Mentre a Riyad i ministri degli Esteri di Turchia, Egitto, Arabia Saudita e Pakistan siglano un patto per prendere in mano la crisi regionale, ho capito – vedendoli – ancora una volta, quanto il nostro Paese sia lontano da tutto questo.
L’accordo non è l’ennesima dichiarazione di circostanza, ma rappresenta il tentativo esplicito di mettere a sistema ciò che fino a ieri sembravano pezzi sparsi: l’industria militare turca, il peso demografico dell’Egitto, i capitali sauditi e il deterrente nucleare pakistano.
Quattro attori che hanno deciso di evitare che siano “attori esterni” a imporre soluzioni funzionali ai propri interessi. Una dichiarazione di indipendenza strategica che dice tutto sul divario tra chi conta e chi non conta più.
Perché quello che vedo in questo patto è la volontà di costruire le infrastrutture per un disegno più grande. Immagino tra l’altro quanto ho ipotizzato alcuni mesi fa e cioè quel lembo di terra (attualmente iraniano) che permettere alla Turchia di affacciarsi direttamente sul Mar Caspio. Una conquista che non parlerebbe solo di chilometri quadrati, ma di flussi, già… di merci che viaggiano dall’Asia centrale potrebbero raggiungere il Caspio, attraversarlo e poi, attraverso la Turchia, riversarsi nel Mediterraneo. Una rete di trasporto che collegherebbe l’Asia profonda all’Europa, trasformando la Turchia in un ponte strategico tra Oriente e Occidente.
E mentre loro costruiscono alleanze, lavorano su rotte commerciali e si preparano a diventare hub energetico regionale con il gasdotto transcaspico, noi dove siamo? Noi che un tempo eravamo al centro del Mediterraneo, oggi assistiamo da spettatori distratti. Non siamo citati nei tavoli che contano, non siamo presenti nelle note che pesano.
La Turchia, in questi anni, ha giocato un ruolo cruciale nel Caspio: con Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan ha tessuto una trama fatta di esercitazioni militari e forniture di droni. Oggi, con il patto di Riyad, quella trama si allarga coinvolgendo capitali sauditi e deterrenza pakistana. Un mosaico che si compone mentre noi restiamo fermi, convinti forse che il mondo giri ancora intorno a noi.
Alla fine, vedrete, ciò che verrà compiuto dalla Turchia non sarà percepito come una semplice conquista di terre, ma verrà presentato come una grande opportunità di collaborazione tra i popoli, una rete di alleanze che la proietterà come ponte indispensabile tra Oriente e Occidente.
E noi, come riportavo sopra, in tutto questo, dove siamo? La nostra politica internazionale cosa sta facendo se non genuflettersi alle decisioni del Presidente degli Usa Trum? Noi che una volta avevamo il peso di chi contava, oggi viceversa contiamo per il mondo quanto il due di coppe quando si gioca a carte e ahimè: la briscola è ad oro
Riprendiamo il filo del discorso da dove lo avevamo lasciato, sì… da quell’immagine della Cina come presenza silenziosa e paziente, pronta a giocare la sua partita nell’ombra.
Perché è proprio da lì, da quella consapevolezza, che dobbiamo ripartire per comprendere la vera natura del rischio che abbiamo di fronte.
Da anni, ormai, Pechino persegue una strategia a lungo termine, paziente e meticolosa, evitando mosse impulsive e preparandosi invece con cura certosina a molteplici scenari, studiando le debolezze del sistema avversario come un grande maestro di scacchi studia la partita.
Per la Cina, Taiwan rimane la questione centrale, il nervo scoperto della sua identità nazionale e della sua ambizione regionale.
Ma non è solo una questione politica o di sovranità territoriale. L’isola svolge un ruolo vitale, assolutamente insostituibile, nell’industria globale dei semiconduttori. Produce la stragrande maggioranza dei chip più avanzati, i cervelli elettronici che fanno funzionare i nostri smartphone, i nostri computer, le nostre automobili, ma anche i sistemi d’arma più sofisticati, le infrastrutture critiche, l’intera infrastruttura dell’innovazione digitale. Senza Taiwan, la catena di fornitura tecnologica globale semplicemente si spezzerebbe.
Se gli Stati Uniti dovessero apparire fortemente impegnati, con le loro risorse navali e la loro attenzione politica concentrate altrove, magari in Medio Oriente o in Europa, la Cina potrebbe legittimamente intravedere un’opportunità strategica, una finestra di vulnerabilità, per aumentare la pressione su Taiwan.
Questo ovviamente non significa necessariamente e non certo nell’immediato un’invasione su larga scala con un’operazione militare classica con sbarchi e conquista territoriale, ma certamente potremmo iniziare ad assistere ad una graduale escalation, un aumento delle esercitazioni militari, un blocco navale proclamato, un sorvolo sempre più insistente dello spazio aereo, il tutto comprenderete potrebbe essere più che sufficiente per destabilizzare i mercati globali e a gettare il panico in una filiera già di suo parecchio fragile, innescando una nuova crisi, le cui proporzioni sono oggi inimmaginabili.
E quindi, il vero pericolo, il punto su cui dobbiamo concentrare la nostra attenzione, non risiede in un singolo evento, per quanto grave possa essere. Il pericolo vero è la convergenza, il fatale appuntamento tra diverse forze destabilizzanti che oggi procedono su binari paralleli, ma che potrebbero improvvisamente incontrarsi.
Da un lato, le tensioni energetiche in Medio Oriente e l’instabilità delle rotte marittime globali che ne deriva, dall’altro, la rivalità strategica sempre più aspra tra le principali potenze, Stati Uniti e Cina, con tutto il loro carico di diffidenza e di preparativi militari. In mezzo, catene di approvvigionamento globali già messe a dura prova dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina, fragili come un cristallo troppo sollecitato.
Quando questi fattori, queste tensioni, iniziano a sovrapporsi e a interagire, l’effetto non è più lineare, non è una semplice somma. Diventa esponenziale, moltiplicativo. Un’impennata dei prezzi del petrolio, già di per sé dolorosa, se combinata con uno shock improvviso e profondo nell’approvvigionamento tecnologico legato a Taiwan, potrebbe produrre una perturbazione globale di una gravità inaudita, ben più grave di qualsiasi crisi isolata che abbiamo affrontato in passato. Le conseguenze, in un sistema così complesso e interconnesso, diventano intrinsecamente imprevedibili, non lineari.
Forse, allora, parlare di uno shock del tutto inaspettato non è del tutto corretto. Perché molti dei suoi elementi fondamentali, delle sue cause scatenanti, sono già visibili, sotto i nostri occhi, nei titoli dei giornali e nei report economici. Le tensioni tra Cina e Taiwan sono una costante, l’importanza strategica dello Stretto di Hormuz è nota a tutti gli analisti, e gli Stati Uniti sono oggettivamente impegnati su più fronti, in un mondo che è tornato ad essere multipolare e conflittuale.
Per cui, l’evento dirompente non sarebbe qualcosa che piomba dal nulla, ma la sua improvvisa e drammatica attualizzazione, la sua capacità di cogliere di sorpresa i mercati e i decisori politici che, pur conoscendo i rischi, hanno scelto di sottovalutarli, di considerarli separatamente, di non vedere la foresta che cresce dietro i singoli alberi.
Un’improvvisa escalation retorica, un incidente militare, una prolungata interruzione delle attività nello stretto, o una crisi parallela che scoppia in Asia, potrebbero agire come il fattore scatenante, l’innesco che fa esplodere una polveriera di cui tutti conoscevano l’esistenza, ma che nessuno ha voluto bonificare.
In uno scenario del genere, la reazione dei mercati finanziari sarebbe probabilmente immediata, brutale e, in molti casi, irrazionale, amplificata dagli algoritmi del trading ad alta frequenza e dal panico che si diffonde come un contagio. Gli esiti più probabili disegnano uno scenario da manuale delle crisi: forte volatilità globale, con oscillazioni percentuali a cui non siamo più abituati; cali verticali e generalizzati nei mercati azionari, con gli investitori che corrono ai ripari vendendo qualsiasi cosa; prezzi dell’energia che volano verso livelli difficilmente sostenibili per l’economia reale; e un massiccio, convulso spostamento di capitali verso quelle attività percepite come più sicure, come l’oro o i titoli di Stato dei paesi considerati rifugio, che a loro volta verrebbero travolti da flussi ingestibili.
Le aziende fortemente dipendenti dalle catene di approvvigionamento globali e dalla tecnologia avanzata sarebbero probabilmente tra le più colpite, vedremmo interi settori, come il settore delle auto o l’elettronica di consumo, fermarsi per mancanza di componenti, mentre i settori legati all’energia, paradossalmente, potrebbero trarre vantaggio nel breve termine dall’impennata dei prezzi, in un’ulteriore distorsione dell’economia.
Credo che dobbiamo prenderne atto, con realismo e senza allarmismi sterili: il mondo sta entrando in una fase in cui le crisi non sono più eventi isolati, circoscritti nello spazio e nel tempo, ma sono interconnesse, si parlano, si alimentano.
Le tensioni in Medio Oriente, l’importanza strategica e la vulnerabilità dello Stretto di Hormuz, e la questione di Taiwan, con il suo monopolio tecnologico, non sono vicende separate da analizzare in compartimenti stagni. Fanno parte di un sistema globale più ampio, un organismo complesso e sempre più fragile, in cui una scossa in un punto qualsiasi può riverberarsi in tutto il corpo.
Definire questo rischio latente come qualcosa di imponderabile potrebbe non essere del tutto esatto, perché di nero, in questo scenario, c’è la consapevolezza che preferiamo rimuovere, ma sottovalutarne il potenziale, liquidarlo come una mera ipotesi da analisti, sarebbe un errore ancora più grave, imperdonabile. Perché oggi, più che mai, la vera minaccia per la nostra stabilità e per il nostro benessere non è l’evento del tutto imprevisto che piomba su di noi dal nulla.
Sì… è la combinazione, la confluenza, la pericolosa miscela di rischi che si stanno già manifestando, uno dopo l’altro, sotto i nostri occhi, ed aspettano solo di incontrarsi per riscrivere le regole del gioco e a quel punto, non potremo dire di non essere stati avvertiti!
E allora, quali sono questi limiti? Dove si annida la vulnerabilità che tutti, in silenzio, stanno provando a studiare?
Per rispondere, dobbiamo allontanarci per un momento da quelle sale dei bottoni e dai tavoli della diplomazia, e spostare lo sguardo su una striscia d’acqua, apparentemente insignificante.
Un punto geograficamente minuscolo, eppure così vitale da far trattenere il respiro a qualsiasi stratega.
Perché è lì, in quel passaggio obbligato, che si concentra una delle fragilità più antiche e insieme più attuali del nostro mondo.
È lì che il sistema mostra una delle sue giunture più esposte, il punto in cui una pressione ben calibrata potrebbe far saltare l’intero ingranaggio.
E qui entriamo nel cuore pulsante della fragilità contemporanea…
Lo scontro con l’Iran, diretto o per procura che sia, ha riportato lo Stretto di Hormuz al centro dell’attenzione globale, rendendolo, se possibile, ancora più vitale e insieme più vulnerabile di quanto non lo fosse mai stato in passato.
Questo stretto corridoio d’acqua, vero e proprio imbuto geografico, è una delle rotte marittime strategicamente più importanti al mondo; un collo di bottiglia attraverso cui deve passare una parte consistente della nostra civiltà degli idrocarburi.
Pensiamoci un attimo: circa il 20% delle forniture mondiali di petrolio, insieme a una quota significativa dei flussi di gas naturale liquefatto, transita ogni giorno attraverso questo passaggio obbligato. È uno dei punti di strozzatura energetica più importanti del pianeta, e la sua sicurezza è data per scontata nei nostri modelli economici, nei prezzi che paghiamo alla pompa, nelle certezze delle nostre catene di approvvigionamento.
Ebbene, oggi il traffico attraverso lo stretto è tutt’altro che fluido e garantito, anzi, è fortemente interrotto, non tanto da un blocco navale formalmente dichiarato, ma da una ragnatela di azioni asimmetriche. Tra attacchi mirati a petroliere, minacce navali, sequestri e restrizioni imposte da Teheran per ritorsione, molte navi sono state costrette a fermarsi o a modificare radicalmente le loro rotte, allungando i tempi e i costi di trasporto, mentre il transito, per quelle che osano ancora attraversarlo, rimane incerto, rischioso e limitato.
Non è una chiusura completa, è una forma di interruzione operativa strisciante, una guerra di logoramento che non fa notizia come un conflitto aperto, ma che sta già generando forti pressioni, silenziose ma inesorabili, sui mercati energetici globali. È un rubinetto che viene lentamente chiuso, e noi iniziamo a sentire la sete.
Quando i prezzi dell’energia aumentano, non si tratta di una voce che sale in un bilancio familiare o aziendale. L’impatto si propaga come un’onda d’urto in tutta l’economia, contagiando ogni settore, ogni attività. Le conseguenze sono sistemiche e profonde: assistiamo a un aumento generalizzato dei costi di produzione, che si tratti di acciaio, di plastica, di trasporto merci o di riscaldamento degli uffici.
Questo, a sua volta, si traduce in un’inflazione più elevata e più persistente, che erode il potere d’acquisto dei salari e comprime i margini delle imprese. La crescita economica inevitabilmente rallenta, in un circolo vizioso in cui la domanda cala e gli investimenti si bloccano. La spesa dei consumatori, motore principale di molte economie occidentali, subisce una pressione fortissima, costringendo le famiglie a scelte difficili e riducendo il benessere collettivo.
Perché il petrolio e il gas non sono semplici materie prime che si comprano e si vendono sui mercati finanziari, sono il motore dell’economia globale. Quando questo motore comincia a carburare male, a singhiozzare, o diventa semplicemente troppo costoso da far funzionare, l’intero sistema, dalla più piccola impresa artigiana alla più grande multinazionale, ne risente. E tutto ciò accade mentre i mercati finanziari sono già ipersensibili, ipertesi, pronti a scattare come molle al minimo segnale di instabilità geopolitica.
È in questo contesto di fragilità energetica e di tensione diffusa che la Cina rappresenta la variabile cruciale, l’ago della bilancia di cui tutti, in silenzio, temono il movimento.
Come ben sapete, provo in questo blog a dare un senso a tutto il caos che ci circonda, scrivendo sempre in maniera incondizionata su ciò che penso stia accadendo, una storia che sembra uscita da un romanzo, ed io, come sempre, provo ad anticiparne le evoluzioni, quasi a sostituirmi ad un veggente, ahimè a volte anche un po’ cupo.
Ma in questi ultimi anni, credo come molti di voi, di avvertire una sensazione di caduta, come quando ci si affaccia da un luogo troppo alto e il terreno sotto i piedi inizia a mancare.
Il mondo, dopo un lungo periodo di serenità, è entrato – quasi fosse un ricorso storico – in uno stato di crescente instabilità, geopolitica ed economica, due discipline che se pur separate, sono facce della stessa medaglia, già… come due affluenti che si incontrano e si scontrano in un unico grande vortice.
D’altronde se osserviamo bene, scopriamo che non esiste più un singolo punto critico di tensione, una specie di termometro globale su cui tenere gli occhi puntati, bensì vi è una complessa e sempre più fitta rete di crisi che si vanno sovrapponendo e che si influenzano e si alimentano a vicenda, in un gioco pericoloso che rende – ahimè – la lettura della realtà estremamente complessa.
Difatti, se provate ad osservare il quadro d’insieme, cercando di isolare gli elementi che compongono la tela, vediamo emergere una condizione pericolosa, che ha di tutto per rivelarsi esplosiva!
Da un lato, gli Stati Uniti, divenuti ormai pilastro centrale dell’ordine internazionale (per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi ottant’anni), oggi appaiono nuovamente impegnati su più fronti e costretti- attraverso l’uso della forza – a gestire una complessa partita a scacchi globale.
Le tensioni per l’Ucraina, il Venezuela, Cuba, e il sostegno dato ad Israele nella Striscia di Gaza e nel Libano, hanno impegnato costantemente il suo Presidente. ed ora l’Iran, che riaccende nuovamente quelle braci che per oltre trent’anni erano rimaste sotto la ceneri…
Situazioni quindi che tornano nuovamente a minacciare i flussi energetici globali, mentre sullo sfondo, silenziosa e metodica, la Russia osserva mentre continua ad ampliare i propri confini in Ucraina e la Cina che monitora ogni singolo movimento, ogni possibile incertezza, per creare un varco che si apre intorno a quella che per lei costituisce da tempo un nodo irrisolto: la questione Taiwan.
Ecco, è proprio questa sovrapposizione di rischi, questo stratificarsi di crisi come piani geologici di una faglia destinata a franare, che solleva ora un interrogativo che non possiamo più permetterci di ignorare, relegandolo – come fanno ogni sera quei nostri pseudo “esperti” in Tv e nel web – tra ipotesi fantapolitiche prese chissà, forse da qualche romanzo di Robert Harris o come quelli scritti da uno dei miei autori preferiti, Federich Forsyth, nei suoi: Il giorno dello Sciacallo, Dossier Odessa, I mastini della guerra, Il quarto protocollo!
Già… proprio come in quei romanzi, sembra di assistere a qualcosa d’incredibile, è come se ci stessimo dirigendo in modo (quasi) inconsapevole, verso una situazione che potrebbe innescare un evento dalle proporzioni inimmaginabili, qualcosa di così dirompente da stravolgere ogni nostra certezza e soprattutto ogni nostro modello previsionale…
Provo allora a valutare quanto sta accadendo con la massima lucidità, allontanando da me, qualsivoglia ottimismo di chi spera che tutto si risolva da solo.
Come dicevo, gli Stati Uniti, restano la superpotenza indiscussa, ma certamente l’attuale posizione e quel suo Presidente, evidenziano una situazione ben più complessa di quella orchestrata nel passato.
Non c’è solo la rivalità strategica con la Cina o con la Russia, un confronto che assorbe costantemente energie intellettuali e risorse diplomatiche, ma vi è anche la necessità di tenere insieme alleanze logorate, tensioni tra i partner europei, e di contenere tutte quelle fiammate che dal Medio Oriente si spingono fino al Golfo Persico.
Ed è proprio in quella regione, in questo crogiolo di antichi conflitti e nuovi interessi, che si registra uno degli sviluppi più critici: Il confronto con l’Iran, fatto di attacchi, rappresaglie calibrate con vittime precise, diplomazia concessa e poi tolta, il tutto ha così riportato l’attenzione su uno dei pilastri più delicati e vulnerabili dell’economia globale e cioè, l’energia, il suo dover fluire in modo ininterrotto e soprattutto la sua completa disponibilità, a prezzi sostenibili.
Perché quando una superpotenza è impegnata simultaneamente su più fronti, il rischio non è solo quello, immediato e visibile di un’escalation militare, no… il rischio più subdolo, più profondo, quello che si annida nella logica anche di un gigante, è che le risorse non sono infinite, anzi, si riducono, vengono dirottate, e con esse l’attenzione politica che si frammenta e si disperde.
La capacità di rispondere rapidamente e in modo decisivo a nuove crisi, a scintille inattese, può indebolirsi, creando un vuoto, una percezione di vulnerabilità. Ed è spesso in questi momenti di apparente distrazione, in questi interstizi di incertezza, che altri attori globali iniziano a fare due conti, a rivalutare le proprie posizioni e a chiedersi se non sia giunto il momento di testare i limiti del sistema, di cogliere un’opportunità che fino a ieri sembrava preclusa.
C’è una domanda che in questi giorni di fuoco torna con insistenza, sì… come un’ombra che non si lascia scacciare. Riguarda la natura del potere, la sua trasmissione e quel filo sottile ma resistente che tiene insieme sistemi apparentemente instabili.
E così… mentre i cieli del Medio Oriente si accendono e le cancellerie trattengono il respiro, a Teheran si consuma un passaggio silenzioso ma decisivo.
Non è solo la successione alla Guida Suprema, non è soltanto il rombo dei bombardieri, no… è qualcosa di più profondo: chi comanda davvero, e su cosa poggia la forza di un regime che sembra sfidare ogni logica di crollo.
La risposta potrebbe nascondersi in un nome poco noto al grande pubblico: Setad. Sede Esecutiva dell’Ordine dell’Imam, nata nel 1989 per volontà di Khomeini per gestire beni confiscati. Un compito temporaneo, in teoria. Ma col tempo, quell’organismo si è trasformato in un impero economico valutato intorno ai duecento miliardi di dollari, paragonabile alle oligarchie russe. Il suo tratto distintivo?L’opacità assoluta. Il Setad non rende conto al Parlamento, né ai ministeri. Risponde soltanto alla Guida Suprema. È uno Stato dentro lo Stato, un sistema parallelo che investe in telecomunicazioni, energia, immobiliare, agricoltura, con entrate che superano persino quelle del petrolio iraniano.
Ma il Setad non è solo denaro. È controllo! Accanto a esso operano i bonyad, fondazioni caritatevoli che distribuiscono aiuti, costruiscono scuole, sostengono famiglie. Una rete di dipendenza, dove la carità diventa strumento politico. Il messaggio è chiaro: il regime è l’unico che ti protegge! Lo stesso meccanismo che alimenta Hezbollah in Libano. Ed è in questo contesto che emerge Mojtaba Khamenei, secondogenito dell’attuale Ayatollah, indicato come il successore designato.
La sua ascesa segnerebbe una rottura con un tabù fondamentale della Repubblica Islamica: la non ereditarietà del potere. Ma Mojtaba non è un semplice figlio al posto giusto. Per anni è stato l’ombra del padre, il custode delle informazioni, colui che decideva chi poteva avvicinarlo. Si dice sia stato il regista della repressione dell’Onda Verde nel 2009 e del movimento “Donna, Vita, Libertà” nel 2022. Il suo patto con i Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, è saldo. Per loro, è la garanzia che il sistema militare ed economico resterà intatto. Le leve del potere non cambieranno mano.
E poi c’è il piano più personale. Mojtaba, come il padre, possiede una fortuna stimata in centinaia di milioni, con proprietà a Londra e Dubai. Qui, il potere politico e quello economico si fondono senza soluzione di continuità. Come ha osservato un analista israeliano, in un sistema dove ricchezza e accesso dipendono dalla vicinanza al vertice, la sopravvivenza del regime coincide con la sopravvivenza personale dell’élite. Per farlo crollare, servirebbe che qualcuno tra coloro che ne traggono vantaggio decidesse di voltare pagina. La nomina di Mojtaba va nella direzione opposta: blindatura, continuità, rafforzamento.
In mezzo a tutto ciò, la voce di Donald Trump. In conferenza stampa, annuncia che la guerra contro l’Iran finirà presto, che gli obiettivi militari sono vicini. Parla di colpire la produzione elettrica, ma di aver lasciato alcuni bersagli in serbo. Minaccia ritorsioni se il petrolio venisse bloccato. E poi, con un colpo di realpolitik, dichiara che gli Usa sono pronti a ridurre sanzioni sul petrolio iraniano – e persino su quello russo – pur di calmierare i prezzi prima delle elezioni. Intanto, la NATO abbatte un missile sopra la Turchia, gli Emirati subiscono attacchi di droni, e un proiettile uccide un parroco in Libano, padre Pierre El Raii.
Trump, commentando la possibile ascesa di Mojtaba, dice: “Un grosso errore, non so se durerà”. Una frase pronunciata da chi sta bombardando, certo. Ma tocca un punto vero. La durata non dipende solo dai raid o dalle sanzioni. Dipende dal rapporto tra un regime che si chiude a cerchio attorno ai suoi interessi e una società che, più volte, ha mostrato di volere altro. Il cardinale Parolin parla di “immane tragedia” che rischia di allargarsi, e ammette che le parole della Santa Sede sembrano cadere nel vuoto. Eppure, dice, bisogna continuare a seminare.
Forse è proprio qui il nodo. Mentre le bombe cadono e i mercati oscillano, mentre un nuovo leader si prepara a governare all’ombra dei Pasdaran e di un impero finanziario smisurato, la domanda non è soltanto se durerà… ma a quale prezzo e cosa resterà dopo.
Perché anche nei sistemi più chiusi, la storia lascia sempre delle crepe. E a volte, chi semina nell’ombra non sa mai chi raccoglierà. Ma come ripeto spesso: anche il muro più spesso ha delle fessure, ed è da lì che, prima o poi, filtra la luce di ciò che si credeva sepolto!
C’è un momento – in ogni crisi internazionale – in cui i fatti smettono di essere semplici incidenti e iniziano a sembrare frammenti di un disegno più grande.
Oggi, leggendo le cronache di queste ore, ho la sensazione di sfogliare nuovamente quel copione, come se quanto da me abbozzato, stia iniziando a concretizzarsi, e che qualcun altro, nel caso specifico Teheran, sta riscrivendo in fretta.
L’episodio in sé è quasi paradossale, eppure assume contorni nuovi. Un missile iraniano, lanciato chissà con quale intento, viene abbattuto sui sistemi Nato e i suoi detriti cadono sul suolo turco, non più ad Hatay, ma a Gaziantep.
Ankara, ancora una volta, convoca l’ambasciatore e promette di adottare tutte le misure necessarie. La Nato osserva, e tutto sembra rientrare nei binari di un incidente di percorso. Eppure, mi chiedo: quando un pezzo di territorio nazionale viene violato, anche per errore, non si apre per il paese colpito una finestra di legittimità nuova?Non diventa possibile, all’improvviso, ciò che fino al giorno prima sarebbe apparso come una provocazione inaccettabile?
Perché la verità è che la Turchia, in questi anni, non ha mai smesso di prepararsi. Ha tessuto relazioni silenziose con l’Azerbaigian, ha stretto accordi con le repubbliche turcofone del Caspio, ha trasformato la sua industria dei droni in un volano di influenza. Ha costruito, insomma, l’impalcatura di un progetto che aspetta solo il pretesto giusto per alzarsi in volo e diventare struttura visibile. E quel pretesto potrebbe essere arrivato, non nella forma di un’invasione, ma di un frammento di metallo caduto dal cielo.
Ma occhio: proprio ora, mentre traccio queste righe, la scena si è affollata e il copione si è fatto intricato. Il nuovo Guida Supremo, Mojtaba Khamenei – succeduto al padre – pronuncia il suo primo discorso. Putin corre a garantire il sostegno russo: un messaggio chiaro per blindare l’asse con Teheran, anche se io resto scettico (sembra più una mossa di facciata che altro). Intanto, l’Europa arranca nel tentativo di mediare.
E poi ci sono i numeri, freddi e impietosi: Dombrovskis parla di rischio stagflazione se il conflitto dovesse protrarsi, e l’alluminio vola ai massimi da quattro anni. La guerra ha già un prezzo, e lo stiamo pagando tutti. Il quadro, intanto, si fa sempre più complesso e denso di contraddizioni.
Il Libano, bersagliato dai raid israeliani, si dice pronto a negoziare con Tel Aviv per una pace solida e duratura. In Iraq, il Kurdistan semi-autonomo ripete come un mantra che non si lascerà trascinare in alcun conflitto, ma i Pasdaran iraniani continuano a dedicare le loro ondate di attacchi al nuovo leader, con il grido “Labbayk ya Khamenei”, consapevoli che il confine è poroso e che le vecchie promesse di neutralità contano poco quando il regime è accerchiato.
E così, mentre i curdi iracheni cercano di tenersi fuori, i loro fratelli di Turchia, quelli del partito DEM, lanciano un monito che riecheggia nel vuoto: il cambiamento in Iran deve venire da dentro, non può essere importato sulle ali dei bombardieri.
E poi c’è l’intreccio degli allineamenti, che diventa ogni giorno più vertiginosa: L’asse tra Turchia e Arabia Saudita si consolida, ma oggi Riad condanna gli attacchi iraniani come ingiustificati, e il Qatar parla di un grande senso di tradimento dopo essere stato colpito dal suo vicino. Per Ankara, riportare i paesi del Golfo su posizioni meno allineate allo Stato ebraico significa allargare il proprio spazio di manovra, ma è un gioco pericoloso, perché quei paesi, colpiti dalla rappresaglia, potrebbero presto decidere che è giunto il momento di passare dalla difesa all’attacco.
E un’escalation generalizzata, per la Turchia, significherebbe anche un’altra minaccia: quella di vedere i curdi siriani approfittare del caos per consolidare la loro autonomia, esattamente come accadde nel 2012.
La guerra, intanto, si allarga in modi inaspettati. Un sottomarino americano affonda una fregata iraniana, l’India concede l’attracco alle navi di Teheran, e l’Europa, con Macron, si prepara a missioni difensive per riaprire Hormuz. Il messaggio è chiaro: chi ha deciso di colpire il regime degli ayatollah non ha intenzione di fermarsi, ma la comunità internazionale si muove in ordine sparso, tra tentativi di de-escalation e nuovi allineamenti.
In tutto questo, la Turchia si muove su un crinale sottile. Da un lato, c’è la paura di una nuova ondata di instabilità curda alla sua frontiera; dall’altro, la consapevolezza che questa crisi potrebbe offrirle ciò che ha sempre cercato: il ruolo di snodo centrale tra Oriente e Occidente, il controllo di rotte energetiche che aggirano il Golfo, la possibilità di sedersi al tavolo dei grandi mentre si ridisegna la mappa.
I detriti caduti a Gaziantep non sono solo macerie di un attacco fallito, sono, per chi sa guardare, il segno che il futuro sta bussando alla porta. E questa volta, forse, Ankara è pronta ad aprirlo, mentre il mondo trattiene il fiato e si chiede quale sarà la prossima mossa in questa partita che sembra non avere più regole.
Se ripenso per un istante alle parole che scrissi in quel lontano 28 novembre 2018, non posso che riflettere su come quella profezia antica riportata nel libro di Ezechiele sia ora reale…
E difatti, davanti alle notizie del Tg, rivedo quelle mappe storiche sovrapposte a quelle odierne e mi chiedo come sia possibile che testi scritti migliaia di anni fa possano anticipare con precisione quasi imbarazzante le tensioni attuali.
Parlavo di Magog, Rosh, Meshech e Tubal, nomi che molti studiosi identificano con la Russia, e di Persia, oggi Iran, mentre segnalavo come Gomer e Beth-Togarmah – territori corrispondenti all’attuale Turchia – fossero parte integrante di quella coalizione profetizzata. Scrivevo di quella profezia che descriveva un conflitto destinato a scatenarsi “alla fine degli anni” e cioè quando Israele, tornato nella sua terra, avrebbe vissuto “al sicuro“, ignaro del pericolo che si covava intorno ad esso.
Ed oggi, mentre osservo l’Iran lanciare missili che cadono sul suolo turco, mi ritrovo a pensare come certe parole, per quanto lontane nel tempo, non siano mai davvero morte: già… si trasformano, si adattano, e a volte tornano a galla proprio quando meno te lo aspetti, come relitti portati alla superficie da correnti che nessuno aveva previsto.
Non voglio cadere in quel facile parallelismo tra antico e moderno, né tanto meno ridurre la complessità della politica internazionale a una sorta di sceneggiatura (per di più…) “divina”, ma è innegabile che le nazioni indicate a suo tempo da Ezechiele siano proprio le stesse che oggi si muovono ai margini di un nuovo ordine mondiale: L’Iran, identificato con la Persia biblica, è sempre più stretto tra le sanzioni e i conflitti regionali; la Turchia, erede di Gomer e Togarmah, cerca di ridefinire il proprio ruolo tra Europa e Asia; e la Russia, letta come Magog, osserva in silenzio, pronta a inserirsi nei vuoti di potere che si creano.
Quando scrissi quel post, non immaginavo che proprio queste sarebbero diventate i protagonisti di una partita in cui ogni mossa sembra confermare l’ipotesi che nulla accada per caso. E ora, con un missile iraniano abbattuto nei cieli di Hatay, mi chiedo se non stiamo assistendo a uno di quei momenti in cui la storia, quasi per scherzo, si piega su se stessa, richiamando schemi antichi per raccontare conflitti nuovi.
Sì… perché c’è qualcosa di familiare nel modo in cui l’Iran, oggi, si ritrova a compiere un gesto che potrebbe trasformarsi nel pretesto perfetto per la Turchia. Proprio come avevo scritto nel 2018, la coalizione descritta nel testo sacro non era tanto un’alleanza stabile, quanto un insieme di interessi contingenti destinati a sgretolarsi non appena uno dei protagonisti avesse trovato un vantaggio da sfruttare. Ora, mentre Ankara convoca l’ambasciatore iraniano e la Nato condanna con toni misurati, mi sembra di vedere proprio questo: una frattura che si apre nella presunta coesione tra Teheran e i suoi vicini.
Non è un caso che proprio Hatay – quel lembo di terra a sud-est della Turchia – sia diventato il teatro di questo episodio. Nella mia analisi del 2018, avevo notato come Beth-Togarmah, menzionata da Ezechiele, fosse spesso associata a questa regione. Oggi, con i detriti del missile sparsi tra Dörtyol e İskenderun, quel crocevia sembra riprendere vita non come luogo di conflitto, ma come punto di partenza per qualcosa di più ambizioso: il corridoio eurasiatico di cui ho parlato più volte, quel ponte tra il Mar Caspio e il Mediterraneo che potrebbe ridisegnare le rotte commerciali del futuro.
La profezia di Ezechiele parlava di cataclismi naturali e confusione tra le truppe invasore; qui, invece, il cataclisma è silenzioso, fatto di calcoli strategici. E mentre Washington guarda con interesse a un’alternativa alle rotte tradizionali, mentre Mosca e Pechino calcolano i tempi per inserirsi nel nuovo equilibrio, Ankara potrebbe aver trovato il momento giusto per agire e andare a prendersi quell’importante sbocco sul Mar Caspio!.
Non sto dicendo che la profezia si stia avverando alla lettera, né che la Turchia stia recitando un ruolo scritto millenni fa, ma è innegabile che certe convergenze, certe coincidenze, certe sovrapposizioni tra passato e presente, ci invitino a guardare oltre la superficie degli eventi. Quando scrissi quel post nel 2018, non immaginavo che proprio Hatay sarebbe diventata il punto di contatto tra antico e moderno, tra profezia e geopolitica.
E così, dopo aver anticipato il post “Turchia e Caspio: come l’instabilità iraniana potrebbe disegnare un nuovo corridoio eurasiatico“-https://nicola-costanzo.blogspot.com/2026/03/turchia-e-caspio-come-linstabilita.html – osservo ahimè in queste ore il Tg con le sue immagini segnate dai detriti di un missile e mi chiedo se non stiamo assistendo a qualcosa di più profondo di un semplice coinvolgimento: forse, siamo giunti a quel momento, sì… in cui la storia, per una volta, decide di ricordarci che i suoi schemi, pur cambiando forma, non smettono mai di esistere!
Come sempre, provo a immaginare cosa potrebbe accadere dal punto di vista militare e, di conseguenza, sul riassetto geografico di alcune regioni.
Sono certo che, come solitamente accade dopo la pubblicazione delle mie riflessioni, si metteranno in prima fila i “tuttologi” di questo nostro Paese, pronti a riprodurre scenari di invasioni militari e iniziative integrate che mirano a creare quel corridoio dall’Asia centrale all’Europa.
Comprenderete come la conquista di quel passaggio diventerebbe di fondamentale importanza: permetterebbe infatti a tutte le merci provenienti dall’Asia centrale, fin dentro l’Oceano Pacifico, di raggiungere il Mar Caspio, attraversarlo e far transitare i flussi mondiali dalla Turchia verso tutto il Mediterraneo.
Sarebbe qualcosa di incredibile, una spinta che porterebbe lo sviluppo della Turchia a livelli inauditi: una rete di trasporto capace di collegare l’Asia profonda all’Europa passando per l’Asia centrale, il Mar Caspio, il Caucaso meridionale e quindi la Turchia. Ma non solo, quel ponte diventerebbe un collegamento strategico, ampliando quelle relazioni a “doppio binario” di stretta cooperazione energetica ed economica con la Russia.
Immaginate se queste mie ipotesi venissero lette da qualche militare turco ai piani alti, il quale potrebbe cominciare a riferirne a chi di dovere, come al ministro degli Esteri o allo stesso Presidente Erdogan, facendo comprendere come questa rotta commerciale diverrebbe certamente la più affidabile e veloce tra i due continenti.
Non solo, questo nuovo sbocco marittimo porterebbe Ankara a consolidare il suo ruolo di hub energetico regionale, ampliando il rilancio del gasdotto transcaspico, un’infrastruttura da sempre discussa ma mai realizzata, che porterebbe il gas naturale del Turkmenistan attraverso il Mar Caspio fino alla Turchia e da lì verso tutta l’Europa.
Certo, per realizzare quanto ora ipotizzato, serviva una spinta e la situazione instabile dell’attuale governo iraniano potrebbe costituire il motivo per dare il via a quell’azione militare dirompente su terra iraniana; un’azione che verrebbe vista in maniera favorevole anche dagli U.S.A., dalla Russia, ma ritengo anche dalla Cina, che vedrebbe in questa nuova rotta commerciale una forte riduzione della dipendenza dalle vie tradizionali.
Abbiamo visto come in questi anni la Turchia abbia giocato un ruolo cruciale in ambito militare, trovando altresì supporto nelle tre nazioni ad essa vicine e affacciate per l’appunto sul Mar Caspio: Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan, che hanno potuto contare su Ankara per una maggiore espansione delle proprie marine militari. Un supporto che si è concretizzato negli anni includendo la fornitura di navi e droni, come i famosi “Bayraktar TB2″, tanto che un segnale forte di questo allineamento è stato compiuto attraverso l’esercitazione militare congiunta nel 2024 chiamata “Birleistik”, svoltasi in Kazakistan.
Ecco perché prevedo che a breve la strategia turca inizierà a rimodellare gli equilibri geografici e quindi geopolitici nel Mar Caspio, erodendo così l’influenza tradizionale dell’Iran e ampliando la sua posizione, già di per sé dominante. Non dimentichiamo inoltre il grande interesse dell’Unione Europea e della Cina e gli investimenti massicci compiuti per la cosiddetta “Via della Seta”, il tutto per diversificare le loro rotte commerciali ed energetiche, riducendo così la dipendenza da quelle che passano per altre rotte.
Vedrete come quanto ipotizzato si trasformerà in realtà; ci vorrà forse del tempo, ma quanto verrà compiuto dalla Turchia non sarà visto come una “conquista” di terre, ma come una grande possibilità di collaborazione tra i popoli, una rete di alleanze e infrastrutture che proietteranno non solo la Turchia come potenza centrale nel Mar Caspio, ma con l’obiettivo di diventare essa stessa un indispensabile ponte energetico e commerciale tra Oriente e Occidente.
C’è un odore strano in queste ore che arriva da quella parte di mondo…
Un’aria che non si limita a sfiorare le coste che dal Mediterraneo orientale si ergono al Golfo Persico, ma si insinua silenziosa nelle pieghe dei notiziari, nei toni misurati dei diplomatici, nelle manovre navali che nessuno commenta troppo a voce alta.
Tra qualche giorno, forse ore, gli Stati Uniti potrebbero attaccare l’Iran! Non è una previsione buttata lì per alimentare il panico, né uno di quegli allarmismi che svaniscono con il cambio della marea, questa volta c’è qualcosa di diverso nel modo in cui le cose vengono dette, nel modo in cui certe fonti – come il New York Times – lasciano trapelare dettagli con la precisione di chi sa già dove si andrà a parare.
Trump, pare, stia valutando un colpo preciso, chirurgico, qualcosa che dimostri a Teheran che i tempi dell’ambiguità sono finiti. E mentre a Ginevra si prepara l’ennesimo incontro tra negoziatori, molti lo vedono non come un passo verso la pace, ma come l’atto finale prima dello scempio.
Eppure, se si osserva con attenzione, non sembra esserci più nessuno davvero interessato a fermare ciò che sta per accadere. Non perché tutti vogliano apertamente la guerra, ma perché a nessuno conviene evitarla. Prendete i paesi del Golfo: ufficialmente, chiedono dialogo, moderazione, soluzioni pacifiche. Ma basta leggere tra le righe per capire che un Iran privato del suo programma nucleare, o addirittura destabilizzato da un intervento esterno, rappresenterebbe per loro una liberazione strategica.
Hanno paura, eccome se ne hanno. Paura di un equilibrio che si sposta, di un vicino che diventa padrone della regione grazie alla minaccia atomica. E allora, anche se restano in silenzio, anche se firmano dichiarazioni di pace, quel silenzio suona come un assenso. Perché quando il fuoco parte, saranno i primi a soffiare sulle braci.
E poi ci sono gli altri protagonisti di questa partita senza regole. Trump, certo. Ma anche Netanyahu; due uomini ai quali, in fondo, serve lo stesso risultato: distogliere lo sguardo. Uno è alle prese con inchieste che non accennano a placarsi, con un consenso interno che si sgretola, con un’immagine pubblica messa a dura prova da scandali che non riesce più a controllare. L’altro, dall’altra parte del Medio Oriente, ha problemi simili: accuse, processi, opposizioni crescenti.
In momenti come questi, cosa c’è di meglio di un nemico comune? Di un conflitto che riunisca la nazione attorno alla bandiera, che cancelli i titoli sui giornali dedicati ai guai personali e li sostituisca con quelli sul coraggio del leader? Per entrambi, un attacco all’Iran non sarebbe solo una decisione geopolitica. Sarebbe una terapia mediatica. Una resurrezione politica costruita sulle macerie di un altro paese.
Le navi americane sono già in posizione ed altre stanno arrivando… I piani operativi, si dice, includono obiettivi altissimi: non solo impianti nucleari, ma figure centrali del regime, persino il successore designato di Khamenei. A Teheran, intanto, Ali Larijani viene preparato al ruolo di transizione, come se tutti sapessero già che il tempo stringe, che il cielo potrebbe aprirsi in qualsiasi momento su un temporale di fuoco e metallo.
Lo chiamano “piano di continuità”, ma in realtà è un rito funebre anticipato, una conferma che nessuno crede più alla pace. Anche i manifestanti, gli studenti che gridano “Morte al dittatore” nei campus, entrano in questo disegno. Chi ci guadagna dalla loro ribellione? Forse Trump, che può dipingere l’Iran come un paese allo sbando, pronto a essere liberato da un intervento esterno? O forse proprio il regime, che usa la minaccia di guerra per giustificare la repressione, per tenere uniti i ranghi sotto la bandiera del pericolo nazionale?
E così, mentre Araghchi parla di accordi “win-win” e di porte ancora aperte, mentre si discute di concessioni e controlli, la macchina militare continua ad avanzare, indifferente alle parole. La diplomazia sembra ormai una scenografia, un sipario che copre quello che sta per accadere dietro le quinte. La verità, forse, è che la guerra non è mai solo una questione di politica estera. È anche, e soprattutto, una questione di politica interna. È il modo più antico per distogliere lo sguardo, per spostare l’attenzione da ciò che non funziona a casa verso un nemico comune, lontano e sconosciuto.
E in questo gioco di specchi, l’Iran, gli ayatollah, il loro programma nucleare, diventano solo una pedina, una scusa perfetta per regolare i conti che non hanno nulla a che fare con l’uranio arricchito.
Già… quello che permette di rimettere tutto in ordine, almeno per un po’. Giovedì a Ginevra parleranno ancora, ma io ho il presentimento che, quando torneranno alle loro capitali, l’aria avrà già cambiato odore e non sarà il profumo delle trattative compiute… ma viceversa, sarà l’odore della polvere da sparo
Dando seguito a quanto già pubblicato, emerge ora con maggiore chiarezza il paradosso che attraversa gli Stati Uniti: da una parte c’è una montagna di carta straccia, dall’altra il ruggito di un’economia che, a guardare certi numeri, sembra non sapere nemmeno che esista un baratro.
Come riportavo nel precedente post vi sono trentottomila miliardi di dollari di debito federale che ballano e non sono una cifra irrisorio: sono un abisso camuffato da bilancio.
Il Dipartimento del Tesoro lo chiama “percorso fiscale insostenibile”, ma intanto quel percorso continua, anzi accelera: ogni giorno aggiunge un altro miliardo al mucchio, al doppio del ritmo medio di questo secolo. E la cosa più inquietante non è quanto si deve, ma a cosa serve quel denaro. Sempre di più, serve solo a pagare il privilegio di averlo preso in prestito.
Gli interessi ormai divorano circa mille miliardi di dollari l’anno, più della difesa nazionale, più di qualsiasi altra voce di spesa. È un fiume di contante che non costruisce scuole, non ripara strade, non finanzia ricerca: scorre verso i conti di investitori esteri, fondi sovrani, banche centrali lontane. Ogni centesimo speso per tenere a galla il debito passato è un sogno futuro che affonda. Come dice Michael Peterson, senza giri di parole, quei soldi “escludono importanti investimenti pubblici e privati nel nostro futuro”. Non è retorica: è aritmetica.
Un tempo, l’America aveva già visto un debito simile rispetto al Pil, alla fine della Seconda guerra mondiale. Ma allora c’era una nazione unita, una crescita vigorosa, una disciplina fiscale condivisa. Oggi non c’è niente di tutto ciò. C’è solo l’abitudine di vivere un po’ al di sopra dei propri mezzi, anno dopo anno, decennio dopo decennio, come se il conto non dovesse mai arrivare. Gli analisti sanno ancora quale sia la ricetta: crescita più rapida, spesa più intelligente, entrate più solide. Ma servirebbero visione, coraggio, pazienza. Qualità rare in un clima politico dove l’orizzonte si misura in mesi, non in generazioni.
Eppure, mentre il quadro fiscale si fa sempre più cupo, l’economia reale danza sotto luci diverse. Il Pil del terzo trimestre 2025 è schizzato al 4,3% annualizzato, superando ogni previsione. I consumi delle famiglie tengono, soprattutto nei servizi: sanità, farmaci, viaggi. Le aziende investono in macchinari, software, proprietà intellettuale, forse puntando tutto sull’automazione e sull’intelligenza artificiale. La produttività del settore non agricolo fa un balzo in avanti, segnale che qualcosa, là fuori, sta cambiando davvero.
Ma è una crescita che brucia. Funziona bene per chi ha risparmi da spendere, ma lascia indietro chi conta ogni centesimo. È una corsa a due velocità, alimentata da una minoranza abbiente, mentre le fasce medie stringono la cinghia. L’inflazione, pur in calo, continua a rosicchiare il potere d’acquisto, costringendo la Federal Reserve a camminare su un filo sottile. E il mercato del lavoro, pur solido, mostra i primi segni di stanchezza: nel 2025 sono stati creati appena 584.000 posti, il dato più basso dal 2020, e il manifatturiero ne ha persi quasi settantamila. Il tasso di disoccupazione si è assestato al 4,4%, un numero tranquillo sulla carta, ma che nasconde un rallentamento reale.
Allora, siamo di fronte a un gigante dai piedi d’argilla o a un organismo malato ma ancora vitale? Forse la risposta è nella contraddizione stessa. L’America spende più di quanto guadagna da mezzo secolo, accumulando un fardello che peserà sulle spalle dei figli e dei nipoti. Eppure, la sua economia continua a correre a un ritmo che l’Europa può solo invidiare. La tecnologia spinge la produttività, i consumi resistono, il sistema tiene, per ora.
Il vero fallimento non è economico, almeno non ancora. È politico. È l’incapacità di guardare oltre il prossimo ciclo elettorale, di affrontare la verità scomoda che il debito non è un problema “tecnico”, ma una scelta collettiva rinviata all’infinito. È l’assurdo di un’amministrazione che, per fare cassa, alza dazi che finiscono per colpire i propri cittadini e le proprie imprese, mentre cerca di ritirarsi da impegni globali non perché vuole la pace, ma perché non se li può più permettere. È la resa di fronte alla complessità, la preferenza per lo scontro dello “shutdown” piuttosto che il compromesso della governance.
L’ambizione di cui parla il Presidente Trump non non è quella di una nazione importante che vuole progettare un domani migliore per tutta l’umanità, assomiglia piuttosto alla frenesia di chi, sentendo bussare la scadenza, cerca di arraffare tutto il possibile prima che la musica finisca. È l’esibizione di chi vende il futuro come fosse fumo, già… per pagare gli interessi del passato!
Il default non è imminente, non ancora. Ma l’erosione della credibilità, della leadership, dello spazio per manovrare, è già in atto. E così resta sospesa, nell’aria densa di questa contraddizione, una domanda semplice: per quanto tempo ancora dovremmo restare sull’orlo del burrone, prima che il terreno sotto i nostri piedi decida di franare?
Ecco il mio telefono rosso che vibra sulla scrivania di mogano, silenzioso ma insistente, come se sapesse già che la mia mano esiterebbe prima di sfiorare quell’apparecchio freddo.
Quella stessa mano che per trentacinque anni ha misurato cemento, controllato quote, firmato verbali – non è preparata a rispondere a presidenti.
Eppure ora sono qui, in questo ufficio, neppure troppo elegante per me, visto che ne ho avuti di più raffinati, con la luce del pomeriggio che filtra tra le tende e taglia l’aria in diagonale, quasi fossimo in un film di Hitchcock.
La tentazione sarebbe quella di parlare con lui di geopolitica, di demolire quei muri alzati per dividere confini e popoli, di finirla con invasioni e conflitti compiuti in maniera arbitraria, ma la mia mente – quasi per analogiami riporta nuovamente ai cantieri che ho diretto, alle piogge improvvise che fermavano i lavori, alle liti tra soci sulle varianti in corso d’opera, ai permessi bloccati per mesi che facevano marcire persino i progetto più ambiziosi – quasi mi volesse ricordare che costruire non è mai un atto di potere, ma di ascolto: ascolto del territorio, dei cittadini, ancor prima dei materiali o delle norme che – per quanto il più delle volte ignorate – servono per non far crollare città, paesi e infrastrutture.
Perché le norme, per quanto lente, sbagliate, da correggere, esistono, sì… per non far crollare ciò che si erge: non solo strutture, edifici, ma comunità, fiducia, futuro. E così mentre il telefono continua a vibrare, immagino la sua voce dall’altra parte, pronta a semplificare il mondo in frasi secche, mentre io qui fatico a spiegare persino a un mio amico perché nel realizzare un solaio non si improvvisa.
Chiunque al mio posto si chiederebbe: cosa posso dire a un uomo abituato ai riflettori, alle dichiarazioni a caratteri cubitali, alle certezze urlate? Ed anch’io che per mestiere ho imparato che ogni muro di contenimento richiede pazienza, che ogni strato di costipazione ferroviario va verificato, più e più volte, che la sicurezza non è uno slogan ma un calcolo preciso fatto di prevenzione e responsabilità, mi sento un fremito nella voce.
E difatti, mentre il telefono continua ancora vibrare, immagino la sua voce dall’altra parte, pronta a chiedersi perché uno come me, non stia immediatamente rispondendo, già… a differenza di egli che tenta di semplificare il mondo come fossero tweet, senza spiegare i motivi di quelle sue decisioni e ancor meno chiedersi per un istante se quanto posto in atto, fosse realmente corretto.
Sì… c’è qualcosa di profondamente surreale nel dover sintetizzare in poche parole le ansie di questi anni, ad esempio, il clima internazionale che muta come un temporale estivo, le città che tremano sotto il peso delle bombe a causa di decisioni prese in stanze lontane, la burocrazia che avvolge ogni cosa come nebbia fitta, nascondendo qualsiasi prospettiva.
Ed allora, per l’ennesima volta, la mia vita si ritrova a lottare, sì… contro chi decide senza competenza, contro chi blocca senza motivi, ma d’altronde, cosa potrei aggiungere a un dibattito globale sepolto sotto strati di retorica? Forse questo: che ogni grande questione si risolve seduti intorno a un tavolo, con calma, nel dettaglio, parlando in maniera serena e senza alzare la voce.
Così la mano resta sospesa sopra il telefono rosso, non per paura, né per mancanza di rispetto, ma per una forma di riguardo verso la complessità del momento che stiamo attraversando. Penso a tutte le persone che oggi soffrono, in Ucraina, a Gaza, in Sudan, Sahel (Burkina Faso, Mali, Niger), Myanmar, Repubblica Democratica del Congo (RDC), Somalia, Mozambico, ma anche in quelle “micce ad orologeria” pronte ad esplodere come Venezuela, Iran, Cuba, Penisola Coreana, Taiwan, Sud-est asiatico, Siria, Yemen, sì… rifletto su tutte quelle terre in cui la guerra ha sostituito il dialogo, dove il rumore delle armi ha soffocato la voce della ragione.
Perché certe domande non cercano risposte immediate, ma richiedono uno sguardo lungo, paziente, disposto al sacrificio. Costruire – qualsiasi cosa si costruisca – significa guardare oltre l’oggi, senza fretta, senza slogan, con le mani sporche sì… ma la testa libera da strategie che avvantaggiano una parte a scapito dell’altra.
Significa ricordare sempre che ogni fondazione, per reggere il tempo, deve poggiare su un terreno di giustizia condivisa e che ogni opera umana, per avere senso, deve tendere a un unico obiettivo: LA PACE! Non come assenza di guerra, ma come presenza attiva di rispetto, ascolto, volontà di costruire insieme ciò che nessuna bomba potrà mai abbattere.
Ecco, ora la mano si posa su quel telefono rosso, lo alzo, ma questa volta non per parlare di muri da alzare, ma di ponti da costruire. Perché alla fine, l’unica risposta degna di un presidente – o di un semplice direttore tecnico come me – è sempre la stessa: lavoriamo per la pace, con la stessa cura con cui si getta una fondazione… senza la quale, tutto crolla!
Ho ascoltato le parole del Presidente Trump e nel ripensare alle parole espresse dal sottoscritto pochi mesi fa, non posso che sentire il peso amaro di una storia che sembra ripetersi, avvolta in una nuova e pericolosa spirale.
Ciò che sta accadendo ora, in queste prime giornate del 2026, non è che l’ultimo, logico capitolo di un regime che ha da tempo smesso di servire il suo popolo, per servire solo se stesso e i suoi alleati più oscuri.
Già… la sostanza, purtroppo, non cambia, cambiano solo le minacce che risuonano dall’esterno, mentre all’interno il buio e la sete rimangono gli stessi.
Quando l’11 gennaio il presidente statunitense Donald Trump ha lanciato il suo ultimatum a Cuba, esortando l’isola a “fare un accordo prima che sia troppo tardi”, le sue parole hanno riecheggiato come un tuono minaccioso nel cielo già tempestoso dei Caraibi.
La risposta del presidente Miguel Díaz-Canel, fiera e stanca insieme, è stata quella di chi brandisce la bandiera della sovranità nazionale come un ultimo, consunto scudo. “Siamo sottoposti a un’aggressione statunitense da 66 anni”, ha dichiarato, promettendo di difendere la patria fino all’ultima goccia di sangue. È un copione che conosciamo a memoria, una litania che serve a giustificare ogni fallimento, a coprire ogni miseria.
E così, mentre i leader si scambiano accuse, la mia mente torna a quelle cifre che avevo scritto: un milione di persone senza acqua, infrastrutture al collasso, e un patrimonio della famiglia Castro che sfiora i diciotto miliardi di dollari. A che servono, allora, le lacrime di sangue versate per la patria, se la patria muore di sete nelle sue case?
Trump, nel suo annuncio, ha colpito deliberatamente il punto vitale: “A Cuba non arriveranno più petrolio e soldi. Zero!”. Il suo riferimento era chiaramente al Venezuela, a quell’accordo di cooperazione stretto con Hugo Chávez che per anni ha tenuto in vita il regime, scambiando petrolio con professionisti cubani. Un patto di sopravvivenza, non di sviluppo. Ora che l’operazione militare statunitense a Caracas ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, ciò che ne consegue costerà la vita a decine e decine di persone, cubani inclusi, perché strappa via quel sostegno vitale, un castello di carte che rischia di crollare definitivamente.
E la domanda sorge spontanea, mentre osserviamo questa nuova, pericolosa escalation: a chi giova veramente questo perpetuarsi della crisi? Il regime grida all’aggressione, Trump brandisce la sua “dottrina Donroe”, una versione grottesca della dottrina Monroe, rivendicando un controllo sul continente che suona come una dichiarazione di guerra. Il ministro degli esteri cubano Bruno Rodríguez parla di uno “stato criminale fuori controllo”. È il linguaggio della guerra fredda, resuscitato in un’epoca che non può più permetterselo.
Eppure, in mezzo a questo duello retorico tra giganti, la realtà quotidiana dei cubani rimane la grande, tragica assente. Mentre Trump suggerisce, quasi per burla, che il segretario di stato Marco Rubio potrebbe diventare presidente dell’isola, a L’Avana i rubinetti sono ancora asciutti. Nei quartieri allagati da una tromba d’aria, il sistema di drenaggio inesistente continua a trasformare ogni acquazzone in una trappola. Il dollaro sul mercato nero ha superato i 400 pesos, un abisso che separa chi ha accesso alla valuta estera da chi è condannato a un salario da fame. I prigionieri politici, come il giovane Marlon Brando Díaz Oliva, marciscono in celle disumane, mentre mezzo milione di persone negli ultimi due anni ha scelto la fuga, votando con i piedi contro un sistema marcio.
L’élite del Gaesa, il conglomerato militare che controlla il 40% del Pil, osserva forse questa nuova tempesta geopolitica non come una minaccia alla nazione, ma come una minaccia ai propri affari. Con quei diciotto miliardi, si potrebbero ricostruire città, pagare medici, portare acqua potabile a tutti. Invece, si preferisce consolidare il potere e stringere alleanze con Russia e Cina, trasformando l’isola in una pedina strategica nel gioco dei grandi, mentre il popolo fa da zavorra.
Allora, quando leggo di queste nuove minacce e di questa resistenza a oltranza, non posso che pensare che la vera tragedia sia proprio questa: la resistenza di un regime alla sua stessa fine, non per amore del popolo, ma per pura e semplice autoconservazione. La risposta alle tue domande di agosto è qui, sotto i nostri occhi. Il regime resiste perché c’è chi, dentro e fuori l’isola, ha interesse a mantenerlo in vita. Ha interesse a sfruttarne la posizione strategica, a usarne la retorica come arma di distrazione, a spartirsi le briciole di un potere che si regge sulla miseria altrui.
E così, mentre i presidenti si sfidano a colpi di comunicati, il popolo cubano resta lì, al buio, come hai scritto tu. Senza acqua, senza cibo, e ora, con questa nuova, pericolosa incertezza che grava sull’orizzonte, anche senza la possibilità di capire se l’acqua tornerà mai a scorrere dai rubinetti, o se sarà solo un’altra promessa sepolta sotto il cemento della propaganda e degli interessi geopolitici.
La bandiera a mezz’asta davanti all’ambasciata statunitense è un simbolo di lutto, certo. Ma forse è il lutto per un intero popolo, da troppo tempo lasciato in attesa di un domani che non arriva mai.
Siamo in una nuova fase del colonialismo, e non è difficile accorgersene se si guarda con occhi svegli oltre il rumore delle notizie ordinarie…
Basti osservare: la Russia muove le sue truppe verso l’Ucraina come se i confini fossero linee disegnate sulla sabbia da cancellare a piacimento; gli Stati Uniti manovrano nel Medio Oriente, in Iran, in Venezuela, e già si parla di nuovi interessi su Groenlandia e Cuba; la Cina stringe i denti guardando Taiwan, e chissà se un giorno la Corea del Nord deciderà che anche quella del Sud sia soltanto un’estensione della sua volontà.
In questo scenario, dove ogni potenza sembra ritenersi autorizzata a riscrivere la geografia secondo i propri appetiti, viene spontaneo chiedersi – con una punta di amara ironia – perché mai noi italiani non dovremmo fare altrettanto? Se lo fanno Trump, Putin, Xi Jinping, Kim Jong-un, perché non noi?
Dopotutto, basta sfogliare qualche pagina di storia meno consumata dal tempo per ricordare come, molte di quelle terre oggi indipendenti o facenti parte di altri Stati, erano – di fatto – un tempo legate al nostro destino nazionale, non per conquista improvvisata, ma per secoli di dominio politico, culturale ed economico.
Penso alla Svizzera italiana, un tempo cuore del Ducato di Milano, dove ancora oggi si parla la nostra lingua e si respira un’aria che sa ancora d’italiano. Oppure al Nizzardo, culla dei Savoia, terra che vide nascere Garibaldi e che fu strappata all’Italia con un colpo di penna, non certo con il consenso popolare.
E la Corsica? Non fu forse Repubblica di Genova prima di diventare francese? E Nizza, già… la meravigliosa Nizza, che ci fu tolta quasi come un ripensamento geopolitico dopo averci dato tanto. Poi c’è la Dalmazia, con le sue città incastonate tra mare e montagna, un tempo fiore all’occhiello della Serenissima, dove le chiese portavano nomi italiani e le strade raccontavano storie veneziane. E persino Malta, piccola ma strategica, appartenne per secoli al Regno di Sicilia, con legami così profondi da lasciare impronte indelebili nella lingua, nell’architettura e nelle tradizioni.
Certo, tutto ciò suona oggi come un’assurdità, e lo so bene. È una provocazione, non un programma, ma proprio perché è una provocazione, merita di essere detta. Perché se continuiamo a fingere che il diritto internazionale sia una barriera invalicabile, mentre intorno a noi si costruiscono nuovi imperi con le macerie delle vecchie sovranità, rischiamo di restare fermi a guardare mentre altri decidono il futuro del mondo. E quel futuro, se non lo si contrasta con fermezza morale e non con ambizioni territoriali, rischia di diventare un teatro dove contano solo i più forti, e non le ragioni dei popoli.
Non sto dicendo che l’Italia debba invadere qualcuno. Sto dicendo che è ora di smettere di far finta che certe logiche non esistano. Se i grandi giocano a riscrivere la mappa del mondo, almeno che lo facciano sapendo che non tutti applaudiranno in silenzio.
Qualcuno deve ricordare loro – con voce ferma, non con la forza, ma se serve anche con quella – che il mondo non è loro proprietà privata e che chiunque si illuda di poterlo ridisegnare a colpi di forza, prima o poi rischia di ritrovarsi solo, circondato da nemici che credeva sudditi, e da alleati che non hanno mai creduto davvero nelle sue promesse.
La vera forza, oggi, non sta nel prendere terre, ma nel difendere principi. E forse, proprio partendo da una provocazione come questa, qualcuno – da lì in alto – inizierà finalmente a capirlo!
Si è sempre ripetuto che i conti dello Stato non sono come quelli di una famiglia, come se la finanza pubblica vivesse in un’altra dimensione, immune dalle leggi del buon senso…
Eppure, guardando oggi la deriva finanziaria degli Stati Uniti, viene da chiedersi se non si sia trattato per decenni di un’illusione collettiva.
Il debito federale ha superato i trentottomila miliardi di dollari, e gli interessi che lo accompagnano divorano ogni anno somme talmente astronomiche da sembrare inventate. Non è più un fardello trasportabile, è un macigno piantato al centro della strada, impossibile da aggirare.
Quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, sapeva bene di non trovare un’azienda in difficoltà, ma un gigante con le ossa rotte e il respiro affannoso. Abituato a leggere bilanci come fossero mappe di battaglia, ha riconosciuto subito l’odore acre del fallimento imminente. I vecchi meccanismi – stampare moneta, accumulare debito, rimandare il conto ai posteri – non funzionavano più. Erano arrivati al capolinea, e quel capolinea era già alle spalle.
Così, ha dovuto abbandonare i toni trionfali del “Salvatore del mondo” per indossare i panni logori del sopravvissuto. La prima mossa è stata brutale, ma necessaria: fare cassa. I dazi imposti qua e là non erano solo strumenti di pressione geopolitica, ma tentativi disperati di riempire un tesoro vuoto. È vero, ricadono sui consumatori americani, rischiano di “soffocare” le ultime industrie rimaste in vita, ma quando sei all’angolo non ti puoi permettere il lusso della delicatezza. La sopravvivenza non ammette cerimonie.
Parallelamente, ha accelerato una strategia militare che non nasconde più le sue ambizioni territoriali. Le basi permanenti annunciate in Groenlandia – presentate come garanzia di sicurezza artica – servono anzitutto a controllare rotte strategiche e giacimenti di terre rare indispensabili per la tecnologia del futuro. In Venezuela, il sostegno aperto a governi alternativi e le manovre congiunte con gruppi paramilitari non mirano solo al cambio di regime, ma al controllo diretto delle riserve petrolifere più vaste del pianeta. E in Medio Oriente, la presenza militare non si riduce: si riorganizza. Si passa da occupazioni costose a punti di forza rapidi, mobili, letali: avamposti capaci di colpire e ritirarsi, senza dover pagare il prezzo di una guerra prolungata, ma assicurando comunque il dominio sulle fonti energetiche.
Il ritiro dall’Afghanistan e da altri teatri non è stato un gesto di pace, ma un calcolo contabile. Non ci sono più soldi per fare il gendarme del mondo a proprie spese. Ora, chi vuole protezione, tecnologia, missili, deve pagare. È una logica spietata, quella del commerciante che trasforma ogni rapporto in una transazione. Gli alleati di ieri diventano clienti di oggi, e i clienti, se non pagano, rischiano di diventare bersagli. Lo stesso piano per militarizzare lo spazio – con la Space Force espansa e nuovi satelliti d’attacco – non è fantascienza, ma un investimento mirato a garantire supremazia anche dove nessuno ancora paga affitto.
Perché è proprio di questo che si tratta, basti osservare la frenesia con cui si agita su Venezuela, Groenlandia, Iran, Medioriente, Nigeria e persino sull’Artico. Non è strategia nel senso classico del termine, è disperazione armata. È il gesto di chi, senza un centesimo in tasca, sceglie tra chiedere l’elemosina o rubare con la pistola in mano. Il petrolio venezuelano, i minerali groenlandesi, il greggio mediorientale non servono più a costruire egemonia ideologica, ma a essere convertiti in fretta in liquidità. Serve denaro, subito, per pagare gli interessi, per guadagnare un altro giorno, un’altra settimana, un altro mese prima che tutto crolli.
È una corsa contro il tempo, e Trump lo sa bene. Un default sotto la sua amministrazione sarebbe una catastrofe storica, ma le vere soluzioni – una riconversione industriale seria, un distacco netto tra economia reale e finanza speculativa, un ritorno alla produzione concreta – richiederebbero anni di stabilità che non ci sono più. Così, si procede a toppe, si razziando risorse, si spremono amici e nemici, nella speranza che l’esplosione avvenga dopo il proprio turno di guardia.
È la fine dell’ambizione di grandezza. Non più il sogno di un’America guida morale e politica del mondo, ma l’incubo di un’impresa fallita che svende i mobili dell’ufficio per pagare gli ultimi stipendi. E quando quel castello di carte finalmente crollerà, non sarà una semplice crisi finanziaria, sarà la bancarotta definitiva di un intero sistema, di un modo di intendere la potenza fondato non sul valore reale, ma sul debito infinito, non sulla produzione, ma sulla speculazione, e ora, sempre più, sulla minaccia militare come strumento di riscossione.
Sarà il crac di un’epoca, e le sue schegge, acuminate e roventi, voleranno ovunque, ferendo senza distinzione chi ha costruito quel gioco e chi, suo malgrado – come noi – ci è rimasto intrappolato dentro
Ciò che è accaduto a Caracas la scorsa settimana – il prelievo di Nicolás Maduro da parte di un commando statunitense – non va letto soltanto come l’ennesima prova di forza di un ex presidente americano tornato sulla scena con toni da campagna elettorale. Certo, c’è anche questo. Ma ciò che mi inquieta davvero è un silenzio più profondo, più eloquente: quello di Pechino, e in misura minore di Mosca.
Poche ore prima dell’operazione, Maduro aveva ricevuto l’inviato speciale cinese in un incontro solenne, quasi rituale, volto a ribadire la solidità del partenariato strategico tra i due paesi. Poi, all’improvviso, il vuoto. Nessuna reazione ufficiale degna di questo nome, solo formule evasive, imbarazzate. È difficile non pensare a un errore di calcolo colossale da parte del governo cinese, o forse a un tradimento interno così ben orchestrato da aver lasciato tutti spiazzati, compresi quelli che fino al giorno prima si credevano al sicuro dietro protocolli blindati e promesse sigillate.
Questo silenzio mi dice che la vera posta in gioco non è più soltanto il petrolio, né lo scontro classico per l’influenza geopolitica. La partita si è spostata altrove, su uno strato invisibile ma decisivo: quello digitale. Negli ultimi anni, la Cina non ha più limitato la sua presenza in America Latina alla vendita di smartphone o infrastrutture fisiche.
Attraverso colossi come Huawei, ha costruito l’impalcatura tecnologica su cui oggi poggiano intere economie: data center per la pubblica amministrazione, piattaforme cloud per le banche, reti di videosorveglianza integrate con l’industria e con la sicurezza nazionale. In Venezuela, queste architetture digitali sono diventate il sistema nervoso di uno Stato già fragile, ormai quasi del tutto dipendente dalla tecnologia cinese, al punto che sulle mappe occidentali il paese appare come un’isola grigia, fuori controllo, ma perfettamente connessa a server lontani migliaia di chilometri.
È qui, credo, che vada cercato il vero obiettivo del blitz americano. Non tanto catturare un narcotrafficante – ruolo che a Maduro è stato attribuito con comoda retroattività – quanto disinnescare un’infrastruttura critica che sfugge al controllo dell’emisfero occidentale. Washington non può permettersi che i meccanismi vitali di un continente che considera suo cortile di casa funzionino su hardware e software forniti da un rivale strategico.
Il Venezuela, in questo senso, è il caso test più estremo: se dovesse trasformarsi in un protettorato de facto, la prima “ricostruzione” non riguarderebbe le strade o gli ospedali, ma proprio quel sistema nervoso digitale. E la vera vittima strategica di questa operazione potrebbe non essere un uomo, ma un’azienda – Huawei – e con essa l’intera ambizione cinese di plasmare il futuro tecnologico del Sud globale.
Mi torna in mente, a questo proposito, un dettaglio spesso trascurato: Maduro non è Chávez. Non proviene dai ranghi militari, ma dal sindacalismo. Questa differenza, apparentemente marginale, potrebbe averlo reso agli occhi dei vertici delle forze armate venezuelane un leader sacrificabile, soprattutto se messo di fronte a pressioni insostenibili o a promesse di salvezza personale.
L’ipotesi di un tradimento interno, di una cerchia infiltrata da elementi conniventi con i servizi americani, non è affatto peregrina. Se ci fosse stato un accordo globale tra potenze – una sorta di “nuova Yalta” tacita – Pechino non avrebbe certo investito tempo e prestigio in un incontro simbolico il giorno prima del rapimento. E Mosca, probabilmente, avrebbe già risolto la questione ucraina in modo diverso. La realtà è più competitiva, più sporca, e segue senza pudore quella strategia di sicurezza nazionale americana che dichiara apertamente il diritto di controllare l’intero emisfero occidentale e di pattugliare le rotte commerciali vitali dall’Estremo Oriente al Golfo Persico.
Ora, per il Venezuela, si aprono scenari incerti, tutti appesi alla reazione dei militari. Si va da una transizione forzata verso un governo filoamericano, a una frammentazione libica con milizie in lotta per il controllo delle risorse, fino a una parcellizzazione silenziosa dello Stato in zone d’influenza. L’obiettivo ultimo, però, non sembra essere l’appropriazione diretta del petrolio, bensì impedire che quelle risorse – e soprattutto l’infrastruttura digitale che le governa – finiscano stabilmente in mani nemiche. In questo quadro, il ruolo di attori come Israele, da tempo interessato al greggio venezuelano per la propria sicurezza energetica, e delle lobby che lo rappresentano, diventa un fattore non secondario, intrecciandosi con una Dottrina Monroe rinnovata e più aggressiva, capace di agire anche senza dichiarazioni ufficiali.
Guardando al contesto globale, l’episodio di Caracas non è isolato. Mi sembra piuttosto un nuovo fronte di quella “guerra mondiale a pezzi” di cui da tempo parlo – un conflitto che non ha bisogno di dichiarazioni formali per esistere. Una nuova aggressione all’Iran è nell’aria, non come gesto di distensione verso Mosca, ma come tentativo di aprirle un secondo fronte, indebolendo così anche Pechino, privata di un alleato strategico. Del resto, i cosiddetti “piani di pace” per l’Ucraina – quelli che il nostro governo celebrava come trionfi diplomatici in tempi non sospetti – puzzano sempre più di trappola, configurandosi come strumenti per istituzionalizzare una presenza americana permanente in Europa orientale.
Quello che è successo a Caracas, dunque, è un precedente inquietante che va ben oltre il destino di un singolo leader. Ha cambiato la percezione del rischio per tutti. Non siamo più di fronte a una semplice guerra commerciale o a sanzioni mirate.
È una guerra di potere che si combatte nei data center, nei pozzi petroliferi, e presto, con ogni probabilità, attorno alle acque calde del Mar Rosso, del Golfo Persico e del Mar Cinese Meridionale, a cui vanno aggiunti il Mar Nero, il Mediterraneo e il Golfo di Aden, ancora oggi snodi critici per la sicurezza marittima globale. Vedrete: non passerà molto tempo prima che le prossime mosse si manifestino proprio lì, dove il silenzio dei server si mescola al rumore delle onde e delle cannoniere
L’operazione condotta stamani a Genova, che ha portato all’arresto di nove persone con l’accusa di finanziare Hamas, non è soltanto un fatto di cronaca giudiziaria, ma uno spartiacque che ci costringe a guardare oltre la superficie, dentro un meccanismo più vasto e inquietante, dove ciò che appare come sostegno umanitario finisce per alimentare la macchina del terrore.
L’indagine ha ricostruito con cura come, dietro le facciate di associazioni benefiche, una parte consistente dei fondi raccolti a nome dei civili di Gaza venisse dirottata verso le casse del gruppo, seguendo flussi di denaro articolati su scala internazionale. È l’immagine di un’organizzazione che non sopravvive per caso, ma grazie a un’architettura finanziaria globale, sapientemente dissimulata dietro la sacralità del soccorso a un popolo in sofferenza, e proprio per questo difficile da smascherare.
Questa realtà obbliga a riconsiderare le dinamiche profonde che tengono in vita il conflitto. Quando sento parlare di disarmo di Hamas, come previsto da alcuni piani di pace, la mia prima reazione non è di speranza, ma di scetticismo, perché mi chiedo: perché mai un gruppo che ha costruito il proprio potere sulla forza militare dovrebbe rinunciarvi di propria iniziativa?
Le sue milizie, nonostante due anni di guerra intensa, rimangono numerose e ben strutturate, e i suoi leader, pur colpiti in più occasioni dai servizi segreti israeliani, continuano a operare, spesso al sicuro fuori da Gaza, protetti da confini e giurisdizioni compiacenti. Per loro, la lotta armata non è uno strumento contingente, ma un diritto inalienabile, un pilastro identitario e strategico inscindibile da un più ampio progetto politico, ovvero la creazione di uno stato palestinese, un obiettivo ancora ostacolato, con tenacia, da molte potenze regionali e internazionali.
È qui che emerge il cuore della questione, non ideologico ma geopolitico. La resilienza di Hamas non si spiega soltanto con la fede o il rancore, ma con una rete fitta di sostegni esterni, dove paesi che si presentano pubblicamente come mediatori di pace hanno storicamente finanziato e ospitato i suoi vertici, vedendo in esso non un nemico da neutralizzare, ma uno strumento per proiettare influenza, destabilizzare avversari, o semplicemente mantenere aperto un fronte utile ai propri equilibri di potere.
Questi attori, mossi da un’opposizione strategica a Israele o dalla necessità di bilanciare le forze nella regione, garantiscono a Hamas una linfa vitale che va ben oltre le donazioni raccolte sotto falsi pretesti umanitari. La lotta armata diventa così un’attività strutturata, sostenuta da capitali, protezione diplomatica e alleanze informali, e ogni tentativo di disarmo si arena in un labirinto di veti incrociati, doppi giochi e obiettivi celati.
Ne deriva un’impasse non casuale, ma calcolata. Da un lato si evocano forze internazionali di stabilizzazione o governi tecnici, ma questi progetti si infrangono sulle reciproche diffidenze e su condizioni che nessuna parte è disposta a soddisfare. Chi dovrebbe garantire la sicurezza rifiuta di collaborare con chi detiene influenza reale sul campo, e chi dovrebbe sostituire le armi con istituzioni credibili è considerato troppo debole o inaffidabile per assumersi il compito.
E nel mezzo, c’è sempre Gaza. Una popolazione usata due volte: prima come copertura emotiva per raccogliere fondi che poi alimentano il terrore, poi come pedina in una partita più grande, dove il suo vero interesse, il suo bisogno di pace, di ricostruzione, di dignità, viene costantemente sacrificato sull’altare di calcoli finanziari e disegni di potere che non le appartengono.
Per questo ritengo che l’operazione di Genova non sia un caso isolato, ma un campanello d’allarme chiaro, un sintomo visibile di come la perpetuazione del conflitto non sia una semplice tragedia, ma una scelta funzionale a molti, mentre il prezzo, sempre lo stesso, continua a essere pagato da pochi.
La cosa più assurda, forse, è che in molti, anche nel nostro governo, hanno avuto il coraggio di celebrare la fine di un conflitto che non è mai finito, visto che proprio in queste ore l’artiglieria israeliana sta bombardando il sud del Libano e gran parte della Striscia di Gaza
Come spesso accade quando scavo sotto la superficie delle notizie ufficiali, finisco per rincorrere le ipotesi più scomode e così, stamani, leggendo della piena operatività del sistema laser israeliano “Iron Beam“, non ho potuto fare a meno di ripensare ai miei post dello scorso anno, e a quel dubbio che in molti, avevano liquidato come un volo di fantasia.
Si era trattato davvero di un incidente, la caduta dell’elicottero del Presidente Ebrahim Raisi, o qualcosa di più? Allora parlavo di armi capaci di bloccare i sistemi elettrici di un velivolo senza lasciare traccia, di tecnologie segrete che potevano sembrare fantascienza.
Oggi, quella fantascienza ha un nome, una potenza di 100 kilowatt, e un costo per colpo di pochi dollari. L’Iron Beam è l’incarnazione tangibile di quel “caso ipotetico” su cui avevo costruito le mie riflessioni.
Rileggendo i miei appunti, mi colpisce la fredda corrispondenza tra la mia ipotesi e le caratteristiche di questo sistema. Avevo immaginato un’arma a raggio laser in grado di accecare e bloccare l’intero impianto elettrico di un veicolo in volo, facendolo precipitare senza un Mayday e senza segni convenzionali di esplosivo. L’Iron Beam utilizza un fascio laser ad alta energia per distruggere droni, razzi e mortai in pochi secondi. Il punto cruciale è il suo funzionamento: non esplode un missile, ma concentra energia sul bersaglio fino a danneggiarlo strutturalmente o a neutralizzarne i sistemi.
È difficile non pensare che una tecnologia simile, in una configurazione diversa, possa essere impiegata per mandare in tilt i delicatissimi sistemi avionici di un elicottero e il fatto che una sua versione sia già stata usata in combattimento nell’ottobre 2024 dimostra che non era un progetto in laboratorio, ma uno strumento operativo e collaudato.
Il quadro si fa ancora più significativo considerando il contesto strategico. Israele ha sviluppato l’Iron Beam come risposta specifica ai droni iraniani, una minaccia persistente e difficile da intercettare. In questa corsa agli armamenti, un’arma laser efficace, precisa e a bassissimo costo rappresenta un cambiamento di paradigma. Ma mi chiedo, e chiedo a voi: quando una nazione sviluppa una capacità difensiva così avanzata e mirata, è così inconcepibile che la stessa tecnologia, o una sua variante, possa essere esplorata in scenari diversi?
Tutto questo getta una luce sinistra su quanto accaduto mesi fa. La sequenza degli eventi si ricompone con una logica spietata. La morte improvvisa di Raisi, l’elicottero precipitato senza segnale, l’assenza di prove di un attacco convenzionale. Poi, le elezioni accelerate e l’ombra del Consiglio dei Guardiani. E ora, a coronamento, l’annuncio trionfante di un’arma laser che sembra uscita dalle pagine del mio primo post.
I media hanno trattato il caso Raisi e la mia ipotesi come due narrative separate. A me, che ho il sospetto di guardare dietro il sipario, viene chiesto di credere a una serie di coincidenze straordinarie. La tecnologia esiste, il movente politico esisteva, l’opportunità forse c’era. Eppure, la versione ufficiale rimane immutata: un tragico incidente.
Forse non sapremo mai la verità sull’incidente di maggio, fintanto che al governo c’è quella classe politica. La storia di queste guerre ombra è scritta su pagine che non ci saranno mai mostrate. Ma ciò che oggi è innegabile, è che le mie “fantasie” di allora erano meno fantasiose di quanto molti pensassero. L’Iron Beam è qui, è reale, e riscrive le regole dell’ingaggio.
La sua stessa esistenza conferma che il dubbio che ho sollevato non era infondato, ma fondato su una comprensione anticipata della direzione della tecnologia militare. Questo non prova nulla riguardo alla morte di Raisi, lo ammetto. Ma dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il mondo in cui un simile evento potrebbe essere stato orchestrato non è il mondo della fantaspionaggio, ma il nostro.
E questa consapevolezza è il primo passo per non farsi raccontare la realtà solo attraverso il comodo filtro dell'”incidente“. La verità è spesso diversa, e talvolta è nascosta in bella vista, nell’annuncio di una nuova, rivoluzionaria, arma da difesa
In questi giorni mi sono domandato, come certamente molti di voi: perché nessun paese arabo, a parte l’Iran, lo Yemen e in parte il Libano, sia andato in difesa concreta dei palestinesi in quest’ultimo terribile conflitto con Israele?
Già, dov’è finita quella ostentata unione islamica?
Ora, per favore, non ditemi che le ragioni vanno ricercate nell’eventuale rischio di una possibile terza guerra mondiale o nel timore che una risposta israeliana – se venisse nuovamente attaccata come nel 1967 da quegli stessi Paesi arabi o da altri – potrebbe spingerla, questa volta, all’uso delle armi nucleari.
Tutta questa situazione è – a mio avviso – molto più semplice da leggersi di quanto i complessi ragionamenti geopolitici vogliano farci credere; ritengo che, se si abbassassero per un attimo i toni della retorica e si osservasse in maniera distaccata gli avvenimenti storici, su quanto finora è accaduto, ecco che la lettura di questa grave crisi mediorientale, diventa, a mio parere, molto più semplice e spietatamente chiara
Abbiamo letto di come l’Egitto e la Giordania, di comune accordo, abbiano stabilito già da anni di non accogliere ulteriori profughi palestinesi, come d’altronde sono parecchi gli altri Stati arabi a non vedere di buon grado “Hamas”.
La conferma peraltro è avvenuta con la “Dichiarazione di New York”, firmata da Paesi come Qatar, Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Turchia ed altri, oltre che dall’Unione Europea…
In quel documento si condannano gli attacchi militari di Hamas (del 7 ottobre dello scorso anno), esortando il gruppo a liberare immediatamente tutti gli ostaggi ancora nelle loro mani e a cedere le armi all’Autorità Nazionale Palestinese, rinunciando così definitivamente al controllo di Gaza.
Con questa firma si comprende come, secondo questi Paesi, il problema sia costituito propriamente da “Hamas”, e che essi, non intendono avere ulteriori problemi, sia interni, accogliendo nuove masse di palestinesi, sia esterni, pensando di dover affrontare Israele in una guerra.
E difatti: l’Egitto non vuole i palestinesi neanche a pagarli, mentre la Giordania – che già ospita circa due milioni di rifugiati – vorrebbe addirittura mandarli via. Il Libano, che ne ha accolti già molti, si è ritrovato in passato, e di nuovo recentemente, con la guerra civile in casa, propria a causa delle tensioni che questi arrivi di profughi, hanno generato. La verità – che nessuno ha il coraggio di dire apertamente – è che i palestinesi, purtroppo, non li vuole nessuno, e questo – ahimè – è un dato di fatto innegabile.
Ecco perché se i palestinesi vogliono un aiuto internazionale concreto, devono decidere una volta per tutte quale strada intraprendere, del resto, pensare di poter continuare una guerra senza una soluzione definitiva è una follia.
Basti osservare la storia di quel territorio: si cerca di trovare una pace da oltre un secolo, da quando nella prima metà del Novecento il movimento sionista e il nazionalismo palestinese iniziarono a scontrarsi per il controllo di quella stessa terra. Non ci sono riusciti loro, e ancor meno ci è riuscita l’ONU, che aveva proposto uno Stato Palestinese già nel 1947.
I palestinesi allora rifiutarono quel piano di spartizione perché volevano di più, e così non ottennero nulla, anzi potremmo dire il contrario, visto che sono passati quasi ottant’anni e quello Stato non è ancora ufficialmente riconosciuto da tutti i paesi del mondo, Italia compresa.
Permettetemi (con l’immagine allegata) di ricordare quel piano ONU del 1947, che assegnava le zone a maggioranza ebraica a Israele e quelle a maggioranza araba alla Palestina. Israele accettò, mentre i palestinesi rifiutarono.
Negli anni seguenti sappiamo bene come le tensioni sociali e i ripetuti conflitti armati, con i paesi arabi confinanti, abbiano portato Israele a vincere e quindi ad espandersi fino alla situazione odierna. Tutto è ancor più precipitato con il raid di Hamas del 7 ottobre, che ha provocato circa 1.200 morti (in gran parte civili) e la cattura di circa 250 ostaggi, alcuni dei quali ancora prigionieri. Un attacco mostruoso nella sua esecuzione, che ha fornito a Israele la motivazione – di fronte alla comunità internazionale – per scatenare il conflitto attuale, con l’obiettivo dichiarato di espellere i palestinesi da Gaza e portare la striscia, alla sua totale annessione.
Per cui da quanto è accaduto possiamo affermare che ciò che restava di quella Palestina disegnata nel 1947, oggi, non esiste più. I palestinesi si sono ridotti a meno di due milioni nella Striscia, mentre gli israeliani sono cresciuti fino a oltre dieci milioni. Va detto comunque che oltre un milione e mezzo di palestinesi sono residenti in Israele e convivono con gli israeliani da decenni, per lo più senza grossi problemi, dimostrando che una coesistenza in certe condizioni è possibile.
Ora tentare di ricercare motivazioni storiche profonde, chiedersi di chi sia la colpa, rivoltarsi contro l’uno o l’altro, o cercare di comprenderne le ragioni, è un’operazione veramente difficile se non impossibile.
I conflitti armati, come abbiamo visto, non hanno portato a nulla di buono, e i palestinesi dovrebbero saperlo meglio di chiunque altro, avendone persi almeno tre, con le inevitabili conseguenze che tutti abbiamo visto. Io non so cosa si dovrebbe fare esattamente, anche se una possibile soluzione l’ho proposta personalmente nel mio blog (link: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2023/11/ecco-una-soluzione-per-creare-due-stati.html), ma credo che pochi lo sappiano davvero. So per certo però che Hamas non vorrà mai una pace definitiva con Israele, perché nella sua ideologia è previsto il totale annientamento dello Stato ebraico.
D’altronde pensare oggi di far scomparire gli ebrei dalla Palestina è qualcosa di folle e tantomeno realizzabile, basti guardare la potenza degli armamenti in possesso di Israele per comprenderne l’assoluta fallacia.
Certo, oggi a pagare le conseguenze di queste azioni militari e politiche, è soprattutto il popolo palestinese (ma consentitemi di ricordare anche i familiari delle vittime di quel 7 Ottobre), gente comune, inerme, fatta soprattutto di donne e bambini, che si sono trovati stretti – all’interno di quella Striscia – tra l’incudine di dover in qualche modo proteggere i terroristi di Hamas e il martello dell’esercito israeliano con i suoi bombardamenti.
Insistere su una retorica fine a se stessa, come spesso accade nel nostro Paese e in televisione, si è rivelato del tutto inutile e, come la storia recente dimostra, incapace di produrre un cambiamento reale. La soluzione a questo conflitto non può essere calata dall’alto, ma deve essere costruita dalle due popolazioni che da oltre mezzo secolo non conoscono pace.
L’intervento della comunità internazionale è certamente necessario, ma non deve ripetere gli errori del passato, fatti più di propaganda politica e mediatica che di sostanza. Deve piuttosto tradursi in un’azione concreta e coraggiosa per far rispettare le regole di una civile convivenza e il diritto internazionale.
Ciò significa, in questo frangente, garantire con ogni mezzo la protezione della popolazione civile e assicurare che gli aiuti umanitari raggiungano chi ne ha disperato bisogno, come il popolo palestinese a Gaza, anche attraverso missioni internazionali legittime il cui operato sia sottoposto a controlli democratici.
Solo attraverso un impegno di questo tipo – che ponga al primo posto i diritti umani universali e il ripudio della guerra – può onorare i principi di umanità.
Il presidente russo Vladimir Putin ha affermato che “il mondo deve prepararsi a tutto”, una frase pronunciata con tono grave e misurato, come se volesse consegnare non tanto un avvertimento quanto una constatazione inevitabile, quasi fosse la naturale conclusione di un ragionamento lungo anni. Ha parlato di un’epoca segnata da cambiamenti radicali e rapidi, in cui il futuro appare sempre più imprevedibile, eppure proprio questa imprevedibilità, secondo lui, impone di essere pronti a ogni evenienza, come se la preparazione stessa potesse sostituire la pace.
“Nessuno di noi può prevedere appieno il futuro, ma questo non ci esonera dalla responsabilità di essere preparati a qualsiasi cosa possa accadere”, ha detto durante il suo intervento al “Valdai Discussion Club”, ripetendo concetti già sentiti, ma caricandoli stavolta di un peso diverso, come se l’aria intorno a quelle parole fosse diventata più densa. La posta in gioco, ha sottolineato, è altissima, e gli eventi recenti dimostrano che ormai dobbiamo aspettarci qualcosa di “inaspettabile”, quasi che l’eccezione possa diventare la norma.
L’incontro si è tenuto a Sochi, come ogni anno (sotto l’egida del Valdai Discussion Club), un forum che riunisce analisti, accademici e politici da ogni angolo del pianeta, e che negli anni si è trasformato in qualcosa di più di un semplice dibattito intellettuale.
È un palcoscenico dove le idee si mescolano alle strategie, dove le dichiarazioni ufficiali assumono contorni simbolici, e dove il presidente russo sceglie con cura ogni parola, come se ciascuna fosse un mattone posato con intenzione in un muro invisibile ma solido.
Alcuni osservatori lo definiscono uno strumento di diplomazia pubblica, un canale per veicolare messaggi ai governi stranieri attraverso un linguaggio apparentemente riflessivo, ma carico di implicazioni politiche.
Questo particolare non sfugge a chi ascolta con attenzione, e induce ad esempio il sottoscritto a chiedersi se davvero si tratti di un confronto aperto o piuttosto di un monologo mascherato da dialogo, in cui le domande sono già state risposte prima ancora di essere formulate.
Da questo stesso forum, Putin ha intensificato il tono, accusando tutta l’élite europea di coltivare un’isteria ingiustificata sulla minaccia russa, dipingendo ciascuno di essi come incapaci di pensare oltre i propri interessi e soprattutto fortemente condizionati da un allineamento prostrato ed acritico nei confronti del Presidente Trump e della NATO.
Ha parlato di una crescente militarizzazione del continente, di basi che si avvicinano ai confini russi, di movimenti di truppe e armamenti che Mosca non potrà ignorare, e ha annunciato che le contromisure saranno – per usare un eufemismo – “molto convincenti”, una frase che suona come un avvertimento velato, forse persino come una promessa.
In tutte queste parole pronunciate da una parte e dall’altra, trovo una contraddizione che mi disturba: invocano tutti prudenza, ma di fatto si alimenta la tensione; si parla di instabilità globale, ma poi si contribuisce ad aumentarla; si chiede calma, mentre di fatto si progettano scenari bellici.
E così, dietro l’apparente realismo, si nasconde una retorica che sembra voler normalizzare l’inevitabilità del conflitto, come se la guerra non fosse più un’opzione estrema, ma una conseguenza logica della storia in atto.
Quando Putin dice che “tutti i paesi della NATO ci stanno combattendo”, semplifica deliberatamente una realtà complessa, trasformando un sistema difensivo in un’offensiva coordinata, e la Russia in una vittima assediata. Questa narrazione non lascia spazio a mediazioni né a sfumature, e mi fa pensare che non si tratti di una valutazione oggettiva, ma di una costruzione narrativa utile a legittimare azioni future, forse ancor più dure.
Ma mentre rifletto su quelle sue dichiarazioni, non posso evitare di confrontarle con quelle dei leader europei e con le prese di posizione della NATO, già… con le promesse di unità e resistenza di fronte a ciò che viene definito un aggressore. Anch’essi difatti parlano di deterrenza, di difesa, ma anche nelle loro parole avverto una sorta di reazione, sì… al peggio, come se nessuno provasse solo ad immaginare una via d’uscita pacifica, come se ogni discorso fosse già scritto nell’ipotesi del conflitto.
Mi domando allora se non ci troviamo tutti – senza rendercene pienamente conto – dentro un ricorso storico, in cui ciascuna parte alimenta la paura dell’altra per giustificare le proprie mosse, e in cui la ricerca di sicurezza finisce per produrre esattamente il contrario. Mi chiedo quindi se non si stia costruendo, passo dopo passo, un destino inevitabile!
Ogni giorno che passa, la mia fiducia nel fatto che qualcuno stia cercando davvero una soluzione diplomatica si affievolisce e difatti l’atmosfera che percepisco non è di trattativa, ma di sfida continua, di orgoglio ferito, di schieramenti che si irrigidiscono, di braccio di ferro tra due blocchi che temono di perdere terreno, più che di perdere la pace. E in mezzo, ovviamente, ci siamo noi, cittadini comuni, che pagheremmo il prezzo maggiore, mentre loro parlano di strategia, di equilibri, di sicurezza collettiva.
Purtroppo, questi leader hanno il potere di accendere la miccia con una dichiarazione, un’esercitazione militare, una manovra diplomatica mal interpretata, ma nessuno di loro sembra disposto a dire con chiarezza dove vorrebbe arrivare e soprattutto quali rischi immagina per questo cammino così pericoloso.
Sì… parlano tutti di preparazione, ma – ahimè – nessuno parla di una via di uscita!
Quando due sovrani del potere illiberale si riconoscono, si stringono la mano e si abbracciano, non lo fanno per affetto, né per amore di un mondo che crede nel multilateralismo. No… loro riscrivono le regole (nell’ombra) per mutua sopravvivenza di quell’ordine che loro stessi hanno saputo scompaginare.
Credo che, al di là delle dichiarazioni plateali di Trump e del riserbo strategico di Putin – che lascia volentieri la parola al suo ministro degli Esteri – i due abbiano già concordato, fuori scena e in silenzio, le proprie sfere di influenza.
Già… sono convinto che i conflitti in corso, con le loro pseudo-minacce di droni e altre armi da propaganda, siano, ai loro occhi, nient’altro che danni collaterali funzionali alle rispettive mire espansionistiche.
Ad esempio, l’aver evocato la possibilità di schierare i missili Tomahawk – con la loro gittata minacciosa – è diventato l’ultimo strumento di una pressione calcolata. Da Washington giungono voci contraddittorie: si dice che a Zelenskyy siano stati negati, ma anche che la Casa Bianca stia valutando di fornirglieli in futuro.
L’obiettivo di questa retorica è palese: instillare un senso di minaccia non solo a Mosca – per costringerla a negoziati favorevoli agli Stati Uniti – ma anche all’Europa intera, presentando un pericolo imminente in una partita parallela. In questo modo, si orchestra una provocazione che potrebbe trascinare il “Vecchio Continente” in uno scontro diretto, ben oltre i suoi interessi o la sua volontà.
La portata di questa strategia emerge da un dettaglio inquietante: secondo quanto riferito dalla portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, Kiev starebbe valutando l’uso di droni Geran-2 ricondizionati – assemblati con parti di velivoli russi abbattuti – per colpire obiettivi in Polonia e Romania. L’idea sarebbe diabolica nella sua semplicità: lanciare questi droni contro hub logistici in territorio NATO e attribuirne la responsabilità a Mosca, innescando una campagna informativa volta a spingere l’Alleanza verso una risposta militare diretta.
Questa non è una semplice speculazione. Secondo alcune fonti, le scocche di questi droni “riparati” sarebbero già state consegnate al poligono di Yavoriv. Se così fosse, gli incidenti passati con droni in territorio polacco assumerebbero un significato sinistro: non più coincidenze, ma prove tecniche per una provocazione più ampia. L’intento sarebbe di colpire in modo così credibile che, Polonia e Romania – troppo vicine al fronte per poter negare un attacco – si sentano costrette a interpretarlo come un’aggressione diretta da parte della Russia.
In questo scenario, il Pentagono convoca una riunione senza precedenti con oltre 800 generali – un movimento che alimenta i sospetti di una preparazione concreta a un’escalation. La Russia si trova così intrappolata: cedere al ricatto e negoziare alle condizioni imposte da Washington, oppure prepararsi a un conflitto che potrebbe includere attacchi con missili Tomahawk su infrastrutture critiche e, in ultima istanza, uno scontro diretto con la NATO.
In questo contesto, l’immagine di Trump come “pacificatore” appare del tutto insostenibile. Il suo approccio sembra voler essere in queste ore, ben più aggressivo di quanto non fosse quello di Biden, che inizialmente aveva escluso il trasferimento di questi missili, rivelando una strategia non di distensione, ma di ricatto strutturale.
Ciò che mi assilla maggiormente, sì… più di ogni altra cosa, è il sospetto che dietro la minaccia di missili, testate nucleari e droni, i veri protagonisti abbiano già scritto il copione. E che, mentre i governi europei continuano a parlare, le loro parole siano ormai solo rumore di fondo: incapaci di modificare ciò che, nell’ombra, è già stato deciso.
Si parla di droni russi in Polonia, e subito l’allarme sale, le sirene suonano, i telegiornali mostrano mappe con frecce rosse e volti preoccupati…
Ma siamo sicuri che si tratti davvero di un attacco, o piuttosto di un copione già scritto, recitato a beneficio di chi deve credere a una minaccia sempre pronta a materializzarsi?
Mi chiedo, e non per la prima volta, se non sia questa l’ennesima manovra orchestrata dai media e da certe “élite geopolitiche” per tenere alta la tensione, per spingerci verso un baratro che forse nessuno vuole, ma che qualcuno ha interesse a farci temere.
Perché ogni volta che sento parlare di droni russi al confine con la NATO, avverto un’inquietudine più profonda: quella di essere parte di un gioco più grande, dove le pedine siamo noi, e le regole le scrivono altri.
Non posso ignorare il sospetto che dietro queste narrazioni ci sia una regia invisibile, composta da poteri forti che muovono fili ben al di là dei nostri schermi. Non è paranoia, è semplice osservazione: quando un evento del genere accade, le reazioni sono sempre pronte, i commentatori all’unisono, le analisi già formulate ancor prima che i fatti siano chiariti.
Sembra quasi che esista una tavola rotonda di decisionisti, seduti in stanze senza finestre, che decidono quando innalzare il livello di allerta, quando indicare il nemico, quando farci sentire in pericolo e così, mentre loro discutono, noi veniamo informati – o meglio, condizionati – a pensare in un certo modo, a reagire in un certo modo, a chiedere soluzioni che, guarda caso, rafforzano proprio chi quegli stessi poteri rappresenta.
Cosa c’è davvero dietro questi droni? Erano armati? No! Hanno colpito obiettivi strategici? No! Hanno causato vittime? Neanche una… eppure viene definita una “provocazione”, un test ai confini della guerra ibrida. Ma chi prova chi? La Russia sta mettendo alla prova la NATO, dicono. E allora perché non chiedersi anche se non sia vero il contrario?
Forse è proprio questo il punto: creare una situazione ambigua, difficile da interpretare, dove ogni movimento possa essere letto come aggressione, dove ogni silenzio possa essere visto come debolezza, già… in questo clima, basta poco per accendere la miccia: un drone qui, un jamming del GPS là, un’esercitazione militare annunciata. Tutto diventa segnale, tutto diventa minaccia. E mentre Mosca viene indicata come artefice di ogni turbolenza, si dimentica che anche dall’altra parte ci sono manovre, pressioni, interessi strategici ben precisi.
Pensiamo al passato recente: quante volte abbiamo creduto a scenari poi smentiti dalla storia? L’Iraq, ancora una volta, con le armi di distruzione di massa mai trovate. La Siria, con gli attacchi chimici attribuiti ad Assad e mai provati oltre ogni ragionevole dubbio. Il Nord Stream, sabotato nel cuore del Mar Baltico, con tutti che puntavano il dito verso la Russia, finché giornalisti come Seymour Hersh hanno raccontato una verità molto diversa, scomoda, e immediatamente emarginata.
Quante altre volte ci hanno usato il timore per giustificare l’aumento delle spese militari, il rafforzamento delle alleanze, la limitazione delle libertà interne? È un meccanismo noto: crea un nemico, diffondi la paura, offri la sicurezza in cambio dell’obbedienza!
E oggi, con l’esercitazione Zapad 2025 alle porte, con le truppe russe in movimento, con la Polonia che invoca l’articolo 4 della NATO, sento risuonare lo stesso copione, si alza la temperatura, si mobilitano gli aerei, si annuncia un “muro di droni” europeo, come se la difesa dovesse necessariamente significare escalation. E von der Leyen, nel suo discorso sull’Unione, ne approfitta per rilanciare un progetto di integrazione militare che, detto sinceramente, sembra più un salto verso l’inevitabile che una vera proposta politica.
Ma chi guadagna da tutto ciò? Chi trae vantaggio dal mantenere l’Europa in uno stato di perenne emergenza? Forse chi vive del conflitto, chi specula sulle armi, chi teme un continente unito non sotto il segno della pace, ma sotto il simbolo della guerra.
E poi c’è Trump, ovviamente… Perché anche lui fa parte dello spettacolo. Un post criptico, una telefonata, e subito si dice che dipende da lui se la crisi degenera. Come se il destino del mondo debba sempre passare attraverso un uomo solo, un personaggio mediatico, un attore consumato del teatro del potere. Ma non è forse questo il vero obiettivo?Ridurre le grandi questioni internazionali a duelli personali, a tweet, a gesti simbolici, mentre le strutture profonde del controllo proseguono indisturbate, fuori dalla vista?
Ho paura… sì, ma non dei droni. Ho paura del silenzio che accompagna certe verità. Ho paura della facilità con cui accettiamo versioni comode, della fretta con cui demonizziamo chi non controlliamo. E ho paura che, tra provocazioni reali e montate ad arte, tra informazioni e disinformazione, finiremo per perdere la capacità di distinguere, fino a quando non sarà troppo tardi.
Perché se davvero stiamo andando verso un nuovo conflitto mondiale, non sarà annunciato da cannoni, ma da titoli urlati, da allarmi calibrati, da dubbi soffocati prima ancora di essere formulati…
Si tratta dell’ennesima macchinazione orchestrata dalla “NATO” per destabilizzare l’opinione pubblica, plasmare il consenso e indirizzare l’ira collettiva verso un nemico già predefinito!
Già… quante volte ci hanno raccontato una verità che poi si è sgretolata sotto i colpi della realtà, eppure continuiamo a bere dalle stesse fonti, a fidarci degli stessi canali, come se la storia non avesse mai provato a metterci in guardia.
Mi chiedo spesso: chi decide cosa deve arrivare alle nostre orecchie? Chi stabilisce quale versione dei fatti deve prevalere, anche quando le prove sono fragili, contraddittorie o del tutto assenti?
Sembra quasi che esista una regia silenziosa, invisibile, capace di modellare la narrazione globale con la precisione di un orologiaio, mentre noi, spettatori inconsapevoli, annuiamo convinti di sapere la verità.
È difficile non notare come certi eventi siano costruiti ad arte per generare reazioni prevedibili: paura, rabbia, richieste di intervento. E ogni volta, puntualmente, il colpevole ha lo stesso volto, lo stesso accento, lo stesso simbolo sulla bandiera.
La Russia, negli ultimi anni, è diventata quel fantasma che aleggia su ogni crisi, su ogni incidente internazionale, come se fosse l’unica nazione al mondo capace di agire nell’ombra. Ma davvero crediamo che sia così? O forse ci stanno semplicemente abituando a cercare il male sempre nello stesso luogo, perché così è più facile giustificare le scelte geopolitiche, i riarmi, le alleanze strategiche?
Quando sento parlare di droni russi abbattuti al confine con paesi NATO, non posso fare a meno di chiedermi: dove sono le prove concrete? Dove sono i dati accessibili, trasparenti, verificabili? Oppure assistiamo di nuovo a una sceneggiata mediatica, utile a tenere alta la tensione e a legittimare ulteriori pressioni?
Pensiamo al passato: quante volte ci hanno portato in guerra con argomentazioni fasulle?Ricordate le armi di distruzione di massa in Iraq? Un castello di bugie costruito su intelligence manipolata, dichiarazioni gonfiate, silenzi compiacenti. Milioni di persone sono morte per una menzogna che oggi nessuno osa più difendere. Eppure, all’epoca, tutti i media ripetevano lo stesso copione, come se fossero collegati allo stesso palcoscenico.
Oppure ricordiamo l’affondamento del Kursk: subito voci su incidenti provocati da sottomarini stranieri, teorie su collisioni con navi NATO. Poi, con il tempo, emerse che si trattava di un incidente interno, ma l’onda emotiva era già partita, e aveva già fatto il suo lavoro: creare sospetto, diffidenza, tensione. Anche in quel caso, la Russia fu dipinta come vittima di aggressioni occidentali, o come responsabile di disastri evitabili, a seconda delle convenienze narrative del momento.
E che dire del sabotaggio del gasdotto Nord Stream? All’inizio, ovviamente, la Russia fu indicata come principale sospettata. Una mossa logica, secondo la narrativa dominante: Putin vendica le sanzioni, colpisce l’Europa nel cuore energetico. Ma poi? Poi sono emerse tracce, analisi, testimonianze che hanno cominciato a puntare altrove.
Giornalisti liberi e soprattutto coraggiosi, come Seymour Hersh, hanno tirato fuori documenti e fonti che indicavano un intervento diretto della NATO, con la complicità di governi europei. Non sono teorie complottiste, sono ricostruzioni basate su fonti militari e diplomatiche. Eppure, questi racconti sono stati marginalizzati, ridicolizzati, cancellati dai mainstream. Perché? Perché non si adattano alla storia che dev’essere raccontata. Perché smontare il nemico ufficiale significherebbe ammettere che il sistema ha mentito. E questo, evidentemente, non è contemplato.
Mi torna in mente anche la cosiddetta “invasione” della Georgia nel 2008. Fu la Russia a iniziare, dissero. Ma studi successivi, rapporti dell’Unione Europea, testimonianze di esperti neutrali, hanno mostrato che fu Tbilisi a scatenare le ostilità, con il sostegno esplicito di alcuni alleati occidentali.
Ancora una volta, ecco che la Russia viene dipinta come l’aggressore, mentre in realtà quest’ultima intervenne dopo un attacco a una regione già in conflitto da anni. La stampa mondiale, però, non cambiò mai rotta. Il racconto rimase immutato: Mosca cattiva, Occidente buono. E così si costruiscono i mostri, non con la realtà, ma con la ripetizione costante di una versione dei fatti.
Tutto questo mi porta a un dubbio profondo, che non riesco a scrollarmi di dosso: siamo ancora liberi di pensare, o ci viene soltanto permesso di pensare entro limiti ben precisi? Dietro ogni notizia, dietro ogni emergenza internazionale, sembra esserci una mano che guida, che sceglie chi deve essere colpevolizzato, chi deve essere salvato, chi deve essere temuto.
E quando questa mano appartiene a un blocco politico-militare come la NATO, che ha interessi economici, strategici e di potere da difendere, diventa ancora più urgente chiedersi: chi controlla la narrazione, controlla il mondo.
E soprattutto… se continuiamo a credere ciecamente a ciò che ci viene servito ogni sera nei telegiornali, ahimè anche dai nostri governanti, sì… senza mai scavare oltre, senza mai domandarci chi trae vantaggio da quella specifica versione dei fatti, allora saremo sempre marionette, mossi da fili invisibili, applaudendo mentre il puparo cambia scena.
Ecco perché giunto il momento di smettere di guardare solo il palco, e iniziare a fissare l’ombra di chi sta dietro le quinte!!!
La complessità della vicenda ucraina e del conflitto in corso con la Russia richiede, a mio avviso, un esame obiettivo che vada al di là delle semplici prese di posizione dettate dai convincimenti personali.
È fondamentale ripensare a quanto è accaduto a partire dal 2014 in quelle regioni che dal Donbass si estendono fino alla penisola di Crimea per comprendere le radici di questa tragedia.
Certo, il mio auspicio più sincero è che questa guerra possa concludersi nel più breve tempo possibile e che si arrivi a una pace duratura, ma pensare che questo obiettivo possa essere raggiunto solo con le chiacchiere, con l’invio di altro materiale bellico o con l’inasprimento delle sanzioni verso Mosca, mi sembra una strada destinata al fallimento.
Ci troviamo in una situazione paradossale, dove dichiariamo il nostro sostegno a Kiev ma esso sembra fermarsi troppo spesso alle sole parole. Il dibattito infuria, soprattutto quando si parla della possibilità di inviare truppe, un’ipotesi che divide profondamente.
Le recenti tensioni diplomatiche tra Italia e Francia, nate da commenti giudicati inaccettabili – il ministro e leader leghista intervistato sull’invio di nostre truppe aveva risposto al presidente Macron in dialetto milanese: “a taches al tram, ti metti il caschetto, il giubbetto, il fucile e vai in Ucraina” – a evidenziare quanto sia fragile e litigiosa l’unità europea su questo tema.
Da una parte c’è chi, come Macron, viene etichettato come guerrafondaio per le sue posizioni, e dall’altra chi rifiuta categoricamente l’idea di vedere soldati italiani coinvolti direttamente, sostenendo che certe dichiarazioni siano solo pericolose bravate. Nel frattempo, le voci e le narrative si moltiplicano creando un groviglio inestricabile.
Da un lato, la Russia ribadisce la sua versione dei fatti, sostenendo di essere intervenuta per porre fine a una guerra iniziata anni fa contro la popolazione del Donbass e presentandosi come l’unica forza che cerca di fermare il conflitto. Dall’altro, alleati come il Regno Unito riaffermano il loro incrollabile sostegno all’Ucraina, impegnandosi a metterla nella posizione più forte possibile per negoziare una pace giusta.
E in mezzo a tutto questo, figure come Donald Trump aggiungono ulteriore incertezza, promettendo decisioni drastiche basate su chi verrà ritenuto colpevole, lasciando persino intravedere la possibilità di un disimpegno totale con la cinica considerazione che sia una battaglia che non li riguarda.
Tutto ciò dipinge un quadro confuso e pericoloso, dove le vere motivazioni dietro certe spinte appaiono spesso opache e dove le uniche certezze sono la retorica, gli interessi geopolitici e il rumore assordante delle polemiche.
Il dubbio principale che rimane è se tutta questa escalation di parole, armi e sanzioni stia veramente avvicinando la pace o se, al contrario, non stia solo alimentando un fuoco che divampa sempre di più, allontanando ogni possibilità di una soluzione reale e duratura.
E non va sottovalutato, in questo già intricato mosaico geopolitico, il ruolo di un attore fondamentale che osserva e manovra con calcolato distacco: la Cina. Il suo silenzio, in questa fase, è assordante e più eloquente di molte dichiarazioni ufficiali.
Pechino, con la sua imponente forza economica e la sua influenza diplomatica globale, sta attendendo il momento più propizio per intervenire, posizionandosi non semplicemente come mediatore, ma come architetto di un nuovo ordine. È un silenzio strategico, carico di attesa, che prelude a un intervento che avrà un peso decisivo e certamente considerevole nel dettare i termini e le condizioni per quella che speriamo possa essere una soluzione definitiva e duratura a questo conflitto.
La partita finale, molto probabilmente, non si giocherà solo tra Mosca e Washington o Bruxelles, ma vedrà la Cina seduta al tavolo come potenza egemone, pronta a capitalizzare il tutto per ridisegnare gli equilibri di potere a livello mondiale a proprio vantaggio.
Secondo il sottoscritto, quanto affermato dal rabbino Eliezer Simcha Weisz è corretto, perché non si dovrebbe mai fare differenza tra popolazioni che, purtroppo, oggi soffrono per motivi diversi, ma ugualmente devastanti. Chi subisce le conseguenze della violenza non può essere diviso in categorie, né tanto meno dimenticato, come sembra aver fatto Papa Leone XIV equiparando le vittime di Gaza a quelle ucraine senza riconoscere le specificità morali e storiche di ciascun conflitto.
Già… questo non può essere il messaggio che ci si aspetterebbe dal “vicario di Cristo”, il quale dovrebbe invece operare con maggiore discernimento, evitando di appiattire realtà complesse in una generica condanna della sofferenza.
Ha perfettamente ragione il rabbino Weisz (membro del Gran Rabbinato d’Israele), quando ha espresso il suo disappunto in una lettera al Papa, sottolineando come l’equiparazione tra le vittime palestinesi e quelle ucraine, senza alcun riferimento agli ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas, abbia ferito profondamente la comunità ebraica: “Tutte le persone che soffrono meritano preghiere, ma non tutte le sofferenze sono causate dalle stesse mani”, ha ribadito Weisz, criticando una narrazione che ignora le responsabilità di Hamas nel conflitto e la legittima difesa di Israele.
Questa non è la prima volta che Weisz contesta le posizioni del Vaticano. Già a gennaio aveva accusato Papa Francesco di alimentare l’antisemitismo moderno attraverso un approccio sbilanciato, equiparando una democrazia come Israele a un’organizzazione terroristica come Hamas. “Avete tracciato una falsa equivalenza morale”, scriveva allora, denunciando una distorsione della realtà che rischia di riaccendere antichi pregiudizi.
Dietro queste dichiarazioni e gli incontri che seguiranno, però, si nasconde una questione più ampia: la spartizione del mondo e dei territori che interessano alle grandi potenze. Il dialogo tra Vaticano e leader religiosi ebraici non è solo una questione teologica, ma un riflesso di dinamiche geopolitiche in cui le sofferenze delle popolazioni diventano meri strumenti di negoziazione.
Quando il Papa incontra rappresentanti del regime iraniano, che apertamente invoca la distruzione di Israele, o quando accoglie presepe con simboli palestinesi, invia messaggi che vanno ben oltre la spiritualità, toccando nervi scoperti della politica internazionale.
Il rischio è che, in questo gioco di equilibri, le vittime reali vengano dimenticate, ridotte a numeri in una contabilità di guerra…
E così, mentre i leader discutono di alleanze e confini, migliaia di civili continuano a morire, e la loro sofferenza viene strumentalizzata per giustificare ulteriore violenza.
Ecco, forse, invece di cercare colpevoli o stabilire gerarchie del dolore, sarebbe più utile chiedersi come fermare tutto questo prima che sia troppo tardi. Ma ho l’impressione che chi oggi potrebbe rappresentare la differenza, costituendo di per sé la parte sana e moralmente giusta, preferisca – come scrivevo alcuni mesi fa nel mio articolo “Il potere di un gesto: da Ponzio Pilato…” link: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/06/il-potere-di-un-gesto-da-ponzio-pilato.html – proseguire con quelle stesse azioni, sì… con quel lavarsi le mani.
Perché quando il male avanza e i potenti tacciono, non è mai per ignoranza. È per calcolo. E la storia, purtroppo, ci insegna che questo calcolo lo pagano sempre gli innocenti!
Secondo il sottoscritto, quanto riportato dalla maggior parte dei media sulle cosiddette “minacce” di Trump verso la Russia non hanno alcun riscontro effettivo. Le dichiarazioni roboanti sul fatto che Mosca subirà “gravi conseguenze” se non fermerà la guerra, sembrano più chiacchiere buttate lì, destinate a svanire nel vento.
La verità è che nessuno, nemmeno gli Stati Uniti, può permettersi di fare davvero paura alla Russia, che oggi detiene il più vasto arsenale nucleare al mondo, con oltre 4.300 testate operative tra strategiche e tattiche, superando persino gli USA.
Trump ha lanciato il suo avvertimento a due giorni dal vertice in Alaska con Putin, dopo aver consultato i leader europei e Zelensky, che ha definito l’incontro con un voto: “10”.
Ma cosa si nasconde dietro queste dichiarazioni? Il vertice in Alaska è presentato come un incontro “preparatorio” per possibili negoziati di pace, ma è difficile credere che sia solo questo. La realtà è che qui si sta giocando una partita ben più grande: la spartizione silenziosa di territori e zone d’influenza, dove gli interessi di Washington e Mosca si intrecciano, lasciando Kiev e l’Europa ai margini.
Gli europei, almeno a parole, si sono detti soddisfatti delle rassicurazioni di Trump, soprattutto sulla questione che nessuno scambio di territori possa avvenire senza il consenso di Kiev. Ma Mosca ha già ribadito che la sua posizione è “invariata”: ritiro delle truppe ucraine dalle quattro regioni annesse e rinuncia di Kiev alla NATO. Un portavoce del ministero degli Esteri russo, Alexei Fadeyev, ha liquidato le consultazioni tra Trump e gli europei come “un’azione insignificante”, accusando l’UE di sabotare gli sforzi diplomatici.
Intanto, mentre si discute di pace, la guerra continua! La Russia ha intensificato l’offensiva nel Donetsk, conquistando villaggi e costringendo all’evacuazione migliaia di civili, mentre Zelensky ha annunciato che l’esercito ucraino ha riconquistato sei villaggi nella regione di Sumy, ma il bilancio complessivo resta drammatico. E così mentre Trump parla di “cessate il fuoco”, Mosca potrebbe addirittura testare il suo nuovo missile nucleare Burevestnik, un messaggio chiaro a pochi giorni dal vertice.
Dietro le quinte, però, si muovono interessi più concreti. Il Dipartimento del Tesoro USA ha sospeso temporaneamente alcune sanzioni per permettere ai funzionari russi di effettuare transazioni durante il vertice. Un segnale che, nonostante i toni duri, i rapporti economici e diplomatici continuano. Zelensky, escluso dall’incontro, lo ha definito una “vittoria personale” per Putin, mentre Rubio ha cercato di smorzare le polemiche, sostenendo che si tratta solo di un momento per “chiarire le posizioni”.
Ma la domanda che resta è: cosa si nasconde davvero dietro questo vertice? L’Europa spera in un negoziato che rispetti l’integrità ucraina, ma già trapelano voci su possibili “cessioni territoriali” non ufficiali. Merz ha ammesso che Kiev potrebbe trattare sui territori, ma senza riconoscere l’occupazione russa. Macron ha ribadito che solo l’Ucraina può decidere, ma la realtà è che, quando si siedono al tavolo USA e Russia, gli altri diventano solo degli spettatori.
Alla fine, tutto questo sembra un grande teatro. Le minacce di Trump sono vuote, perché la Russia sa bene che nessuno oserebbe sfidarla militarmente, visto il suo arsenale nucleare.
E quindi, gli incontri, i proclami, le evacuazioni forzate e le avanzate sul campo non sono che mosse in una partita più grande, dove ciò che conta non è la pace, ma il potere. E mentre si discute, il mondo viene ridisegnato senza che nessuno lo ammetta apertamente
La Turchia si trova oggi al centro di un intricato scenario mediorientale, dove le tensioni geopolitiche sembrano ripercorrere antiche profezie… Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha lanciato un monito chiaro: qualsiasi tentativo di dividere la Siria verrà interpretato come una minaccia diretta alla sicurezza nazionale turca.
Questo avvertimento risuona come un’eco lontana delle parole di Ezechiele, che oltre 2500 anni fa predisse un’alleanza improbabile tra Russia, Iran e Turchia contro Israele.
Oggi, quelle stesse nazioni, storicamente divise da conflitti religiosi e politici, si ritrovano stranamente unite nel teatro siriano.
Israele, accusato da Ankara di fomentare la divisione in Siria, ha intensificato i suoi attacchi nella provincia di Sweida, colpendo obiettivi militari siriani sotto il pretesto di proteggere la comunità drusa. Questi sviluppi hanno scatenato proteste nelle alture del Golan occupato, dove i manifestanti chiedono le dimissioni del governatore siriano Abu Muhammad al-Jolani.
E così… mentre le tensioni sembrano autoalimentarsi, un drone israeliano ha preso di mira un convoglio di tribù siriane, lasciando morti e feriti. Nel contempo, le forze democratiche siriane, si rifiutano di consegnare le armi a Damasco, sostenendo che un accordo costituzionale sia l’unica via per integrare i curdi nell’esercito siriano.
Ma cosa unisce davvero Turchia, Russia e Iran in questa crisi? La risposta andrebbe ricercata nelle loro economie. Già… mentre il mondo vive un boom economico, questi tre paesi lottano contro sanzioni, inflazione e instabilità interna. L’Iran, con il riyal crollato dopo l’attacco d’Israele e Usa, vede i cittadini riversarsi sull’oro come ultimo rifugio. La Russia, minacciata dai giacimenti di gas israeliani nel Mediterraneo, teme di perdere il monopolio energetico in Europa. Ed infine la Turchia con Erdogan che si erge a mediatore tra Mosca e Kiev, cerca disperatamente di consolidare la sua influenza regionale.
Ezechiele descrisse una guerra scatenata dall’avidità di nazioni in crisi, pronte a saccheggiare le ricchezze di Israele. Oggi, la Siria sta diventando il campo di prova di quella profezia.
Nel frattempo Baku ha ospitato colloqui segreti tra funzionari siriani e israeliani, mentre le forze affiliate al governo di Jolani sono accusate del massacro di 1.426 alawiti. Il quadro è fosco, eppure sembra seguire un copione già scritto. La domanda che sorge spontanea è: stiamo assistendo all’inverarsi di una profezia biblica, o è solo una sinistra coincidenza dettata da calcoli politici ed economici?
La Turchia, sunnita, e l’Iran, sciita, hanno combattuto per secoli, eppure oggi condividono un nemico comune. La Russia, storicamente in conflitto con entrambe, ora le affianca in Siria. Israele, con le sue scoperte di gas e le sue ambizioni regionali, diventa il bersaglio perfetto per nazioni affamate di risorse.
Forse la vera profezia non è nella guerra, ma nella disperazione economica che spinge vecchi rivali a unirsi. Speriamo solo che il futuro riservi una pagina diversa da quella scritta millenni fa…
Per il secondo giorno consecutivo, i cieli di Sweida sono solcati da droni israeliani, mentre la cittadina siriana brucia ancora tra gli scontri tra drusi, beduini e forze governative.
Le dichiarazioni ufficiali parlano di “monitoraggio” e “preparazione a diversi scenari”, ma intanto i raid non si fermano, e il bilancio delle vittime cresce senza sosta.
E così, mentre dodici paesi annunciano un embargo sulle armi, segnando una svolta nella pressione internazionale, l’esercito siriano inizia a ritirarsi da Suweida.
Ma è una tregua fragile, interrotta dal boato degli attacchi israeliani a Damasco, che come abbiamo visto ieri, hanno colpito persino il palazzo presidenziale.
Sono oltre duecentocinquanta i morti in pochi giorni, e il confine tra Israele e Siria è diventato un caos di profughi e miliziani, con drusi che attraversano in entrambe le direzioni, disperati.
Le condanne si moltiplicano, dall’Iran all’Unione Europea, mentre gli Stati Uniti cercano di mediare una de-escalation che sembra essere sempre più lontana.
A Sweida, i leader drusi negano qualsiasi accordo con il governo, e la violenza continua a mietere vittime. Si parla di oltre trecento morti, in una spirale di odio settario che nessun cessate il fuoco riesce a fermare.
Ed allora Israele ha iniziato a spostare una parte delle sue truppe dislocate su Gaza verso il confine siriano, rafforzando così la propria presenza militare mentre i missili continuano a colpire obiettivi strategici.
“Non attraversate il confine”, avvertono le autorità israeliane ai drusi, ma come potete immaginare, la disperazione è più forte degli ordini. Intanto, l’Ue chiede il rispetto della sovranità siriana, ma le parole sembrano vuote, già… gettate al vento, mentre le immagini di distruzione che arrivano da Sweida e Damasco sono concrete.
Niente si placa e ancor meno si ferma.
Il conflitto che il Presidente Trump aveva annunciato come agli sgoccioli, si sta viceversa ( per come avevo anticipato) sempre di più estendendo, coinvolgendo nuovi territori, nuove comunità e ahimè nuove vittime.
E così mentre tutti i leader parlano di “pace”, di “transizione”, di “soluzioni”, il Medio Oriente brucia, ancora una volta, senza vederne più la fine…
Ieri ho sollevato alcune domande su un evento che era sembrato passare sotto silenzio nei grandi media: la tragica caduta di un aereo nel Kazakistan occidentale.
Con 67 persone a bordo, di cui 38 purtroppo decedute, l’incidente è circondato da dettagli che sollevano più domande che risposte.
Oggi, nuovi elementi emergono, delineando uno scenario inquietante.
Secondo media ucraini e russi indipendenti, e riportato anche da Euronews citando fonti governative azere, il velivolo potrebbe essere stato abbattuto da un missile terra-aria russo.
Questa teoria contraddice nettamente la prima versione fornita dall’Azerbaigian Airlines, che aveva inizialmente attribuito l’incidente a uno scontro con uno stormo di uccelli. Curiosamente, questa spiegazione è stata successivamente ritirata senza ulteriori dettagli.
Le immagini dell’aereo precipitato, analizzate da Meduza, mostrano tracce compatibili con un impatto da missile nella sezione di coda. Alcuni sopravvissuti hanno addirittura riferito di aver udito un’esplosione mentre l’aereo era ancora in volo.
Secondo la Reuters, che cita quattro fonti azere, il velivolo sarebbe stato colpito da un missile appartenente al sistema di difesa aerea russo. Nel frattempo, sono state recuperate le scatole nere del velivolo, che potrebbero fare chiarezza sulle reali dinamiche dell’incidente, ma i risultati delle analisi richiederanno tempo.
Le dichiarazioni ufficiali da parte del Kazakistan, della Russia e dell’Azerbaigian ripetono che “non c’è alcun interesse nel nascondere informazioni”. Tuttavia, la dinamica degli eventi e la reticenza iniziale a fornire dettagli concreti alimentano i sospetti.
La vera domanda che mi sono posto fin dall’inizio rimane senza risposta: chi c’era a bordo di quel volo per giustificare un’azione così estrema? Quali interessi o tensioni geopolitiche potrebbero aver trasformato un volo civile in un bersaglio?
Se l’aereo è stato davvero abbattuto, chi avrebbe tratto vantaggio da un’operazione tanto efferata? Siamo davanti a un tragico errore o a un atto deliberato con implicazioni molto più profonde di quanto ci venga detto?
In un mondo in cui le informazioni viaggiano rapide ma selettive, non possiamo accontentarci di spiegazioni sommarie.
Sì… è nostro dovere continuare a chiedere – come media indipendenti – cosa si nasconde dietro il mistero nei cieli del Kazakistan?