio che spesso non mi serve e che anzi, su temi cruciali, delude le mie aspettative di cittadino?
Abbiamo tutti visto la reazione stizzita degli altri ospiti e dello stesso Vespa alla dichiarazione di Lovati, ed è la prova lampante di aver toccato un nervo scoperto. Non si è tollerata quella verità scomoda, proprio come accade sistematicamente a chiunque, ospite o opinionista, tenti di deviare dal copione prestabilito, di non assecondare il filo conduttore imposto dalla trasmissione.
L’esperienza analoga del Prof. Orsini, messo ai margini per le sue posizioni non allineate, non è un caso isolato, ma il sintomo di un meccanismo che premia l’omologazione e punisce il pensiero divergente. Quella reazione indignata in studio non era solo una difesa d’ufficio della definizione di “programma di informazione”, era la difesa di un sistema che non ammette di essere messo in discussione.
Alla fine, l’episodio con l’Avvocato Lovati trascende la singola trasmissione e diventa un emblematico specchio di ciò che accade nel nostro Paese a chi non vuole camminare sui binari.
Dimostra che quando qualcuno ha la sfrontatezza di chiamare le cose con il loro nome, smontando le narrazioni ufficiali, la reazione non è il confronto, ma l’isolamento e la delegittimazione!
Quella dell’Avvocato, era più di un’osservazione sul palinsesto, era una verità che fa male, perché ci ricorda che spesso, anche di fronte alle tragedie più crude, ciò che guida la scelta non è il dovere di informare, ma la legge dello spettacolo!
Il Comitato norvegese ha scelto di accendere i riflettori su una donna che, dall’oscurità in cui è costretta a vivere, mantiene viva la fiamma della democrazia. María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana, è la vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2025, un riconoscimento al suo instancabile lavoro per una transizione giusta e pacifica, dalla dittatura alla democrazia in Venezuela.
Il Comitato ha sottolineato come Machado sia stata una figura chiave nell’unire una opposizione un tempo profondamente divisa, non ha mai vacillato nella sua resistenza alla militarizzazione della società e è stata ferma nel sostenere una transizione pacifica, dimostrando che gli strumenti della democrazia sono anche gli strumenti della pace .
In un momento in cui la democrazia è minacciata a livello globale, il suo coraggio civile è presentato come un esempio straordinario e un faro di speranza .
La stessa Machado, reagendo alla notizia, ha definito il premio un impulso per la libertà del Venezuela e, in un gesto che ha colto molti di sorpresa, ha dedicato il riconoscimento non solo al suo popolo sofferente, ma anche al Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, per il suo decisivo supporto alla loro causa.
Questa dedica è arrivata nonostante le aspettative del presidente americano, che da tempo ritiene di meritare l’ambito premio. Poche ore prima dell’annuncio, il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, Steven Cheung, aveva duramente attaccato il Comitato Nobel, affermando che, snobbando Trump, aveva “dimostrato di mettere la politica al di sopra della pace”. Trump ha ripetutamente sostenuto di aver posto fine a diverse guerre durante il suo mandato, includendo di recente anche un cessate il fuoco tra Israele e Hamas, che ha definito come l’ottavo conflitto risolto .
Tuttavia, questa autoproclamata immagine di “Presidente della Pace” si scontra con una realtà più complessa e con le critiche di molti osservatori. La sua azione in Medio Oriente, in particolare, viene vista da alcuni non come il frutto di una diplomazia lungimirante, ma come un intervento arrivato tardivamente, dopo aver permesso che Israele riducesse la Striscia di Gaza in macerie e causasse una crisi umanitaria di proporzioni inimmaginabili.
Difatti, solo dopo questa distruzione, Trump si è impegnato per uno scambio di ostaggi e la liberazione di militanti palestinesi dalle carceri israeliane, un’azione che, sebbene importante, appare a molti come un tentativo di mettere una toppa dopo aver osservato passivamente il disastro. Altri conflitti che Trump cita tra i suoi successi, come quelli tra Ruanda e Repubblica Democratica del Congo o tra Armenia e Azerbaigian, sono visti dalla comunità internazionale come processi ancora fragili e certamente lontani da una risoluzione definitiva .
L’ossessione di Trump per il Nobel sta diventando un elemento sempre più evidente e influente nella sua politica estera, al punto che leader stranieri stanno imparando a sfruttare questa sua vanità per i loro fini. Come riporta Foreign Policy, paesi come il Pakistan hanno pubblicamente sostenuto la sua candidatura per il 2026, un gesto che ha favorito un riavvicinamento con Washington.
Questo desiderio di riconoscimento lo spinge a cercare nuove opportunità come pacificatore in teatri complessi, a volte rischiando di privilegiare annunci eclatanti rispetto a soluzioni sostanziali e durature.
Il Comitato Nobel, da parte sua, ha scelto di premiare non il potere di un presidente, ma la resistenza pacifica di un’attivista che, anche vivendo in clandestinità per paura di essere arrestata, continua a lottare per i principi democratici del suo paese.
E difatti, in questo contrasto tra la ricerca di gloria personale e una dedizione silenziosa e pericolosa ad una causa, il Comitato ha indicato chiaramente dove risieda, quest’anno, il vero spirito della pace e cioè, in Venezuela
Al Presidente Mattarella, con la medesima urgenza di quanto avevo chiesto lo scorso 14 settembre.
Presidente, mi rivolgo nuovamente a Lei in questo momento di grave tensione sociale con lo stesso accorato appello, dovendo constatare con amarezza come le mie preoccupazioni, purtroppo, non siano state scongiurate
Avevo pregato lei e i suoi referenti di intervenire per calmare i toni, per arginare una retorica che mi ricordava, in modo sinistro, quella che insanguinò il nostro Paese.
Le mie richieste, formali e sentite, sono rimaste inascoltate, e ora assistiamo a quanto avevo temuto: disordini che colpiscono cittadini inermi, turisti e quelle forze dell’ordine che sono nostre connazionali, lì a fare il proprio dovere per la sicurezza di tutti, spesso per uno stipendio da fame.
La violenza non inizia sempre con un colpo di pistola. Inizia con una parola, con un’accusa infuocata, con un discorso che trasforma l’avversario in un nemico da annientare. La storia ci ha già insegnato questa lezione, eppure sembriamo averla rimossa. Lei ricorderà come, tra il 1969 e il 1984 – il periodo buio degli anni di piombo – il nostro Paese fu lacerato da uno stillicidio di violenza politica che mieté centinaia di vittime.
Fu un’epoca in cui l’odio verbale si materializzò, culminando in stragi. Ricordo, solo per citare alcuni episodi, la strage di Piazza Fontana, la bomba sull’Italicus, l’eccidio di Piazza della Loggia e l’attentato alla stazione di Bologna. Questi non sono solo eventi storici, sono nomi, sono storie, sono ferite ancora aperte per molte famiglie e per l’intera nazione.
Osservando oggi le diatribe in corso tra i parlamentari di governo e dell’opposizione, mi colpisce la stessa pericolosa leggerezza. I toni sono feroci, le divisioni si approfondiscono, e l’unico obiettivo sembra essere la distruzione dell’avversario, non il bene del Paese.
Questa guerra verbale, questo clima da trincea, rischia di essere la miccia che sta facendo divampare un nuovo incendio che credevamo spento. I giovani, in particolare, rischiano di essere travolti da questo clima, convincendosi che la violenza, in qualsiasi forma, possa essere l’unica risposta.
La prego, Presidente, intervenga immediatamente con la sua autorevolezza. Ristabilisca il dialogo là dove si è rotto. Imponga ai contendenti di abbassare i toni e di rivolgersi ai cittadini con il rispetto che meritano.
Bastava poco – solo alcuni giorni fa – per evitare che la situazione degenerasse come stiamo vedendo, sì… bastava un po’ di saggezza e di senso di responsabilità. Lei è ancora in tempo per fermare tutto questo, per ricordare a tutti che la democrazia è un bene fragile, che si nutre di confronto e non di odio.
Si rivolga agli italiani con la stessa solennità con cui ricorda le pagine più dolorose della nostra storia. Parli alla nazione non per celebrare una ricorrenza, un’unità nazionale (ormai apparente) o i consueti auguri di un periodo festivo. Parli per scongiurare l’irreparabile. Perché ciò che stiamo vivendo non è una semplice crisi politica, ma il concreto rischio di una guerra civile che serpeggia tra le nostre strade.
Richiami tutti all’ordine, a iniziare dai suoi politici, da Giorgia Meloni a Elly Schlein, da Matteo Salvini a Giuseppe Conte, da Antonio Tajani a Matteo Renzi. Ognuno di loro deve ricordare che il proprio compito è servire il Paese, non i propri interessi. Il loro dovere è unire, non dividere, risolvere i problemi concreti della gente, non alimentare conflitti inutili di cui l’Italia non ha alcun bisogno.
In queste ore mi sono chiesto se lei non abbia avuto modo di leggere il mio primo post e neppure il successivo, eppure sono stati tra i più letti in quella settimana.
E allora, Signor Presidente, mi permetta di riportare nuovamente alla Sua attenzione i link dei miei precedenti appelli. Quelle parole esprimono – ahimè – ora, la mia profonda delusione per non essere stato ascoltato, ma sono anche la testimonianza della mia ostinata speranza che sia ancora possibile invertire la rotta. Per il bene dell’Italia, non possiamo permettere che il sacrificio di tutte le vittime della nostra storia recente sia vanificato.
Con profonda stima e con la stessa, tremante, preoccupazione di qualche giorno fa, oggi ancor più forte.
Ieri, 4 ottobre, non era soltanto una giornata di commemorazione religiosa, ma soprattutto un’occasione per celebrare i valori universali di San Francesco, simbolo di pace, fraternità, solidarietà e amore per il prossimo.
È per questo che avevo iniziato, in onore della festa di San Francesco, queste righe: un testo che dava seguito a un gesto compiuto nei giorni scorsi – una missiva ufficiale inviata al Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa.
Un piccolo atto, forse inconcludente come una goccia in un oceano, ma che vuole ricordare come anche una goccia di colore verde – sì, proprio come la speranza – possa cambiare il colore dell’acqua intera.
Come dicevo, l’ho inviata non come rappresentante di alcuna istituzione, ma semplicemente come cittadino, come padre di due figlie, come uomo che crede nella verità e nella pace.
La mia preoccupazione nasce dall’ascolto dei notiziari serali, da titoli che parlano di un presunto attacco della NATO contro la Russia. Come genitore, questa narrazione mi spaventa profondamente: non tanto per la guerra in sé, quanto per il riconoscimento di un copione ormai familiare – quello della costruzione mediatica del nemico, dell’amplificazione deliberata dei toni, di notizie che sembrano studiate per accelerare il passo verso un conflitto più ampio.
Da trent’anni lavoro come project manager e/o responsabile QHSE, sia in ambito nazionale che internazionale, e da quindici mi dedico alla scrittura attraverso questo blog, riflettendo su informazione, potere e democrazia. Proprio questa esperienza – e soprattutto il contatto diretto con persone di altre nazionalità – mi ha permesso di crescere, aiutandomi a conoscere realtà molto diverse dalla mia.
Inoltre, la passione per lo studio, in particolare per la storia, mi ha fatto comprendere quanto spesso i media trasformino eventi complessi in narrazioni semplificate, manipolate o addirittura inventate, con lo scopo di plasmare l’opinione pubblica e generare un consenso artificiale.
Sono fermamente convinto che l’attuale escalation – inclusa la recente notizia sui droni lanciati dalla Russia sui territori di Polonia, Estonia e Romania – non corrisponda alla verità dei fatti. Così come non ho mai creduto al racconto sul sabotaggio dei gasdotti Nord Stream nel Mar Baltico, episodio rimasto senza inchieste indipendenti. Temo, infatti, che si stia cercando di costruire un pretesto per allargare un conflitto già gravissimo.
Questa guerra avrebbe potuto essere evitata già nel 2014, se allora fosse prevalsa la diplomazia invece dell’espansione strategica, se si fosse ascoltato ciò che il Presidente Putin proponeva in termini di sicurezza collettiva, anziché illudere l’Ucraina con promesse di ingresso nella NATO. Oggi il rischio è che si ripeta quanto accaduto nel secolo scorso: un conflitto che potrebbe travolgere nazioni attualmente non coinvolte, compreso il nostro Paese.
Per questo ho chiesto una dichiarazione ufficiale, chiara e inconfutabile, che smentisca categoricamente l’ipotesi di un attacco con droni da parte della Russia. La mia richiesta vuole evidenziare – e quindi permettere di comprendere – se gli ordigni mostrati dai media corrispondano realmente a modelli di fabbricazione russa o se invece siano repliche costruite ad hoc per alimentare la narrativa bellica.
So di non essere un interlocutore istituzionale, ma credo fermamente che ogni persona che, nel silenzio, sceglie di dire la verità, accenda una luce. E come scrivo spesso: «Chi nel corso della vita ha acceso anche soltanto una luce, nell’ora buia di qualcuno, non è vissuto invano».
Confido che, nonostante le circostanze difficili, ci sia ancora spazio per il dialogo, per la verità e per la pace. Auspico che questa guerra possa finire e che il mondo – compresi i popoli del Medio Oriente – possano ritrovare un equilibrio fondato sul rispetto reciproco, non sulla paura.
Perché quando un padre scrive una lettera, non lo fa da politico o da stratega, ma dalla prospettiva fragile e al tempo stesso determinata di chi desidera un futuro possibile per i propri figli.
Nicola Costanzo
Cittadino italiano, scrittore e osservatore indipendente.
Già… condivido appieno quanto riportato dal nostro Parlamento: L’Italia è migliore di chi oggi la governa! L’altro ieri, ascoltando il telegiornale, la mia attenzione è stata catturata da una dichiarazione che ha immediatamente risuonato con qualcosa che sento da tempo, un pensiero che aleggia nelle conversazioni al bar, nelle cene in famiglia, tra amici, in quel senso di frustrazione che ormai è pane quotidiano per molti di noi.
È stata la Segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, a pronunciare questa frase, e nonostante le distanze politiche, devo ammettere che per una volta le parole hanno centrato un bersaglio più grande di qualsiasi schieramento. Appena l’ho sentita, ho pensato che non poteva rimanere solo una battuta in una trasmissione, ma doveva essere colta, scritta e fatta propria, perché esprimeva un sentimento diffuso da essere ormai una verità quasi dolorosa.
E da quella frase, credo che chiunque possa comprendere chiaramente non solo il mio pensiero, ma quello di una fetta sterminata di connazionali che ormai guarda alla politica come a un universo distante, un palcoscenico dove non si recita più il bene comune, ma un copione logoro di clientelismo e malaffare. È la percezione di un sistema che sembra alimentarsi di corruzione, di raccomandazioni spudorate e, ahimè, di quell’ombra lunga della criminalità organizzata che intreccia i suoi fili con il potere, lasciando i cittadini onesti a chiedersi se esista ancora un luogo pulito dove decidere il futuro per i propri figli.
È fondamentale precisare che questo non è un discorso di parte, non nasce da una bandiera di destra, di sinistra o di centro. La mia vita l’ho costruita facendo a meno della politica e dei loro referenti, tenendo ciascuno di essi a grande distanza e quando ci siamo trovati vicini, ho sempre espresso – tra mille lacchè che porgevano la mano, sorridevano a trentasei denti e chiedevano l’autografo – ciò che pensavo di loro, criticando soprattutto talune loro decisioni, non solo politiche, ma anche personali.
Mi sovviene ad esempio un caso in cui ad uno di essi – che aveva pubblicizzato se stesso nei cartelloni siciliani – già… con quella propria immagine stilizzata nera che ne ritraeva il profilo – su uno sfondo chiaro, e sotto quell’odiosa frase: l’unico pizzo che piace ai siciliani!
Beh… incontrandolo casualmente in una manifestazione – avevo accompagnato lì una mia amica che quel giorno era senza macchina – e passandomi egli vicino, garbatamente salutandomi, lo ringraziai per il saluto e ricambiai a mia volta, ma gli dissi subito ciò che pensavo e cioè che a sentire la parola ‘pizzo’ ero andato su tutte le furie. Gli feci presente che non si poteva, e non si doveva, scherzare con quella vergognosa forma di estorsione e che, personalmente, respingevo con sdegno quella pubblicità che, banalizzando un termine intriso di dolore e paura, offendeva la memoria e la dignità di tutte le vittime e di chi ogni giorno combatte silenziosamente quella piaga.
Questo è soltanto uno dei casi, ma potrei farvi ancora qualche altro esempio – vi confermo sin d’ora comunque che non sono molti – forse perché ho sempre tenuto la politica distante da me, ma ricordo comunque un altro episodio, a suo modo simpatico, con l’attuale nostro Presidente del Consiglio, in quella circostanza non lo era ancora, ma ve lo racconterò – forse – in un mio prossimo post.
Ma comunque non voglio generalizzare, sì… non è giusto fare di tutta un’erba un fascio, e proprio per questo, so riconoscere che a livello locale, per fortuna, esistono ancora persone perbene, individui volenterosi che si dedicano con passione autentica a risolvere i problemi veri della gente, che lottano per la salute, per una scuola dignitosa, per un ambiente vivibile. Sono loro la prova vivente che l’Italia è migliore.
L’amara ironia, però, sta proprio in questo contrasto stridente tra l’operosità silenziosa di tanti e la sterilità rumorosa di chi governa. Le decisioni che scendono dall’alto, dalla maggioranza di oggi, sembrano troppo spesso sorde alle urgenze reali del Paese, incapaci di cogliere quel grido di bisogno che sale dalle comunità, preferendo alimentare divisioni e quel fuoco che brucia le nostre potenzialità.
È come assistere a un naufragio dalla tolda di una solida nave, quella del governo. Si vede la gente in mare che lotta, che chiede aiuto con tutte le sue forze. E sulla nave, le corde per salvarli ci sono tutte, sono robuste e pronte all’uso. Eppure, chi dovrebbe buttarle le trattiene strette, come un tesoro personale. Qualcuna, è vero, vola verso un parente, un amico, un conoscente, ma per la maggior parte delle persone che affondano, non arriva nulla.
Si preferisce guardare altrove, dimenticando che il primo, l’unico comando, era salvare la collettività.
Sì… quella stessa collettività che doveva essere la loro unica, vera missione.
Già… siamo finalmente giunti al momento della verità…. Così avevo scritto ieri, con una punta di amarezza e uno sguardo carico di scetticismo verso un’iniziativa che, fin dal suo annuncio, mi era apparsa più come un gesto mediatico che come un atto concreto di solidarietà; oggi, a distanza di poche ore, le immagini delle barche intercettate, dei volti stanchi ma incolumi degli attivisti, dei comunicati ufficiali che si susseguono tra Roma e Tel Aviv, sembrano confermare ciò che temevo: nonostante le buone intenzioni dichiarate, questa missione rischia di naufragare non sulle coste di Gaza, ma nell’ennesimo teatro dell’ipocrisia collettiva.
Sì, ventuno imbarcazioni su quarantaquattro sono state fermate da Israele, arrestate con modalità militari rapide ed efficienti, e i loro occupanti – italiani compresi – verranno espulsi. Certo, nessun ferito, nessuna vittima diretta, almeno per ora, ma una domanda rimane sospesa come fumo dopo l’esplosione: tutto questo era davvero necessario, o era prevedibile fin dall’inizio che si sarebbe concluso in un nulla sonoro?
Mi sono chiesto quindi: ma quanto coraggio ci sia stato davvero in chi ha deciso di salpare, e quanto invece fosse già scritto nel copione che, all’arrivo del primo ostacolo serio, ha portato quella presunta determinazione a cedere di fronte alla diplomazia e alle pressioni internazionali.
Ancora una volta, il governo italiano si è affrettato a muoversi non per sostenere l’iniziativa umanitaria, ma per garantire che i nostri connazionali non corressero troppi rischi, coordinando in anticipo con Israele le modalità dell’intervento, quasi si trattasse di un’operazione congiunta piuttosto che di un atto di disubbidienza civile.
Tajani parla di assistenza consolare, di cittadini in buone condizioni, di procedure di rimpatrio, mentre Crosetto anticipa freddamente che saranno portati ad Ashdod ed espulsi. Già… nulla di nuovo, tutto sotto controllo.
Ma allora ditemi: dov’è stata quella la protesta tanto decantata? Dove sono gli attesi gesti estremi che avrebbero dovuto sfidare il potere d’Israele, azioni che non si sarebbero dovute fermare dinnanzi al timore di essere isolati, respinti o anche arrestati?
Sì… qualcosa nel nostro paese si sta muovendo (se pur non mi trovo concorde con talune iniziate, come ad esempio l’occupare le università o il blocco delle scuole), a iniziare con gli scioperi. La mobilitazione cresce, e forse proprio qui, in questi cortei improvvisati, c’è più sincerità che su quelle barche, forse perché qui, tra i giovani che mettono in gioco il loro tempo e la loro sicurezza sociale, che si nasconde un’ombra di autentica ribellione.
Viceversa, chi era a bordo su quelle flottiglie, pur avendo osato salpare, sembra alla fine, essersi consegnato senza combattere, accettando passivamente il ruolo di simbolo destinato a essere neutralizzato.
Ovviamente riconosco il merito di aver riportato l’attenzione su Gaza, su una popolazione martoriata, esiliata e da troppo dimenticata, come riconosco che parlare ad alta voce di aiuti, blocchi e sofferenze costituiscano un atto necessario.
Ma non posso viceversa ignorare i dubbi che mi attanagliano: chi c’era realmente davvero dietro questa flottiglia? Quanta parte di essa era mossa da genuina compassione, e quanta da logiche politiche, strumentalizzazioni, ambizioni personali? Le notizie che arrivano, quelle che parlano di fondi legati a Hamas o a paesi vicini, non possono – vere o false che siano – essere ignorate, anche se vanno prese con le pinze. Ma quelle frasi bastano a insinuare il sospetto che, anche in mezzo al dolore altrui, ci sia spazio per il calcolo.
Sì… il ministro Tajani parla di “spiraglio di pace”, di sanzioni possibili verso Israele, di condanna agli insediamenti in Cisgiordania. Certo, parole importanti, forse persino coraggiose, se non fossero accompagnate da una pratica così cauta, così difensiva. D’altronde, condannare l’eccesso di reazione israeliana e poi coordinarsi con loro per evitare problemi ai nostri cittadini è una contraddizione evidente. È come dire: siamo contro la violenza, ma non fino al punto di mettere a rischio il nostro ordine. E allora dove sta il limite tra responsabilità e complicità?
Guardo le liste dei nomi degli italiani fermati: deputati, europarlamentari, attivisti noti. Alcuni li conosciamo di vista, altri solo per reputazione. Certo, so che hanno rischiato a compiere questa attraversata, ma so anche che molti di loro torneranno in Italia applauditi, intervistati, messi in prima fila nei talk show, mentre la situazione a Gaza resterà immutata!
E allora mi chiedo: chi ci guadagna da tutto questo? La popolazione palestinese? O piuttosto chi usa la loro sofferenza per costruirsi un profilo, per dimostrare un impegno che finisce quando finisce la diretta tv?
È l’emblema di una fallacia ricorrente, quella che trasforma il dolore in contenuto, la resistenza in performance. Mentre i media ci mostrano barche circondate da navi militari, mentre i social si riempiono di hashtag e video emozionati, la realtà continua a svolgersi altrove: nei campi profughi, negli ospedali senza medicine, nei quartieri rasi al suolo. E noi tutti, distratti da questi gesti simbolici, rischiamo di credere di aver fatto abbastanza solo perché abbiamo guardato.
Sì… forse speravo in qualcosa di più radicale, di più irriducibile, forse speravo che qualcuno decidesse di non tornare indietro, di restare aggrappato a quella barca fino all’ultimo miglio, di sfidare non solo la Marina israeliana, ma anche il cinismo di chi riduce ogni forma di protesta a un evento calendarizzato, controllato, previsto.
E forse, invece di scrivere da lontano, avrei dovuto esserci io su una di quelle barche, o meglio ancora, farmi paracadutare su Tel Aviv con una bandiera al seguito — non una bandiera palestinese, né rossa, né di parte — ma una bianca, sì, proprio bianca, come simbolo di pace, di resa reciproca, di umanità ritrovata oltre le barricate dell’odio e della retorica.
So bene che nessuno accoglierà questa provocazione, perché siamo abituati a gridare dalla sicurezza dei nostri schermi, a indignarci in gruppo, a occupare piazze per poi tornare a casa quando fa freddo. E così, anche stavolta, assistiamo al solito copione: tensione crescente, mobilitazione mediatica, picco emotivo, e infine una deflagrazione calibrata, perfettamente gestita, seguita dal silenzio più assoluto.
Nel frattempo, Gaza aspetta. Aspetta non le barche, non i manifesti, non gli hashtag. Aspetta la verità. Quella vera. Quella che nessuno ha il coraggio di pronunciare ad alta voce, perché cambierebbe tutto. E forse è proprio per questo che non arriverà mai…
Sì… il mio titolo preannuncia i miei dubbi sul fatto che questa “flottiglia” porterà fino in fondo le sue intenzioni, tentando concretamente di sbarcare sulle coste di Gaza per portare aiuti alla popolazione. Certamente riconosco il merito di aver riportato l’attenzione su una tragedia immane, la strage di innocenti e l’esilio di un intero popolo, innescata dall’incursione di Hamas in Israele il 7 ottobre 2023, che è costata 1200 vittime e circa 450 ostaggi, di cui una cinquantina sono ancora prigionieri.
Tuttavia, conoscendo bene i miei connazionali, sono convinto che alla fine si concluderà in un nulla di fatto, e la maggior parte delle persone coinvolte farà marcia indietro già nel corso della giornata. Mi dispiace affermarlo, ma in questi lunghi anni ho visto poco coraggio attorno a me, per non dire nulla…
Difatti, la maggior parte delle persone, utilizza i media più per propaganda personale che per un altruismo genuino; anzi, quando si tratta di passare dalle parole ai fatti, quasi tutti si tirano indietro per non rimanere coinvolti in vicende personali. È per questo che, pur augurandomi di sbagliarmi, non scommetterei un solo centesimo su questa iniziativa, che mi sembra più un’operazione politicizzata che un sentimento autentico e profondo verso chi soffre.
Aggiungo che, stando a quanto riportato in queste ore da Israele ( dobbiamo prendere l’informazione “con le pinze”) e cioè che dietro questa iniziativa vi sarebbero fondi proprio di Hamas e/o dei paesi islamici che li sostengono.
Le notizie dicono che la flottiglia è stata intercettata e che le comunicazioni sono state disturbate, ma la navigazione prosegue. Sì… gli israeliani sono comparsi stanotte poco dopo le 2.00 e a bordo è stato diramato il primo “interception alert”.
La nostra fregata italiana “Alpino” intanto, ha comunicato di non proseguire oltre, fermandosi al limite delle 150 miglia nautiche. Ecco, questo è il punto: sebbene il momento della verità sia arrivato e le operazioni di intercettazione siano in corso, resto scettico sulla reale determinazione dei partecipanti.
Quanto sopra, unito ai miei forti dubbi circa le reali intenzioni e la genuinità della missione, mi conduce a una conclusione purtroppo prevedibile: assisteremo all’ennesima delusione.
È l’emblema di una fallacia ricorrente. Mentre la pubblicità ci vuole “gente fatta di ferro”, nella realtà osservo troppo spesso figure effimere, pronte a infiammarsi per una causa ma incapaci di reggere alla prima avversità.
Buongiorno, oggi ho deciso di affrontare un argomento che in questi giorni si è diffuso rapidamente tra le pagine dei social, sollevando reazioni contrastanti e silenzi eloquenti: la morte di Charlie Kirk, ucciso il 10 settembre 2025 a Orem, nello Utah, da un colpo d’arma da fuoco, lasciando la moglie e due figli.
Ammetto che non conoscevo Kirk prima di questa notizia, né avevo mai seguito il suo lavoro. La verità è che tendo a stare alla larga da chi usa toni estremi, soprattutto quando quei toni sono rivolti ai giovani, veicolati con la forza dell’ideologia piuttosto che del dialogo.
Ricordo vagamente, di essermi imbattuto in una pagina social su X, già… in una sua clip: parlava con voce decisa, sguardo fisso, mentre smontava concetti complessi in frasi brevi e martellanti. Ma ascoltandolo, ho trovato le sue argomentazioni così sterili, prive di profondità, che non mi sono più soffermato su di lui. Ecco perché non ho più cercato altri interventi e ancor meno ho voluto approfondire su di lui…
Forse quella volta è stata l’unica in cui gli ho prestato un minuto della mia attenzione, già…finché la notizia della sua morte non ha riportato il suo nome al centro della discussione. Eppure, nonostante quella mia distanza iniziale, ho sentito in questi giorni il bisogno di comprendere chi fosse davvero, al di là degli elogi postumi o delle polemiche virali sui social.
Mi sono dedicato quindi ad ascoltare in questi giorni le sue parole, leggere alcuni suoi testi, vedere i dibattiti, senza farmi influenzare da chi oggi lo celebra come martire o da chi lo deride come ciarlatano. Volevo partire da lui, dal suo messaggio, per poi chiedermi: cosa c’era dietro tutto questo? Perché tanta attenzione ora, dopo anni di discorsi incendiari? E soprattutto, perché certe figure riescono a radunare così tanta folla intorno a idee che, se analizzate con calma, appaiono fragili, anacronistiche e talvolta pericolose?
Partiamo da una frase che lui stesso ha trasformato in slogan: “Prove Me Wrong”, dimostrami che sbaglio. Suona come una sfida onesta, aperta, quasi scientifica. Ma nel contesto in cui veniva usata, diventava un’arma retorica, non uno strumento di ricerca della verità. Lo diceva seduto sotto un tendone con quella scritta, invitando studenti universitari a confrontarsi con lui, spesso giovanissimi, impreparati, visibilmente intimiditi. Li lasciava parlare, li ascoltava con aria compiaciuta, poi li smontava con precisione chirurgica, usando logiche stringate, esempi distorti, a volte semplice sarcasmo.
Il pubblico applaudiva, i video diventavano virali, il mito del “debater imbattibile” cresceva. Ma era davvero un confronto? Oppure una sceneggiatura ben studiata, dove l’avversario serviva solo a far brillare il protagonista? Mi viene in mente Tracy Asè-Shabazz (Assistente Amministratore presso la St. George’s University a Grenada), che dopo averlo visto all’opera disse: “Kirk va nei campus a discutere con bambini. Non può discutere con persone della sua età”. Ecco, forse in quelle parole c’è tutta la sostanza del metodo: non cercare il dialogo, ma la vittoria mediatica. Creare spettacolo, non riflessione.
E allora proviamo a guardare alle sue posizioni, non per demolirle con odio, ma per capire come abbiano potuto attecchire in così tanti. Sì, parlava contro Big Tech, contro i media mainstream, contro il governo troppo grande, contro l’élite accademica. Prometteva libertà individuale, sovranità del cittadino, il ritorno ai valori della famiglia, delle piccole imprese, della Costituzione originale. Tutto questo risuona in un’epoca in cui molte persone si sentono escluse, ignorate, tradite dalle istituzioni.
Ed è qui che il suo messaggio diventa potente: non perché sia profondo, ma perché arriva dritto al cuore di chi si sente invisibile. Diceva di voler rompere la “camera d’eco liberale”, mostrare che la sinistra sui campus ha paura del confronto. Ma il confronto che proponeva era spesso un monologo travestito da dialogo, una guerra culturale presentata come difesa della verità. Parlava di aborto come di una questione assoluta, pro-life senza compromessi, arrivando a dichiarare che anche se sua figlia di dieci anni fosse stata violentata e rimasta incinta, avrebbe voluto che portasse a termine la gravidanza. Sul clima, negava il ruolo dell’uomo nel cambiamento climatico. Sul Covid, sminuiva l’importanza dei vaccini e dei lockdown. Sul Secondo Emendamento, sosteneva il diritto a possedere armi a ogni costo, persino se significava accettare morti annuali come prezzo inevitabile.
E poi c’erano i temi più esplosivi: l’immigrazione, che secondo lui era parte di una “Grande Sostituzione”, un piano per cancellare l’America bianca e rurale; i diritti transgender, che definiva una “delusione woke”, parlando di trans donne come uomini con “autoginefilia”, un termine pseudoscientifico respinto dalla comunità medica; il movimento Black Lives Matter, che riduceva a una narrazione basata sul privilegio bianco, mentre attribuiva i problemi della comunità nera all’assenza del padre in casa, cancellando decenni di studi sul razzismo sistemico. Ha detto, durante un dibattito, che forse era più facile per una persona nera entrare alla University of Florida che per una bianca. Frasi così non sono semplici opinioni: sono semina di divisione. Eppure, proprio per questo, funzionano. Perché creano identità attraverso il nemico: il politicamente corretto, il woke, il globalista, il burocrate. E chi grida più forte contro questi mostri, diventa un paladino.
Ma come si arriva a sparare a un uomo per le sue idee? È questo il punto che non riesco a superare! Nessuno merita di morire per ciò che pensa, neanche quando quel pensiero è tossico, miope, dannoso. I tempi dell’inquisizione dovrebbero essere finiti, e invece sembra che qualcuno abbia deciso di riprenderli in mano, con una pistola.
E allora mi chiedo: chi alimenta questo clima? Chi trasforma il disaccordo in odio, la critica in demonizzazione? Perché ora, dopo la sua morte, sento certi politici italiani – eviterò di nominarli – esprimere cordoglio per Kirk, lodarlo come difensore della libertà, quando è evidente che molti di loro non hanno mai ascoltato un suo podcast, letto un suo libro, né tantomeno compreso il senso della sua battaglia!
È ipocrisia? Opportunismo? O forse condividono in silenzio quel mondo che lui rappresentava? Perché altrimenti celebrare un uomo che ha fatto della provocazione un mestiere, che ha costruito un impero su divisione e paura?
Ho ascoltato alcuni dei suoi episodi, visitato il suo sito, osservato i suoi dibattiti. C’è qualcosa di magnetico in lui, lo ammetto: carisma, sicurezza, capacità di sintesi. Ma c’è anche una totale mancanza di autoreflexività, un’incapacità di mettersi in discussione che stride con lo slogan “Prove Me Wrong”.
Perché se davvero avesse voluto mettersi alla prova, avrebbe scelto interlocutori preparati, seri, capaci di ribattere con dati e argomenti, non studenti emozionati o attivisti improvvisati. Invece ha preferito il il teatro, il conflitto, il dominio, gia come molti nostri politicanti!
E il risultato è un circolo vizioso: più polarizza, più cresce il suo seguito; più cresce il suo seguito, più aumenta l’odio verso di lui. Fino al gesto estremo. E ora che è morto, rischia di diventare un simbolo ancora più potente di quando era vivo. Trump, pare, voglia assegnargli postuma la Medaglia Presidenziale della Libertà. Un gesto politico, certo. Ma anche un acceleratore di mito, per non dire l’ennesima cazz…
Tutto questo mi lascia con un groviglio dentro. Da un lato, condanno con forza le sue posizioni, che considero regressivo, culturalmente arretrate, spesso crudeli. Dall’altro, non posso accettare che la violenza sia diventata l’ultima parola del dissenso. E nel mezzo, vedo un paese – e non parlo solo degli Stati Uniti – sempre più frammentato, dove la parola è stata sostituita dal grido, il ragionamento dal like, il dibattito dal tifo, e dove persino le affermazioni più incredibili vengono pronunciate con sicumera nei palazzi delle istituzioni, come se la realtà potesse piegarsi alla retorica.
L’ultima l’ho ascoltata in questi giorni nei Tg, dal Palazzo di Vetro dell’ONU, quando il Presidente degli Stati Uniti ha dichiarato con orgoglio di aver concluso sette guerre durante il suo mandato. Sette guerre. Ma quale guerre? Di quali conflitti parlava? Perché non ne ho mai sentito nominare una? Non una firma su un trattato, non un annuncio internazionale, nessuna cronaca che documenti la fine di un solo conflitto armato sotto la sua guida. Eppure l’ha detto così, come se fosse un dato incontrovertibile, mentre nella sala scendeva un silenzio imbarazzato, subito coperto dagli applausi dei suoi sostenitori. Una frase vuota, forse perfino inventata, ma efficace: perché nell’era dello spettacolo, basta che suoni forte per sembrare vera.
Ho già scritto in passato che stavamo andando verso derive violente. Forse, in cuor mio, speravo di sbagliarmi. Ma ormai devo ammettere che, purtroppo, in quindici anni di post, i miei timori si sono rivelati quasi sempre fondati. E ogni volta che una mia previsione si è avverata, il prezzo è stato alto.
Già… osservo che, dopo quanto ho scritto alcuni giorni fa – quando avevo implorato il Presidente Mattarella di intervenire per riprendere i parlamenti e obbligarli, una volta per tutte, a finirla con questi continui attacchi mediatici prima che qualcuno possa dare inizio a una nuova rivoluzione sociale:http://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/09/presidente-mattarella-intervenga.html – poco o nulla sia cambiato nel clima degli scontri verbali.
Vorrei precisare inoltre che non mi è mai importato nulla di schierarmi politicamente, oggi, tuttavia, osservando la politica nazionale – da sinistra a destra, passando per il centro – constato come essa stia alimentando una pericolosa recrudescenza verbale che, ahimè, potrebbe rivoltarsi contro tutti noi.
Credo infatti che, continuando su questa strada, si rischi di sfociare in condizioni sociali imprevedibili e potenzialmente violente, simili a quelle che stanno lacerando altri paesi. L’unico risultato sarà alimentare mostri che credevamo sopiti.
Per questo invoco tutti i nostri politici, e mi riferisco in particolare ai nostri governanti, ad abbassare immediatamente la tensione sociale e a occuparsi finalmente di ciò per cui sono stati eletti.
Ecco, è proprio per questo, che impegno tutte le mie forze per dire: non possiamo più permettere che il confronto si trasformi in una raffica di insulti, dove l’unica verità è quella urlata più forte, e l’unico risultato è spegnere la speranza di un dialogo vero.
I nostri rappresentanti devono ricordare che il loro compito è servire il paese, non dividerlo!
E allora mi permetto di ricordare loro chi è già caduto sotto il peso di quelle parole, le stesse di oggi, che ahimè si sono poi trasformate in proiettili e bombe. È un monito che nessuno oggi può permettersi di ignorare e per farlo, elenco di seguito tutti coloro che, ahimè – proprio a causa di quelle parole – sono morti.
1969
27 febbraio: morte di Domenico Congedo.
9 aprile: morte di Carmine Citro e Teresa Ricciardi.
27 ottobre: morte di Cesare Pardini.
19 novembre: morte di Antonio Annarumma.
12 dicembre: strage di piazza Fontana (17 civili uccisi).
15 dicembre: Giuseppe Pinelli trovato in fin di vita sotto la finestra del 4º piano della questura di Milano.
1970
1º maggio: morte di Ugo Venturini.
22 luglio: strage di Gioia Tauro (6 civili uccisi).
Luglio 1970 – febbraio 1971: moti di Reggio (3 civili e 2 agenti uccisi).
12 dicembre: morte di Saverio Saltarelli.
1971
7 gennaio: morte dell’operaio Gianfranco Carminati, nell’Incendio della Pirelli-Bicocca.
16 gennaio: morte di Antonio Bellotti.
4 febbraio: morte di Giuseppe Malacaria.
26 marzo: morte di Alessandro Floris.
7 aprile: morte di Domenico Centola.
13 giugno: morte di Michele Guareschi.
1972
21 gennaio: morte di Vincenzo De Waure.
14 marzo: morte di Giuseppe Tavecchio.
17 maggio: morte di Luigi Calabresi.
31 maggio: strage di Peteano (3 carabinieri uccisi).
7 luglio: morte di Carlo Falvella.
25 agosto: morte di Mariano Lupo.
27 novembre: morte di Fiore Mete.
1973
30 gennaio: morte di Roberto Franceschi.
12 aprile: Giovedì nero di Milano: uccisione dell’agente di polizia Antonio Marino.
16 aprile: rogo di Primavalle Fratelli Mattei (2 civili uccisi).
17 maggio: strage della Questura di Milano (3 civili e 1 poliziotto uccisi).
8 luglio: morte di Adriano Salvini.
31 luglio: morte di Giuseppe Santostefano.
17 dicembre: strage di Fiumicino (34 morti).
1974
10 maggio: rivolta del carcere di Alessandria 6 morti: (2 detenuti Dibona e Concu, 2 poliziotti Gaeta e Cantiello, 1 medico del carcere Gandolfi, 1 assistente sociale Giarola e il professore del carcere Campi).
19 maggio: morte di Silvio Ferrari.
28 maggio: strage di piazza della Loggia (8 civili uccisi).
30 maggio: morte di Giancarlo Esposti.
17 giugno: morte di Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola.
Sì, piango. Ma le mie lacrime non sono scaturite da una crisi di nervi, né da un dispiacere o da un dolore fisico. Non sono nemmeno lacrime di riso…
No, non piango per una disgrazia o per una sfortuna.
Piango per qualcosa che mi rattrista nel profondo, suscitando in me un pianto vero, amaro e silenzioso: quel pianto che nasce dalla consapevolezza che il teatro della finzione non è più solo al cinema o sul palco di una sala. Ora si è insediato in municipio. E gli attori, ahimè, non sono pagati per recitare, ma per governare.
Mi è capitato di osservare in questi giorni alcuni video – non vi dico per quale Comune, perché l’amico che li stava osservando e che mi hanno incuriosito, mi ha chiesto di tenere l’anonimato, e onestamente non posso dargli torto – e resto quindi lì, immobile, con gli occhi lucidi, come davanti a una tragedia che nessuno ha voglia di ammettere. Una tragedia vestita da farsa, diretta da registi incapaci, interpretata da personaggi che sembrano usciti da un provino fallito, per una parodia del potere.
Non serve nominare i luoghi, perché tanto il copione è identico ovunque. Cambiano i nomi, i cognomi, il colore della giacca, della cravatta, ma il copione è sempre lo stesso: un’opera buffa in tre atti, dal titolo “Come non si fa”, interpretata da chi non sa fare nulla, se non raccomandarsi…
Sono lì non perché hanno studiato, perché hanno idee, perché hanno a cuore il bene comune, no… sono lì perché papà conosce il segretario del partito, perché la zia ha votato per il capo corrente, perché il cugino ha fatto un favore dieci anni fa a uno che oggi ha un cognome importante…
Il loro curriculum? Una rete di raccomandazioni, un’agenda piena di debiti di riconoscenza e zero competenze!
Eppure, ogni settimana, indossano la giacca della serietà, si siedono dietro un tavolo con il gonfalone, accendono il microfono e iniziano lo spettacolo. Mezz’ora di dibattito che sembra una rissa da bar dopo mezzo litro di vino: urlano, si puntano il dito, si accusano di cose che non capiscono neanche loro, mentre fuori, fuori dal palazzo, la città aspetta una strada asfaltata, una scuola riaperta, una ristrutturazione necessaria, un servizio che funzioni. Ma a loro non interessa. A loro interessa chi ha detto cosa, chi ha osato guardare male il capogruppo, chi non ha applaudito abbastanza quando è stato letto l’ordine del giorno numero due.
Le grandi questioni? Le emergenze sociali? Le infrastrutture? I giovani che se ne vanno? Macché. Sono dettagli noiosi, roba da amministratori seri. Loro, invece, discutono su insulti ricevuti, su offese nei social, sui post ingiuriosi pubblicati nel web, su fatti e vicende del tutto personali, sì… ogni tanto s’interessano di regolamenti interni mai applicati, di verbali contestati per una virgola messa male, di mozioni presentate solo per far perdere tempo all’altro schieramento.
Sì… sono maestri nell’arte del nulla, campioni olimpici del burocratese sterile!
E mentre si azzuffano per un posto in commissione o per un incarico a un parente, fuori qualcuno aspetta un’ambulanza, un altro cerca lavoro, un altro ancora non ha la luce in casa. Ma loro non vedono o fingono di non vedere.
Perché tanto, alla fine della seduta, ognuno tornerà a casa con la coscienza a posto: ha fatto il suo dovere, ha difeso il suo clan, ha garantito un posto a un amico, un appalto a un socio, un favore a chi glielo chiederà domani.
Questa non è politica! È un sistema di scambio clientelare travestito da democrazia. È un circo dove i clown pensano di essere ministri e i cittadini sono solo comparse fuori campo. E il pubblico? Il pubblico è stanco, amareggiato, deluso, ma soprattutto, ormai, ironico. Perché ridere di questi personaggi è l’unico modo per non piangere davvero…
Alla fine, la vera riforma non è cambiare le leggi, ma cambiare il casting. Perché finché al potere ci mettiamo gli “amici degli amici”, invece di soggetti capaci e competenti, lo spettacolo continuerà e il sipario non calerà mai…