Il generale Roberto Vannacci getta la maschera e presenta il suo partito. “Futuro Nazionale” è il nome e l’intento della sua sfida: dare corpo a una destra che definisce “vera, orgogliosa, convinta, entusiasta, pura, contagiosa” e che affonda le radici in valori netti e senza compromessi. È un messaggio diretto a un’Italia che descrive come “una polveriera pronta a deflagrare”, piena di energia repressa e talento umiliato”.
Il senso del progetto Futuro Nazionale si legge già nel suo nome e nel suo simbolo, un’operazione di comunicazione studiata per parlare a un’area specifica dell’elettorato. Il nome evoca appartenenza e continuità nazionale, mentre il logo, con il suo font spigoloso che alcuni associano a un’estetica littoria e la prevalenza dei colori tricolore e blu, si rivolge chiaramente a un elettore di destra sociale.
Dietro questa scelta grafica c’è un messaggio forte: il generale non si pone come un moderato, ma come il rappresentante di una destra che definisce “vera, orgogliosa, convinta, entusiasta, pura, contagiosa”. Una promessa di netta discontinuità da ciò che viene percepito come il “linguaggio misurato” e le “vie di mezzo” della politica attuale, di cui molti italiani sarebbero stufi.
Questo slancio si concretizza in un programma strutturato attorno alla parola “VITALE”, declinata in sei pilastri. Si parte dalle Virtù militari di coraggio e dovere, si passa per l’Identità nazionale posta al di sopra delle istituzioni, per arrivare alla difesa delle Tradizioni, viste come radici da proteggere da fenomeni come l’immigrazione di massa, definita un fattore di disgregazione sociale.
L’Amore è quello per la famiglia “conforme alla natura”, fondata sull’unione di un uomo e una donna. La Libertà si traduce nel diritto all’autodifesa estrema e nella proprietà. Infine, l’Eccellenza è il rifiuto della mediocrazia a favore di un Paese che premi il merito. Un manifesto che, nella sua coerenza radicale, vuole essere una risposta a un Paese che Vannacci descrive come una “polveriera pronta a deflagrare”, piena di energia repressa e merito non riconosciuto.
Ed è proprio questa proposta a scuotere gli equilibri del centrodestra, come dimostra il primo sondaggio che misura il potenziale di Futuro Nazionale. La rilevazione di YouTrend lo colloca al 4.2%, superando quindi sia l’attuale soglia di sbarramento del 3% sia quella del 4% in discussione. Il dato più significativo, però, è l’origine di questi consensi. Il nuovo partito attinge principalmente dall’area della destra parlamentare, sottraendo più voti a Fratelli d’Italia (-1.1%) che alla Lega (-0.9%), con un impatto minore su Forza Italia.
Questo conferma che Vannacci agisce più come un fattore di redistribuzione interna alla coalizione di governo che come un attrattore di nuovi elettori, dato che solo il 13.5% proverrebbe da indecisi o astenuti. È qui che si annida il vero incubo per il governo: la prospettiva di un’erosione costante che, in uno scenario elettorale, potrebbe compromettere la maggioranza e forse è proprio questa la forza di questo nuovo partito, raccogliere tutti quei cittadini delusi dalla politica, da questo governo, dai suoi interpreti, anche di quelli dell’opposizione, che si dimostrano essere – mi riferisco al Pd – solo a voce contrari, ma quando si tratta di votare contro un soggetto di quel sistema, in particolare quando si tratta di proteggere uno di loro, vedasi il far valere le immunità parlamentari, ecco che improvvisamente non esiste opposizione, ma unione (chissà forse dobbiamo pensare di quanto ciascuno di essi sia compromesso…) d’intenti.
La reazione dei partiti di governo non si è fatta attendere e spiega la durezza degli attacchi personali. Da una parte c’è la delusione amara di Matteo Salvini, che ha accolto Vannacci quando “aveva tutti contro” e lo ha promosso a vicesegretario, sentendosi tradito nella lealtà. Dall’altra, c’è la preoccupazione di Fratelli d’Italia, che vede scalfita la sua egemonia sull’area sovranista.
Gli attacchi alla persona, il dipingerlo come un corpo estraneo o un nostalgico, nascondono il timore concreto per quei punti percentuali che, secondo le proiezioni, potrebbero oscillare tra il 4.5 e il 7%, numeri sufficienti a destabilizzare una coalizione. Il vero terrore è che il generale riesca a catalizzare il malcontento di quella parte di Paese che aspetta qualcuno che stravolga un sistema percepito come casta, clientelare e avverso alla meritocrazia, promettendo invece “l’unica destra che io conosca”.
“Per questo, oggi più che mai, il messaggio del generale – ‘Chi mi ama, mi segua‘ – risuona come una sfida diretta e un appello alla mobilitazione e chissà se, sulla spinta di questa rinnovata energia, non possa finalmente nascere insieme a “Futuro Nazionale” un’altra alternativa, sì… in grado di destabilizzare definitivamente questo sistema partitocratico, che negli anni si è dimostrato non solo fallimentare, ma soprattutto, profondamente e certamente colluso.”
Mpare… sediamoci un attimo a parlare, sì… su questa cosa: “Comu venu si cunta”…
Quante volte l’abbiamo sentito e quante volte l’abbiamo pronunciato, magari alzando le spalle con quel nostro mezzo sorriso che sa di sfottò o di prendere le distanze.
È vero, c’è una profonda saggezza in queste parole, una specie di pazienza antica che profuma di questa terra e di questo mare. Il voler accettare le cose come vengono, raccontarle poi per come sono state, senza provare a indorarle troppo…
C’è quasi una dignità in questo, una forza tranquilla che sembra dire: il mondo gira, e noi con lui, ed urlare… non è necessario.
Però, mpare, a volte mi fermo a pensare e mi chiedo se quel bellissimo “lasciar scorrere”, non si sia col tempo, un po’ troppo assopito. Già… se non si sia trasformato in una coperta di lana o una comoda poltrona dove aspettare che le cose semplicemente accadano. La filosofia diventa allora un pretesto, il “carpe diem siculo” si svuota del suo coraggio e si riempie di una strana inerzia.
Si aspetta l’evento ineluttabile, si osserva da lontano, si spera solo di sopravvivere per poterlo un giorno raccontare. “Mancia, vive e sinni futte”, si dice. E mentre si vive e si fugge, il mondo intorno prende le sue forme, spesso senza di noi, mpare… è questo che mi lascia perplesso…
La nostra terra è un miracolo continuo, un crocevia di storia e di coraggio che ha sfidato imperi, eppure, a volte, sembriamo aver ereditato solo la pazienza del contadino che aspetta la pioggia e non la sua capacità di costruire un sistema di raccolta di acque piovane per quando la pioggia non arriva. Quanti stanno in disparte, come se la storia fosse uno spettacolo a cui si assiste, e non una casa che si costruisce mattone dopo mattone? La maggior parte aspetta che qualcun altro risolva, che l’evento “vena” da sé, che il finale si scriva da solo e nell’attesa, si commenta, si racconta, ci si arrangia…
Ma “comu venu si cunta” non era questo, non doveva essere questo.Il raccontare, alla fine, era il sigillo sull’azione compiuta, non il surrogato dell’azione mai intrapresa! Era il vecchio marinaio che narrava la tempesta superata, non quello che dalla riva descriveva le onde che vedeva all’orizzonte.
La bellezza sta nell’affrontare, nel prendere quel “comu venu” e maneggiarlo, dargli una forma con le proprie mani, anche solo per spostarlo di un centimetro. E poi, sì, allora, raccontare. Perché la storia che vale la pena di raccontare è quella in cui ci si è immersi, rischiando la pelle, non quella che si è solo osservata da una comoda ombra.
Mpare, è ora di riprenderci la parte coraggiosa del proverbio e di ricordare a tutti i nostri conterranei che prima di “si cunta” viene “veni”, che non siamo spettatori di quel che viene, ma che siamo noi, con le nostre mani e soprattutto le nostre scelte, a farlo “venire”!
Altrimenti il rischio è che la storia la raccontino sempre gli stessi, quei pochi temerari, sì… come noi. E agli altri, ai troppi, resti il ruolo di comparse di quello stesso racconto. E questo, credimi, non è un bell’epitaffio per un popolo che ha il mare negli occhi e il fuoco della storia sotto i piedi!
Ho letto con attenzione un articolo sul vino “Ghemme“, pubblicato dal periodico “Ristorazione & Ospitalità” dell’AMIRA (Associazione Maitre Italiani Ristoranti e Alberghi), che mi ha particolarmente colpito.
L’autore, Adriano Guerri, ha raccontato di averlo degustato durante un soggiorno all’Hotel La Palma di Stresa, in occasione del 69° congresso nazionale “AMIRA”.
Ecco… è proprio questo riferimento ad avermi toccato, non perché io sia stato presente a quell’evento, ma perché conosco perfettamente quel luogo affacciato sul lungolago del Lago Maggiore, avendo vissuto per dieci anni a Verbania e quindi mi capitava spesso di frequentare Stresa – un luogo meraviglioso che si affaccia sulla costa occidentale del Golfo Borromeo, dirimpetto alle omonime isole – e soprattutto apprezzavo l’alta cucina di quei suoi ristoranti.
Leggere quindi di quel vino in quel particolare contesto, mi ha fatto tornare indietro con il pensiero, sì… ad una bottiglia di “Ghemme” che conservo in cantina, datata 1988, e che tra non molto compirà quarant’anni. Già… è strano come le parole di un articolo, trovato per caso qui “https://amira-italia.it/images/2026/rivista/Gennaio_2026.pdf“, possano aver improvvisamente risvegliato il ricordo di un oggetto silenzioso, quasi a voler creare un ponte tra una descrizione professionale e una storia personale…
Quel vino, descritto come una perla dell’Alto Piemonte con radici addirittura in epoca romana, sembra incarnare la pazienza. Tra l’altro la sua zona di produzione, nei rilievi collinari morenici tra i fiumi Sesia e Ticino, non è poi così lontana dalle sponde del lago di Stresa e quel borgo medievale di Ghemme, con il suo “castello-ricetto”, che ha donato il nome a un vino di grande carattere.
Il disciplinare richiede un affinamento di mesi e anni, prima in legno e poi in bottiglia, una lunga gestazione prima di essere posto sul mercato. Questa attesa obbligata mi ha fatto riflettere sulla mia bottiglia del ’88, che dopo aver attraversato tutto quel percorso, è andata a fermarsi in un angolo della mia casa, diventando così essa stessa, un piccolo tesoro di famiglia.
Dice bene l’autore ricordando i produttori, artefici di questa pazienza e custodi di una tradizione che regala vini eleganti e complessi, dal colore che col passar degli anni vira dal rubino al granato, con note di frutta rossa, spezie dolci e tabacco. Un vino che l’autore consiglia con piatti sostanziosi della tradizione, ma che per me, in questo momento, rappresenta soprattutto un appuntamento futuro, un momento da condividere quando il tempo sembrerà maturo.
Sì… pensavo alla prossima volta che mi troverò nuovamente a Stresa, quando avrò deciso che è giunto il momento di aprire questa bottiglia. Nel farlo ho pensato di invitare un mio caro amico, sì… l’architetto Renzo di Omegna, a cui proprio questa bottiglia mi lega, e chissà – nuovamente insieme – potremmo bere quel vino che molti anni fa mi volle omaggiare.
Immagino già il gesto lento di stapparla, il suo contenuto rosso granato che scivola nel calice, liberando nell’aria profumi custoditi per quattro decenni. Porterò quindi le mie labbra sul bordo, assaggerò quella storia fatta di sole, terra e legno, e per un attimo, unirò idealmente la mia esperienza a quella raccontata nell’articolo. Sì… sarà un brindisi al tempo che passa, alle memorie che diventano sapore, a un futuro che attende solo il momento giusto per rivelarsi dolce e suadente.
Nel frattempo, continuerò a conservarla, come si fa con le cose preziose, sapendo che alcune storie, come quelle dell’amicizia, sono come quelle dei grandi vini: meritano di essere vissute con il giusto ritmo.
Perché la più romantica delle attese è proprio quella che promette un incontro, un abbraccio tra un luogo amato, un ricordo vivido e un sapore che ha imparato a essere paziente, proprio come il cuore che lo aspetta…
Pax vobis in hac nocte sacra, et lumen Christi fulgeat in cordibus vestris – (Tradizione Cattolica): Pace a voi in questa notte sacra, e la luce di Cristo brilli nei vostri cuori.
Eirḗnē hymîn en têi hagíai nyktí, kaì tò phôs toû Christoû phaínetai en taîs kardíais hymôn– (tradizione Ortodossa): Pace a voi nella notte santa, e la luce di Cristo risplenda nei vostri cuori.
Friede sei mit euch in dieser heiligen Nacht, und das Licht Christi leuchte in euren Herzen– (Tradizione Protestante): Pace sia con voi in questa notte santa, e la luce di Cristo risplenda nei vostri cuori.
Tre frasi. Tre lingue. Tre tradizioni che custodiscono lo stesso senso, pur pronunciandolo con suoni diversi, gesti diversi, calendari che talvolta si sfasano di giorni, di settimane.
Non è un caso che in ognuna risuoni la parola “pace” – non come assenza di rumore, ma come silenzio scelto, come gesto di chi decide di fermarsi, abbassare la voce, deporre il giudizio. Pace come riconoscimento: nell’altro non un errore da correggere, ma un cammino da ascoltare.
Eppure proprio in questa festa, che racconta di un Dio che si fa fragile per abitare la nostra fragilità, continuiamo a innalzare muri alti quanto le nostre cattedrali. Ci dividiamo sulla formula giusta, sulla data esatta, sulla liturgia più autentica, come se la verità fosse un codice da decifrare invece che una luce da condividere. Come se bastasse parlare la stessa lingua per capirsi davvero.
Dimentichiamo che quelle stesse parole latine, greche, tedesche furono tradotte non per uniformare, ma per avvicinare. Perché la fede non è un deposito da sorvegliare, ma una fiamma da passare di mano in mano – senza pretendere che bruci allo stesso modo in ogni cuore.
Il Natale, nella sua essenza religiosa, è profondamente cristiana. Ma la sua eco ha scavalcato i recinti dei templi. Si è fatta canto di piazza, abete addobbato in un condominio laico, scatola regalo lasciata sulla scrivania di un collega che prega rivolto alla Mecca, luci accese su una vetrina a Pechino dove nessuno sa chi sia quel bambino nella mangiatoia, ma tutti sentono, in qualche modo, che quella notte chiede un passo indietro dal rumore del mondo.
Non è annacquamento. È la prova che certe domande, come su cosa significhi nascere, su cosa valga proteggere una vita piccola, su come tenere acceso il calore quando fuori fa buio e freddo, non appartengono ad una sola tradizione, ma attraversano l’intera umanità.
Eppure, finché resteremo convinti che l’altro debba diventare come noi per meritare rispetto, quella luce resterà confinata in una nicchia, spenta dal vento della banale superiorità.
Perché la pace non nasce dall’uniformità, ma dal coraggio di stare insieme pur essendo diversi – senza fingere che le differenze non esistano, ma scegliendo di non farne un’arma.
Finché divideremo il mondo in ortodossi ed eretici, in fedeli e indifferenti, in chi ha capito e chi ancora sbaglia, non celebreremo mai davvero il Natale. Ne consumeremo solo la superficie, come una decorazione da appendere e poi – come accade puntualmente a gennaio – rimuovere.
Ecco… forse la domanda più importante di questa notte e di questo mattino non è chi ha ragione, ma chi siamo disposti a lasciare fuori dalla stalla.
Perché là dentro – come accade ahimè ancora oggi – c’è freddo, fame, disperazione. Eppure, un nuovo respiro cancella per un istante tutta quella sofferenza. Lì… non c’è posto per strategie, armi, politica, ma solo il desiderio di poter andare avanti, di lasciarsi quell’orribile mondo che li circonda alle spalle.
Buon Natale, allora, a tutti – a chi lo vive con fede, a chi con memoria, a chi con affetto, e a chicome me, lo attraversa con dubbio, ma non con indifferenza. Perché il dubbio, se è onesto, non allontana: chiede solo di camminare più lentamente, per non lasciare indietro nessuno.
E quel coraggio – piccolo, quotidiano, spesso inascoltato – di voler restare insieme, pur senza accordi preventivi, pur senza identità sovrapposte, è forse il gesto più vicino allo spirito di quella notte: non chiudere la porta, non pretendere che l’altro impari la nostra lingua, ma sedersi accanto, in silenzio, e provare a inventare una nuova parola, breve, antica, ma oggi più che mai necessaria: Noi
E in questa tradizione, il cosiddetto Vangelo di Giacomo – un testo apocrifo del II secolo – stranamente non è stata inserita come biografia evangelica, c’è la ricostruzione della sacralità della famiglia: Maria è presentata come figlia del tempio, dedicata fin da bambina a Dio; Giuseppe è un vedovo anziano, scelto solo per proteggere la sua purezza; Gesù nasce in silenzio, senza clamore, e subito dopo è Giacomo, il primogenito di Giuseppe, a entrare in scena come custode della sorellina (Maria) e poi del fratellastro (divino).
Non vi è alcun miracolo nel parto, e neppure adorazione dei magi, c’è semplice devozione, rispetto, familiarità. Per gli ebioniti, la santità non era nell’eccezionale, ma nel quotidiano. Nel fare bene ciò che la Torah chiede, senza sconti, senza scorciatoie e quando Giacomo morì lapidato, per loro non cadde un leader tra tanti: cadde il pilastro che teneva ancora unita la casa di Gesù alla casa d’Israele.
Certo, col tempo quella voce si fece sempre più flebile e così mentre Roma cresceva, Antiochia dibatteva e Alessandria speculava, Gerusalemme era stata sepolta dai romani sotto le ceneri…
E i vangeli – non parlo solo di quei quattro che ormai leggiamo come fossero uno – non furono scritti in un’unica volta, né con un unico intento. Ognuno porta i segni del suo tempo, delle sue ferite, dei suoi conflitti risolti a parole quando non era più possibile risolverli a fatti.
Quello di Marco, probabilmente scritto prima della distruzione del Tempio, non conosce ancora la figura di Pietro come fondamento: lo mostra smarrito, che fugge nudo dal Getsemani (un dettaglio troppo strano per essere inventato…), che tace davanti al sommo sacerdote, che non compare alla tomba vuota, anzi, le donne “non dissero nulla a nessuno, perché avevano paura”, un testo aperto, incerto, come la comunità che lo genera.
E poi Matteo, scritto dopo il 70, in una chiesa divisa tra ebrei osservanti e convertiti ellenisti, sente il bisogno di chiudere quella incertezza: ecco allora il discorso della montagna, le antitesi («Avete inteso che fu detto… ma io vi dico»), e, appunto, la dichiarazione su Pietro — «Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa». Ma attenzione, quanto scritto non rappresenta un titolo di proprietà, è un atto di fiducia in un momento di crisi. È come se la comunità dicesse: “Abbiamo perso Gerusalemme, abbiamo perso il Tempio, abbiamo perso Giacomo, ma non abbiamo perso la possibilità di ricominciare e se proprio dobbiamo ricominciare, che sia qualcuno che ha fallito, ma che è stato guardato ancora”.
Luca, viceversa, cerca l’unità: fa parlare Pietro a Pentecoste, ma affida la parola decisiva al concilio a Giacomo; mostra Paolo in viaggio, ma lo fa arrestare a Gerusalemme, in quella stessa città dove Giacomo camminava a testa alta fino all’ultimo. Giovanni, infine, scrive più tardi, forse a Efeso, e sa che ormai Giacomo è un nome quasi scomparso: allora trasforma Pietro in Simone figlio di Giovanni, lo fa riconoscere tre volte da Gesù dopo il rinnegamento – non per umiliarlo – ma per restituirgli il posto non come capo, ma come pastore. È un gesto di riconciliazione postuma, un tentativo di tenere insieme ciò che la storia aveva separato.
Ecco che così, pagina dopo pagina, quei vangeli non raccontano solo ciò che accadde, ma anche ciò che si sperò potesse ancora accadere: un’unità che non cancellasse le differenze, una fedeltà che non diventasse rigidità, una memoria che non si trasformasse in mito.
Il problema non fu mai che qualcuno abbia “inventato” il Pietro che oggi tutti conoscono, quello che, in questi giorni, Roberto Benigni ha raccontato con tanta grazia e forza. No… il problema fu che, più tardi, qualcuno decise che quella sola immagine dovesse bastare a reggere tutto, la fede, il potere, la memoria persino e nel farlo, lasciò fuori le altre voci, i volti che non chiedevano di comandare, ma solo di testimoniare.
Come se la casa di Gesù potesse avere un’unica colonna portante, e non invece una trama di relazioni, di tensioni, di silenzi pesanti e parole ritrovate. Perché la verità è che Gesù non ha lasciato un successore: ha lasciato una tavola apparecchiata e su quella tavola c’erano dodici posti e quindi non uno solo. Alcuni furono occupati da chi rimase, altri da chi decise di andare lontano, altri ancora restarono vuoti, segno che nessuno poteva dire: “Qui siedo io, e qui nessun altro”!
Ecco allora che – a seconda di come vogliamo leggere la storia, forse o certamente – il vero errore non fu tanto mettere Pietro troppo in alto, quanto dimenticare che ogni volta che lo si sollevava, qualcun altro veniva inevitabilmente spinto giù: Giacomo, Maria di Magdala, Giuda di Giacima, la vedova con le sue due monetine, non furono cancellati, no… furono semplicemente messi fuori campo, come ombre al bordo della tela ufficiale, mentre la luce veniva concentrata su un solo volto.
Ecco per cui, mio caro Roberto, consentimi di suggerirti il tuo prossimo monologo e cioè l’unico e vero messaggio che Cristo desiderava: un insegnamento che riuniva l’umanità intera, senza divisioni religiose, senza più poveri e ricchi, senza padroni e servi, senza chi comanda in nome di Dio e chi obbedisce per paura del castigo.
Il tutto potremmo dire riunito in una sola legge – scritta non su pietra – ma nel cuore: “ama il prossimo tuo come te stesso”.
Basta un solo segno distintivo: non la fede dichiarata, bensì il pane spezzato con chi non ha, con una giustizia equa fatta anche per chi non conta, la verità detta a chi non la vuole sentire, perché Gesù non venne a fondare una Chiesa, venne a ricordare a tutti che siamo una sola famiglia e che ogni volta che qualcuno viene lasciato fuori – non è lui a essere escluso – siamo noi a smettere di essere umani. E quel giorno, non è Dio che si allontana: è l’uomo che si dimentica di sé!
Consentitemi – prima di iniziare la seconda parte del mio post – di riportarvi quanto ricevuto – ieri – dalla mia prima lettrice, e cioè mia moglie (ma sono certo che sarete stati in molti a pensare la stessa cosa…):
Troppo lungo per leggerlo immediatamente, lo farò con calma. Hai forse voluto eguagliare Benigni per lunghezza??? Ma lui a differenza tua è stato profumatamente pagato per intrattenere gli spettatori 🤣🤣🤣🤣
Risposta (che in un qualche modo preannuncia quanto sto ora per scrivere):
Hai ragione sulla lunghezza, ma per trattare con serietà un tema così vasto (e come sappiamo troppo spesso edulcorato…) servono necessariamente più parole. Ho preferito quindi una divisione in più parti a un riassunto frettoloso. Il punto centrale del mio post non è la mia opinione personale, ma il tentativo di ricostruire coerentemente eventi storici che, da duemila anni, vengono (sempre) celati dietro narrazioni più “comode e spettacolari”, come per l’appunto alcuni monologhi di intrattenimento.
Ed allora – dando seguito a quanto scritto ieri – ho lasciato l’ultima parola al “silenzio”, come si fa quando si è detto qualcosa che non può essere né aggiustato né cancellato, solo accolto. La storia – e quindi non la leggenda – ci ha consegnato un Giacomo solido, silenzioso, radicato in quella terra di Gerusalemme, mentre viceversa ci ha fatto conoscere un Pietro che cammina sui margini, tra le onde e le città, tra l’entusiasmo coraggioso di chi crede ciecamente ed il ripensamento umano di chi evidenzia paura, già… tra il fuoco e il dubbio.
Eppure, non finisce qui, perché se è vero che la storia non mente, è altrettanto vero che non parla mai da sola: le sue parole sono sempre intrecciate con quelle di chi, dopo, ha dovuto scegliere da che parte stare, in tempi in cui non si trattava più di seguire un uomo, ma di costruire una memoria capace di resistere al tempo. E quella memoria, inevitabilmente, ha dovuto fare i conti con conflitti che non erano più tra Giudei e Romani, ma dentro la stessa comunità dei discepoli.
Paolo e Pietro, per esempio, non furono mai compagni di strada nel senso tranquillo del termine.
Paolo, cittadino romano, colto, irruente, convinto che la buona novella fosse per tutti, senza distinzioni di circoncisione né di legge; Pietro, galileo, cresciuto nel ritmo delle sinagoghe, fedele alla Torah anche quando non ne capiva più il senso, sempre in bilico tra ciò che aveva udito da Gesù e ciò che il cuore gli imponeva di non abbandonare.
Ad Antiochia – come ho scritto ieri – lo scontro è netto: Pietro mangia con i pagani finché non arrivano gli emissari di Giacomo, allora si ritrae, come chi teme di aver oltrepassato un confine che non gli compete spostare: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani… come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?». Non è un rimprovero teologico: è la voce di chi sente cedere il terreno sotto i piedi, perché sa che se la legge diventa barriera, allora la grazia non è più grazia. Ma Pietro tace e quel silenzio, più di ogni parola, ci dice quanto il primato non fosse mai stato suo: non aveva l’autorità di decidere da solo, perché la comunità di Gerusalemme aveva un centro, e quel centro si chiamava Giacomo.
E proprio attorno a Giacomo si radica una corrente di pensiero oggi quasi dimenticata, ma che per secoli fu viva, presente, resistente: gli ebioniti, i “poveri”, che vedevano in Gesù non un dio disceso dal cielo, ma un uomo giusto, profeta e maestro, figlio di Giuseppe e Maria, fratello di Giacomo, osservante della Legge fino all’ultimo respiro. Per loro, il vero erede non era chi predicava la libertà dai precetti, ma chi, come Giacomo, portava ogni giorno il “tallit”, pregava nel tempio, rifiutava la carne sacrificata agli idoli e viveva in povertà radicale.
Non avevano bisogno quindi di un Pietro universale, né di un Paolo che parlava in greco alle città: avevano bisogno di un fratello che camminava per le strade di Sion come aveva camminato Gesù, con le stesse scarpe polverose e lo stesso sguardo sulle vedove e gli orfani.
Dopo la presentazione su Rai 1 del monologo di Roberto Benigni sul discepolo di Gesù, Pietro, ho letto nel web un post di Vatican News che riprendeva quell’assolo e lo intitolava “Quella forza che nasce dalla fragilità, Benigni racconta San Pietro”, ed allora ho deciso che fosse “giusto” (sì… un parola che trova proprio in questo contesto la sua perfetta collocazione…) bilanciare, sì…quanto da entrambi riportato.
Sì… perché anch’io, come molti di voi, ho ascoltato con attenzione quel monologo durato circa due ore – opera del grande attore, regista, sceneggiatore e cantautore che tutti conosciamo – ma debbo dire che quanto ho udito mi è sembrato più un racconto fantasioso – certo bello – avvincente, a volte commovente, ma non un terreno su cui fermarsi a riflettere, bensì uno specchio in cui riconoscersi senza dover mai mettersi in discussione.
Già – caro Roberto – ciò che hai detto va bene ai bambini, e va bene anche a tuuti quei fedeli che vogliono credere tenendo però gli occhi chiusi, senza mai mettere in discussione nulla, accettando – quasi fossero seguaci di una verità che non ammette domande – tutto ciò che viene loro insegnato: già… mai a chiedersi se quegli insegnamenti siano radicati nella storia o costruiti per consolare.
Non chiedono a se stessi se quelle parole ascoltate con devozione, a volte persino studiate in modo approfondito, servano davvero a discernere il giusto dall’ingiusto o – come solitamente accade – solo a confermare ciò che già si vuole sentire. Già… l’importante è riceverle – e basta– come se a parlare loro fosse il divino in persona.
Per cui, quanto andrò ora a scrivere non è per tutti, in particolare non per chi ha da sempre chiuso il proprio cuore e cammina come un cavallo con i paraocchi, sì… perché la strada non l’ha scelta lui: l’ha decisa il fantino!
Ed allora, consentimi di far conoscere chi era realmente – quantomeno storicamente – quel Pietro da te tanto decantato con amorevole passione e scusami se nel mio post, mi rivolgerò a te senza darti del lei, ma su questo punto, sono certo che apprezzerai il mio esser spontaneo.
Innanzitutto desidero precisare che nel tuo monologo ti stessi riferendo a quel soggetto chiamato “Simone”, detto Kefà, in aramaico: “roccia”, (tradotto in greco Petros). Ed allora iniziamo a vedere chi era questo umile pescatore, originario di Betsaida (Galilea); certamente era un analfabeta o quantomeno con una bassissima scolarizzazione: basti leggersi il passaggio – Atti 4,13 – dove viene descritto come “agrammatos kai idiotēs” – e cioè “senza lettere e privo di formazione”.
Ed allora continuando, vediamo cosa sappiamo di lui (quantomeno) con certezza: dovrebbe esser stato uno dei primi seguaci di Gesù ed è anche presente in molti episodi riportati come la trasfigurazione, Getsemani, rinnegamento (quest’ultimo come sappiamo presente in tutti e quattro i vangeli canonici).
Sappiamo inoltre che dopo la morte del profeta Gesù, egli è tra i protagonisti del movimento post-pasquale: appare per primo – o quantomeno tra i primi – a Gesù risorto (vedasi Cor 15,5; Lc 24,34), inoltre, predica la Pentecoste (Atti 2), ma sappiamo bene come questa rappresentazione sia una narrazione teologica molto tardiva.
Certo svolge un ruolo di rilievo tra i dodici apostoli, ma quel numero “Dodici” rappresenta un gruppo simbolico, non un organo stabile, difatti, dopo la morte di Giuda, Mattia viene “sorteggiato” e quindi scelto, ma stranamente non compare più…
Passiamo allora a tutta una serie di frasi riportate nei cosiddetti vangeli sinottici, in particolare quella in cui Gesù chiama Simone Pietro e gli dice: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa” (Mt 16,18).
Ma questo testo compare solo in Matteo- ed è in greco- segno che non risale alla tradizione aramaica di Gesù- ma a una redazione posteriore- forse ad Antiochia, attorno agli anni 80-90 d.C. – in una comunità attraversata da tensioni interne – alla ricerca non di un’identità “unica”, ma di un’autorità riconosciuta da tutti, proprio mentre giudeo-cristiani ed ellenisti stavano prendendo strade diverse.
Se prendiamo ad esempio quello di Marco (il più antico), lì… non vi è riportato nulla!
Ed ancora, permettimi di aggiungere come Luca e Giovanni non lo riportano in quella forma; si comprende quindi come quell’episodio sembra rispondere più a una situazione successiva e non ai giorni di Gesù. Vi è in quella frase – creata appositamente – la ricerca di legittimazione gerarchica, soprattutto in un periodo nel quale emergevano forti tensioni tra giudeo-cristiani ed ellenisti.
Per cui, la frase “tu sei Pietro…” probabilmente non possiede nulla di storico, nel senso di “pronunciato da Gesù in quel momento”, ma riflette una volontà di sviluppò teologico che voleva porre Pietro in un ruolo di leader che non gli spettava e che, come sappiamo, fu assegnato a Giacomo detto “il Giusto”.
Ed allora, mettiamo per un momento da parte questa figura di Pietro e andiamo ad analizzare la figura di Giacomo (Ya‘aqov), fratello di Gesù (Mc 6,3; Gal 1,19), che emerge con chiarezza già nei primi decenni, e in modo assai più concreto rispetto (a questo tuo e non solo tuo…) “Pietro”.
Paolo lo chiama “Giacomo, il fratello del Signore” (Gal 1,19), e dice di averlo incontrato a Gerusalemme e difatti, in Galati 2,9, si legge: e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi.
Scusami Roberto, hai letto? I “pilastri” della chiesa di Gerusalemme sono “Giacomo, Cefa (Pietro) e Giovanni”, ma è Giacomo ad essere nominato per primo.
Ma non solo, nello stesso capitolo, Paolo riferisce di un disaccordo ad Antiochia tra Giacomo e Pietro (Gal 2,11–14): 11 Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto. 12 Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. 13 E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. 14 Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?
Si comprende da questo passo come Pietro si ritiri dalla mensa comune con i pagani per timore “di quelli che venivano da Giacomo”, un segno tangibile di come fosse Giacomo ad avere l’autorità, riconosciuta anche fuori Gerusalemme.
Andiamo avanti, prendiamo ora gli Atti degli apostoli al passaggio 15 (concilio di Gerusalemme) è ancora Giacomo a pronunciare la decisione finale (At 15,13–21) e non Pietro, quest’ultimo parla solo per primo: “Fratelli- voi sapete che già da molto tempo Dio ha fatto una scelta fra voi- perché i pagani ascoltassero per bocca mia la parola del vangelo” (At 15,7), ma quando tutti finiscono di parlare, è Giacomo a concludere: Fratelli- ascoltatemi- Simone ha riferito come fin da principio Dio ha voluto scegliere tra i pagani un popolo per consacrarlo al suo nome” (At 15,13–14). Il ruolo decisivo è suo!
Ecco perché mi dispiace contraddirti quando dici: “Voi potete prendere qualunque libro al mondo, ma quando si arriva al Vangelo non c’è discussione”. No… perdonami ma non sono d’accordo, viceversa ritengo ci sia molto da discutere ed allora per farlo continuo ad argomentare quanto tu hai “abilmente” sospeso…
Prendiamo ad esempio un bellissimo libro di Giuseppe Flavio – https://www.homolaicus.com/religioni/fonti/antichita-giudaiche.pdf – Antichità giudaiche XX,200: “Poiché Anano – sommo sacerdote – riteneva di avere ora l’occasione propizia, convocò il sinedrio e vi fece comparire il fratello di Gesù –detto Cristo– di nome Giacomo e alcuni altri, e li fece lapidare.” Siamo nel 62 d.C. e Giacomo – non Pietro – viene ucciso come leader riconosciuto della comunità giudeo-cristiana.
La conclusione storica è evidente a chiunque – in particolare a chi vuole avere un cuore aperto – e cioè che, tra il 30 e il 62 d.C., Giacomo è il vero centro di gravità della chiesa madre di Gerusalemme, mentre Pietro ha un ruolo certamente itinerante e carismatico, ma non stabile, né direttivo nel senso istituzionale.
Ed allora viene spontaneo chiedersi: perché Pietro storicamente “sopravvive” e Giacomo scompare dalla memoria popolare?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo innanzitutto far riferimento ad alcune circostanze:
-la distruzione di Gerusalemme (70 d.C.) – la chiesa madre viene dispersa e la successiva centralità va prima ad Antiochia e poi a Roma, dove la tradizione petrina si radica presto (fine I sec.: Clemente romano chiama Pietro “esempio di sopportazione”, 1 Clem 5,4–7).
– Giacomo è strettamente legato al giudaismo: osservante della Torah, asceta, “giusto”, ma è dopo il 70, che la separazione tra ebraismo e cristianesimo inizia ad accentuarsi e quindi quella sua figura non si adatta facilmente a una chiesa sempre più ellenistica e soprattutto pagana.
– Pietro diventa “universale”: quel pescatore impulsivo, fallibile (rinnegamento), poi convertito, rappresenta un personaggio più “umano” e narrativamente efficace, difatti è proprio ciò che hai realizzato tu, in maniera sublime, esaltando la sua virtù umana: è diventato anche il mio migliore amico, perché me ne sono innamorato! (…) Come parla, come si muove, come reagisce, come guarda, come cammina, come pesca E quante ne combina! Oh, Signore! All’inizio non ne fa una giusta. Non capisce, sbaglia, inciampa, ci ripensa, (…) è proprio uguale a noi, ripeto: il più vicino a noi, e nello stesso tempo il più vicino a Gesù.
La vicenda umana del pescatore di Galilea – raccontata da te – è perfetta: svela «cosa può fare un uomo per Dio e cosa può fare Dio di un uomo». E difatti, la sua morte a Roma (probabile sotto Nerone, ca. 64–67) lo lega indissolubilmente alla nuova Chiesa di Roma, destinata a un ruolo sempre più crescente.
Ed allora concludendo, ma soprattutto basando le mie riflessioni su fatti concreti (ho eliminato qualsivoglia fantasia), non vi è alcuna prova storica che Gesù abbia istituito Pietro come “capo” della futura chiesa, come peraltro il ruolo di Pietro se pur reale, non fu mai gerarchico nel senso moderno. Viceversa fu Giacomo “il Giusto“, ad esser stato nominato leader della prima comunità cristiana, con un’autorità riconosciuta anche da Paolo e dallo stesso Pietro stesso.
Ecco perché quanto emerso dalla storia sta in netto contrasto con il racconto del tuo monologo – e ancor più con la tradizione consolidata della Chiesa – in particolare con quella “primazia” di Pietro che non ha fondamento nei primi decenni dopo Gesù, ma si forma lentamente, tra l’80 e il II secolo, già… come risposta a bisogni reali (e non divini…) di unità, riconoscibilità e continuità, in una fede che stava diventando universale – ma rischiava di perdere le radici – e così si decise di costruire un fondamento solido, sì… su una pietra che, storicamente, non era mai stata posta dal profeta di Nazaret.
Ho letto ieri sera un’intervista di Irene Carmina a Salvo Ficarra, e sono state le sue prime parole a colpirmi…
Parlava di un limite, usava la metafora della casa comune, depredata non solo dei suoi valori più preziosi ma persino delle cose più umili, quelle di ogni giorno. A quel punto, diceva Ficarra, scatta qualcosa: ci si chiede, ma un limite non dovrebbe esserci? E la risposta, amara, era che forse quel limite in Sicilia lo abbiamo superato da tempo.
Dopo aver letto quell’intervista con passione, ha serpeggiato in me un interrogativo ancora più amaro, già… le stesse sue parole che vado ripetendo da anni: come mai non siamo ancora scesi in piazza a dire basta, a pretendere che qualcosa, finalmente, cambi? Come mai i miei conterranei non fanno nulla per cambiare questo stato di cose che, da quasi un secolo, infetta questa nostra terra?
Nel 2015 provai a dare una risposta attraverso un post intitolato “È la mafia che ha preso dai siciliani o sono i siciliani che hanno preso dalla mafia?“. Ma risposta non c’era. Forse perché, come scrivevo allora, mi stavo convincendo ogni giorno di più che diventa difficile credere – per la maggior parte dei siciliani – di poter estirpare ciò che da sempre appartiene organicamente al Dna della nostra vita, accettato da oltre un secolo, dal corpo e dalla mente. Potrei dire metaforicamente che è ormai “cosa nostra“!
Scendere in piazza sarebbe bello per cambiare definitivamente questo stato di cose. Ma la verità è che i siciliani l’hanno fatto una sola volta, e parliamo di un tempo lontanissimo: quello dei Vespri. Mi sono ormai convinto che la maggior parte dei miei conterranei è corrotta nell’animo. Non definirei mafiosi tutti i siciliani, sarebbe scorretto e ingiusto; ma la Sicilia non ha nulla a che fare con la mafia? Ahimè non è così, se essa vive, prospera e si sviluppa a macchia d’olio in questo territorio, la colpa principale è proprio dei siciliani.
Osservate i comuni sciolti per mafia, i sindaci coinvolti in inchieste giudiziarie, i deputati, gli assessori, i consiglieri, tutti quegli appartenenti a giunte di partito che, da tempo posti sotto processo, continuano purtroppo a sedere su quelle poltrone. Non voglio ergermi a paladino della giustizia – chi mi conosce sa che è proprio ciò che faccio quotidianamente – ma la verità, senza alcun tono polemico, è che dietro a questa nostra società vi è una parte consistente di miei conterranei che non fa il proprio lavoro in maniera onesta. Opera costantemente nell’illegalità, proprio attraverso i propri incarichi, per ricevere mensilmente un ulteriore tornaconto economico.
Ecco qual è la più pericolosa associazione illegale di questa terra: non la mafia, i mafiosi o i loro familiari. Sono le persone insospettabili, quelle che conosciamo tutti, che detengono il potere sociale, economico e finanziario e rappresentano un vero e proprio cancro per questa terra. Parliamo di una classe dirigente che si fa incantare dalle lusinghe, dalle carriere, dalle promesse di favori e dal denaro messo loro a disposizione, lo stesso con cui alimentano quel mondo corruttivo.
Ai siciliani interessa poco confrontarsi con la mafia, anzi non gli importa minimamente di farne parte. A loro interessa soltanto cosa si può ricevere da essa: approfittare del bisogno di quell’organizzazione per entrare negli appalti pubblici, nei finanziamenti, nella gestione degli interessi imprenditoriali, per ottenere autorizzazioni, concessioni, sfruttare i posti di lavoro offerti, ricevere mazzette, raccogliere quel voto di scambio ottenuto grazie ai consensi sociali di cui essa gode nel territorio.
La Sicilia è bellissima, ma ahimè corrotta nell’animo. Certo, non tutti i siciliani risultano contagiati, ma la maggior parte di essi evidenzia una particolare bramosia che li tiene saldamente soggiogati. La Magistratura ormai ci propina inchieste che conosciamo a memoria, nomi di indagati che hanno la durata di un istante e noi tutti ci siamo stancati di leggere quei nomi. Dice bene Ficarra: in questa storia non c’è proprio nulla di comico, neppure un barlume.
Ma caro Salvo, questa è la società che essi preferiscono: immobile, rassegnata, soprattutto individualista, che tende ad escludere i bisogni della maggioranza, premiando esclusivamente le necessità personali e familiari, il proprio orticello. Perché a questi siciliani non importa la condizione in cui vivono, né ricercano un futuro migliore per i propri figli. Preferiscono subire il fascino dell’agonia, di quell’angoscia vissuta sulla propria pelle, quasi vivendo in attesa di un miracolo.
Basta osservare quanto avviene intorno a noi: una vera e propria negazione sociale che spinge ciascuno verso lo scetticismo, allontanando ogni ipotesi di miglioramento. Una contraddizione latente che cerca in ogni occasione quel consenso politico, quel sistema affaristico e clientelare legato a filo diretto con il mondo illegale, mafioso e consociativo. Ecco la doppia anima dei siciliani: quella a cui non interessa riflettere, quella che pur amando la propria terra non vuole cambiare rotta, che resta elettrice “fedele” di quanti, grazie a quel voto, hanno abusato del potere conferito loro.
Ai siciliani – lo dimostrano nelle votazioni regionali e nazionali – non interessa un cambiamento, una nuova possibilità. In loro non vi è alcuna insofferenza, né fermento di rivoluzione. Non riescono neppure ad aggregare e mobilitare quelle poche forze oneste in grado di spezzare il circuito dell’illegalità e della corruzione. Alla maggior parte di loro non serve: va bene così. Peraltro, non è grazie a quel mondo – e soprattutto a quell’economia sommersa – che riescono a sopravvivere?
Non posso che apprezzare le parole espresse da Ficarra. Sì… sarebbe bello se a quelle parole si potesse dare seguito con i fatti, iniziando a scendere in piazza per farci sentire da chi non vuole ascoltare.
Io comunque sono già qui, in attesa che anche lui mi raggiunga. Auspico solo che, alla fine, in mezzo a quest’enorme piazza, non saremmo solo in due
Buongiorno, una mia cara lettrice mi ha scritto ieri sera questa nota:
Caro Nicola, ho letto il post scritto l’altro ieri e anche quello dello scorso mese e, pur apprezzando sempre le tue riflessioni – di cui alcune considero giustissime – ritengo però che, quando trattiamo temi come la famiglia e la vita, non possiamo più avere nessun indugio: occorre mettere ordine, fare regole chiare che poi possano prevedere eccezioni.
Il clima di incertezza, fondato sui casi singoli, non può continuare a generare confusione, rischiando di produrre una società anarchica, senza radici, senza quei valori e quei riferimenti che tengono insieme il tessuto comunitario. Troppi segnali negativi arrivano da ogni parte, e si avverte una deriva sociale sempre più grave.
Certo, siamo aperti alle eccezioni, ma le regole restano fondamentali. Ecco perché il convegno di domani a Messina sarà certamente un incontro interessante, specie per i giovani, ma anche per noi attempati, che forse, nella nostra frenesia di modernità e progressismo, abbiamo reso deboli e incerti proprio coloro che avevamo il compito di guidare. Con affetto ti abbraccio.
Cara ………, ho letto la tua mail e vorrei dirti che apprezzo sempre la tua tenacia e, soprattutto, mi piace la tua determinazione. È proprio perché so di poter contare su un confronto schietto, genuino e senza compromessi che mi sento – in un qualche modo – legato a te.
Avendo saputo di questo secondo incontro a Messina, dopo quello realizzato in precedenza a Catania, ho sentito il bisogno di scrivere nuovamente, cercando ancora una volta di essere me stesso: pur riconoscendo il valore di quanto si sta provando a costruire attraverso questi incontri, non volevo che la mia promozione dell’evento venisse letta – dai miei lettori e non solo – come una mera propaganda, tanto più sapendo che alcuni relatori sono legati a uno schieramento politico o a un periodico di ispirazione cristiana.
Per me, ascoltare non significa dover cambiare idea; significa, piuttosto, arricchirsi con la visione altrui, anche quando non la si condivide. Ecco perché non smetterò mai di ringraziarti per quanto mi hai scritto in questi anni: con te so di poter contare su un confronto costruttivo, capace di tenere insieme rispetto e libertà di pensiero.
In fondo, noi due siamo come il quadro rappresentato sopra: due strade che all’apparenza sembrano lontane, ma che, proseguendo il cammino, si avvicinano sempre di più fino a incontrarsi. Perché, al di là delle differenze, entrambi desideriamo una società solida, capace di offrire orientamento – soprattutto alle nuove generazioni. Tu temi che la moltiplicazione dei casi particolari indebolisca il senso comune; io temo che l’imposizione di regole rigide, per quanto ben intenzionate, possa soffocare la complessità delle vite reali.
Difatti, tu vedi nel ritorno a principi chiari una cura per la deriva; io, viceversa, vedo nel riconoscimento del dubbio una forma di responsabilità morale. Eppure, entrambi riconosciamo che le eccezioni esistono, e che vanno accolte.
La differenza, forse, sta nel punto di partenza: per te, la regola viene prima e l’eccezione dopo; per me, la persona viene prima, e la regola deve saperla accompagnare, non imprigionare.
Non si tratta quindi di una contrapposizione sterile, ma di un dialogo necessario per far crescere la società. Nessuna comunità, infatti, può reggersi solo sull’assolutezza dei principi, né solo sulla frammentazione delle esperienze. Ha bisogno di entrambe: di radici e di ali.
Di chi ricorda che esistono confini, e di chi ricorda che esistono volti dietro ogni eccezione.
Forse, allora, non si tratterà più di scegliere tra ordine e apertura, ma di cercare un ordine capace di accogliere l’apertura, e un’apertura che non rinneghi il bisogno di orientamento.
Certo, è un equilibrio fragile, ma è l’unico che rispetti insieme la dignità della comunità e la libertà della coscienza.
E per questo continuerò ad andare a questi (e ad altri incontri) non come portavoce, ma come semplice cittadino in ascolto. E poi, come sempre accade dopo queste circostanze, continuerò a scrivere, non per convincere, ma per invitare i miei lettori a pensare.
Sì… proprio come fai tu, con quella schiettezza che tanto ammiro.
Qualche settimana fa, a Catania, ho partecipato a un convegno interessante che mi ha lasciato molto da pensare…
Oggi torno su quelle riflessioni, perché credo che su temi come la vita e la famiglia non bastino le certezze: serve soprattutto rispetto per la libertà di coscienza di ciascuno.
Chi mi segue sa che diffido delle formule rigide, di quei “valori” declinati come se esistesse un unico modello giusto per tutti. La crescita – personale e collettiva – nasce invece dal confronto libero, dal dialogo senza imposizioni, lontano da ogni forma di coercizione morale o ideologica.
È con questo spirito che guardo nuovamente con interesse all’appuntamento di sabato 25 ottobre, presso la Sala Ovale del Comune di Messina: “Tradizione è Futuro – Difendere la vita, difendere la famiglia”.
L’iniziativa, promossa da Carlotta Nicastro, Giuseppe Pisa e Romj Crocitti (dirigenti dei Movimenti della Democrazia Cristiana Sicilia) e moderata dal Sen. Dott. Domenico Scilipoti Isgrò, vuole riaffermare valori fondanti e lo fa in un momento in cui il futuro richiede, più che mai, solidarietà e senso comune.
Apprezzo profondamente questi spazi di riflessione, specialmente quando affrontano questioni complesse senza pretendere di avere risposte semplici. Perché la vita reale non è mai bianco o nero.
A portare i saluti istituzionali saranno l’Assessora ai Servizi Sociali del Comune di Messina, Avv. Alessandra Calafiore, il Dott. Giovanni Frazzica (Segretario Provinciale DC), il Dott. Pippo Previti (Vice Segretario) e il Dott. Umberto Bonanno (Vice Coordinatore dei Giovani DC): un segnale che queste tematiche attraversano diversi livelli della società.
Solitamente la mia presenza a eventi come questo — o ad altri simili — non è un’approvazione acritica, ma quella di un semplice cittadino che sceglie di ascoltare, riflettere e, se possibile, porre domande o condividere osservazioni. Credo nel confronto, anche quando non sempre condivido tutto. Anzi: proprio quando non condivido, il dialogo diventa essenziale.
E quindi, pur condividendo taluni principi generali, resto distante da chi li vuole trasformare in dogmi, ignorando la complessità delle vite reali e il dolore che spesso le attraversa.
Prendiamo l’aborto, per esempio. Come espresso, avevo posto riserve sull’idea di una sua abolizione incondizionata. Obbligare una donna – magari vittima di violenza – a portare a termine una gravidanza non è “difendere la vita”: è imporle un trauma profondo, fisico e psicologico. E questo non toglie nulla al rispetto per chi, nella stessa situazione, sceglie di proseguire. La libertà deve valere per entrambe.
Lo stesso vale per la famiglia. Certo, il modello tradizionale ha una sua forza. Ma non è l’unico capace di dare amore, stabilità, educazione. Pur avendo qualche perplessità — soprattutto per il disagio sociale che ancora oggi pesa su certe famiglie “diverse”, riconosco con onestà che molte coppie omogenitoriali offrono un affetto più autentico e responsabile di tante famiglie eterosessuali in crisi.
E poi ci sono le frontiere etiche, come la gravidanza surrogata. Da un lato, suscita legittime preoccupazioni: il corpo non può diventare merce. Dall’altro, non possiamo ignorare i casi in cui è un gesto gratuito – magari di una sorella o una parente – che restituisce speranza a chi soffre per l’infertilità. La realtà è più sfumata di quanto spesso si voglia ammettere.
Ed è proprio per questo che servono convegni come quello di sabato: luoghi dove cittadini e operatori possano incontrarsi senza pregiudizi, confrontare esperienze, ascoltare storie vere.
Perché dietro ogni dibattito astratto c’è il dramma dell’infertilità, il calvario della procreazione medicalmente assistita, le delusioni, le speranze. E quando tutto questo fallisce, c’è l’iter adottivo: un labirinto burocratico che spesso sembra progettato per scoraggiare l’amore, non per sostenerlo.
E mentre si discute di “valori”, non possiamo dimenticare un’altra emergenza: il femminicidio. Una violenza di genere che colpisce donne già fragili, sole, senza protezione. Questo sì che è un tema urgente -e concreto – per ogni società che voglia dirsi civile.
Spero quindi che gli interventi di Livio Lucà Trombetta, Antonino Greco, Letterio Interdonato, Marco Faraci e Rebecca Rinaldo possano andare oltre gli slogan e offrire spunti autentici.
Auspico inoltre che iniziative come questa non restino isolate, ma si moltiplichino in tutta Italia: non per imporre verità, ma per coltivare il dubbio, la responsabilità, la capacità di guardare negli occhi chi la pensa diversamente e riconoscerne l’umanità.
Sì… se posso permettermi un suggerimento per il titolo del prossimo convegno, vedrei bene: Tradizione, futuro e il coraggio del dubbio.
Che senso ha leggere la Bibbia sapendo che essa non rappresenti altro che un libro e che in esso non vi sia contenuta alcuna parola di Dio? Perdonate oggi l’argomento affrontato, ma questa domanda, così diretta, scuote da tempo le fondamenta a cui sin da bambino ero stato erroneamente plagiato, in quanto – se pur parliamo di un testo che nei millenni è stato considerato sacro – esso in se non rappresenta altro che una successione di eventi più o meno fantasiosi, certamente anche storici, ed è forse proprio per quest’ultimo punto che merita da parte del sottoscritto una pensiero sincero.
Tuttavia, sappiamo bene come la Bibbia, di fatto, sia un libro scritto da uomini, e come nei secoli sia stato modificato, alterato, a seconda delle circostanze storiche, dei poteri dominanti, delle interpretazioni umane, eppure, anche ammettendo questo, rimane nella buona o cattiva sorte, un testo che ha plasmato civiltà, ispirato arte, guidato filosofie, e continua a farlo ancora oggi.
Certo, nessuno toglie che essa offra spunti di riflessione e significato, che le storie raccontate, le parabole, se pur frutto di fantasia o di una rielaborazione culturale, rappresentino insegnamenti morali e riflessioni sull’esistenza umana che possono arricchire la vita di chi la legge, indipendentemente dalle proprie convinzioni religiose.
Forse quindi il valore non sta nell’origine divina del testo, ma nella sua capacità di parlare all’uomo, di interrogarlo, di metterlo di fronte a domande scomode e universali: cos’è il bene? Cos’è il male? Come dovremmo vivere?
Già… in questo forse la Bibbia può trovare un senso, non tanto per diventare specchio di Dio, ma bensì per noi stessi, per superare le nostre paure, le avversità della vita, dare un senso alle nostre speranze, e forse chissà, anche ai nostri errori.
E allora, forse, leggerla – per molti – può avere un senso, proprio perché conserva in se quel sentimento umano, sì… aggiungerei troppo umano…
Già… ricorda ai suoi lettori che la ricerca di significato, di giustizia, di redenzione, non è un’esclusiva della fede, ma un’esigenza profonda dell’animo umano.
Ecco quindi che alla fine poco importa se essa rappresenti storia, mito, o simbolo: già… ciò che conta è ciò che lascia ai suoi lettori, le domande che pone e soprattutto le risposte che costringe a cercare.
Il sottoscritto resta in fondo legato ai suoi concetti e cioè che – pur avendola letto tutte quelle pagine sia da fanciullo e da adulto – alla fine, ho raggiunto quella necessaria convinzione di non aver alcun bisogno della Bibbia e ancor meso di quei suoi precetti o insegnamenti, che d’altronde già di mio, metto ogni giorno in evidenza, sì… attraverso le mie azioni quotidiane.
Ecco… forse, il vero miracolo che manca (a quella parte di umanità che crede in quel libro in quanto fedele…) alla Bibbia, non è tanto quello di parlare con Dio, ma di riuscire a trasmettere in concreto qualcosa di positivo a quegli uomini o a quelle donne, che – per come vedo – continuano ahimè a comportarsi come sempre e cioè in maniera ignobile!
Ma, a ben pensarci, la Bibbia cos’altro fa se non parlare di noi, già… come al solito.
Perfetta metafora dell’arroganza umana: persino Dio, nella nostra fantasia, non può fare a meno di raccontare le nostre meschine storie, i nostri drammi da quattro soldi, le nostre ipocrisie placcate d’oro.
E noi, invece di vergognarci, ci specchiamo in quelle pagine come se fossero un’assoluzione divina. Comodo, no? La santità in copertina e il marcio nel cuore. Amen.
Da un paio di mesi la città di Palermo mi accoglie, e oggi, trovandomi in via Roma, ho voluto ringraziarla condividendo ciò che ho vissuto durante la festa della Madonna.
Una folla di fedeli ha preso parte alla celebrazione, deponendo rose – offerte dai Vigili del Fuoco – ai piedi della statua posta in cima a una colonna.
Come in tutte le feste religiose, non mancava nessuno: dall’Arcivescovo con la sua omelia ai politici e militari in primo piano sul palco (senza dimenticare le confidenze ironiche di Emanuele, un ragazzo accanto a me).
E poi i futuri seminaristi in vesti bianche, i parrocchiani devoti con il Sacro Cuore di Gesù sul petto, e i giovani volontari che, pieni di speranza, credono nel cambiamento attraverso l’amore e la parola di Dio – anche se, a volte, senza approfondire quel patrimonio scritto che potrebbe guidarli verso una spiritualità più consapevole.
Non mancavano neppure chi vive ai margini della comunità, ma che in queste occasioni trova conforto nell’organizzare processioni, preghiere o semplicemente nell’essere presente.
E poi i negozianti, che approfittano dell’evento per tenere aperto, cercando di vendere la loro merce – un’abitudine antica, se pensiamo ai mercanti cacciati da Gesù dal Tempio di Gerusalemme.
La banda intonava canti religiosi, le acclamazioni si alzavano, gli applausi concludevano la cerimonia.
Poi, tutto è tornato alla normalità: chiacchiere, preoccupazioni quotidiane, programmi per la serata.
Quell’attimo di devozione sembra svanire troppo in fretta, lasciando spazio all’indifferenza di sempre.
Quante volte, dopo un’esperienza che dovrebbe commuoverci, riprendiamo la routine come se nulla fosse?
Ma oggi, tra le tante cose, ho coltivato un desiderio: che Yara, quella ragazzina il cui nome tutti conosciamo, possa presto tornare a casa e lasciarsi alle spalle questi giorni bui.
Perché in fondo, anche se a volte la fede sembra un rituale distratto, è nelle speranze più semplici che si nasconde la vera devozione.