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Trump – Meloni. Tra realtà, propaganda e favole: ciò che i video mostrano e i media non dicono.


L’inseguimento e la distanza: quando le immagini dicono più delle parole. E poi c’è quel dito puntato, quel gesto che è stato letto come un atto di sfida, ma che forse – anzi, sono certo – non era ciò che sembrava. Iniziamo da qui, perché è da qui che tutto prende senso…

C’è un filo sottile che attraversa ogni mossa di Donald Trump, un filo che molti non vogliono vedere o, forse, fingono di non scorgere per non doverne fare i conti. A lui si può dire tutto, si può accusarlo di narcisismo, di essere antipatico, di mancare di quella forma di garbo che la politica internazionale richiederebbe, ma c’è una cosa che non si può fare: mettere in dubbio la sua onestà nel dire ciò che pensa. Trump dice quello che gli passa per la testa, senza filtri, senza mediazioni, senza quel calcolo ipocrita che caratterizza tanti altri leader. E questa, paradossalmente, è la sua forza. Se ne frega del giudizio altrui, va avanti per la sua strada, e costringe tutti – amici, alleati, avversari – a piegarsi alle sue logiche. Che siano giuste o sbagliate, questo è un altro discorso, ma il punto è che lui non tradisce mai se stesso.

Eppure, nel nostro Paese, i media e alcune figure istituzionali sembrano aver scelto una narrazione diversa. Si preferisce parlare a sproposito, costruire teorie fantasiose, ignorare l’evidenza dei fatti. E i fatti, in questo caso, sono sotto gli occhi di tutti. Basta guardare i video della riunione internazionale a cui ha preso parte anche Giorgia Meloni per capire cosa sia realmente accaduto. 

Si vede chiaramente Trump mantenere le distanze dalla premier italiana. Non è un dettaglio, è un gesto che parla da solo. E lei, dal canto suo, fa di tutto per avvicinarsi: rallenta il passo quando lui si avvicina con gli altri statisti, cerca di porsi accanto a lui, tenta addirittura di parlargli mentre lui prosegue senza degnarla di uno sguardo. C’è un momento, sì, in cui si scambiano due parole, ma nessuno può sapere cosa si siano detti. Eppure, qualcuno del suo schieramento ha già provato a inventarsi la solita storiella, quella che fa comodo per i propri elettori. Io, invece, sono convinto che in quell’unico breve scambio Meloni abbia fatto di tutto per rientrare nelle grazie del presidente americano.

Ma torniamo a quel dito puntato. La scena in cui lei punta il dito contro Trump, quasi a volerlo ammonire per un comportamento offensivo nei suoi riguardi, è a mio avviso una messa in scena studiata a tavolino. Una strategia pensata per far credere al mondo che lei, la leader italiana, non si lascia intimidire. Ma è solo fumo negli occhi. La verità è che Meloni è in discesa, e la sua popolarità, ne sono certo, continuerà a scemare. Non mi sorprenderebbe nemmeno se, prima delle prossime elezioni, venisse fuori un dossier simile a quello che ha colpito la moglie del presidente spagnolo Sanchez, capace di condizionare l’intero governo.

Intanto, sento parlare di “orgoglio nazionale” da parte del presidente del Consiglio e dei suoi alleati. Ma nessuno ha mai messo in dubbio l’orgoglio dell’Italia, così come nessuno mette in discussione il legame storico che ci unisce agli Stati Uniti. Il problema è un altro: è quella propaganda televisiva incessante, portata avanti dalle solite “cicale” sottomesse alla loro regina, che continua a raccontarci frottole. Eccoli lì, sempre pronti a dipingere un quadro che non corrisponde alla realtà.

Ho ascoltato con attenzione il video che Giorgia Meloni ha pubblicato su Instagram, in cui dichiara: “Io e l’Italia non imploriamo mai“. Ma io mi chiedo: perché mettere il nostro Paese in mezzo? La brutta figura, in questa vicenda, l’ha fatta solo lei. L’Italia non è stata offesa da Trump, è stata offesa solo lei. E la sua reazione, per quanto veemente, non fa che confermare una fragilità che ormai è sotto gli occhi di tutti.

Poi, certo, c’è la solidarietà bipartisan che le è piovuta addosso. Mattarella l’ha chiamata, Tajani ha annullato la missione a Miami, Crosetto ha parlato di “caduta di stile“. Persino le opposizioni, con Conte e Schlein, si sono schierate dalla sua parte. Ma tutto questo non cambia la sostanza delle cose. Trump ha detto quello che pensa, come sempre, e lo ha fatto senza mezzi termini. Ha parlato di Meloni come di una che “implorava” per una foto, che gli faceva “pena“. Parole dure, certo, ma che arrivano dritte al cuore della questione: chi è abituato a giocare con le parole e le apparenze, prima o poi si trova nudo di fronte alla realtà.

E la realtà, per chi ha occhi per vedere, è che Trump non dimenticaNon ha dimenticato che, sulla questione dello Stretto di Hormuz, l’Italia non c’era. E lo ha ribadito con la consueta franchezza. La sua critica non è solo a Meloni, ma all’Europa intera, che a suo dire ha sbagliato tutto su immigrazione ed energia. 

Ma qui, da noi, si preferisce parlare di “uragani” e di “rotture diplomatiche“, quando forse basterebbe fermarsi un attimo e guardare i video con onestà intellettuale. Perché le immagini non mentono mai. E mostrano una Meloni che insegue, che rallenta, che cerca disperatamente un contatto che Trump non le concede. Il resto, come sempre, è solo fumo negli occhi, per i soliti italiani che, davanti all’evidenza, preferiscono abbassare lo sguardo e credere alle solite favole

Leggendo i Vangeli, qualche fedele potrebbe credere che Gesù abbia attraversato il mondo, quando in realtà non si è mai allontanato (più di tanto) da casa.


È interessante notare come, negli ultimi due decenni, la geografia biblica abbia compiuto un salto non da poco: non più affidata solo a disegni schematici nei libri di studio, ma a modelli digitali interattivi, costruiti con dati archeologici, satellitari e testuali incrociati. 

Il Digital Atlas of the Holy Land, curato dalla Society of Biblical Literature in collaborazione con ricercatori di università come Yale e Tel Aviv, offre oggi una ricostruzione stratigrafica dei percorsi antichi, compresi quelli plausibili del I secolo. 

Lì, per esempio, si può tracciare in tempo reale la via che da Sefforis – città romana vicina a Nazaret, dove Gesù probabilmente lavorò come artigiano – conduceva a Cafarnao: un tracciato di circa 35 km, in gran parte su una strada secondaria che costeggiava le colline della Bassa Galilea, con pendenze dolci ma polvere abbondante nei mesi estivi.

Anche BiblePlaces.com, fondato dall’archeologo Todd Bolen, va oltre la semplice mappa: integra foto aeree attuali, scansioni LiDAR e ricostruzioni 3D di siti come il pozzo di Giacobbe a Sichem o le rovine di Gerico pre-70 d.C., consentendo di confrontare il paesaggio odierno con quello che Gesù avrebbe visto. 

In una delle sue schede su Jesus’ Travels, si legge una nota particolarmente evocativa: i ricercatori hanno calcolato, in base all’andatura media di un camminatore antico (4–5 km/h, con soste ogni due ore), che il viaggio da Cafarnao a Gerico – tappa intermedia cruciale prima della salita a Gerusalemme – richiedeva circa tre giorni, con pernottamenti a Scitopoli o a Fasaelis, villaggi ormai ridotti a cumuli di pietra, ma ben documentati negli archivi del Israel Antiquities Authority.

Una cosa colpisce: quasi tutti questi spostamenti rientrano in un’area di circa 150 km di diametro – meno della distanza tra Catania e Palermo. Eppure, quella piccola porzione di terra era un crocevia di lingue, imperi, culti e resistenze. Camminare da Nazaret a Gerusalemme significava passare da un villaggio aramaico a una città ellenizzata, da una regione governata da Erode Antipa a un’altra sotto diretto controllo romano, con dogane, dialetti diversi, monete non sempre accettate. 

Non era solo una questione di chilometri: era un attraversamento continuo di mondi. E Gesù lo fece a piedi, senza scorta, senza permessi speciali, un uomo in movimento in un territorio controllato.

Quel che i dati moderni confermano, più di ogni altra cosa, è la località radicale della sua missione. Non parlava dal centro del potere, né da un pulpito remoto: lo faceva nei campi, sulle rive, alle porte delle città, in luoghi dove la gente si fermava per necessità, non per devozione. Il pozzo di Sichem, per esempio, non era un santuario: era un punto d’acqua quotidiano, un crocevia femminile, un non-luogo sacro che diventa, per un dialogo, luogo di rivelazione. 

Oggi, grazie alle mappe del Digital Atlas, possiamo vedere che quel pozzo si trova a poche centinaia di metri da una strada carovaniera secondaria – non isolato, ma attraversato, proprio come la donna samaritana, proprio come il Vangelo stesso.

Se vi interessa esplorare personalmente questi percorsi, ti segnalo due risorse aperte e gratuite:

– Il Digital Atlas of the Holy Land è accessibile qui: https://dathl.sbl-site.org

– Le mappe tematiche di BiblePlaces.com, compresa quella dedicata ai viaggi di Gesù, si trovano in questa sezione: https://www.bibleplaces.com/jesus-travels/

Entrambe permettono di sovrapporre antico e moderno, di misurare distanze con precisione, di capire non solo dove, ma come si camminava allora e forse, per contrasto, come camminiamo noi oggi, sempre più veloci, sempre meno presenti.

Perché, alla fine, questo post non vuole ridurre il sacro al misurabile: vuole però restituire a quell’uomo, quello spessore umano che qualcuno (dopo tre secoli dalla sua morte) ha voluto stravolgere, sì…  per creare quel “mistero di Cristo”, un concetto chiave che includendo egli alla cosiddetta “trinità”, ha potuto di fatto elevare quei semplici uomini ad un livello e ad una gerarchia, capace di condizionare la storia per millenni, influenzando fino ad oggi, 2,4\miliardi di cristiani nel mondo.

Oggi, grazie alle mappe del Digital Atlas, possiamo vedere che quel pozzo si trova a poche centinaia di metri da una strada carovaniera secondaria, non isolato, ma attraversato, proprio come la donna samaritana, proprio come il Vangelo stesso.

E allora, forse, il vero scopo di riproporvi queste mappe non è ridurre il sacro al misurabile, è piuttosto restituire a quell’uomo il suo spessore umano, troppo spesso offuscato da secoli di dottrina. Quel “mistero di Cristo“, un concetto chiave che, a partire da tre secoli dopo la sua morte – includendolo nella cosiddetta “trinità” – ha di fatto elevato anche quei semplici uomini a un livello gerarchico capace di condizionare la storia per millenni – influenzando fino ad oggi 2,4 miliardi di cristiani – e che – il più delle volte – ne ha allontanato il volto più autentico.

Il mio desiderio, viceversa, è più semplice e più radicale: restituire a quell’uomo il respiro di chi cammina davvero. I piedi gonfi, la gola secca, lo sguardo rivolto al prossimo incontro. Gli occhi di chi sa che la trascendenza non abita in un altro mondo, remoto, ma proprio qui, nel terreno battuto ogni giorno. Nella polvere sollevata da un passo stanco, nella luce obliqua di un tramonto, nel gesto disarmante di chiedere un po’ d’acqua e di concedere, in cambio, una parola che cambia tutto.

Perché è in quel gesto, in quella parola disarmata e potente, che risiede la distanza più breve e al tempo stesso incolmabile tra l’umano e il divino. Una distanza che nessuna mappa, e forse neppure alcuna Chiesa, potrà mai contenere…