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La lezione del Prof. Giovanni Molari: quando l’università dice no alla militarizzazione della cultura!


Con questo post desidero continuare quanto scritto ieri e riprendere alcuni temi che proprio in queste ore sono stati messi in rilievo, anche se, come spesso accade, poco o nulla di essi è stato riportato dai media nazionali e, ancor meno da quei loro interpreti, che come ormai sappiamo, si dimostrano perfettamente allineati agli ordini editoriali imposti e soprattutto alla propaganda della classe politica attualmente al governo.

Dunque, quanto sto per scrivere, va preso come un piccolo gesto di resistenza civile, un tentativo di ridare voce a ciò che volutamente è stato oscurato.

Già… iniziando da quei cavalli scappati dai preparativi della parata (spaventati dai botti sparati da un vigile urbano) quasi a voler fuggire da una celebrazione che non li riguarda, mi hanno fatto pensare a una domanda più radicale: e se quella fuga non fosse altro che la metafora perfetta di ciò che molti cittadini provano davanti a un cerimoniale che non sentono più come proprio?

Chissà che discorsi geniali sanno fare i cavalli”, ha scritto qualcuno. Già… cosa penserebbero assistendo alla nostra ossessione per le divise e il passo cadenzato, mentre il mondo brucia e il nostro Paese continua a spendere cifre folli in armamenti?

Ed ancora, cosa direbbe oggi don Milani, lui che dall’articolo 11 aveva tratto una lezione dirompente: “È un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora”. Quel buttare tutto all’aria che significa comprendere come l’esercito non abbia mai rappresentato la Patria nella sua totalità. Ecco perché oggi, invece della “nazione armata”, in molti vorrebbe vedere sfilare la Repubblica disarmata, con i medici, gli insegnanti, i volontari e persino i diplomatici: Sì… la pace come pratica quotidiana, non come retorica da sfilata.

E proprio su questo crinale tra “cultura della pace” e “nazione armata” si innesta la vicenda del professor Giovanni Molari, il rettore dell’Università di Bologna che non ha potuto esimersi dal prendere una posizione che, sebbene indiretta, suona come uno schiaffo alla retorica militarista. Non si è trattato, è vero, di una contestazione alla parata del 2 giugno. La vicenda è più sottile, e proprio per questo più significativa.

Qualche mese fa, l’Esercito Italiano ha chiesto all’Ateneo di attivare un corso di laurea in Filosofia dedicato esclusivamente a quindici giovani ufficiali dell’Accademia di Modena. L’obiettivo dichiarato dal Capo di Stato Maggiore, generale Carmine Masiello, era nobile sulla carta: “creare un pensiero laterale nell’esercito, uscire dallo stereotipo”. Eppure, il Dipartimento di Filosofia, in un atto di autonomia che i cronisti hanno faticosamente ricondotto alla responsabilità del rettore Molari, ha detto: NO!

La motivazione ufficiale parlava di sostenibilità didattica e di risorse, ma nell’aria aleggiava il timore di una “militarizzazione” della cultura. Come scrivono le cronache, si temeva che quel corso, tenuto interamente in caserma, rischiasse di trasformare la filosofia in una semplice “competenza tecnica” per la guerra, invece che in uno strumento di libero pensiero e di critica radicale. E nonostante Molari abbia poi dichiarato di essere “costantemente aperti al dialogo”, il dado era tratto.

La reazione del Governo è stata feroce, e la trovo rivelatrice. La Premier Giorgia Meloni ha parlato di “atto incomprensibile e gravemente sbagliato”, accusando l’Ateneo di essere “lesivo dei doveri costituzionali”. Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha tuonato: quei professori possono stare tranquilli, perché gli ufficiali che oggi rifiutano saranno pronti a difenderli domani. Davvero sorprendente: secondo il governo, negare un corso di filosofia è una violazione della Costituzione, mentre trasformare la nostra festa più importante in una esposizione di carri armati e Frecce Tricolori sarebbe perfettamente normale

Eppure, è proprio l’articolo 11 della nostra Carta, quello che secondo il professore andrebbe letto nelle piazze invece di far sfilare i cannoni, a ricordarci che “l’Italia ripudia la guerra”: Lo ripudia, non lo celebra!

La scelta di Molari, nel suo piccolo, difende un principio sacrosanto: l’università non è un campo di addestramento, la cultura non deve piegarsi alla logica della caserma, e la filosofia non può diventare ancella della strategia militare. E così… mentre i cavalli scappano via spaventati, il rettore di Bologna ha cercato di dire “no” a una deriva che vorrebbe trasformare ogni spazio sociale, persino quello della riflessione pura, in una trincea.

E mentre il Governo si infuria per un corso di filosofia negato, continua a spendere miliardi in armamenti!

Ed allora, provando attraverso questo mio blog a rivolgermi direttamente al Presidente Mattarella, vorrei dirgli questo: se proprio il 2 giugno deve essere davvero una festa di tutti, allora la prossima volta aspetto con ansia di vedere sfilare ricercatori, scrittori, poeti, infermieri

Persone semplici. Persone che difendono il Paese non con le armi, ma con le idee e con la cura. Già… persone che, proprio come quei cavalli, hanno ancora la forza di fuggire dalla guerra.

2 Giugno, Festeggiamo la Repubblica? Ma quale sovranità, se il popolo non conta più nulla. Res publica? No, res privata!


Stamani è il 2 giugno e come ogni anno mi trovo a osservare quanto accade in questo nostro Paese, sì… perché sì, la storia si ripete sempre: la prima come tragedia, la seconda come farsa.

Lo diceva Marx, e io l’ho riscritto tante volte, convinto che prima o poi qualcosa potesse cambiare. E invece no. Rileggo i miei post e mi accorgo che potrei riscriverli uguali oggi. Forse peggio…

Mia figlia Alessia, quando aveva sedici anni, mi chiese una mattina mentre l’accompagnavo a scuola: Papà, ma se la Repubblica è nata dal voto del ’46, perché nessuno oggi ha potuto votare l’ultimo presidente del Consiglio? Mi spiego meglio: i cittadini hanno votato… sì… hanno scelto i loro referenti politici…??? Hanno deciso da quali partiti volevano essere governati…??? E questi partiti, usciti vincitori da quella competizione elettorale, mi sembra… che abbiano presentato un programma di governo, hanno consigliato al Presidente della Repubblica un eventuale Presidente del Consiglio… e quest’ultimo dopo alcuni giorni, ha presentato una lista dei ministri… o sbaglio?

No… no… non sbagli.

Bene, allora mi spieghi perché a breve dovrete andare nuovamente al voto, facendo spendere altri soldi inutili al nostro stato e soprattutto, chi è questo signore sconosciuto, nominato ora dal Presidente della Repubblica??? Mi sembra che nessuno di voi, l’abbia mai votato!!!

Rimasi in silenzio. Scese dall’auto e io pensai: a sedici anni ha già capito tutto di questo paese. La democrazia, le aveva insegnato, è governo del popolo. La dittatura è quando uno solo comanda. E lei, con la lucidità dei ragazzi, mi disse: “Allora qui c’è una dittatura camuffata da democrazia”. Aveva ragione.

Perché oggi, ancora una volta, vedo le stesse facce. Figli, nipoti, eredi di quella élite che portò l’Italia alla rovina settant’anni fa. Loro, che dovrebbero stare zitti, vengono a spiegare a noi come si festeggia la Repubblica. E intanto la “res publica” – la cosa di tutti – è diventata una “res privata”. Un bene di famiglia. Una poltrona che si tramanda come un terreno ereditario, senza che nessuno abbia più il coraggio di dire che la sovranità appartiene al popolo, non ai partiti, non ai dinasti di questa seconda Repubblica.

Leggo e rileggo l’articolo 1 della Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo”. Ma quelle parole oggi suonano come un epitaffio. Perché la sovranità ce l’hanno rubata, voto dopo voto, legge dopo legge. Hanno chiamato questo sistema “democrazia rappresentativa”, ma è solo un modo elegante per dire che noi non contiamo nulla. Loro decidono i candidati – la maggior parte di loro, preciso: corrotti, inquisiti, già… personaggi da operetta – e noi possiamo solo mettere la croce su nomi scelti da altri. E se osiamo lamentarci, ci rispondono con gli slogan. Le stesse promesse di meno tasse, di ripresa, di cambiamento. E poi nulla. Anzi, consentitemi: sempre peggio!

Mi ricordo di quando, qualche anno fa, lessi di certi convegni in Sicilia. Autonomisti e indipendentisti che si stringevano la mano. Le stesse persone che prima brindavano insieme e poi si sono pugnalate, lasciando l’isola nel baratro. Già… per quelle maledette preferenze si arriva a tutto. E io pensavo a quella canzone di Gino Paoli, quella dei quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo. Poi uno è andato in banca, un altro al mare, e alla fine sono rimasto io da solo. Finché non sono arrivati quattro ragazzini, seduti al tavolo accanto, con due coca e due caffè, che parlavano di cambiare tutto. E mi sono detto: forse è ancora possibile. Sono passati trent’anni e mi è rimasto soltanto quel “forse“.

Ma poi arriva abitualmente quel 2 giugno, e vedo in Tv la solita sfilata. Le stesse autorità, gli stessi sorrisi comprati, le stesse parole vuote. Mi chiedo: cosa festeggiamo, esattamente? La corruzione sistemica? Gli appalti truccati? Il clientelismo come moneta corrente? Le inchieste che si accumulano e nessuno che paga? Siamo diventati esperti di parole come “peculato, concussione, abuso d’ufficio“. Non perché abbiamo studiato diritto, ma perché le sentiamo ogni giorno al telegiornale. E loro, quelli che dovrebbero rappresentarci, sono lì, sul palco, con il tricolore al petto. Come se nulla fosse.

Qualcuno dice: non c’è nulla da celebrare. E ha ragione. Ma anche questo è retorica, se poi non si fa nulla. I cittadini si allontanano dalle urne, disgustati. L’astensionismo cresce. E loro, i governanti, non se ne curano. Perché tanto le poltrone restano. Le dinastie politiche resistono a scandali e condanne. L’elettività e la temporaneità delle cariche sono solo parole sulla carta. Nella realtà, qui si nasce e si muore in Parlamento. O si passa la mano al figlio, al nipote, al fedelissimo.

Allora forse ha ragione Benigni: non vanno nemmeno condannati, vanno compatiti. Perché la politica è diventato l’unico mestiere in cui l’incompetenza non è un limite, ma un requisito. Ecco perché oggi, 2 giugno, io non festeggio. Non posso. Non perché non creda nei valori che quel referendum del ’46 voleva affermare – la libertà, l’uguaglianza, la giustizia – ma perché quei valori sono stati traditi, svuotati: resi irriconoscibili.

Quindi… buon 2 giugno, signori della casta. Festeggiate pure. Noi, intanto, restiamo qui. Contiamo i giorni che mancano alla prossima commemorazione vuota. E speriamo che presto, chissà, arrivi un altro gruppo di ragazzini al bar, con quelle due coca e due caffè, che abbiano davvero voglia di cambiare il mondo.

Perché io, al bar, ci sono ancora. E non ho perso del tutto la speranza. Ma la pazienza, sì… ahimè, quella sta per finire.

Res Publica? No, Res Privata! L’ipocrisia del 2 giugno.

C’è una cosa che più di tutte mi rivolta lo stomaco…

È l’ipocrisia stampata sulle facce dei nostri governanti quando si presentano davanti alle telecamere in occasione di certi anniversari. 

Si atteggiano a custodi di valori morali che la nostra democrazia ha smarrito da tempo, eppure sono proprio loro la prova vivente di quel degrado. 

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, la sovranità appartiene al popolo“. Leggiamo e rileggiamo l’articolo 1 della Costituzione, ma quelle parole sembrano ormai un epitaffio, non una realtà. 

Si celebra la Repubblica, ma la “res publica” è diventata una “res privata“!

Un affare di dinastie politiche, di nomine opache, di poltrone che resistono a scandali e condanne. L’elettività e la temporaneità delle cariche sono principi svuotati, ridotti a formalismi mentre famiglie e clan si alternano al potere da decenni. Eppure nessuno sembra accorgersi del paradosso. Festeggiamo la Repubblica mentre essa viene svuotata giorno dopo giorno, legge dopo legge, privilegio dopo privilegio.

I partiti decidono per noi, scegliendo candidati tra corrotti, inquisiti, personaggi da operetta. Ci parlano di democrazia rappresentativa, ma è una finzione: qui non c’è rappresentanza, c’è occupazione. 

E mentre loro brindano al 2 giugno, i cittadini si allontanano sempre più dalle urne, disillusi, disgustati. Come si può festeggiare un Paese dove la corruzione è sistemica, dove gli appalti sono truccati, dove il clientelismo è la vera moneta corrente?

Qualcuno si rifiuta di partecipare alla farsa, dicendo che non c’è nulla da celebrare. Ha ragione, ma è solo un altro modo per fare retorica. Intanto, i soliti noti sfilano con il tricolore sul petto, sorridono alle telecamere, recitano il copione del patriottismo. 

E domani? Domani torneranno a legiferare per sé stessi, a scavare fossati tra il popolo e i suoi diritti.

Forse Roberto Benigni aveva visto giusto: non sono nemmeno da condannare, sono da compatire. Perché la politica, ormai, è l’unico mestiere in cui l’incompetenza non è un limite, ma un requisito. 

E allora buon 2 giugno, signori della casta. Festeggiate pure. Noi, intanto, contiamo i giorni che mancano alla prossima commemorazione vuota.

2 Giugno – La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa!!!

Volevo scrivere stamani sul 2 giugno, poi ho ricordato quanto riportato nel lontano 2017 e rileggendo quel post ho avuto la conferma come nulla fosse cambiato da allora ed ogni mia parola espressa oggi, a poco sarebbe servita visto quanto è accaduto in questi anni…

Diceva il filosofo ed economista tedesco Karl Marx: La storia si ripete sempre due volte, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa!!!

Incredibile, già qualcuno – che dovrebbe neppure parlare – ci viene a dire come dovremmo festeggiare questo giorno!!! 

Quei figli, nipoti e sostenitori di quella idolatria sociale, configurata nell’assoluta devozione ad un leader politico divenuto dittatore, loro… discendenti di quel élite di oppressori fascisti che hanno portato alla rovina il nostro Paese, sono oggi 2 giugno lì a ricordarci la nascita della Repubblica Italiana, grazie a quel referendum istituzionale del 1946.

Ecco perché ancora oggi quella frase di Marx rappresenta perfettamente quanto accaduto in questi lunghi decenni di vita politica nel nostro paese, una storia che ora con attori diversi, prova a ripercorrere nuovamente tra – ipocrisie e falsità – quel medesimo percorso a suo tempo dai loro padri tanto sostenuto!!! 
Sì… volevo scrivere, ma basterà rileggersi questa pagina  http://nicola-costanzo.blogspot.com/2017/06/2-giugno-festeggiamo-questa-repubblica.html, per comprendere come nulla alla fine sia cambiato, ma anzi va sempre più peggiorando!!!

2 Giugno: Papà…di quale Festa della Repubblica parliamo???

Stamani – mentre accompagnavo mia figlia Alessia a scuola – mi ha chiesto: Papà, vorrei capire una cosa? 

Ho risposto: Dimmi???
La festa nazionale della Repubblica, non serve per ricordare il referendum indetto il 2 e 3 giugno del 1946, con il quale gli italiani sono stati chiamati alle urne per esprimersi su quale forma di governo volessero per il nostro Paese???
Certo… ovviamente sentirmi fare questa domanda di gran mattinata, mi ha lasciato un po’ basito, anche se ho pensato:”questo quesito, sta per diventare qualcosa di entusiasmante”… 
Proseguendo: mi sembra che gli italiani hanno dovuto scegliere fra Monarchia e Repubblica… ed il risultato fu del 55% contro il 45% a favore del secondo gruppo… 
L’Italia da quel 2 Giugno… divenne Repubblica!!!
Si… quanto hai detto è giusto, difatti venne nominato il primo Presidente Enrico De Nicola e dal 1° Gennaio 1948 l’Italia ebbe una nuova Costituzione, fondata su ideali di libertà e democrazia.
Difatti, l’Articolo 1 sancisce: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Scusa Papà, ma allora c’è qualcosa che non torna… con quanto accaduto in questi giorni… 
“Minch… ie ora chi cia’ia ddiri, comu fazzu a spiegariccillo???”.
Allora, devi sapere che esistono solitamente due tipi di governo: il primo, si chiama “democrazia” e l’altro “dittatura”!!!
La democrazia deriva dalla parola greca, demos=popolo e cratos= potere, significa per l’appunto governo del popolo… 
Come avrai compreso, nell’antica Grecia il popolo si recava nell’Agorà e li poteva farsi votare direttamente… 
Oggi invece vi è una democrazia indiretta e quindi, soltanto alcune persone, all’interno di un’élite, rappresentano di fatto il volere del popolo… 
Viceversa, l’altra forma di governo si chiama dittatura, ed in questo caso, a comandare è un unico organo/partito/casta o anche una sola persona, che accentra su se, tutto il potere dello Stato…
Certo, questa seconda modalità, ha prodotto negli anni tutta una serie di circostanze negative, tra cui periodi di terrore e soprattutto a dato luogo alle famose guerre mondiali…  
Comprenderai da te come in quel cosiddetto “totalitarismo” non vi sia alcuna democrazia e molte occasioni personali di cui oggi godi, ad esempio, la libertà di scrittura, di parola e anche di pensiero, erano in quel contesto limitate o ancor più soppresse!!!
Di contro, la democrazia fonda i propri principi sulla libertà, l’equità, la fratellanza, la tolleranza, ma soprattutto garantisce che dinnanzi allo Stato e alle sue leggi, si è tutti eguali!!!
Ed allora papà è come pensavo all’inizio io… cioè noi in questo momento, siamo in una forma di dittatura, camuffata da democrazia!!!
Ho risposto: “Scusa amore, ma perché dici questo…???”.
Allora, i cittadini hanno votato… sì… hanno scelto i loro referenti politici…??? Hanno deciso da quali partiti volevano essere governati…??? E questi partiti, usciti vincitori da quella competizione elettorale, mi sembra… che abbiano presentato un programma di governo, hanno consigliato al Presidente della Repubblica un eventuale Presidente del Consiglio… e quest’ultimo dopo alcuni giorni, ha presentato una lista dei ministri… o sbaglio???
No… no… non sbagli…
Bene, allora mi spieghi perché a breve dovrete andare nuovamente al voto, facendo spendere altri soldi inutili al nostro stato e soprattutto, chi è questo signore sconosciuto, nominato ora dal Presidente della Repubblica??? 
Mi sembra che nessuno di voi, l’abbia mai votato!!!
E poi, se il Presidente Mattarella non era soddisfatto di quei due partiti, perché non chiedeva alla coalizione del centro-destra, quella dove c’è Berlusconi, di formare un nuovo governo…??? 
Certamente era più legittimo di quello appena imposto…  almeno rappresentava il 37,5% degli italiani!!!
Quindi… cosa mi dici???
Eh… sì!!! Ah… vorrei risponderti, ma purtroppo amore… devi scendere, siamo giunti a scuola.
Ah… ok papà… allora a dopo, ciao, ciao…  
Meno male… è scesa!!! D’altronde cosa avrei dovuto raccontargli: A 16 anni… ha già compreso tutto su questo nostro paese…

Votazioni… vince l'astensionismo: votano 5 italiani su 10!!!

Renzi ha detto bene… “gli Italiani hanno imparato a fare zapping“!!!

Hanno perso infatti tutti coloro che fanno parte di quella vecchia politica…
Il primo dato politico che emerge è quello del successo del Movimento 5 Stelle a Roma e a Torino…
I romani dopo “Mafia Capitale” hanno deciso di voltare pagina e se il ballottaggio ha tenuto fuori i voti della Meloni… questi certamente diverranno fulcro della Bilancia con il ballottaggio…
Tutte le principali città andranno al ballottaggio: a Roma, la candidata del M5S Virginia Raggi affronterà al ballottaggio il Pd Roberto Giachetti; a Milano il candidato del Pd Beppe Sala avrà contro quello del centrodestra Stefano Parisi; i sindaci uscenti Piero Fassino a Torino e Luigi De Magistris a Napoli, se la dovranno vedere al ballottaggio rispettivamente con la candidata del M5S Chiara Appendino e con l’interlocutore del centrodestra Gianni Lettieri; a Bologna il sindaco uscente del Pd, Virginio Merola se la dovrà vedere in con la leghista Lucia Bergonzoni…
Diciamo che è tempo per il Cavaliere di ritirarsi… come stessa cosa devono fare tutti coloro che sono usciti dal Pd e hanno deciso di presentarsi da soli…
Inoltre, il trucchetto delle liste civiche non ha premiato… 
Celarsi difatti dietro un simbolo “mascherato” non è servito… gli italiani saranno pure dei pecoroni… ma certamente non sono così stupidi per come li si vuole passare!!!
Difatti, il vincitore di questa tornata elettorale sarebbe ancora una volta l’astensionismo, quella disaffezione dei cittadini ormai verso la politica o ancor meglio per quei suoi interlocutori…
Molti hanno voluto dare la colpa del proprio fallimento al ponte del 2 Giugno… ma lo sanno anche loro che è si tratta di una giustificazione banale…
La preoccupazione ora è per il prossimo referendum confermativo delle riforme costituzionali nel mese di Ottobre… ed il premier Renzi pensa che sul referendum gli italiani andranno a votare… e voteranno sì!!!
Io comunque credo che sia giunto il tempo di cambiare rotta… parlo anche per coloro che hanno momentaneamente vinto, come il Pd ed il M5Stelle…
Si tratta di comprendere per chi è al Governo cosa realmente gli italiani vogliono… ed il premier Renzi deve sforzarsi – una volta e per tutte –  che se vuole ancora governare deve abolire tutti quei privilegi vergognosi presenti e cominciare soprattutto a dare certezza e sicurezza ai suoi cittadini, contrastando definitivamente un paese completamente corrotto, non perché condizionato dalla criminalità organizzata, ma soprattutto da tutti quegli uomini legati ai poteri istituzionali… fortemente compiacenti!!!
Di contro i Penta-Stellari devono comprendere che non si può più puntare esclusivamente sul populismo, ma bisogna comprendere che è venuto il momento di programmare in ogni comune una alternativa seria… 
Bisogna dare al movimento ancor più ampia autonomia, senza bisogno che qualcuno ne detenga le chiavi del forziere e che si ponga al di sopra di tutti: dopotutto il motto del suo guru, Gianroberto Casaleggio, era quello che “ognuno valesse un solo voto”…