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Il copione è sempre lo stesso. Ieri l’ho scritto, ed ora Barbagallo lo conferma – “Ragusa-Catania”, l’ennesimo atto.


In questi giorni ho scritto alcuni post sull’argomento, mettendo nero su bianco la sensazione di nausea che prende quando si osserva questo meccanismo: le grandi opere che diventano palcoscenico, i lavoratori lasciati a secco, le piccole imprese che attendono invano i pagamenti.

Ed ecco che, puntuale come la cronaca, è arrivata la scena successiva.

Anthony Barbagallo denuncia lo stallo sul “lotto 3” della Ragusa-Catania. Operai in sciopero. Stipendi non pagati da novembre. Un’opera strategica, già finanziata, appaltata, di nuovo ferma.

Come avevo scritto, quanto accade non è un caso, non si tratta di una disgrazia occasionale: questo rappresenta – ormai da anni – il sistema che produce esattamente il risultato per cui è stato progettato.

Barbagallo parla del “codice degli appalti voluto da Salvini” e dei “subappalti a catena”. Io, viceversa, osservo da anni il risultato finale di quelle catene: chi sta all’ultimo anello viene semplicemente staccato e lasciato cadere!

Nel mio precedente post parlavo di “General contractor” che si aggiudicano gli appalti, avviano i cantieri, e poi, alla prima difficoltà, dichiarano crisi o, peggio ancora, passano il testimone in un gioco di scatole cinesi, solitamente ad altre imprese che hanno già dimostrato di presentare gli stessi problemi.

Ecco perché Barbagallo oggi chiede che le imprese sostituite lo siano solo tramite nuovo bando pubblico.

Perché è esattamente questo il punto. Perché oggi, in Italia, si può perdere una gara, essere inefficienti, e rimanere comunque dentro al sistema. Si cambia ragione sociale, si affitta un ramo d’azienda, si lascia il cerino acceso in mano ai creditori e ci si ripresenta alla prossima asta.

E chi paga? I lavoratori, che da novembre vivono di ansia e non di stipendio; le imprese locali, che hanno fornito inerti, cls, bitume, e che ora rischiano di fallire per un credito mai saldato.

Ma non solo: paga anche il territorio, sì… perché aspetta un’infrastruttura vitale e si ritrova, come sempre, con un cartello “cantiere sospeso” e le solite, abituali polemiche della politica.

Il segretario del Pd chiede un tavolo tecnico. Ritengo sia giusto, è doveroso. Ma io mi chiedo: quanti tavoli tecnici servono ancora prima di capire che il problema non è la mancanza di un confronto, ma l’assenza di responsabilità?

Allora mi viene spontaneo chiedere: se, come sempre accade, si procederà con il solito tavolo tecnico, che differenza c’è tra rispettare il contratto e non rispettarlo?

La sensazione, amara e persistente, è che la Sicilia venga utilizzata come una “landa di frontiera” del capitalismo italiano. Il posto dove si sperimentano i modelli finanziari più spregiudicati, dove i costi sociali si scaricano a valle, dove le regole si allentano perché tanto, alla fine, “c’è sempre qualcuno che protesta, ma nessuno che ferma davvero i cantieri”.

E invece i cantieri vanno fermati. Non i lavori: i cantieri fasulli!

Quelli dove si piantano le bandierine per incassare i primi stati di avanzamento e poi si abbandona tutto; quelli dove il cantiere è aperto giusto il tempo di far maturare i crediti verso lo Stato, che poi verranno ceduti, scontati, smaterializzati in operazioni finanziarie che non hanno più nulla a che fare con l’asfalto e il cemento.

La Ragusa-Catania non è solo un’opera. È un simbolo! E non do la colpa a questo attuale governo, ma a tutti quelli che per trent’anni si sono succeduti, prendendo migliaia e migliaia di preferenze, per stare seduti in quelle poltrone di Roma, senza fare mai un caz…

È il termometro di quanto questo Paese sia stato disposto a tollerare. E cioè: che il Sud è stato trattato come una succursale, sì… una periferia sacrificabile!

Barbagallo parla di “frutto amaro” e “indigesto”. Ha ragione. Ma attenzione… non è il sapore amaro di un frutto acerbo: è il sapore di un frutto marcio. E la putrefazione, si sa, parte sempre dall’interno!

O si interviene sul meccanismo – garanzie reali, responsabilità solidale a cascata, niente subentri senza trasparenza – oppure continuerò a dover scrivere lo stesso post tra due anni, su un altro lotto, con altri operai sotto il sole a brandire cartelli e con gli stessi mesi di stipendio non pagati.

Io quel post l’ho scritto, riscritto e scritto nuovamente. Oggi – ahimè – lo integro con la cronaca.

Ma ripeto: è una cronaca che conosciamo a memoria. E non credo sia più sopportabile.

Al Nord i contratti milionari, mentre a Sud restano i conti da pagare!


Eccomi nuovamente qui a prendere in mano il filo che lega quanto si ripete ormai costantemente, così robusto da sembrare incatenato a questa nostra Sicilia; parliamo delle stesse mani che lo tengono, seppur quest’ultime siano spesso a Roma!

Si parla di opere fondamentali, di treni che dovrebbero unire e strade che dovrebbero svilupparsi, e invece diventano il palcoscenico di una recita che si ripete, immutabile nel copione, da decenni.

I nomi delle grandi imprese del Nord cambiano, arrivano con la fiducia delle gare vinte, fino alle sigle nuove che subentrano tra concordati e affitti di ramo, ma la musica è sempre la stessa. 

E a pagare sono sempre gli stessi: i lavoratori che restano senza stipendio, le imprese locali che hanno fornito materiali e mezzi, il territorio che aspetta un’infrastruttura vitale e trova solo cantieri deserti e quelle abituali polemiche.

Cosa dire… è un paradosso amaro, quasi metafisico, vedere fondi stanziati, attività programmate, e poi osservare il tutto bloccarsi perché l’ingranaggio si inceppa lontano da qui, in una sede legale del Nord, in una decisione finanziaria che tratta la Sicilia come una postazione periferica e sacrificabile. 

Quei “General contractor” che si aggiudicano appalti per centinaia di milioni, progettano, mobilitano indotti, avviano i lavori, e poi, alla prima difficoltà, dichiarano crisi, avviano concordati, lasciano il testimone a un’altra società, già… sembra di essere in uno gioco di scatole cinesi, dove tutti partecipano. 

Nel frattempo, chi ha lavorato, chi ha fornito, trasportato le forniture, eseguito i lavori, già… chi ha messo le ore del proprio personale in quel cantiere, aspetta, aspetta, sì… aspetta invano solitamente centoventi giorni, spesso di più, per vedere i propri crediti, ma dopo qualche anno, quando ormai gli importi sono cresciuti ahimè a dismisura, ecco che improvvisamente i propri crediti evaporano nel limbo, sì… di procedure infinite, che rischiano di portare al fallimento tutte quelle imprese, solo perché, avevano creduto a un contratto. 

È un sistema marcio, d’altronde non vi è altro modo di chiamarlo, e non si può che concordare, perché la putrefazione sta proprio nel fatto che questo meccanismo sembra perfettamente oliato per funzionare a senso unico, per proteggere chi sta in alto nella catena e schiacciare chi sta in basso.

Qualcuno dice che accade ogni due anni, ma potrei elencare una serie di casi che vanno avanti così da oltre un ventennio, e la cosa più tragica, è la sensazione di un destino ineluttabile, di una storia già scritta che si ripete a ogni nuova opera strategica. I sindacati lanciano allarmi, i politici presentano interrogazioni, i giornali scrivono articoli, i lavoratori scendono in sciopero sotto il sole o la pioggia, davanti a un cantiere fermo. 

Si chiedono le solite cose: garanzie, si chiede un intervento istituzionale, si invoca chiarezza! Certo, le risposte arrivano, a volte, lente e formali, spesso cariche di burocratese: manca la presa d’atto formale, la documentazione è in esame, ci sono criticità pregresse ereditate. Nel frattempo, le famiglie vivono di ansia e le piccole imprese locali, il vero cuore pulsante dell’economia di questi territori, stringono la cinghia fino a soffocare, tradite da un sistema che dovrebbe essere una leva di sviluppo e invece si rivela un vampiro.

E allora viene da chiedersi, riflettendo a voce alta, dove sia il limite di questa tolleranza! 

Quanto ancora questo territorio, già provato da tante sfide, deve sopportare di vedere le sue aspettative di progresso utilizzate come merce di scambio in giochi finanziari più grandi di loro? L’opera pubblica dovrebbe essere un patto tra lo Stato e la comunità, un investimento nel futuro, invece, troppo spesso, qui si trasforma in una landa di confine dove le regole del gioco sembrano sospese, dove i diritti dei lavoratori e dei fornitori diventano l’ultima ruota del carro di strategie aziendali decise altrove. 

La colpa, si dice, è di procedure lunghe, di passaggi delicati, ma quando la delicatezza diventa sistematicamente sinonimo di ingiustizia, allora non è più una scusa, è un sintomo preciso di un male profondo. 

Serve una sterzata decisa, una presa di responsabilità che vada oltre le singole emergenze e spezzi finalmente questo circolo vizioso, perché un’isola non può essere eternamente in attesa del proprio futuro, mentre qualcuno, altrove, conta i suoi danni e i suoi profitti sul groppone di chi quel futuro lo deve costruire, giorno dopo giorno, anche senza sapere se alla fine del mese potrà mettere insieme il pranzo con la cena

SICILIA: Opere pubbliche, un fallimento completo. Quando lo Stato paga chi distrugge l’economia del Sud!


Si parla di sviluppo, di opere strategiche, di futuro per la Sicilia, ma la storia si ripete sotto i nostri occhi ed ha il sapore amaro di un’ingiustizia antica… 

È la storia di cantieri come quello del “Dittaino-Catenanuova“, dove i fondi ci sono e il territorio brulicherebbe di lavoro, eppure decine di lavoratori vivono nell’incertezza, con le opere a rilento e le vertenze che si avvitano su sé stesse. 

È la storia del “Lotto 3” della Ragusa-Catania, dove settanta uomini e donne attendono da mesi uno stipendio, bloccati in un limbo burocratico tra un’impresa uscente e una entrante, mentre l’opera, di importanza vitale, è ferma a un misero tre per cento. 

Dietro a questi nomi, a queste sigle di consorzi che si rincorrono, si nasconde un meccanismo spietato e perfetto nella sua ripetitività, uUn meccanismo che non è un incidente di percorso, ma il percorso stesso!

Perché la verità è che la crisi di queste grandi imprese denominate “General contractor”, spesso radicate al Nord, non sono una sventura che cade dal cielo sulle imprese del Sud, è viceversa una scelta politica, di sistema, un gioco dalle regole truccate e la cosa bella e che lo sanno tutti…

Lo sanno bene perché mentre i sindacati chiedono garanzie per i lavoratori e i politici presentano interrogazioni, c’è chi quel gioco lo vive sulla propria pelle da anni. Ci si fa in quattro, si seguono tutte le regole, si presentano i documenti antimafia, si superano le verifiche per aggiudicarsi un piccolo pezzo di un grande appalto, convinti che la correttezza abbia ancora un valore.

Poi arriva la richiesta surreale: fare da banca a chi ti commissiona il lavoro, rilasciando una fideiussione a garanzia delle tue stesse prestazioni, quando sarebbero loro a dover garantire i pagamentiPagamenti che, nei casi migliori, arriveranno dopo centoventi giorni di attesa, sempre se… arriveranno.

E allora si accetta, si sopporta il peso di un flusso di cassa strangolato, si investono risorse, mezzi, professionalità, credendo in un patto. Fino al giorno in cui il silenzio diventa assordante. I pagamenti promessi evaporano, i referenti spariscono, e il credito che insegui si dissolve nel nulla offrendoti un concordato, una briciola e la reazione, quando osi chiedere ciò che ti spetta di diritto, è la beffa più crudele: la disdetta del contratto. Sì… vieni punito per aver preteso il rispetto di un accordo. 

Così… mentre la tua azienda, magari operante da generazioni, trema sull’orlo del baratro per quei soldi mai visti, il grande general contractor che ti ha messo in crisi è al sicuro, protetto da clausole capestro negoziate con lo Stato, che gli garantiscono, in caso di interruzione della commessa, indennizzi miliardari. Loro incassano una lauta buona uscita, spesso superiore al profitto che avrebbero ottenuto completando l’opera onestamente, e passano oltre, lasciando dietro di sé una scia di fallimenti, debiti insoluti e famiglie in ginocchio.

È questa la giustizia a senso unico che lacera il tessuto produttivo. I protocolli di legalità sembrano valere solo per chi sta in fondo alla filiera, costretto a subire e tacere. Le grandi opere, nate come patto tra Stato e comunità, si trasformano in un deserto di opportunità svanite, dove il vero business non è costruire infrastrutture, ma manovrare contratti e fallimenti. 

Ogni due anni, con una regolarità da orologeria, la storia si ripete con nomi diversi, e ogni volta è una nuova ondata di imprese locali che soccombe, di lavoratori lasciati a casa, di territori presi in ostaggio. La domanda allora si fa bruciante e diretta: perché continuare ad affidare il destino di questa terra a intermediari così distanti e così poco affidabili, quando sono le imprese del territorio, quelle che conoscono la pietra e la fatica, a dover materialmente realizzare il futuro? 

Forse perché, come si sospetta, il gioco è un altro, e i perdenti sono già stati designati da tempo. Sono sempre i soliti, quelli che con il sudore della fronte cercano solo di lavorare onestamente, e che invece si ritrovano, dopo mesi di attesa e lotta, soltanto con le braghe in mano e la rabbia nel cuore.

A quei miei ‘indegni’ conterranei del silenzio: la complicità che nutre il disastro!


Sì… è come un lamento che non riesce a uscire dalla gola, un grido soffocato prima ancora di nascere e poi, all’improvviso, diventa un coro: si leva tra le macerie dopo una tempesta, tra l’acqua stagnante di un’alluvione, nelle strade e nelle case franate all’improvviso, nelle piazze vere e in quelle virtuali dei social, scavando un solco sempre più profondo tra noi e chi dovrebbe rappresentarci.

Ma ogni volta che ci penso, non posso fare a meno di chiedermi: perché questa rabbia arriva solo dopo il disastro?

Perché quella stessa voce che oggi urla “Basta! Vergogna! Dimettetevi!”, ieri, si limitava a sussurrare tra le mura di casa, come se sapesse già cosa sarebbe accaduto, ma avesse deciso di voltarsi dall’altra parte? Come se la tragedia fosse un destino inevitabile, qualcosa da subire in silenzio anziché combattere.

Ed è proprio osservare questa rassegnazione che mi fa male: riconoscere l’abisso, indicarlo con le mani che tremano, eppure continuare a camminare lungo il suo bordo, come ipnotizzati. Perché? Perché in fondo ci diciamo: “Prima o poi qualcuno cadrà… ma non io. Non certamente oggi”.

La sfiducia, ormai, non è più solo un sentimento. È diventata una struttura dentro di noi, costruita mattone dopo mattone, di sicuro con ogni promessa tradita e ogni occasione sprecata. E quando smetti di credere che il cambiamento sia possibile, quella stessa incredulità diventa la tua scusa perfetta: “Tanto non cambierà mai niente, perché rischiare?”. E così il “sistema” si trasforma in un mostro mitologico, onnipotente e invincibile, un alibi comodo per non dover mai uscire dal tuo bozzolo di quiete.

E intanto il circolo vizioso si chiude: la sfiducia genera inazione, l’inazione conferma che “tanto non cambia niente”, e la sfiducia si radica ancora di più, finché non diventa una filastrocca, una frase che tutti ripetiamo: “Si è sempre fatto così”.

E allora la negligenza diventa tradizione, lo sfruttamento normalità, il disastro fatalità; già… fatalità, come se fosse colpa di una maledizione antica, non delle nostre scelte. Così ci laviamo la coscienza: “Non è colpa mia, è il corso delle cose”. Ma a quale prezzo? Perché quel fatalismo toglie il peso della responsabilità dalle nostre spalle… e spegne ogni scintilla di ribellione.

Se tutto è già scritto, a che serve guardarsi allo specchio? Ed è qui che fiorisce l’individualismo, come una gramigna nel terreno arido della comunità. Ci si perde nel recinto del proprio orticello: “Basta che non tocchi a me”, “L’importante è che non s’inondi il mio giardino”. 

Il bene comune? Un’idea astratta, bella a parole, ma troppo scomoda per sporcarsi le mani. Così l’energia che avanza dopo le lamentele sterili la riversiamo in accordi privati, in quelle piccole salvezze personali che illudono di poter stare al riparo dal marasma generale.

Ma è proprio qui il tradimento: non quello urlato, no. Quello sommesso, accomodante. Quello che spegne il telegiornale quando la notizia è troppo vicina a casa, che si sistema sul divano del proprio interesse e sussurra: “Io non c’entro niente”. Perché dimentichiamo – o fingiamo di dimenticare – che il silenzio è complicità. Che ogni sguardo distolto, moltiplicato per migliaia, diventa una coltre pesantissima sotto cui tutto può crescere: anche questa infezione.

Ecco, ciò che mi lascia senza fiato non è la cecità, ma la lucidità consapevole. Tutti sappiamo come funziona: lo analizziamo a cena tra amici, con quel tono di disincanto quasi compiaciuto, come se capire il male fosse già una vittoria. Ma finita la discussione, riponiamo tutto nel cassetto delle buone intenzioni… e torniamo a camminare lungo il bordo dell’abisso.

Poveri miei conterranei, ormai spettatori della vostra stessa storia. Critici implacabili, ma con le mani sempre in tasca. Convinti che la frana non arriverà mai fin qui, che il fiume non strariperà sul vostro giardino.

Fino al giorno in cui, invece, lo farà e allora – forse – sarà troppo tardi, sì… anche per alzare lo sguardo!

Fabrizio Corona: Verità, falsità e il peso del silenzio. Il patto invisibile del potere.


È in corso uno strano, inquietante silenzio e si propaga come un’eco che non trova pareti contro cui frangersi. Non è solo l’assenza di suono, ma un silenzio pieno di cose non dette, di parole trattenute, di accuse assorbite senza reazione.
Al centro c’è un nome, Fabrizio Corona, e il suo format “Falsissimo”, una serie di rivelazioni tanto esplosive quanto abilmente confezionate (sicuramente… anche per generare profitto, d’altronde si parla di centinaia di migliaia di euro al mese).

Ciò che accade intorno a questo nome, però, racconta molto più della persona: rivela un intero mondo, quello dello spettacolo e del potere, che sembra paralizzato. Ma in fondo non è che la solita, antica e ben oliata routine del compromesso.

La vicenda è ormai nota a tutti. Fabrizio Corona, con una lunga storia giudiziaria (che include condanne per estorsione), ha lanciato attacchi durissimi contro un sistema, coinvolgendo nomi pubblici noti. In quelle sue puntate (che trovate in tutti i social) piene di accuse, di pressioni e di piaceri sessuali promessi in cambio di un favore, hanno raggiunto ormai milioni e milioni di visualizzazioni.

Ovviamente la reazione legale non si è fatta attendere e così la magistratura ha ordinato la rimozione di tutti i contenuti su quei personaggi e sulla stessa società chiamata in causa, attraverso una diffida per “violazione di copyright”, facendo cancellare l’ultima puntata che doveva andare in onda in abbonamento, in un social.

Un dettaglio, quello del copyright, che definirei “illuminante”, sì… perché non è stata la gravità delle accuse, la violenza verbale o la potenziale diffamazione a far abbassare il sipario in modo così efficace, ma la violazione di una proprietà intellettuale.

E’ come se il sistema avesse trovato una leva tecnica, asettica, per disinnescare una bomba morale, aggirando il merito scomodo delle domande poste. E qui, il primo silenzio si fa sentire: il silenzio sul merito stesso! La società ha sin da subito replicato definendo tutto “menzogne e falsità”, ma la discussione pubblica è stata immediatamente deviata su un terreno legale e commerciale, lasciando così le domande di fondo sospese in un vuoto “assordante”, perché è proprio in questo vuoto che si insinua la perplessità più profonda.

Dove sono le voci di coloro che sono stati “indirettamente” chiamati in causa? Tutti quei personaggi pubblici che sono stati esposti alla gogna mediatica, auspico abbiano in questi giorni denunciato il Corona o si sono astenuti? Ed ancora, perché chi è stato mesi fa “buttato fuori” da certi programmi televisivi ha risposto a quelle “calunnie” solo attraverso i social, in modo difensivo, e non è corso immediatamente in Procura o presso gli studi legali a sporgere denuncia per diffamazione?

La risposta più inquietante, e che molti di noi sospettano, è che il silenzio non sia dettato dalla mancanza di offesa, ma da un calcolo. Denunciare Corona significherebbe certo mettersi nelle mani della magistratura, ma aprirebbe un processo in cui lui – ovviamente per difendersi – potrebbe essere chiamato a esibire “in quelle sedi opportune” (ahimè pubbliche…), tutta la documentazione che finora ha detto di possedere (quantomeno questo è ciò che ho compreso io…).

Questa scelta, infatti, potrebbe dipendere da diverse considerazioni strategiche:

L’effetto amplificazione: Rispondere ufficialmente può dare ulteriore visibilità e risonanza alle accuse, anche se false, rischiando di danneggiare ulteriormente la propria reputazione.

Sfiducia nell’efficacia: In un ecosistema digitale dove i contenuti diventano virali in poche ore, una procedura legale – spesso lunga – potrebbe non fermare tempestivamente il danno reputazionale già in corso.

Bilanciamento costi/benefici: Intraprendere una causa legale comporta costi economici, di tempo ed esposizione mediatica. Per alcuni, potrebbe non valerne la pena rispetto alla possibilità che l’interesse pubblico si sposti presto su altre notizie.

Già… un ribaltamento del tavolo che nessuno sembra volere. Forse, dobbiamo pensare che qualcuno preferisca sperare che il proprio silenzio venga premiato: chissà… con una nuova chance, con una mano tesa, con un silenzio reciproco? È il compromesso nella sua forma più pura: io non alzo la voce contro di te, e tu non alzi ulteriormente il volume contro di me. Sopravviviamo entrambi, intatti nella nostra rispettabile vulnerabilità.

Questo meccanismo non opera solo a livello individuale, ma si estende a tutto l’ecosistema mediatico, già… osservate il silenzio ufficiale, quasi una “pax” prestabilita tra competitori. Basti osservare tutti quei concorrenti, che in altri frangenti, non esiterebbero a trasformare lo scandalo altrui in oro per gli ascolti, qui se ne stanno alla larga. È come se vi fosse un tacito accordo di non belligeranza su certi terreni scivolosi, una consapevolezza che oggi abbassi l’ascia su di me, perché domani quella stessa ascia potrebbe rivoltarsi contro di te!

D’altronde chi dovrebbe scrivere, parlare, spesso, è stipendiato o legato a doppio filo a certi editori, e dunque la sua voce è calibrata, cauta, mai del tutto schierata. Il risultato è una narrazione pubblica monca, dove la battaglia si sposta su questioni secondarie, ad esempio la violazione del copyright, la sanzione pecuniaria, mentre il cuore della questione, quel presunto scambio tra ambizione e coercizione morale, resta avvolto nelle nebbie del “non detto”.

Alla fine, ciò che ci interroga non è la veridicità o la falsità delle singole accuse di Corona, su cui, ricordiamolo, la magistratura sta indagando separatamente, ma il riflesso che questa storia proietta sul nostro mondo.

Ci mostra come il potere, in tutte le sue forme (finanziario, manageriale, politico, ma anche soltanto di semplice visibilità…) possa funzionare, non solo attraverso imposizioni plateali, ma attraverso la seduzione silenziosa del compromesso. L’obiettivo da raggiungere – un posto in tv, una carriera, un sogno – diventa così luminoso da accecare, e la strada per ottenerlo si fa grigia, fatta di piccoli piegamenti, di sguardi alti, di accordi sottobanco.

Chi si piega non è necessariamente una vittima senza scampo; a volte è un complice attivo di un sistema che sa che il suo carburante più potente non è la forza bruta, ma la speranza, sì… la speranza di farcela, a qualsiasi costo.

E così mentre noi telespettatori, restiamo a guardare questo strano spettacolo di fuochi d’artificio verbali e silenzi di tomba, la domanda vera non è “Chi ha ragione?”, ma: “Quanto costa, in dignità e verità, il prezzo del successo che in molti accettano di pagare?”.

Ed il silenzio, purtroppo, è la risposta che già conoscono!

Siamo certi che Pietro Taricone morì “per una manovra troppo rischiosa” oppure vi era qualcos’altro?


C’è una morte, quella di Pietro Taricone, che sin da subito non mi ha convinto e che ora, dopo tanti anni, torna a interrogarmi di nuovo.

In queste ore, ascoltando le dichiarazioni di Fabrizio Corona e ripensando a quelle inaspettate di Claudio Lippi dall’ospedale e alle tante voci che piano piano stanno emergendo, quel dubbio si è fatto in me nuovamente strada. 

Ricordo che allora il gip di Terni nel 2010 archiviò tutto, concludendo che fu una manovra troppo rischiosa, sì… un errore umano a venti metri dal suolo, a causare lo schianto. La Procura, difatti, dopo la perizia, escluse qualsiasi guasto al paracadute, e così la storia si chiuse lì. 

Eppure io ho sempre sospettato che qualcosa non tornasse, conoscendo l’alta professionalità con cui Taricone affrontava lo skydiving in generale. Quell’uomo, che tutti ricordano come “O Guerriero” per la sua esuberanza nel primo Grande Fratello, era in realtà un appassionato sì di quello sport estremo, ma nel farlo – a dire di tutti i suoi amici – era particolarmente metodico. 

Difatti, possedeva alle spalle centinaia di lanci e proprio quel giorno a Terni, stava frequentando un corso di sicurezza in volo di livello intermedio. Il primo salto era andato bene, viceversa durante il secondo lanciò, dopo aver aperto regolarmente il paracadute ad ali e iniziato la discesa – secondo la ricostruzione ufficiale – in quella fase finale, commise l’errore di eseguire la manovra di frenata ad un’altezza vietata, all’incirca una ventina di metri, con una tecnica ritenuta particolarmente pericolosa. Lo schianto fu violento e le lesioni gravissime, e dopo un’operazione di molte ore, non riprese mai conoscenza e la conclusione fu lapidaria: tragica fatalità!

Mi sono sempre chiesto perché un paracadutista esperto che sta seguendo un corso di sicurezza avrebbe dovuto compiere una manovra così folle e palesemente contraria a ogni norma. Ecco, questo è il nocciolo del mio dubbio, il primo tassello che non combacia, già chi dice che non abbia fatto proprio quella manovra, perché a causa di un problema presente – che soltanto lui stava in quel preciso istante sperimentando – abbia dovuto – per provare a salvarsi la vita – scendere così in basso?

Le voci che riaffiorano oggi mi spingono a guardare oltre la semplice cronaca di quell’incidente, mi fanno pensare al personaggio pubblico che era Taricone, a come lui stesso, in vita, si fosse scontrato più volte con quel sistema che lo aveva reso noto ai telespettatori. Ma soprattutto lo fece ai “Telegatti” del 2001, quando lì, incredibilmente agli occhi di tutti, urlò le sue ragioni contro i meccanismi della televisione, in una scena che oggi, con il senno di poi, potrei definirla profetica. 

D’altronde come non ricordare ora le parole dell’amico e scrittore Roberto Saviano, suo compagno di liceo, che lo ricordò come un ragazzo carismatico e solare, ma anche come qualcuno che, pur venendo da una provincia difficile, aveva saputo prendersi il suo tempo e scegliere il suo percorso, senza farsi intrappolare dalla logica del successo fine a se stesso. 

Taricone non era un prodotto conforme, aveva una sua scomoda integrità e forse aveva visto qualcosa o qualcuno che lo disturbava, che voleva forse che svendesse se stesso, che si piegasse e quindi accettasse compromessi richiesti, ed è proprio questo che mi porta alla seconda, più ampia, riflessione.

Quello che mi chiedo oggi, ascoltando le dichiarazioni pubblicate e condivise sul web, non è tanto se ci sia stato un guasto materiale al paracadute, ma se ci sia stato un “guasto” in un meccanismo più grande di lui. Il sospetto – ma ormai per esperienza diretta di questo ne sono fortemente convinto – è che in questo Paese tutto opera attraverso il compromesso, il favore, la raccomandazione, affinché ciascuno possa beneficiare, per sé o per i propri cari, di quella visibilità oppure di quelle promozioni o di quelle “coperture” che mantengono l’ordine delle cose. 

Ed allora, quando una figura scomoda ha iniziato a gridare contro quel sistema, ecco che improvvisamente muore in circostanze così nette e definitive, che viene lecito domandarsi se la verità giudiziaria (ed in questi mesi di situazioni giudiziarie ambigue ne abbiamo viste tante, troppe…), per quanto tecnicamente ineccepibile, esaurisca tutta la storia o se, invece, dietro la fredda formula dell’“errore umano” si sia preferito archiviare, insieme al fascicolo, anche ogni domanda più scomoda.

La morte di Pietro Taricone, per come è stata ufficialmente raccontata, rimane un mistero nella sua apparente semplicità e credere che un esperto di volo potesse commettere un errore da principiante, mah, qualche dubbio resta. Chissà, forse è davvero così, forse il mio è solo il dubbio di chi fatica ad accettare l’assurdità del caso, ma forse no, forse quelle voci che oggi riemergono, come quelle di Corona che lo definisce una “grandissima persona” e un rappresentante dell’“anti-sistema”, stanno cercando di ricordarci che Taricone, in vita, era un guerriero anche in questo: in quella battaglia solitaria contro le ipocrisie di un mondo, quello televisivo e non solo, fondato sull’apparenza e sul quieto vivere.

La domanda che resta sospesa è se quella battaglia sia finita davvero con lui, quel giorno di giugno a Terni, o se in qualche modo, attraverso il silenzio che è seguito e le domande che oggi tornano, stia ancora continuando. E se il vero “errore umano” da indagare non sia, a volte, la nostra troppo facile rassegnazione a versioni dei fatti che, pur chiuse in un archivio, non riescono a chiudere una coscienza?

Il nostro Paese d’altronde ha dato evidenza di quanto preferisca non sapere, piuttosto che scendere in piazza e fare domande. Sì, perché fintanto che tutti resteranno lì aggrappati a quella briciola, a quella speranza di favore per sé o per i propri cari, fintanto che ciascuno di loro continuerà a prostrarsi e genuflettersi a quei loro amici, siano essi politici, dirigenti, imprenditori o anche mafiosi, beh, state certi che nulla cambierà, così è stato in questi ottant’anni e così continuerà ad essere per sempre, celando all’opinione pubblica i loro intrallazzi, ribaltando in ogni occasione l’unica verità e infangando in tutti i modi possibili chi prova a colpirli e quando non ci riescono, ahimè, usano le maniere forti. 

Già, non vorrei ora prevedere la notizia trasmessa dai nostri Tg, che annuncia di come al povero Fabrizio Corona sia venuto improvvisamente un infarto… e chissà se anche in questa occasione non si parlerà di: tragica fatalità!

Accumulazione e povertà: lo specchio di un’Italia in declino.


Già… la mia ultima riflessione su un’ingiustizia che non vedrò finire.

Miei cari lettori e lettrici, oggi voglio riflettere con voi su un meccanismo potente e silenzioso che plasma le nostre vite, spesso senza che nemmeno ce ne accorgiamo. 

Parlerò di un principio antico, ma più attuale che mai, che riguarda il modo in cui la ricchezza si muove e si concentra. 

Farò in modo di trattare l’argomento non attraverso teorie astratte, ma con ragionamenti concreti che toccano quotidianamente la nostra società, la stessa che vediamo scorrere proprio sotto i nostri occhi.

Pensate a come funziona il mondo quando si lascia guidare soltanto dalla logica del profitto. Chi possiede già capitale, ha la possibilità di farlo crescere, di accumularne ancora. È un circolo che si autoalimenta: più hai, più puoi ottenere. E così, a un polo della società, la ricchezza si ammassa, diventa torre d’avorio, diventa privilegio che genera altro privilegio, in un’esistenza fatta spesso di spreco e di distanza abissale dalla fatica della maggior parte dei miei connazionali.

Dall’altro lato, infatti, ci siamo noi, chi quella ricchezza la produce con il proprio lavoro! Eppure, paradossalmente, più il sistema cresce e più la sua condizione diventa precaria, insicura, soffocata. La miseria non è solo mancanza di soldi, è anche mancanza di futuro, è tormento del vivere quotidiano, è l’ansia di non farcela che ti divora. E questo non è un caso, non è una sfortuna. È la diretta conseguenza di quel meccanismo di accumulazione: per ogni tesoro che si concentra in poche mani, corrisponde un aumento di sofferenza e di privazione nella moltitudine.

Questo paese che proviamo ancora ad amare, si questa “Italia“, ne è la prova vivente. Siamo diventati lo specchio di questa legge spietata. Guardatevi attorno: la forbice tra chi ha tutto e chi non ha nulla si allarga ogni giorno di più. I nostri giovani più brillanti, quelli che potrebbero dare ali al futuro, vengono relegati in cantina, soffocati da una massa di incompetenti che avanzano solo grazie a raccomandazioni e favori. 

La scuola, la ricerca, la crescita intellettuale sono considerate un lusso, non una priorità. Siamo immersi in un disastro sociale e culturale che ci sta impoverendo nell’anima prima ancora che nel portafoglio.

E a chi giova tutto questo? A chi sta al vertice di quella piramide di ricchezza. E dietro le quinte, chi guida realmente il gioco? Sono le strategie di poteri forti, economici, finanziari e purtroppo anche militari, che non hanno bandiera italiana.

È chiaro a tutti chi dettano le regole del mondo oggi, ed è altrettanto chiaro che i governi che si sono succeduti, soprattutto quelli di un “certo” centro destra, hanno fatto poco più che aprire le porte a questi interessi, rendendoci un popolo sempre più ignorante e sottomesso. Hanno svenduto la nostra autonomia, il nostro pensiero critico, il nostro diritto a un destino diverso.

La verità è amara, ma va guardata in faccia! Non ci salveranno le mezze misure, i riformismi tiepidi, i compromessi con chi questo sistema lo gestisce. Questa macchina produce disuguaglianza per sua stessa natura!

L’unica via per spezzare questa maledizione che vede i ricchi diventare sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri è cambiare radicalmente le regole del gioco. Dobbiamo avere il coraggio di immaginare una società diversa, dove la ricchezza prodotta da tutti sia davvero di tutti, dove il lavoro non sia una condanna ma un contributo a una comunità giusta e solidale.

Solo allora potremo dire di aver costruito qualcosa di degno per i nostri figli. Solo allora potremo tornare a respirare la libertà. Mi dispiace solo che quando ciò accadrà… io non ci sarò più!

L’anno nuovo sta per giungere, ma vedrete, nessun contrasto evidente alla criminalità organizzata, porterà ad un reale cambiamento…


L’anno nuovo sta per giungere, ma vedrete, nessun contrasto evidente alla criminalità organizzata, porterà ad un reale cambiamento.

E lo dico con amarezza, non per rassegnazione. Perché il vero paradosso di questi tempi è che più la minaccia si fa invisibile, più diventa pericolosa e più diventa difficile riconoscerla e combatterla.

Già… la mafia, quella che contava i suoi colpi a suon di lupara e bombe, è un’immagine del passato. Oggi ha cambiato modi, indossa un abito elegante, ha imparato a parlare il linguaggio dei conti in banca e delle riunioni che contano, ma soprattutto ha capito che il potere vero non si grida, si acquista in silenzio.

Possiamo usare come eufemismo che si è fatta “manageriale” e questa definizione, ahimè, rischia di renderla quasi ammissibile, quando invece è solo diventata più subdola. Il suo obiettivo non è più il controllo della strada con la violenza, ma il controllo dell’economia con il consenso.

Come fa? Semplice: si insinua, investe, corrompe, paga. Prendete ad esempio un’impresa in difficoltà.. ecco che allora, grazie ai suoi corrotti informatori, si presenta, offre liquidità, sì, a differenza delle banche che le rifiutano un prestito, e diventa a poco a poco un socio silenzioso e apparentemente provvidenziale.

Oppure ecco che quell’affiliato, autorizzato dall’alto, crea dal nulla una rete di società, una serie di scatole cinesi dove il denaro sporco del racket e della droga perde ogni traccia e riemerge pulito, pronto per essere investito in un resort, in un hotel, in un ristorante, in un’agenzia di viaggi, ma anche in un’opera pubblica.

È qui, in questo scambio, che nasce la sua forza attuale. Diventa fornitore di lavoro, eroga favori, porta voti ai suoi amici politici, si presenta come parte integrante e necessaria del tessuto produttivo. Certo, la violenza c’è, ma resta l’ultima ratio, custodita ed espressa solo per chi non accetta le regole di questo gioco perverso.

E allora, mi chiedo: quale contrasto “evidente” possiamo aspettarci? Sono certo di poter affermare: nessuno. Vedrete, non ci sarà alcuna guerra in campo aperto, nessuna retata spettacolare contro un nemico che sappiamo non avere un volto unico.

Si proverà a vincere qualche battaglia, combattuta da alcuni isolati reparti dello Stato su un campo diverso, certamente meno glorioso ma più faticoso. Parlo della lotta contro il riciclaggio, la corruzione amministrativa, l’infiltrazione negli appalti, l’usura che strozza i piccoli imprenditori.

Sono azioni di intelligence finanziaria, controlli incrociati, sequestri di beni che sembrano legittimi. Ed ancora faccio riferimento allo scioglimento dei consigli comunali per condizionamento mafioso, che dimostrano come il veleno abbia raggiunto il cuore delle istituzioni democratiche senza bisogno di sparare un solo colpo.

È una guerra di logoramento, senza un nemico in uniforme da affrontare in campo aperto. E forse è proprio questo il punto che fa desistere lo sguardo collettivo: la mancanza di un evento eclatante, di un “mostro” da abbattere, illude che il pericolo sia diminuito.

Invece, si è solo trasformato. Ha capito che per sopravvivere deve far sopravvivere, deve diventare sistema. E un sistema è molto più difficile da scardinare di una banda armata.

Quell’anno nuovo che arriva troverà dunque questa organizzazione criminale ancora salda, non perché lo Stato sia inerme, ma perché il fronte su cui combattere è diventato vasto quanto l’economia stessa e si confonde con essa.

Il cambiamento reale quindi non arriverà come la propaganda che ci viene quotidianamente raccontata, ma forse verrà un tempo, quando tutto è ormai andato perso, in cui la collettività inizierà a prendere coscienza.

Bisogna iniziare a comprendere che il mafioso oggi non è più quel pecoraio sceso dalle montagne, bensì potrebbe essere il vostro fornitore, il vostro creditore, anche il vostro concorrente. E che la resistenza inizia rifiutando quel compromesso, quella piccola illegalità conveniente, quel silenzio comprato.

Inizia ricordandovi chi siete e dove volete stare, ricordando che il consenso è l’arma più potente, e che toglierglielo è l’unico contrasto che, alla lunga, può davvero segnare un reale cambiamento.

Il resto sono soltanto chiacchiere…

Disparità giudiziarie e opacità amministrative condominiali: il potere di chi sceglie di non tacere!


Mi è capitato (ahimè) in questi ultimi anni, di osservare con crescente amarezza come, in certi contesti giudiziari, il sistema si muova con la prontezza di una “Formula 1”, mentre altrove, di fronte a vicende ben più gravi, ho assistito a un’inerzia sconcertante, se non a una vera e propria indulgenza strutturale.
Prendete il caso di Palermo: un ex amministratore di condominio, responsabile di oltre trenta stabili, finisce agli arresti domiciliari e il giudice per le indagini preliminari, su richiesta della Procura, dispone immediatamente il sequestro preventivo di quasi duecentomila euro, presunto profitto dei reati contestati: appropriazione indebita e autoriciclaggio.

Le indagini, coordinate dalla sezione di polizia giudiziaria della Guardia di Finanza e guidate dal colonnello Antonio Campo, nascono da cinque querele presentate da altrettanti rappresentanti di condomini, insospettiti da ammanchi emersi nel passaggio tra vecchio e nuovo amministratore.

Secondo le indagini non si tratta di sviste contabili, ma di un meccanismo organizzato: rendiconti falsificati, surplus creati ad arte, somme convogliate su conti personali, poi suddivise tra carte prepagate intestate all’indagato e alla moglie, infine spese su piattaforme di gioco online – una a Malta, l’altra in Italia. L’analisi dei flussi finanziari ha ricostruito con chiarezza il percorso del denaro, come un filo che non si spezza, ma si attorciglia intorno a scelte precise, calcolate.

Eppure, proprio mentre leggevo il comunicato stampa di questa operazione – tanto esemplare quanto rara nella sua efficienza – non ho potuto fare a meno di confrontarla con quanto accade altrove: inchieste pendenti che sono durate anni, beni mai sequestrati, professionisti coinvolti in condotte amministrative e finanziarie gravissime, eppure mai sottoposti a misure analoghe, nemmeno lontanamente paragonabili.

Alcuni di quei casi hanno visto addirittura il Tribunale competente nominare un amministratore giudiziario – segno inequivocabile del livello di gravità raggiunto – eppure, al di là della forma giuridica, la sostanza si dissolve in una gestione opaca, dove le responsabilità si smorzano, le sanzioni si annacquano, e ciò che dovrebbe apparire intollerabile finisce per essere tollerato, quasi normalizzato.

Ho espresso più volte, anche in esposti ufficiali, il mio profondo disagio di fronte a certe leggerezze operative – a decisioni prese come se stessimo parlando di bollette dimenticate, non di risorse sottratte a comunità, spesso fragili, di persone che pagano regolarmente per vedersi poi private dei servizi essenziali.

Non credo più – per esperienza diretta – che si tratti soltanto di differenze procedurali o di carichi di lavoro diseguali. C’è qualcosa di più profondo: una sorta di geografia morale dei tribunali, dove la pressione politica, le infiltrazioni mafiose, e talvolta anche la presenza discreta ma capillare di logge massoniche, finiscono per piegare l’applicazione della legge verso esiti divergenti.

Lo dico senza enfasi polemica, ma con la lucidità di chi osserva da anni, da una posizione non comoda – quella di delegato in associazioni di legalità – e che ha la responsabilità, giorno dopo giorno, di tenere accesa l’attenzione su quei passaggi silenziosi in cui la giustizia, invece di essere uguale per tutti, diventa un bene distribuito a dosi diseguali.

Questo caso a Palermo, per quanto limitato nella sua dimensione, è importante non perché sia eccezionale, ma perché è coerente: dimostra che quando ci sono volontà, competenza e autonomia, si può intervenire con tempestività, tutelando i cittadini e restituendo dignità a un sistema che spesso sembra averla smarrita.

Mi auguro – lo dico sinceramente, senza alcuna ironia – che non rimanga un’iniziativa isolata, ma diventi, per ciascun Tribunale siciliano (evito di fare nomi – per il momento…), un modello replicabile, anche perché, finché resteremo in questa condizione di duplice standard, sarà difficile chiedere ai cittadini di continuare a credere, non tanto nelle leggi – sì… quelle ci sono – quanto in chi le applica.

Per cui, se leggete queste righe e vi riconoscete in una situazione simile – un rendiconto poco chiaro, spese gonfiate, un cambio di amministratore con ammanchi inspiegabili – non chiudete il post e lasciate che tutto scorra via. Fermatevi, raccogliete i documenti che avete (verbali, estratti conto, fatture, comunicazioni) e confrontatevi con altri condomini e se i dubbi diventano certezze, non abbiate paura di agire.

Basta un esposto scritto, ben argomentato, inviata alla Procura della Repubblica competente per territorio, o alla locale Sezione della Guardia di Finanza. Già… non serve essere esperti: serve essere precisi. Indicate, nomi, date, somme e discrepanze.

Ed ancora, se il vostro condominio ha beneficiato di incentivi statali – bonus facciate, sismabonus, ristrutturazioni con cessione del credito – potete anche verificare se gli interventi risultano tracciati (vedasi il portale di Openpolis che monitora i cantieri finanziati con fondi pubblici) o se le procedure di affidamento sono registrate nel sistema ANAC. Spesso, una semplice incongruenza visibile in rete – un importo dichiarato di 50.000 euro che in banca diventano 80.000 – è già un campanello d’allarme.

Io, come delegato per la legalità, e insieme a chi ogni giorno lavora per rendere trasparente ciò che qualcuno vorrebbe tenere nell’ombra, sono a disposizione per aiutarvi a formulare una segnalazione efficace. Non vi chiedo di fare da soli ciò che il sistema dovrebbe garantirvi per diritto: vi chiedo solo di non tacere. Perché ogni silenzio, anche il più breve, è un segnale di assenso.

Scrivetemi, condividete, verificate: Agite!

Insieme, possiamo trasformare l’amarezza in responsabilità, e la responsabilità in cambiamento.

Resto – come faccio da anni – in ascolto.

L’altra faccia dei fondi agevolati: “aiuti alle imprese” o “occasione di corruzione”?


Non so voi, ma io sono stanco di leggere di frodi costruite intorno ai fondi della L.R. 38/1976, le cosiddette “Agevolazioni finanziarie alle commesse”. Nate per sostenere le imprese, sono diventate un labirinto di carte e silenzi.

Non sono casi isolati: è il sintomo di un sistema che, ad ogni nuova speranza di rilancio, lascia aperta una porta di servizio per chi sa muoversi nell’ombra.

Quanti altri fondi, concepiti con intenti nobili, sono diventati terreno di caccia? L’articolo 60 della L.R. 32/2000 (Fondo Regionale per il Commercio) e l’articolo 11 della L.R. 51/1957 (Mutuo industriale) sono solo due esempi di un meccanismo perverso. Il solito patto oscuro: funzionari che chiudono un occhio, imprese con progetti fittizi, favori in cambio di vantaggi.

Cosa spinge a rischiare tutto per queste risorse? Non è solo necessità. È una mentalità che ha smesso di vedere la legalità come un confine, trasformandola in un ostacolo da aggirare. Per alcuni, l’obiettivo non è far crescere un’impresa, ma svuotare il sistema. Quando il guadagno immediato diventa l’unica bussola, la corruzione non è più un reato, ma un metodo.

Basta guardarsi intorno: imprese serie faticano per un’autorizzazione, mentre altre, con progetti sospetti, ottengono finanziamenti in tempi record. È un sistema che premia l’opacità. E alla fine, chi paga? I cittadini, le piccole attività, chi crede ancora nella trasparenza.

Ma il problema vero non è solo chi ruba. È chi permette che si rubi. È quella cultura dell’impunità che si nutre di silenzi e complicità. Qui l’impunità nasce dalla lentezza, dalla complessità, dal fatto che denunciare costa più che tacere. Chi dovrebbe vigilare diventa parte del problema.

Questo è il tradimento. Non il singolo furto, ma la sua normalizzazione. Quei fondi non sono più strumenti di sviluppo: sono trofei per chi aggira le regole. Mentre le imprese oneste pagano il prezzo più alto.

Non so più come ripeterlo, a volte mi sembra di parlare da solo, anche se ad alta voce: bisogna spezzare questo circolo vizioso e sì… non bastano le leggi (fatte tra l’altro in maniera ridicola, come non bastano i controlli, serve una rivoluzione culturaleconvincere chi lavora nel pubblico che ogni firma è una responsabilità, non un favore; insegnare alle imprese che la legalità non è un costo, ma un investimento; ricordare ai cittadini che denunciare non è un rischio, ma un dovere.

Perché finché permetteremo che i fondi diventino bottino, finché lasceremo che la corruzione sia una pratica quotidiana, non ricostruiremo mai la fiducia e senza fiducia, non c’è economia, non c’è progresso, non c’è futuro!

Oggi, mentre scrivo queste righe, penso a quanti hanno smesso da tempo di credere che le cose in questo Paese possano cambiare. Ma come ripeto spesso, la speranza non è nella rassegnazione, ma nel gesto concreto, perché la legalità non è un ideale lontano, ma una semplice scelta quotidiana. Ed ogni volta che la facciamo, anche se nessuno lo vede, è un seme che piantiamo nell’arido terreno dell’indifferenza, è una piccola luce che accendiamo nel buio della rassegnazione.

Sistema Sicilia…


La storia sembra ripetersi, come se in questa terra il tempo non scorresse… ma girasse in tondo, lasciando impronte sempre uguali ma su strade diverse, quasi a volerci ricordare che nulla cambia veramente.

Già… proprio come in passato, oggi ritroviamo nuovamente Totò Cuffaro al centro di un nuovo scandalo – interrogato dal Gip con accuse pesanti quali: associazione a delinquere, corruzione e turbativa d’asta. Ho letto che mentre si presentava in Tribunale avrebbe detto ai giornalisti di avere “fiducia nella giustizia“.

Una frase che suona come un ritornello familiare, il refrain di un sistema che non ha mai davvero cambiato pelle. Come sapete non condivido nulla di quel sistema che da sempre condanno con tutte le mie forze, ma resto altresì convinto che le sue dimissioni da segretario della Dc e la rimozione degli assessori a lui vicini, siano solo la punta dell’iceberg, sì… le prime onde di uno scandalo che scuote il palazzo, ma non ne mina le fondamenta.

Perché il sistema, quello vero, è molto più grande di un solo uomo. Dietro l’ex Presidente della regione, si nasconde una rete di relazioni che si estende in ogni angolo dell’isola fino a giungere a Roma, coinvolgendo figure istituzionali come ex ministri e attuali deputati. 

Ho letto inoltre di consorzi di imprese che esistono più nei documenti che nei cantieri, già… quest’ultimi sono riusciti a ottenere decine di appalti pubblici grazie a quelle relazioni giuste. Come sapete, non entro nel merito dei nomi specifici – non m’interessano né quelli e ancor meno i cognomi dei loro referenti – ma è evidente come queste entità, muovendosi con sorprendente agilità tra commesse milionarie e relazioni politiche di alto livello, abbiano costruito imperi che ora rischiano di sgretolarsi, come molti di quelli che abbiamo visto in questi anni crollare su se stessi, sì… credo che sia solo questione di tempo!

E cosa dire della sanità, di quel settore che dovrebbe essere sacro e invece è diventata la cassaforte della corruzione, il luogo dove si decidono destini e fortune? Gare pilotate, concorsi truccati, punteggi modificati in silenzio, tutto avviene alla luce del sole, senza vergogna, come se fosse la norma. La novità, come riportavo alcuni giorni fa, è che oggi la corruzione non si manifesta più solo attraverso le classiche buste marroni con mazzette di banconote, ma attraverso scambi di utilità più sottili, già… più socialmente accettabili, che creano dipendenze destinate a riproporsi nel tempo.

Non è più solo il denaro, ma la capacità di distribuire opportunità, di creare reti di potere, di controllare la burocrazia. Mentre i cittadini comuni faticano a ottenere un visto, un permesso, un servizio pubblico, chi sa muoversi tra le pieghe dell’opacità ottiene tutto con una semplice telefonata e di queste telefonate, ogni giorno, se solo potessimo ascoltarle, ve ne sono a centinaia… 

Già, ciascuna di esse potrebbe realizzare quella storica pubblicità della “SIP” con protagonista l’attore Massimo Lopez e quel celebre slogan: “il telefono allunga la vita“, aggiungendo oggi: “non solo quella, ma anche il potere“.

Sì, il denaro non conta più nulla, ciò a cui tutti ambiscono è la promessa di un posto di lavoro, l’aggiustamento di un punteggio, la nomina a un incarico prestigioso, quello scambio silenzioso tra un politico e un imprenditore, tra un funzionario e un professionista, tra una personalità istituzionale che ha il potere e chi lo cerca.

E così, mentre la politica regionale cerca di assestarsi dopo questo terremoto, con vertici di maggioranza rinviati e nomine bloccate, ciò che resta è la sensazione amara che alla fine, nulla cambi veramente. La nostra Regione Siciliana è tornata a essere un luogo di mera intermediazione, dove tutto si fa “alla luce del sole, senza vergogna“.

Mentre il “sistema” Sicilia continua ad essere un intreccio inestricabile di potere, affari e silenzi, che prospera nell’ombra, resistente a ogni scandalo, a ogni inchiesta, a ogni promessa di cambiamento. La mafia, pur non essendo più il regista, rimane comunque la prima beneficiaria collaterale, sempre pronta a intercettare gli effetti economici di quei flussi illeciti. E sì, perché nonostante tutto, nonostante le inchieste, nonostante gli arresti, quell’infezione continua a diffondersi, silenziosa, implacabile, inevitabile. Perché la corruzione, quando diventa “Sistema”, non conosce fine!!!

E forse, proprio per questo, non conoscerà mai fine, perché in questa terra, dove la linea tra legale e illegale è così sottile da diventare invisibile; chi decide cosa è giusto e cosa è sbagliato? Chi decide chi deve restare e chi deve andare? Chi decide chi merita una seconda possibilità e chi no?

Nello scrivere queste parole ho ripensato alla fiction “Il Capo dei capi” interpretata dal bravissimo attore Claudio Gioè, nella parte del boss di “cosa nostra” Toto Riina, mentre discute con l’amico di sempre Binnu (Bernardo Provenzano): “I Corleonesi nunn’ hanno bisogno ru stato! Ave trent’anni che mettiamo le leggi senza bisogno di scriverle e siamo noi che le facciamo rispettare, siamo noi che decidiamo qua va a crepare e qua va a vivere, qua va a pigliare gli appalti e chu resta morto de fame, chi se ne deve andare a Roma e chu resta cu u’ culo pe’ terra… hann’a trattare cu’ mia, Binno! Qui lo stato sono io!”

Consentitemi di uscire per un istante dalla serietà di questo post, aggiungendo come a tal proposito – senza togliere meriti all’interpretazione di Gioè – molti miei amici che hanno potuto osservare alcuni anni fa, quella stessa parte realizzata (ovviamente per scherzo) dal sottoscritto, con la collaborazione di una delle mie figlie – un video modificato attraverso un filtro se non ricordo male del social “Tik Tok” – dichiaravano che ero da Oscar…

Riprendendo per concludere: la risposta è semplice… sono sempre loro, quelli che siedono ai tavoli del potere, quelli che controllano le chiavi del sistema. E finché non cambierà questo “sistema“, ogni inchiesta, ogni arresto, ogni dimissione, non sarà che l’ennesima goccia nel mare di un male che, come ripeto e scrivo da 15 anni in questo Blog: è diventato “cosa nostra“, di conseguenza parte del Dna di questa terra!

Il mio incontro con i ‘paladini della legalità’: perché scappano davanti alla mie proposte concrete? Il motivo (celato) è che minaccia il loro sistema di potere!


E allora mi ritrovo a pensare a questi ultimi anni, a tutti quegli incontri con i cosiddetti “paladini della legalità”: candidati alla Regione, ex Presidenti, Sindaci, dirigenti pubblici e persino quei professionisti a cui i Tribunali hanno affidato incarichi di fiducia. 

Li avvicinavo dopo i loro comizi, durante convegni i cui resoconti avrete letto sicuramente nei giornali e/o sui social, e all’inizio mi illudevo, sì… ascoltavo le loro parole roboanti contro le ingiustizie, la loro curiosità quasi affamata per le inchieste in corso, e credevo di aver trovato degli alleati.

Insieme ad essi analizzavo l’ombra lunga che avvolge la mia Sicilia, un’oscurità che si insinua tra i corridoi dei palazzi, tra i documenti fatti sparire, ma pensavo fosse colpa della solita torpida burocrazia, la carta che ammuffisce, un problema di inefficienza e non di male organizzato.

Poi, con il passare del tempo, qualcosa si rompeva. Gli stessi soggetti, così cortesi e disponibili sin dal primo incontro, alzavano un muro di gomma alle mie proposte più concrete. Li rivedevo e sentivo un’ostilità improvvisa, un fastidio persino per la mia presenza; restavo lì, muto, a chiedermi dove avessi sbagliato, cosa avessi detto di errato, ma non mi veniva in mente nulla.

Erano loro che cambiavano registro, che si ritraevano, che fingevano di non riconoscermi e io, ingenuamente, continuavo a credere che fosse un malinteso, un incidente di percorso, non il sintomo inequivocabile di un sistema che si stava proteggendo.

Gli anni passano, e la verità affiora con la pazienza cinica di chi sa aspettare. Quegli stessi soggetti, spariti per un po’ – magari per una qualche indagine che li ha lambiti – magicamente ritornano. E non ritornano da soli, già… scopro che tutti quei nomi, insieme a molti degli indagati di cui erano a conoscenza per i loro incarichi, non erano affatto sconnessi, ma anzi, perfettamente intrecciati in una tela che unisce politica, affari e persino le loro stesse famiglie.

Come si dice a Catania: “nenti fari, ca tuttu si sapi”. Ed è così che vengo a scoprire come i familiari di alcuni di loro abbiano svolto, e ancora svolgano, incarichi lucrosi per gli amici degli altri. Professionisti che sulla carta dovrebbero colpire gli illeciti, siedono invece allo stesso tavolo con gli indagati, e tutti insieme banchettano in un silenzio complice che sa di tradimento.

Che schifo, mi viene il disgusto solo a ripensarci, ed hanno avuto il coraggio di parlare con il sottoscritto di legalità. Se solo questa parola potesse trasformarsi in una pandemia, contagiare tutti quelli che la pronunciano a denti stretti senza mai metterla in pratica, allora forse qualcosa cambierebbe.

Purtroppo il mio auspicio non si è realizzato. Quel sistema, per quanto infetto, non miete vittime tra i suoi custodi, anzi, prosegue impeccabile, ben oliato, come un orologio che segna sempre l’ora del favore, della raccomandazione, della mazzetta che passa di mano in mano fino ai piani più alti. E nessuno ferma nulla, né la magistratura né le forze dell’ordine, perché l’infezione è ormai sistemica, capillare, persino rispettabile nelle sue forme più subdole.

Mi rifugio allora nelle parole antiche, in quella giustizia divina che non ammette ambiguità. “Chi pecca morirà”, dice il profeta Ezechiele. E se il giusto si volta e commette il male, è per quel male che morirà. Non è una minaccia, è una legge di armonia, un richiamo alla coerenza che l’uomo moderno ha dimenticato. L’Epistola ai Romani lo ricorda: non dobbiamo prestare le nostre membra, le nostre mani, i nostri occhi, come strumenti d’iniquità.Tutto deve essere in armonia con la giustizia.

E così, quando vedo quelle persone che parlano di legalità mentre le loro azioni servono solo a perpetuare il male, penso che forse, solo un Giudizio così radicale e senza appello potrebbe purificare questa terra martoriata.

Ed allora, forse, è tempo che io riprenda a pregare…

La corruzione non ha più confini: Quando la talpa indossa la divisa!


In questi giorni mi sono trovato a leggere pagine di una storia che purtroppo ha il sapore amaro di chi vorrebbe che certe circostanze non accadessero mai, già… una di quelle vicende che ci fanno riflettere su quanto il male possa infiltrarsi persino laddove dovremmo sentirci più al sicuro.
La notizia peggiore parla di un alto ufficiale, un uomo che indossa una divisa simbolo di onore, e che invece viene accusato di averne tradito il giuramento, sussurrando segreti dell’istituzione a chi quelle indagini avrebbe voluto eluderle.

Sì… l’immagine di una talpa che, invece di scavare nella terra, scava nell’archivio sacro della giustizia, avvisando un uomo già condannato in passato e i suoi alleati che l’occhio della legge si stava posando nuovamente su di loro.

Ciò che lascia sgomenti non è solo l’atto in sé, ma il contesto in cui si inserisce, un quadro fosco che sembra ripetersi con una sconcertante regolarità. A distanza di molti anni, lo stesso personaggio sembra poter ancora contare su qualcuno pronto a macchiare quella divisa in cambio di cosa, forse di un favore, di una raccomandazione, di un posto di lavoro per una persona cara.

È l’abituale logica del baratto che sostituisce quella del dovere, la stessa che trasforma un presidio di legalità in una stanza dei bottoni occulta. I magistrati parlano di un comitato d’affari che si muove nell’ombra, capace di infiltrarsi e deviare la macchina amministrativa, una trama che sembra riavvolgere il nastro fino ai giorni delle talpe di un lontano passato.

Emerge così il racconto di un incontro clandestino, organizzato nello studio di un legale, dove le parole sussurrate valgono più di qualsiasi documento ufficiale. L’ex governatore, attraverso un amico, viene a sapere che un colonnello vuole vederlo per questioni delicate, e il sospetto che si tratti di informazioni riservate sulle indagini a suo carico diventa rapidamente certezza.

L’unica soluzione è incontrarlo, guardarlo negli occhi e ascoltare. Le telecamere di sorveglianza catturano i volti, i tabulati confermano gli spostamenti e il quadro diventa sempre più nitido e desolante. Quel faccia a faccia non era una cortesia tra conoscenti, era il luogo dove la riservatezza delle indagini veniva mercificata.

Poco dopo, in una conversazione intercettata, l’ex governatore racconta al suo braccio destro il contenuto di quell’incontro. Il consiglio era di fare attenzione, di vigilare sulle proprie parole e su quelle di chi li circonda, un monito che suona più come un’ammissione di complicità che come un generico avvertimento.

Ma il punto cruciale, quello che trasforma una rivelazione in un patto osceno, arriva dopo. Le informazioni preziose, quelle che potrebbero scongiurare guai giudiziari, avevano un prezzo non detto ma chiarissimo. In cambio delle notizie riservate, si chiedeva un posto di lavoro per la moglie in un programma di microcredito. È questo il baratto, lo scambio che umilia la divisa e tradisce la fiducia di tutti noi.

E così, mentre leggevo su questa notizia mi chiedevo: dove è il limite, dove finisca l’errore e inizia la corruzione sistemica? Cosa fare quando chi dovrebbe essere il baluardo della trasparenza diventa egli stesso una falla?

Una cosa è certa… non ci sono più alibi, quanto accade è un male che non conosce confini, che non si ferma davanti a nessun simbolo di autorità e che macchia in modo indelebile non solo le persone, ma l’idea stessa di giustizia che faticosamente cerchiamo di preservare.

Sì… oggi è toccato a loro, a quei nomi che deliberatamente scelgo di non riportare perché non meritano l’attenzione di queste pagine, ma domani chissà. La riflessione che mi porto a casa è amara, ma necessaria. La vigilanza deve essere costante, perché l’integrità è un bene fragile, e la sua difesa non ammette pause.

Caro Salvo (Ficarra), la piazza è vuota, ma io sono qui che ti aspetto!


Ho letto ieri sera un’intervista di Irene Carmina a Salvo Ficarra, e sono state le sue prime parole a colpirmi…

Parlava di un limite, usava la metafora della casa comune, depredata non solo dei suoi valori più preziosi ma persino delle cose più umili, quelle di ogni giorno. A quel punto, diceva Ficarra, scatta qualcosa: ci si chiede, ma un limite non dovrebbe esserci? E la risposta, amara, era che forse quel limite in Sicilia lo abbiamo superato da tempo.

Dopo aver letto quell’intervista con passione, ha serpeggiato in me un interrogativo ancora più amaro, già… le stesse sue parole che vado ripetendo da anni: come mai non siamo ancora scesi in piazza a dire basta, a pretendere che qualcosa, finalmente, cambi? Come mai i miei conterranei non fanno nulla per cambiare questo stato di cose che, da quasi un secolo, infetta questa nostra terra?

Nel 2015 provai a dare una risposta attraverso un post intitolato “È la mafia che ha preso dai siciliani o sono i siciliani che hanno preso dalla mafia?“. Ma risposta non c’era. Forse perché, come scrivevo allora, mi stavo convincendo ogni giorno di più che diventa difficile credere – per la maggior parte dei siciliani – di poter estirpare ciò che da sempre appartiene organicamente al Dna della nostra vita, accettato da oltre un secolo, dal corpo e dalla mente. Potrei dire metaforicamente che è ormai “cosa nostra“!

Scendere in piazza sarebbe bello per cambiare definitivamente questo stato di cose. Ma la verità è che i siciliani l’hanno fatto una sola volta, e parliamo di un tempo lontanissimo: quello dei Vespri. Mi sono ormai convinto che la maggior parte dei miei conterranei è corrotta nell’animo. Non definirei mafiosi tutti i siciliani, sarebbe scorretto e ingiusto; ma la Sicilia non ha nulla a che fare con la mafia? Ahimè non è così, se essa vive, prospera e si sviluppa a macchia d’olio in questo territorio, la colpa principale è proprio dei siciliani.

Osservate i comuni sciolti per mafia, i sindaci coinvolti in inchieste giudiziarie, i deputati, gli assessori, i consiglieri, tutti quegli appartenenti a giunte di partito che, da tempo posti sotto processo, continuano purtroppo a sedere su quelle poltrone. Non voglio ergermi a paladino della giustizia – chi mi conosce sa che è proprio ciò che faccio quotidianamente – ma la verità, senza alcun tono polemico, è che dietro a questa nostra società vi è una parte consistente di miei conterranei che non fa il proprio lavoro in maniera onesta. Opera costantemente nell’illegalità, proprio attraverso i propri incarichi, per ricevere mensilmente un ulteriore tornaconto economico.

Ecco qual è la più pericolosa associazione illegale di questa terra: non la mafia, i mafiosi o i loro familiari. Sono le persone insospettabili, quelle che conosciamo tutti, che detengono il potere sociale, economico e finanziario e rappresentano un vero e proprio cancro per questa terra. Parliamo di una classe dirigente che si fa incantare dalle lusinghe, dalle carriere, dalle promesse di favori e dal denaro messo loro a disposizione, lo stesso con cui alimentano quel mondo corruttivo.

Ai siciliani interessa poco confrontarsi con la mafia, anzi non gli importa minimamente di farne parte. A loro interessa soltanto cosa si può ricevere da essa: approfittare del bisogno di quell’organizzazione per entrare negli appalti pubblici, nei finanziamenti, nella gestione degli interessi imprenditoriali, per ottenere autorizzazioni, concessioni, sfruttare i posti di lavoro offerti, ricevere mazzette, raccogliere quel voto di scambio ottenuto grazie ai consensi sociali di cui essa gode nel territorio.

La Sicilia è bellissima, ma ahimè corrotta nell’animo. Certo, non tutti i siciliani risultano contagiati, ma la maggior parte di essi evidenzia una particolare bramosia che li tiene saldamente soggiogati. La Magistratura ormai ci propina inchieste che conosciamo a memoria, nomi di indagati che hanno la durata di un istante e noi tutti ci siamo stancati di leggere quei nomi. Dice bene Ficarra: in questa storia non c’è proprio nulla di comico, neppure un barlume.

Ma caro Salvo, questa è la società che essi preferiscono: immobile, rassegnata, soprattutto individualista, che tende ad escludere i bisogni della maggioranza, premiando esclusivamente le necessità personali e familiari, il proprio orticello. Perché a questi siciliani non importa la condizione in cui vivono, né ricercano un futuro migliore per i propri figli. Preferiscono subire il fascino dell’agonia, di quell’angoscia vissuta sulla propria pelle, quasi vivendo in attesa di un miracolo.

Basta osservare quanto avviene intorno a noi: una vera e propria negazione sociale che spinge ciascuno verso lo scetticismo, allontanando ogni ipotesi di miglioramento. Una contraddizione latente che cerca in ogni occasione quel consenso politico, quel sistema affaristico e clientelare legato a filo diretto con il mondo illegale, mafioso e consociativo. Ecco la doppia anima dei siciliani: quella a cui non interessa riflettere, quella che pur amando la propria terra non vuole cambiare rotta, che resta elettrice “fedele” di quanti, grazie a quel voto, hanno abusato del potere conferito loro.

Ai siciliani – lo dimostrano nelle votazioni regionali e nazionali – non interessa un cambiamento, una nuova possibilità. In loro non vi è alcuna insofferenza, né fermento di rivoluzione. Non riescono neppure ad aggregare e mobilitare quelle poche forze oneste in grado di spezzare il circuito dell’illegalità e della corruzione. Alla maggior parte di loro non serve: va bene così. Peraltro, non è grazie a quel mondo – e soprattutto a quell’economia sommersa – che riescono a sopravvivere?

Non posso che apprezzare le parole espresse da Ficarra. Sì… sarebbe bello se a quelle parole si potesse dare seguito con i fatti, iniziando a scendere in piazza per farci sentire da chi non vuole ascoltare. 

Io comunque sono già qui, in attesa che anche lui mi raggiunga. Auspico solo che, alla fine, in mezzo a quest’enorme piazza, non saremmo solo in due

Catania: la prossima pagina dell’inchiesta!


C’è un momento, prima che la notizia si adagi come fosse polvere su una scrivania dimenticata, in cui essa vibra, non come fatto, ma come segnale. Già… proprio come un avviso scritto in una lingua che conosciamo bene, anche se facciamo finta di non capirla.

Ora quel segnale non è solo l’eco di una sentenza né il rilancio di un comunicato stampa: è il peso specifico di ottantamila euro in contanti, gli ennesimi soldi a nero che circolano in questo Paese, e lasciatemi ricordare come, in tutti questi anni, nessun governo nazionale ha mai voluto adottare provvedimenti veri contro il riciclaggio e i pagamenti in nero, trovati chiusi nell’ennesima cassaforte, nascosta tra le mura di una casa in città o in una tenuta fuori mano.

Non è tanto la cifra a colpire – ormai sappiamo che i numeri si gonfiano, si riducono, si mimetizzano – quanto il gesto di nasconderla, di tenerla lì, ferma, come un’assicurazione silenziosa, un pegno in attesa di essere riscattato o di corrompere chiunque si mostri disposto a farsi infettare.

È la conferma che, contrariamente a quanto dichiarato ieri dal Presidente Mattarella – «la mafia tracotante che fu sconfitta» – la sua totale distruzione non è mai avvenuta. Anzi, quel sistema non è in crisi: funziona benissimo, più florido che mai.

Certo, funziona per pochi (infetti) e contro tutti: appalti, sanità, assunzioni, gare che si aprono e chiudono con la stessa facilità di una saracinesca. Un sistema criminale «pubblico», non per servire, ma per selezionare, per garantire che quella casta sopravviva, che il cerchio resti chiuso, che le mani che stringono siano sempre le stesse, anche se i volti cambiano, le generazioni si susseguono e le etichette politiche si rinnovano.

Non è corruzione occasionale, non è una deviazione momentanea: è un metodo consolidato, oliato, che si ripete, si perfeziona, si trasmette. Un linguaggio condiviso, fatto di pressioni discrete, rinvii strategici, punteggi modificati in silenzio, commissioni che decidono non per quello che vedono, ma per ciò che gli viene suggerito.

E chi credeva che tutto questo fosse circoscritto a un ufficio, a una provincia, si sbagliava. Il contagio non rispetta i confini amministrativi: segue le relazioni, i favori, i debiti non scritti, dalla costa occidentale fino alle pendici dell’Etna, lungo strade secondarie che non compaiono sulle mappe, ma solo sulle agende private.

Non sono più solo le parole intercettate a raccontare questa storia: sono i corpi che si irrigidiscono al suono di un telefono, le dimissioni annunciate con ritardo, i sit-in silenziosi davanti ai palazzi, con striscioni che non gridano rivoluzione, ma chiedono una cosa sola: rispetto. Ma rispetto di cosa? Per chi lavora onestamente, per chi aspetta un’assunzione meritata, una strada riparata non per grazia ricevuta, ma per diritto?

Mentre alcuni sperano che l’inchiesta si esaurisca tra verbali e interrogatori programmati per venerdì, qualcosa già si muove più a est. Sì… Catania non è un’ipotesi: è una direzione. Lo sento nell’aria, nel modo in cui certe telefonate si interrompono prima del previsto, nelle carte ricontrollate all’improvviso, nei nomi cancellati da liste e protocolli.

Non è fantasia: quando un sistema viene scosso davvero, non crolla pezzo a pezzo, ma tutto insieme. E saranno in molti a dover piangere. Chi ha costruito la propria fortuna su fondamenta marce non può non tremare, soprattutto chi, insieme alla sua famiglia, ha goduto di un «improvviso» benessere senza mai chiedersi da dove venisse..

Perché questa volta non si tratta di coprire, archiviare o attendere che il tempo cancelli tutto. Questa volta, la luce entra da più finestre. E anche se qualcuno spera che il clamore si spenga, ciò che è stato commesso – l’infamia con cui si sono macchiati – non svanirà!

Perché lì, nell’asettico mondo virtuale, nulla viene cancellato. I nomi, i cognomi, le date resteranno per sempre, scolpiti nella memoria digitale che non perdona. E quando qualcuno proverà a dimenticare, basterà un click per ricordare chi ha tradito, come ha tradito, e a chi è costato. Perché la verità, una volta esposta, non torna più nell’ombra.

La metastasi perfetta e un sistema ormai diffuso che si auto-assolve.


Ho letto ieri dell’ennesima inchiesta giudiziaria della Procura di Palermo compiuta sugli appalti pilotati, con i nomi riportati degli indagati, ed allora mi ritrovo a pensare a questa ondata di arresti, a questa ridda di nominativi che riempiono le cronache e che parlano un linguaggio antico eppure sempre attuale.

Appalti pilotati, dicono, e la mente corre a quelle stanze dove si decide, dove si dovrebbe servire il pubblico bene e invece si tessono trame private. È un male che non conosce quartiere, ormai, che ha messo radici profonde e che sembra aver imbevuto ogni livello del potere, dalla politica che dovrebbe legiferare, ai dirigenti e ai funzionari che dovrebbero amministrare.
Si parla di un ex governatore, di un deputato di un “partello” (per chi non lo sapesse, non è un errore grammaticale, ma un termine volutamente dispregiativo per sminuire l’istituzione partitica), di un ex ministro, di manager sanitari, di direttori generali.

Volti noti e altri meno noti, ma tutti accomunati da quell’unico, sottile filo che lega carriere e affari opachi. Persone che hanno avuto in mano la salute pubblica, le opere, il territorio, e che avrebbero dovuto essere garanti e invece, si sospetta, siano diventati ingranaggi di un sistema marcio.

Sì… è questa la normalità che ci ritroviamo, un pantano in cui sembra che tutto giri intorno a logiche di favore, di spartizione, di illecito, di raccomandazioni, di clientelismo, etc…

E mi chiedo, in questo scenario, cosa possiamo attenderci da una riforma della giustizia voluta da un governo che oggi si regge proprio su forze politiche i cui esponenti, alcuni già condannati, altri indagati, figurano in queste inchieste.

Non serve essere di una parte per vedere la realtà, basta essere onesti con se stessi. Si poteva forse sperare in una sterzata verso la trasparenza, in un cambio di passo? A guardare come vanno le cose, non ci si poteva aspettare diversamente. È un circolo vizioso che si autoalimenta, una palude che nessuno ha davvero interesse a bonificare.

La sensazione amara, che si fa sempre più forte, è che in questo paese andrà ahimè sempre peggio. È uno schifo che non accenna a diminuire, anzi, pare si stia normalizzando, diventando quasi folklore, un dato di fatto contro il quale è inutile indignarsi. E forse la cosa più terribile è questa rassegnazione, questo smarrimento di fronte a un male che sembra ormai incurabile.

Già… non so più cosa ci potrà salvare da questo schifo…

Se si vogliono conoscere i nomi degli indagati, questo è uno dei tanti link che parla dell’argomento sul web: https://www.lasicilia.it/news/cronaca/3004513/appalti-pilotati-i-nomi-di-tutti-gli-indagati.html?ch=1

Mangia e fai mangiare…


Il detto “mangia e fai mangiare” non è solo un modo di dire: è una fotografia cruda, precisa, del meccanismo che spesso muove le cose in questo Paese.

Funziona tutto – molto meglio – quando, accanto al compenso legittimo per il proprio lavoro, si aggiunge un incentivo extra: una busta, un favore, un “grazie” in contanti che scavalca la formalità dello stipendio. In quel momento, l’efficienza diventa straordinaria, la disponibilità massima, la cortesia smisurata.

È un sistema che si autoalimenta: gentilezza e dedizione crescono in proporzione all’aspettativa di un guadagno aggiuntivo. L’obbligo professionale si trasforma in servizio d’eccellenza, non per senso del dovere, ma per interesse personale e tangibile.

Ne ho trovato un esempio illuminante in un’intervista di Alessandro Nesta, che raccontava la sua esperienza al Milan di Berlusconi. Descriveva, quasi senza volerlo, il “mangia e fai mangiare” applicato a un contesto di altissimo livello.

Dopo una vittoria importante, era prassi che i giocatori raccogliessero del denaro da destinare – in buste – a tutto il personale: dal cameriere al giardiniere. Il capitano Maldini passava a indicare la quota di ciascuno. Una colletta “volontaria”, certo, ma sistematica, per ricompensare chi, negli orari più improbabili e con un sorriso, garantiva un supporto fondamentale.

Ecco il meccanismo in piena regola: i calciatori, già ben remunerati con premi lauti, “facevano mangiare” il personale; e il personale, a sua volta, era motivatissimo a “farli mangiare bene” – e a farli vincere – sapendo che ne sarebbe derivato un beneficio diretto.

Quella del Milan era una macchina perfetta, perché gli incentivi erano doppi e pervasivi. Da un lato, la società raddoppiava gli stipendi in caso di vittoria; dall’altro, i giocatori integravano con le loro buste, così, ogni dipendente – a qualsiasi livello – spingeva al massimo: il successo della squadra diventava il suo successo economico personale.

La dedizione non era più solo questione di professionalità, ma un vero e proprio investimento sul proprio portafoglio. Se la squadra non vinceva, non era solo una delusione sportiva: era un danno economico per tutti, e questa consapevolezza generava una pressione sociale fortissima su ogni singolo giocatore.

Nesta lo descrive con semplicità, ma – permettetemi di aggiungere – quel “sistema” rappresenta, in piccolo, lo stesso meccanismo che oggi pervade ampie zone del nostro Paese: una micro-società in cui l’efficienza si ottiene grazie a mance istituzionalizzate, che generano una circolarità di favori e denaro.

È la prova che le persone, quando spinte da un tornaconto immediato e tangibile, diventano incredibilmente disponibili, operative, persino generose, ben oltre i limiti della normale cortesia.

Ma è anche la dimostrazione di una verità scomoda: questo modello funziona!

E, purtroppo, riflette una mentalità diffusa, in cui il favore, la bustarella, la “tangente educata” diventano il lubrificante sociale che fa girare gli ingranaggi, sostituendosi a una meritocrazia fondata su stipendi equi e su un’etica del lavoro disinteressata.

Quando la giustizia ha un prezzo, chi difende la verità?


Se fosse vero ciò che sta emergendo, non c’è nulla di cui stare allegri, anzi, è proprio il contrario, perché l’ombra della corruzione si allunga su luoghi dove dovrebbe essere bandita per definizione, quelli in cui si amministra la giustizia.
Non parlo in questa sede – cosa che ho già fatto in un mio precedente post – di errori e/o di valutazioni discutibili, ma di qualcosa di molto più grave: la possibilità che decisioni fondamentali siano state comprate, che archiviazioni decisive siano scattate non per mancanza di prove, ma per denaro. E se questo fosse realmente confermato, allora non stiamo più parlando di un caso isolato, di una crepa, ma di un sistema che potrebbe avere infettato parte di quel sistema giudiziario, un cedimento strutturale profondo nel sistema che noi tutti diamo per scontato per le sue funzioni, secondo legge e imparzialità.

Immaginare quindi che un magistrato, invece di seguire il codice, segue un conto in banca, diventa difficile da credere (anche se sono certo, ciascuno di noi, l’avrà pure pensato almeno una volta nel corso della propria vita…). Immaginare quindi investigatori che, anziché di cercare la verità, nascondono gli indizi perché qualcuno ha pagato per farli tacere, già… sembra di leggere la trama di un libro scritta dall’autore John Grisham…

Ma questa volta – ahimè – potrebbe non trattarsi di fantasia, sono elementi che emergono da inchieste serie, condotte da procure che ora indagano proprio chi avrebbe dovuto vigilare. Il punto ora non è sapere chi ha fatto cosa, al sottoscritto ad esempio non interessa qui nominare persone, perché i nomi li puoi trovare ovunque, online, nei giornali, nelle carte processuali. Quello che mi tormenta è il perché.

Perché oggi si riaprono certe vicende? Perché ora saltano fuori appunti con cifre e nomi accostati a richieste di archiviazione? Chi ha deciso che era il momento di scavare? E soprattutto, chi ha permesso che tutto questo accadesse anni fa, senza che nessuno alzasse la voce?

Sembra che durante una perquisizione domiciliare è stato trovato uno scarabocchio a mano, con parole come “archivia” e una cifra che parla di denaro. Certo, potrebbe essere un promemoria, una nota spese, una coincidenza. Ma se quel foglio nasconde un patto, allora cambia tutto. Cambia il senso di ogni decisione presa, cambia il valore delle indagini, dei silenzi, delle omissioni.

Se poi ovviamente saltano fuori movimenti bancari anomali, prelievi in contanti, assegni tra familiari che non quadrano con le loro entrate, allora il mistero s’infittisce. Ma sembra inoltre che vi siano anche altre circostanze: intercettazioni mai trascritte, frasi sul pagamento di “quei signori lì”, contatti opachi tra indagati e forze dell’ordine, incontri lunghi quando invece sarebbero bastati pochi minuti. E poi, vi è un ex maresciallo che sta con l’indagato per oltre un’ora prima della notifica, un luogotenente che sembra sapere troppo, un procuratore che archivia in fretta, senza approfondire, senza chiedere verifiche bancarie su possibili pagamenti. Troppe anomalie per essere solo sfortunate coincidenze.

Tuttavia, mentre tutto questo emerge, qualcuno continua a dire che non c’è nulla di male, che si tratta di semplici spese legali, che l’appunto non prova niente. Ma se davvero non provava niente, perché perquisire case, smartphone, computer? Perché coinvolgere tante persone, tra magistrati, carabinieri, familiari? Perché indagare sui flussi di denaro se non ci fosse il sospetto concreto che qualcosa sia stato comprato? E soprattutto, perché archiviare così in fretta un’inchiesta su un possibile autore alternativo in un omicidio così controverso, senza lasciare spazio a dubbi, senza permettere contraddittorio, senza voler vedere ciò che altri volevano nascondere?

Forse la domanda più grande non è se ci sia stata corruzione, ma quanto in profondità arrivi. Perché se un procuratore può essere influenzato, chi garantisce che non succeda altrove? Se chi doveva indagare ha fatto finta di non vedere, chi ci protegge dalla manipolazione del sistema?

Perché se tutto questo è vero, allora non stiamo parlando solo di un caso giudiziario, ma di una fiducia collettiva spezzata. La gente crede nella giustizia finché pensa che sia cieca e imparziale. Quando scopre che potrebbe invece avere un prezzo, smette di credere nel processo, nelle sentenze, nelle istituzioni. E quando cade quella fiducia, il danno è irreversibile.

Mi chiedo allora cosa ci sia davvero dietro queste nuove analisi. Sono il frutto di una ricerca tenace della verità o rispondono ad altro? A pressioni mediatiche? A esigenze procedurali tardive? O forse, finalmente, qualcuno ha deciso di fare pulizia là dove nessuno osava guardare?

Non lo so. So solo che quando la corruzione mette radici nei palazzi della giustizia, non corrompe solo persone, corrompe il senso stesso del diritto. E a quel punto, non importa più chi ha ucciso o chi è innocente: importa chi ha deciso di far vincere una versione dei fatti piuttosto che un’altra. E se quella decisione è stata pagata, allora la verità non ha più voce

BlackRock: Il gigante invisibile che muove i fili dell’economia globale – Prima parte

Recentemente, su un noto social, mi sono imbattuto in una discussione molto accesa su una società, la “BlackRock”, descritta come un’entità oscura che controllerebbe l’economia mondiale. 

La cosa mi ha colpito e, per evitare di farmi un’idea basata su teorie e sensazionalismi, ho voluto approfondire la questione in modo obiettivo, per me e per i miei lettori. 

Quello che ho scoperto è una realtà complessa, forse meno cospirativa ma certamente più significativa per le nostre vite quotidiane. 

BlackRock è infatti il più grande gestore di patrimoni al mondo, con oltre 12 mila miliardi di dollari in attività amministrate. 

Questa cifra astronomica, superiore al PIL di quasi tutte le nazioni, non significa che l’azienda possieda tutto questo, ma che lo gestisce per conto di milioni di risparmiatori, fondi pensione e istituzioni. 

La sua influenza deriva proprio da questo ruolo di gigantesco intermediario finanziario, i cui investimenti toccano praticamente ogni settore dell’economia globale, dalle grandi banche alle tech company fino all’energia. 

La sua ascesa è stata guidata dalla creazione di un sistema, “Aladdin”, nato per analizzare e gestire il rischio in modo ossessivo, che è poi diventato uno strumento così cruciale da essere utilizzato anche da concorrenti e istituzioni per analizzare i propri portafogli. 

Il punto che più mi ha fatto riflettere, e che forse è il cuore della questione, è come ognuno di noi, spesso senza saperlo, contribuisca a questo sistema. 

I nostri risparmi per la pensione o le nostre polizze assicurative vengono infatti spesso investiti in fondi gestiti da BlackRock. Questo non avviene per un disegno maligno, ma perché la sua offerta di prodotti è semplicemente diventata l’infrastruttura di base della finanza moderna. 

Ecco che forse, comprendere meglio questo meccanismo, rappresenta il primo passo per essere cittadini e investitori più consapevoli, sì… in grado di distinguere tra le ombre dei sospetti e la sostanza di un sistema finanziario interconnesso.

I raggiri di Ferragosto sono i più esilaranti… peccato non siano una barzelletta!

Ferragosto, si sa, è il periodo della spensieratezza e così, mentre la maggior parte del Paese si gode il sole in spiaggia, il silenzio della montagna o il rumore di una griglia accesa, c’è chi, invece, approfitta di questa tregua collettiva per muoversi nell’ombra…

E no, non sto parlando di fantasmi, ma di raggiri, truffe e abusi che sembrano moltiplicarsi proprio quando gli uffici giudiziari sono ridotti all’osso e le procure lavorano a rilento.

Ho letto alcune notizie in questi giorni sul web che, più che indignarmi, mi fanno sorridere amaramente…

Perché è tutto così prevedibile, eppure nessuno sembra accorgersene. Le forze dell’ordine? Prese tra turni ridotti e emergenze estive. Le procure? Metà in ferie, l’altra metà probabilmente sommersa da pratiche o, peggio, gestita da chi ancora non ha l’esperienza per riconoscere ciò che sta davanti ai suoi occhi.

E difatti, mentre i cittadini credono di vivere in un Paese dove la legalità non va in vacanza, la realtà è ben diversa. Chi vuole agire illegalmente sa benissimo che agosto è il mese perfetto: meno controlli, meno personale, ma soprattutto meno attenzione!

E se per caso qualcuno – già… con il mio stesso acume, ma diversamente da me che non ricopro ruoli istituzionali – si dovesse accorgere di qualcosa che non va… già, cosa fare? Basterà, come al solito, aspettare…

Sì… aspettare che un esposto, magari scritto nei modi e nei tempi imposti dalla Legge Cartabia – quella stessa legge che, guarda caso, sembra fatta apposta per scoraggiare le denunce – giunga sulla sua scrivania. E nel frattempo? Nel frattempo, tutto procede come al solito, con la complicità di chi, invece di vigilare, abbassa lo sguardo o, peggio, finge di non vedere.

Mi chiedo: è davvero solo incapacità? O c’è dell’altro? Perché certe dinamiche sembrano ripetersi con una precisione quasi sospetta. Funzionari compiacenti, pratiche che si perdono nel vuoto, tempistiche che coincidono troppo bene con le assenze dei vertici. E dovrei aggiungere quanto, ahimè, ho scoperto… ma così sarebbe troppo semplice, quantomeno per chi dovrebbe scoprire i raggiri posti in atto.

Continuare ad aiutarli non mi sembra più così corretto: d’altronde, è quello il loro lavoro (sono loro a prendersi le “coccarde”). E quindi, se non sanno compiere bene il proprio lavoro, forse, chissà… dovrebbero cambiarlo!

Già… basterebbe loro ricordare le parole del giudice Borsellino: «A fine mese, quando ricevo lo stipendio, faccio l’esame di coscienza e mi chiedo se me lo sono guadagnato».

E così, mentre il sottoscritto scrive questo post, le truffe e i raggiri continuano. E chi si ritrova – da semplice cittadino – a combattere contro questo sistema illegale, resta solo, sì… perché chi dovrebbe proteggerlo, alla fine… gli rema contro.

Ecco perché scrivo. Sì, lo faccio per tutti quei soggetti istituzionali che considerano Ferragosto come il periodo dei bagni, delle grigliate, delle gite al lago o in montagna, mentre invece dovrebbero iniziare a dedicare il proprio tempo a chiedersi cosa succede davvero in questa nostra regione, mentre tutto intorno dorme.

Perché se è vero che la legalità non dovrebbe mai andare in ferie, allora qualcuno dovrebbe spiegare perché, invece, sembra proprio che sia così…

Ovviamente, mi rendo disponibile – come sempre, d’altronde, nei miei ultimi quindici anni – a spiegare a qualche funzionario inquirente cosa sta, ahimè, accadendo. Già… purtroppo sotto gli occhi di tutti. Anzi, no: sotto i loro occhi. Ma forse, ahimè, non se ne sono accorti. O forse – e qui sta il dramma – per muoversi hanno bisogno di un esposto formalmente presentato, altrimenti, di loro iniziativa… non possono agire, già… nemmeno dinnanzi alla più palese delle violazioni!

Ma d’altronde, è questo il Paese che – proprio grazie alla nuova riforma sulla giustizia – si vuole ottenere! Dove ogni denuncia deve superare un percorso a ostacoli degno delle olimpiadi burocratiche, mentre i furbi continuano a fare il bello e il cattivo tempo.

Complimenti vivissimi ai geni che hanno realizzato questo splendido sistema giuridico. Già… che progresso, signori miei… che progresso.

Mafia e antimafia, tra riforme e (aggiunge il sottoscritto: ‘troppi’) passi indietro! – Quarta parte.

Eccoci qui, al penultimo atto di questo viaggio attraverso i meandri di mafia, antimafia e riforma giudiziaria. Ora, come promesso, parliamo di chi, come me, non abbassa lo sguardo davanti alle verità più scomode, quelle che bruciano, quelle che fanno girare la testa a tanti, ma che alla fine tutti noi, volenti o nolenti, ci ritroviamo a ingoiare…
E permettetemi di essere chiaro: urlare per un torto subìto in prima persona è una cosa, ben altra è alzare la voce per chi non ti ha mai fatto nulla di personale, ma opera in quell’ambiente che dovrebbe essere la casa della giustizia. Parlo di chi siede nelle istituzioni. Di chi fa politica. Di chi riceve incarichi dai Tribunali a nome dello Stato. Di chi dirige enti, associazioni e dovrebbe vigilare ed invece copre raggiri, truffe, soldi pubblici sperperati.

Ed allora: A chi giova questo silenzio? A chi conviene che i Tribunali continuino a nominare gli stessi nomi che, come dimostrano gli scandali di questi anni, persino di questi giorni, sono intrecciati a collusioni e corruzione? A chi serve un’antimafia che abbaia ma non morde? Chi ci guadagna da un sistema clientelare, tentacolare, radicato, che tiene in piedi la politica col voto di scambio e si nutre della criminalità attraverso appalti, concessioni, finanziamenti?

E qui arriva il punto. Il problema non sono solo i corrotti. Il vero cancro è chi, in questi anni, non ha voluto o saputo fare leggi serie, permettendo alla corruzione di diventare sistema. Un sistema in cui il silenzio è omertà. Dove nessuno denuncia, perché denunciare significa sfidare un meccanismo che ti schiaccia.

Difatti… cosa succede quando qualcuno prova a fare il proprio dovere? Prendiamo il caso di chi ricopre incarichi dirigenziali, con responsabilità civili e penali che potrebbero costargli la libertà. Fintanto che un dipendente o professionista non deve rispondere personalmente, su aspetti tecnici, amministrativi, di sicurezza sul lavoro, ambientali o gestionali, potrei ancora comprendere (senza però giustificare…) quel voltarsi dall’altra parte. Quel fare finta di non vedere. Ma quando uno risponde in prima persona, quando mette a rischio non solo il posto ma la propria libertà, senza essere nemmeno l’amministratore della società, allora la domanda sorge spontanea: perché? Perché accettare di diventare complici, quando tra l’altro non si riceve nulla in cambio? Quando l’unica ricompensa è soltanto la possibilità di continuare a lavorare?

È pura follia? O forse no. Forse è l’effetto di quel meccanismo perverso di sottomissione al datore di lavoro, soprattutto nelle aziende private gestite con metodi patriarcali. Ancora peggio quando l’impresa è legata a doppio filo alla criminalità organizzata, quando quei soldi che circolano sono capitali riciclati, quando quel sistema può contare su dirigenti e funzionari pubblici compiacenti, pronti ad aprire le porte ad appalti milionari. E così il cerchio si chiude. La stessa persona che dovrebbe vigilare, che ha responsabilità penali, che potrebbe perdere tutto, tace. Per paura? Per convenienza? Per quel senso distorto di lealtà che trasforma dipendenti in complici? Intanto, il meccanismo continua a macinare vittime e profitti. E la mafia ringrazia.

E quel dipendente o professionista che ha denunciato? Che fine fa? Diventa un sopravvissuto. Un fantasma professionale. Inizialmente, molte di queste imprese, se il soggetto non si è già esposto pubblicamente, non hanno un sistema di selezione abbastanza sofisticato da individuare certi difetti caratteriali. Non cercano coscienze, cercano esecutori. Così, all’inizio, quel professionista viene assunto. Poi, gradualmente, emerge la verità: quel soggetto non è disposto a mediare. Non chiuderà gli occhi davanti a fatture truccate, a materiali scadenti, a norme di sicurezza ignorate, a gestione rifiuti taroccate. Non diventerà complice di quel gioco sporco che l’impresa, o meglio, quel fantoccio amministrativo messo lì dalla criminalità organizzata, considera normalità.

E allora scatta la trappola. Se il dipendente o professionista ha la fortuna, o la sfortuna, di non avere disperato bisogno di quel lavoro, può fare ciò che ho fatto io più volte: guardarli negli occhi e mandarli a fanculo. Ma non prima di aver denunciato tutto. Documenti alla mano. Prove inconfutabili. Peccato che, per quanti non hanno la forza di resistere a quel sistema colluso, si ritrovino, dopo aver provato a compiere il proprio dovere, ad essere neutralizzati. Già… le denunce finiscono in un cassetto, i procedimenti si arenano e intanto, quel professionista scomodo viene marchiato come problematico, poco flessibile, non un team player. La sua carriera si inceppa. Le porte si chiudono…

Già, è così che funziona a chi svolge l’incarico di professionista, un po’ meno problemi hanno coloro che svolgono la loro funzione da dipendenti, perché quest’ultimi possono sempre trovare un’impresa, se non nella propria terra, certamente in qualsivoglia altra regione del paese o ancor meglio all’estero. E così tutto prosegue indisturbato. Da una parte, l’impresa criminale che continua a operare, protetta da una rete di connivenze, dall’altra, chi ha provato a rompere il muro dell’omertà e si ritrova solo, con un futuro professionale in frantumi o lontano dove non può dare fastidio…

Eppure, qualcuno continua a denunciare. Non per dignità o per rabbia, ma per quel senso del dovere che neanche questo sistema marcio può riuscire a cancellare. La domanda che in questi anni mi sono chiesto – sia come associato di alcune note associazioni di legalità, ma anche come delegato per la provincia di Catania di una di esse – è: quanto ancora resisteremo prima che l’antimafia smetta di essere uno slogan e torni a essere una battaglia?

E allora veniamo al punto cruciale: cosa succede davvero quando si denuncia? Soprattutto oggi, con la tanto celebrata riforma Cartabia che doveva cambiare le regole del gioco? Perché qui, vedete, il paradosso è atroce. Tu denunci. Metti a repentaglio la tua carriera, la tua tranquillità, a volte la tua sicurezza personale. Lo fai credendo nello Stato, nelle istituzioni, in quella giustizia che dovrebbe premiare chi ha il coraggio di dire basta. E invece ti ritrovi solo. Sempre!

La riforma prometteva tempi più celeri, maggiori tutele per chi denuncia. Ma nella realtà? I processi continuano a durare anni. Le indagini si impantanano. Le prescrizioni fioccano. Intanto, chi ha denunciato viene emarginato professionalmente. Già, non è un team player. Subisce ritorsioni sottili ma devastanti. Mobbing, demansionamento. Attende i tempi di una giustizia in un limbo che logora l’anima.

Mentre tutti gli altri? Quelli che partecipano, che si fanno corrompere, che svendono la loro dignità, o nei migliori casi, si fanno i cazzi loro e girano la testa dall’altra parte. Quei corrotti che continuano a prendere mazzette. Quelle loro amiche imprese opache che continuano ad aggiudicarsi gli appalti, e poi cercano, attraverso subappalti o pseudo noli a caldo o freddo, quelle imprese che eseguono per conto loro i lavori appaltati. E i funzionari collusi che dovrebbero controllare? Lasciamo perdere… non solo restano al loro posto, ma con il tempo vengono pure promossi.

Riassumendo, il sistema ha una perfezione diabolica. E difatti: chi denuncia paga subito. Chi è denunciato paga forse anni dopo, se mai pagherà. E la riforma Cartabia? A parole, un passo avanti. Ma nei fatti i tempi processuali restano biblici. Le tutele per i whistleblower sono più teoriche che pratiche. L’impunità di sistema non viene minimamente scalfita.

Io continuerò a denunciare, lo sapete. Ma ditemi: quando realizzeremo che uno Stato che non protegge davvero chi denuncia è uno Stato che, di fatto, tutela i corrotti? Perché alla fine, il messaggio in ogni territorio è sempre lo stesso: fatti i fatti tuoi, abbassa la testa, tanto non cambia nulla.

E chi non ci sta? Quello paga. Sempre. E il peggio? Che tutti lo sanno, ma fanno finta di non sapere.

Mafia e antimafia, tra riforme e passi indietro! – Parte terza

Allora, riprendendo nuovamente l’incontro dal punto di vista del nostro Procuratore aggiunto Sebastiano Ardita, mi piace iniziare da quella sua prima dichiarazione: “chi ha pensato a questo tipo di riforma, non ha la lontana idea di come si svolgono le indagini”. Già… ascoltando questa sua affermazione, non so se ridere o piangere pensando alle conseguenze nefaste che questa nuova riforma comporterà.

Proseguendo – sottolinea il procuratore Ardita – non ci si deve limitare a indagare ‘su’, ma è fondamentale avvalersi ‘anche’ delle intercettazioni telefoniche che, pur non essendo l’unico strumento investigativo, una volta disponibili possono rivelarsi fondamentali. Devono essere usate in modo efficace, altrimenti non ha senso interromperle dopo soli 45 giorni. Significa che se un’indagine preliminare rivela attività sospette in un certo luogo tra determinate persone, e si ha la possibilità legittima di ascoltare cosa si dicono, dopo quei 45 giorni – che passano in un attimo – tutto viene interrotto e il lavoro svolto va perduto.

Ma qui il problema non è tanto il senso della norma, che è abbastanza chiaro a tutti. Il problema è il motivo per cui queste norme vengono fatte. L’idea diffusa è che siano create proprio per ostacolare l’attività giudiziaria. Consentitemi di ribadirlo: queste norme sembrano fatte per creare un argine all’attività giudiziaria! E quanti di voi non hanno pensato la stessa cosa? Già… la verità è che questa è la reale motivazione dietro la riforma.

E allora, il procuratore Ardita chiarisce in modo inequivocabile ciò che io stesso sostenevo ieri su quel “sistema tentacolare e sedimentato”. In fondo, dice Ardita, è la stessa idea che ci siamo fatti guardando la riforma sulla separazione delle carriere. Cioè? Premesso che molte riforme penali sembrano avere un’eterogenesi dei fini – ottenendo risultati opposti a quelli dichiarati – non sappiamo ancora quali saranno gli effetti concreti di alcune di queste modifiche.

Sappiamo però che, per quanto riguarda le intercettazioni, il processo penale subirà un grave indebolimento. Ma ciò che fa più riflettere è che queste riforme siano state ideate da chi, in qualche modo, vuole mettersi al riparo dalle indagini. E questo è il grande equivoco. Perché finché esisterà una classe dirigente che pensa solo a scambiare favori, a intascare tangenti per appalti, a ottenere vantaggi personali da atti amministrativi, sarà sempre in una condizione di debolezza strutturale. Nessuna riforma potrà mai proteggerla.

L’unico modo per essere al riparo è svolgere il proprio lavoro con dignità, passione e onore, servendo lo Stato con integrità. A tal proposito, vale la pena ricordare le parole di Papa Leone XIV nel suo discorso ai parlamentari di 68 Paesi: “La politica non è un mestiere, è una missione di verità e di bene!”.

Ardita prosegue: solo così si può arginare davvero qualsiasi indagine o processo, non certo creando meccanismi di separazione delle carriere o dipendenze dall’Esecutivo, di cui ancora non conosciamo le reali conseguenze. Lo stesso vale per le intercettazioni. Il punto cruciale è capire perché vengono fatte certe riforme. Se l’obiettivo fosse davvero rendere il processo più efficiente o ottenere risparmi, questa non è la strada giusta. Quando entrammo in magistratura, le intercettazioni erano costose, ma oggi il loro costo è pari a quello di una normale telefonata.

Quella che negli anni ’90 era una spesa enorme per intercettare un cellulare, oggi è un costo irrisorio per lo stesso servizio. Quindi è una grande menzogna sostenere che queste riforme servano a risparmiare. Il vero scopo è palesemente quello di limitare l’attività giudiziaria. E questo è un nonsenso, perché ciò che va corretto non sono gli strumenti per contrastare i reati, ma le condotte illecite di chi dovrebbe servire lo Stato.

Purtroppo, dopo questo intervento – come avevo già scritto nel mio primo post – ho dovuto lasciare l’incontro per andare a prendere mia figlia all’aeroporto. Tuttavia, ho potuto seguire il resto della discussione il giorno successivo grazie allo streaming pubblicato a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=JXw2WZ4Bv6Y&t=887s&ab_channel=ANTIMAFIADuemilaTV.

Vi consiglio di ascoltarlo, perché le domande poste ai Procuratori dal giornalista Giuseppe Pipitone de “Il Fatto Quotidiano” sono estremamente rivelatrici. Dimostrano ancora una volta come in questo Paese le leggi non siano fatte per combattere l’illegalità, ma per proteggere quel sistema marcio che, negli ultimi trent’anni, è stato governato da chi ha preso il potere con astuzia e lo ha mantenuto promulgando norme ad personam…

Finchè non estirpiamo questo marciume, non ci sarà  futuro per il Paese.

C’è qualcosa di profondamente malato nel modo in cui il potere si muove, qualcosa che va ben oltre la corruzione occasionale e che affonda le sue radici in un sistema costruito per proteggere se stesso e i suoi protagonisti. 

Osservate con attenzione tutti quei politici che all’improvviso decidono di dimettersi, quasi sempre poco prima che emergano notizie poco piacevoli sul loro conto, noterete come il più delle volte, non si tratta di vere rinunce ma solo di manovre preventive, una sorta di passo indietro calcolato per non bruciare definitivamente la propria immagine e lasciare aperta una porta da cui rientrare quando l’attenzione si sarà spostata altrove. 

A questi soggetti si sommano poi tutta una serie di imprenditori che, pur essendo sotto inchiesta (o addirittura esser stati già condannati…), continuano a vincere appalti pubblici, aggiudicandosi commesse milionarie come se nulla fosse. 

Tutti sanno, ma nessuno fa niente! Le Istituzioni tacciono, chi dovrebbe vigilare sembra guardare da un’altra parte e alla fine ci ritroviamo a parlare di quei meschini impiegati pubblici, “infedeli”, che compaiono puntualmente nelle liste dell’agenda di quell’imprenditore che ogni mese si premura di far arrivare a ciascuno la sua bustarella.

Questo non è frutto del caso, né tantomeno di singole deviazioni morali. No, è qualcosa di più strutturato, un meccanismo perverso e perfettamente oliato dove politica e alcuni pezzi dello Stato si intrecciano in un gioco sporco che ha poco a che fare con il bene comune e molto con l’arricchimento di pochi. 

Pensiamo ai casi recenti: politici indagati per associazione a delinquere, voto di scambio, tangenti, truffa, turbativa d’asta. Sono centinaia i nomi coinvolti, eppure molti di loro occupano ancora ruoli di potere, altri gestiscono affari con la stessa naturalezza di sempre, distribuendo incarichi e favori ai loro fedelissimi. 

La cosa più assurda non è neanche il fatto che siano finiti nei guai, quanto il modo in cui il sistema reagisce al loro allontanamento apparente. Si crea immediatamente un vuoto che viene colmato da altri imprenditori con interdittive alle spalle, da funzionari infedeli che ormai da anni alterano gare d’appalto senza mai essere fermati, cui seguono assessori che fanno da ponte tra soldi pubblici e interessi privati.

E quando finalmente qualche inchiesta giudiziaria comincia a scoperchiare il vaso, ecco che improvvisamente arrivano le dimissioni, sempre motivate da ragioni personali o familiari. Una commedia all’italiana, recitata così tante volte da aver perso ogni credibilità. Ma quanti sono realmente caduti in disgrazia? 

Quanti hanno davvero pagato per i loro errori? Ormai da oltre trent’anni assistiamo a questa sceneggiata, riproposta in ogni città, in ogni regione, come se fosse diventata la regola e non l’eccezione. Non si tratta più di singoli episodi isolati, ma di un vero e proprio metodo, consolidato nel tempo e ormai radicato nella nostra quotidianità.

L’imprenditoria malsana, quella che negli anni abbiamo visto sfilare in televisione, sui giornali e sui social, non ha servito soltanto la criminalità organizzata, ha altresì alimentato anche quel pezzo dello Stato che avrebbe dovuto controllarla. 

Funzionari, dirigenti, politici che invece di vigilare sono diventati complici, garantendo che il flusso di denaro e soprattutto i favori non si interrompessero mai. Un circolo vizioso in cui la politica si nutre di affari sporchi e gli affari sporchi si nutrono della politica, in un abbraccio mortale che strangola ogni possibilità di cambiamento.

Allora chiedo: chi mai potrà smantellare questo meccanismo? Se la politica continua a perseguire i propri interessi opachi, gli scandali che leggiamo ogni giorno saranno semplicemente fuochi di paglia, destinati a spegnersi senza lasciare traccia. 

La corruzione non è più un incidente di percorso, è diventata strutturale, quasi inevitabile. È come un cancro che si autoalimenta grazie a politici corrotti finanziati da imprenditori poco puliti o legati alla criminalità, i quali a loro volta chiedono favori a burocrati che, in cambio della carriera, chiudono entrambi gli occhi.

Ma una speranza c’è. Forse dobbiamo tornare a quel momento storico del 1945, quando il Paese, dopo anni di guerra e umiliazioni, seppe rialzarsi, capì che era necessario ricostruire tutto, partendo da zero e abbandonando il marciume del passato. 

Solo così potremo sognare un’Italia diversa, equa, senza diseguaglianze, senza ladri nascosti dietro poltrone istituzionali. Dobbiamo trovare il coraggio di estirpare questa malattia, di liberare il Paese da chi lo sta soffocando, perché solo eliminando il male alla radice potremo sperare di riavere un Paese degno di essere chiamato tale.

Sì… ma tanto non succede niente.

Quante volte l’abbiamo detto dopo ogni scandalo? 

Già… dopo ogni arresto per corruzione, traffico di potere, concussione: un funzionario con le mani nel vaso, un politico che riceve denaro al buio, un colletto bianco che stringe accordi sporchi. 

Eppure la solita eco torna puntale: Sì… ma tanto non succede niente

Ma come potrebbe cambiare qualcosa in questo Paese che difende chi sbaglia? Sì… dove lo Stato scrive leggi come scudi, non come spade, un Paese che promuove norme che non spazzano via il marcio ma viceversa lo incastonano nel sistema, rendendolo intoccabile? Dove la complicità si maschera da legalità e chi dovrebbe pagare non paga mai? 

E tutto questo grazie allo Stato stesso, ai suo uomini/donne che promuovono queste riforme per pararsi il c…, una politica che non solo non agisce, ma firma, ratifica e soprattutto si piega a chi ha interesse a non cambiare mai!

Io nel mio piccolo ci ho provato. Già molti anni a portare alla luce scheletri che altri volevano sepolti, ma ogni volta ritrovo semrpe lo stesso schema: gente farabutta che fa dell’illegalità il proprio vivere, sostenitori e lecchinio che promuovo e foraggiano con le loro azioni quotidiane quel sistema illegale a cui poi si somma una giustizia lenta, inceppata, con leggi trasformate in scappatoie e così chi denuncia, quei pochi esigui individui che hanno fatto della purezza d’animo il loro vivere quotidiano, non solo devono scontrarsi con quei muri di gomma collusi, ma ahimè vengono traditi da chi viceversa avrebbe dovuto proteggerli.  

Il tradimento più grave? Non è solo la corruzione, ma la sua normalizzazione, l’averla trasformata in routine, in prassi. Perché quando diventa “normale”, diventa invincibile!

Ogni riforma che rallenta i processi, ogni norma che protegge i colpevoli, ogni legge scritta su misura per i potenti: non è una battaglia contro il crimine. È un accordo con esso!

E lo Stato? Lo Stato è certamente complice. Quelle norme approvate per finta, quelle regole scritte a favore di chi comanda, sono un colpo al cuore di chi crede ancora in uno Stato giusto ed equo.

Che schifo. Che vergogna…. dopo anni a cercare di cambiare le cose, a rompere schemi immutabili, ci si ritrova con le mani vuote, perché chi doveva riscrivere le regole, le ha ridisegnate per chi non vuole che nulla si muova…

E allora sì, forse è tempo di contare i giorni, di pensare a una vita diversa, lontano da questo Paese ingrato, dove lo Stato non protegge i cittadini, ma i potenti. Dove la corruzione non è un cancro da estirpare, ma un affare da gestire.

Ma prima di andare via – riferendomi a tutti quei soggetti ancora perbene – dovrebbero chiedersi: fino a quando permetteremo che il gioco resti sempre lo stesso?

Sì… immagino che starete pensando: “ma tanto non succede niente”. Ed allora iniziate voi con i vostri gesti: rifiutatevi quando vi viene chiesto un “favore”, abbandonate quelle adulazioni che sanno di “ipocrisie ricamate“, non scambiate la vostra dignità per una promessa o una bustarella, sapendo a priori che accettandola, si diventa indissolubilmente compromessi, con quei soggetti corroti e con quel sistema marcio da loro rappresentato, che negli anni, avevate criticato e odiato!

E tu, da che parte stai? Quella di chi aspetta o di chi prova ( o quantomeno proverà…) a cambiare le cose?

Si arresta, si sequestra, si sbatte in prima pagina… e poi?

Lasciami raccontarti una storia, ma non quella che leggi sui giornali, ma quella che sta sotto, già… nascosta tra le righe, invisibile ai più, quella comunque che davvero muove tutte le cose e Dio in questo… centra nulla.

Immaginatevi un parcheggio deserto, una busta che passa di mano, due persone che si sfiorano casualmente, oppure se volete sciegliete un ufficio, preferibilmente anonimo, dove la porta chiusa nasconde qualcosa di più di un semplice “colloquio”, si lo scenario potete cambiarlo a vostro piacimento, ma il copione vedrete, resterà sempre lo stesso: mazzette, promesse, favori!

E poi improvvisamente giunge la notizia, esplode come i botti di Capodanno, tutti iniziano a parlarne, i titoli sui quotidiani urlano e i social s’infiammano!
I nomi degli indagati arrestati sono pubblici, manette, lo scandalo ha toccato incredibilmente soggetti al di sopra di ogni sospetto. Ed eccoli quindi i cittadini, indignati, pronti a puntare il dito e a tirare la pietra. 
Ma… aspettate un attimo, sì… soffermiamoci, facciamo un bel respiro profondo, iniziando a guardare oltre la superficie.

Sì… perché ciascuno di noi sa bene cosa accadrà dopo? Nulla. Già… assolutamente nulla e quei soggetti, restano tra noi, impuniti, anche se a volte… condannati!

Perché il sistema non trema, non si ferma, non s’indigna e soprattutto non ha minimamente paura, perché tutti coloro che vivono grazie ad esso sanno bene che questa storia è come la sceneggiatura di quel film ,”Via col vento”, già…”domani sarà un altro giorno”.

E difatti un altro giorno significa un’altra mazzetta, un nuovo accordo sottobanco, sì… certo, cambiano i nomi, i luoghi, i dettagli, ma il meccanismo “oleato” resta identico, quasi fosse un orologio (non uno d’imitazione come quelli che si vedono su “Tik Tok”, bensì uno di lusso, sì… ricevuto in cambio delle concessioni compiute illegalmente, portato tra l’altro da questi soggetti in maniera indegna al polso; osservandoli penso: quanto vale possedere un modico orologio da 10 euro, sapendo di aver salvaguardato la propria dignità…), solo che invece di ticchettare l’ora, quello strumento fa tintinnare il ricordardo nella mente, sì… di quando ricevere nuovamente quella mazzetta.

E allora vi chiedo: pensate davvero che oggi sarà diverso da ieri? Che domani sarà diverso da oggi? No… non lo è, e non lo sarà, anche se poi, come ingenui spettatori, applaudiamo quanto compiuto dalle forze dell’ordine e dalla magistratura, convinti che qualcosa stia realmente cambiando. Ma dentro di noi, nel nostro profondo, lo sappiamo bene: è solo fumo negli occhi!

Perché il problema non è quel singolo dirigente, funzionario, imprenditore, politico, mafioso, no… il problema è il sistema che lo alimenta, che permette a chi dovrebbe controllare, vigilare, denunciare, non restare in quella stanza e far finta di non vedere “l’elefante”, perché anche quando non si partecipa direttamente, quando la mazzetta (a differenza dei suoi colleghi) non viene presa, quando si riesce a fare a meno di quegli introiti non dichiarati, beh… questa decisione, vi assicuro, non è per nulla meglio di quella corruzione, perché, preferire non denunciare per paura, non fare il proprio dovere e quindi non opporsi a quel sistema corrotto, forse anche perché si temono ripercussioni personali e/o familiari, non giustifica i silenzi …

Difatti, nell’esser ignavi, si è scelto di essere – se pur senza prendere bustarelle e quindi con le mani vuote – complici e quindi colpevoli! 

Mi chiedo ogni giorno come sia possibile ciò, ma soprattutto perché accettiamo questo? Perché i miei connazionali onesti si limitiamo a guardare, a commentare, a indignarsi per un giorno, per poi riprendere la loro vita come se nulla fosse? 

Lo so… non dico che sarebbe facile, ma almeno sarebbe onesto…

La giustizia perfetta senza pregiudizi o condizionamenti? Quando i robot sostituiranno i magistrati!

Ascolto le notizie riportate in Tv sulla giustizia e mi chiedevo cosa accadrebbe se applicassimo la tecnologia AI al sistema giudiziario?
Già… immaginiamo un mondo in cui i magistrati siano sostituiti da robot in grado di interpretare la legge in modo impeccabile, senza influenze esterne, condizionamenti o pregiudizi!
Già, in questo, un “magistrato robot” avrebbe capacità straordinarie e non indifferenti.
Ad esempio… una memoria infinita: potrebbe incamerare tutta la legislazione passata e vigente, accedendo a ogni norma, articolo o regolamento in pochi secondi.
Ed ancora, sarebbe in grado di realizzare un aggiornamento istantaneo: le nuove normative non richiederebbero anni di studio, ma solo pochi minuti di upgrade.
Cosa dire inoltre sulla “coerenza” assoluta; questa… grazie all’analisi in tempo reale di tutte le sentenze emesse, potrebbe adottare interpretazioni giuridiche coerenti, sì… basate su precedenti consolidati.
Ma non solo, nessuna imparzialità: sì…niente pressioni politiche, correnti, interessi personali o condizionamenti emotivi. Solo la legge, applicata in modo rigoroso e oggettivo.
Ma allora, è davvero possibile percorrere questa strada per una giustizia perfetta?
Certo, in molti ora diranno che, se da un lato l’IA (intelligenza artificiale) potrebbe eliminare gli errori umani, i ritardi burocratici e le disparità d’interpretazione, dall’altro farebbe sorgere domande importanti…
La legge è solo una questione di logica, o c’è un elemento umano – come l’equità, la comprensione del contesto sociale e la capacità di adattarsi a casi eccezionali – che un robot non potrebbe mai replicare?

Chi sarebbe responsabile in caso di errori o decisioni controverse e, soprattutto, siamo pronti a delegare decisioni che riguardano la libertà e la vita delle persone a una macchina?
Tuttavia, l’idea di un magistrato robot affascina, ma allo stesso tempo spaventa. Se da un lato rappresenta un’opportunità per rendere la giustizia più efficiente e imparziale, dall’altro ci costringerebbe a riflettere su cosa significhi davvero “giustizia” e su quanto l’elemento umano sia insostituibile.
E allora, ditemi: cosa ne pensate? Quanto siete disposti a fidarvi di un sistema giudiziario gestito dall’intelligenza artificiale?

L'Abuso che nasce dalla fiducia: Quando la collaborazione diventa tradimento.

La prestazione d’opera – quel rapporto anche di fatto – diventa l’occasione e la ragione di quello possessorio proprio lì, in quel legame apparentemente innocuo, in quella collaborazione di fiducia nata sì… per esigenza, ma perché imposta dalla normativa vigente. Ed è qui che ahimè si annida il pericolo più subdolo: quell’incarico professionale che si trasforma in un’arma silenziosa protetta dall’ipocrisia, dall’omertà e ancor peggio…dal compromesso!

Un’opportunità perfetta, sì, per chi sa scorgere nella vicinanza la chiave dei propri fini illeciti. Così comincia il gioco: un incarico formale, un sorriso rassicurante, una stretta di mano che sigilla promesse di perfezione. 

Ma sotto questa patina di correttezza pulsa una realtà ben diversa, perché l’uomo in malafede conosce un segreto crudele: la fiducia è la serratura più facile da scassinare!

Documenti, fondi, rapporti riservati, tutto gli viene consegnato con ingenua solerzia. La prestazione d’opera si trasforma così nel pretesto perfetto, nella maschera più convincente. È l’ombrello sotto cui nascondere movimenti nell’ombra, appropriazioni indebite, distrazioni di somme, manipolazioni calcolate. Una frode che avanza al ritmo regolare di chi sa di poter essere al sicuro – perché quando sei “quello di fiducia“, chi oserebbe controllarti e poi se chi controlla è anche partecipe all’inganno…

Il sistema si autoalimenta: complicità passive, silenzi interessati, occhi volutamente distratti, finché – improvviso – il crollo. Un coraggioso rompe il muro dell’omertà, porta alla luce vuoti contabili, incongruenze, scuse che ormai puzzano di menzogna. La sentenza di condanna arriva come un macigno: sì… quelle denunce secondo molti (per lo più gli stessi che si erano resi complici di quel malaffare o che auspicavano di ricevere da quel sostegno dato, chissà… qualche briciola) erano “fantasiose“, ma che – dalla sentenza pronunciata – si scopre essere una verità scomoda! 

Ed ora, già… ora quegli stessi complici si scoprono “vittime“, fingono stupore – “Come abbiamo fatto a non capire, a non vedere, come è stato possibile tutto ciò?” – quando invece… avevano scelto di non guardare!

La verità è cruda: ogni ignavo è complice! Ogni silenzio ha permesso all’illegalità di radicarsi. L’abusatore, certo, è stato abile: ha studiato mosse e contromosse, ha sfruttato ogni dettaglio, ha vestito il crimine con l’abito rassicurante della normalità. Ma la sua forza veniva principalmente dall’indifferenza altrui!

Ora la lezione è chiara: diffidare non basta. Occorre vigilare, controllare, ma soprattutto ricordare!

Perché ogni rapporto professionale porta in sé un paradosso: la fiducia è necessaria, ma può diventare il cavallo di Troia dell’inganno. Riconoscere i segnali  e soprattutto – gli ipocriti sostenitori del sistemi – non è cinismo: è l’unico vaccino contro danni irreparabili. 

Il prezzo della legalità? L’eterna vigilanza!

Legalità in teoria, ma non in pratica: il paradosso delle regole aggirate.

Da un po’ di tempo in Sicilia ho come l’impressione che tutto proceda in maniera perfetta…

Già… scorgendo i quotidiani e/o le notizie sul web, occasionalmente mi ritrovo a leggere di qualche inchiesta giudiziaria, per lo più delle volte, gli argomenti trattano argomenti futili o certamente di poco conto.

Ed allora mi sono chiesto come fosse possibile che la regione che ha ottenuto i maggiori finanziamenti europei (sì perchè con 5,9 miliardi di euro, la Sicilia è prima tra le regioni italiane, seguita da Lombardia con €. 5,5 mld e Campania con €. 5,2 mld) e con una rete diffusa di appalti in corso (e in fase di progettazione) non sia più sotto le mire di quella ben nota organizzazione criminale.    

Ma soprattutto mi chiedo: come può essere che quell’intreccio da sempre indissolubile, tra mafia, economia e politica, abbia deciso improvvisamente di sciogliersi? 

Ed allora debbo credere che quanto avvenga sia soltanto di facciata, che si è semplicemente passati ad una modalità che potremmo definire accomodante e soprattutto “occultata“; si tratta semplicemente di operare in maniera celata, facendo in modo che ad aggiudicarsi gli appalti siano proprio quelle loro imprese affiliate…

E così una grossa fetta di quegli appalti finisce nelle loro tasche, soffocando di conseguenza, non tanto lo sviluppo della regione – che grazie ai miliardi pervenuti sta volando a gonfie vele – no… è in quel voler entrare a gamba tesa nell’economia e negli aspetti sociali che ahimè riesce a condizionare la vita di ciascun mio conterraneo.

Sì… vediamo saltuariamente alcuni colpi inflitti dalle forze dell’ordine e dalla magistratura, ma “cosa nostra” continua di fatto a rappresentare una minaccia persistente e in continua evoluzione. 

Peraltro, anche il più ingenuo cittadino ha compreso come quell’organizzazione mafiosa si dimostri abile nel reinventarsi e nel trovare nuovi spazi di azione evidenziando proprio in quei fondi del PNRR il loro interesse, infiltrandosi così nei gangli vitali del tessuto economico ed in quello politico-amministrativo.

Difatti, è proprio grazie a questi legami che si permette a quell’organizzazione di esercitare un controllo capillare sul territorio, sfruttando vecchie logiche e, al contempo, promuovendo nuovi referenti per gestire i suoi affari illeciti.

Qualcuno potrebbe obiettare che esistono i controlli, che vi sono norme da rispettare, che c’è un protocollo di legalità che sovrasta qualsivoglia procedimento. Ma quanto queste azioni risultino concrete, beh… è tutto da verificarsi. D’altronde, ditemi: chi controlla i controllori?

Affidarsi alle regole non è sufficiente!!!

 Il sistema – secondo il sottoscritto – risulta ancora troppo bypassabile. E se qualcuno fa finta di non averlo compreso, è solo perché gli fa comodo così!

Mi viene da piangere per il Procuratore Gratteri…

Non so voi, ma ogni volta che vedo in TV o leggo un articolo sul mio omonimo, il Procuratore Nazionale Nicola Gratteri, mi vien da piangere…

L’altra sera l’ho rivisto su La7 da Lilli Gruber, e ancora una volta ho provato un senso di amarezza profonda.

Penso a chi dedica la propria vita a questo Paese, rischiando tutto, e a chi invece non ha mai mosso un dito, anzi, fa carriera restando nell’ombra, seduto dietro una scrivania.

È così che funziona qui, ed è così che continuerà finché il sistema clientelare e giudiziario resterà colluso, legato a quelle correnti politiche che decidono chi deve avanzare senza merito e chi, invece – come Gratteri – deve essere ostacolato, quasi esiliato, solo perché fa bene il proprio lavoro.

Mi torna in mente la vicenda di Giovanni Falcone, ostacolato nella sua nomina a Consigliere Istruttore del Tribunale di Palermo. Oggi la storia si ripete con Gratteri, escluso dalla Procura Nazionale Antimafia perché non allineato a certe logiche di potere. Lo aveva già previsto, tanto da dichiarare in un’intervista: “Io lo sapevo, ma ho scelto di non iscrivermi a nessuna corrente. Non conosco nemmeno il 50% dei membri del CSM, non li riconoscerei per strada, perché non li frequento“.

Qualcuno ha deciso di sbarrargli la strada. Forse perché ha indagato troppo, su mafia, ‘ndrangheta, camorra… certamente più di tutti loro messi insieme. E questo ha dato fastidio.

Ora, da Procuratore di Napoli, si ritrova sotto attacco: un’inchiesta si sgretola, i reati vanno in prescrizione, le accuse si rivelano inconsistenti, il processo si chiude nel nulla. Con un costo umano, politico e istituzionale, altissimo.

E allora sì, mi viene da piangere. Perché vedo il silenzio della stampa – e chissà, magari qualcuno sotto sotto ride pure. Perché nessuno lo difende???

Certo, Gratteri è un uomo, può sbagliare. Uno, due, tre, quattro, cinque volte.

Ma finché continuerà a indagare con onestà, senza piegarsi a pressioni o interessi di parte, resterà una delle poche figure di cui questo Paese può ancora fidarsi. Ed io, pur comprendendo talune critiche giuste e forse anche costruttive, beh… come dicevo, preferisco sempre un magistrato che, ogni tanto, possa commettere un errore piuttosto che uno che non sbaglia mai… perché in malafede.

Come la reclusione può scardinare il sistema del silenzio.

La detenzione, soprattutto se improvvisa, rappresenta uno spartiacque nella vita di chi, abituato al comfort del proprio status, si ritrova catapultato in una realtà completamente estranea. 

Pentirsi, raccontare ciò che è accaduto nel corso della propria carriera, elencare i nomi e le dinamiche di un sistema che ha permesso l’ascesa e garantito privilegi: tutto questo diventa un’opzione concreta. Un’opzione dettata non solo dal desiderio di alleggerire la propria posizione giudiziaria, ma anche dalla necessità di ritrovare una libertà che ora appare lontana, irraggiungibile.

La privazione della libertà personale colpisce tutti, ma in maniera più acuta chi non ha mai vissuto a contatto con il crimine o con contesti degradati. 

E quindi, per chi è abituato a una vita fatta di certezze e privilegi, il carcere è un mondo alieno, fatto di spazi limitati, rigide regole e costante esposizione a uno stress emotivo senza precedenti.

Ditfatti, è proprio in questo ambiente, dove la fragilità umana viene messa a nudo, che nasce un bisogno primordiale: uscire!!!

E spesso, il prezzo di questa libertà è la collaborazione. Collaborare significa trasformare il peso della reclusione in una spinta a raccontare, a svelare i retroscena di un sistema che, fino a poco prima, veniva vissuto come normale.

Però… a differenza del delinquente abituale, che vede il carcere quasi come una tappa ciclica della propria esistenza, il “colletto bianco” si sente ingiustamente perseguitato, negando inizialmente ogni responsabilità. Ma con il passare dei giorni, tra il peso delle accuse, la solitudine e il pensiero costante rivolto ai propri cari, si fa strada una nuova consapevolezza. La paura interiore cresce, insieme alla pressione esterna.

Ogni ora trascorsa in prigione diventa un momento di riflessione forzata: le cause che hanno condotto a quella situazione, le dinamiche professionali, i compromessi morali accettati per ottenere vantaggi. Tutto riaffiora con prepotenza, mettendo a nudo non solo le azioni passate, ma anche le fragilità emotive e relazionali di chi si trova a confrontarsi con un ambiente spietato.

E così, da quel conflitto interiore nasce una decisione: collaborare. Non per eroismo o redenzione, ma per necessità. Perché solo attraverso la verità, o una sua versione negoziabile, si può sperare di barattare la reclusione con una via d’uscita. Ed è in quel momento che il sistema trova la sua leva più potente.

E se fosse proprio in quel baratto che si cela l’inizio della fine per i grandi meccanismi di malaffare? Quando un singolo pezzo decide di parlare, il castello, per quanto imponente, può iniziare a vacillare. Ma c’è un’altra faccia della medaglia.

Non tutti, infatti, scelgono di collaborare. Per alcuni, la paura di perdere la posizione privilegiata raggiunta è troppo forte, ma ancor più lo è il terrore di trovarsi invischiati in dinamiche ben più grandi di loro. Collaborare significherebbe esporsi non solo a ripercussioni personali, ma anche a rischi per i propri familiari. Quella scelta, apparentemente salvifica, potrebbe trasformarsi in un pericolo imminente, un passo verso una spirale di minacce e pressioni che mettono a repentaglio tutto ciò che hanno di più caro.

Ed è qui che il silenzio diventa la loro unica arma di difesa. Un silenzio che, spesso, non è una decisione autonoma, ma il frutto di un sistema che, dall’esterno, fa di tutto per proteggerli. Non tanto per l’interesse verso la loro persona, quanto per salvaguardare il proprio equilibrio, garantendo che nessun dettaglio trapeli, che nessuna parola sveli le crepe di un’organizzazione costruita su connivenze e segreti.

La realtà del “non detto” si intreccia così con quella del carcere: un luogo dove il prezzo della verità e quello del silenzio convivono, separati solo dal coraggio o dalla paura di chi si trova a decidere. Alla fine, la vera domanda rimane: quanto siamo disposti a tollerare un sistema che si alimenta del silenzio, e quanto, invece, siamo pronti a lottare per rompere il muro che lo protegge?