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Terremoto Meloni: dimissioni, applausi e quella domanda che non smette di tornare. Cambierà qualcosa?


Nel settembre del 2013 scrivevo, quasi con ironia, “Bellissimo…!!! Finalmente si dimettono tutti…”.

Era il tempo in cui i parlamentari del Pdl minacciavano di lasciare, e io che non ci credevo dicevo: “non abbandoneranno mai la poltrona conquistata”. Oggi quelle dimissioni non sono più una minaccia da sceneggiato, ma un fatto. E non sono uno, sono cinque, nell’ultima conta. E non sono del Pdl, sono di Fratelli d’Italia, tranne uno, cioè: sono del partito della premier. È di fatto un terremoto dentro la maggioranza, non contro.

Nel post dello scorso anno, precisamente il 13 marzo scrivevo: Il vento della giustizia: perché molti politici stanno in queste ore abbandonando? Sì… allora parlavo di un “vento della giustizia” che soffiava più forte del solito e mi chiedevo se quelle dimissioni improvvise fossero il segno di un rinnovamento o solo un modo per “salvarsi il culo”, una manovra di facciata per proteggere il sistema. 

Oggi, incredibilmente, davanti alla cronaca di quanto sta accadendo, mi sembra che quella mia domanda non solo si sia aperta, ma si sia fatta più urgente. Perché qui non stiamo parlando di generici “politici che abbandonano”, già… stiamo parlando di un sottosegretario alla Giustizia che si dimette per una cosiddetta “leggerezza” e poi c’è un capo di gabinetto che – nei giorni precedenti il referendum – aveva definito la magistratura “plotoni di esecuzione” e per finire (ma solo provvisoriamente…) una ministra indagata in processi per falso in bilancio, bancarotta e truffa…

Ed allora mi sono chiesto: non è il vento della giustizia, è la giustizia che li ha raggiunti o almeno, li ha sfiorati, e loro, si tolgono prima che il vento diventi tempesta!

In un altro post scritto casualmente proprio il 21 marzo dello scorso anno, mi spingevo oltre: “Dimissioni in massa: giustizia alle porte?” e notavo come il cittadino sembra distratto, ma alla fine osserva, aspetta e soprattutto pretende risposte. 

Oggi, quella domanda rimbomba in un’aula parlamentare che applaude senza sapere perché, o forse sapendolo fin troppo bene, perché quell’applauso non era per Mulè, ma per la notizia appena giunta: un’altra poltrona che si libera, un altro esponente del governo che se ne va. Già… è l’applauso di chi spera che finalmente, dopo tanti anni, qualcosa stia davvero cambiando, ma va detto… è anche l’applauso di chi teme che sia solo una messinscena!

Ecco cosa mi colpisce, rileggendo i miei stessi pensieri. Dodici anni fa non credevo che se ne sarebbero andati, dodici giorni fa mi chiedevo se quelle uscite fossero autentiche o solo una copertura ed oggi mi trovo a constatare che (finalmente) se ne sono andati, sì… ma il meccanismo del potere sembra essersi semplicemente ricomposto.

Ho letto che la commissione parlamentare antimafia si riunirà lunedì per decidere se audire l’ex sottosegretario e poi tra qualche giorno ho letto che “Report” la nota testata giornalistica, uscirà con una puntata in cui verranno fatte emergere circostanze gravi  Non è un paradosso, è la fotografia di un Paese in cui le dimissioni non sono mai la fine, ma spesso l’inizio di un’altra fase.

Quello che mi resta, dopo questa giornata, è la sensazione di assistere a un meccanismo che conosco bene. Le dimissioni vengono presentate come atti di responsabilità, di “sensibilità istituzionale”. Ma nel frattempo, chi è rimasto tira avanti. L’applauso in aula è durato un minuto abbondante, poi i lavori sono ripresi. Come se niente fosse…

E invece qualcosa è successo. Forse non è ancora la “pulizia” che invocavo nel 2013, ma è innegabile che il vento della giustizia – quello vero, fatto di inchieste, di atti parlamentari, di pressione dell’opinione pubblica – stia soffiando in modo diverso dal passato. Che molti di quelli che fino a ieri sembravano intoccabili oggi si trovino a fare i conti con qualcosa di più grande di loro.

Ma resta in me quello scetticismo di fondo che ho sempre avuto. Perché queste dimissioni, per quanto significative, non cambiano le regole del gioco. Non cambiano una legge elettorale che continua a produrre gli stessi effetti. Non cancellano i legami tra politica e affari che stanno alla radice di vicende come quelle che stanno ora emergendo, ma soprattutto, non restituiscono ai cittadini la certezza che, dopo l’applauso, qualcosa sarà davvero diverso.

Forse, come dicevo tanti anni fa, il punto non è tanto chiedersi se le dimissioni siano sincere, ma cosa facciamo noi, da questo momento in poi. Perché se ci limitiamo ad applaudire – anche quando l’applauso è “abbandonante” – e poi riprendiamo a fare come se nulla fosse, allora quelle dimissioni resteranno solo un episodio, non un punto di svolta.

Io continuo a osservare e continuo a pretendere risposte. Perché, come scrivevo allora, ogni dimissione non è solo un addio, ma un’opportunità per riflettere su come vogliamo che siano gestiti i nostri interessi e su chi merita davvero di rappresentarci.

Oggi quell’opportunità si è presentata di nuovo. Sta a noi non sprecarla..

Rivendicare l’Islam senza dimenticare chi soffre in suo nome.


Ieri mattina @________

 ha scritto su “X”:

Non mi interessa essere “non araba” e “non musulmana” per conquistare qualcuno.

Non lo sono mai stata.

La gente mi chiede come faccio a essere così aperta sull’essere musulmana. Sull’essere araba.

Non so mai bene come rispondere.

Perché per me, non è mai sembrata una scelta.

La mia fede non è qualcosa che accendo e spegno.

È lì che mi sento al sicuro. Protetta.

Mi dà una comprensione di questo mondo che nient’altro può permettersi.

Essere araba sta nel modo in cui mi connetto con le persone.

Quanto sono generosa con loro.

Come esprimo calore.

Come vedo il mondo.

Allora perché dovrei nasconderlo?

Soprattutto ora.

Quando ci sono ancora così tanti malintesi.

Tanta distorsione di ciò che è l’Islam.

Di chi siano gli arabi.

Narrazioni ripetute finché non sembrano verità.

Dove arabi e musulmani sono dipinti come i cattivi … mentre le forze che creano la distruzione si posizionano come eroi.

Quell’inversione non è accidentale.

E il silenzio non ci protegge.

Ci cancella.

Voglio che le persone sappiano chi sono quando mi vedono.

Una donna musulmana.

Una donna araba.

Con la storia alle spalle.

Valori che non si muoveranno mai.

P.S. – La mia bellissima mamma mi ha vestito per l’Eid. Indossavo il suo hijab e la nostra abaya abbinata.

Leggendo quanto sopra, ho pensato di pubblicare sul suo profilo un commento, cosa che ho fatto:

Condivido ogni parola. La tua identità non è negoziabile, e non dovresti mai doverla giustificare o nascondere. La tua fede e la tua cultura sono fonte di forza, e hai ragione: L’identità non si negozia. La fede non è un accessorio. E il silenzio, hai ragione, non protegge: cancella!
Ma proprio perché rivendico il diritto di esistere senza filtri, sento il bisogno di aggiungere una cosa, senza però voler sminuire il tuo messaggio: per me, rivendicare l’essere musulmana significa anche chiedermi dove mettiamo le donne musulmane che vengono maltrattate, torturate, uccise in paesi che si dichiarano islamici. Perché se vogliamo che il mondo veda chi siamo davvero, dobbiamo trovare il modo di parlare anche di questo, senza farci rubare la narrazione. Altrimenti, il rischio è che a essere cancellate siano loro. 

Ripensandoci però ho deciso stamani di ampliare la nota pubblicata su “X”.

Già… la mia non è una domanda che viene da fuori. Viene da dentro. Da anni seguo quello che accade in Iran, in Afghanistan, in molti paesi dove l’Islam è maggioritario. E vedo un paradosso che non possiamo permetterci di ignorare.

In Iran, il movimento Donna, Vita, Libertà è nato perché una donna, Mahsa Amini, è stata uccisa per aver i capelli fuori posto. Da allora, ragazze e donne vengono arrestate, torturate, uccise per essersi tolte il velo o per averlo indossato “male”. I giovani vengono condannati a morte come mohareb – “coloro che muovono guerra a Dio” – solo per aver protestato per strada.

Non è una distorsione dell’Islam? Sì. Ma è una distorsione che uccide, in nome dell’Islam, con il silenzio o il sostegno di istituzioni che si dicono islamiche.

E non è solo l’Iran. In molti paesi, le leggi sulla “moralità” vengono usate per controllare i corpi delle donne. In alcuni, la violenza domestica è ancora legalmente tollerata. In altri, le donne non possono trasmettere la cittadinanza, né scegliere liberamente chi sposare.

Quando diciamo – giustamente – che arabi e musulmani non sono i “cattivi” raccontati dall’Occidente, dobbiamo anche chiederci: chi sono i cattivi per le donne musulmane che subiscono violenza in nome della stessa fede che per te è rifugio?

Perché se tacciamo su questo, per paura di alimentare stereotipi, allora rischiamo di fare due cose:

– Lasciare sole le vittime.

– Consegnare ai pregiudizi occidentali una narrazione che non abbiamo saputo abitare noi per primi.

La verità è che l’Islam non è una cosa sola. Come ho scritto anni fa: ci sono modernisti e tradizionalisti, chi cerca lo spirito profondo del Corano e chi si rifugia negli hadith più rigidi. Paesi come Tunisia hanno fatto passi avanti enormi sulla parità. Altri, come l’Iran dopo il 1979, hanno trasformato la fede in un sistema di controllo totalitario.

Non si tratta di “occidentalizzare” la donna musulmana. Si tratta di ascoltare quello che le donne musulmane dicono – in Iran, in Afghanistan, in Pakistan, in Egitto, in Arabia Saudita. Si tratta di stare dalla parte di chi dice: la mia fede è mia, ma non può essere usata per giustificare la mia prigione.

Quando vedo l’immagine di una donna iraniana che accende una sigaretta con la fiamma che brucia la foto di Khamenei, capisco che quella non è una ribellione contro l’Islam, è una ribellione contro un regime che ha rapito l’Islam e lo ha trasformato in una gabbia!

Il cambiamento vero – come ho avuto modo di scrivere più volte – viene da dentro. Non dalle bombe, non dagli interventi esterni. Ma viene da dentro quando c’è qualcuno che ascolta, che non distoglie lo sguardo, che non confonde la critica al regime con la critica alla fede.

Per questo, mia cara “sorella“, sono d’accordo con te su tutto.

Difatti, è proprio quando rivendichi di essere una donna musulmana e araba con la storia alle spalle e valori che non si muovono, io penso che nella tua storia – nella nostra storia – ci siano anche quelle donne che oggi vengono sepolte di notte, con la famiglia sotto sorveglianza, costretta a mentire per riavere il corpo.

Se vogliamo che il mondo veda chi siamo davvero, dobbiamo trovare il modo di parlare anche di loro. Senza farci rubare la narrazione, senza lasciare che siano gli altri a definirci, altrimenti, il rischio è che a essere cancellate siano loro!

E noi con loro, se restiamo in silenzio..

Certe cose, da noi, si sa… non possono esser affidate a mani nuove.


Non so voi… ma io sono stanco di leggere le cronache che puntualmente mostrano la parte negativa di questa mia terra.

Tuttavia, non so dirvi se, i problemi presenti in questo periodo nel mondo, certamente più gravi dei nostri, abbiano avuto il merito di spostare altrove la mia attenzione, sì… concedendomi una tregua. 

Ma come ben sapete, questo mio blog nasce principalmente per mettere in evidenza quanto ahimè accade qui, in questa terra, in questa meravigliosa isola, e quindi non posso che riprendere quel filo, una storia che giungendo da lontano, ritorna però puntuale, quasi fosse una costante o forse dovrei cercare altrove le causa di questa forma di resilienza tutta “siciliana“: quella del potere che si riproduce, si adatta, cambia pelle ma – disgraziatamente – non cambia sangue.

Leggo di sviluppi, perquisizioni, fascicoli aperti, contanti nascosti, e penso a quanto sia sempre la stessa sostanza delle cose. Certo… cambiano i nomi, e questo è quantomeno un fatto, non positivo, badate bene, perché l’infezione continua egualmente a diffondersi, ma quantomeno vi è la speranza che chi è stato in certe posizioni per anni a infettare il sistema, forse finalmente potrebbe non esserci più, limitando il male compiuto e quel diffuso marciume.

Certo, se ripenso a tutti i meccanismi adottati, a quel modo di tessere relazioni, mettere a frutto conoscenze accumulate in anni di scranni e poltrone, già… se rivedo quei ponti costruiti tra chi gestisce la cosa pubblica e chi quella cosa pubblica “l’ha piegata ai propri fini”, beh… non c’è proprio nulla per cui stare allegri.

Ricordo che parliamo di un sistema che incarna la perfetta soluzione di continuità, che passa da una legislatura all’altra, da un governo all’altro, da un incarico all’altro, come se la politica e quel ruolo istituzionale, non fosse altro che l’anticamera di affari ben più redditizi.

Prendiamo ad esempio quel dirigente. Una carriera costruita negli ingranaggi di quel sistema clientelare e massone, che ha evidenziato nel corso degli anni d’aver interpretato alla perfezione quella doppia faccia: una istituzionale, fatta di carte bollate e programmazione, e quell’altra, fatta di favori, di segnalazioni, di porte aperte per gli amici degli amici.

Il punto, comunque, non è solo la somma di denaro in contanti che si potrà trovare in casa o presso suoi familiari, che pure costituisce un indizio pesante, no… ciò che è peggio è la rete, quel modo di sentirsi protetti, di essere al sicuro, di pensare che certi favori fatti a certi personaggi, non solo restino nell’ombra, ma rappresentino il proprio personale salvacondotto.

E poi, consentitemi di aggiungere un altro tassello, quello che nonostante i guai giudiziari, continua imperterrito a stare in quella posizione, sì… quel sentirsi talmente indispensabile da rimanere in servizio, ben oltre i limiti consentiti di legge.

Una storia che conosciamo bene: quando un sistema considera un uomo insostituibile, forse andrebbe chiesto il perché. Perché è così importante tenere in sella un funzionario indagato, o addirittura sollecitarlo a non andare in pensione? Forse perché quest’ultimo garantisce fluidità a certi meccanismi, a certi passaggi, a certe ditte amiche che, a differenza di altre, dovevano vincere determinati appalti?

Ecco, è questo che mi fa venir il vomito, già, la naturalezza con cui tutto scorre, la continuità tra chi c’era prima e chi c’è adesso.

Ecco quindi che i vecchi legami con certi esponenti politici – finiti in passato al centro di inchieste giudiziarie – vengono misteriosamente accantonati, per dare il via a una nuova stagione, nuove nomine, nuova fiducia. Come se la memoria fosse una facoltà che si esercita solo quando conviene, e si perde quando potrebbe diventare ingombrante.

A cosa serve allora ascoltare quel mondo fatto di intercettazioni, di nomine pilotate, di aziende che ottengono accreditamenti mentre altre li perdono? Un sistema che racconta di una regia occulta, che non disdegna di intrecciarsi con certe logge, con ambienti dove si stringono patti tra persone che, formalmente, non avrebbero nulla a che spartire. E invece spartiscono eccome. Spartiscono il potere di decidere, il potere di indirizzare, il potere di escludere!

Come dicevo all’inizio, mi capita spesso, leggendo queste notizie di cronaca, di pensare a chi verrà dopo. Sperando che sia migliore di chi l’ha preceduto. Ma la mia, forse, è solo un’illusione. Perché se è vero che le inchieste vanno avanti perennemente nello stesso modo, se la magistratura e le forze dell’ordine compiono il proprio dovere con pazienza certosina, è anche vero però che quei sistemi illegali non muoiono con un’ordinanza di custodia cautelare: Si adattano, si riposizionano e continuano ad operare.

Difatti, quel che resta, dopo ogni tempesta giudiziaria, è la sensazione che il guscio più duro, quello fatto di complicità e omertà, sia ancora lì, intatto, in attesa di nuove stagioni.

Auspico, come credo ciascuno di voi, che l’attenzione non venga mai spenta. Io, nel mio piccolo, con questo blog – ma soprattutto con le denunce in Procura – ci provo, perché so che quest’ultimi, insieme ai militari, gli organi di controllo continueranno a seguire i fili di quegli intrecci, senza limitarsi ai primi livelli.

D’altronde sappiamo bene che – solitamente – quello che emerge, è sempre la punta di un iceberg. Ed è sotto, si sa, che c’è il resto. Il resto fatto di appalti pilotati, di carriere di dirigenti costruite sulle raccomandazioni dei boss, di assessorati che diventano sportelli per gli affari sporchi di pochi.

Ma poi, finita l’emergenza, come sempre accade, si torna a guardare altrove. E loro, quelli che tessono la tela, ricominciano. Sì, con pazienza certosina. Già, con la stessa pazienza con cui aspettano che un funzionario raggiunga l’età della pensione per poi convincerlo a restare. Perché certe cose non possono essere affidate a mani nuove.

Perché le mani nuove, si sa… il più delle volte, non sanno tenere certi fili.

REFERENDUM: La giustizia che saremo chiamati a scegliere.


Buongiorno, vorrei provare oggi a mettere un po’ di ordine su una questione che tra qualche giorno ci chiamerà tutti a fare una scelta.

Prima di farlo però, allego al post un’immagine di un murales, con una frase di Giovanni Falcone: “Ci accorgeremo che la mafia è entrata nelle istituzioni quando le stesse attaccheranno la magistratura“. Una frase forte che sembra giungere al momento giusto, già, da chi ha pagato con la vita per ciò che diceva.

E poi ho ricollegato quel pensiero a quanto, il 22 e 23 marzo, saremo chiamati a fare: votare per un referendum che riguarda proprio la magistratura, il suo rapporto con le istituzioni e il suo equilibrio interno. E allora quella frase, in questa vigilia, pesa diversamente. Non come un avvertimento generico, ma come una domanda che ci portiamo dentro mentre proviamo a districare cosa cambierebbe, davvero, se dovesse vincere il Sì o il No.

In quei due giorni saremo chiamati a votare su una riforma della giustizia voluta dal governo e, come spesso accade, ogni volta che mi trovo di fronte a un appuntamento del genere, mi fermo e mi chiedo: ma cosa significa davvero, nella vita di tutti i giorni, tutto questo?

Intanto, forse è bene ricordare che si tratta di un referendum confermativo. Vuol dire che la legge è già stata approvata dal Parlamento, ma non avendo raggiunto quella maggioranza dei due terzi che in Italia serve per modificare la Costituzione senza passare dal voto popolare, ora tocca a noi. Non c’è un quorum da raggiungere, quindi qualunque sia l’affluenza, il risultato sarà valido. Se vince il Sì, la riforma entra in vigore. Se vince il No, tutto rimane come è. Sembra semplice, ma dentro questa semplificazione si nasconde una complessità che forse vale la pena provare a districare.

Il punto centrale, il cuore di tutto, è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Oggi, chi entra in magistratura può, nel corso della sua vita professionale, passare da un ruolo all’altro. Con la riforma, invece, si dovrebbe scegliere all’inizio: o si è giudici, o si è pm. E una volta fatta quella scelta, non si torna indietro.

Da una parte, chi sostiene il  dice che questo serve a garantire una maggiore terzietà del giudice, a rendere i processi più equi. Dall’altra, chi dice No fa notare che già oggi, con una riforma precedente, cambiare funzione è diventato un evento rarissimo: parliamo di meno di trenta magistrati su novemila all’anno. E allora, qualcuno si chiede: vale la pena cambiare la Costituzione per un fenomeno così piccolo?

Poi c’è la questione dei due Consigli superiori della magistratura. Oggi ne abbiamo uno solo, che si occupa di tutto. Domani, con il Sì, ne avremmo due distinti: uno per i giudici, uno per i pm. Sempre presieduti dal Presidente della Repubblica, sempre con membri scelti in parte per sorteggio. E anche qui, le posizioni si dividono. C’è chi vede nel sorteggio una possibilità per ridurre il peso delle correnti, per spezzare quelle dinamiche di potere che talvolta rendono la magistratura un mondo un po’ chiuso. E c’è chi teme che questo possa indebolire l’autogoverno, rendere la rappresentanza meno autentica.

E ancora: la nuova Alta Corte disciplinare. Quindici membri, in maggioranza magistrati, selezionati con un sistema che mescola estrazioni a sorte e nomine. Un tentativo, dicono i promotori, di rendere più trasparente e imparziale la gestione della disciplina. Ma anche qui, le voci contrarie avvertono che potrebbe essere un ulteriore passo verso una giustizia più frammentata, meno coesa.

In queste settimane la campagna referendaria è entrata nel vivo. La presidente del Consiglio ha già cominciato a spingere per il Sì, parlando di una riforma importante per modernizzare il Paese. Ma poi è capitato che un alto funzionario del ministero della Giustizia abbia usato parole pesanti come “plotoni di esecuzione” parlando della magistratura, e quelle parole hanno fatto discutere, hanno diviso, hanno portato la stessa presidente del Consiglio a prenderne le distanze. Ecco, forse anche questo ci dice qualcosa di quanto sia delicato e sfaccettato il tema.

I partiti, come sempre, si sono schierati. La maggioranza compatta per il Sì, i principali partiti di opposizione per il No, mentre altre forze politiche minori si dividono tra il sostegno alla riforma e la libertà di coscienza. Ma al di là degli schieramenti, quello che mi interessa è provare a capire cosa cambierebbe davvero, nel nostro rapporto con la giustizia, se dovesse vincere l’una o l’altra opzione.

Se vincesse il Sì, ci troveremmo con una magistratura divisa in due, con due organi di autogoverno distinti, con un nuovo tribunale disciplinare. E poi ci sarebbe un anno di tempo per scrivere le leggi che rendono tutto questo operativo. Se vincesse il No, resteremmo con il sistema attuale, con i suoi pregi ma anche con i suoi difetti: l’ingiustizia a volte perpetrata, in particolare quando osserviamo i ribaltamenti nei gradi di giudizio, la lentezza dei processi che ben conosciamo e soprattutto quel senso di distanza che talvolta si prova quando, per aver compiuto il proprio dovere da cittadino – rispettoso dei principi di legalità – si ha a che fare con le aule dei tribunali.

Forse, più che schierarmi, oggi mi viene da pensare a quanto sia importante, in una democrazia, che ognuno di noi si faccia un’opinione. Perché al di là delle parole dei partiti, al di là degli slogan, quello che si decide è l’architettura stessa di uno dei poteri dello Stato. 

E io credo che, in fondo, sia proprio questo il senso di andare a votare. Non solo per dire sì o no a una riforma, ma per partecipare a quel processo continuo e faticoso che è il dare forma alla nostra convivenza.

Riflessioni sulla mafia catanese dopo la morte del boss.


Si è spento il boss, e con lui se ne va un’epoca…

La scomparsa del vecchio capo, di quello che è stato per decenni il punto di riferimento assoluto della criminalità catanese, chiude un capitolo di sangue che aveva legato la città ai destini tragici dei corleonesi.

È la fine di una stagione, quella della mafia sanguinaria, fatta di lupara e di stragi, che dagli anni Ottanta in poi aveva imposto un dominio ferreo e visibile. 

Ora il suo corpo tornerà a Catania per la sepoltura, ma le forze dell’ordine già presidiano il “silenzio“, per evitare che quel ritorno diventi un palcoscenico, un pellegrinaggio laico verso un potere che non c’è più.

Eppure, in questo silenzio vigile, dobbiamo chiederci: cosa si spegne davvero con lui? Il cuore dell’organizzazione, lo sappiamo bene, aveva già smesso di battere all’unisono con il suo… da tempo. Da anni, chiuso in carcere, il vecchio boss era più un simbolo, che un regista. La regia era già passata di mano, silenziosamente, a una struttura più giovane, a una leadership operativa che aveva imparato a fare a meno della sua voce. 

Una “giovane” mafia, se vogliamo usare le virgolette, ben consolidata e certamente più pragmatica, più ragionevole, se con ragionevolezza intendiamo la capacità di puntare esclusivamente al business, di insinuarsi dentro l’economia sana, di confondersi con essa fino a renderne impossibile la distinzione.

Ed è qui che il discorso si fa più complesso, perché la storia, e anche certe narrazioni televisive come ad esempio “Gomorra“, che abbiamo imparato a conoscere, ci insegnano che la morte di un capo carismatico non è mai un semplice passaggio di consegne. È una faglia che si apre. 

Genera un vuoto, e il vuoto richiama aria, richiama movimento. Dentro quel vuoto possono innescarsi riassetti imprevisti, frizioni, persino conflitti tra le diverse anime che compongono il clan: le famiglie storiche del centro, le radici più profonde dei quartieri, le fazioni più dinamiche e magari meno controllabili della provincia. 

Il “trono“, se di trono si può parlare in un’organizzazione che ormai predilige le stanze di rappresentanza alle piazze di spaccio, non è mai veramente stabile. Ci si siederanno i reggenti attuali, quelli che in questi anni hanno gestito gli affari con la calcolatrice in una mano e lo sguardo rivolto ai bilanci. Sono spesso legati al vecchio boss da vincoli di sangue o da una fedeltà lunga una vita, ma la loro autorità non è la stessa, non ha quel peso specifico che solo il carisma di un fondatore può garantire.

Quello che abbiamo di fronte, ormai da tempo, è una mafia che ha cambiato pelle, che ha messo da parte la divisa militare per indossare l’abito imprenditoriale. La tendenza di Cosa Nostra etnea è ormai questa: infiltrazione negli appalti, riciclaggio di capitali sporchi in economie che sembrano pulite, estorsioni che non gridano vendetta ma sussurrano il loro peso, cercando di non alzare mai troppo il volume per non attirare i riflettori. 

Le stragi dei primi anni Novanta hanno insegnato una lezione fondamentale: la visibilità è una nemica mortale. Meglio l’ombra, meglio il silenzio, meglio la capacità di diventare un ingranaggio invisibile della macchina economica. Eppure, e questo è il paradosso, il controllo del territorio non si è mai davvero attenuato, è semplicemente diventato più discreto. La presenza militare c’è, ma non si sbandiera più. E si sente, sì, come si sente una corrente d’aria in una stanza chiusa.

E in questo quadro, che è già di per sé una previsione, si inserisce una variabile impazzita, qualcosa che potrebbe davvero stravolgere ogni calcolo. Immaginiamo, per un momento, che il vuoto di potere non generi una lotta per la successione, ma una frammentazione inaspettata. Non più un’unica famiglia allargata con i suoi equilibri, ma la nascita di tanti piccoli, agguerritissimi nuclei indipendenti. 

Una balcanizzazione della malavita. Giovani leve cresciute all’ombra dei vecchi, ma senza averne la pazienza strategica, potrebbero decidere di fare da sé, di non riconoscere più alcuna reggenza, di allearsi con pezzi di altre organizzazioni, magari straniere, portando a Catania modelli operativi nuovi e più spregiudicati.

Ecco che allora, in questo scenario, la mafia imprenditoriale lascerebbe il passo a una criminalità liquida, fatta di rapporti variabili, di alleanze temporanee, di business che si fanno e si disfano con la velocità di una transazione finanziaria. Il controllo del territorio non sarebbe più un feudo da presidiare, ma una rete di connessioni da comprare e vendere al miglior offerente. Il pericolo, in questo caso, non sarebbe più la presenza di un nemico identificabile, ma la sua dissoluzione in mille rivoli difficilissimi da arginare.

Ma c’è anche un’altra possibilità, più sottile, e forse più inquietante. Che questo passaggio generazionale, invece di indebolire il sistema, lo perfezioni. Che la nuova leadership, senza il peso di un passato così ingombrante, riesca finalmente a completare quel processo di mimetizzazione nell’economia legale che il vecchio capo aveva solo iniziato. Immaginiamo che l’assenza di un padrino carismatico liberi i clan da ogni inutile orpello celebrativo, trasformandoli in pure holding criminali. Non più sangue, non più riti, non più pizzo gridato, ma soltanto capitale investito, società partecipate, professionisti compiacenti. 

Una mafia che non si vede, che non fa rumore, che non uccide quasi più perché non le serve. Una mafia che diventa un’entità finanziaria occulta. In questo scenario, la morte del padrino sarebbe stata l’ultimo atto necessario per far nascere il nuovo assetto definitivo: un’organizzazione invisibile, e per questo infinitamente più difficile da combattere.

La Procura di Catania, lo sappiamo, non abbassa la guardia. La pressione investigativa resta altissima, con il mirino puntato proprio su quelle nuove leve che cercheranno di muovere i primi passi in questo territorio minato. Certo, dovrei parlare anche di coscienza civile di questa città, che sicuramente non è più quella di un tempo, ma vi prego, non mi venite a parlare di vigilanza diffusa, di un’attenzione che nascerebbe dalla memoria e dalla stanchezza di un dolore troppo a lungo subito. 

Perché sono tutte cazz… e la sfida resta ahimè ancora maledettamente ostinata. D’altronde, basti osservare gli esigui articoli, cartacei e sul web, pubblicati in questi giorni sull’argomento, in cui la morte del boss è stata riportata da molti come un semplice episodio qualunque, più che come la fine di un simbolo o di quello che fu (e continua ad essere…) un potere criminale.

La verità infatti è che la struttura che lui stesso aveva progettato e costruito, in tre decenni di detenzione, ha ormai imparato a camminare da sola E quindi il vero interrogativo, quello che ci accompagnerà nei prossimi mesi, non è se la macchina continuerà a funzionare (perché di questo ne sono certo), ma in quale direzione la porteranno i suoi nuovi successori. 

Riusciranno a mantenere la compattezza della famiglia senza l’autorità indiscussa del vecchio patriarca, o assisteremo a una mutazione che potrebbe renderla ancora più forte e quindi inafferrabile?

Già. È in questo spazio stretto, tra il vuoto di potere e la forza dell’evoluzione, che si gioca il futuro. E consentitemi di aggiungere, sulla vicenda, una nota negativa: al sottoscritto non resterà che continuare a guardare. E guardando, constatare che il copione è sempre quello, e gli attori hanno solo cambiato nome.

Sì… senza che la tanto sbandierata coscienza civile dei miei conterranei – e ancor più dei miei concittadini – possa riscrivere una pagina diversa da quella che ormai il copione sembra aver già scritto!

La beffa dopo il danno: storia di un’azienda svuotata e di un liquidatore perbene.


Ho ricevuto in queste ore una bella notizia, una di quelle che aspettavo da quel lontano 2017, giorno in cui avevo dovuto procedere al recupero coattivo delle mie spettanze (10 mesi di stipendi e il TFR)!

Ma oggi la mia felicità – pur ottenuto quanto dovuto – sbatte nel muro di un paradosso, sì… uno di quelli che fa vacillare la mia fiducia nel sistema “giustizia“, seppur quest’ultimo – nella persona del curatore fallimentare – abbia saputo evidenziare grande correttezza e professionalità.

Mi sono chiesto: è ammissibile che chi ha contribuito ad abbandonare l’impresa nel momento di maggiore bisogno, possa poi mettersi in fila per spartirsi gli ultimi brandelli del suo valore? 

Lasciate quindi che vi racconti per filo e per segno quanto accaduto…

Operavo in un’impresa di costruzioni: formalmente un dipendente, ma nella sostanza molto di più. Ero infatti Direttore Tecnico ed RSPP, con tutte le responsabilità che questi ruoli comportano. 

Parliamo di una S.p.A. a gestione familiare, certamente competente e strutturata, ma che purtroppo – a causa di problemi giudiziari intervenuti e con un’amministrazione imposta – non è riuscita a salvaguardare le commesse a suo tempo aggiudicate, andando così in frantumi.

Consentitemi, per correttezza di cronaca, di aggiungere un riconoscimento doveroso: l’ultimo amministratore giudiziario nominato dal Tribunale di Catania, nel contesto del provvedimento di confisca, ha effettivamente operato con correttezza professionale, pur nei limiti stringenti imposti dalla normativa.  

Ha difatti cercato di salvaguardare i cantieri ancora in essere e, proprio su questo punto, un merito va certamente al sottoscritto, sì… per esser riuscito – quasi fossi un prestigiatore – a chiudere senza penali ben due cantieri (Provincia di Ragusa e Comune di Solarino) e a portarne uno a compimento (S. Giovanni la Punta). Ciò ovviamente ha permesso a quell’amministratore di muoversi con più libertà e, grazie alla vendita di gran parte del patrimonio mobiliare, di ridurre parte delle somme poste a debito. Ma ciò, comprenderete, ha di fatto reso la società incapace di poter continuare ad operare.

Sì… consentitemi di dire che neppure “Harry Potter” avrebbe potuto realizzare, per quei cantieri, quanto fatto dal sottoscritto, cui si aggiungono tutte le somme che – sempre a seguito delle mie denunce – hanno permesso, nella successiva fase fallimentare, al liquidatore (soggetto terzo subentrato dopo l’amministrazione giudiziaria) di incrementare l’attivo.

Vorrei aggiungere che la mia parte l’ho fatta fino in fondo, sì… a differenza dello Stato che, di lì a qualche anno, ritrovandosi in mano un baraccone vuoto – senza appalti e senza più nulla da vendere – ha deciso di restituire le quote ai soci, i quali, incredibilmente, come loro prima azione: mi licenziarono!

Già… dimenticarono quanto avevo compiuto in quei lunghi anni come dipendente. Ma non solo, dimenticarono – o forse scelsero deliberatamente di rimuovere – che io, a differenza di tutti gli altri dipendenti – che da tempo avevano abbandonato la nave – ero rimasto, si senza stipendio da dieci mesi, a presidiare i cantieri e a chiudere le commesse, già… a tenere in piedi ciò che ancora restava.

E soprattutto omisero – e questo è il paradosso più amaro – che grazie al sottoscritto nessuna azione legale è stata mai intrapresa nei loro confronti personali. Già, loro, che avevano firmato le fideiussioni per i contratti appaltati. Loro, che avrebbero potuto essere chiamati a rispondere con il proprio patrimonio. Mentre io, viceversa, potevo farlo… potevo andarmene, potevo abbandonare la nave come tutti gli altri, d’altronde, avevo tutti i motivi per farlo, ma scelsi di non farlo!

Scelsi la lealtà. Loro, viceversa, scelsero di dimenticare! Sì… soprattutto quanto compiuto in quegli anni difficili. Già… quanto compiuto pubblicamente. D’altronde, basti semplicemente rileggersi tutti i post che sin dal 5 giugno 2010 ho scritto a difesa di loro e della società nel mio blog, ma non solo, seguirono anche una serie d’incontri – per non dire “scontri” – formali presso gli uffici della Prefettura di Catania, ci mancava poco che venissi arrestato!

E così, come riportavo sopra, grazie alle mie denunce, il liquidatore nominato è riuscito – con l’incasso delle fatture a suon tempo non pagate da alcuni clienti e con la vendita di proprietà e beni della società – a recuperare ben 500.000 euro. Certo… una stilla d’acqua nel deserto,ma capace quantomeno di dare una risposta ai dipendenti: sia a coloro che, come me, erano intervenuti legalmente (ci tengo a precisare che a formalizzare l’istanza di fallimento siamo stati soltanto in tre: io, un ex dipendente e un fornitore…), sia a quanti, viceversa, non avevano mosso un dito.

Oggi… mi verrebbe di aggiungere altro, ma stasera ho deciso di soprassedere. Non ho mai dimenticato che quel piatto, per tanti anni, mi ha dato da mangiare. E non intendo sputarci sopra. Eppure, dentro di me, la delusione è ancora presente. E certe domande brucianti non trovano risposta: Com’è possibile? Che giustizia è questa? Dove sta il confine tra diritto e beffa?

Sì… mi ritrovo a pensare che – come in un paradosso amaro – la mia lotta per far rispettare la legge ha involontariamente creato lo spazio per salvare qualcosa per gli altri. Gli stessi che, in tutti questi lunghi anni, non hanno mai avuto il coraggio di ringraziarmi.

Ma la sensazione che prevale è di profonda ingiustizia. Osservare chi ha abbandonato sin da subito la nave nel momento di difficoltà, presentarsi ora sulla scialuppa di salvataggio, con un biglietto che non ha nemmeno comprato, credetemi, è uno spettacolo che lascia l’amaro in bocca.

Già… è come se il sistema, a volte, funzionasse per compartimenti stagni. Da una parte c’è chi ha subito un provvedimento interdittivo – lo stesso che ha permesso di amputare il futuro a una società – per poi concedere ad altre imprese, certamente “amiche“, di espandersi: le stesse ricordo che, incredibilmente, nel tempo, si sono macchiate di esser state colluse con quel sistema criminale e mafioso; dall’altra, la meccanica del fallimento che, cieca, certifica crediti senza però guardare in volto i creditori.

Ed ecco che ora, tutti coloro che mandarono la nave contro gli scogli – di proposito o per omissione – vengono risarciti, a spese di chi, invece, il danno lo ha soltanto subito!

Consentitemi un ultimo pensiero, rivolto al liquidatore nominato dal Tribunale di Catania. 

Sono passati quasi nove anni da quella vicenda, eppure il mio ringraziamento rimane intatto: Avv. Andrea Minneci, lei è riuscito, con competenza e tenacia, laddove troppi altri si arrendono. È per questo che oggi sento il bisogno di scrivere queste righe: per dirle, pubblicamente, grazie. E per congratularmi con lei per il lavoro svolto.

L’unica arma che abbiamo: non smettere di denunciare – Seconda parte



Continuando con quanto avevo riportato ieri, non voglio fare di tutta l’erba un fascio e so bene che ci sono Procure che lavorano con efficienza, come quella di Venezia o come quella di Messina che in altre occasioni hanno dimostrato di saper intervenire con rapidità e competenza. 

Altresì so perfettamente che ci sono finanzieri, carabinieri, poliziotti che fanno il loro dovere con dedizione e professionalità, ma ahimè, come sempre accade in qualsivoglia realtà, le cose vanno purtroppo diversamente.

Vi sono territori in cui le denunce vengono archiviate come fossero “beghe condominiali“, altre in cui gli esposti restano nei cassetti per anni, ed altre ancora in cui le indagini non partono nemmeno perché manca la volontà (o perché mancano le risorse o perché, più semplicemente, ci sono connivenze che è meglio non indagare troppo a fondo).

E allora mi viene da pensare che forse il problema non è solo tecnico, non è solo una questione di norme da perfezionare o di piattaforme informatiche da blindare. Il problema è culturale, è sistemico, è radicato in una concezione dello Stato e della cosa pubblica che in certe zone del Paese è ancora troppo debole, troppo permeabile, troppo disponibile a farsi piegare da interessi privati. 

Perché se è vero che le truffe sui bonus edilizi avvengono da Nord a Sud, è altrettanto vero che al Sud spesso incontrano meno resistenza, meno controlli, meno conseguenze. E questo non per una presunta inferiorità morale dei meridionali, che sarebbe un’offesa e una sciocchezza, ma per una debolezza istituzionale che ha radici storiche e che si perpetua per inerzia, per complicità, per stanchezza.

Dicevo prima che non so più quante volte ho scritto su questo argomento. E ogni volta mi chiedo se abbia senso continuare, se qualcuno legga davvero, se qualcosa cambierà mai. Poi – come è successo in questi giorni – leggo di un sequestro da 77 milioni e penso che forse, in qualche modo, la denuncia serve. Serve a tenere accesa l’attenzione, serve a far sapere che qualcuno sta guardando, serve a ricordare che non tutto può passare in silenzio. Serve anche solo a dare conforto a chi si sente solo, a chi ha denunciato e non ha visto risultati, a chi si è sentito dire che stava esagerando, che doveva lasciar perdere, che tanto non sarebbe cambiato nulla.

Perché in fondo è questo il punto. Non è tanto credere che un post su un blog possa cambiare le cose, quanto piuttosto rifiutarsi di accettare che le cose non possano cambiare. È continuare a dire che non è normale che si rubino milioni di euro in questo modo, che non è normale che le istituzioni arrivino sempre dopo, che non è normale che chi denuncia debba aspettare anni per vedere giustizia. E che se non diciamo queste cose, se non le ripetiamo, se non le scriviamo nero su bianco ogni volta che si ripetono, allora davvero non cambierà mai nulla.

La Procura di Venezia ha fatto il suo lavoro. Ha sequestrato 77 milioni, ha indagato diciannove persone, ha bloccato ventitré società. Bene. Ma quanti altri milioni sono già stati portati via? Quante altre società fantasma sono ancora operative? Quanti altri crediti fittizi circolano in questo momento sulla piattaforma dell’Agenzia delle Entrate? E soprattutto, quante altre persone, in Sicilia come altrove, stanno scoprendo in queste ore di avere nel loro cassetto fiscale crediti per lavori mai richiesti, e non sanno cosa fare, non sanno a chi rivolgersi, non sanno se denunciare o se tacere per paura di complicarsi la vita?

A queste persone, se mi leggono, voglio dire una cosa semplice. Denunciate. Sempre. Anche se vi sembra inutile, anche se vi dicono che è solo una perdita di tempo, anche se la Procura locale non vi ispira fiducia. Denunciate e mettete tutto per iscritto. Raccogliete documenti, fate copie, inviate PEC, chiedete ricevute. Perché anche se nell’immediato non succederà nulla, quel documento resterà, quella denuncia sarà agli atti, e prima o poi qualcuno la leggerà. E magari, come nel caso di Venezia, metterà insieme i pezzi di un puzzle che da soli sembravano insignificanti, ma che tutti insieme compongono il quadro di una frode.

Non è facile, lo so, non è veloce, non è garantito che porti a qualcosa e soprattutto – lo dico per esperienza personale – non è gratificante! Ma resta l’unica arma che abbiamo, perché se smettiamo di denunciare, se accettiamo l’idea che tanto è sempre andata così e sempre andrà così, allora davvero avremo perso. Avremo consegnato il Paese a chi lo considera una prateria da saccheggiare, a chi pensa che le leggi siano solo per i fessi, a chi è convinto che con un po’ di furbizia e qualche complicità si possa continuare a rubare impunemente.

Io continuerò a scrivere. Continuerò a seguire le inchieste, a commentare i sequestri, a denunciare le inefficienze, sì… continuerò a credere, nonostante tutto, che la legalità non sia un optional ma un fondamento, e che se vogliamo un Paese diverso dobbiamo cominciare a pretenderlo, ogni giorno, con costanza e con ostinazione.

Già… anche quando sembra inutile, anche quando sembra che nessuno ascolti, perché in fondo, la vera sconfitta non è nel: non riuscire a cambiare le cose! No…la vera sconfitta è smettere di provarci!

Settantasette milioni sequestrati: Già… la solita storia che si ripete. Prima Parte


Sono stanco di leggere per l’ennesima volta di sequestri milionari, di crediti fiscali fittizi, di organizzazioni che hanno fatto del Bonus facciate un bancomat personale. 

Questa volta è Venezia, con la sua Procura, che dispone il sequestro preventivo per quasi 77 milioni di euro, un’operazione che tocca mezza Italia, dal Veneto alla Sicilia, passando per Lombardia, Lazio e Campania. 

Ventiquattro immobili, conti correnti svuotati, crediti d’imposta bloccati sui cassetti fiscali di società fantasma. Un ragioniere di Padova che accede abusivamente ai dati di persone ignare, crea società intestate a prestanome, genera crediti inesistenti e li fa circolare come fossero moneta legale. Diciannove indagati, ventitré società coinvolte, trentatré persone che hanno beneficiato del meccanismo, anche inconsapevolmente. La macchina della frode gira a pieno regime, come sempre, come da anni ormai.

Non so più quante volte ho scritto su questo argomento. Già… non quante inchieste ho seguito, quanti sequestri ho commentato, quante denunce ho visto arrivare in Procura, eppure ogni volta che leggo una notizia come questa, non riesco ahimè a provare un misto di amarezza e di rabbia trattenuta, una sensazione che ti prende quando capisci che il sistema non impara, non si corregge, ancor peggio… non evolve, anzi, si ripete. Infatti, si replica con una precisione quasi industriale, come se esistesse un manuale delle truffe sui bonus edilizi che viene passato di mano in mano, da Nord a Sud, con qualche variante locale ma sempre lo stesso copione di fondo.

Parliamoci chiaro, i bonus facciate, il superbonus 110/00, le ristrutturazioni agevolate, sono stati pensati per rilanciare l’economia, per dare ossigeno alle imprese, per migliorare il patrimonio edilizio del Paese, non lo nego, ma nel momento stesso in cui venivano varate queste misure, chiunque avesse un minimo di esperienza sul campo sapeva benissimo che si sarebbero aperti i rubinetti non solo per i lavori veri, ma anche per quelli finti, per le fatture gonfiate, per i crediti fantasma. Non ci voleva una sfera di cristallo per prevederlo. Bastava guardare la storia di questo Paese, bastava ricordare come erano andate le cose con altri incentivi, con altre agevolazioni, con altri fondi pubblici messi a disposizione senza controlli adeguati.

Eppure nulla è stato fatto per prevenire. O meglio, qualcosa è stato fatto, ma sempre a valle, mai a monte. Le Procure si muovono, la Guardia di Finanza lavora bene, i sequestri arrivano, gli arresti anche. Ma tutto questo accade dopo, quando i soldi sono già usciti, quando i crediti sono già stati ceduti, quando le società sono già state svuotate. E nel frattempo, chi paga? Pagano i cittadini onesti, quelli che hanno fatto i lavori veri, che hanno presentato le carte in regola, che si ritrovano impantanati in una burocrazia kafkiana perché le banche non cedono più i crediti, perché lo Stato ha messo paletti su paletti per arginare le frodi, finendo per bloccare anche chi agiva nella totale legalità.

In Sicilia, questo schema lo abbiamo visto replicarsi decine di volte. Condomìni che si sono affidati a professionisti senza scrupoli, imprese fantasma che sono sparite dopo aver montato i ponteggi, amministratori che hanno fatto circolare crediti inesistenti, cassetti fiscali violati, persone morte che risultavano presenti alle assemblee condominiali. Sì, avete letto bene. Persone decedute che firmavano verbali, che davano il loro assenso a lavori mai iniziati, che autorizzavano cessioni di crediti per centinaia di migliaia di euro. E nessuno che controllava. Nessuno che verificava. Nessuno che si prendeva la briga di incrociare un dato, di fare una telefonata, di chiedere un documento in più.

Mi chiedo spesso, e lo scrivo da anni su questo blog, se il problema sia nella legge o in chi la deve applicare. Se manchino gli strumenti normativi o la volontà di usarli. Perché a leggere le inchieste che vengono fuori, a studiare i meccanismi delle truffe, ci si rende conto che non c’è nulla di particolarmente sofisticato. Non parliamo di hacker che violano sistemi informatici blindati, non parliamo di reti criminali internazionali con coperture politiche ai massimi livelli. Parliamo di gente che accede alla piattaforma dell’Agenzia delle Entrate con credenziali SPID rubate o cedute, che carica documenti falsi, che crea fatture per lavori mai eseguiti, che sposta crediti da un cassetto fiscale all’altro come se stesse giocando a Monopoli. E per mesi, a volte per anni, nessuno se ne accorge.

Quando poi qualcuno denuncia, quando qualche cittadino più attento degli altri scopre che nel suo cassetto fiscale sono apparsi crediti milionari per lavori mai richiesti, ecco che parte l’indagine. E l’indagine, va detto, spesso porta a risultati. Ma nel frattempo il danno è fatto. I soldi sono stati spesi, riciclati, trasferiti all’estero. Le società sono state chiuse, i prestanome sono spariti, gli amministratori si sono dimessi e hanno aperto nuove partite IVA. E i condòmini, quelli veri, quelli che vivono negli appartamenti, che pagano le spese, che credevano di migliorare il loro edificio, si ritrovano con i cantieri fermi, con i ponteggi pericolanti, con i debiti in aumento e con la consapevolezza amara di essere stati presi in giro.

Ho seguito da vicino vicende di questo tipo. Ho visto famiglie disperate che avevano investito i risparmi di una vita in un appartamento, credendo che il bonus facciate fosse un’opportunità, e che si sono ritrovate con un immobile sventrato, con un’impresa latitante, con un amministratore indagato e con la paura di finire loro stessi nel mirino della giustizia per complicità inconsapevole. Perché questo è l’altro aspetto grottesco della faccenda. Non solo le truffe avvengono, non solo passano inosservate per mesi, ma quando vengono scoperte, il sospetto cade anche su chi ha subìto la frode. Come se fosse normale che un cittadino comune, che magari ha fatto il muratore tutta la vita o che lavora in un ufficio, debba essere in grado di distinguere una Cila vera da una falsa, di verificare se l’impresa edile ha i requisiti, di controllare se i crediti fiscali sono stati effettivamente caricati sulla piattaforma dell’Agenzia delle Entrate.

E poi c’è il capitolo delle istituzioni locali. Perché quando tutto questo accade, quando un condominio si trova nel caos, quando i debiti si accumulano, quando le utenze vengono staccate perché nessuno ha pagato, dove sono i Comuni? Dove sono gli uffici tecnici che dovrebbero verificare le Cila, che dovrebbero fare sopralluoghi, che dovrebbero accertarsi che i cantieri siano veri e non solo di facciata, appunto? Troppo spesso la risposta è il silenzio. O peggio, la burocrazia difensiva. Quel meccanismo per cui nessuno vuole prendersi la responsabilità di dire sì o no, di bloccare un’operazione sospetta, di segnalare un’anomalia. Perché segnalare significa esporsi, significa crearsi nemici, significa rischiare di finire denunciati a propria volta da chi ha interessi in gioco.

La vicenda di Venezia, con i suoi 77 milioni sequestrati, è solo l’ennesima conferma di un sistema che non funziona. Un sistema in cui la frode è più veloce della prevenzione, in cui i controlli arrivano sempre troppo tardi, in cui chi dovrebbe vigilare spesso non vede, non sente, non parla!

Già… un Paese che – quando finalmente la giustizia interviene – ci vogliono anni per arrivare a una sentenza, mentre nel frattempo i truffatori hanno già riorganizzato il loro business altrove, magari con un altro bonus, con un altro incentivo, con un’altra occasione per sgraffignare soldi pubblici.

FINE PARTE PRIMA

Incredibile: Un governo stracolmo di indagati e condannati che propone un referendum sulla giustizia!


Sì… stamani vi chiedo gentilmente di osservare questa foto, e fermarvi un attimo a riflettere su ciò che rappresenta: la Repubblica, quella nostra cara vecchia signora dai tratti solenni, che si appresta a compiere il suo dovere più alto, quello di cittadina, infilando nell’urna il suo “No”

Un’immagine di rara dignità, in un periodo storico in cui la dignità, specialmente in certi palazzi, sembra essere stata messa in soffitta. 

Perché se ci pensiamo, il titolo di questo post non è uno slogan, è una fotografia politica talmente nitida che quasi acceca: un governo stracolmo di indagati e condannati che organizza un referendum sulla giustizia. Già così, messa giù in parole povere, ha la potenza comica di una vecchia commedia all’italiana, solo che questa volta il copione lo scrivono a Montecitorio e la risata, amici miei, ci si gela in gola.

Ed è proprio questo il punto, il nodo che rende tutta la faccenda non solo paradossale, ma profondamente indecente. Il 22 e 23 marzo saremo chiamati a dire la nostra su una riforma della Costituzione, su modifiche agli articoli che riguardano l’ordinamento giurisdizionale e l’istituzione di una Corte disciplinare. 

Un quesito scritto in un linguaggio volutamente complesso, quasi a voler nascondere la polvere sotto al tappeto, ma che nella sostanza ci chiede: sei d’accordo con questa rivoluzione della giustizia voluta da questo Parlamento? Ed è qui che il mio spirito, e spero il vostro, si ribella. Non entriamo nemmeno nel merito, non ora. Prima di discutere di articoli e commi, fermiamoci un attimo a guardare chi ci porge la scheda.

Perché il punto, il nodo fondamentale, è tutto nella stonatura, in quel contrasto stridente tra il messaggero e il messaggio. Da un lato abbiamo un’esecutivo, una maggioranza, dove la fedina penale di alcuni suoi illustri membri sembra più un campo di battaglia che un documento in regola. Gente che con la giustizia, quella vera, quella che dovrebbe essere uguale per tutti, ha un rapporto viscerale, conflittuale, a dir poco personale. E dall’altro lato, questi stessi signori, con il sorriso stampato sui manifesti, ci invitano a riformare le regole del gioco. 

È come se il lupo chiedesse ai pastori di rivedere il perimetro dell’ovile, promettendo che lo farà per il bene di tutte le pecore. Il sospetto, anzi la certezza morale, è che l’obiettivo non sia affatto una giustizia più giusta o più efficiente, ma una giustizia più comoda. Una giustizia che, guarda caso, faccia meno paura a chi siede su certi scranni.

E allora il loro referendum, questo appello al popolo sovrano, si tinge di una luce sinistra. Non è un atto di fiducia nella democrazia diretta, è un’operazione di “maquillage” istituzionale. Si nascondono dietro la maestà della Costituzione e la sacralità del voto popolare per portare a casa un risultato che è innanzitutto personale. Vogliono blindarsi, vogliono costruirsi un fortino dove i processi, le inchieste, le scomode eventualità di una condanna non possano più scalfire la loro poltrona. 

Questo referendum, nelle loro mani, diventa così lo scudo per proteggere le loro spalle, non la lancia per difendere i diritti dei cittadini. Ecco perché quella figura della Repubblica che vota No è così potente: è il richiamo a una politica più alta, più pulita, quella che antepone il bene comune agli interessi di casta.

La loro proposta di riforma, con tutte le sue norme e i suoi tecnicismi, arriva quindi avvelenata alla fonte. Non possiamo berla come fosse acqua fresca e pura, perché il bicchiere che ce la porge è sporco e allora, al di là di ogni dibattito tecnico su cui pure bisognerebbe soffermarsi, la domanda che dobbiamo porci è una sola, ed è una domanda etica, prima ancora che politica: vogliamo davvero affidare a degli imputati eccellenti la riscrittura delle regole del processo? Vogliamo che siano proprio coloro che hanno paura del giudice a ridisegnare i poteri della magistratura?

La risposta, per me, è un secco, liberatorio NO!. Un No che non è solo alla riforma in sé, ma è un No a questa impostura di fondo. È un grido per dire che la dignità delle istituzioni viene prima della tranquillità di qualche parlamentare.

Perché in fondo, la loro iniziativa fa ridere, sì, come dice il titolo. Ma è una risata amara, di quelle che vengono quando la realtà supera la fantasia e ti accorgi che il paese dei balocchi, purtroppo, esiste davvero. 

E la cosa assurda è che in questo mio paese (perché vorrei ricordare a tutti che è nostro e non per come quegli esigui pensano e cioè relegato alla loro casta…), questi “burattini” credono di esser loro i “burattinai“!

La ragnatela dei “bonus” fantasma…


Già… ogni volta che apro le pagine delle cronache e mi imbatto nell’ennesima notizia di truffa sui “bonus edilizi“, provo un grande sconforto e una sensazione amara che conosco bene, perché in questi anni ho scritto decine di post su questo argomento, eppure – 

nonostante tutto – ogni nuova inchiesta riesce, ahimè, a lasciarmi senza parole. 

Quella di queste ore arriva dalla Procura di Venezia, e ha il sapore amaro di una conferma: i numeri sono da capogiro, le modalità sono le solite, e il danno è per tutti noi.

Siamo intorno ai 77 milioni di euro, tra crediti fiscali fantasma e beni sequestrati. Sembra che un ragioniere, secondo le indagini del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria, avrebbe messo in piedi un sistema spregiudicato: accesso abusivo ai cassetti fiscali di persone ignare, società intestate a prestanome, crediti d’imposta generati dal nulla e immediatamente ceduti

Un meccanismo che si è esteso come una ragnatela da Venezia a Milano, da Roma a Catania, passando per Napoli e Caserta. Ventiquattro immobili sequestrati, conti correnti bloccati per 3,6 milioni, crediti d’imposta ancora giacenti per 34,5 milioni. Diciannove indagati, ventitré società coinvolte, trentatré persone fisiche che – consapevoli o meno – si sono trovate al centro di questa ragnatela.

Leggendo i dettagli dell’inchiesta, mi sono tornate in mente le parole che ho usato tante volte, nei miei numerosi post, quasi fossero un ritornello. Ricordo ad esempio di quando parlai di quella prima inchiesta (casualmente anch’essa dalle parti di Treviso), dove i finanzieri scoprirono crediti fittizi per oltre 230 milioni. O quando raccontai di uno studio che, attraverso lo sconto in fattura e la cessione dei crediti, aveva creato un vortice di “denaro sporco” che finiva all’estero. 

E poi ancora la vicenda esilarante compiuta nella città di Messina, partita dalla denuncia di un cittadino che si ritrovò nel proprio cassetto fiscale 1,3 milioni di euro di crediti mai chiesti, oppure, quella di Sassari, con i lavori inesistenti e le fatture gonfiate e per l’ultima (tanto epr dire…), quella di pochi mesi fa, a Barletta, con 52 milioni di euro di falsi bonus.

Quel che colpisce, in questa come nelle altre storie, è la sensazione di assistere a un copione che si ripete identico. Le stesse modalità, gli stessi ruoli, le stesse falle nel sistema. L’accesso abusivo ai cassetti fiscali, l’uso di prestanome, la creazione di crediti d’imposta su lavori mai eseguiti, e poi la cessione a catena fino alla monetizzazione finale. 

Un’architettura che qualcuno definirebbe “ingegnosa”, se non fosse così criminale, e che lascia interdetti quando si pensa alla semplicità con cui viene messa in atto: bastano poche credenziali rubate, qualche documento contraffatto, e il gioco è fatto. Viene da chiedersi, a questo punto, se chi ha progettato questi meccanismi di accesso ai bonus sia stato semplicemente ingenuo, o se invece ci sia una miopia di fondo che non si riesce a superare.

C’è poi un altro aspetto che mi tormenta, e che ho già accennato in passato: La rapidità con cui certe procure e certe forze dell’ordine riescono a intervenire, rispetto alla lentezza di altre. In questa inchiesta, come in quella precedente sempre a Treviso, i risultati sono arrivati in tempi brevi, grazie a un lavoro meticoloso sui dati della piattaforma dell’Agenzia delle Entrate, sulle tracce bancarie, sulle testimonianze. 

Ma quante altre inchieste restano impantanate? Quante indagini non decollano perché manca quella spinta, quella determinazione che invece altrove fa la differenza? È una questione che ho già sollevato, e che continua a pesarmi: la distanza tra Nord e Sud non è solo geografica, è anche culturale, operativa. E mentre da una parte si sequestrano beni e si bloccano crediti, dall’altra si aspetta, si resta imbambolati, e il danno si allarga…

Il punto, però, è ancora più profondo. Perché queste truffe non colpiscono solo l’erario, non sono solo numeri su un bilancio pubblico. Colpiscono la fiducia di chi quelle agevolazioni le ha usate onestamente, di chi ha ristrutturato la propria casa sperando in un aiuto concreto dallo Stato. Colpiscono le imprese che lavorano pulito, che si trovano a competere con chi froda e inquina il mercato. E colpiscono tutti noi, che vediamo risorse destinate alla ripresa economica finire in mani sbagliate, disperse in un vortice di illegalità che non si ferma mai.

C’è chi, dopo tutte queste notizie, potrebbe pensare che ormai sia inutile indignarsi, che questa sia la legge del contrappasso, già… il prezzo da pagare per vivere in un Paese come il nostro, dove l’imbroglio è pane quotidiano! Io… non la penso così, anzi credo che indignarsi sia necessario, tenere alta l’attenzione e soprattutto denunciare, sia l’unico modo per non rassegnarsi! 

Ma non solo…  ritengo anche che ognuno di noi possa fare la sua parte, piccola ma concreta. Controllare il proprio cassetto fiscale, per esempio, segnalare qualsiasi anomalia, qualsiasi credito sospetto che appaia senza motivo. Denunciare alle forze dell’ordine, ma anche al Ministero dell’Economia, perché ci siano più occhi aperti su questi meccanismi.

Perché la verità è che “fatta la legge, si trova sempre l’inganno”. Ma se noi cittadini smettiamo di guardare, se abbassiamo la guardia, allora l’inganno diventa sistema. E questo ritengo, non possiamo permettercelo.

Lo spettacolo dura solo poche ore, la verità non resta nascosta a lungo!


C’è una scena che si ripete, da Malaga ai nostri schermi. Un uomo, un’immagine costruita e un palcoscenico pronto a crollare…

Siamo a Malaga e un anziano tassista ha noleggiato una barca lussuosa che non poteva guidare, ha indossato un completino da golf firmato, ha messo al polso un Rolex d’imitazione e, seduto al bar di fronte ha iniziato a raccontare di essere un miliardario che sta girando il mondo. 

Ecco che una ragazza bellissima, viene attratta da quest’uomo singolare, sì… non da lui, ma dallo spettacolo che rappresenta: quello della ricchezza, del potere, dell’accesso a un mondo di lusso. Secondo alcuni è salita su quella barca, e chissà… forse hanno trascorso la notte insieme. 

Lui comunque il mattino dopo, ha postato centinaia di foto sui social insieme a lei, già… il trionfo di una finzione riuscita. Poi, la verità è venuta a galla: niente miliardi, niente jet privati, niente Yacht lussuoso, solo la grigia normalità di una vita comune. Lo spettacolo era finito!

La ragazza, disillusa, se n’è andata e il web, nel quale già iniziavano a circolare quelle foto, inizia a discutere, commentare, chiedersi, sì… se fosse uno scherzo o una frode. Ma la morale non sta nel giudicare il vecchio tassista, che quella notte ha voluto essere protagonista, la morale è nel meccanismo, perfetto e replicabile all’infinito: un’illusione costruita con pochi oggetti di scena può, per alcune ore, sovvertire la realtà e attrarre tutto ciò che desidera.

Si… sembra un copione che in questi mesi ci suona familiare, perché è lo stesso che stiamo osservando su un palcoscenico molto più grande, quello della nostra cronaca. Ed allora, si può costruire un personaggio, armarlo di rivelazioni, vestirlo da giustiziere o da vittima del sistema, e metterlo quindi in onda? 

Perché lo spettacolo, in questo caso, ha un valore: genera ascolti, fa discutere, costruisce un impero economico su fondazioni di polemica. Vive di emozioni forti e di reazioni immediate, proprio come la scenetta del finto miliardario al porto. E per un po’, funziona… 

Il problema sorge quando si comincia a confondere quello spettacolo con la verità processuale, che segue un altro copione, fatto di tempi lunghi, prove, contraddittorio e sentenze. Sono due binari paralleli della stessa storia: uno corre veloce sulle rotaie dell’intrattenimento e del gossip esplosivol’altro procede lento e metodico sui binari della legge.

Certo, lo spettacolo può sembrare più vivido, più vero, perché urla, mentre la verità giudiziaria sussurra, e arriva dopo, ma statene certi: arriva!

Ecco la vicenda di Malaga che ho letto ieri sera nel web, nella sua semplicità, rivela il cuore di molte dinamiche che ci circondano. Quante persone, nel nostro mondo dello spettacolo e non solo, salgono su “barche noleggiate” pur di sembrare ciò che non sono? 

Quante carriere sono negoziate sull’accettazione di una finzione collettiva, sul far finta di credere a un ruolo pur di ottenere un posto al sole? È il compromesso silenzioso: io accetto la tua immagine costruita, e tu mi dai accesso al tuo palcoscenico. Sì… è un patto che regge, ma fintanto che le luci sono accese. 

Ma come ha insegnato il vecchio di Malaga, e come insegna ogni storia costruita sull’apparenza, le luci prima o poi si spengono. Arriva il mattino, arriva il conto, arriva la sentenza! La verità, anche se lenta, è implacabile. Non si può noleggiare in eterno.

Alla fine, forse, la lezione è proprio questa: nello spettacolo, sia esso una notte a Malaga o una battaglia mediatica, ciò che conta è l’effetto immediato. Nella vita, ciò che resta è la sostanza. Possiamo tutti essere affascinati, per un momento, dal luccichio di un orologio falso o dalla potenza di una rivelazione choc, ma sarebbe un errore credere che quello sia il mondo reale. 

Il mondo reale è ciò che rimane quando lo spettacolo è finito. Ed è lì, in quella luce cruda e senza filtri, che si giudica non lo spettacolo, ma la verità delle cose. Perché, come ci ricorda questa storiella spagnola: lo spettacolo dura solo poche ore, la verità no, quella resta!

Al Nord i contratti milionari, mentre a Sud restano i conti da pagare!


Eccomi nuovamente qui a prendere in mano il filo che lega quanto si ripete ormai costantemente, così robusto da sembrare incatenato a questa nostra Sicilia; parliamo delle stesse mani che lo tengono, seppur quest’ultime siano spesso a Roma!

Si parla di opere fondamentali, di treni che dovrebbero unire e strade che dovrebbero svilupparsi, e invece diventano il palcoscenico di una recita che si ripete, immutabile nel copione, da decenni.

I nomi delle grandi imprese del Nord cambiano, arrivano con la fiducia delle gare vinte, fino alle sigle nuove che subentrano tra concordati e affitti di ramo, ma la musica è sempre la stessa. 

E a pagare sono sempre gli stessi: i lavoratori che restano senza stipendio, le imprese locali che hanno fornito materiali e mezzi, il territorio che aspetta un’infrastruttura vitale e trova solo cantieri deserti e quelle abituali polemiche.

Cosa dire… è un paradosso amaro, quasi metafisico, vedere fondi stanziati, attività programmate, e poi osservare il tutto bloccarsi perché l’ingranaggio si inceppa lontano da qui, in una sede legale del Nord, in una decisione finanziaria che tratta la Sicilia come una postazione periferica e sacrificabile. 

Quei “General contractor” che si aggiudicano appalti per centinaia di milioni, progettano, mobilitano indotti, avviano i lavori, e poi, alla prima difficoltà, dichiarano crisi, avviano concordati, lasciano il testimone a un’altra società, già… sembra di essere in uno gioco di scatole cinesi, dove tutti partecipano. 

Nel frattempo, chi ha lavorato, chi ha fornito, trasportato le forniture, eseguito i lavori, già… chi ha messo le ore del proprio personale in quel cantiere, aspetta, aspetta, sì… aspetta invano solitamente centoventi giorni, spesso di più, per vedere i propri crediti, ma dopo qualche anno, quando ormai gli importi sono cresciuti ahimè a dismisura, ecco che improvvisamente i propri crediti evaporano nel limbo, sì… di procedure infinite, che rischiano di portare al fallimento tutte quelle imprese, solo perché, avevano creduto a un contratto. 

È un sistema marcio, d’altronde non vi è altro modo di chiamarlo, e non si può che concordare, perché la putrefazione sta proprio nel fatto che questo meccanismo sembra perfettamente oliato per funzionare a senso unico, per proteggere chi sta in alto nella catena e schiacciare chi sta in basso.

Qualcuno dice che accade ogni due anni, ma potrei elencare una serie di casi che vanno avanti così da oltre un ventennio, e la cosa più tragica, è la sensazione di un destino ineluttabile, di una storia già scritta che si ripete a ogni nuova opera strategica. I sindacati lanciano allarmi, i politici presentano interrogazioni, i giornali scrivono articoli, i lavoratori scendono in sciopero sotto il sole o la pioggia, davanti a un cantiere fermo. 

Si chiedono le solite cose: garanzie, si chiede un intervento istituzionale, si invoca chiarezza! Certo, le risposte arrivano, a volte, lente e formali, spesso cariche di burocratese: manca la presa d’atto formale, la documentazione è in esame, ci sono criticità pregresse ereditate. Nel frattempo, le famiglie vivono di ansia e le piccole imprese locali, il vero cuore pulsante dell’economia di questi territori, stringono la cinghia fino a soffocare, tradite da un sistema che dovrebbe essere una leva di sviluppo e invece si rivela un vampiro.

E allora viene da chiedersi, riflettendo a voce alta, dove sia il limite di questa tolleranza! 

Quanto ancora questo territorio, già provato da tante sfide, deve sopportare di vedere le sue aspettative di progresso utilizzate come merce di scambio in giochi finanziari più grandi di loro? L’opera pubblica dovrebbe essere un patto tra lo Stato e la comunità, un investimento nel futuro, invece, troppo spesso, qui si trasforma in una landa di confine dove le regole del gioco sembrano sospese, dove i diritti dei lavoratori e dei fornitori diventano l’ultima ruota del carro di strategie aziendali decise altrove. 

La colpa, si dice, è di procedure lunghe, di passaggi delicati, ma quando la delicatezza diventa sistematicamente sinonimo di ingiustizia, allora non è più una scusa, è un sintomo preciso di un male profondo. 

Serve una sterzata decisa, una presa di responsabilità che vada oltre le singole emergenze e spezzi finalmente questo circolo vizioso, perché un’isola non può essere eternamente in attesa del proprio futuro, mentre qualcuno, altrove, conta i suoi danni e i suoi profitti sul groppone di chi quel futuro lo deve costruire, giorno dopo giorno, anche senza sapere se alla fine del mese potrà mettere insieme il pranzo con la cena

Oggetto: Invito a partecipare. Webinar informativo sul “REFERENDUM SALVA-CASTA. Ti dico perché NO!”


Ciao a tutti,

qualche giorno fa ho ricevuto questa comunicazione su un’iniziativa che ritengo interessante e che vorrei condividere con voi.

Si tratta di un ciclo di webinar informativi sul referendum del 22 e 23 marzo, organizzato per approfondire in modo critico la riforma della giustizia attualmente in discussione.

Vi incollo qui sotto il testo integrale della mail e il link del primo appuntamento, già trasmesso in diretta su YouTube – https://www.youtube.com/watch?v=FsXU3Rqaxcw

Ciao Nicola,

la riforma della giustizia presentata dal Governo Meloni come soluzione alle criticità del sistema giudiziario non interviene sui problemi strutturali reali, quali la lentezza dei procedimenti, l’inefficienza e la mancanza di certezza della pena.

In vista del referendum del 22 e 23 marzo, abbiamo organizzato un ciclo di webinar informativi e interattivi per approfondire i contenuti della riforma e illustrare in modo rigoroso le ragioni del NO.

Gli incontri, dal titolo “REFERENDUM SALVA-CASTA. Ti dico perché NO!”, saranno dedicati all’analisi delle criticità del provvedimento, dei suoi effetti sull’equilibrio costituzionale e delle conseguenze concrete sui diritti dei cittadini, con il contributo di esponenti impegnati nelle Commissioni Giustizia, in un confronto aperto e fondato su solide basi giuridiche e istituzionali.

Primo incontro: mercoledì 4 febbraio, ore 20.00

🎙 Interverranno Ada Lopreiato e Valentina D’Orso

La diretta sarà trasmessa sul nostro canale YouTube ed è aperta a tutti.

L’incontro prevede uno spazio dedicato alle domande del pubblico, con l’obiettivo di favorire una partecipazione attiva e consapevole al dibattito referendario.

Ti invitiamo a partecipare e a confrontarti direttamente con i nostri parlamentari, per comprendere pienamente le implicazioni della riforma. Solo una cittadinanza informata può prendere decisioni responsabili e difendere realmente i propri diritti.

Non mancare!

Personalmente, credo che iniziative come questa rappresentino un’opportunità per informarsi al di là della solita polemica politica. Sul tema vedo spesso schieramenti contrapposti che si affrontano a colpi di slogan, senza offrire elementi concreti per capire. E probabilmente anche questo referendum rischia di fare la fine dei precedenti: un’alta astensione, sintomo di una stanchezza diffusa e di una sfiducia ormai strutturale verso la politica e i suoi rappresentanti.

Spero che la segnalazione possa esservi utile e che qualcuno di voi voglia approfondire.

SICILIA: Opere pubbliche, un fallimento completo. Quando lo Stato paga chi distrugge l’economia del Sud!


Si parla di sviluppo, di opere strategiche, di futuro per la Sicilia, ma la storia si ripete sotto i nostri occhi ed ha il sapore amaro di un’ingiustizia antica… 

È la storia di cantieri come quello del “Dittaino-Catenanuova“, dove i fondi ci sono e il territorio brulicherebbe di lavoro, eppure decine di lavoratori vivono nell’incertezza, con le opere a rilento e le vertenze che si avvitano su sé stesse. 

È la storia del “Lotto 3” della Ragusa-Catania, dove settanta uomini e donne attendono da mesi uno stipendio, bloccati in un limbo burocratico tra un’impresa uscente e una entrante, mentre l’opera, di importanza vitale, è ferma a un misero tre per cento. 

Dietro a questi nomi, a queste sigle di consorzi che si rincorrono, si nasconde un meccanismo spietato e perfetto nella sua ripetitività, uUn meccanismo che non è un incidente di percorso, ma il percorso stesso!

Perché la verità è che la crisi di queste grandi imprese denominate “General contractor”, spesso radicate al Nord, non sono una sventura che cade dal cielo sulle imprese del Sud, è viceversa una scelta politica, di sistema, un gioco dalle regole truccate e la cosa bella e che lo sanno tutti…

Lo sanno bene perché mentre i sindacati chiedono garanzie per i lavoratori e i politici presentano interrogazioni, c’è chi quel gioco lo vive sulla propria pelle da anni. Ci si fa in quattro, si seguono tutte le regole, si presentano i documenti antimafia, si superano le verifiche per aggiudicarsi un piccolo pezzo di un grande appalto, convinti che la correttezza abbia ancora un valore.

Poi arriva la richiesta surreale: fare da banca a chi ti commissiona il lavoro, rilasciando una fideiussione a garanzia delle tue stesse prestazioni, quando sarebbero loro a dover garantire i pagamentiPagamenti che, nei casi migliori, arriveranno dopo centoventi giorni di attesa, sempre se… arriveranno.

E allora si accetta, si sopporta il peso di un flusso di cassa strangolato, si investono risorse, mezzi, professionalità, credendo in un patto. Fino al giorno in cui il silenzio diventa assordante. I pagamenti promessi evaporano, i referenti spariscono, e il credito che insegui si dissolve nel nulla offrendoti un concordato, una briciola e la reazione, quando osi chiedere ciò che ti spetta di diritto, è la beffa più crudele: la disdetta del contratto. Sì… vieni punito per aver preteso il rispetto di un accordo. 

Così… mentre la tua azienda, magari operante da generazioni, trema sull’orlo del baratro per quei soldi mai visti, il grande general contractor che ti ha messo in crisi è al sicuro, protetto da clausole capestro negoziate con lo Stato, che gli garantiscono, in caso di interruzione della commessa, indennizzi miliardari. Loro incassano una lauta buona uscita, spesso superiore al profitto che avrebbero ottenuto completando l’opera onestamente, e passano oltre, lasciando dietro di sé una scia di fallimenti, debiti insoluti e famiglie in ginocchio.

È questa la giustizia a senso unico che lacera il tessuto produttivo. I protocolli di legalità sembrano valere solo per chi sta in fondo alla filiera, costretto a subire e tacere. Le grandi opere, nate come patto tra Stato e comunità, si trasformano in un deserto di opportunità svanite, dove il vero business non è costruire infrastrutture, ma manovrare contratti e fallimenti. 

Ogni due anni, con una regolarità da orologeria, la storia si ripete con nomi diversi, e ogni volta è una nuova ondata di imprese locali che soccombe, di lavoratori lasciati a casa, di territori presi in ostaggio. La domanda allora si fa bruciante e diretta: perché continuare ad affidare il destino di questa terra a intermediari così distanti e così poco affidabili, quando sono le imprese del territorio, quelle che conoscono la pietra e la fatica, a dover materialmente realizzare il futuro? 

Forse perché, come si sospetta, il gioco è un altro, e i perdenti sono già stati designati da tempo. Sono sempre i soliti, quelli che con il sudore della fronte cercano solo di lavorare onestamente, e che invece si ritrovano, dopo mesi di attesa e lotta, soltanto con le braghe in mano e la rabbia nel cuore.

Jeffrey Epstein: Sì… tutti coloro che hanno partecipato a quegli abusi su minori, vanno ora lasciati appesi a testa in giù in una piazza sotto il sole, dopo esser stati completamente scuoiati!


Ho iniziato da ieri a vedere su Netflix una miniserie che tratta di un argomento scabroso: la vicenda di Jeffrey Epstein.

Ora… non è che non avessi letto quanto fosse accaduto in quelle sue lussuose ville, ma osservare visivamente le immagini, far emergere dall’ombra i contorni di quelle stanze, mi ha fatto inorridire in modo diverso. Ha toccato una corda che offende la natura umana, e che mi ha fatto decidere di scrivere questo post e al titolo da utilizzare per aprire questo discorso.

Mi chiedo spesso, dinnanzi a fatti che superano l’immaginabile, dove vada a finire il nostro sdegno. Sì… è come se si accumulasse, strato dopo strato, fino a formare un cristallo duro e tagliente, proprio come quello ora evocato dalle parole del mio titolo. 

Non è fantasia da horror, né la semplice invocazione di una giustizia sommaria e fisica, è piuttosto l’estremo respiro di un’impotenza collettiva, che sente di aver toccato il suo limite. È il punto in cui la ragione, stanca di bussare alle porte dei tribunali, sogna un finale diverso, in cui il castigo sia pari all’orrore, sia pubblico e, soprattutto, sia definitivo.

Certo, la mia è un’immagine da antico codice, e forse nasce proprio da lì: dal bisogno primordiale di vedere un ordine restaurato in modo così plateale da cancellare, una volta per tutte, ogni ombra di dubbio, perché – ahimè – la realtà con cui ci confrontiamo è ben più opaca, più grigia!

È fatta di documenti – quelli sì, finalmente pubblicati – che formano una nebulosa di nomi, di voli, di indirizzi. Si parla di “files“, una parola asettica che contiene universi di sofferenza, e non di quello che realmente fosse e cioè uno: “schifo”.

Jeffrey Epstein non fu un mostro solitario; fu piuttosto un nodo, un collante, un raccordo tra soggetti deviati. La sua genialità perversa consistette proprio in questo: comprendere che il desiderio più oscuro, se protetto da abbastanza denaro e favori, poteva trasformarsi in una valuta, in una merce di scambio per una certa “élite“. 

Le sue ville, l’isola, gli aerei, non furono soltanto i teatri di un delitto, ma i luoghi di una perversa socialità, dove il potere non si limitava a coprire malefatte. Lì, in qualche modo, si banchettava. E il banchetto aveva un prezzo, pagato a scapito di aspiranti modelle e, in modo ancor più deplorevole, su vittime minorenni ignare.

È qui che il nostro sdegno si incrina e diventa perplessità. Perché leggere quei nomi – politici, imprenditori, magnati, intellettuali, artisti – non fornisce risposte, ma moltiplica le domande. Essere menzionati, ci viene giustamente ricordato, non è una condanna. Alcuni saranno stati ingenui frequentatori di un ambiente luccicante e certamente corrotto; altri, chissà, avranno visto e avranno distolto lo sguardo. 

Il dubbio, però, si insinua come una nebbia: fino a che punto si può essere “solo” amici di un uomo che organizzava la propria esistenza attorno allo sfruttamento di donne, uomini, o peggio… adolescenti? Dove finisce la colpevole negligenza e inizia la complicità? Il vero rompicapo sta in questa zona grigia, in quel brusio di fondo di un mondo che, a certi livelli, ha forse chiuso un occhio, ha scambiato un sorriso, pur intravedendo il buio ai margini del tappeto rosso.

I social media hanno preso questa storia già contorta e l’hanno gettata nella fornace del caos. Hanno creato un cortocircuito letale tra il legittimo desiderio di giustizia e la sete morbosa di scandalo, fabbricando accuse a caso, mescolando vittime e carnefici in un unico, gigantesco spettacolo. 

Questo rumore di fondo rischia di soffocare le voci vere, quelle delle sopravvissute, trasformando una tragedia umana in un campo di battaglia per teorie complottiste. Ci si ritrova così a dover lottare, paradossalmente, per preservare una verità già di per sé agghiacciante dalla distorsione della menzogna.

Alla fine, mi fermo a considerare il titolo da cui siamo partiti. Quella violenza verbale, quel desiderio di squarci e di sole cocente, è forse il gemello oscuro della nostra frustrazione. Rappresenta la tentazione di sostituire l’iter faticoso della giustizia – con i suoi cavilli e le sue attese – con un’icona immediata e sacrificale. 

È un’idea comprensibile, ma resta un vicolo cieco. Perché la vera, difficile opera non è immaginare il castigo, ma decifrare il silenzio che ha permesso tutto ciò. È capire come una rete del genere abbia potuto tessersi alla luce del sole, intrecciata ai fili della finanza, della politica, dell’accademia e dello spettacolo.

Il sole sotto cui vorremmo appesi i colpevoli, forse, dovrebbe prima di tutto illuminare quelle stanze troppo a lungo rimaste in penombra. La giustizia, quando arriva, non ha lo spettacolo feroce di un’antica esecuzione, ma il volto austero di una condanna legale, o la paziente, ostinata raccolta di prove. 

È meno narrativa, meno catartica. Ma è l’unica che può reggere il peso della storia, senza rischiare di trasformarci, nel desiderio di distruggere i mostri, in qualcosa che ad essi assomigli.

Io, nel mio sentire più viscerale, preferisco ancora la soluzione del titolo: appendere tutti a testa in giù, scuoiati. Ma soprattutto, ora, vorrei conoscere i nomi. I nomi dei miei connazionali che in quelle stanze ci sono stati, che a quelle feste hanno partecipato. Perché ho la sensazione, anzi la certezza, che ci siano. 

Sì… vorrei sapere, una volta per tutte, chi ha banchettato in quel silenzio!

Fabrizio Corona: Verità, falsità e il peso del silenzio. Il patto invisibile del potere.


È in corso uno strano, inquietante silenzio e si propaga come un’eco che non trova pareti contro cui frangersi. Non è solo l’assenza di suono, ma un silenzio pieno di cose non dette, di parole trattenute, di accuse assorbite senza reazione.
Al centro c’è un nome, Fabrizio Corona, e il suo format “Falsissimo”, una serie di rivelazioni tanto esplosive quanto abilmente confezionate (sicuramente… anche per generare profitto, d’altronde si parla di centinaia di migliaia di euro al mese).

Ciò che accade intorno a questo nome, però, racconta molto più della persona: rivela un intero mondo, quello dello spettacolo e del potere, che sembra paralizzato. Ma in fondo non è che la solita, antica e ben oliata routine del compromesso.

La vicenda è ormai nota a tutti. Fabrizio Corona, con una lunga storia giudiziaria (che include condanne per estorsione), ha lanciato attacchi durissimi contro un sistema, coinvolgendo nomi pubblici noti. In quelle sue puntate (che trovate in tutti i social) piene di accuse, di pressioni e di piaceri sessuali promessi in cambio di un favore, hanno raggiunto ormai milioni e milioni di visualizzazioni.

Ovviamente la reazione legale non si è fatta attendere e così la magistratura ha ordinato la rimozione di tutti i contenuti su quei personaggi e sulla stessa società chiamata in causa, attraverso una diffida per “violazione di copyright”, facendo cancellare l’ultima puntata che doveva andare in onda in abbonamento, in un social.

Un dettaglio, quello del copyright, che definirei “illuminante”, sì… perché non è stata la gravità delle accuse, la violenza verbale o la potenziale diffamazione a far abbassare il sipario in modo così efficace, ma la violazione di una proprietà intellettuale.

E’ come se il sistema avesse trovato una leva tecnica, asettica, per disinnescare una bomba morale, aggirando il merito scomodo delle domande poste. E qui, il primo silenzio si fa sentire: il silenzio sul merito stesso! La società ha sin da subito replicato definendo tutto “menzogne e falsità”, ma la discussione pubblica è stata immediatamente deviata su un terreno legale e commerciale, lasciando così le domande di fondo sospese in un vuoto “assordante”, perché è proprio in questo vuoto che si insinua la perplessità più profonda.

Dove sono le voci di coloro che sono stati “indirettamente” chiamati in causa? Tutti quei personaggi pubblici che sono stati esposti alla gogna mediatica, auspico abbiano in questi giorni denunciato il Corona o si sono astenuti? Ed ancora, perché chi è stato mesi fa “buttato fuori” da certi programmi televisivi ha risposto a quelle “calunnie” solo attraverso i social, in modo difensivo, e non è corso immediatamente in Procura o presso gli studi legali a sporgere denuncia per diffamazione?

La risposta più inquietante, e che molti di noi sospettano, è che il silenzio non sia dettato dalla mancanza di offesa, ma da un calcolo. Denunciare Corona significherebbe certo mettersi nelle mani della magistratura, ma aprirebbe un processo in cui lui – ovviamente per difendersi – potrebbe essere chiamato a esibire “in quelle sedi opportune” (ahimè pubbliche…), tutta la documentazione che finora ha detto di possedere (quantomeno questo è ciò che ho compreso io…).

Questa scelta, infatti, potrebbe dipendere da diverse considerazioni strategiche:

L’effetto amplificazione: Rispondere ufficialmente può dare ulteriore visibilità e risonanza alle accuse, anche se false, rischiando di danneggiare ulteriormente la propria reputazione.

Sfiducia nell’efficacia: In un ecosistema digitale dove i contenuti diventano virali in poche ore, una procedura legale – spesso lunga – potrebbe non fermare tempestivamente il danno reputazionale già in corso.

Bilanciamento costi/benefici: Intraprendere una causa legale comporta costi economici, di tempo ed esposizione mediatica. Per alcuni, potrebbe non valerne la pena rispetto alla possibilità che l’interesse pubblico si sposti presto su altre notizie.

Già… un ribaltamento del tavolo che nessuno sembra volere. Forse, dobbiamo pensare che qualcuno preferisca sperare che il proprio silenzio venga premiato: chissà… con una nuova chance, con una mano tesa, con un silenzio reciproco? È il compromesso nella sua forma più pura: io non alzo la voce contro di te, e tu non alzi ulteriormente il volume contro di me. Sopravviviamo entrambi, intatti nella nostra rispettabile vulnerabilità.

Questo meccanismo non opera solo a livello individuale, ma si estende a tutto l’ecosistema mediatico, già… osservate il silenzio ufficiale, quasi una “pax” prestabilita tra competitori. Basti osservare tutti quei concorrenti, che in altri frangenti, non esiterebbero a trasformare lo scandalo altrui in oro per gli ascolti, qui se ne stanno alla larga. È come se vi fosse un tacito accordo di non belligeranza su certi terreni scivolosi, una consapevolezza che oggi abbassi l’ascia su di me, perché domani quella stessa ascia potrebbe rivoltarsi contro di te!

D’altronde chi dovrebbe scrivere, parlare, spesso, è stipendiato o legato a doppio filo a certi editori, e dunque la sua voce è calibrata, cauta, mai del tutto schierata. Il risultato è una narrazione pubblica monca, dove la battaglia si sposta su questioni secondarie, ad esempio la violazione del copyright, la sanzione pecuniaria, mentre il cuore della questione, quel presunto scambio tra ambizione e coercizione morale, resta avvolto nelle nebbie del “non detto”.

Alla fine, ciò che ci interroga non è la veridicità o la falsità delle singole accuse di Corona, su cui, ricordiamolo, la magistratura sta indagando separatamente, ma il riflesso che questa storia proietta sul nostro mondo.

Ci mostra come il potere, in tutte le sue forme (finanziario, manageriale, politico, ma anche soltanto di semplice visibilità…) possa funzionare, non solo attraverso imposizioni plateali, ma attraverso la seduzione silenziosa del compromesso. L’obiettivo da raggiungere – un posto in tv, una carriera, un sogno – diventa così luminoso da accecare, e la strada per ottenerlo si fa grigia, fatta di piccoli piegamenti, di sguardi alti, di accordi sottobanco.

Chi si piega non è necessariamente una vittima senza scampo; a volte è un complice attivo di un sistema che sa che il suo carburante più potente non è la forza bruta, ma la speranza, sì… la speranza di farcela, a qualsiasi costo.

E così mentre noi telespettatori, restiamo a guardare questo strano spettacolo di fuochi d’artificio verbali e silenzi di tomba, la domanda vera non è “Chi ha ragione?”, ma: “Quanto costa, in dignità e verità, il prezzo del successo che in molti accettano di pagare?”.

Ed il silenzio, purtroppo, è la risposta che già conoscono!

Siamo certi che Pietro Taricone morì “per una manovra troppo rischiosa” oppure vi era qualcos’altro?


C’è una morte, quella di Pietro Taricone, che sin da subito non mi ha convinto e che ora, dopo tanti anni, torna a interrogarmi di nuovo.

In queste ore, ascoltando le dichiarazioni di Fabrizio Corona e ripensando a quelle inaspettate di Claudio Lippi dall’ospedale e alle tante voci che piano piano stanno emergendo, quel dubbio si è fatto in me nuovamente strada. 

Ricordo che allora il gip di Terni nel 2010 archiviò tutto, concludendo che fu una manovra troppo rischiosa, sì… un errore umano a venti metri dal suolo, a causare lo schianto. La Procura, difatti, dopo la perizia, escluse qualsiasi guasto al paracadute, e così la storia si chiuse lì. 

Eppure io ho sempre sospettato che qualcosa non tornasse, conoscendo l’alta professionalità con cui Taricone affrontava lo skydiving in generale. Quell’uomo, che tutti ricordano come “O Guerriero” per la sua esuberanza nel primo Grande Fratello, era in realtà un appassionato sì di quello sport estremo, ma nel farlo – a dire di tutti i suoi amici – era particolarmente metodico. 

Difatti, possedeva alle spalle centinaia di lanci e proprio quel giorno a Terni, stava frequentando un corso di sicurezza in volo di livello intermedio. Il primo salto era andato bene, viceversa durante il secondo lanciò, dopo aver aperto regolarmente il paracadute ad ali e iniziato la discesa – secondo la ricostruzione ufficiale – in quella fase finale, commise l’errore di eseguire la manovra di frenata ad un’altezza vietata, all’incirca una ventina di metri, con una tecnica ritenuta particolarmente pericolosa. Lo schianto fu violento e le lesioni gravissime, e dopo un’operazione di molte ore, non riprese mai conoscenza e la conclusione fu lapidaria: tragica fatalità!

Mi sono sempre chiesto perché un paracadutista esperto che sta seguendo un corso di sicurezza avrebbe dovuto compiere una manovra così folle e palesemente contraria a ogni norma. Ecco, questo è il nocciolo del mio dubbio, il primo tassello che non combacia, già chi dice che non abbia fatto proprio quella manovra, perché a causa di un problema presente – che soltanto lui stava in quel preciso istante sperimentando – abbia dovuto – per provare a salvarsi la vita – scendere così in basso?

Le voci che riaffiorano oggi mi spingono a guardare oltre la semplice cronaca di quell’incidente, mi fanno pensare al personaggio pubblico che era Taricone, a come lui stesso, in vita, si fosse scontrato più volte con quel sistema che lo aveva reso noto ai telespettatori. Ma soprattutto lo fece ai “Telegatti” del 2001, quando lì, incredibilmente agli occhi di tutti, urlò le sue ragioni contro i meccanismi della televisione, in una scena che oggi, con il senno di poi, potrei definirla profetica. 

D’altronde come non ricordare ora le parole dell’amico e scrittore Roberto Saviano, suo compagno di liceo, che lo ricordò come un ragazzo carismatico e solare, ma anche come qualcuno che, pur venendo da una provincia difficile, aveva saputo prendersi il suo tempo e scegliere il suo percorso, senza farsi intrappolare dalla logica del successo fine a se stesso. 

Taricone non era un prodotto conforme, aveva una sua scomoda integrità e forse aveva visto qualcosa o qualcuno che lo disturbava, che voleva forse che svendesse se stesso, che si piegasse e quindi accettasse compromessi richiesti, ed è proprio questo che mi porta alla seconda, più ampia, riflessione.

Quello che mi chiedo oggi, ascoltando le dichiarazioni pubblicate e condivise sul web, non è tanto se ci sia stato un guasto materiale al paracadute, ma se ci sia stato un “guasto” in un meccanismo più grande di lui. Il sospetto – ma ormai per esperienza diretta di questo ne sono fortemente convinto – è che in questo Paese tutto opera attraverso il compromesso, il favore, la raccomandazione, affinché ciascuno possa beneficiare, per sé o per i propri cari, di quella visibilità oppure di quelle promozioni o di quelle “coperture” che mantengono l’ordine delle cose. 

Ed allora, quando una figura scomoda ha iniziato a gridare contro quel sistema, ecco che improvvisamente muore in circostanze così nette e definitive, che viene lecito domandarsi se la verità giudiziaria (ed in questi mesi di situazioni giudiziarie ambigue ne abbiamo viste tante, troppe…), per quanto tecnicamente ineccepibile, esaurisca tutta la storia o se, invece, dietro la fredda formula dell’“errore umano” si sia preferito archiviare, insieme al fascicolo, anche ogni domanda più scomoda.

La morte di Pietro Taricone, per come è stata ufficialmente raccontata, rimane un mistero nella sua apparente semplicità e credere che un esperto di volo potesse commettere un errore da principiante, mah, qualche dubbio resta. Chissà, forse è davvero così, forse il mio è solo il dubbio di chi fatica ad accettare l’assurdità del caso, ma forse no, forse quelle voci che oggi riemergono, come quelle di Corona che lo definisce una “grandissima persona” e un rappresentante dell’“anti-sistema”, stanno cercando di ricordarci che Taricone, in vita, era un guerriero anche in questo: in quella battaglia solitaria contro le ipocrisie di un mondo, quello televisivo e non solo, fondato sull’apparenza e sul quieto vivere.

La domanda che resta sospesa è se quella battaglia sia finita davvero con lui, quel giorno di giugno a Terni, o se in qualche modo, attraverso il silenzio che è seguito e le domande che oggi tornano, stia ancora continuando. E se il vero “errore umano” da indagare non sia, a volte, la nostra troppo facile rassegnazione a versioni dei fatti che, pur chiuse in un archivio, non riescono a chiudere una coscienza?

Il nostro Paese d’altronde ha dato evidenza di quanto preferisca non sapere, piuttosto che scendere in piazza e fare domande. Sì, perché fintanto che tutti resteranno lì aggrappati a quella briciola, a quella speranza di favore per sé o per i propri cari, fintanto che ciascuno di loro continuerà a prostrarsi e genuflettersi a quei loro amici, siano essi politici, dirigenti, imprenditori o anche mafiosi, beh, state certi che nulla cambierà, così è stato in questi ottant’anni e così continuerà ad essere per sempre, celando all’opinione pubblica i loro intrallazzi, ribaltando in ogni occasione l’unica verità e infangando in tutti i modi possibili chi prova a colpirli e quando non ci riescono, ahimè, usano le maniere forti. 

Già, non vorrei ora prevedere la notizia trasmessa dai nostri Tg, che annuncia di come al povero Fabrizio Corona sia venuto improvvisamente un infarto… e chissà se anche in questa occasione non si parlerà di: tragica fatalità!

Per un calcio meno italiano (e più giusto). Basta dubbi: Sei regole per salvare il calcio (da se stesso)!


Osservare il calcio nel nostro Paese, ma forse non solo, è come guardarci in uno specchio un po’ storto. Ci tengo a precisare, però, che non parlo da tifoso sfegatato, per cui conta solo vincere, merito o non merito. 

Parlo da chi ha sempre ammirato il gioco in sé, l’antagonismo corretto, la bellezza dello sport. Ed è proprio da questa prospettiva che il riflesso che vedo mi preoccupa…

È il rito settimanale del dubbio: dopo ogni fischio finale si apre il coro di discussioni, critiche sul web, accuse agli arbitri, favori, furti, già… come se il campo non fosse un rettangolo di gioco, ma un’arena di interpretazioni infinite.

Osservare oggi il calcio nel nostro Paese, ma forse non solo, è come guardarci in uno specchio un po’ storto. Riflette quel nostro tratto peculiare per cui tutto sembra opinabile, niente mai veramente certo, ogni regola capace di piegarsi alla circostanza, all’umore, all’uomo di turno… 

E allora, in un moto di sincera riflessione, mi chiedo cosa si potrebbe fare per portare un po’ di quella chiarezza e definitività che sembra sfuggirci. Non sono utopie, ma semplici proposte concrete per togliere il gioco dall’ombra del sospetto e restituirlo alla sua essenza.

Il tempo di gioco, anzitutto: Trenta minuti effettivi, fermi, irrevocabili. Un cronometro unico e pubblico che si arresti solo quando il pallone è morto. Svanirebbero così, in un colpo solo, le attese sospese, i minuti aggiunti che sembrano usciti da un cilindro, e con loro finirebbero anche quei teatrini dei falsi infortuni, gesti diventati inutili quando il tempo non è più un’arma da logorare. Il gioco tornerebbe al centro, puro movimento.

Poi, gli allenatori: È ora di ridisegnare il loro ruolo, di ricondurli a una presenza più austera. Via quel rettangolo magico davanti alla panchina; restino seduti, come i loro giocatori di riserva. Possono alzarsi per un gol, per un’emozione vera, ma il gioco lo facciano i giocatori. Niente più partite alla “playstation” con uomini mossi come pedine, niente dialoghi con l’arbitro. Per le sostituzioni ci pensi un responsabile designato. Restituiamo al campo la sua gerarchia naturale.

La giustizia in campo ha bisogno di un nuovo passo: Oltre al Var, perché non dare alle squadre tre tessere a testa per chiedere una revisione, quando si sentono defraudate e il sistema tace? A quel punto, l’arbitro andrebbe a rivedere il fatto con il suo assistente (così come già accade in serie C) , di fronte a tutti, e tornerebbe in campo ad annunciare la decisione, assumendosene il peso per intero. Una responsabilità visibile, che premia i migliori e regredisce chi sbaglia troppo.

Il fuorigioco, questo spettro dei millimetri: Forse basterebbe renderlo più umano, più comprensibile: non più centimetri contati su un’ascella o una punta di scarpa, ma la richiesta di una superficie libera, uno spazio chiaro e visibile tra attaccante e difensore. Per togliere l’amaro di regole che, pur perfette tecnicamente, finiscono per sembrare capricci del destino.

Un nuovo linguaggio per le sanzioni: il cartellino arancione: Per quei falli gravi che non sono ancora da espulsione diretta. Dieci minuti fuori, la tua squadra in inferiorità numerica. Sarebbe un monito più forte del giallo, meno definitivo del rosso, ma dal costo concreto e immediato. Un modo per sanzionare senza stravolgere, insegnando che certi comportamenti hanno un prezzo che si paga insieme.

Infine, un’idea per l’area di rigore: Ripristinare la punizione da due, ma solo per i falli incerti nell’area grande, quando il dubbio dell’arbitro è palpabile e il fischio per il rigore sembra un salto nel buio. Un compromesso onesto, per i casi in cui la certezza assoluta non c’è. Una soluzione che mantenga viva la partita, senza regalare o togliere tutto su un’impressione.

Sono piccoli, grandi aggiustamenti. Non per rivoluzionare, ma per chiarire. Per togliere un po’ di ombre e restituire al gioco la sua luce, e a noi la serenità di guardarlo senza dover sempre, per forza, opinare.

Perché anche nel calcio, come nella maggior parte delle cose che accadono da noi, un po’ più di certezza non farebbe male a nessuno, anzi tutti ne avremmo da guadagnare.

La sottile arte della dignità professionale: perché non ho mai chiesto un permesso.


Nel rileggere il mio post di ieri, ho deciso stamani di affrontare una questione apparentemente semplice, già… una sottigliezza che avevo lasciato nel testo pubblicato e che ora sento il bisogno di voler chiarire, perché racchiude in sé un principio che per me è fondamentale. 

Avevo scritto, parlando della comodità degli esami del sabato al Policlinico, di aver evitato di dovermi “costringere a prendere permessi dal lavoro nei giorni feriali”. Ecco, è proprio su questo punto che voglio soffermarmi.

Nel corso della mia vita, infatti, non ho mai chiesto un’ora o un giorno di permesso durante l’orario lavorativo – fatta eccezione per le citazioni (in qualità di teste) delle autorità giudiziarie – per una questione di dignità personale e di profondo rispetto per gli incarichi professionali che ho ricoperto. 

Vorrei altresì precisare come nel corso degli anni, mi è sempre stato concesso, questo lo riconosco, di prendermi il tempo necessario senza che nessuno mi opponesse un rifiuto, e senza che io avessi mai bisogno di giustificarmi oltre misura. Ma era una possibilità che sceglievo di non esercitare, se non per reali necessità, ad esempio un lutto familiare.

Perché quando si lavora con dedizione, quando la propria presenza è costante e la qualità del proprio operato è evidente, si instaura un rapporto di fiducia reciproca. È molto difficile, allora, che un datore di lavoro serio, preparato, competente, allontani da sé un dipendente che dia così tanto. E se qualcuno lo fa, spesso la ragione prima non sta nel dipendente, ma nella sua stessa incompetenza!

Nei miei trentacinque anni di esperienza, ho visto poche volte questo meccanismo innescarsi, ma quando è accaduto è stato istruttivo. All’inizio della mia carriera, dissi a un titolare che la sua impresa sarebbe durata “da Natale a Santo Stefano”, e che di lì a tre anni non sarebbe rimasta neppure traccia del suo nome. Non ebbi modo di gioirne, purtroppo: in meno di due anni, quell’azienda era già nel baratro e di lui si perse ogni orma… 

Ci sono stati casi in cui chi amministrava era stato posto lì non per merito, ma per servire come una “testa di legno”. Queste figure, prive di capacità personali e professionali, di fronte a un collaboratore preparato che non si sottomette, si sentono sminuiti. E così ricorrono all’unico atto di forza in loro possesso: l’allontanamento. Credono così facendo di affermare la propria autorità. Di uno di questi, seppi anni dopo che era stato colpito da un provvedimento interdittivo e che oggi fa l’autista. A pensarci, viene in mente il monito di mio nonno, Cavaliere del Lavoro insignito da Aldo Moro, che teneva in ufficio una massima: “Siete tutti importanti, nessuno indispensabile”.

Il tempo, si sa, è un giudice imparziale. Ho visto la fine di alcuni di questi presunti grandi imprenditori: attività chiuse, dimenticate, o finite sotto la lente dell’autorità giudiziaria. Su quest’ultimo punto, devo però fare una precisazione, perché l’ho vissuta in prima persona: a volte, il danno maggiore non lo fanno i magistrati, ma certi amministratori giudiziari posti a garantire la continuità aziendale. Quando vengono scelti per ragioni diverse dalle loro capacità, il fallimento è assicurato. È l’altra faccia della stessa medaglia. E di certi procedimenti ancora in corso o che si stanno per concretizzare, auspico solo che trovino al più presto la giusta evidenza, sì… nelle sedi opportune.

Ah, dimenticavo. C’è un ultimo motivo per cui un datore di lavoro può decidere di mandarti a casa. Ha a che fare con la “legalità”, o meglio, con la sua assenza. Quando si chiede a un dipendente di mettere in pratica azioni che non rispettano le normative, e quel dipendente, poco incline a sottomettersi o ad assumersi responsabilità che sconfinano nel penale, si rifiuta, lasciando quei rischi su chi l’impresa la rappresenta davvero, beh, quella è un’altra storia, sì… una storia che ha bisogno di più tempo per essere raccontata, e che mi riprometto di condividere appena possibile.

Tutto questo, vedete, nasce da una semplice frase sulla comodità di fare gli esami clinici di sabato. Ma in quella scelta c’è il rispetto per il mio tempo, per il mio lavoro, e per quella dignità professionale che non si misura in permessi chiesti, ma nella serietà con cui si onora il proprio ruolo, ogni singolo giorno feriale. 

È una sottigliezza, forse. Ma è da queste sottigliezze che si costruisce una carriera, e si misura il carattere di un uomo, tanto da poter essere qui a scriverlo, senza che vi sia nessuno che possa contraddirmi!

Accumulazione e povertà: lo specchio di un’Italia in declino.


Già… la mia ultima riflessione su un’ingiustizia che non vedrò finire.

Miei cari lettori e lettrici, oggi voglio riflettere con voi su un meccanismo potente e silenzioso che plasma le nostre vite, spesso senza che nemmeno ce ne accorgiamo. 

Parlerò di un principio antico, ma più attuale che mai, che riguarda il modo in cui la ricchezza si muove e si concentra. 

Farò in modo di trattare l’argomento non attraverso teorie astratte, ma con ragionamenti concreti che toccano quotidianamente la nostra società, la stessa che vediamo scorrere proprio sotto i nostri occhi.

Pensate a come funziona il mondo quando si lascia guidare soltanto dalla logica del profitto. Chi possiede già capitale, ha la possibilità di farlo crescere, di accumularne ancora. È un circolo che si autoalimenta: più hai, più puoi ottenere. E così, a un polo della società, la ricchezza si ammassa, diventa torre d’avorio, diventa privilegio che genera altro privilegio, in un’esistenza fatta spesso di spreco e di distanza abissale dalla fatica della maggior parte dei miei connazionali.

Dall’altro lato, infatti, ci siamo noi, chi quella ricchezza la produce con il proprio lavoro! Eppure, paradossalmente, più il sistema cresce e più la sua condizione diventa precaria, insicura, soffocata. La miseria non è solo mancanza di soldi, è anche mancanza di futuro, è tormento del vivere quotidiano, è l’ansia di non farcela che ti divora. E questo non è un caso, non è una sfortuna. È la diretta conseguenza di quel meccanismo di accumulazione: per ogni tesoro che si concentra in poche mani, corrisponde un aumento di sofferenza e di privazione nella moltitudine.

Questo paese che proviamo ancora ad amare, si questa “Italia“, ne è la prova vivente. Siamo diventati lo specchio di questa legge spietata. Guardatevi attorno: la forbice tra chi ha tutto e chi non ha nulla si allarga ogni giorno di più. I nostri giovani più brillanti, quelli che potrebbero dare ali al futuro, vengono relegati in cantina, soffocati da una massa di incompetenti che avanzano solo grazie a raccomandazioni e favori. 

La scuola, la ricerca, la crescita intellettuale sono considerate un lusso, non una priorità. Siamo immersi in un disastro sociale e culturale che ci sta impoverendo nell’anima prima ancora che nel portafoglio.

E a chi giova tutto questo? A chi sta al vertice di quella piramide di ricchezza. E dietro le quinte, chi guida realmente il gioco? Sono le strategie di poteri forti, economici, finanziari e purtroppo anche militari, che non hanno bandiera italiana.

È chiaro a tutti chi dettano le regole del mondo oggi, ed è altrettanto chiaro che i governi che si sono succeduti, soprattutto quelli di un “certo” centro destra, hanno fatto poco più che aprire le porte a questi interessi, rendendoci un popolo sempre più ignorante e sottomesso. Hanno svenduto la nostra autonomia, il nostro pensiero critico, il nostro diritto a un destino diverso.

La verità è amara, ma va guardata in faccia! Non ci salveranno le mezze misure, i riformismi tiepidi, i compromessi con chi questo sistema lo gestisce. Questa macchina produce disuguaglianza per sua stessa natura!

L’unica via per spezzare questa maledizione che vede i ricchi diventare sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri è cambiare radicalmente le regole del gioco. Dobbiamo avere il coraggio di immaginare una società diversa, dove la ricchezza prodotta da tutti sia davvero di tutti, dove il lavoro non sia una condanna ma un contributo a una comunità giusta e solidale.

Solo allora potremo dire di aver costruito qualcosa di degno per i nostri figli. Solo allora potremo tornare a respirare la libertà. Mi dispiace solo che quando ciò accadrà… io non ci sarò più!

Dal Governo: Stop alla mafia in TV”. Ma il rischio è cancellarla dall’agenda reale, non dallo schermo!


Ok… va bene, parliamo di questa idea: far sparire la mafia dai film, dalle serie, dalle storie che girano intorno a noi.

Lo so, lo so bene, non si tratta di cancellarla del tutto, quanto piuttosto di toglierle quel velo di fascino che, per troppi anni, le è stato cucito addosso da una narrazione troppo spettacolare, troppo compiaciuta, quasi ammirata. 

L’intento è condivisibile, anzi necessario: non vogliamo che i nostri ragazzi guardino a quegli uomini come a modelli, non vogliamo che l’oscurità venga scambiata per forza, l’arroganza per coraggio, la violenza per potere. Il punto, però, non è nascondere la realtà, ma raccontarla senza orpelli, senza mitizzarla. 

Perché la mafia non è un’invenzione da sceneggiatura, è un fatto, un tessuto che ha attraversato e ancora attraversa vite, quartieri, intere regioni, e persino le stanze del potere; nasconderla sarebbe non solo inutile, sarebbe ipocrita: una sorta di patto tacito con l’ignoranza, un modo per non guardare in faccia la verità.

Serve invece una rappresentazione più onesta, più cruda, che non risparmi i dettagli scomodi: quegli uomini, nella maggior parte dei casi, non sono eroi, menti raffinate, ma neppure architetti del male, sono spesso individui ignoranti, culturalmente vuoti, cresciuti in contesti senza affetto né regole, dove l’unica lingua parlata è quella del dominio e del sospetto.

Peraltro, la ricchezza accumulata non è libertà, è una gabbia dorata che non possono nemmeno aprire: non viaggiano, non frequentano, non godono, vivono sempre in allerta, con lo sguardo fisso alle spalle, come se il mondo intero fosse una minaccia.

E alla fine, molti di loro finiscono come tutti gli isolati: soli. Rinchiusi in celle di massima sicurezza, abbandonati dagli stessi che un tempo li osannavano, dimenticati persino dai familiari. Non c’è gloria in quella fine. C’è solo il vuoto di una vita spesa a costruire niente, se non paura!

Ma qui sta il nodo più difficile da sciogliere: non basta cambiare il modo in cui si racconta la mafia, se poi non si ha il coraggio di guardare a chi le tiene aperte le porte ogni giorno.

Non parlo dei picciotti, dei piccoli spacciatori, di chi obbedisce e basta, senza chiedere, di chi spara, percuote, minaccia di persona, cioè di chi fa il “lavoro sporco” in prima persona senza chiedere…

No… mi riferisco a di chi indossa un completo, firma delibere, stringe accordi in sale riunioni, di chi evidenzia “mani pulite”, sapendo di avere la coscienza “sporca”. Sono loro il motore nascosto, il collante, il sistema che trasforma un’organizzazione criminale in un apparato quasi istituzionale.

Eppure, mentre si discute se una serie tv, un film, sia troppo morbido o troppo cruento, quella rete continua a tessersi indisturbata, sotto gli occhi di tutti, anzi, spesso proprio grazie allo sguardo distolto di molti o proprio di coloro che propongono l’abolizione di quelle trame romanzate.

Le mafie oggi non sparano più in piazza, non ammazzano i giudici in mezzo alla strada – per fortuna – ma sono più forti che mai, perché hanno imparato a mimetizzarsi, a parlare il linguaggio dell’economia, della burocrazia, del consenso. 

Sono dentro le gare d’appalto truccate, nei contratti gonfiati, nelle nomine pilotate, nei silenzi compiacenti, nelle assemblee dei consigli comunali. Non c’è bisogno di armi quando hai chi ti fa passare un atto inosservato: la violenza si trasforma in omissione, in complicità, in corruzione.

Le inchieste lo dicono ogni ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, senza clamore, senza titoloni: non si tratta di sparatorie, ma di firme, di bonifici, di verbali falsificati, di relazioni tecniche appositamente taroccate. Eppure dal nostro governo si preferisce dibattere di film e fiction, come se la verità potesse essere cancellata cambiando un copione, mentre la realtà continua a marciare, silenziosa e implacabile.

Allora sì, raccontiamola meglio, la mafia! Ma questa volta non per far bella figura davanti alle telecamere di una Tv utilizzata a modello “propaganda” o per accontentare le sensibilità del momento, sì… raccontiamo perché chi ci governa, chi decide, chi ha potere di scelta, si senta ora chiamato in causa, senza che un pentito o un boss prima di morire da dentro il carcere abbia deciso di parlare…

Perché la vera battaglia non si combatte sul set di una serie, ma nelle aule di tribunale che vanno potenziate, nei controlli che vanno resi più efficaci, nelle scuole dove bisogna insegnare a riconoscere il clientelismo prima ancora che la violenza. E se non si ha il coraggio di guardare lì – dove stanno le mani che stringono, non quelle che sparano – ogni discussione sulle storie inventate resta solo rumore di fondo, un diversivo comodo, quasi colpevole.

Perché quel sistema non vive solo di omertà e intimidazione: vive di consenso, di complicità elettorale, di voti che vengono raccolti proprio grazie a quei legami. E fino a quando non si avrà il coraggio di chiamare le cose con il loro nome – senza giri di parole, senza eufemismi, senza distrazioni inutili -nessun cambiamento sarà reale! Sì… nessuno.

La confisca c’è, l’indagato pure. Ma chi ha permesso che accadesse? Quando lo strumento della legalità si incaglia nel suo stesso meccanismo.


C’è un’impresa, confiscata da anni, che è riuscita a muoversi come se nulla fosse cambiato.

C’è ora un processo, con richieste di condanne pesanti, e un pubblico ministero che si presenta in persona, segno che la materia non è secondaria, né accidentale.

C’è un nome che non serve citare, perché non è di quello che si tratta: quello che conta è che l’impresa abbia continuato a funzionare dopo la confisca, nonostante la confisca, quasi grazie alla confisca, se è vero che chi la doveva custodire ne è diventato parte attiva.

C’è un amministratore giudiziario oggi indagato per concorso esterno e peculato aggravato, e questo da solo basterebbe a far suonare un campanello: uno solo, ma forte.  

Eppure il punto non è neanche lui, già… il punto è che qualcuno, all’interno del Tribunale – non di Messina, bensì di Catania – avrebbe potuto, anzi avrebbe dovuto leggersi, una decina di anni fa, le segnalazioni che qualcun altro aveva depositato (per non voler aggiungere “protocollato) con cura, anche con timore, ma con la speranza che qualcosa cambiasse.

Non erano voci, non erano sospetti: erano documenti, date, firme, ma soprattutto circostanze concrete, inequivocabili.

Se qualcuno quei documenti li avesse letti e, soprattutto, li avesse presi sul serio, oggi non saremmo qui a sentire un Pm chiedere pene così alte per reati che, di fatto, potevano essere interrotti molto prima.

Chissà se, in questo momento, quel “qualcuno” – di cui si conosce nome e cognome, anche se non serve, in questa sede, scriverli – non stia controllando il telefono più del solito, non stia ripensando a scelte fatte o dovrei dire… non fatte, non stia misurando il rischio che la persona ora sotto processo, decida di parlare, non solo di ciò che ha fatto, ma di ciò che è stato permesso.

Non è fantasia, non è suggestione: è una possibilità che conoscono bene coloro che hanno seguito la vicenda fin dall’inizio, ne conoscono i passaggi, le omissioni, i silenzi che pesano più delle parole.

E forse –  per ora solo forse – c’è chi oggi, pur stando dentro le istituzioni, non sa più come muoversi: ogni passo rischia di incrinare non un singolo errore, ma un intero sistema fatto di sguardi bassi, di fascicoli chiusi in un cassetto, di silenzi scambiati per prudenza e di scelte giustificate come “opportunità”, ma che forse hanno radici più opache.

Chissà se una luce più insistente – quella, per dire, di un’inchiesta condotta con metodo e pazienza, lontana dal clamore ma vicina ai documenti – potrebbe finalmente illuminare quei meandri in cui la legalità si perde non per violenza, ma per omissione.

Non serve chissà quale rivelazione: a volte basta qualcuno disposto a voltare pagina, davvero, e a leggere fino in fondo.

C’è chi ieri ha parlato di estorsione, di violazione della pubblica custodia, di sottrazione di beni sequestrati – tutti reati gravissimi – e lo ha fatto con chiarezza, con rigore.

C’è chi ha confermato che l’impresa, nonostante la confisca, non ha mai smesso di operare sotto certe logiche…

C’è chi ha ascoltato, ieri, le arringhe della difesa, e chi ha notato l’assenza – significativa – di due parti civili che avrebbero dovuto esserci: l’Agenzia nazionale per i beni confiscati e il Comune. 

E c’è chi, leggendo tutto questo, non prova rabbia, non prova soddisfazione, ma un senso profondo di stanchezza morale: perché non è la prima volta, non sarà l’ultima… e ogni volta si ripete lo stesso schema. La denuncia arriva, qualcuno la riceve, nessuno la legge fino in fondo, oppure preferisce insabbiarla nell’ultimo cassetto.

Finché non è troppo tardi, fintanto che improvvisamente non diventa notizia, dopo che arriva un’inchiesta giudiziaria, un processo, sì… per ricordare ciò che un semplice atto di attenzione avrebbe potuto evitare.

Ma forse – mi viene ora da chiedere – andava bene così?

La grammatica del potere.


Buonasera. Mentre ascolto i telegiornali, nazionali e regionali, seguo l’inesorabile scandire delle inchieste e mi fermo a considerare la natura di quel potere che ci governa. Si muove attraverso referenti che si interfacciano con meccanismi illegali e silenziosi, quasi invisibili, eppure così profondamente incisivi per la comunità. La sua pressione è costante, simile a quella di un’infezione che si autoriproduce, giorno dopo giorno, senza bisogno di giustificarsi. E allora la domanda sorge spontanea, persistente: quanti altri anni dovremo attendere prima di ribaltare questo stato di fatto?

È proprio questa l’impressione che mi rimane, ascoltando ogni giorno le parole di quei giornalisti che ormai ripetono quelle notizie come se appartenessero alla normalità, come il bollettino meteorologico. E si osservino, quelle “cicale” intervistate, che offendono con la loro presenza le stesse istituzioni che dovrebbero rappresentare. Basta guardare i loro occhi nello schermo per comprendere quanto poco siano limpidi, quanta opacità vi sia nei loro sguardi.

Il dato più assurdo è che i miei connazionali sanno perfettamente che non si tratta di episodi isolati, non sono più responsabilità individuali da isolare e condannare. Quello che avviene da ormai troppo tempo è una pratica consolidata, una sorta di grammatica condivisa del comando. In questo lessico, la corruzione non è più un’anomalia, bensì il modo stesso in cui si parla, si decide, si progetta.

Non provano alcuna vergogna nel commettere certi reati alla luce del sole, o nel celarsi dietro appuntamenti furtivi in luoghi dove si sa non esserci telecamere. Oggi basta sedersi in un bar, mentre si prende un caffè, durante una telefonata amichevole. È in questi momenti, apparentemente innocui, che si decide quella cosiddetta consulenza “tecnicamente necessaria”, quell’incarico che arriva dopo anni di fedeltà silenziosa.

È una corruzione che non ha paura, anzi si espone affinché tutti vedano e, in un certo senso, “comprendano” come stanno le cose. Del resto, questi soggetti sanno bene di poter fare affidamento su chi li sta osservando. Perché anch’essi, compromessi da quel sistema clientelare, sono gli stessi individui che proteggono quella struttura. Non solo con complicità tacite, ma attraverso un’intera architettura di relazioni, di debiti, di promesse non dette ma perfettamente comprese.

Parlo di una corruzione che non imbarazza più nessuno, perché ormai fa parte del contesto. Come il rumore di fondo in un bar, come una porta chiusa in un ufficio pubblico. Sì, come il silenzio dei cittadini che hanno imparato, con il tempo, a non chiedere spiegazioni e soprattutto a non fare domande.

Eppure, tutti sanno cosa vi sta dietro. Vivono ogni giorno quanto avviene nel proprio ambito professionale, sono perfettamente consapevoli del comportamento disonesto che viene messo in campo. Dal più umile lavoratore qualificato al più alto dirigente che si presta a concedere proroghe insensate, dietro una gara fatta su misura, dietro ogni nomina che appare più legata a un ringraziamento che a una competenza.

In tutto ciò che avviene intorno a noi, c’è sempre qualcosa di più grave del semplice malaffare. C’è la costruzione, pezzo dopo pezzo, di un sistema in cui non si vince per merito, ma per appartenenza. Non si cresce per capacità, ma per obbedienza. Non si leggono più i curriculum, e ancor meno si chiede “cosa sai fare”. Perché tutto gira intorno alla persona che ha fissato quel colloquio, la stessa a cui successivamente – a seconda da quale parte della scrivania ci si trova – si dovrà dare, o ricevere, qualcosa.

E così gli anni passano. Senza colpo ferire, si smantella ogni idea di futuro collettivo, di equità sociale, di contrasto all’illegalità. Il tutto viene sostituito da una gestione sterile del presente, in cui il potere non costruisce, non innova, non investe. Semplicemente, come un cancro, si riproduce. Anno dopo anno, progetto dopo progetto, genera dipendenza anziché opportunità, conformismo anziché partecipazione.

Allora mi chiedo: cosa resta a chi, come me, non vuole piegarsi? A chi ancora prova a guardare la propria terra con occhi non rassegnati? Forse nulla. Sì, serve a poco nominare le cose con il loro nome: una corruzione sistemica, diffusa, quotidiana. Resta, è vero, la possibilità di chiedere giustizia, non solo nei tribunali ma anche nelle piazze. Sempre più esigue e con una partecipazione che di solito non nasce dal desiderio di far sentire una voce per il bene comune, ma per un tornaconto esclusivamente personale. Sì… per quell’orticello che minaccia scioperi in cambio di un aumento, di una riforma fiscale, e appena, da quei governi, si ha la certezza di aver ottenuto quanto richiesto, ecco che, prese le briciole, si torna felicemente a casa.

Per fortuna, qualcosa di quella protesta autentica resta. Non nelle parole riportate dalle testate dei giornali o in certe pagine web, solitamente nelle mani di imprenditori fortemente collusi con il sistema, ma nei blog, nei commenti, nelle email che ancora, per fortuna, vengono scambiate tra cittadini liberi e moralmente onesti. Certamente stanchi, ma non ancora rassegnati.

Sì, a noi esigui paladini resta la possibilità di ricordare a tutti quei ragazzi – non ancora infettati dal sistema e, ahimè, a volte dai propri familiari – che la legalità non è un optional morale, ma il fondamento stesso della dignità umana e di una comunità che vuole restare tale. Senza di essa, tutto il resto serve solo da decoro superficiale. Quanto a me, se proprio devo mostrarmi, preferirei esser ricordato come chi ha combattuto per la giustizia sociale, piuttosto che come uno spettatore compiacente.

Perché, in fondo, non è la presenza della corruzione a fare più paura, quella, sapete bene, in forme diverse c’è sempre stata. È la sua normalizzazione a essere spaventosa. Quell’assenza di indignazione, di domande, di quella sana e irriducibile insofferenza che dovrebbe animare chiunque abbia a cuore la vita comune.

Ecco perché continuo a scrivere. Non per ricevere contributi finanziari, né per obbligare il lettore a piegarsi a logiche promozionali. Ancora meno mi serve stimolare clamore o accumulare notorietà. Non sarà mai il numero dei follower a far accrescere la mia, già personale, autostima. Continuo a scrivere per denunciare, per segnalare, per far svergognare qualcuno, o più di uno. Non perché sia certo di riuscire a cambiare questo stato di fatto. Ma perché, finché qualcuno lo fa, qualcosa, da qualche parte, non è ancora morto del tutto.

Catania: Un primato che brilla, sì… di oscurità!


Ed ecco che la conferma arriva puntuale e inesorabile come un tramonto sull’Etna: non resta che sedersi, come quel signore disteso sul tavolo del mio quadro, a contemplare un paesaggio dietro di sé, bellissimo, incandescente e inesorabilmente immobile, mentre intorno tutto precipita…

Il dato sulla “qualità delle amministrazioni locali” ci ha regalato un balzo degno di un’atleta specialista in fuga all’indietro: ultimo posto nazionale.

Non un passo falso, non un infortunio momentaneo, no… un vero traguardo. Il risultato di un anno in cui sguardi alti e maniche basse hanno lavorato in perfetta sincronia, come due ingranaggi oliati dalla rassegnazione, per produrre quel piccolo miracolo che solo l’incuria, coltivata con metodo, può portare a compimento.

Nella classifica generale sulla qualità della vita, siamo scivolati al 96° posto, tredici gradini verso il basso, con la grazia di chi scende una scala mobile rotta senza neanche accorgersene. E mentre sprofondiamo, a brillare beffardamente c’è solo la nostra illuminazione pubblica sostenibile, premiata come faro nel buio.

Peccato che quel faro, per chi percorre la tangenziale davanti all’aeroporto Fontanarossa – vedasi quanto ho scritto a suo tempo al link: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2024/07/sindaco-e-assessorato-alla-viabilita.html – sia ancora un’ipotesi astratta. Forse chi ha redatto il report non ha mai guidato di notte da quelle nostre parti, o forse semplicemente ha scelto l’illuminazione metaforica, quella che si accende un attimo prima di chiudere il documento.

Alla voce ambiente e servizi il crollo è stato “solo” di sette posizioni – una sorta di applauso di consolazione da parte del destino, ma la vera opera d’arte – quella che meriterebbe un allestimento in una galleria di performance tragicomiche – è il tracollo in demografia e società: trentacinque posizioni in meno, un record da Guinness dell’apatia collettiva.

Sì… moriamo di più di tumori, usciamo prima da scuola, come se il sapere fosse un bagaglio troppo pesante da portare oltre la terza media. Eppure, per un paradosso degno di Pirandello, continuiamo a fare figli e abbiamo pochi anziani a carico. La nostra gioventù, così, ha tutto il tempo del mondo per assistere in diretta al declino… con comodo, seduta in prima fila, magari sgranocchiando popcorn forniti dalla rassegnazione generazionale.

E il lavoro? Siamo al 98° posto! Le imprese qui falliscono più che altrove, ma almeno le pensioni di vecchiaia scarseggiano, forse perché qui si invecchia più in fretta, forse perché la pensione arriva solo dopo aver superato l’esame di realtà…

E la giustizia? La sicurezza? Be’, quelle sono le colonne portanti della stabilità: stabili nella mediocrità, solide nella precarietà, un esempio raro di coerenza amministrativa.

Insomma, una cosa sola possiamo dire con certezza, in mezzo a questo mare di oscillazioni: la nostra capacità di confermare il peggio è straordinariamente affidabile. Una costante, in un universo di variabili.

Naturalmente, a commentare il disastro ci pensa la politica – in particolare l’opposizione, che declama con la solita litania: “destra”, “scelte miopi”, “mancanza di visione”. Hanno ragione, certo… ma viene da chiedersi, mentre snocciolano dati con la solennità di chi fa finta di meravigliarsi, di non sapere, quando a quei loro stessi discorsi non è mai seguita un’azione chiara (con il rischio di dover perdere la propria poltrona…) se non ribadire ciò che oggi suona, come un déjà vu, le solite chiacchiere in salsa catanese.

Perché il problema, vedete, non è solo di chi oggi amministra – no… non sto parlando della criminalità organizzata, quella è un’altra storia, troppo nota per essere rievocata qui come se fosse un colpo di scena in una serie già vista – il vero dramma è quel coro muto di assenze: di responsabilità scaricate, di competenze dimenticate, di promesse che evaporano come la pioggia sulla lava rovente.

Da quando sono arrivato in questa città, i problemi sono rimasti sempre gli stessi, come vecchi mobili impolverati che nessuno butta via perché “tanto, prima o poi serviranno”. Sì… son cambiati i volti – quasi mai i cognomi – a volte le sigle di partito, ma la musica no… quella è sempre la stessa, un valzer lento e stonato, dove chi non balla viene guardato come un intruso. Del resto, come recita una delle massime più sagge di questa terra: se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.

E i cittadini? Niente… loro semplicemente ballano. Cambiano casacca con la disinvoltura di chi sa che il vero potere non è nelle idee, ma nelle file. Si rivolgono a chi è appena salito sul carro dei vincitori, non per convinzione, ma per sopravvivenza, per ottenere un posto, per sbloccare una pratica, per comprare un silenzio. E intanto, passo dopo passo, accompagnano quotidianamente con le proprie azioni quel carro, con la tranquilla consapevolezza che, “sì… così è più comodo”… per tutti!

Tranne, forse, per quel signore disteso sul tavolo. Lui sembra aver capito che comodo non vuol dire giusto, ma solo più lento. E che, prima o poi, anche il tramonto sull’Etna finisce. Poi – ahimè – viene il buio. Già… quello vero.

Il silenzio che fa affari…


È sera e il sole sta scendendo lentamente – sono costretto a una deviazione fastidiosa, sì: lavori in corso sull’autostrada, anticipati poco prima da un ragazzo al distributore, e ora, da lontano, osservo le macchine che stendono l’asfalto, i fari accesi nonostante il crepuscolo non sia ancora buio – e già la mente corre in avanti, a ciò che accadrà tra qualche ora o al massimo domani: le strisce di vernice fresca, i cartelli piantati in tutta fretta, le indicazioni stradali ancora coperte da un telo trasparente – quante volte abbiamo visto quella scena, identica, ripetuta con una precisione quasi teatrale, come se fosse parte di un copione ben collaudato.

E così mentre la macchina procede purtroppo a passo d’uomo a causa della confusione venutasi a creare, ripenso a tutti quei cantieri aperti, chiusi, riaperti, mai davvero conclusi – come se il cantiere non fosse il luogo dove si costruisce qualcosa, ma piuttosto uno spazio sospeso, un palcoscenico mobile in cui il lavoro vero è secondario rispetto alla circolazione di altro: denaro, favori, silenzi. 

Eppure nessuno protesta, nessuno chiede, a partire da chi, per incarico istituzionale, dovrebbe farlo per primo – e non lo fa per ignoranza, ma perché sa che porre certe domande, ad alta voce, significherebbe accendere una luce troppo forte in un luogo dove tutti hanno imparato a muoversi al buio e quella luce, invece di illuminare, rischia di bruciare chi la tiene accesa.

Del resto, se così non fosse, non avremmo di continuo quelle inchieste giudiziarie ormai familiari, quelle che parlano chiaro pur usando un linguaggio cauto, quasi smorzato, come se ogni parola dovesse essere pesata non per la sua verità, ma per le conseguenze che potrebbe scatenare – e così, nei documenti, i nomi dei protagonisti veri restano assenti, sostituiti da sigle, ruoli generici, frasi passive – l’appalto è stato aggiudicato, la variante è stata approvata, come se nessuno avesse deciso, nessuno avesse firmato, nessuno avesse guidato la mano di chi ha scritto. 

Eppure c’è sempre stato qualcuno, in piedi dietro la scrivania, che ha organizzato, indirizzato, protetto e ora, messo sotto torchio, si ritrae, si fa piccolo, parla poco, non detta più regole con la stessa sicurezza di un tempo, anzi si comporta come se fosse lui la vittima di un equivoco.

Resta in penombra, certo, in attesa che la tempesta passi, convinto, forse non a torto, che passerà davvero, e che alla fine tornerà tutto come prima, perché intorno a lui c’è un sistema che non si limita a proteggerlo: lo alimenta, lo rigenera, lo rende necessario. 

I suoi amici – o meglio, i suoi alleati – faranno di tutto pur di non restare impigliati a loro volta: firmeranno pareri, produrranno certificazioni, condivideranno versioni alternative dei fatti, perché la priorità non è la trasparenza, ma la sopravvivenza del meccanismo, e quella struttura ha bisogno di opacità, di silenzi compiacenti, di opportunità che si ripetono con la regolarità di un orologio difettoso ma affidabile.

Mi torna spesso in mente una frase, pronunciata da chi conosce quei meccanismi dall’interno: non è più la corruzione che urla, è quella che sussurra – quella educata, discreta, quasi istituzionalizzata, che avanza con le scarpe pulite e il lessico impeccabile di chi sa usare le procedure come schermo – tecnicismi al posto di scelte, pareri al posto di responsabilità, carte in regola al posto di sostanza.

È una corruzione silenziosa, che non ha più bisogno di bustarelle: le ha rese superflue, sostituendole con tempi che si dilatano oltre ogni plausibilità, con varianti in corso d’opera che nascono non per necessità tecnica, ma per convenienza amministrativa, con gare formalmente regolari in cui, però, nessuno sembra voler gareggiare davvero – come se il risultato fosse già scritto altrove. È una corruzione che si mimetizza tra le pieghe della legalità: ditte che vanno a vincere appalti in regioni dove non hanno sede, non hanno nemmeno una baracca, figuriamoci un addetto, eppure si aggiudicano opere milionarie, per poi affidarle a terzi, spesso piccole imprese locali, pagandole un terzo di quanto incassano loro stesse dal committente pubblico. Il risultato? Un meccanismo virtuoso solo per chi lo pilota: più costi, meno trasparenza, zero controllo e un po’ di mazzette che girano di mano in mano. 

Eppure qualcuno osserva, sì… qualcuno incrocia quei dati, anche se non presenta denunce, non per rassegnazione, ma per lucida consapevolezza: sa da tempo come un esposto formale, in certi contesti, non è un atto di giustizia, ma un invito a essere neutralizzato. Allora sceglie un’altra strada: verifica chi ha vinto, chi ha perso, chi compare sempre nelle stesse gare, chi firma le relazioni tecniche, chi approva le varianti, chi sta in silenzio quando qualcosa non torna ed usa quegli strumenti per farli emergere attraverso i media, i social e soprattutto quei programmi televisivi che hanno fatto la storia di questo Paese, sì… nell’ambito del giornalismo investigativo.  

Non serve gridare nomi, non solo perché sarebbe inutile, ma perché il problema non sono gli individui, sono i meccanismi che li proteggono, li riproducono, li rendono intercambiabili. Basta guardare la “White list” delle imprese ammesse, redatta da chi avrebbe dovuto vigilare e invece ha delegato ogni verifica a una firma in calce: senza chiedersi chi c’è realmente dietro quelle società, quali legami, quali precedenti, quali silenzi comprati in anticipo. Sì… certo, i documenti sono in regola, ma la regolarità formale è spesso la maschera più efficace dell’illegalità sostanziale!

Allora questa terra continua a scivolare, non con un crollo improvviso, ma con una serie infinita di piccole cessioni: un silenzio qui, un compromesso là, un occhio chiuso oggi nella speranza di un favore domani. E qualcuno, incredibilmente, chiama tutto questo buonsenso, realismo, quieto vivere, come se il quieto vivere fosse il diritto di non vedere, di non sapere, di non dover scegliere.

Non vedo, non sento, non parlo e così, dopo anni di osservazione, di domande senza risposta, di segnalazioni cadute nel vuoto, mi chiedo, senza retorica e ancor meno enfasi: verrà mai qualcuno che deciderà, semplicemente, di non voltarsi dall’altra parte?

Non credo proprio…

Il condominio tradito: malagestione, collusioni, giustizia che tarda!


Riprendo stamani a parlare di un tema che, pur essendo quotidiano per molti, viene spesso taciuto finché non diventa insostenibile.

Mi riferisco alla gestione dei condomini, un ambito che dovrebbe garantire tranquillità e sicurezza e che invece troppo spesso si trasforma in una trappola silenziosa, dove chi paga regolarmente finisce per accollarsi debiti a tre zeri, cifre che mai avrebbe immaginato di dover sostenere.

Già… perché quanto accade il più delle volte non sono errori contabili banali, ma veri e propri buchi neri creati con metodo sofisticato: bilanci infedeli, oneri fiscali mai versati, decreti ingiuntivi occultati, spese senza giustificazione alcuna, registri compilati in modo da rendere impossibile qualsiasi verifica. Tutto avviene nell’ombra, fino a quando non è troppo tardi.

Ecco che così la casa, questo rifugio intimo, si svela all’improvviso un campo minato. Chi si è sempre comportato con correttezza si trova a dover pagare per gli altri, non solo i morosi – che pure esistono – ma soprattutto per chi, pur ricevendo regolarmente i contributi di tutti, li ha dirottati altrove. Non è una svista, non è una distrazione: è una strategia!

Si gonfiano le fatture, si pilotano gli appalti per le manutenzioni, si incassano somme in contanti, si usano i beni comuni per servizi privati, si baratta quella gestione – in particolare quando le proprietà si trovano in località turistiche note, di montagna o di mare – con favori ad amici, funzionari, dirigenti, talvolta persino forze dell’ordine, affinché possano godersi, insieme ai propri cari, periodi gratuiti di villeggiatura, in cambio di silenzi compiacenti.

E quando i conti non tornano, la colpa come sempre ricade sempre sui condomini: “non avete controllato”, “non avete partecipato all’assemblea”, “non avete chiesto copie”, come se aver fiducia fosse un reato.

Ed è qui che inizia la seconda fase, quella ancora più amara. Quando qualcuno prende coraggio, presenta un esposto, denuncia, chiede l’intervento delle autorità, si scontra con un sistema che sembra progettato per logorare la pazienza, la salute, le risorse. Gli anni passano, le udienze vengono rinviate per motivi futili, gli incartamenti giacciono in attesa di essere letti – e nel frattempo, chi ha commesso gli atti non è sospeso, non è allontanato, i suoi beni (e quelli dei familiari) non vengono sequestrati. Tutto continua a operare, magari con un nuovo nome, un parente, un prestanome, un socio di comodo.

Sono veri e propri esperti: sfruttano i vuoti normativi, come l’assenza di limiti chiari sui movimenti tra conti condominiali, e creano un caos tale che persino il successore, per tentare di ricostruire i conti, deve affidarsi a un revisore esterno. Eppure, di fronte a spostamenti di centinaia di migliaia di euro, a conti ridotti a otto euro nonostante i pagamenti regolari di tutti, la reazione istituzionale è spesso un silenzio assordante.

Perché dietro quelle cifre non c’è solo un’amministrazione negligente, ma vere truffe – specie quando si inseriscono voci fittizie per indurre in errore e ottenere un profitto illecito. C’è appropriazione indebita, ogni volta che si utilizza il denaro comune come se fosse proprio. C’è danno all’erario, quando si omettono versamenti obbligatori sperando nella prescrizione o in una futura sanatoria. C’è bancarotta fraudolenta, quando si crea un buco deliberato per trarne vantaggio personale.

E in casi estremi, quando l’organizzazione è ramificata e coinvolge più soggetti, emergono elementi che configurano vere e proprie associazioni a delinquere – specie se a fare da sfondo sono meccanismi di riciclaggio, estorsione, o tentativi di accedere a fondi pubblici con documenti falsi. In questo contesto si innesta una gravissima circostanza di cui nessuno vuole parlare: molti di quegli immobili, in particolare quando si trovano in località isolate e soprattutto nei periodi “fuori stagione”, cioè quando non sono utilizzati dai proprietari e molte volte restano in mano all’amministratore per la gestione insieme ai cosiddetti “beni comuni”, probabilmente questi sono stati utilizzati dalla criminalità organizzata per celare chissà… anche “latitanti”.

Eppure, il cittadino che denuncia viene spesso isolato, ridicolizzato, talvolta minacciato. Vi sono assemblee che degenerano in aggressioni fisiche. Vi sono amministratori che, anziché consegnare i registri all’amministratore giudiziario nominato dal Tribunale, li affidano a terzi o li fanno sparire, denunciandone il furto – rendendo così impossibile qualsiasi transizione legale.

E non solo: vi sono uffici delle autorità competenti – per fortuna non tutti; tra essi vi è anche chi opera in maniera puntuale e corretta – che, pur ricevendo esposti dettagliati e documentati, li archiviano come “beghe condominiali”, come se non sapessero che un condominio con un migliaio di unità ha un bilancio superiore a quello di molti comuni. Come se non dovessero sapere che, in assenza di trasparenza, ogni assemblea può diventare un teatro di coercizione, ogni convocazione un atto di potere.

Quindi, non basta dire che servono figure professionali riconosciute; serve a poco ipotizzare un elenco nazionale, se non si parte da un filtro reale: carichi pendenti puliti, casellari giudiziari verificabili, obblighi societari applicati con la stessa severità di qualsiasi altra impresa. Un condominio non è un’entità astratta: è una comunità, è un patrimonio collettivo, è spesso una piccola società con entrate, spese, dipendenti, fornitori, obblighi fiscali. E come tale va trattato, con regole chiare, controlli efficaci, sanzioni certe.

La legge offre strumenti – il diritto d’accesso ai documenti, la revoca giudiziaria, la querela per truffa, la nomina di un revisore – ma sono inutili se non si accompagna a un cambio di mentalità. Se non si smette di considerare legittimo ogni silenzio, ogni delega in bianco o falsificata, ogni voto espresso per compiacere chi ha fatto un favore. Se non si accetta che il diritto di critica, anche aspro, è un dovere, non un’aggressione. Se non si capisce che una convocazione infilata sotto la porta non ha valore, che un amministratore che non consegna i registri commette un reato, che ogni condomino ha il diritto di sapere, di chiedere, di opporsi.

Alla fine, il problema non è la complessità della norma, ma la facilità con cui si accetta che la legge valga solo per chi non ha potere. E finché sarà così, la casa non sarà mai davvero un rifugio. Sarà solo il luogo in cui ci si sente in trappola – e dove chi ha le mani in pasta, come dice un vecchio detto, “non pinia”.

Confiscare sì, ma senza dimenticare chi ha pagato per farlo!


Da anni si parla di confisca come di qualcosa di simbolico, un gesto pubblico che rappresenta una sorta di rito laico della giustizia, in cui beni vengono sottratti a chi li ha accumulati con l’inganno, i raggiri, le truffe, ma anche le complicità silenziose di referenti istituzionali corrotti e di esponenti della classe politica, cui si aggiungono, in taluni casi, referenti criminali che, con metodi coercitivi, hanno alterato la libera concorrenza, il tutto per consegnare idealmente alla collettività – come se la restituzione fosse già avvenuta solo perché un cancello è stato riaperto e una targa cambiata – una società insediata al posto di un sistema criminale.

Ma, consentitemi di dire che tra quel simbolo e la vita reale c’è una distanza abissale, fatta di scartoffie, di silenzi burocratici, di procedure che avanzano con la lentezza di chi non ha fretta, di chi purtroppo ha paura o teme ritorsioni personali e familiari nel dover gestire quei beni, pur sapendo che non è lui a dover rischiare di non pagare l’affitto, di non poter curare i propri dipendenti, di dover spiegare ai propri cari perché il lavoro che credeva stabile è svanito insieme a tutti i benefici finora ricevuti.

Perché lui è lo “Stato”, ed è stato messo lì per gestire gli altrui beni, e poco importa se la procedura sia legittima o meno: saranno i successivi gradi di giudizio a stabilirlo. Il suo unico compito è fare in modo che quei beni vengano gestiti, e poco importa se l’impresa riuscirà ad andare avanti, perché fintanto che esiste qualcosa da prendere, da spartire, da affidare, ben vengano sequestri e confische: sono garanzia di attività per molti professionisti, ciascuno legato a filo diretto con quel Tribunale che si occupa della gestione di quei beni – mi riferisco a figure come magistrati, custodi giudiziari, amministratori nominati e via dicendo.

Abbiamo letto, in questi anni, quanto accaduto a Palermo con l’inchiesta sull’ex Presidente dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati, anche se va detto che l’ultima sentenza, del 19 ottobre scorso, della sesta sezione penale della Cassazione ha cancellato quasi una ventina di capi d’imputazione relativi a quel presunto Sistema, ovvero a quel giro di mazzette e favori legato all’affidamento delle amministrazioni giudiziarie dei beni confiscati alla mafia. Al momento è impossibile dare una risposta definitiva, perché mancano ancora le motivazioni della decisione della Suprema Corte, ma un dato è evidente: dei 74 capi d’imputazione inizialmente contestati all’ormai ex magistrato, ne sono sostanzialmente rimasti in piedi tre, per corruzione e concussione.

Permettetemi, tra l’altro, di aggiungere quanto ho letto stamani su un amministratore giudiziario coinvolto in un’inchiesta nella provincia di Messina, attualmente ai domiciliari con braccialetto elettronico, dopo che la Corte di Cassazione ha rigettato il suo ricorso, confermando il quadro indiziario e mantenendo invariata la misura cautelare.

Da quanto sopra emerge con chiarezza che la gestione da parte dei Tribunali dei beni sequestrati e successivamente confiscati è stata, di fatto, fallimentare sotto tutti i punti di vista: non sto qui a elencarli, sebbene li conosca perfettamente.

Difatti, proprio il sottoscritto – che ha denunciato, che ha insistito, che ha anticipato le spese per una procedura fallimentare che nessuno voleva avviare, perché, a dir di molti, tanto sarebbe finita male comunque – ancora oggi, incredibilmente (ma non sorprendentemente… in un sistema clientelare e mafioso), si ritrova in una posizione grottesca: sono un creditore privilegiato, sì, ma privilegiato solo sulla carta, perché quel riconoscimento non è riuscito finora a farmi ricevere quanto mi è dovuto – seppure è proprio grazie al sottoscritto che si è riusciti a recuperare quasi 500.000 euro tra fatture a suo tempo non pagate e beni venduti nel corso della procedura. 

A tal proposito però desidero rendere un doveroso plauso al curatore fallimentare, per il lavoro svolto fin qui: auspicando che porti a termine la sua attività con la stessa professionalità e correttezza dimostrate sino ad ora – tanto che, una volta conclusa la vicenda, farò in modo che il suo operato sia conosciuto, anche attraverso il mio blog, citando espressamente il nome dell’avvocato che sta seguendo la procedura. Mi sento di farlo perché, rispetto a quello che abbiamo purtroppo constatato negli anni – troppi suoi colleghi, infatti, hanno finito per lasciare alle spalle solo vuoti e silenzi, quando non qualcosa di peggio – questa volta la gestione appare diversa, concreta e soprattutto trasparente.

Desidero però riconoscere anche il ruolo che ho avuto personalmente in questa vicenda: senza la mia iniziativa, senza le denunce presentate a mie spese, senza la tenacia – solitaria, ma mai rassegnata – di chi ha scelto, da sempre, di non voltarsi dall’altra parte, è lecito affermare con certezza che molte di quelle confische non sarebbero neppure state avviate, molti di quei patrimoni sarebbero rimasti intoccati, e la maggior parte di quelle condanne non avrebbero avuto neppure un fascicolo d’archivio.

Va detto che la Cassazione, con la sentenza 37200 del 14 novembre scorso, ha provato a correggere un difetto strutturale: non basta che il credito nasca prima del sequestro, serve che sia accertato in tempi utili, e questo accertamento non può dipendere solo dalla rapidità di un avvocato o dalla disponibilità economica di un cittadino.

Ma la sentenza, per quanto importante, non risolve il problema di fondo, che non è giuridico, ma culturale: finché resterà implicito, in molti uffici, in molte stanze dove si decidono le destinazioni dei beni, che chi si espone è un ingenuo, che chi denuncia è un rompiscatole, che chi pretende giustizia è un problema da gestire più che un diritto da tutelare, allora non cambierà nulla, neanche con cento sentenze.

Perché la confisca, quando funziona davvero, non è solo la sottrazione di un bene, ma il riconoscimento di un torto, la restituzione di un’opportunità, la riammissione di una persona alla dignità di chi ha fatto la sua parte e merita di vederne il frutto.

Invece, ancora oggi, chi ha pagato di persona, chi ha rischiato sul serio, chi ha messo in gioco non solo la propria professione ma anche la propria credibilità, si sente dire che deve aspettare, che deve capire, che ci sono procedure, che bisogna rispettare le priorità, come se la priorità non fosse mai stata, fin dall’inizio, la sua voce, il suo coraggio, la sua scelta di non tacere.

E intanto i beni confiscati entrano in circuiti dove, talvolta, si annidano nuove forme di opacità: consulenze vengono affidate non per competenza ma per vicinanza, le liste dei beneficiari assomigliano più a un elenco di fedeltà che a un piano di riuso sociale, e chi ha denunciato si trova ad attendere invano – non perché non abbia diritto, ma perché, pur avendolo per primo, essendo stato l’unico e il solo ad esporsi in prima persona, viene scavalcato da chi ha atteso, da chi faceva parte — e poi si è celato — direttamente o indirettamente, di quell’orticello, e che dunque dovrebbe attendere, o quantomeno trovarsi in fondo alla fila, nell’equa suddivisione che tanto si invoca.

Non si tratta di dover veder riconosciuti meriti, ancor meno riconoscimenti pubblici – finora, per quanto compiuto, non ne ho mai ricevuti, a eccezione di qualche nota di merito che ricorre, quasi a ogni piè sospinto, nelle sentenze – ma si tratta, semplicemente, di essere coerenti: se lo Stato usa lo strumento della confisca per affermare che la legalità ha un valore reale, allora quel valore deve valere anche per chi ne è stato il primo custode, non solo per chi ne gestisce le conseguenze una volta che il rischio è passato.

Altrimenti, e lo sappiamo bene, la confisca resta propaganda, una cerimonia, un’immagine da cartolina, mentre la giustizia resta fuori, in attesa, con le tasche vuote e la pazienza logorata da cinque anni di silenzi che non sono casuali, ma strutturali.

Perché il vero fallimento, oggi – e lo confermano le sentenze del Tribunale – è quello del sistema che continua a premiare chi si muove dentro le sue maglie e a punire chi prova a rammendarle.

E ogni volta che un creditore come me rimane in attesa, non è solo una pratica in sospeso: è un segnale che arriva chiaro a chi vorrebbe fare lo stesso e si ferma un attimo prima, perché sa già come va a finire.

Forse, allora, la prossima riforma non riguarderà solo le tempistiche delle ammissioni al passivo, ma qualcosa di più delicato: la fiducia.

Perché quella che si è persa in cinque anni di attesa – e che nessuna sentenza, per quanto giusta, potrà mai restituire – è la fiducia in questo Stato e nelle sue Istituzioni. Ed è il motivo per cui non mi sento più di dover collaborare con chi richiede al sottoscritto informazioni, documenti protocollati, ma ahimè andati persi all’interno di quei palazzi: gli stessi documenti che, se invece di essere insabbiati nell’ultimo cassetto fossero stati portati alla luce, avrebbero reso inutili molte di quelle inchieste oggi condotte da talune procure nazionali.

Ma chissà… forse lo Stato – soprattutto chi lo rappresenta – non teme le voci, ma il loro contrario: vuole che quei pochi cittadini ancora onesti, col tempo, imparino a tacere. Già… proprio come tutti gli altri!

25 Novembre: una data importante che interroga le nostre coscienze…


Ripropongo oggi un post che avevo scritto ieri, 25 novembre, una data che si ripete ogni anno con il suo carico di dolore e di moniti. È una giornata in cui le bandiere sventolano a mezz’asta per le donne che non ci sono più, un promemoria collettivo che dovrebbe scuoterci dal torpore.

Eppure, ogni volta che questa ricorrenza ritorna, mi chiedo quanto sia profonda la distanza tra le parole che pronunciamo e la realtà che continuiamo a tollerare.

Leggi vengono approvate, decreti si susseguono, eppure il fiume di sangue non si arresta. Si discute di braccialetti elettronici, di ammonimenti, di inasprimenti delle pene, come se la violenza fosse un problema di ingegneria sociale da risolvere con un regolamento più severo. Ma il cuore del male rimane intatto, protetto da un muro di indifferenza e da una cultura che fatica a riconoscere l’odio per quello che è.

Ci hanno detto che settantacinque coltellate non sono crudeltà, ma solo inesperienza. Una sentenza che sembra uscita da un racconto distopico, dove la sofferenza più atroce viene ridotta a una mancanza di pratica, come se il male avesse bisogno di un manuale di istruzioni.

Questo non è un errore giudiziario, è il sintomo di una malattia culturale che pervicacemente si rifiuta di vedere la violenza maschile per quello che è. Non un raptus, non un incidente di percorso, ma un meccanismo di potere, un linguaggio tossico fatto di possesso e di distruzione. Un sistema che, di fronte all’evidenza più macabra, continua a cercare attenuanti, a chiamare l’odio con nomi più gentili, come “delirio” o “eccesso passionale”.

Finché continueremo a farlo, finché la crudeltà dovrà essere dimostrata come un optional e non l’essenza stessa del femminicidio, allora nessuna legge basterà. Perché le leggi possono condannare, ma solo la cultura può riconoscere e prevenire. Ci illudiamo che un provvedimento legislativo possa essere la panacea, mentre il problema affonda le sue radici in un terreno incolto, dove sono assenti l’educazione al rispetto e l’alfabetizzazione emotiva.

Sono gli uomini che odiano le donne, perché hanno paura di loro, della loro forza, della loro intelligenza, della loro libertà. Vedono il rapporto non come una crescita comune, ma come una sfida da vincere, un territorio da dominare. A me, nella mia vita, è sempre stato chiaro che le donne vanno solamente amate, già, per come ho fatto io in tutta la mia vita. È una verità semplice, che dovrebbe essere il fondamento di ogni rapporto.

E allora viene da chiedersi, cosa dovrà ancora succedere. Quante Giulia, quante vite spezzate dovranno ancora attraversare le nostre cronache prima che si ammetta l’ovvio. Che non esiste una violenza contro le donne normale, che ogni femminicidio è già di per sé un atto di crudeltà inaudita. E che finché continueremo a sminuirla, a cercare scappatoie, a chiamarla con altri nomi, nessuna donna sarà mai al sicuro.

L’invito a non voltarsi dall’altra parte, a denunciare, a intervenire, rimane un imperativo categorico. Perché il silenzio e l’indifferenza uccidono tanto quanto un pugnale. E forse, è proprio questa indifferenza la complicità più grande, quella che permette a tutto questo di ripetersi, anno dopo anno, in una data che dovrebbe ricordarci un impegno, e che invece rischia di diventare solo una triste liturgia della nostra incapacità di cambiare.