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Pier Silvio Berlusconi e il sospiro di Forza Italia.

Le parole di Pier Silvio Berlusconi hanno riaperto un dibattito che sembrava sopito, ma che in realtà covava sotto la cenere di Forza Italia.

Ed allora, mentre presentava i nuovi palinsesti Mediaset, ha parlato con la stessa passione che suo padre, il Cavaliere, riversava nei comizi, mescolando critiche costruttive e ambiguità strategiche…

Bravissimi Tajani, Gasparri, Dalla Chiesa, ma servono leader e volti nuovi”, ha detto, lasciando intendere che “Forza Italia”, senza un ricambio generazionale, rischia di restare intrappolata nel passato.

Ed ecco quindi che a queste parole mi è subito tornato in mente ciò che Oriana Fallaci scriveva nel suo libro “La rabbia e l’orgoglio”: “ Un vero leader deve saper guardare oltre se stesso”, quasi anticipando quello che oggi Pier Silvio sembra voler fare, seppur con prudenza.

Ad esempio, la sua freddezza sullo “ ius scholae” ha scatenato reazioni a catena. “ Non è una priorità”, ha dichiarato, mettendo in difficoltà Tajani e facendo esultare Salvini, che ha subito archiviato la questione come “ partita chiusa”.

Eppure, Pier Silvio non ha rinnegato del tutto il principio, anzi, ha sottolineato che “ i diritti vanno difesi sempre”, dimostrando una visione più pragmatica che ideologica. D’altronde è proprio questo che manca da sempre alla nostra politica: “ la capacità di distinguere tra urgenze e battaglie di principio”, già… come suggeriva Fallaci quando denunciava l’incapacità della classe dirigente di affrontare le sfide reali.

Ma è stato il suo accenno a un possibile ingresso in politica che ha catturato la mia attenzione. “ Ho 56 anni, mio padre ne aveva 58 quando scese in campo”, ha detto, con un sorriso che sembrava già preparare il terreno a un futuro annuncio…

Tajani, da abile diplomatico, ha subito colto l’occasione: “ Sarebbe un fatto positivo”, ma io, ascoltando quelle parole — mi dispiace dirlo — non ho avvertito minimamente quel profondo senso civico che un cittadino comune dovrebbe manifestare per il proprio Paese, già nulla di quanto la Fallaci scriveva sul coraggio di prendere posizione o su quel “ dovere civile” che spinge alcuni a uscire dall’ombra quando il momento lo richiede.

Pier Silvio, ovviamente, resta cauto: “ Oggi non ho intenzioni concrete”, ha precisato, quasi a voler temperare le aspettative, eppure, quel suo elogio alla Meloni — “ ha messo su il miglior governo d’Europa” — suona come un’apertura, un modo per posizionarsi senza bruciarsi.

Già… potremmo paragonarlo a quello stesso gioco che faceva suo padre, tra provocazioni calcolate e ritorni di fiamma studiati. Ed è lo stesso gioco che la Fallaci sezionava con chirurgica ironia, sì… mentre osservava le dinamiche malate del potere nel nostro paese, ingabbiato nella sua ipocrisia e ipnotizzato dal carosello di “ cicale e sciacalli” — definizione perfetta, spietatamente calzante.

Penso ad esempio a tutti coloro che, nella parte dello sciacallo, hanno saputo trasformare stragi e tragedie in scalini per il potere, seguiti da quella combriccola delle cicale — puzzolente sottobosco di lacchè servili, ruffiani d’accatto, vigliacchi con la bava alla bocca e voltagabbana pronti a vendersi — che ha fatto loro da complici in quell’orgia di servilismo e opportunismo!

D’altronde, come scriveva la Fallaci: “ In Italia non mancano mai le cicale, che strepitano senza costrutto, e gli sciacalli, pronti a divorare le carcasse del potere!”.

Certo, forse oggi come allora, c’è bisogno di qualcuno che sappia scuotere il sistema! Nello scrivere questo post mi è venuto da ridere, sì… perché ho pensato per un momento che il sottoscritto avesse — come il cavaliere — l’età perfetta per scendere in politica, ben sapendo che non potrei mai farlo: risulterei scomodo e, soprattutto, non ricattabile!

E questo, per chi si nutre di politica ( anzi, no, precisiamo: per chi ci sguazza da generazioni…) e di quel marciume sistemico che profuma di potere, la mia presenza sarebbe di fatto inaccettabile. Perché l’ipocrisia ha le sue gerarchie: c’è chi sopravvive nell’ombra dei compromessi, chi si ingrassa con gli intrighi, chi l’etica la usa come tovaglia per pulirsi la bocca.

E in un mondo così, persino un briciolo di pulito… sarebbe di per se una provocazione.

Ed infine consentitemi di riprendere quella riflessione sul rapporto con la gente: “ La passione per le persone normali mi travolge”, parole nelle quali vi è racchiusa 0l’essenza di una leadership che, se mai dovesse concretizzarsi, non potrà essere un semplice riflesso del passato.

Perché, come scriveva Fallaci, “ la politica è anche compromesso, è trattativa”, ma senza quella passione autentica, resta solo un gioco di potere.

E chissà… se forse non è proprio per questo che Pier Silvio stia aspettando il momento giusto per dire la sua, sì… senza alcuna fretta, ma senza neppure rinunciare alla sfida.


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Dalle macerie alla rinascita: Gaetano Vecchio e la sfida di un’Ucraina sostenibile

Quelle strade, un tempo affollate di vita quotidiana, oggi segnate dal fragore delle esplosioni, sembrano incarnare una verità più grande: quella di un popolo che resiste, nonostante tutto.

E proprio quel senso di resilienza ritorna oggi mentre ascolto le parole del presidente dell’Ance, Gaetano Vecchio, che con chiarezza ha indicato una direzione precisa per il lungo cammino della ricostruzione.

Secondo Vecchio, essa dovrà essere anzitutto orientata a una trasformazione sostenibile, per costruire un futuro più verde, resiliente e moderno. Non si tratta solo di alzare nuovamente muri o riparare strade distrutte, ma di ridisegnare un Paese intero, immaginandone uno nuovo, più giusto e più adatto ai tempi che verranno.

Parlare di ricostruzione significa allora andare ben oltre i mattoni e il cemento, come lui stesso ha ricordato. È parlare di un futuro europeo, di un’Ucraina che non debba limitarsi a tornare com’era, ma che possa trasformarsi in qualcosa di meglio, di più avanzato e soprattutto più rispettoso dell’ambiente e dei bisogni reali delle persone.

Questo processo richiederà inevitabilmente una forte collaborazione tra imprese europee e realtà locali, perché solo lavorando insieme si possono mettere in rete competenze tecniche e conoscenze radicate nel territorio, valorizzando ciò che esiste e costruendo soluzioni concrete, durature e adeguate.

L’Europa, d’altronde, non può fermarsi alla solidarietà durante il conflitto, deve spingersi fino a sostenere il lungo e complesso percorso della ricostruzione. Le cifre sono enormi, quasi incredibili: 506 miliardi di euro stimati per rimettere in piedi un Paese devastato. Di questi, 81 miliardi riguardano l’edilizia residenziale, 75 i trasporti, 12,6 lo smaltimento delle macerie. Numeri che fanno paura, certo, ma anche progetti che aprono la mente e il cuore a un domani possibile.

E non si tratta solo di quantità. Piero Petrucco, presidente della FIEC, ha ricordato con forza che chi lavora nel settore delle costruzioni non è semplicemente un tecnico o un operaio, ma un abilitatore della ripresa, della coesione sociale, della capacità stessa del Paese di tenersi insieme. Ricostruire, quindi, non è solo un atto materiale, ma anche morale, politico, umano. Significa ricostruire fiducia, comunità, istituzioni, tessuto sociale.

La conferenza URC2025 svoltasi a Roma ne è stata una dimostrazione tangibile, riunendo leader internazionali, aziende e rappresentanti delle istituzioni attorno a un’unica idea: che la distruzione possa trasformarsi in opportunità, che la guerra lasci il posto a una pace costruita con le mani, con gli strumenti, con la volontà di fare meglio di prima. Il messaggio lanciato è chiaro: l’Ucraina potrà essere libera, prospera, rinnovata non solo nelle sue strutture fisiche ma dentro sé stessa, nella sua identità profonda.

Investire nell’Ucraina, come si è detto, è investire in noi stessi, perché ogni conflitto che esplode lontano finisce sempre per toccarci da vicino. Mentre accordi si stringono tra aziende italiane e ucraine, e nasce un nuovo fondo europeo per accompagnare questo processo, ci si muove già per preservare quei luoghi e quei simboli che raccontano la storia e l’anima di un popolo.

Sì, la strada è lunga, disseminata di ostacoli e incertezze, ma penso a quando anch’io, da giovane, arrivai ad Odessa per lavoro e restai colpito da quanto potesse offrire quel Paese, nonostante i suoi problemi. Oggi, come allora, credo che l’Ucraina abbia davanti a sé una possibilità vera, se solo si saprà cogliere questa occasione con coraggio e visione.

Perché, come fecero tanti Paesi dopo la Seconda Guerra Mondiale, anche l’Ucraina può rialzarsi. Deve farlo. E io non posso che tornare con il pensiero a quelle pagine scritte mesi fa, dove dicevo che Odessa, con tutta la sua forza e bellezza, merita di rinascere. Perché nessuna guerra, nessuna bomba, potrà mai cancellare la luce che brilla negli occhi di chi non si arrende.


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E’ una rete sottilissima, a maglie strette, che prende i pesci piccoli, ma che si rompe quando…


La corruzione ha molti volti, e oggi voglio raccontarvelo attraverso le parole di uno dei miei autori preferiti: Jo Nesbø.

Il maestro norvegese del noir, celebre per i romanzi con l’ispettore Harry Hole ( prossimamente protagonista di un adattamento televisivo), ha saputo svelare come pochi i meccanismi oscuri del potere.

Prendo spunto da “ La ragazza senza volto”, dove Nesbø tratteggia un dialogo rivelatore. Siamo alla festa di addio di Bjarne Müller, da poco in pensione dopo anni a capo della squadra di Harry. Tra brindisi e battute, accade qualcosa di apparentemente banale: Müller regala al suo ispettore il proprio orologio.

Ecco, è in questo gesto — così semplice eppure carico di significato — che l’autore ci mostra l’essenza della corruzione: sottile, personale, a volte persino commovente. Ma perché proprio un orologio? Partiamo da qui…

evi sapere che gli orologi più costosi del mondo hanno un meccanismo a tourbillon, con una frequenza di 28.000 alternanze all’ora. Per questo sembra che la lancetta dei secondi si sposti con un movimento continuo, e il ticchettio è più intenso che negli altri orologi.

Sono davvero notevoli questi Rolex, sì… ma il marchio Rolex è stato aggiunto da un orologiaio, solo per camuffare quello vero.

Come ben sai… si tratta di un A. Lange & Söhne Lange Tourbillon, che fa parte di una serie prodotta in 150 esemplari. Sì… la stessa serie dell’orologio che mi hai dato tu. L’ultima volta che un analogo Tourbillon è stato venduto all’asta, il prezzo ha quasi raggiunto i tre milioni di corone… oltre 500.000 Euro!

Waller annui con un sorriso appena accennato sulle labbra.

E’ così che vi pagavano?” chiese Harry. “ In orologi da tre milioni?” Waller si abbottonò il cappotto e sollevò il bavero: “ Il loro valore è più stabile e danno meno nell’occhio delle auto”.

Sono meno appariscenti di un’opera d’arte di valore, più facili da contrabbandare del contante e non hanno bisogno di essere riciclati. Inoltre possono essere regalati….Esatto. Cos’è successo? E’ una lunga storia, Harry…

E come molte tragedie, è iniziata con le migliori intenzioni. Eravamo un piccolo gruppo di persone che volevano dare il proprio contributo, aggiustare le cose che uno stato di diritto non era in grado di sistemare. Alcuni sostengono che il motivo per cui così tanti criminali sono in libertà è che il sistema giudiziario è una rete a maglie larghe, ma non è affatto vero.

E’ una rete sottilissima, a maglie strette, che prende i pesci piccoli, ma che si rompe quando arrivano quelli grossi. Volevamo essere la rete dietro la rete, in grado di fermare gli squali.

Del nostro gruppo non facevano parte solo poliziotti, ma anche avvocati, politici e burocrati, consapevoli che la struttura della nostra società, con la nostra legislazione e il nostro sistema giudiziario, non era pronta ad affrontare il crimine organizzato internazionale che ha invaso la Norvegia quando sono stati aperti i confini.

La polizia non aveva l’autorità per giocare con le stesse regole dei criminali, almeno finché la legislazione non fosse stata adeguata. Per questo dovevamo operare nell’anonimato.

Ma nei posti chiusi e segreti, dove non circola l’aria, si crea il marcio. Da noi si sono sviluppati dei batteri che all’inizio ci hanno spinto a dire che dovevamo importare armi di contrabbando per fronteggiare gli avversari, poi a venderle per finanziare la nostra attività. Era un paradosso bizzarro, ma coloro che si opponevano scoprirono ben presto che i batteri avevano preso il potere.

E poi cominciarono ad arrivare i regali. Inizialmente delle piccolezze, incoraggiamenti per spronarti, come dicevano, sottolineando al tempo stesso che rifiutare un regalo sarebbe stato considerato una mancanza di solidarietà. Ma in realtà era semplicemente la fase successiva del processo di putrefazione, della corruzione che ti fagocitava quasi senza che te ne accorgessi, finché non ti ci ritrovavi immerso fino al collo.

E non c’era modo di uscire. Avevano troppo potere su di te. La cosa peggiore era che non sapevi chi fossero.

C’eravamo organizzati in piccole cellule che comunicavano tra loro per mezzo di un tramite che aveva l’obbligo di segretezza. Non sapevo ad esempio che Tom Waller fosse uno di noi, che fosse al vertice del contrabbando di armi, né tantomeno che esistesse una persona con il nome in codice di “Principe”. Almeno fin quando tu ed Helen non l’avete scoperto e denunciato!

E allora capì anch’io che avevamo perso di vista il nostro obiettivo reale, che era passato troppo tempo da quando avevamo avuto un obiettivo diverso da quello di riempirci le tasche, che ero corrotto e che ero stato complice!

Un giorno non ce l’ho più fatta. Ho cercato di uscirne. Mi hanno dato delle alternative, molto semplici, ma non temevo per me, bensì per i miei familiari. Ed è per questo che ti sei allontanato da loro.

Harry sospirò: E così mi hai voluto regalare questo orologio per mettere la parola fine a questa storia.

Dovevi essere tu, Harry. Non poteva essere nessun altro. Lui e noi. Si sentiva un nodo in gola.

Harry si ricordò di qualcosa che Müller gli aveva detto la volta precedente, in cui erano stati proprio lì, su quella cima della montagna. Già… era strano pensare che a sei minuti di cabinovia dal centro della seconda città più grande della Norvegia, ci si potesse smarrire e morire. Credere di trovarsi nel cuore di ciò che si pensasse come giustizia, e poi improvvisamente perdere qualsiasi senso della direzione e diventare come quelli contro cui si voleva combattere.

Pensò a tutti i calcoli mentali che aveva fatto, a tutte le decisioni grandi e piccole prese, già… sono le circostanze e le sfumature a distinguere l’eroe dal criminale.

È sempre stato così. La rettitudine è la virtù di chi è pigro, di chi non ha un ideale. Senza malfattori e senza disonesti vivremmo ancora in una società feudale.

Ho perso, Harry. Tutto qui. Ho creduto in qualcosa, ma ero cieco, e quando ho riacquistato la vista il mio cuore era ormai corrotto.

È così che vanno le cose. Harry rabbrividì investito dal vento e cercò le parole adatte. Quando finalmente le trovò, la sua voce risuonò lontana e tormentata: Scusa, capo, non ce la faccio ad arrestarti. Va bene, Harry. Vedrò di fare da me.

La voce di Müller era calma, quasi consolatoria. Volevo solo che vedessi ogni cosa, e capissi, e magari imparassi. Non c’era altro scopo…

Harry fissava la nebbia impenetrabile, cercando in vano di fare ciò che il suo capo e amico gli aveva chiesto di fare. Vedere ogni cosa. Tenne gli occhi aperti finché non si riempirono di lacrime.

Quando si voltò, Bjarne Müller se n’era andato. Chiamò il suo nome nella nebbia, pur sapendo che il suo ex capo aveva ragione. Non c’era altro scopo, ma pensò che qualcuno doveva comunque farlo…


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Tra vendetta e perdono: il dilemma di chi non vede giustizia.

C’è chi lo chiama Far West, ma è davvero colpa dei cittadini se, di fronte a un sistema che non funziona, l’istinto sopravvive? Prendiamo il caso di uno dei tanti femminicidi a quasi due anni di distanza, già… con i genitori dell’assassino intercettati a minimizzare, quasi a volerlo giustificare…

Se questo è esser genitori”, scrivevo a luglio, allora non stupiamoci se la violenza diventa ereditaria. E mentre i bulli tormentano i deboli, gli stupratori camminano liberi, e i femminicidi si consumano tra una condanna sospesa e un permesso premio, lo Stato cosa fa con quei suoi governanti? Nulla… discute!

Forse è ora di ammetterlo: le leggi attuali non bastano più. Servono pene esemplari, certezze, non promesse. In Israele, ai familiari dei terroristi viene rasa al suolo la casa — un segnale chiaro: la colpa è collettiva.

Estremo? Forse. Ma quando lo Stato abdica, il cittadino si trasforma in giudice, boia e vittima insieme. E se la soluzione fosse proprio questa: colpire non solo il colpevole, ma chi lo ha cresciuto nell’odio? Chi ha girato lo sguardo?

Ma attenzione: c’è un confine tra giustizia e barbarie. Per questo, alla fine, resta una verità più alta: “ L’animo umano non appare mai così forte e nobile, come quando rinuncia alla vendetta” — link: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2020/07/lanimo-umano-non-appare-mai-cosi-forte.html

Perdonare infatti non è debolezza, è l’ultimo atto di fiducia in un’umanità che sembra aver smarrito sé stessa.

Eppure, finché i tribunali continueranno a fallire, finché un ragazzo morirà per 15 euro o una donna per un “ no”, la domanda resterà inchiodata alla coscienza di tutti: “ Chi paga, in questo Paese, per i reati commessi?”. La risposta, purtroppo, la conosciamo già. Sono sempre gli stessi a pagare: quelli che aspettavano giustizia, e hanno ricevuto solo silenzio.

Ci prepariamo a veder scendere il sipario della giustizia. Quel che si profila all’orizzonte è uno scenario da “ Far West” postmoderno e come nei film del grande Sergio Leone, ci ritroveremo a contare le “vittime” — coloro che, dopo essersi macchiati di crimini efferati, cadono sotto la vendetta dei familiari di chi hanno distrutto.

È la legge del taglione che torna a galla, l’antica giustizia privata che sostituisce codici e tribunali. E quando la ragione cede il passo al sangue, non resta che una domanda: Quanti morti ci vorranno prima che qualcuno dica ‘basta’?


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Giustizia negata, giustizia fatta: il dramma di chi non crede più nello Stato.


Sabato 4 febbraio 2017: Ecco cosa può accadere… quando non c’è giustizia!!!

Mercoledì 31 maggio 2017: Giustizia ritardata è giustizia negata!!!

Mercoledì 5 agosto 2020: L’animo umano non appare mai così forte e nobile, come quando rinuncia alla vendetta e osa perdonare un torto!!!

Sabato 3 febbraio 2024: Ma in questo Paese, chi paga effettivamente per i reati commessi???

Sabato 27 luglio 2024: Se questo è esser genitori: già… si comprende il perché accadono ogni giorno tragedie come quelle che purtroppo andiamo vivendo!!!

Quando una madre piange un figlio ucciso per un paio di cuffie, cosa resta da dire? Le parole si spezzano, e lo Stato — quello stesso Stato che dovrebbe punire, proteggere, garantire — diventa un eco lontano, un meccanismo arrugginito che gira a vuoto.

Eppure, quante volte l’abbiamo ripetuto: “Giustizia ritardata è giustizia negata”. Lo scrivevo nel 2017, e oggi, a distanza di anni, la storia si ripete con una ferocia quasi rituale. Madri che urlano in diretta tv, padri che impugnano pistole, familiari che smettono di aspettare. Perché? Perché i tribunali assolvono, le pene si riducono, i colpevoli tornano in strada prima del dolore delle vittime. E allora diventa inevitabile che qualcuno decide di chiudere i conti da solo…

Quelli sopra riportati non sono dei semplici post, sono moniti lasciati cadere nel tempo, pietre lanciate in uno stagno troppo spesso immobile. E oggi, mentre l’eco di un colpo di pistola risuona in una piazza, quelle parole tornano a bussare alla nostra coscienza con domande scomode: Avevamo previsto tutto questo? E soprattutto, potevamo evitarlo?

Perché quando la giustizia istituzionale vacilla, ciò che avanza non è il caos, ma qualcosa di più pericoloso: la rassegnazione. Quella stessa rassegnazione che trasforma un padre in giustiziere, una vittima in carnefice, un lutto in una condanna a vita senza appello. Non è un caso, non è follia. È il risultato matematico di un sistema che ha smesso di contare i fallimenti mentre illudeva di contare i giorni di pena.

Eppure, persino in questo baratro, una verità rimane: la giustizia “fai-da-te” non restituisce i figli uccisi, non risana le ferite, non costruisce società migliori. Al massimo, crea nuovi lutti e nuovi vuoti. Ma come biasimare chi, dopo anni di attesa, si è visto consegnare dalle istituzioni non una sentenza, ma un’amara beffa?

Forse il vero interrogativo non è “perché l’ha fatto?”, ma “cosa abbiamo fatto noi per evitarlo?”. Abbiamo ascoltato abbastanza le vittime? Abbiamo preteso che ogni condanna fosse all’altezza del dolore inflitto? O abbiamo accettato, con silenzio complice, che i tribunali diventassero fabbriche di promesse non mantenute?

Quel colpo di pistola ha ucciso due volte: un uomo, e simbolicamente, l’ultimo barlume di fiducia in uno Stato che dovrebbe proteggere ma troppo spesso delude. Ora tocca a noi scegliere: continuare a discutere di eccezioni e casi isolati, o ammettere che dietro ogni “gesto folle” si nasconde una lunga scia di giustizia mancata.

Perché come scrivevo anni fa, “l’animo umano è nobile quando perdona”… ma prima di arrivare alla nobiltà, deve attraversare il deserto della giustizia. E quando nel deserto non si trova neppure una goccia d’acqua, perfino i più forti possono impazzire.

Il cambiamento viene da dentro: ma fino a che punto la forza interna può piegare una dittatura?


La convinzione che un intervento esterno possa liberare un popolo da un regime oppressivo è una suggestione forte, seducente, ma la storia ci ha più volte dimostrato quanto essa sia fragile nella realtà dei fatti.

Le cose non funzionano quasi mai così. Dietro ogni tentativo di imporre il cambiamento con la forza si cela spesso un groviglio di conseguenze inaspettate, un caos difficile da controllare e un ritorno alla stabilità che nulla ha a che fare con la libertà auspicata.
Prendiamo l’Iran come esempio. Molti osservano quel Paese e vorrebbero che qualcosa cambiasse, che le donne possano camminare per strada senza dover temere di essere fermate, insultate o peggio, solo perché hanno osato scoprire i capelli.

Ma non si tratta soltanto dell’hijab: è un simbolo di controllo, di sottomissione, di un sistema che vede nelle donne non degli individui liberi, ma delle sentinelle della morale maschile. Eppure, anche se desideriamo ardentemente che quelle donne possano scegliere, dobbiamo chiederci: preferiamo donne vive sotto un regime ingiusto o donne morte per una libertà calata dall’esterno, con bombe e missili? La risposta, purtroppo, è chiara per chi vuole davvero il bene di quel popolo.

Il vero cambiamento, quello che dura, nasce sempre da dentro. Non è sufficiente che qualcuno da fuori decida di “aiutare”, per quanto buone possano essere le sue intenzioni. Il problema è che nei regimi autoritari, dove il potere si regge su pochi e su una rete di repressione ben consolidata, il popolo difficilmente riesce a ribellarsi in massa. Perché sa perfettamente cosa significherebbe: arresti, torture, morte.

Ma d’altronde, quanti sono stati realmente quei casi storici in cui un popolo ha fatto crollare il proprio regime dall’interno? Pochissimi. Quasi nessuno. Il muro di Berlino, ad esempio, è uno di quei momenti in cui sembrò che la pressione interna fosse sufficiente. Nessun esercito straniero entrò in Germania Est, nessun governo estero dette il via alla rivoluzione. Fu la gente comune, stanca di divisioni e menzogne, a spingere per abbattere quel muro. Forse un giorno accadrà anche in Iran, ma sarà una scelta loro, non un effetto collaterale di interessi geopolitici altrui.

I regimi autoritari, quando percepiscono una minaccia esterna, trovano sempre nuove ragioni per giustificare il proprio potere. Il nazionalismo diventa un collante potentissimo, capace di far dimenticare ai cittadini persino le ingiustizie quotidiane. Chi criticava il governo fino al giorno prima, improvvisamente si schiera con esso, non per fedeltà ideologica, ma per paura.

Paura del nemico esterno, paura di perdere quel poco che si ha. Israele lo sa bene: ogni conflitto ha sempre rafforzato il consenso verso i suoi leader, anche quelli più controversi. E in Iran, un attacco esterno avrebbe lo stesso effetto: gli ayatollah verrebbero riabilitati come paladini della patria, mentre i movimenti riformisti verrebbero costretti a tacere o a schierarsi con il regime, per non apparire traditori.

Guardiamo ciò che è accaduto in Iraq, in Afghanistan, in Siria. In Iraq è stato rovesciato Saddam Hussein, un dittatore sunnita, per installare un governo sciita, che poi si è rivelato filo-iraniano. Presto ci siamo accorti che quegli stessi sciiti non ci andavano più a genio e abbiamo ricominciato a guardare con interesse i sunniti, dimenticando però che furono proprio loro a dar vita all’ISIS. In Afghanistan, dopo anni di guerra, i talebani sono tornati al potere, gli stessi che erano stati combattuti con tanto impegno. In Siria, si voleva eliminare Assad, ma oggi trattiamo con ex jihadisti che esultarono per l’11 settembre. Già… un circolo vizioso senza fine, in cui i liberatori di ieri diventano i nemici di domani, e ogni azione genera reazioni imprevedibili.

Tutto questo insegna una cosa fondamentale: i cambiamenti imposti dall’esterno non portano democrazia né pace, ma instabilità, caos e sofferenza. Quei regimi cadono, certo, ma al loro posto spesso non arriva nulla di meglio. Anzi, il vuoto di potere crea nuovi mostri, nuove guerre civili, nuove oppressioni.

Difatti, credo che se in Iran dovesse partire una vera rivoluzione dal basso, vedremmo scappare i governanti, i militari, le loro famiglie, tutti coloro che hanno alimentato quel sistema. Vedremmo cadere statue, distruggere immagini, cancellare murales con urla di libertà che echeggerebbero in tutto il paese. Ma finché questa presa di coscienza non sarà collettiva, finché non saranno gli iraniani stessi a decidere di alzarsi, non credo che alcuna bomba possa servire a qualcosa. Al contrario, ogni esplosione sarebbe solo un passo ulteriore verso l’abisso.

Per questo, per quanto doloroso e lento, l’unico cammino sostenibile è quello della ribellione interna. È l’unica strada che, seppur insanguinata, può dare frutti duraturi. Ed è per questo che, nonostante il desiderio di vedere un Iran libero, in molti si stanno chiedendo: finché non sarà il popolo a muoversi, non sarebbe meglio lasciare stare le bombe e aspettare che la storia prenda il suo corso?

Il sottoscritto ritiene però che senza un sostegno esterno — certo non di natura militare, ma politico, culturale ed economico, proveniente soprattutto dalla comunità internazionale e in primo luogo dai paesi arabi — la rivolta interna auspicata, quella in cui il popolo iraniano trovi finalmente la forza di alzarsi e abbattere il regime, resti purtroppo una prospettiva assai remota.

Dopotutto, quanti anni sono passati? Quarantasei lunghi anni sotto il tallone di un governo religioso e militare che non ha mai vacillato davvero, nonostante le proteste, le rivolte giovanili, le lotte delle donne. Eppure nulla è servito a scalfire il potere radicato. Quindi, se dopo tanto tempo il sistema non è crollato, non possiamo — in questo particolare momento storico — ignorare che da solo quel popolo difficilmente riuscirà a liberarsi!

Il procuratore Nicola Gratteri e la verità scomoda di un Paese che convive con la mafia!

La mafia è cambiata, ma la retorica antimafia no e questa distanza tra realtà e narrazione ci dice molto su come oggi siamo disposti a guardare — o meglio, a non guardare — quel fenomeno che un tempo sembrava dover essere combattuto con ogni mezzo.
Il procuratore che tiene lezioni in televisione non è solo una scelta di sensibilizzazione, è il segnale che ormai siamo arrivati a un punto in cui parlare di mafia serve più a tranquillizzare la coscienza collettiva che a contrastarla realmente.

La verità…? Il Paese ha deciso di convivere con essa, non per paura, non per rassegnazione, ma perché si è fatta strada l’idea che in fondo, in qualche modo, essa funzioni da collante sociale, un male necessario che permette a tanti di ottenere qualcosa senza troppi passaggi burocratici né troppe attese.

Mentre i notiziari raccontano di guerre lontane, di sbarchi quotidiani e di temperature sempre più estreme, la mafia continua a lavorare silenziosa, quasi invisibile, dentro quei meccanismi che tengono insieme un sistema fragile e precario.

Non è più quella che ti minaccia alla porta di casa, è piuttosto quella che ti fa avere il posto fisso al mercato comunale, che ti assicura un posto in ospedale fuori lista d’attesa, che ti fa assumere tuo cugino anche se non ha esperienza.

Ecco, questa è la mafia di oggi, non solo criminalità organizzata ma rete informale di scambi, favori, promesse mantenute, dove il confine tra legale e illegale si fa sempre più sottile fino a sparire del tutto.

E allora, mentre si discute di etica pubblica e di legalità, ci si dimentica che molte persone vivono grazie a quelle pratiche che ufficialmente condanniamo. Non parliamo più di complicità esplicite, di omertà urlata nei vicoli dei paesi, ma di una sorta di adattamento quotidiano, una specie di contratto sociale non scritto in base al quale accetti di chiudere un occhio purché ti sia garantita una vita meno complicata.

Difatti… la mafia non viene più combattuta perché in fondo sono in molti a beneficiarne, direttamente o indirettamente, e nessuno vuole rinunciare al proprio tornaconto pur di mantenere un minimo di equilibrio esistenziale. Un vero schifo, viene il vomito solo a pensarci. Tutti coloro che prendono dalla mafia sono spesso ancor più schifosi degli stessi mafiosi. Siano essi politici, uomini delle istituzioni, magistrati, forze dell’ordine, dirigenti o funzionari pubblici, direttori dei lavori, responsabili della sicurezza, personale della pubblica amministrazione, addetti ai controlli e via dicendo. Un calderone pieno zeppo, sì… anche di quei comuni delinquenti le cui foto vediamo ogni giorno pubblicate sul web, persone che sopravvivono grazie alla mafia e che ne sono, molto spesso, diretti affiliati.

Già… il problema non è più soltanto il silenzio delle istituzioni, ma quel torpore diffuso, quella rassegnata indifferenza che ha preso il posto dell’indignazione. La gente comune ha smesso di ribellarsi davvero, ha imparato a convivere con il marcio, come se fosse una pioggia fastidiosa ma inevitabile. E allora arriva il procuratore Nicola Gratteri, che con le sue parole in tv cerca di scuotere le coscienze, soprattutto quelle dei giovani, sperando in un risveglio collettivo.

Ma quanti, dopo averlo ascoltato, si sentono improvvisamente in pace con sé stessi, come se quella mezz’ora di retorica antimafia bastasse a lavare la loro coscienza? Quanti escono dalla catarsi emotiva del discorso per poi tornare, il giorno dopo, a intascare la bustarella, a cercare la raccomandazione, a voltarsi dall’altra parte? È un gioco pericoloso: credere che ascoltare sia già agire, che indignarsi a parole equivalga a cambiare le cose. Intanto, la mafia ringrazia. Perché sa che finché ci accontenteremo di sentirci puliti solo per aver prestato orecchio, lei continuerà a vincere.

Ma come ripeto ormai da anni, nulla più mi sorprende e soprattutto di una cosa mi sono convinto: il vero dramma non è la mafia, ma la consapevolezza che ormai essa non fa più notizia, non scandalizza più, non mobilita più. È diventata parte del paesaggio, una presenza costante e scontata come la pioggia a novembre o il caldo afoso d’agosto.

E quando persino i mezzi d’opera nei cantieri o quelli agricoli in agricoltura provocano più morti di quelli compiuti dalla criminalità organizzata, mi chiedo se la battaglia antimafia abbia ancora senso oppure se non sia il caso di ammettere — una volta e per tutte — che siamo noi, già… ciascuno di noi ( o quantomeno consentitemi di fare una precisazione: tutti coloro che partecipano costantemente a quel malaffare…), con le nostre piccole complicità quotidiane, a mantenerla viva e vegeta!

Tra ostaggi e illusioni: perché i colloqui su Gaza sono destinati a fallire.

Si è conclusa in nulla la seconda sessione dei negoziati su Gaza, eppure i media continuano a raccontarcela come una semplice battuta d’arresto, un ostacolo temporaneo…

Ma la verità è che qui non si tratta di un banale intoppo diplomatico, bensì dell’ennesima dimostrazione di come la politica internazionale venga gestita con miopia e sudditanza.

Il “grosso ostacolo” di cui parlano, il mancato rilascio degli ostaggi, non è un dettaglio negoziale, è la sostanza stessa del conflitto. Israele ha chiarito da mesi che senza quel gesto non ci sarà tregua, non ci sarà pace, eppure c’è ancora chi si ostina a credere che basti un vertice, una stretta di mano, una promessa vuota per cambiare le carte in tavola.

I funzionari anonimi intervistati dicono che i negoziati continueranno, come se la perseveranza bastasse a colmare l’abisso tra le parti. Hamas “spera di raggiungere un accordo”, dicono. Ma quale accordo può mai esserci con chi ha pianificato il massacro del 7 ottobre, con chi ha trasformato il sangue di 1200 innocenti in una moneta di scambio?

È grottesco persino doverlo ripetere, eppure sembra che in troppi abbiano già rimosso l’orrore di quel giorno, come se fosse un incidente di percorso e non la scintilla che ha ridisegnato i contorni di questo conflitto.

E mentre Hamas ammette di aver perso l’80% del controllo su Gaza, ecco spuntare la solita retorica della “pressione negoziale”, come se Israele dovesse fermarsi proprio ora, proprio quando la vittoria militare è a portata di mano.

Qualcuno sussurra che Tel Aviv potrebbe estendere le operazioni alla Cisgiordania, ed è allora che scatta il panico diplomatico, l’urgenza artificiale di trovare una soluzione. Ma Israele nega, smentisce, ribadisce che i colloqui proseguono. E intanto, sul campo, nulla cambia: gli aiuti umanitari continuano a essere bloccati, la popolazione di Gaza soffoca, e la guerra non accenna a placarsi.

Trump annuncia ottimisticamente che ci sono “buone possibilità” per un accordo, come se la questione fosse una trattativa immobiliare da chiudere con una stretta di mano. “Abbiamo già liberato molti ostaggi”, dice, come se fosse merito suo, come se il resto fosse solo una formalità.

Ma la realtà è che finché un solo ostaggio rimarrà nelle mani di Hamas, Israele non si fermerà. E chi crede il contrario, chi sogna una soluzione diplomatica senza aver capito la posta in gioco, sta solo illudendo se stesso e gli altri.

E allora, mentre i nostri governanti si affannano a ripetere i copioni scritti da altri, mentre i media ci raccontano una pace che non esiste, la verità è semplice e spietata: questa guerra finirà solo quando Israele deciderà che è finita. E quando quel giorno arriverà, Gaza non sarà più la stessa.

Forse non ci sarà più. E a quel punto, tutti quei discorsi sui negoziati, sui cessate il fuoco, sulle soluzioni condivise, suoneranno come quello che sono sempre stati: parole vuote in un mondo che non ha più tempo per le illusioni.

Se l’Antimafia è un albero nella foresta della corruzione, in Sicilia è una giungla!

La Sicilia è un teatro dove le ombre del potere si confondono con la luce del giorno, e ciò che dovrebbe essere un baluardo contro il male finisce per assomigliargli in modo inquietante. 
L’ultimo atto di questa tragedia infinita è la condanna a dodici anni per corruzione di un uomo che un tempo siedeva tra i vicepresidenti della commissione antimafia. Un paradosso che non stupisce più, perché l’isola ha imparato a convivere con l’amaro sapore dell’ipocrisia istituzionale.

“Se vuoi nascondere un albero, piantalo in una foresta”, già… dicevano bene gli inquirenti, riferendosi a una presunta loggia massonica segreta nascosta tra quelle ufficiali. Ma altri loro colleghi hanno smentito, cancellando con una sentenza l’esistenza di quell’ombra. Peccato che, anche senza logge segrete, il male fosse lì, evidente, tra scambi di favori, minacce velate e poliziotti che facevano da “gole profonde” per proteggere gli amici sbagliati.

Il sistema, si sa, funziona così: non servono giuramenti segreti quando basta un’amicizia influente per piegare le istituzioni a proprio piacimento. L’ex vicepresidente della commissione antimafia muoveva i fili di una rete che includeva medici, funzionari dell’Inps, presidenti di enti formativi e persino uomini in divisa. Invalidità fabbricate su misura, carriere pilotate, informazioni riservate sussurrate al momento giusto. Tutto legale, si difendevano gli imputati.

Peccato che i giudici abbiano visto ben altro: un “cerchio magico” dove la corruzione era moneta corrente, e il consenso elettorale la scusa perfetta per coprire affari sporchi.

Quello che emerge è un meccanismo perfetto nella sua perversione. Non servono mandanti né esecutori quando tutti sono complici. La segreteria politica dell’ex parlamentare era uno “sportello unico” per risolvere problemi, dove ogni richiesta trovava la sua soluzione, purché si appartenesse al clan giusto.

E gli uomi delle forze dell’ordine? Non servivano a combattere il crimine, ma a proteggerlo, rivelando indagini in corso a chi avrebbero dovuto arrestare. Una beffa che si trasforma in tragedia, perché se persino chi dovrebbe contrastare la mafia ne diventa strumento, allora il fallimento non è solo di alcuni uomini, ma di un intero sistema.

Eppure, nonostante le condanne, nulla cambierà. Perché questa non è la storia di una maniglia marcia da sostituire, ma di un edificio che poggia su fondamenta corrotte!

La massoneria ufficiale o quella segreta poco importa: il vero problema è che il male si annida lì dove dovrebbe essere combattuto. Nelle procure, nelle commissioni, tra le forze dell’ordine.

Una verità scomoda, ma innegabile. La Sicilia continua a sanguinare, e chi dovrebbe medicare le ferite è — ahimè — spesso chi le infligge!

Finchè non estirpiamo questo marciume, non ci sarà  futuro per il Paese.

C’è qualcosa di profondamente malato nel modo in cui il potere si muove, qualcosa che va ben oltre la corruzione occasionale e che affonda le sue radici in un sistema costruito per proteggere se stesso e i suoi protagonisti. 

Osservate con attenzione tutti quei politici che all’improvviso decidono di dimettersi, quasi sempre poco prima che emergano notizie poco piacevoli sul loro conto, noterete come il più delle volte, non si tratta di vere rinunce ma solo di manovre preventive, una sorta di passo indietro calcolato per non bruciare definitivamente la propria immagine e lasciare aperta una porta da cui rientrare quando l’attenzione si sarà spostata altrove. 

A questi soggetti si sommano poi tutta una serie di imprenditori che, pur essendo sotto inchiesta (o addirittura esser stati già condannati…), continuano a vincere appalti pubblici, aggiudicandosi commesse milionarie come se nulla fosse. 

Tutti sanno, ma nessuno fa niente! Le Istituzioni tacciono, chi dovrebbe vigilare sembra guardare da un’altra parte e alla fine ci ritroviamo a parlare di quei meschini impiegati pubblici, “infedeli”, che compaiono puntualmente nelle liste dell’agenda di quell’imprenditore che ogni mese si premura di far arrivare a ciascuno la sua bustarella.

Questo non è frutto del caso, né tantomeno di singole deviazioni morali. No, è qualcosa di più strutturato, un meccanismo perverso e perfettamente oliato dove politica e alcuni pezzi dello Stato si intrecciano in un gioco sporco che ha poco a che fare con il bene comune e molto con l’arricchimento di pochi. 

Pensiamo ai casi recenti: politici indagati per associazione a delinquere, voto di scambio, tangenti, truffa, turbativa d’asta. Sono centinaia i nomi coinvolti, eppure molti di loro occupano ancora ruoli di potere, altri gestiscono affari con la stessa naturalezza di sempre, distribuendo incarichi e favori ai loro fedelissimi. 

La cosa più assurda non è neanche il fatto che siano finiti nei guai, quanto il modo in cui il sistema reagisce al loro allontanamento apparente. Si crea immediatamente un vuoto che viene colmato da altri imprenditori con interdittive alle spalle, da funzionari infedeli che ormai da anni alterano gare d’appalto senza mai essere fermati, cui seguono assessori che fanno da ponte tra soldi pubblici e interessi privati.

E quando finalmente qualche inchiesta giudiziaria comincia a scoperchiare il vaso, ecco che improvvisamente arrivano le dimissioni, sempre motivate da ragioni personali o familiari. Una commedia all’italiana, recitata così tante volte da aver perso ogni credibilità. Ma quanti sono realmente caduti in disgrazia? 

Quanti hanno davvero pagato per i loro errori? Ormai da oltre trent’anni assistiamo a questa sceneggiata, riproposta in ogni città, in ogni regione, come se fosse diventata la regola e non l’eccezione. Non si tratta più di singoli episodi isolati, ma di un vero e proprio metodo, consolidato nel tempo e ormai radicato nella nostra quotidianità.

L’imprenditoria malsana, quella che negli anni abbiamo visto sfilare in televisione, sui giornali e sui social, non ha servito soltanto la criminalità organizzata, ha altresì alimentato anche quel pezzo dello Stato che avrebbe dovuto controllarla. 

Funzionari, dirigenti, politici che invece di vigilare sono diventati complici, garantendo che il flusso di denaro e soprattutto i favori non si interrompessero mai. Un circolo vizioso in cui la politica si nutre di affari sporchi e gli affari sporchi si nutrono della politica, in un abbraccio mortale che strangola ogni possibilità di cambiamento.

Allora chiedo: chi mai potrà smantellare questo meccanismo? Se la politica continua a perseguire i propri interessi opachi, gli scandali che leggiamo ogni giorno saranno semplicemente fuochi di paglia, destinati a spegnersi senza lasciare traccia. 

La corruzione non è più un incidente di percorso, è diventata strutturale, quasi inevitabile. È come un cancro che si autoalimenta grazie a politici corrotti finanziati da imprenditori poco puliti o legati alla criminalità, i quali a loro volta chiedono favori a burocrati che, in cambio della carriera, chiudono entrambi gli occhi.

Ma una speranza c’è. Forse dobbiamo tornare a quel momento storico del 1945, quando il Paese, dopo anni di guerra e umiliazioni, seppe rialzarsi, capì che era necessario ricostruire tutto, partendo da zero e abbandonando il marciume del passato. 

Solo così potremo sognare un’Italia diversa, equa, senza diseguaglianze, senza ladri nascosti dietro poltrone istituzionali. Dobbiamo trovare il coraggio di estirpare questa malattia, di liberare il Paese da chi lo sta soffocando, perché solo eliminando il male alla radice potremo sperare di riavere un Paese degno di essere chiamato tale.

SCANDALO: Fondi rubati alla Sicilia per finire al Nord! E il Governo Regionale? MUTO davanti alle promesse tradite!

Ho ascoltato ieri l’ennesimo notiziario pubblicato su una pagina social di “Tik Tok” al link: https://vm.tiktok.com/ZNdkdLWDj/  dove si faceva riferimento agli ennesimi tagli dei fondi destinati alla Sicilia che ahimè sono stati destinati verso il nord Italia!!!

Nel leggere notizie come queste mi chiedo come sia possibile che molti di quei lacchè, tra i miei conterranei, votino ancora per quei partiti attualmente posti al governo nazionale che dimostrano in maniera chiara che ci stanno derubando!

Ma d’altronde li ho visti, qualche anno fa, sì… quando posti in fila chiedevano (sembrava di essere ai tempi di Maria Antonietta, regina di Francia, quando – si dice – pronunciò quella sua famosa frase“se non hanno pane, dategli le brioches”; sappiamo come nuovi studi abbiano affermato che la frase sia stata originariamente utilizzata in un romanzo di Rousseau per rappresentare il disprezzo dell’aristocrazia e quindi di quell’allora governanti nei confronti del popolo, molto prima della nota “Rivoluzione”…) e come adulatori in maniera servile, aspettavano che quegli individui porgessero loro un saluto, una stretta di mano o ancor peggio, firmassero (quelle fotografie stampate, consegnate a modello “santino”) loro… l’autografo!!! 
Ma di chi poi? Ditemi… ma chi caz… sono questi soggetti per desiderare un loro autografo? Credetemi sulla parola, a vedere ciascuno di loro mi è venuto il vomito, ero presente casualmente in una Hall d’Albergo quando, appoggiato a un pilastro, osservavo la servile meschinità umana, sì di tutti quei soggetti, “leccapiedi“… per non voler esser più scurrile!

E questo è il ringraziamento per le preferenze concesse a quei soggetti, le stesse che hanno permesso loro di sedere in quelle poltrone a Roma per governarci!!! Ed allora, rivolgendomi a quei miei conterranei: mi raccomando, la prossima volta mettetevi in fila, fate le corse in quelle urne per consegnare a loro la vostra preferenza!!!

Minc…. ho sempre pensato sin da ragazzo con orgoglio di essere siciliano, di poter dire, io mio sento come un Leone, una Tigre, aggiungerei un Gattopardo! Ma crescendo e osservando il mondo che mi circonda, mi sono accorto come negli anni, quelli che erano come il sottoscritto, si sono piegati al sistema, ai compromessi, alle regole, alle bustarelle, già… al malaffare, ed oggi, ecco che mi ritrovo circondato da sciacalletti, iene, e da questi nuovi politici nazionali, imitazioni di quelli che furono i gattopardi, insieme a tutti questi sciacalli e pecore, che – per una congiuntura terribile – si sentono di essere il sale della terra!     

E così i nostri miliardi se ne vanno in silenzio, sì come nella mia immagine di sopra, insieme alla cenere dell’etna,  (già… perché quanti avrebbero docuto ribellarsi da Palazzo D’Orleans, sono gli stessi a cui è stata data loro quella poltrona…) e così le opere che dovevano essere compiute con quel nostro denaro, se ne vanno in fumo…

Parliamo ad esempio del collegamento ferroviario veloce tra Palermo e Catania che non è solo fermo, ma ormai sembra cancellato ancora prima di partire. La notizia del ritardo nella consegna – inizialmente prevista per giugno 2026 – è stata bruciata da un colpo ancora più duro: i fondi del Pnrr destinati al progetto sono stati dirottati verso altre regioni. Lo annuncia con forza Anthony Barbagallo, segretario regionale del Pd Sicilia: “Un treno che non parte neanche sulla carta“.

Ma a chi dare la colpa? Per Barbagallo, il presidente della Regione Schifani si muove sempre troppo tardi, e quando lo fa, preferisce scaricare le responsabilità sui dirigenti regionali piuttosto che ammettere il fallimento di una gestione politica inefficiente: “Schifani – accusa – anziché convocare tardivamente i direttori generali, dovrebbe iniziare ad assumersi le sue responsabilità. I fondi vengono spostati perché altre Regioni si sono dimostrate più pronte, efficienti e capaci di programmare. Noi no“. 

Non ha tutti i torti il segretario regionale del Pd Sicilia, Anthony Barbagallo, nel ricordare che i vertici della burocrazia siciliana non nascono da scelte meritocratiche: Sono spesso espressione di logiche clientelari, dove contano più gli equilibri interni alle coalizioni che la competenza. Basti pensare al caso del capo della Pianificazione strategica, legato allo scandalo dei referti falsificati a Trapani e tuttora in carica, nonostante le richieste di rimozione. Mentre Schifani improvvisamente si sveglia dal torpore per criticare i suoi stessi collaboratori, non ha esitato a espandere l’organico dell’Ufficio Cerimoniale da 24 a oltre 100 unità. Una scelta paradossale, che dice molto su priorità e visione.

A denunciare il caos è anche Roberta Schillaci, vicecapogruppo M5S all’Ars: “Questa settimana niente lavori in Aula, il governo manca all’appello mentre la Sicilia affonda. Sanità in crisi, lavoro precario, infrastrutture abbandonate. L’ultimo colpo arriva proprio dalla decisione di sfilare i fondi Pnrr alla tratta Palermo-Catania per destinarli altrove. È indecente, ma forse ‘indecente’ non basta. Chiediamo da mesi un confronto sullo sfascio della sanità, ma il governo continua a occuparsi d’altro. Dopo quattro mesi, non c’è nemmeno il direttore generale dell’Asp di Palermo. Quando finalmente Schifani smetterà di litigare con la sua maggioranza e tornerà in aula”?

Ketty Damante, senatrice M5S e membro della commissione Bilancio, aggiunge: “Se sognate un treno veloce tra Palermo e Catania, dimenticatevelo. La scure del ministro Foti si abbatte sulle già fragili infrastrutture siciliane. Mentre si illude con il Ponte sullo Stretto, qui tagliano 37 chilometri di alta velocità. I fondi Pnrr non saranno spesi in tempo, quindi tanto vale spostarli. Peccato che così dovranno essere presi da altri progetti, magari già programmati. Il risultato? Nulla si salva”.

Per Pino Gesmundo della Cgil, il problema è strutturale: “Salvini, più che ‘quello del fare’, sembra ‘quello del non fare’. Se avesse investito energie nel Pnrr invece che su un’opera simbolo come il Ponte, oggi staremmo meglio. Al Consiglio dei Ministri si è discusso della revisione del Piano, evidenziando i numerosi ritardi nelle opere strategiche: Palermo-Catania, Salerno-Reggio Calabria, Terzo Valico… ovunque, solo ritardi”.

E Jose Marano, deputata M5S e vicepresidente della commissione Territorio all’Ars, conclude amaramente: “Dall’alta velocità all’alta incapacità il passo è stato breve. Due lotti fermi, promesse svanite. Ora i cittadini pagheranno il prezzo di una gestione pasticciata. Le motivazioni ufficiali? Siccità e mancanza di operai specializzati. Ma questa è una beffa. Non ci sarà nessun treno veloce entro il 2026 e bisognerà trovare nuovi fondi, sottraendoli ad altri interventi. Qualcuno dovrà rispondere di questo danno enorme per la comunità”.

E la Sicilia aspetta, ancora una volta. Mentre le promesse si trasformano in cenere, proprio come quella che sale dal nostro Etna e si disperde nel vento, mentre i treni, ahimè, restano fermi in stazione.

La criminalità che abita in noi (Parte 2).

Come riportavo ieri, se la criminalità fosse solo violenza, sarebbe più facile da combattere. Ma il suo vero potere non sta nelle armi o nei boss con la coppola: sta nella capacità di normalizzarsi, di diventare un pezzo accettato – o quantomeno tollerato – del sistema.

Ecco perché oggi la mafia non spara, ma si siede al tavolo delle trattative. Non minaccia, ma convince e purtroppo, ci riesce benissimo, perché trova una società che, in molti casi, le tende la mano senza nemmeno rendersene conto.

Ma c’è anche un altro grave proplema da affrontare: l’ambiguità delle istituzioni, già… perchè Stato e criminalità si sfiorano e non parlo solo di funzionari corrotti o di politici collusi. Il problema è più sottile, più radicato: cosa succede quando chi amministra condivide, anche solo in parte, la stessa mentalità di chi delinque?

Pensiamo agli appalti “puliti” ma pilotati: già… un’impresa vicina alla criminalità vince una gara senza infrangere alcuna regola! Semplicemente, gli altri competitor sanno che non conviene partecipare. Nessuno viene arrestato, nessun documento è falso. Eppure, qualcosa non va…

O pensiamo ai politici condannati ma mai dimissionari. Un tempo, un semplice sospetto bastava a mettere fine a una carriera pubblica. Oggi, persino una sentenza definitiva non sempre induce all’esclusione. È un segnale chiaro: il successo – elettorale, economico, sociale – giustifica tutto.

In questo contesto, la criminalità non deve nemmeno faticare per infiltrarsi: basta aspettare che il sistema si adatti ai suoi valori.

Perché la violenza è solo l’ultima ratio; le sparatorie, i cadaveri per strada, i clan che si combattono fanno notizia, fanno paura, fanno scandalo, ma alla fine rappresentano solo la punta dell’iceberg.

Prima di arrivare alle armi, la criminalità organizzata preferisce lavorare nell’ombra, con metodi meno visibili ma infinitamente più efficaci: il consenso, offrire lavoro dove lo Stato manca, distribuire favori, creare dipendenze economiche, entrare nel tessuto sociale attraverso cooperative, fondazioni, attività commerciali.

Ecco quindi l’omertà culturale: non serve minacciare se basta uno sguardo, un silenzio, una frase sussurrata per far capire che “chi fa domande è un problema”. La paura si diffonde senza urla, senza colpi di pistola.

Ecco perché i periodi di “pace” sono spesso ingannevoli: la mafia  non è in crisi, sta semplicemente lavorando meglio che mai, in silenzio.

Come contrastarla? Meno crociate, più competenza

La lotta alla criminalità organizzata non può affidarsi a slanci emotivi, indignazione a scaglie o commemorazioni retoriche. Serve altro. Serve di più.

Studiare il fenomeno senza pregiudizi: smettiamola di pensare alla mafia come a un gruppo di analfabeti arretrati. È un’organizzazione complessa, flessibile, imprenditoriale. Va studiata con metodo scientifico, con analisi serie e dati reali.

Servono osservatori permanenti, non solo indagini spot  non basta intervenire dopo il danno. Bisogna monitorare in anticipo, intercettare i segnali deboli, formare figure professionali capaci di leggere i territori.

Colpire i valori, non solo i comportamenti: se la società ammira il furbo, il “vincente” a tutti i costi, il “capace di arrangiarsi”, ogni arresto sarà vano. Dobbiamo cambiare linguaggio, cultura, modelli di riferimento. A cominciare dalla scuola, dai media, dal modo in cui raccontiamo il successo.

Ridare dignità alle istituzioni: se lo Stato non è credibile, la criminalità offre alternative. Servono uomini e donne che non siano solo onesti, ma culturalmente immuni alla mentalità mafiosa. Funzionari, dirigenti, politici che non solo rispettino le regole, ma ne siano convinti custodi.

Ecco perché la criminalità siamo noi!!!

Certo, non siamo tutti complici, ma viviamo in una società che, spesso inconsapevolmente, produce mafiosità, accettando quotidianamente piccole illegalità, idolatrando il denaro facile e giustificando chi “ce l’ha fatta a tutti i costi”.

Sì… c’è comunque una buona notizia, eprché se il problema è culturale, allora la soluzione può esserlo altrettanto, ma serve una grande rabbia per vedere un cambiamento, ma soprattutto una rabbia quotidiana fatta di scelte concrete e di esempi autorevoli.

Perché non esistono dei mostri da abbattere, ma cè necessità di ricostruire una società: dal basso, dall’alto, dentro ognuno di noi!

Sì… ma tanto non succede niente.

Quante volte l’abbiamo detto dopo ogni scandalo? 

Già… dopo ogni arresto per corruzione, traffico di potere, concussione: un funzionario con le mani nel vaso, un politico che riceve denaro al buio, un colletto bianco che stringe accordi sporchi. 

Eppure la solita eco torna puntale: Sì… ma tanto non succede niente

Ma come potrebbe cambiare qualcosa in questo Paese che difende chi sbaglia? Sì… dove lo Stato scrive leggi come scudi, non come spade, un Paese che promuove norme che non spazzano via il marcio ma viceversa lo incastonano nel sistema, rendendolo intoccabile? Dove la complicità si maschera da legalità e chi dovrebbe pagare non paga mai? 

E tutto questo grazie allo Stato stesso, ai suo uomini/donne che promuovono queste riforme per pararsi il c…, una politica che non solo non agisce, ma firma, ratifica e soprattutto si piega a chi ha interesse a non cambiare mai!

Io nel mio piccolo ci ho provato. Già molti anni a portare alla luce scheletri che altri volevano sepolti, ma ogni volta ritrovo semrpe lo stesso schema: gente farabutta che fa dell’illegalità il proprio vivere, sostenitori e lecchinio che promuovo e foraggiano con le loro azioni quotidiane quel sistema illegale a cui poi si somma una giustizia lenta, inceppata, con leggi trasformate in scappatoie e così chi denuncia, quei pochi esigui individui che hanno fatto della purezza d’animo il loro vivere quotidiano, non solo devono scontrarsi con quei muri di gomma collusi, ma ahimè vengono traditi da chi viceversa avrebbe dovuto proteggerli.  

Il tradimento più grave? Non è solo la corruzione, ma la sua normalizzazione, l’averla trasformata in routine, in prassi. Perché quando diventa “normale”, diventa invincibile!

Ogni riforma che rallenta i processi, ogni norma che protegge i colpevoli, ogni legge scritta su misura per i potenti: non è una battaglia contro il crimine. È un accordo con esso!

E lo Stato? Lo Stato è certamente complice. Quelle norme approvate per finta, quelle regole scritte a favore di chi comanda, sono un colpo al cuore di chi crede ancora in uno Stato giusto ed equo.

Che schifo. Che vergogna…. dopo anni a cercare di cambiare le cose, a rompere schemi immutabili, ci si ritrova con le mani vuote, perché chi doveva riscrivere le regole, le ha ridisegnate per chi non vuole che nulla si muova…

E allora sì, forse è tempo di contare i giorni, di pensare a una vita diversa, lontano da questo Paese ingrato, dove lo Stato non protegge i cittadini, ma i potenti. Dove la corruzione non è un cancro da estirpare, ma un affare da gestire.

Ma prima di andare via – riferendomi a tutti quei soggetti ancora perbene – dovrebbero chiedersi: fino a quando permetteremo che il gioco resti sempre lo stesso?

Sì… immagino che starete pensando: “ma tanto non succede niente”. Ed allora iniziate voi con i vostri gesti: rifiutatevi quando vi viene chiesto un “favore”, abbandonate quelle adulazioni che sanno di “ipocrisie ricamate“, non scambiate la vostra dignità per una promessa o una bustarella, sapendo a priori che accettandola, si diventa indissolubilmente compromessi, con quei soggetti corroti e con quel sistema marcio da loro rappresentato, che negli anni, avevate criticato e odiato!

E tu, da che parte stai? Quella di chi aspetta o di chi prova ( o quantomeno proverà…) a cambiare le cose?

Si arresta, si sequestra, si sbatte in prima pagina… e poi?

Lasciami raccontarti una storia, ma non quella che leggi sui giornali, ma quella che sta sotto, già… nascosta tra le righe, invisibile ai più, quella comunque che davvero muove tutte le cose e Dio in questo… centra nulla.

Immaginatevi un parcheggio deserto, una busta che passa di mano, due persone che si sfiorano casualmente, oppure se volete sciegliete un ufficio, preferibilmente anonimo, dove la porta chiusa nasconde qualcosa di più di un semplice “colloquio”, si lo scenario potete cambiarlo a vostro piacimento, ma il copione vedrete, resterà sempre lo stesso: mazzette, promesse, favori!

E poi improvvisamente giunge la notizia, esplode come i botti di Capodanno, tutti iniziano a parlarne, i titoli sui quotidiani urlano e i social s’infiammano!
I nomi degli indagati arrestati sono pubblici, manette, lo scandalo ha toccato incredibilmente soggetti al di sopra di ogni sospetto. Ed eccoli quindi i cittadini, indignati, pronti a puntare il dito e a tirare la pietra. 
Ma… aspettate un attimo, sì… soffermiamoci, facciamo un bel respiro profondo, iniziando a guardare oltre la superficie.

Sì… perché ciascuno di noi sa bene cosa accadrà dopo? Nulla. Già… assolutamente nulla e quei soggetti, restano tra noi, impuniti, anche se a volte… condannati!

Perché il sistema non trema, non si ferma, non s’indigna e soprattutto non ha minimamente paura, perché tutti coloro che vivono grazie ad esso sanno bene che questa storia è come la sceneggiatura di quel film ,”Via col vento”, già…”domani sarà un altro giorno”.

E difatti un altro giorno significa un’altra mazzetta, un nuovo accordo sottobanco, sì… certo, cambiano i nomi, i luoghi, i dettagli, ma il meccanismo “oleato” resta identico, quasi fosse un orologio (non uno d’imitazione come quelli che si vedono su “Tik Tok”, bensì uno di lusso, sì… ricevuto in cambio delle concessioni compiute illegalmente, portato tra l’altro da questi soggetti in maniera indegna al polso; osservandoli penso: quanto vale possedere un modico orologio da 10 euro, sapendo di aver salvaguardato la propria dignità…), solo che invece di ticchettare l’ora, quello strumento fa tintinnare il ricordardo nella mente, sì… di quando ricevere nuovamente quella mazzetta.

E allora vi chiedo: pensate davvero che oggi sarà diverso da ieri? Che domani sarà diverso da oggi? No… non lo è, e non lo sarà, anche se poi, come ingenui spettatori, applaudiamo quanto compiuto dalle forze dell’ordine e dalla magistratura, convinti che qualcosa stia realmente cambiando. Ma dentro di noi, nel nostro profondo, lo sappiamo bene: è solo fumo negli occhi!

Perché il problema non è quel singolo dirigente, funzionario, imprenditore, politico, mafioso, no… il problema è il sistema che lo alimenta, che permette a chi dovrebbe controllare, vigilare, denunciare, non restare in quella stanza e far finta di non vedere “l’elefante”, perché anche quando non si partecipa direttamente, quando la mazzetta (a differenza dei suoi colleghi) non viene presa, quando si riesce a fare a meno di quegli introiti non dichiarati, beh… questa decisione, vi assicuro, non è per nulla meglio di quella corruzione, perché, preferire non denunciare per paura, non fare il proprio dovere e quindi non opporsi a quel sistema corrotto, forse anche perché si temono ripercussioni personali e/o familiari, non giustifica i silenzi …

Difatti, nell’esser ignavi, si è scelto di essere – se pur senza prendere bustarelle e quindi con le mani vuote – complici e quindi colpevoli! 

Mi chiedo ogni giorno come sia possibile ciò, ma soprattutto perché accettiamo questo? Perché i miei connazionali onesti si limitiamo a guardare, a commentare, a indignarsi per un giorno, per poi riprendere la loro vita come se nulla fosse? 

Lo so… non dico che sarebbe facile, ma almeno sarebbe onesto…

Cosa nostra, 'ndrangheta e camorra: uno per tutti, tutti per uno!

Già… sembra che ormai, anche le organizzazioni criminali si siano date all’antica lingua latina: Unus pro omnibus, omnes pro uno: Tutti per uno, uno per tutti!

Un motto da romanzo cavalleresco, da eroi senza macchia. E invece no. Oggi è il mantra di chi eroico non ha nulla, ma di strategico ha tutto!

Perché quando cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra decidono di fare squadra, il business non è più una guerra tra clan: è un consorzio: Un sistema “lombardo“, perfettamente oliato, che tra Milano e Varese riscrive le regole del potere criminale.

E così nell’aula bunker di Opera, i nomi che leggeremo non saranno solo siciliani, calabresi o campani, ma saranno ibridi. Mandamenti del Sud che vanno a braccetto con cosche del Nord, tutti imputati per lo stesso reato: associazione mafiosa come “consorzio delle tre mafie“. 

Un anno fa, il Tribunale del Riesame e la Cassazione avevano condotto in carcere 41 indagati, ma la verità è che il processo più grande è già scritto: l’unione fa la forza e soprattutto il profitto.

Sì… una volta, al Nord, si ammazzavano per un porto, un appalto, una chilo di coca, oggi no! Hanno capito che il sangue costa, mentre i soldi stanno nelle mani giunte. E allora via alle “joint-venture“: la droga viaggia sulle stesse rotte, il riciclaggio usa gli stessi professionisti, i territori si spartiscono come azioni di una “S.p.A.”, sì… criminale!

Unus pro omnibus“, ovvero… ogni membro, ogni clan, è un tassello di un mosaico che vale più della somma delle parti. Se la ‘ndrangheta domina i rapporti con la Svizzera, i siciliani gestiscono i contatti con gli emiri, i campani il controllo delle periferie. E tutti si coprono le spalle, perché il nemico non è più l’altro clan, ma lo Stato!

E così, ironia della sorte, mentre la politica fatica a trovare alleanze, le mafie hanno fatto l’accordo di governo perfetto. 

Niente più faide, solo dividendi. E quel motto dei Tre Moschettieri? È la loro arma più moderna: fiducia. 

Perché quando un picciotto sa che può contare su un avvocato calabrese, un prestanome milanese e un corriere napoletano, il mercato è infinito.

E lo Stato viceversa cosa fa? Nulla… resta a guardare, a processare, a sperare che le condanne facciano il loro effetto, ma nel frattempo, loro, quelle mafie ora unite, hanno già cambiato gioco…

SP102 II: dopo le mie segnalazioni, ora anche il Consigliere Strano denuncia il degrado.

Ieri, scorrendo Facebook, mi sono imbattuto in un post che riecheggiava una denuncia che conosco bene: la mia. Prima di parlare di ponti sullo stretto o di venire a chiederci il voto, qualcuno dovrebbe ascoltare le voci che si alzano dal cemento crepato della SP102 II. 
Già… come quella del Sindaco Ruggero Strano, ora anche Consigliere Provinciale, che ha appena inviato un grido d’allarme alla Città Metropolitana di Catania.
Leggere la sua nota ufficiale è come ripercorrere quella strada con le sospensioni che gemono:

la presente per segnalare alla S.S. un tratto di strada ammalorato sito presso la SP102 Il al Km 3.0 da Sferro direzione Castel di ludica. La strada in questione versa in condizioni di grave degrado, con buche e crepe che rendono pericoloso il transito veicolare, dunque la sua condizione attuale rappresenta un rischio concreto per la sicurezza di tutti gli utenti della strada.

Pertanto, al fine di prevenire disagi e situazioni di grave pericolo per la regolare circolazione veicolare della strada SP102 II, nonché al fine di garantire l’incolumità dei cittadini che giornalmente si trovano a percorrere la sopracitata strada, con la presente, si chiede alla S.S. un intervento urgente affinché possa essere ripristinato il tratto di strada ammalorato sito presso la SP102 II eseguendo i lavori di manutenzione e riparazione necessari a garantire la sicurezza e la fluidità del traffico“.
Rileggendo alcune di quelle parole – “segnaliamo un tratto ammalorato, buche, crepe, un rischio concreto per chi transita, intervento urgente per garantire sicurezza e fluidità“- non si può che avere i brividi. 
Già… parole che sembrano scolpite nel bitume consumato. Eppure, quante volte abbiamo urlato la stessa cosa? Io stesso, in questo blog, ho mappato quel degrado come un diario di bordo, a cui debbo dire sono seguiti degli interventi se pur limitati, come il ripristino di alcune buche con bitume, lavori sul viadotto, posa di guard rail e segnaletica…
Venerdì 7 giugno 2024 – Forse è tempo che quell’Assessorato delle infrastrutture e della mobilità, inizi a fare qualcosa! 
Domenica 14 luglio 2024 – SP102 II per Castel di Judica: Assessore Aricò… molto bene, abbiamo fatto 30, ora facciamo 31? 
Venerdì 30 agosto 2024 – Presidente Schifani – so bene che non siamo sotto periodo di elezioni – ma perché non prova a farsi un giro con il suo staff per le strade siciliane?
Per ultimo, il post di giovedì 6 giugno 2024, nel quale facevo all’inizio riferimento: Caro “Ministro delle Infrastrutture” (Matteo Salvini) & Co. (Meloni e Tajani): prima di parlare di ponte sullo stretto o presenziare in questi giorni per chiederci il voto, ascoltate ed osservate quanto richiesto a gran voce dal Sindaco Ruggero Strano! 
Non so quanto peso abbiano avuto le mie segnalazioni, ma qualcosa nell’anno solare si è mosso e oggi, con la nota del Consigliere Provinciale Strano, la richiesta diventa corale.
 
Perché essere cittadini attivi significa proprio questo: insistere, documentare, tenere traccia, senza aspettarsi medaglie, ma con la certezza che ogni voce aggiunta al coro scalfisce l’indifferenza.
E allora Vi chiedo: cosa possiamo fare ancora? Condividere queste richieste? Fotografare ogni buca? Scrivere ancora ai “politici e dirigenti” di turno!
Perché la verità è semplice: una strada sicura dovrebbe essere un diritto, non un miraggio! 

E mentre a Roma discutono di megaprogetti, ponti, altavelocità, porti, etc… noi continueremo a indicare il selciato che crolla sotto le nostra ruote…

Ancora mazzette. Sempre le stesse scene, sempre lo stesso copione…

Si arresta, si sequestra, si sbatte in prima pagina la notizia, e poi? 

Poi tutto riprende come prima, anzi no… peggio di prima!

Perché? Semplice… perché il malaffare non si ferma, non ha paura, non trema davanti a un paio di manette o a un titolo di giornale.

Questo diffuso “sistema criminale” sa bene che tanto, domani, sarà un altro giorno, e un altro giorno significa un’altra busta, un altro accordo, ovviamente “sottobanco“, e così ecco un altro controllo evitato, un altro funzionario comprato…

Ed allora leggiamo di un imprenditore, di un dirigente pubblico, di una manciata di euro, che passano di mano in mano, in un parcheggio, in un bar, ma anche in un qualche ufficio, preferibilmente isolato….

Ed oggi pensate che sia andata diversamente? No… tutto si ripete in maniera costante, aggiungerei “mensilmente”, non so dove, con chi e per cosa, ma state certi che quel passaggio di denaro avviene in maniera sistematica!

E domani??? Sicuro, la circostanza si ripeterà nuovamente, cambierà solo il luogo dell’incontro, perché la mazzetta non è un incidente di percorso, non è l’eccezione: è il motore di questo Paese!

È ciò che tiene in piedi tutto l’ingranaggio di quello schifo chiamato corruzione, affarismo, dissolutezza, clientelismo, degrado, scambio, lobbismo, già… quello che permette agli appalti di finire sempre alle stesse ditte, ai rifiuti di sparire nel nulla (e di riapparire, tossici, sotto casa tua…) e ai controlli di essere solo un teatrino!

E difatti ditemi? Cosa cambia quando ne beccano uno? Non mi riferisco a chi solitamente corrompe, ma anche a chi riceve quelle mazzette “contaminate“. Nulla. Perché il problema non è il singolo, è tutto il sistema che lo alimenta! 

Quello per cui chi dovrebbe vigilare preferisce girarsi da un’altra parte, perché la verità è che anche lui ci marcia, già ci campa bene con quell’introito non dichiarato, peraltro non va dimenticato come c’è la moglie da accontentare, i figli da mantenere, le minicar da acquistare, i mutui da pagare e soprattutto le vacanze da concedersi…

Sì… sono tutti complici, tutti colpevoli, tutti con le mani sporche!

E intanto la macchina va avanti a favore soprattutto di chi paga e paga bene, perché si sa con i soldi puoi comprare tutto, in particolare i cittadini, come sempre ben disposti, proprio come un’auto, a farsi riempire il serbatoio, sì… di carburante d’illegalità!!!

Nel nostro Paese sono tutti bravissimi a giocare: sì… a "Scaricabarile"!

No, non mi sto riferendo a quel gioco infantile a coppie, consistente nel sollevarsi a vicenda sul dorso, volgendosi le spalle e intrecciando reciprocamente le braccia. 

Oggi voglio riprendere quella “parola” perché rappresenta una consuetudine molto in voga tra i miei connazionali: la tendenza – o dovrei dire la prassi – di chi scarica su altri, incombenze, responsabilità e, soprattutto, problemi.

Ed ecco quindi sfilare tutta una teoria di soggetti che, pur di non accollarsi alcun peso, non fanno nulla. Niente di niente. Anzi, no: per essere precisi, fanno appena il necessario per assicurarsi che qualcun altro si ritrovi il cerino acceso in mano.

Si muovono solo per raccogliere firme, timbri, documenti siglati, preferibilmente in triplice copia, trasmessi a mezzo PEC, ratificati da un collega, controfirmati dal dirigente. Perché? L’importante non è risolvere, ma dimostrare di aver fatto la propria parte.

E allora via con le richieste: “Mi serve una mail di conferma, altrimenti non posso procedere”; “Senza il modulo compilato in ogni sua parte, non c’è nulla che posso fare”; “Ah, ma lei non ha detto che era urgente!” (traduzione: “Io ho fatto il mio, ora affoga pure tu.“).

E così, tra un “non è di mia competenza” e un “ma chi me lo fa fare?“, beh… il gioco è perfetto. Perché il vero obiettivo non è arrivare a una soluzione, ma costruire un alibi a prova di bomba. Se qualcosa va storto, la colpa sarà sempre di qualcun altro: di chi non ha compilato il campo 12/B, di chi ha inviato il fax con tre minuti di ritardo, di chi non ha previsto l’imprevisto…

E intanto, in questo paese di virtuosi dello “scaricabarile”, i problemi restano lì, immobili, come pacchi postali abbandonati in un magazzino. Perché tanto, alla fine, pagherà Pantalone!

E allora, in attesa di ricevere da voi alcuni esempi, il sottoscritto ne ha già pronti parecchi altri e chissà se, in queste analisi, non vi ci ritroviate anche voi…

Non voglio entrare stasera nel merito di casi specifici, in particolare in quelli in cui sono specializzato perché hanno a che fare con i miei incarichi, situazione che mi riprometto comunque di fare a breve, in questo post viceversa, elencherò tutta una serie di situazioni nelle quali ci si accontenta di ricevere una carta o quantomeno di un documento firmato, nel quale si prende per buono tutto ciò che vi è elencato, senza però fare le opportune verifiche, d’altronde, è proprio il nostro Stato che vuole ciò: sì… carte, dove si evincono perfettamente i nomi posti in quella “piramide” delle responsabilità, poi, quanto queste siano veritiere, beh… quello è un altro discorso, di cui a nessuno frega niente!

Ed allora, per il momento accontentatevi di questi esempi.

Innanzitutto l’eterno “Passa-parola”: No, guardi, qui non spetta a me. Si rivolga al collega dell’uffico accanto, oppure, ah… mi dispiace, oggi non c’è, forse lo troverà domani; poi c’è la frase più cordiale, quella da utilizzarsi per tutte le occasioni: No, no, non posso aiutarla, mi dispiace ma non è il mio reparto…

E così, tra un rimpallo e l’altro, il problema invece di essere risolto, rimbalza, già…  come una pallina da ping-pong, finché il malcapitato di turno non si arrende o non trova qualche “amico di un altro amico” che si offre (non certo gratuitamente…) per risolvere il problema; ma va detto, c’è anche chi, forse troppo stanco per mandarlo via che si prende cura di quella situazione.

Poi vi sono i perfezionisti, quelli che non fanno nulla se non seguono il corretto procedimento: Sì, certo, possiamo risolvere, ma prima dobbiamo seguire l’iter; come ben sa, l’iter prevede almeno tre autorizzazioni, un’assemblea e anche un timbro in più; mi dispiace vorrei aiutarla, ma no, non possiamo saltare i passaggi previsti dalla normativa vigente: Sì… perché agire con logica quando ci si può nascondere dietro un “regolamento”!

Ed ancora, cosa dire di quelli abituati al “silenzio-assenso“: Le ho mandato una mail per conferma, l’ha ricevuta? Mi serve una risposta ufficiale, altrimenti non posso andare avanti; posso quindi considerare il suo silenzio come un sì?; no, assolutamente no! Lei non mi ha dato il tempo di poterle rispondere; e quando tutto sembra perfetto ecco mettersi in pratica una strategia perfetta per far scadere i termini per poter dire: Eh, ma ormai è troppo tardi…

Ovviamente, i casi sopra menzionati rientrano tra quei cosiddetti “scaricabarile” e quindi, compiuti sempre in buona fede. Altra situazione è quando, a seguito di quei rifiuti, si cela una situazione grave e illegale, un meccanismo necessario per promuovere e incentivare una qualche forma di concussione!!!

E allora ditemi… Vi siete mai trovati davanti a un campione di “scaricabarile” e siete pronti a smascherarli?

Ma no, no, no, non sto parlando con voi: già… voi siete tra quelli che i problemi li risolvono, vero? 😉

Droga a quintali in Sicilia: il controllo del territorio che non c’è!

A conferma di quanto avevo riportato lo scorso anno nel post intitolato “Controllo del territorio in Sicilia??? Manca – secondo il sottoscritto – un serio coordinamento!!!” – lnk: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2024/01/controllo-del-territorio-in-sicilia.html ecco che in questi giorni è emerso un evidente traffico di droga che dalla provincia messinese si estende in tutta l’isola.

Il provvedimento cautelare è stato emesso nell’ambito dell’indagine diretta dalla Direzione distrettuale antimafia di Messina e condotta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Messina e della Compagnia di Taormina, che ha documentato tutta una serie di reati che vanno dall’associazione finalizzata al narcotraffico a numerosi episodi di spaccio di stupefacenti, estorsioni e rapine, tutti reati aggravati ai sensi dell’art. 416-bis.1 del codice penale. 

Come emerso dall’indagine, gli affiliati di quella organizzazione criminale – intercettati- dichiaravano che la sostanza stupefacente, stava per giungere sull’isola “a quintali”, tanto da pernsare di rivolgersi ad altri soggetti pur di scongiurare il rischio di mancanza di continuità nell’attività di spaccio al minuto, circostanza, quest’ultima che farebbe perdere enormi profitti. 

Ed allora, visto quanto avviene in maniera continuativa, non riesco a comprendere perchè non si vogliano prendere quei semplici provvedimenti affinchè nell’isola non giunga neppure un grammo di sostanza stupefacente!

Quindi, ripendendo quanto avevo scritto (facendo scherzosamente funzioni da “docente”), vorrei ricordando come l’ingresso su ruote nell’isola sia legato principalmente a due porti, quello di Messina l’altro a Palermo, a cui seguono quello delle merci, su autocarri e/o conteiner in porti ben precisi, ed infine vanno sommati tutti quegli ingressi per le barche a diporto. 

Quindi, riepilogando, controllare le auto/furgoni/camper/etc… dovrebbe essere abbastanza semplice: basterebbe effettuare i controlli nei vari traghetti che da Villa San Giovanni giungono a Messina (stessa situazione per quanti giungono a Palermo…)! Sì… si necesiterebbe (per Porto), all’incirca di una ventina di militari con alcune unità cinofile ed il gioco è fatto!

Passiamo ora agli altri Porti: beh.. in questi la situazione dovrebbe risultare ancor più semplice visto che esiste in quelle aree, la cosiddetta “Dogana” e quindi vi è già predisposta una struttura che effettua quei necessari controlli e quindi – per quanto il sottoscritto possa comprendere – da quei porti, non dovrebbe entrare neppure un grammo di droga!!!

Stessa circostanza dovrebbe valere anche per tutte quelle imbarcazioni da diporto che entrano nei vari porticcioli; ritengo che anche in quei protetti luogi, vi siano ulteriori controlli mirati.

Tuttavia, capirete da voi che qualcosa in questo sistema non sta funzionando e non chiedetemi cosa, ma certamente se nella mia isola, l’ntroito più rilevante per la criminalità organizzato è principalmente costituito dalle piazze di spaccio, qualcosa in quel controllo del territorio, omprenderete autonomamente come vi sia un malfunzionamento in quanto finora realizzato.

Certo qualcuno a questa mia affermazione potrebbe aggiungere che: la droga giunge nell’isola attraverso sommergibili!!! 

Sì… non ci avevo pensato e questa potrebbe essere un escamotage; d’altronde ora che mi ci si fa pensare, ricordo perfettamente quando da bambino mio padre mi portò al cinema (eravamo ad Addis Abeba), per vedere un film di 007 in cui si veeva – epr la prima volta – un’auto sommergibile, già… quella di James Bond, resa famosa dal film “La spia che mi amava”.

Una “Lotus Esprit S1” guidata da Roger Moore (anche se, in realtà, l’attore non pilotò mai il prototipo, essendo un vero e proprio mezzo subacqueo, tanto che per le scene fu chiamato Don Griffin, un ex Navy Seal), ancora oggi una delle auto più iconiche della storia del cinema. Come dimenticare quella vettura capace di trasformarsi, in un attimo, da automobile a sottomarino?

Ora, non voglio certo insinuare che i “narcos siciliani” abbiano in dotazione una flotta di Lotus trasformabili, ma a questo punto, visto che i metodi “tradizionali” d’ingresso sembrano così se pur controllati, certamente fallaci, mi chiedo: dovremmo forse assumere “Q” (il geniale inventore di 007) come consulente per la sicurezza portuale?

Perché se l’unica spiegazione logica per tutto questo stupefacente che circola è che giunga tramite auto anfibie o mini-sottomarini, allora forse – anziché potenziare i reparti antidroga – dovremmo rivolgerci a quelle produzioni cinematografiche, sì… per capire come fanno quegli effetti “speciali“, ad essere poi così reali!

Si conclude qui il mio ruolo da sceneggiatore improvvisato. Tornando seri: un plauso alle forze dell’ordine per il lavoro svolto, ma è evidente che servono più mezzi, uomini e coordinamento per vincere questa battaglia. Altrimenti si perde tutti.

Perché a pagare il prezzo più alto, come sempre, sono i giovanissimi di questa nostra bellissima terra, lasciati in balia di un mercato che li divora. La Sicilia merita di essere protetta con azioni concrete, non solo grazie al suo mare, ma salvaguardando con i fatti e non con chiacchere sterili, il futuro delle nuove generazioni.

La gestione delle carceri: un fallimento annunciato?

Le carceri italiane sono ormai il simbolo di una gestione pubblica disastrosa, caratterizzata da scelte politiche e amministrative che hanno prodotto conseguenze devastanti. 
Le circolari ministeriali e le disposizioni adottate negli ultimi anni hanno generato un effetto a catena di reati, aggressioni e rivolte, mentre il governo delle strutture detentive appare sempre più condizionato dagli interessi mafiosi.

Il danno economico derivante da questa situazione è incalcolabile: miliardi di euro dispersi tra inefficienze, costi di riparazione e spese straordinarie legate alla gestione delle emergenze. 

Eppure, nonostante la gravità del problema, le responsabilità contabili, civili e forse anche penali non sono mai state adeguatamente approfondite. 

Nel frattempo, gli agenti penitenziari, ormai stremati da un sistema che li abbandona, non hanno strumenti efficaci per impedire che le mafie controllino l’interno delle carceri.

Per spezzare questo ciclo vizioso, è necessario riscrivere le regole, costruendo un modello basato sulla civiltà e sulla speranza per i detenuti. Tuttavia, ciò non può significare concedere ulteriore spazio ai gruppi criminali più pericolosi, che oggi approfittano della debolezza delle istituzioni per rafforzare il loro controllo. 

Occorre impedire a una minoranza mafiosa di dettare legge e vietare qualsiasi forma di autogestione degli spazi condivisi, che di fatto trasforma le sezioni detentive in vere e proprie roccaforti della criminalità organizzata.

Le recenti indagini della magistratura palermitana hanno messo in luce falle gravissime nel sistema di sicurezza, con l’introduzione indiscriminata di telefoni cellulari e altri strumenti di comunicazione illeciti. 

Oggi, persino le sezioni di alta sicurezza non riescono più a garantire un controllo adeguato: i boss mafiosi possono continuare a comandare e a reclutare nuovi adepti, trasformando il carcere in un centro operativo per le loro attività criminali.

L’unico regime che ancora riesce a contrastare questo fenomeno è il 41bis, che limita drasticamente i contatti con l’esterno e impedisce il controllo mafioso sugli spazi comuni. Tuttavia, anche questa misura sembra destinata a essere smantellata nel tempo, rendendo il carcere sempre più irrilevante rispetto alle sue due funzioni principali: garantire la sicurezza dei cittadini e rieducare i condannati.

L’introduzione dei telefoni nelle carceri è un fenomeno ormai fuori controllo. 

La libera circolazione dei detenuti all’interno delle strutture rende estremamente semplice il contrabbando di dispositivi, che possono essere lanciati dall’esterno, trasportati dai droni o introdotti durante i colloqui con i familiari. 

Un cellulare in mano a un boss significa la possibilità di continuare a gestire il traffico di droga, impartire ordini ai propri affiliati e persino commissionare omicidi.

Fino a qualche anno fa, chi introduceva un telefono era sottoposto a misure disciplinari rigorose, e gli utilizzatori venivano immediatamente trasferiti. Oggi, invece, il numero di sequestri è in costante aumento, ma le sanzioni sono praticamente inesistenti. Il sistema sembra aver alzato bandiera bianca.

Quali prospettive per il futuro?

Per invertire questa deriva serve una classe dirigente preparata e determinata, capace di interrompere il binomio retorica-incompetenza che da anni grava sulle scelte politiche in materia carceraria. 

Ma prima ancora, è necessaria una presa di coscienza collettiva sugli errori commessi, sulle inefficienze del sistema e sulle conseguenze di un approccio sempre più permissivo nei confronti della criminalità organizzata.

Il carcere non deve diventare un luogo di tortura, ma nemmeno un territorio senza regole in cui la mafia continua a dettare legge. 

Ripristinare un sistema sicuro e funzionante è un dovere verso le vittime della criminalità, verso gli agenti penitenziari che ogni giorno rischiano la vita e verso tutti i cittadini che meritano uno Stato forte e credibile.

Il nemico invisibile: quando la corruzione resiste più della mafia!

Mentre il vento soffiava forte sulla Sicilia, le parole del procuratore Maurizio De Lucia risuonavano come un campanello d’allarme in un’aula gremita di persone.

I reati di pubblica amministrazione? “Non siamo in grado oggi di contrastarli adeguatamente!

Con queste parle e con voce ferma, carica di preoccupazione, si è espresso il Procuratore durante un convegno e la sua, non è una semplice constatazione, ma ahimè, una vera e propria denuncia di un sistema in affanno. 

Il magistrato nella sua disanima ha altresì elencato tutta una serie di problematiche e di ostacoli attualmente presenti nel sistema giudiziario: il carico di lavoro insostenibile dei GIP, la precedenza dovuta al codice rosso, le nuove procedure che impongono interrogatori preventivi prima di applicare misure cautelari, per non parlare del limite di 45 giorni per le intercettazioni!

Un mosaico di impedimenti che rendono la lotta alla corruzione quasi impossibile e chissà, viene il sospetto che quanto compiuto con queste nuove normative, serva principalmente a promuovere l’illegalità o quantomeno a proteggerla!!!  

Non posso che sorridere pensando al contrasto che il nostro paese ha dedicato alla mafia, con strumenti sempre più sofisticati, pool di magistrati e forze dell’ordine, ma anche cittadini comuni che hanno dedicato la loro vita a quella lotta, cui si sono sommate legislazioni speciali, per poi scoprire che il vero nemico, più resiliente e adattabile, forse non è più “Cosa Nostra“, bensì quel cancro silenzioso che divora le istituzioni dall’interno. 

La corruzione in Italia ha assunto ormai i contorni di una consuetudine, un malcostume che si infiltra in ogni anfratto della società, dal piccolo comune di provincia ai grandi palazzi del potere. Essa non fa rumore come le bombe mafiose, non lascia cadaveri per strada, ma lentamente erode la fiducia dei cittadini nello Stato e nelle sue istituzioni. 

D’altronde è diventata quasi una prassi accettata, un modo di fare, dove il confine tra lecito e illecito si è fatto sempre più labile. Nei corridoi degli uffici pubblici, nelle anticamere dei potenti, nei consigli di amministrazione, si è sviluppato un linguaggio fatto di cenni, di mezze parole, di silenzi eloquenti, dove ogni favore presuppone un contraccambio, dove ogni pratica ha il suo prezzo, ufficiale o nascosto che sia. 

La corruzione moderna ha saputo creare un sistema che si autoalimenta dove pubblico e privato si fondono in una danza pericolosa di interessi incrociati. Il funzionario che velocizza una pratica, il politico che orienta un appalto, l’imprenditore che offre una tangente mascherata da consulenza, il professionista che falsifica una perizia, tutti ingranaggi di una macchina ben oliata che gira indisturbata. 

Questo sistema ha di fatto creato una società parallela dove il merito viene soppiantato dalla raccomandazione, dove l’onestà diventa un ostacolo alla carriera, dove chi rispetta le regole viene visto come un ostacolo da eliminare o quantomeno da costringere al silenzio!!!

Nel frattempo la mafia mostra il suo volto feroce, la corruzione indossa abiti eleganti, frequenta salotti buoni, parla lingue straniere, usa tecnologie avanzate per nascondere i suoi traffici. E così…. mentre la mafia intimidisce e minaccia, la corruzione seduce e corrompe, offrendo vantaggi immediati in cambio di piccole o grandi deviazioni dal sentiero della legalità e il cittadino comune si trova così di fronte a un bivio: resistere in un mondo che sembra premiare chi aggira le regole o adeguarsi al malcostume imperante.

Comprenderete come le conseguenze di questa pervasiva accettazione della corruzione sono devastanti anche se meno visibili di un attentato mafioso: Servizi pubblici inefficienti, sprechi di risorse, aumento delle disuguaglianze, perdita di competitività dell’intero sistema Paese. 

La corruzione diventa così non solo un problema morale ma un vero e proprio freno allo sviluppo economico e sociale, ecco perché le parole di De Lucia ci ricordano che nonostante le leggi, nonostante i proclami, nonostante gli sforzi di magistrati e forze dell’ordine oneste, il sistema attuale non è attrezzato per combattere efficacemente questo nemico invisibile. 

Sì… servirebbero più risorse, procedure più snelle, maggiore coordinamento, ma soprattutto una rivoluzione culturale che rimetta al centro il valore dell’onestà e del bene comune. Bisognerebbe partire dalle nuove generazioni, mostrare loro che esiste un’alternativa al sistema corrotto, che si può vivere con dignità senza scendere a compromessi con la propria coscienza. 

Certo, mentre formiamo i giovani di questa nazione, il malaffare purtroppo continua a diffondersi, silenzioso e inarrestabile, negli uffici pubblici come nelle aziende private, nelle grandi città come nei piccoli paesi, alimentato dall’indifferenza di molti e dalla complicità di troppi, ed è una battaglia che rischiamo di perdere se non prendiamo coscienza che la vera mafia oggi non è più solo quella delle lupare e dei pizzini, ma quella ben più insidiosa che si annida tra le pieghe della burocrazia, nella normalizzazione dell’illegalità, nella assuefazione collettiva al malaffare. 

So bene come questa sfida sia ardua, ma non impossibile, bisogna che ciascuno faccia la propria parte, rifiutando la logica del favore, denunciando le irregolarità, pretendendo trasparenza, soltanto così potremo sentirci persone dignitose e auspicare di poter lasciare un giorno ai nostri figli un Paese migliore, libero non solo da questo cancro chiamato “mafia”, ma soprattutto da quella diffusa corruzione che oggi sembra quasi inattaccabile!

La giustizia perfetta senza pregiudizi o condizionamenti? Quando i robot sostituiranno i magistrati!

Ascolto le notizie riportate in Tv sulla giustizia e mi chiedevo cosa accadrebbe se applicassimo la tecnologia AI al sistema giudiziario?
Già… immaginiamo un mondo in cui i magistrati siano sostituiti da robot in grado di interpretare la legge in modo impeccabile, senza influenze esterne, condizionamenti o pregiudizi!
Già, in questo, un “magistrato robot” avrebbe capacità straordinarie e non indifferenti.
Ad esempio… una memoria infinita: potrebbe incamerare tutta la legislazione passata e vigente, accedendo a ogni norma, articolo o regolamento in pochi secondi.
Ed ancora, sarebbe in grado di realizzare un aggiornamento istantaneo: le nuove normative non richiederebbero anni di studio, ma solo pochi minuti di upgrade.
Cosa dire inoltre sulla “coerenza” assoluta; questa… grazie all’analisi in tempo reale di tutte le sentenze emesse, potrebbe adottare interpretazioni giuridiche coerenti, sì… basate su precedenti consolidati.
Ma non solo, nessuna imparzialità: sì…niente pressioni politiche, correnti, interessi personali o condizionamenti emotivi. Solo la legge, applicata in modo rigoroso e oggettivo.
Ma allora, è davvero possibile percorrere questa strada per una giustizia perfetta?
Certo, in molti ora diranno che, se da un lato l’IA (intelligenza artificiale) potrebbe eliminare gli errori umani, i ritardi burocratici e le disparità d’interpretazione, dall’altro farebbe sorgere domande importanti…
La legge è solo una questione di logica, o c’è un elemento umano – come l’equità, la comprensione del contesto sociale e la capacità di adattarsi a casi eccezionali – che un robot non potrebbe mai replicare?

Chi sarebbe responsabile in caso di errori o decisioni controverse e, soprattutto, siamo pronti a delegare decisioni che riguardano la libertà e la vita delle persone a una macchina?
Tuttavia, l’idea di un magistrato robot affascina, ma allo stesso tempo spaventa. Se da un lato rappresenta un’opportunità per rendere la giustizia più efficiente e imparziale, dall’altro ci costringerebbe a riflettere su cosa significhi davvero “giustizia” e su quanto l’elemento umano sia insostituibile.
E allora, ditemi: cosa ne pensate? Quanto siete disposti a fidarvi di un sistema giudiziario gestito dall’intelligenza artificiale?

L'Abuso che nasce dalla fiducia: Quando la collaborazione diventa tradimento.

La prestazione d’opera – quel rapporto anche di fatto – diventa l’occasione e la ragione di quello possessorio proprio lì, in quel legame apparentemente innocuo, in quella collaborazione di fiducia nata sì… per esigenza, ma perché imposta dalla normativa vigente. Ed è qui che ahimè si annida il pericolo più subdolo: quell’incarico professionale che si trasforma in un’arma silenziosa protetta dall’ipocrisia, dall’omertà e ancor peggio…dal compromesso!

Un’opportunità perfetta, sì, per chi sa scorgere nella vicinanza la chiave dei propri fini illeciti. Così comincia il gioco: un incarico formale, un sorriso rassicurante, una stretta di mano che sigilla promesse di perfezione. 

Ma sotto questa patina di correttezza pulsa una realtà ben diversa, perché l’uomo in malafede conosce un segreto crudele: la fiducia è la serratura più facile da scassinare!

Documenti, fondi, rapporti riservati, tutto gli viene consegnato con ingenua solerzia. La prestazione d’opera si trasforma così nel pretesto perfetto, nella maschera più convincente. È l’ombrello sotto cui nascondere movimenti nell’ombra, appropriazioni indebite, distrazioni di somme, manipolazioni calcolate. Una frode che avanza al ritmo regolare di chi sa di poter essere al sicuro – perché quando sei “quello di fiducia“, chi oserebbe controllarti e poi se chi controlla è anche partecipe all’inganno…

Il sistema si autoalimenta: complicità passive, silenzi interessati, occhi volutamente distratti, finché – improvviso – il crollo. Un coraggioso rompe il muro dell’omertà, porta alla luce vuoti contabili, incongruenze, scuse che ormai puzzano di menzogna. La sentenza di condanna arriva come un macigno: sì… quelle denunce secondo molti (per lo più gli stessi che si erano resi complici di quel malaffare o che auspicavano di ricevere da quel sostegno dato, chissà… qualche briciola) erano “fantasiose“, ma che – dalla sentenza pronunciata – si scopre essere una verità scomoda! 

Ed ora, già… ora quegli stessi complici si scoprono “vittime“, fingono stupore – “Come abbiamo fatto a non capire, a non vedere, come è stato possibile tutto ciò?” – quando invece… avevano scelto di non guardare!

La verità è cruda: ogni ignavo è complice! Ogni silenzio ha permesso all’illegalità di radicarsi. L’abusatore, certo, è stato abile: ha studiato mosse e contromosse, ha sfruttato ogni dettaglio, ha vestito il crimine con l’abito rassicurante della normalità. Ma la sua forza veniva principalmente dall’indifferenza altrui!

Ora la lezione è chiara: diffidare non basta. Occorre vigilare, controllare, ma soprattutto ricordare!

Perché ogni rapporto professionale porta in sé un paradosso: la fiducia è necessaria, ma può diventare il cavallo di Troia dell’inganno. Riconoscere i segnali  e soprattutto – gli ipocriti sostenitori del sistemi – non è cinismo: è l’unico vaccino contro danni irreparabili. 

Il prezzo della legalità? L’eterna vigilanza!

TV e pubblicità: perché solo volti noti? È ora di dare voce alla gente normale!

Negli ultimi decenni, la pubblicità e il mondo dei commentatori (sportivi, politici, cronaca, etc…) hanno sempre più spesso puntato su testimonial famosi: attori, cantanti, influencer, ex atleti e volti noti dello spettacolo

Una scelta che, se da un lato sembra garantire maggiore visibilità e appeal, dall’altro solleva una serie di interrogativi etici, sociali ed economici.

Già… perché continuare a investire cifre esorbitanti in individui già benestanti, quando ci sarebbero migliaia di cittadini comuni in grado di svolgere quello stesso ruolo, spesso con maggiore autenticità e a costi decisamente inferiori? E, soprattutto, quali sarebbero i benefici sociali ed economici di una scelta diversa?

Partiamo da un dato di fatto: i personaggi famosi funzionano. Sono riconoscibili, trasmettono un’immagine di successo e, in molti casi, riescono a catturare l’attenzione del pubblico più rapidamente di un volto sconosciuto.

Come mi spiegava mia figlia Alessia, quasi tutte le ricerche sull’efficacia dei testimonial celebri cercano di definire le caratteristiche dell’endorser “perfetto”, indipendentemente dal prodotto. Questi studi si dividono in due scuole di pensiero: chi punta tutto sulla credibilità del personaggio (competenza e affidabilità) e chi invece guarda all’attrattività (familiarità, fascino ed empatia). Peccato che la realtà sia più complessa: quando un vip è pagato per fare pubblicità, il pubblico fiuta subito l’inganno e dubita della sua sincerità. Qualcuno propone soluzioni come il “two-side appeal“, dove si mostrano anche i difetti del prodotto, ma resta il fatto che difficilmente crederemo mai davvero a un testimonial stipendiato.

E poi c’è il discorso attrattività: certo, un volto famoso cattura l’attenzione, ma secondo me rischia di fare il contrario. Quando la celebrità è troppo “perfetta” o il prodotto troppo luccicante, scatta un rigetto. Non ci riconosciamo in quel mondo patinato, e finiamo per diffidare sia del prodotto che dello stesso testimonial. Forse è per questo che sempre più persone, come me, preferiscono volti normali e messaggi più autentici. Perché alla fine, tra un divo che recita copioni e una persona reale che ci somiglia, la scelta è semplice…

Peraltro, questo sistema ha creato un circolo vizioso dove soldi e visibilità vanno sempre agli stessi, lasciando fuori chi non entra nei giri giusti. Eppure ci sono migliaia di persone normali che, date le stesse opportunità, comunicherebbero messaggi pubblicitari o commenterebbero eventi con più autenticità – spesso meglio dei vip. Basti pensare a quanti spot con attori famosi suonano falsi, mentre una persona reale con una storia vera potrebbe risultare molto più credibile e vicina alla gente.
C’è poi il discorso costi: ingaggiare un personaggio famoso significa spendere cifre folli che poi paghiamo noi nei prezzi dei prodotti. Scegliere gente comune invece permetterebbe non solo di risparmiare (parliamo di stipendi normali, tipo 2.000€ al mese), ma anche di ridistribuire meglio la ricchezza, con benefici per tutta l’economia e la società. Due piccioni con una fava: più verità nei messaggi e più equità nei conti.

Lo stesso discorso vale per i commentatori, soprattutto in ambito sportivo. Quante volte ci capita di ascoltare ex calciatori o ex allenatori che, pur avendo avuto una carriera di successo, non brillano per capacità comunicative o approfondimento tecnico? Eppure, ci sono tantissimi esperti, magari meno noti, che potrebbero offrire analisi più interessanti e competenti. Dare spazio a queste figure non solo migliorerebbe la qualità dei contenuti, ma aprirebbe anche nuove opportunità di lavoro e carriera per chi non ha avuto la fortuna di diventare una star.

C’è poi una questione più ampia, che riguarda il modello di società che vogliamo costruire. Continuare a puntare sui personaggi famosi rischia di alimentare un sistema in cui la fama e il successo sono visti come gli unici obiettivi da raggiungere, spesso a discapito di valori come l’autenticità, la diversità e l’inclusione. Al contrario, scegliere di dare spazio ai cittadini comuni potrebbe promuovere nuova occupazione e, al tempo stesso, costituire un vero e proprio cambiamento culturale. Un cambiamento in cui si valorizzano le storie reali, le competenze e il talento di chi non ha avuto la possibilità di emergere.

Certo, non vorrei che qualcuno pensasse che i personaggi famosi debbano scomparire del tutto dalla pubblicità o dai media. Forse, però, è arrivato il momento di ripensare il modo in cui vengono utilizzati, magari integrandoli con volti nuovi e storie diverse. Immaginiamo, ad esempio, campagne pubblicitarie che uniscano la visibilità di un volto noto all’autenticità di un cittadino comune, o programmi televisivi che diano spazio a esperti competenti, anche se meno conosciuti. E ancora, perché non creare piattaforme che permettano a chiunque di partecipare a casting o selezioni, offrendo così opportunità a chi non ha avuto accesso ai circuiti tradizionali?

In fondo, la pubblicità e i media non sono solo strumenti di marketing o intrattenimento: hanno anche un impatto sociale ed economico. Scegliere di dare spazio ai cittadini comuni non sarebbe quindi solo una questione di risparmio o di qualità, ma un modo per creare una società più equa, inclusiva e ricca di opportunità per tutti. E forse, per non dire sicuramente, è proprio questo il messaggio più importante che si dovrebbe trasmettere!

Il sottoscritto, da tempo, ha scelto di evitare l’acquisto di prodotti “ossessivamente” pubblicizzati da personaggi noti, così come ha eliminato dalle proprie preferenze tutte quelle trasmissioni dominate da soliti volti famosi. Niente più programmi politici urlati, né servizi di cronaca nera che sfiorano il morboso. Lo stesso vale per lo sport: perché ascoltare commentatori che, pur avendo indossato maglie prestigiose, in campo non hanno mai brillato? Anzi, spesso si sono rivelati atleti mediocri – per usare un eufemismo.

E allora la domanda sorge spontanea: perché dovremmo dare credito a chi non ha titoli per parlare? La soluzione è semplice: boicottiamo i prodotti reclamizzati a reti unificate, cambiamo canale quando compaiono i soliti noti. Vedrete: quando gli ascolti caleranno e le vendite crolleranno, qualcosa comincerà davvero a cambiare. Perché nel mondo dei media e del marketing, solo il portafoglio del consumatore ha un vero potere di veto!

Politici che si dimettono: scelta volontaria o paura della giustizia?

Negli ultimi tempi, un fenomeno inatteso sta attirando l’attenzione di molti: un numero significativo di politici, parlamentari e assessori sembra aver deciso di dimettersi dai propri incarichi. 

Una scelta che, in un contesto in cui solitamente si fa di tutto per mantenere o conquistare posizioni di potere, appare quanto meno insolita.

Ed allora moi sono chiesto: Cosa sta realmente accadendo? Perché questi individui, che spesso hanno lottato con ogni mezzo per raggiungere ruoli di prestigio, scelgono ora di allontanarsi dalla scena politica?

Una possibile spiegazione, potrebbe essere quella che questi soggetti siano venuti a conoscenza di indagini giudiziarie in corso che potrebbero coinvolgerli direttamente. 

Quindi, in un momento in cui la giustizia sembra muoversi con maggiore determinazione, non è da escludere che alcuni preferiscano abbandonare volontariamente le proprie posizioni piuttosto che rischiare di essere travolti da scandali o procedimenti legali.

Cosa ne pensate? Si tratta di un segnale positivo? 

Già… quanto sta ora accadendo potrebbe essere interpretato come un ritorno della giustizia, che finalmente riesce a fare il proprio corso, anche quando coinvolge figure di alto profilo. Comprenderete che, se così fosse, sarebbe un passo importante verso il ripristino della fiducia nelle istituzioni e nella legalità.

Tuttavia, resta da chiedersi: quanti altri, tra coloro che ancora occupano posizioni di potere, stanno trattenendo il respiro in attesa di sviluppi? E quanti, invece, sceglieranno di fare un passo indietro prima che sia troppo tardi?

La giustizia che ritorna potrebbe essere un monito per tutti: nessuno è al di sopra della legge.

Chi oggi si dimette, forse, ha già sentito il rumore dei passi della giustizia avvicinarsi. Ma per quanti altri, ancora saldamente aggrappati alle proprie poltrone, il tempo sta per scadere? Le “carte false” hanno una data di scadenza, e quando la giustizia bussa alla porta, non ci sono dimissioni che tengano.

Perché la verità è questa: la mannaia della giustizia non guarda in faccia a nessuno. E se oggi è toccato a loro, domani potrebbe toccare a chiunque abbia giocato con le regole, pensando di essere intoccabile.

Di una cosa sono certo: Il conto alla rovescia è già iniziato!!!

Piogge e buche: guida pratica per il risarcimento danni.

Con le recenti piogge, le strade della nostra città sono tornate a riempirsi di buche, trasformandosi in veri e propri “groviere”. 

Nonostante i suggerimenti avanzati in passato – vedasi link: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/01/sindaco-trantino-basta-rattoppi-mi.html – la situazione sembra invariata, forse per mancanza di risorse o per altre priorità, il problema persiste.

Ma cosa possono fare i cittadini quando subiscono danni a causa di una buca stradale, specialmente se nascosta dall’acqua? 

Ecco una guida pratica per richiedere il risarcimento al Comune.

Partiamo dalla responsabilità del Comune: cosa dice la legge?

La giurisprudenza si è spesso occupata di casi legati a incidenti causati da buche stradali. Tuttavia, il diritto al risarcimento non è automatico: dipende da fattori come le condizioni del luogo, la visibilità dell’ostacolo e il comportamento della vittima.

Esistono due principali interpretazioni giuridiche:

Responsabilità extracontrattuale (art. 2043 cod. civ.): il danneggiato deve provare che il Comune ha omesso la manutenzione stradale.

Responsabilità oggettiva (art. 2051 cod. civ.): il Comune è automaticamente responsabile, a meno che non dimostri che l’incidente è avvenuto per caso fortuito.

La seconda interpretazione è generalmente più favorevole ai cittadini, ma è essenziale prepararsi adeguatamente.

Cosa fare subito dopo l’incidente?

Se si cade in una buca, è fondamentale raccogliere prove sin da subito:

Fotografare la buca (dimensioni, posizione, eventuale presenza di acqua).

Identificare testimoni che possano confermare l’accaduto.

Recarsi al Pronto Soccorso e conservare tutta la documentazione medica (referti, prescrizioni, ricevute per farmaci e visite specialistiche).

Quali sono le prove necessarie per il risarcimento?

Per ottenere il risarcimento, è necessario dimostrare:

L’esistenza della buca (attraverso foto o video).

La pericolosità della buca (ad esempio, se era nascosta dall’acqua o in un’area scarsamente illuminata).

Il nesso causale tra la buca e il danno subito (testimonianze sono fondamentali).

Come procedere quindi con la richiesta di risarcimento?

Inviare una diffida al Comune tramite PEC o lettera raccomandata, descrivendo l’accaduto, allegando le prove raccolte e quantificando il danno subito.

Dare un termine di 15 giorni per una risposta. Se il Comune non risponde o rifiuta, si può procedere legalmente.

Analizziamo il processo civile…

Se il Comune non risponde o nega la responsabilità, è possibile avviare una causa civile. Tuttavia, è importante valutare i costi (onorari legali, contributo unificato, perizie tecniche) che, in caso di vittoria, potranno essere recuperati dal Comune.

In conclusione, cadere in una buca stradale può causare danni fisici ed economici significativi. Tuttavia, con le giuste prove e una procedura corretta, è possibile ottenere il risarcimento dal Comune. 

La chiave è agire tempestivamente e documentare ogni dettaglio.

Legalità in teoria, ma non in pratica: il paradosso delle regole aggirate.

Da un po’ di tempo in Sicilia ho come l’impressione che tutto proceda in maniera perfetta…

Già… scorgendo i quotidiani e/o le notizie sul web, occasionalmente mi ritrovo a leggere di qualche inchiesta giudiziaria, per lo più delle volte, gli argomenti trattano argomenti futili o certamente di poco conto.

Ed allora mi sono chiesto come fosse possibile che la regione che ha ottenuto i maggiori finanziamenti europei (sì perchè con 5,9 miliardi di euro, la Sicilia è prima tra le regioni italiane, seguita da Lombardia con €. 5,5 mld e Campania con €. 5,2 mld) e con una rete diffusa di appalti in corso (e in fase di progettazione) non sia più sotto le mire di quella ben nota organizzazione criminale.    

Ma soprattutto mi chiedo: come può essere che quell’intreccio da sempre indissolubile, tra mafia, economia e politica, abbia deciso improvvisamente di sciogliersi? 

Ed allora debbo credere che quanto avvenga sia soltanto di facciata, che si è semplicemente passati ad una modalità che potremmo definire accomodante e soprattutto “occultata“; si tratta semplicemente di operare in maniera celata, facendo in modo che ad aggiudicarsi gli appalti siano proprio quelle loro imprese affiliate…

E così una grossa fetta di quegli appalti finisce nelle loro tasche, soffocando di conseguenza, non tanto lo sviluppo della regione – che grazie ai miliardi pervenuti sta volando a gonfie vele – no… è in quel voler entrare a gamba tesa nell’economia e negli aspetti sociali che ahimè riesce a condizionare la vita di ciascun mio conterraneo.

Sì… vediamo saltuariamente alcuni colpi inflitti dalle forze dell’ordine e dalla magistratura, ma “cosa nostra” continua di fatto a rappresentare una minaccia persistente e in continua evoluzione. 

Peraltro, anche il più ingenuo cittadino ha compreso come quell’organizzazione mafiosa si dimostri abile nel reinventarsi e nel trovare nuovi spazi di azione evidenziando proprio in quei fondi del PNRR il loro interesse, infiltrandosi così nei gangli vitali del tessuto economico ed in quello politico-amministrativo.

Difatti, è proprio grazie a questi legami che si permette a quell’organizzazione di esercitare un controllo capillare sul territorio, sfruttando vecchie logiche e, al contempo, promuovendo nuovi referenti per gestire i suoi affari illeciti.

Qualcuno potrebbe obiettare che esistono i controlli, che vi sono norme da rispettare, che c’è un protocollo di legalità che sovrasta qualsivoglia procedimento. Ma quanto queste azioni risultino concrete, beh… è tutto da verificarsi. D’altronde, ditemi: chi controlla i controllori?

Affidarsi alle regole non è sufficiente!!!

 Il sistema – secondo il sottoscritto – risulta ancora troppo bypassabile. E se qualcuno fa finta di non averlo compreso, è solo perché gli fa comodo così!

Dai grandi affari agli 'zingari': la mafia tradizionale contro le nuove generazioni!

Dopo essermi preso ieri un giorno per dedicare a mia figlia un post, un tributo a quel sentimento puro e incondizionato che solo l’amore di un genitore può comprendere, ho voluto celebrare la bellezza delle relazioni autentiche e ricordare quanto sia importante nutrire i legami che danno senso alla nostra vita. Gesti così profondi e sinceri mi hanno ricordato perché vale la pena lottare ogni giorno per una terra migliore.

Oggi quindi ritorno a parlare di tutti quei temi che viceversa offendono la vita civile e sociale di tutti noi. 

Riprendo quindi i contenuti che solitamente affronto nel mio blog, concentrandomi su tutte quelle situazioni che minacciano i valori fondamentali della democrazia, della legalità e della giustizia.

Sappiamo come purtroppo viviamo un periodo in cui fare la cosa giusta sembra spesso difficile, eppure ci sono ancora persone che, come il sottoscritto, ogni giorno si impegnano per garantire un futuro migliore, mi riferisco a quelle persone che, senza alcun timore, lottano per mantenere vivi i principi su cui si fonda una società equa e rispettosa. 

Ma quanto sopra da solo non basta; già… ci troviamo costantemente a dover affrontare realtà che mettono a dura prova questi ideali: ingiustizie, disuguaglianze, mancanza di trasparenza e, talvolta, persino la violazione dei diritti fondamentali.

Ed è proprio in questi momenti che dobbiamo ricordare l’importanza di non arrenderci, di continuare a credere nel potere della collettività, nel valore della partecipazione e nella forza delle idee. 

Perché è solo attraverso l’impegno di ciascuno di noi che possiamo pernsare di costruire un mondo in cui la democrazia e la legalità non siano solo parole, ma pilastri concreti su cui fondare il nostro vivere comune.

Questa mattina affronto un tema di grande rilevanza: le rivelazioni confidenziali fornite da alcuni affiliati di una nota associazione criminale, da tempo protagonista di un sistema che opprime il Paese e, in particolare, la mia isola… 

Le loro dichiarazioni gettano luce su dinamiche preoccupanti, che confermano quanto il fenomeno mafioso continui a soffocare lo sviluppo e la libertà delle comunità colpite.

La verità, sapete qual è? Oggi il livello della mafia è basso!!!

Con queste parole definiscono “Cosa Nostra” i boss, mentre vengono intercettati!!!

Tra di essi vi è persino chi manifesta nostalgia per gli uomini di un tempo, molti dei quali ora sostituiti dalle nuove leve: “E cosa dire del business di una volta… siamo scesi in basso, e non parliamo dei pentiti, basta che si viene arrestati e iniziano a parlare, parlare, parlare, per non finirla più!!!”.

Sì… qualcuno dice che la speranza è nel futuro, tutti noi speriamo nel futuro, in particolare per Palermo, ma ditemi: chi sarà mai questo giovane che potrà cambiare questo stato di fatto?

Avete dimenticato cosa dicevamo un tempo ai nostri novizi: A scuola te ne devi andare…

Vero… un tempo “Cosa Nostra” contava, ma di allora non è rimasto più nulla, né gesti criminali, ancor meno prestigio, e non parliamo dell’organizzazione, quella da tempo non esiste più!!!

Ricordo – dice un boss – quando, rivolgendomi a un caruso, dicevo: Conoscerai dottori, avvocati, quelli che hanno comandato l’Italia e l’Europa. Ti basterà guardare “Il Padrino” per capire come egli non fosse il capo assoluto, ma fosse particolarmente influente per il potere che si era costruito a livello politico, in quei grossi ambienti…

Oggi, viceversa, siamo solo “zingari“!!!

“Campiamo – prosegue il boss intercettato – con la panetta di fumo. Ma ditemi una cosa: le persone di una volta, quelli che disgraziatamente sono andati a finire in carcere per tutta la vita… ma che parlavano della panetta di fumo?”.

Infatti, allora… se proprio quei boss dovevano parlare di fumo, il discorso… te lo facevano, ma solo perché doveva arrivare una nave piena di fumo!!!

“Se tu parli oggi con quelli che detengono il business, sai cosa fanno? Ci ridono in faccia. Siamo troppo bassi per loro… siamo a terra. Noi ci illudiamo che siamo quì a fare il business, ma la verità è che sono altri a decidere”.

“Già… un tempo eravamo noi, oggi lo fanno altri, e noi siamo soltanto gli zingari!!!”.

Il 15 Febbraio rappresenta una delle date più importanti della mia vita.

Perdonatemi, ma oggi ho deciso di sospendere qualsivoglia post su criminalità organizzata, traffici illeciti, inchieste giudiziarie, conflitti mondiali, stragi e massacri di civili inermi, intolleranze religiose, storie di migranti, discriminazioni razziali e via discorrendo…

Sì, oggi voglio dedicare questa giornata per scrivere una nota personale, che esclude tutto e tutti, perché appartiene alla sfera più intima e preziosa della mia vita.

Il 15 febbraio rappresenta una delle date più importanti della mia vita. È il giorno in cui è nata, il giorno in cui ho tenuto tra le braccia per la prima volta la mia bambina. Quel momento ha cambiato tutto e ha condizionato ogni istante. Da allora, la mia vita ha avuto un nuovo senso, una nuova luce.

Sono passati ___ anni da quel giorno (lo so, non bisogna dirli 😂😂😂) eppure ricordo ogni istante come fosse ieri. Il tuo primo respiro, quel tuo sorriso, i tuoi primi passi. Ricordo la tua voce, timida e dolce, quando per la prima volta hai pronunciato il mio nome. E poi, crescendo, tutte quelle domande, una dopo l’altra, alcune semplici, altre profonde, quelle a cui nemmeno un genitore sa rispondere. Ma io ti ascoltavo, sempre, e tu, con quella fiducia che solo una figlia può avere, ti confidavi con me, a volte anche troppo. E io, per farmi forte, mi ripetevo: Nicola ricordati___ tu sei un genitore moderno.

Quanta curiosità, quante monellerie, e quelle tue azioni che facevano ridere tutti e riempivano la casa. Ricordo ancora le notti insonne, il cambiare pannolini, le preoccupazioni che a volte mi hai dato, come quando a Verbania sei sparita dentro un supermercato. Io, immediatamente, sono corso all’ingresso e mi sono posto lì, dinnanzi all’uscita, “sequestrando” tutti i clienti al suo interno, finché non ti ritrovammo; dopodiché, con gli occhi lucidi e il cuore in tumulto, mi sono scusato con ogni persona, cercando di far capire quanto fossi disperato in quel momento. E loro, con uno sguardo comprensivo e una carezza gentile, hanno accolto le mie parole, riconoscendo la profondità della mia preoccupazione e l’amore immenso che mi spingeva a compiere quel gesto.

C’è sempre stato un amore immenso, sin dal primo istante, un amore che non ha mai smesso di crescere, giorno dopo giorno, ma anche di notte: ricordo quando è nata tua sorella e tu, come un’adulta, sei rimasta lì con me. Erano le due di notte, un silenzio ovattato avvolgeva il corridoio, quando l’ostetrica è uscita dalla sala parto e ti ha posato tra le braccia tua sorella. Tu, così piccola, con quei tuoi occhi verdi pieni di stupore, mi guardavi come per chiedermi: “E adesso, papà?”. In quel momento, il tempo si è fermato. Un attimo così intimo, così puro, che lo custodirò per sempre nel mio cuore, come un tesoro che nessuno potrà mai portarmi via.

In tutti questi anni, ho cercato di esserci sempre per te. Di accompagnarti nei momenti felici e di sostenerti in quelli difficili. Ma alla fine, sappiamo entrambi come sono più le soddisfazioni ricevute, sia scolastiche che professionali. E oggi, a migliaia di chilometri da me, stai dimostrando di saper essere forte, indipendente e capace di gestire la tua vita con una maturità che mi riempie di orgoglio. Ogni tuo successo, ogni tua scelta, è la prova di quanto tu sia cresciuta, e io, anche se lontano, ti sento vicina più che mai.

Sai che sarò sempre un punto di riferimento, una spalla su cui appoggiarti, ma anche un complice con cui condividere sogni e progetti. E so inoltre che, insieme a me, ci saranno sempre tua madre e tua sorella. Un legame unico, forte, che va oltre le semplici parole.

Ora, mentre scrivo queste righe, mi rendo conto che non ci sono parole sufficienti per descrivere quello che provo per te. Sei parte di me, la mia gioia, il mio orgoglio, la mia forza. Sei la persona che mi ha insegnato cosa significa amare in modo incondizionato.

Cosa aggiungere? Grazie per essere la donna meravigliosa che sei. Grazie per ogni sorriso, ogni abbraccio, ogni arrabbiatura quando non ti ascolto… e ciascun momento condiviso, anche su WhatsApp.

Manu, grazie per avermi reso un padre felice.

Ti amo più di quanto le parole possano esprimere, più di quanto il tempo possa misurare, e oggi, anche se distanti, in questo giorno speciale, voglio dirti che sei e sarai sempre la mia bambina. Non importa quanti chilometri ci separino, il mio cuore batte vicino al tuo, e il mio amore per te non conosce confini.

Con tutto l’amore del mondo, tuo Papà.

Sanremo: il premio della critica a Simone Cristicchi con "Quando sarai piccola", mentre a vincere il Festival è…

Che bel testo! 
Simone Cristicchi ha una capacità straordinaria di toccare le corde più profonde dell’anima con parole semplici ma cariche di significato. 
La sua canzone, dedicata alle madre e alla sua malattia, è un inno all’amore, alla cura e alla memoria, temi universali che risuonano in chiunque abbia vissuto o stia vivendo un’esperienza simile. 
La delicatezza con cui affronta il tema del tempo che passa, della memoria che sfuma e dell’amore che resiste è davvero commovente.
Ora, passando ai possibili finalisti di Sanremo 2025, è interessante notare come il sottoscritto abbia analizzato ogni artista con un occhio critico, ma rispettoso, ed alla fine dopo non poche riflessioni, ho pensato che gli artisti che seguono potrebbero far parte dei vicitori:
Simone Cristicchi: La sua canzone è bellissima ma potrebbe non vincere. Spesso a Sanremo non è solo la qualità della canzone a determinare la vittoria, ma anche l’interpretazione, il carisma dell’artista e il momento giusto. Se cantata da un interprete più “tradizionalmente” potente come Ranieri o Jovanotti, avrebbe forse avuto un impatto diverso, ma Cristicchi ha il merito di essere autentico e sincero, e questo è un valore aggiunto.
Giorgia: Lei è una forza della natura, una delle voci più potenti e riconoscibili della musica italiana. Forse la canzone è un po’ troppo ripetitiva ed assomiglia – forse mi sbaglio – ad una nota canzone del grande Lucio Dalla; questo potrebbe rappresentare un limite, ma la sua classe e il suo carisma dovrebbero comunque portarla lontano. Arisa sarebbe stata un’ottima rivale, ma purtroppo non è in gara quest’anno…
Achille Lauro: Finalmente ha colto bene il suo percorso di crescita artistica. Dopo anni di provocazioni e sperimentazioni, sembra aver trovato un equilibrio, tra stile e sostanza. La sua eleganza e la maturità artistica potrebbero finalmente premiarlo, anche se il testo, avrebbe avuto bisogno di un ritocco in più.
Fedez: Il suo seguito tra i giovani è indiscutibile, e il televoto potrebbe favorirlo. Tuttavia, di presenza la canzone perde qualcosa, mentre viceversa ascoltata su “youtube” migliora molto, forse anche grazie all’uso di autotune e di alcuni effetti speciali che dal vivo non si percepiscono; ciò purtroppo limita e quindi distoglie l’attenzione dalle belle parole della canzone. Fedez ha il potenziale per vincere, ma deve convincere anche il pubblico più tradizionale.
Lucio Corsi: La sua canzone tocca un tema importante e delicato, e il coraggio di affrontarlo con sincerità è ammirevole. 
Permettetemi di aprire una parentesi: la canzone e le parole sono toccanti e affrontano un grave problema tra i giovani; riprendono il comportamento meschino compiuto da taluni soggetti che si ritengono dei “leader” solo perché un gruppo di menomati, uniti sotto il nome di “branco”, si fanno forti quando sono insieme, viceversa, presi ciascuno da soli, si dimostrano dei codardi, evidenziando gravi problemi familiari e soprattutto personali.
Difatti, è solo attraverso la prevaricazione nei confronti dei propri coetanei o di soggetti fragili, che questi  riescono a manifestare tutta la loro violenza fisica e verbale, che sappiamo bene viene caratterizzata con abituali molestie e aggressività di tipo minaccioso.
Corsi in questa sua canzone ha il coraggio di metterci la faccia e soprattutto la propria debolezza, senza nasconderla, esprimendo anche quel desiderio represso di “esser un duro“. La musica è leggera e segue senza pretese una perfetta linearità, proseguendo: come un gioco da ragazzi…
Vincere… non credo sarà facile, ma potrebbe essere certamente una sorpresa inaspettata e direi anche meritata!!!
Comunque, anche se potrebbe non vincere, il suo messaggio lascia un segno profondo, e questo è già una vittoria in sé.
In definitiva, Sanremo è sempre una sorpresa, e spesso la canzone che vince non è necessariamente la più bella, ma quella che riesce a catturare l’attenzione del pubblico e della giuria in quel preciso momento. Chissà, forse quest’anno ci potrebbe anche essere una sorpresa inaspettata…
E allora, nel riportare di seguito le bellissime parole del testo della poesia di Cristicchi, penso che alla fine uno degli artisti citati sopra potrebbe essere il nome del vincitore del Festival di Sanremo 2025.

Quando sarai piccola ti aiuterò a capire chi sei,

ti starò vicino come non ho fatto mai.

Rallenteremo il passo se camminerò veloce,

parlerò al posto tuo se ti si ferma la voce.

Giocheremo a ricordare quanti figli hai,

che sei nata il 20 marzo del ’46.

Se ti chiederai il perché di quell’anello al dito

ti dirò di mio padre ovvero tuo marito.

Ti insegnerò a stare in piedi da sola, a ritrovare la strada di casa.

Ti ripeterò il mio nome mille volte perché tanto te lo scorderai.

Eeee… è ancora un altro giorno insieme a te,

per restituirti tutto quell’amore che mi hai dato

e sorridere del tempo che non sembra mai passato.

Quando sarai piccola mi insegnerai davvero chi sono

a capire che tuo figlio è diventato un uomo.

Quando ti prenderò in braccio

e sembrerai leggera come una bambina sopra un’altalena.

Preparerò da mangiare per cena, io che so fare il caffè a malapena.

Ti ripeterò il tuo nome mille volte fino a quando lo ricorderai.

Rip. ritornello

per restituirti tutto, tutto il bene che mi hai dato.

E sconfiggere anche il tempo che per noi non è passato.

Ci sono cose che non puoi cancellare,

ci sono abbracci che non devi sprecare.

Ci sono sguardi pieni di silenzio

che non sai descrivere con le parole.

C’è quella rabbia di vederti cambiare

e la fatica di doverlo accettare.

Ci sono pagine di vita, pezzi di memoria

che non so dimenticare.

Rip. ritornello

per restituirti tutta questa vita che mi hai dato

e sorridere del tempo e di come ci ha cambiato.

Quando sarai piccola ti stringerò talmente forte

che non avrai paura nemmeno della morte

Tu mi darai la tua mano,

io un bacio sulla fronte

Adesso è tardi, fai la brava

buonanotte.