Sì… è partito tutto da una nota di Andrea Scanzi su Tumblr, che ha dato sfogo a questo mio post. A proposito di “sovranità”. Nell’indifferenza generale, è accaduto che Salvini sia stato citato novantasei volte negli Epstein files. Perché quel criminale era interessato al successo di Salvini in Italia? Ed è vero che Steve Bannon finanziò la Lega nel periodo di massimo consenso? Sono domande importanti, ma tanto ormai in questo paese è saltato tutto.
Il giornalista, scrittore e opinionista dichiara altresì di condividere interamente le parole della deputata AVS Elisabetta Piccolotti: Chiediamo oggi un’informativa urgente al ministro dei Trasporti, Matteo Salvini. Non per i ritardi dei treni né per le procedure opache sul Ponte sullo Stretto, ma per un fatto che lo riguarda come segretario di un importante partito di maggioranza. Il nome di Salvini ricorre per ben novantasei volte negli Epstein files. Questi messaggi si concentrano nel periodo in cui la Lega, non a caso, raggiunge il suo massimo storico di consenso elettorale anche grazie alla cosiddetta “Bestia”, un sistema pervasivo e altamente efficace di comunicazione sui social network.
E continuando: Chiediamo dunque che il ministro Salvini venga a spiegare in Parlamento se abbia mai avuto Steve Bannon come consulente politico; se risponde al vero che Bannon abbia svolto attività di fundraising e ricerca di finanziatori, diretti o indiretti, anche sotto forma di servizi digitali, a favore della Lega; se sia mai venuto a conoscenza di iniziative promosse da Bannon per condizionare l’opinione pubblica italiana o europea anche dopo l’esplosione dello scandalo di Cambridge Analytica; se gli incontri citati nelle mail si siano realmente svolti e se Salvini fosse a conoscenza dei legami tra Steve Bannon e Jeffrey Epstein.
Queste domande non sono un attacco personale. Riguardano la sovranità democratica, la trasparenza del finanziamento della politica e il rischio di interferenze occulte nei processi elettorali nazionali ed europei. Questioni cruciali per la qualità della nostra democrazia.
Non so voi… ma io sono stanco di leggere le cronache che puntualmente mostrano la parte negativa di questa mia terra.
Tuttavia, non so dirvi se, i problemi presenti in questo periodo nel mondo, certamente più gravi dei nostri, abbiano avuto il merito di spostare altrove la mia attenzione, sì… concedendomi una tregua.
Ma come ben sapete, questo mio blog nasce principalmente per mettere in evidenza quanto ahimè accade qui, in questa terra, in questa meravigliosa isola, e quindi non posso che riprendere quel filo, una storia che giungendo da lontano, ritorna però puntuale, quasi fosse una costante o forse dovrei cercare altrove le causa di questa forma di resilienza tutta “siciliana“: quella del potere che si riproduce, si adatta, cambia pelle ma – disgraziatamente – non cambia sangue.
Leggo di sviluppi, perquisizioni, fascicoli aperti, contanti nascosti, e penso a quanto sia sempre la stessa sostanza delle cose. Certo… cambiano i nomi, e questo è quantomeno un fatto, non positivo, badate bene, perché l’infezione continua egualmente a diffondersi, ma quantomeno vi è la speranza che chi è stato in certe posizioni per anni a infettare il sistema, forse finalmente potrebbe non esserci più, limitando il male compiuto e quel diffuso marciume.
Certo, se ripenso a tutti i meccanismi adottati, a quel modo di tessere relazioni, mettere a frutto conoscenze accumulate in anni di scranni e poltrone, già… se rivedo quei ponti costruiti tra chi gestisce la cosa pubblica e chi quella cosa pubblica “l’ha piegata ai propri fini”, beh… non c’è proprio nulla per cui stare allegri.
Ricordo che parliamo di un sistema che incarna la perfetta soluzione di continuità, che passa da una legislatura all’altra, da un governo all’altro, da un incarico all’altro, come se la politica e quel ruolo istituzionale, non fosse altro che l’anticamera di affari ben più redditizi.
Prendiamo ad esempio quel dirigente. Una carriera costruita negli ingranaggi di quel sistema clientelare e massone, che ha evidenziato nel corso degli anni d’aver interpretato alla perfezione quella doppia faccia: una istituzionale, fatta di carte bollate e programmazione, e quell’altra, fatta di favori, di segnalazioni, di porte aperte per gli amici degli amici.
Il punto, comunque, non è solo la somma di denaro in contanti che si potrà trovare in casa o presso suoi familiari, che pure costituisce un indizio pesante, no… ciò che è peggio è la rete, quel modo di sentirsi protetti, di essere al sicuro, di pensare che certi favori fatti a certi personaggi, non solo restino nell’ombra, ma rappresentino il proprio personale salvacondotto.
E poi, consentitemi di aggiungere un altro tassello, quello che nonostante i guai giudiziari, continua imperterrito a stare in quella posizione, sì… quel sentirsi talmente indispensabile da rimanere in servizio, ben oltre i limiti consentiti di legge.
Una storia che conosciamo bene: quando un sistema considera un uomo insostituibile, forse andrebbe chiesto il perché. Perché è così importante tenere in sella un funzionario indagato, o addirittura sollecitarlo a non andare in pensione? Forse perché quest’ultimo garantisce fluidità a certi meccanismi, a certi passaggi, a certe ditte amiche che, a differenza di altre, dovevano vincere determinati appalti?
Ecco, è questo che mi fa venir il vomito, già, la naturalezza con cui tutto scorre, la continuità tra chi c’era prima e chi c’è adesso.
Ecco quindi che i vecchi legami con certi esponenti politici – finiti in passato al centro di inchieste giudiziarie – vengono misteriosamente accantonati, per dare il via a una nuova stagione, nuove nomine, nuova fiducia. Come se la memoria fosse una facoltà che si esercita solo quando conviene, e si perde quando potrebbe diventare ingombrante.
A cosa serve allora ascoltare quel mondo fatto di intercettazioni, di nomine pilotate, di aziende che ottengono accreditamenti mentre altre li perdono? Un sistema che racconta di una regia occulta, che non disdegna di intrecciarsi con certe logge, con ambienti dove si stringono patti tra persone che, formalmente, non avrebbero nulla a che spartire. E invece spartiscono eccome. Spartiscono il potere di decidere, il potere di indirizzare, il potere di escludere!
Come dicevo all’inizio, mi capita spesso, leggendo queste notizie di cronaca, di pensare a chi verrà dopo. Sperando che sia migliore di chi l’ha preceduto. Ma la mia, forse, è solo un’illusione. Perché se è vero che le inchieste vanno avanti perennemente nello stesso modo, se la magistratura e le forze dell’ordine compiono il proprio dovere con pazienza certosina, è anche vero però che quei sistemi illegali non muoiono con un’ordinanza di custodia cautelare: Si adattano, si riposizionano e continuano ad operare.
Difatti, quel che resta, dopo ogni tempesta giudiziaria, è la sensazione che il guscio più duro, quello fatto di complicità e omertà, sia ancora lì, intatto, in attesa di nuove stagioni.
Auspico, come credo ciascuno di voi, che l’attenzione non venga mai spenta. Io, nel mio piccolo, con questo blog – ma soprattutto con le denunce in Procura – ci provo, perché so che quest’ultimi, insieme ai militari, gli organi di controllo continueranno a seguire i fili di quegli intrecci, senza limitarsi ai primi livelli.
D’altronde sappiamo bene che – solitamente – quello che emerge, è sempre la punta di un iceberg. Ed è sotto, si sa, che c’è il resto. Il resto fatto di appalti pilotati, di carriere di dirigenti costruite sulle raccomandazioni dei boss, di assessorati che diventano sportelli per gli affari sporchi di pochi.
Ma poi, finita l’emergenza, come sempre accade, si torna a guardare altrove. E loro, quelli che tessono la tela, ricominciano. Sì, con pazienza certosina. Già, con la stessa pazienza con cui aspettano che un funzionario raggiunga l’età della pensione per poi convincerlo a restare. Perché certe cose non possono essere affidate a mani nuove.
Perché le mani nuove, si sa… il più delle volte, non sanno tenere certi fili.
Scrive bene in un commento, nella mia pagina “Medium“, l’amico Giuseppe: Purtroppo non li definirei giornalisti ma giornalai (come riporta l’amico Carrino che seguo da ormai un po’ di anni) e il problema non è solo in Sicilia ma in tutto il paese. La verità spesso viene nascosta, io difatti, non guardo quasi più la TV.
Ha usato una parola, “giornalai“, che non è un insulto, ma una fotografia impietosa della realtà, perché c’è una differenza abissale tra chi cerca la verità e chi vende carta (o come si usa ora “click”).
Il giornalaio espone la merce in vetrina, la sistema per farla sembrare appetibile, ma non si cura di cosa c’è scritto dentro, purché il titolo attiri il passante.
Oggi, specialmente qui da noi, l’informazione ha smesso di essere un servizio pubblico per diventare un prodotto commerciale. A Catania, come nel resto d’Italia, non assistiamo a un silenzio improvviso, ma a un assordante rumore di fondo. Non è che le notizie manchino; è che quelle vere, quelle che fanno male al potere, vengono soffocate non con la censura di un tempo, ma con l’indifferenza calcolata.
Il vero crimine organizzato non ha più bisogno di inviare messaggi minatori o di bruciare auto. Ha capito che è molto più efficace possedere la penna che scrive la notizia, o almeno, finanziare la mano che la tiene. Quella “mafia dei colletti bianchi” di cui si parlava un tempo oggi non si nasconde nei vicoli bui, ma siede legittimamente anche dove scorre l’informazione.
Mi riferisco agli editori che non sono certamente degli ostaggi spaventati, come qualcuno vorrebbe far credere, ma complici forse consapevoli, perché hanno scelto la via della convenienza: garantire la tranquillità ai propri inserzionisti, mantenere buoni rapporti con le istituzioni che rilasciano contributi pubblici, evitare cause costose.
Il risultato? Un’omologazione totale! Accendi un telegiornale locale, scorri un quotidiano online, leggi le notizie su un portale web e alla fine ti accorgi che sembra di leggere la stessa agenzia di stampa riscritta da un algoritmo, nessuno scavo, nessun nome, nessuna responsabilità…
In questo modo, il cittadino non viene informato, viene nutrito, sì… nutrito con briciole di cronaca nera, con polemiche sterili, con dibattiti dove tutti urlano ma nessuno dice nulla. Ci hanno trasformati in consumatori passivi della realtà, convinti sì… di sapere cosa accade nel mondo, mentre ci viene preclusa la visione di ciò che accade davvero nelle stanze dei bottoni!
Se Giuseppe ha smesso di guardare la TV, ha fatto l’unica scelta sana possibile, perché finché accetteremo che il “giornalaio” prenda il posto del giornalista, continueremo a vivere in una democrazia di facciata. Come avevo scritto alcuni giorni fa, la verità non è morta per mano di un killer, è morta per inedia, lasciata morire di fame in mezzo a un banchetto di notizie inutili.
Spetta a noi quindi smettere di comprare quella merce avariata. Solo quando smetteremo di dare ascolto a chi urla titoli senza sostanza, forse, qualcuno tornerà ad avere il coraggio di scrivere la verità.
Fino ad allora, come dice l’amico di Giuseppe, “Carrino”, restano solo loro: i venditori di fumo!
Come sempre, arriva l’acqua, poi il fango e quindi il crollo… e dopo ancora, come un rituale ormai inscenato a memoria, arrivano “loro“, sì… quelli che dovevano prevenire, che avrebbero dovuto vigilare, che erano stati posti lì, proprio per far questo!
Ma ormai sappiamo bene come quest’ultimi, si muovano soltanto quando tutto è ormai in pezzi, quando le crepe sulla collina sono divenute voragini, quando le case e le strade sono state inghiottite nel terreno e soltanto allora, si solo a fatto compiuto, si affacciano per osservare quanto accaduto, con i loro distinti incarichi e quelle assurde dichiarazioni, già… per commentare un disastro che si sarebbe potuto evitare.
Ed allora, ogni sera, osservo nei Tg nazionali la cittadina di Niscemi, un paese che potrebbe, da un momento all’altro, scivolare verso la piana. Sembra la scena di un film che si ripete in loop, ma è la tragica litania che accompagna da oltre un trentennio questa nostra isola. Eppure va detto… non mancano i progetti, le carte, le buone intenzioni, anzi, sono tutti lì, perfettamente redatti, con tanto di firme e di finanziamenti stanziati.
Come ad esempio non ricordare quel progetto di consolidamento per la frana del ’97, con la sistemazione del torrente, i cui ultimi atti ufficiali risalgono a un anno fa. Un progetto “mai nato“, come tanti altri, rimasto sepolto sotto altre priorità, forse sotto altro. L’appaltatrice venne licenziata per “gravi ritardi” si legge e nel frattempo, si son fatti dei terrazzamenti, altri piccoli interventi, ma il cuore del problema, quello vero, è rimasto lì, a marcire insieme al terreno argilloso, in attesa del suo risveglio.
Questo è il punto, il vero cuore della questione: È tutto scritto, saputo, confermato! Lo dicono i geologi da una vita: certi luoghi sono predestinati, certi equilibri geologici sono talmente fragili che l’uomo, con il suo calcestruzzo e la sua incuria, non fa che accelerarne il corso. L’abitato sorge su un pianoro di sabbia che poggia su argille impermeabili, una condizione che invita allo scivolamento. Le indagini lo hanno dimostrato, i monitoraggi lo confermano: il dissesto è profondo, strutturale, solo in quiescenza relativa.
Non è un’eccezione, è la norma. E la conclusione, per chi vuole ascoltare la scienza e non l’orgoglio, è netta: non esistono soluzioni tecniche definitive, solo interventi di mitigazione. L’unica strada seria sarebbe una pianificazione che riduca l’esposizione, che pensi a una progressiva delocalizzazione ed invece no… si preferisce fingersi sorpresi ogni volta, come se la pioggia di oggi fosse un evento mai visto, e non la semplice conferma di quanto seminato ieri.
E così, mentre la collina sta franando, mentre il capo della Protezione Civile descrive una situazione critica per l’intera altura, ed allora ti chiedi: dov’erano, tutti questi anni, coloro che avrebbero dovuto ascoltare?Perché le voci che denunciavano i rischi, che scrivevano di alvei da mettere in sicurezza, di canali di scolo da ripulire, di una cementificazione folle che ha impermeabilizzato il suolo, sono rimaste sussurri inascoltati?
Sono anni, decenni, che se ne parla, eppure, nulla cambia. Si spendono fiumi di denaro in consulenze, in progetti, in commissioni. A volte, purtroppo, scopriamo che parte di quei fondi ha intrapreso strade oblique, come ci hanno ricordato recenti inchieste che hanno coinvolto persino figure istituzionali delegate proprio al contrasto del dissesto. E allora il cerchio si chiude in modo perfetto e crudele: l’incuria si sposa con l’illecito, e il territorio paga il conto più salato.
Alla fine, restano loro, i cittadini. Abbandonati in un territorio martoriato, senza piani seri di emergenza, costretti a contare i danni di una vita che va in frantumi, insieme alla propria casa. Assistono impotenti allo stesso balletto: l’allarme ignorato, la catastrofe, la mobilitazione tardiva, le promesse. E poi il silenzio, fino alla prossima pioggia.
È una storia che si ripete senza soluzione di continuità, già… una storia di doveri voltati dall’altra parte, di responsabilità evase, di allerta non lanciate.
Una storia che dimostra come, in fondo, non sia la natura la più spietata, ma l’indifferenza di chi, seduto su quelle poltrone, avrebbe il potere di cambiare le cose e invece aspetta, sì… che la terra smetta di tremare. Ma solo… per ricominciare daccapo!
Ho iniziato da ieri a vedere su Netflix una miniserie che tratta di un argomento scabroso: la vicenda di Jeffrey Epstein.
Ora… non è che non avessi letto quanto fosse accaduto in quelle sue lussuose ville, ma osservare visivamente le immagini, far emergere dall’ombra i contorni di quelle stanze, mi ha fatto inorridire in modo diverso. Ha toccato una corda che offende la natura umana, e che mi ha fatto decidere di scrivere questo post e al titolo da utilizzare per aprire questo discorso.
Mi chiedo spesso, dinnanzi a fatti che superano l’immaginabile, dove vada a finire il nostro sdegno. Sì… è come se si accumulasse, strato dopo strato, fino a formare un cristallo duro e tagliente, proprio come quello ora evocato dalle parole del mio titolo.
Non è fantasia da horror, né la semplice invocazione di una giustizia sommaria e fisica, è piuttosto l’estremo respiro di un’impotenza collettiva, che sente di aver toccato il suo limite. È il punto in cui la ragione, stanca di bussare alle porte dei tribunali, sogna un finale diverso, in cui il castigo sia pari all’orrore, sia pubblico e, soprattutto, sia definitivo.
Certo, la mia è un’immagine da antico codice, e forse nasce proprio da lì: dal bisogno primordiale di vedere un ordine restaurato in modo così plateale da cancellare, una volta per tutte, ogni ombra di dubbio, perché – ahimè – la realtà con cui ci confrontiamo è ben più opaca, più grigia!
È fatta di documenti – quelli sì, finalmente pubblicati – che formano una nebulosa di nomi, di voli, di indirizzi. Si parla di “files“, una parola asettica che contiene universi di sofferenza, e non di quello che realmente fosse e cioè uno: “schifo”.
Jeffrey Epstein non fu un mostro solitario; fu piuttosto un nodo, un collante, un raccordo tra soggetti deviati. La sua genialità perversa consistette proprio in questo: comprendere che il desiderio più oscuro, se protetto da abbastanza denaro e favori, poteva trasformarsi in una valuta, in una merce di scambio per una certa “élite“.
Le sue ville, l’isola, gli aerei, non furono soltanto i teatri di un delitto, ma i luoghi di una perversa socialità, dove il potere non si limitava a coprire malefatte. Lì, in qualche modo, si banchettava. E il banchetto aveva un prezzo, pagato a scapito di aspiranti modelle e, in modo ancor più deplorevole, su vittime minorenni ignare.
È qui che il nostro sdegno si incrina e diventa perplessità. Perché leggere quei nomi – politici, imprenditori, magnati, intellettuali, artisti – non fornisce risposte, ma moltiplica le domande. Essere menzionati, ci viene giustamente ricordato, non è una condanna. Alcuni saranno stati ingenui frequentatori di un ambiente luccicante e certamente corrotto; altri, chissà, avranno visto e avranno distolto lo sguardo.
Il dubbio, però, si insinua come una nebbia: fino a che punto si può essere “solo” amici di un uomo che organizzava la propria esistenza attorno allo sfruttamento di donne, uomini, o peggio… adolescenti? Dove finisce la colpevole negligenza e inizia la complicità? Il vero rompicapo sta in questa zona grigia, in quel brusio di fondo di un mondo che, a certi livelli, ha forse chiuso un occhio, ha scambiato un sorriso, pur intravedendo il buio ai margini del tappeto rosso.
I social media hanno preso questa storia già contorta e l’hanno gettata nella fornace del caos. Hanno creato un cortocircuito letale tra il legittimo desiderio di giustizia e la sete morbosa di scandalo, fabbricando accuse a caso, mescolando vittime e carnefici in un unico, gigantesco spettacolo.
Questo rumore di fondo rischia di soffocare le voci vere, quelle delle sopravvissute, trasformando una tragedia umana in un campo di battaglia per teorie complottiste. Ci si ritrova così a dover lottare, paradossalmente, per preservare una verità già di per sé agghiacciante dalla distorsione della menzogna.
Alla fine, mi fermo a considerare il titolo da cui siamo partiti. Quella violenza verbale, quel desiderio di squarci e di sole cocente, è forse il gemello oscuro della nostra frustrazione. Rappresenta la tentazione di sostituire l’iter faticoso della giustizia – con i suoi cavilli e le sue attese – con un’icona immediata e sacrificale.
È un’idea comprensibile, ma resta un vicolo cieco. Perché la vera, difficile opera non è immaginare il castigo, ma decifrare il silenzio che ha permesso tutto ciò. È capire come una rete del genere abbia potuto tessersi alla luce del sole, intrecciata ai fili della finanza, della politica, dell’accademia e dello spettacolo.
Il sole sotto cui vorremmo appesi i colpevoli, forse, dovrebbe prima di tutto illuminare quelle stanze troppo a lungo rimaste in penombra. La giustizia, quando arriva, non ha lo spettacolo feroce di un’antica esecuzione, ma il volto austero di una condanna legale, o la paziente, ostinata raccolta di prove.
È meno narrativa, meno catartica. Ma è l’unica che può reggere il peso della storia, senza rischiare di trasformarci, nel desiderio di distruggere i mostri, in qualcosa che ad essi assomigli.
Io, nel mio sentire più viscerale, preferisco ancora la soluzione del titolo: appendere tutti a testa in giù, scuoiati. Ma soprattutto, ora, vorrei conoscere i nomi. I nomi dei miei connazionali che in quelle stanze ci sono stati, che a quelle feste hanno partecipato. Perché ho la sensazione, anzi la certezza, che ci siano.
Sì… vorrei sapere, una volta per tutte, chi ha banchettato in quel silenzio!
C’è una morte, quella di Pietro Taricone, che sin da subito non mi ha convinto e che ora, dopo tanti anni, torna a interrogarmi di nuovo.
In queste ore, ascoltando le dichiarazioni di Fabrizio Corona e ripensando a quelle inaspettate di Claudio Lippi dall’ospedale e alle tante voci che piano piano stanno emergendo, quel dubbio si è fatto in me nuovamente strada.
Ricordo che allora il gip di Terni nel 2010 archiviò tutto, concludendo che fu una manovra troppo rischiosa, sì… un errore umano a venti metri dal suolo, a causare lo schianto. La Procura, difatti, dopo la perizia, escluse qualsiasi guasto al paracadute, e così la storia si chiuse lì.
Eppure io ho sempre sospettato che qualcosa non tornasse, conoscendo l’alta professionalità con cui Taricone affrontava lo skydiving in generale. Quell’uomo, che tutti ricordano come “O Guerriero” per la sua esuberanza nel primo Grande Fratello, era in realtà un appassionato sì di quello sport estremo, ma nel farlo – a dire di tutti i suoi amici – era particolarmente metodico.
Difatti, possedeva alle spalle centinaia di lanci e proprio quel giorno a Terni, stava frequentando un corso di sicurezza in volo di livello intermedio. Il primo salto era andato bene, viceversa durante il secondo lanciò, dopo aver aperto regolarmente il paracadute ad ali e iniziato la discesa – secondo la ricostruzione ufficiale – in quella fase finale, commise l’errore di eseguire la manovra di frenata ad un’altezza vietata, all’incirca una ventina di metri, con una tecnica ritenuta particolarmente pericolosa. Lo schianto fu violento e le lesioni gravissime, e dopo un’operazione di molte ore, non riprese mai conoscenza e la conclusione fu lapidaria: tragica fatalità!
Mi sono sempre chiesto perché un paracadutista esperto che sta seguendo un corso di sicurezza avrebbe dovuto compiere una manovra così folle e palesemente contraria a ogni norma. Ecco, questo è il nocciolo del mio dubbio, il primo tassello che non combacia, già chi dice che non abbia fatto proprio quella manovra, perché a causa di un problema presente – che soltanto lui stava in quel preciso istante sperimentando – abbia dovuto – per provare a salvarsi la vita – scendere così in basso?
Le voci che riaffiorano oggi mi spingono a guardare oltre la semplice cronaca di quell’incidente, mi fanno pensare al personaggio pubblico che era Taricone, a come lui stesso, in vita, si fosse scontrato più volte con quel sistema che lo aveva reso noto ai telespettatori. Ma soprattutto lo fece ai “Telegatti” del 2001, quando lì, incredibilmente agli occhi di tutti, urlò le sue ragioni contro i meccanismi della televisione, in una scena che oggi, con il senno di poi, potrei definirla profetica.
D’altronde come non ricordare ora le parole dell’amico e scrittore Roberto Saviano, suo compagno di liceo, che lo ricordò come un ragazzo carismatico e solare, ma anche come qualcuno che, pur venendo da una provincia difficile, aveva saputo prendersi il suo tempo e scegliere il suo percorso, senza farsi intrappolare dalla logica del successo fine a se stesso.
Taricone non era un prodotto conforme, aveva una sua scomoda integrità e forse aveva visto qualcosa o qualcuno che lo disturbava, che voleva forse che svendesse se stesso, che si piegasse e quindi accettasse compromessi richiesti, ed è proprio questo che mi porta alla seconda, più ampia, riflessione.
Quello che mi chiedo oggi, ascoltando le dichiarazioni pubblicate e condivise sul web, non è tanto se ci sia stato un guasto materiale al paracadute, ma se ci sia stato un “guasto” in un meccanismo più grande di lui. Il sospetto – ma ormai per esperienza diretta di questo ne sono fortemente convinto – è che in questo Paese tutto opera attraverso il compromesso, il favore, la raccomandazione, affinché ciascuno possa beneficiare, per sé o per i propri cari, di quella visibilità oppure di quelle promozioni o di quelle “coperture” che mantengono l’ordine delle cose.
Ed allora, quando una figura scomoda ha iniziato a gridare contro quel sistema, ecco che improvvisamente muore in circostanze così nette e definitive, che viene lecito domandarsi se la verità giudiziaria (ed in questi mesi di situazioni giudiziarie ambigue ne abbiamo viste tante, troppe…), per quanto tecnicamente ineccepibile, esaurisca tutta la storia o se, invece, dietro la fredda formula dell’“errore umano” si sia preferito archiviare, insieme al fascicolo, anche ogni domanda più scomoda.
La morte di Pietro Taricone, per come è stata ufficialmente raccontata, rimane un mistero nella sua apparente semplicità e credere che un esperto di volo potesse commettere un errore da principiante, mah, qualche dubbio resta. Chissà, forse è davvero così, forse il mio è solo il dubbio di chi fatica ad accettare l’assurdità del caso, ma forse no, forse quelle voci che oggi riemergono, come quelle di Corona che lo definisce una “grandissima persona” e un rappresentante dell’“anti-sistema”, stanno cercando di ricordarci che Taricone, in vita, era un guerriero anche in questo: in quella battaglia solitaria contro le ipocrisie di un mondo, quello televisivo e non solo, fondato sull’apparenza e sul quieto vivere.
La domanda che resta sospesa è se quella battaglia sia finita davvero con lui, quel giorno di giugno a Terni, o se in qualche modo, attraverso il silenzio che è seguito e le domande che oggi tornano, stia ancora continuando. E se il vero “errore umano” da indagare non sia, a volte, la nostra troppo facile rassegnazione a versioni dei fatti che, pur chiuse in un archivio, non riescono a chiudere una coscienza?
Il nostro Paese d’altronde ha dato evidenza di quanto preferisca non sapere, piuttosto che scendere in piazza e fare domande. Sì, perché fintanto che tutti resteranno lì aggrappati a quella briciola, a quella speranza di favore per sé o per i propri cari, fintanto che ciascuno di loro continuerà a prostrarsi e genuflettersi a quei loro amici, siano essi politici, dirigenti, imprenditori o anche mafiosi, beh, state certi che nulla cambierà, così è stato in questi ottant’anni e così continuerà ad essere per sempre, celando all’opinione pubblica i loro intrallazzi, ribaltando in ogni occasione l’unica verità e infangando in tutti i modi possibili chi prova a colpirli e quando non ci riescono, ahimè, usano le maniere forti.
Già, non vorrei ora prevedere la notizia trasmessa dai nostri Tg, che annuncia di come al povero Fabrizio Corona sia venuto improvvisamente un infarto… e chissà se anche in questa occasione non si parlerà di: tragica fatalità!
C’è un momento, prima che la notizia si adagi come fosse polvere su una scrivania dimenticata, in cui essa vibra, non come fatto, ma come segnale. Già… proprio come un avviso scritto in una lingua che conosciamo bene, anche se facciamo finta di non capirla.
Ora quel segnale non è solo l’eco di una sentenza né il rilancio di un comunicato stampa: è il peso specifico di ottantamila euro in contanti, gli ennesimi soldi a nero che circolano in questo Paese, e lasciatemi ricordare come, in tutti questi anni, nessun governo nazionale ha mai voluto adottare provvedimenti veri contro il riciclaggio e i pagamenti in nero, trovati chiusi nell’ennesima cassaforte, nascosta tra le mura di una casa in città o in una tenuta fuori mano.
Non è tanto la cifra a colpire – ormai sappiamo che i numeri si gonfiano, si riducono, si mimetizzano – quanto il gesto di nasconderla, di tenerla lì, ferma, come un’assicurazione silenziosa, un pegno in attesa di essere riscattato o di corrompere chiunque si mostri disposto a farsi infettare.
È la conferma che, contrariamente a quanto dichiarato ieri dal Presidente Mattarella – «la mafia tracotante che fu sconfitta» – la sua totale distruzione non è mai avvenuta. Anzi, quel sistema non è in crisi: funziona benissimo, più florido che mai.
Certo, funziona per pochi (infetti) e contro tutti: appalti, sanità, assunzioni, gare che si aprono e chiudono con la stessa facilità di una saracinesca. Un sistema criminale «pubblico», non per servire, ma per selezionare, per garantire che quella casta sopravviva, che il cerchio resti chiuso, che le mani che stringono siano sempre le stesse, anche se i volti cambiano, le generazioni si susseguono e le etichette politiche si rinnovano.
Non è corruzione occasionale, non è una deviazione momentanea: è un metodo consolidato, oliato, che si ripete, si perfeziona, si trasmette. Un linguaggio condiviso, fatto di pressioni discrete, rinvii strategici, punteggi modificati in silenzio, commissioni che decidono non per quello che vedono, ma per ciò che gli viene suggerito.
E chi credeva che tutto questo fosse circoscritto a un ufficio, a una provincia, si sbagliava. Il contagio non rispetta i confini amministrativi: segue le relazioni, i favori, i debiti non scritti, dalla costa occidentale fino alle pendici dell’Etna, lungo strade secondarie che non compaiono sulle mappe, ma solo sulle agende private.
Non sono più solo le parole intercettate a raccontare questa storia: sono i corpi che si irrigidiscono al suono di un telefono, le dimissioni annunciate con ritardo, i sit-in silenziosi davanti ai palazzi, con striscioni che non gridano rivoluzione, ma chiedono una cosa sola: rispetto. Ma rispetto di cosa? Per chi lavora onestamente, per chi aspetta un’assunzione meritata, una strada riparata non per grazia ricevuta, ma per diritto?
Mentre alcuni sperano che l’inchiesta si esaurisca tra verbali e interrogatori programmati per venerdì, qualcosa già si muove più a est. Sì… Catania non è un’ipotesi: è una direzione. Lo sento nell’aria, nel modo in cui certe telefonate si interrompono prima del previsto, nelle carte ricontrollate all’improvviso, nei nomi cancellati da liste e protocolli.
Non è fantasia: quando un sistema viene scosso davvero, non crolla pezzo a pezzo, ma tutto insieme. E saranno in molti a dover piangere. Chi ha costruito la propria fortuna su fondamenta marce non può non tremare, soprattutto chi, insieme alla sua famiglia, ha goduto di un «improvviso» benessere senza mai chiedersi da dove venisse..
Perché questa volta non si tratta di coprire, archiviare o attendere che il tempo cancelli tutto. Questa volta, la luce entra da più finestre. E anche se qualcuno spera che il clamore si spenga, ciò che è stato commesso – l’infamia con cui si sono macchiati – non svanirà!
Perché lì, nell’asettico mondo virtuale, nulla viene cancellato. I nomi, i cognomi, le date resteranno per sempre, scolpiti nella memoria digitale che non perdona. E quando qualcuno proverà a dimenticare, basterà un click per ricordare chi ha tradito, come ha tradito, e a chi è costato. Perché la verità, una volta esposta, non torna più nell’ombra.
Già… mi ritrovo a scrivere di questa storia e mi chiedo se il tempo qui da noi non sia un inganno, un cerchio che gira su se stesso senza mai spezzarsi.
Rileggo i miei post, già di quando l’ambasciatore Attanasio e il carabiniere Iacovacci furono uccisi in quel viaggio mai autorizzato, quando scrissi di documenti scomparsi e dei sospetti che preannunciavano una tempesta, già… come nuvole cariche di pioggia.
Prevedevo che la verità sarebbe stata sepolta, che lo Stato avrebbe preferito il silenzio alla responsabilità ed oggi più che mai, capisco che non ero io a essere pessimista: era il sistema a essere già marcio, allora come adesso.
I familiari in queste ore hanno chiesto una commissione d’inchiesta, non per vendetta, ma per poter dire alle loro figlie che quei morti non sono stati inutili. Una richiesta che dovrebbe essere scontata, se non fossimo in Italia, dove persino il dolore deve passare al vaglio della convenienza politica.
E difatti… la maggioranza non firma, non si presenta, lascia che la sala resti vuota come un teatro dopo l’ultimo atto. Un silenzio che non è assenza di rumore: è un urlo, è la conferma che quelle vite, per chi conta, non valgono neppure una firma su un foglio.
Mi tornano allora in mente le parole della moglie di Luca Attanasio, quando parlava di verità per le sue bambine, di un futuro in cui il loro papà non sarebbe stato solo un nome su una lapide. Penso oggi a cosa le starà passando per la mente mentre osserva che gli stessi uomini e donne per cui suo marito ha lavorato, per cui è morto, non trovano neppure cinque minuti per ascoltarla?
Non si tratta di disorganizzazione, di impegni presi, di mancanza di tempo, no… è mero calcolo, la consapevolezza che – in fondo – nessuno chiederà conto a chi lascia nel dimenticatoio chi ha servito lo Stato.
Ma d’altronde basti ripensare ancora una volta a quel viaggio in Congo, alle scorte mai arrivate, alle responsabilità svanite nel fumo dei comunicati stampa, già… come se la morte di due uomini potesse essere cancellata con un colpo di penna. Ed ora, guarda caso, il copione si ripete qui, nel cuore delle nostre istituzioni!
La verità non è più un obiettivo: è una merce di scambio, un favore da concedere solo a chi sa negoziare meglio. E quando la morte di un ambasciatore o di un carabiniere diventa una questione di colore politico, allora non stiamo più parlando di errori. Stiamo parlando di un sistema che sa benissimo cosa sta facendo.
Qualcuno dirà che è inutile arrabbiarsi, che “tanto è sempre stato così”. Ma io non ci credo. Non ci posso credere quando ripenso a quei volti, a quelle storie interrotte, a quelle madri, mogli e figli che non vedranno più i loro cari tornare a casa.
La verità non è un lusso, non è un’opzione per chi ha tempo da perdere. È un dovere, e quando lo Stato rinuncia a questo dovere, non è solo colpa: è complicità! Perché lasciare nel buio chi ha dato la vita per le istituzioni è come uccidere con lentezza, con la crudeltà dell’indifferenza.
E allora mi chiedo: se l’ambasciatore Attanasio fosse stato meno uomo e più politico, se avesse imparato a tacere quando serviva, a non fidarsi troppo, a non andare in quel viaggio “non autorizzato”, chissà… forse sarebbe ancora qui.
Ma soprattutto, forse oggi non sarebbe solo un nome cancellato tra i comunicati, un fastidio da archiviare tra le “questioni scomode”. La sua colpa, forse, è stata quella di credere davvero nel ruolo che rivestiva, di pensare che la divisa che indossava valesse più dei giochi di palazzo e forse, in fondo, è per questo che lo hanno lasciato solo.
Ma io – a differenza loro – non l’ho dimenticato. Non ho dimenticato il suo impegno per le comunità del Nord Kivu, il suo lavoro per i progetti scolastici, quel modo di guardare il mondo come se ogni persona fosse già un ponte verso la pace.
Ecco perché nella foto che ho realizzato lo immagino seduto in una poltrona senza tempo, circondato da un movimento sfocato che sembra il caos del mondo in fuga. Dietro di lui, una luce intensa lo avvolge, e tra le mani un libro – il suo – che non avrà mai il tempo di finire: “Luca Attanasio, un ambasciatore di pace”, scritto da Fabio Marchese Ragona; un racconto che non parla solo di diplomazia, ma di un uomo che, spogliandosi di giacca e cravatta, entrava nelle baracche di Goma per ascoltare chi nessuno ascoltava. Un uomo che costruì una famiglia con Zakia, musulmana, e insegnò alle sue figlie che la fede non divide, ma unisce.
I racconti di chi lo ha conosciuto svelano un eroismo quotidiano: il giovane cresciuto in oratorio che non ebbe paura di sognare in grande, il diplomatico che preferiva le strade polverose alle sale dei ricevimenti, il marito e padre che portava a casa non solo storie di conflitti, ma semi di speranza. Questo è il Luca che non voglio dimenticare. Non il nome su un comunicato, non la vittima di un agguato, ma l’uomo che credeva possibile un mondo migliore, anche quando nessuno lo vedeva.
Forse è lì che vive oggi, in quel confine tra il terreno e l’eterno, dove la sua voce non è stata spenta, ma trasformata in un sussurro che ci ricorda: la verità non muore, anche quando lo Stato cerca di cancellarla. E finché qualcuno continuerà a raccontare chi era davvero, quel sussurro diventerà grido!
Ho letto ieri dell’ennesima inchiesta giudiziaria della Procura di Palermo compiuta sugli appalti pilotati, con i nomi riportati degli indagati, ed allora mi ritrovo a pensare a questa ondata di arresti, a questa ridda di nominativi che riempiono le cronache e che parlano un linguaggio antico eppure sempre attuale.
Appalti pilotati, dicono, e la mente corre a quelle stanze dove si decide, dove si dovrebbe servire il pubblico bene e invece si tessono trame private. È un male che non conosce quartiere, ormai, che ha messo radici profonde e che sembra aver imbevuto ogni livello del potere, dalla politica che dovrebbe legiferare, ai dirigenti e ai funzionari che dovrebbero amministrare. Si parla di un ex governatore, di un deputato di un “partello” (per chi non lo sapesse, non è un errore grammaticale, ma un termine volutamente dispregiativo per sminuire l’istituzione partitica), di un ex ministro, di manager sanitari, di direttori generali.
Volti noti e altri meno noti, ma tutti accomunati da quell’unico, sottile filo che lega carriere e affari opachi. Persone che hanno avuto in mano la salute pubblica, le opere, il territorio, e che avrebbero dovuto essere garanti e invece, si sospetta, siano diventati ingranaggi di un sistema marcio.
Sì… è questa la normalità che ci ritroviamo, un pantano in cui sembra che tutto giri intorno a logiche di favore, di spartizione, di illecito, di raccomandazioni, di clientelismo, etc…
E mi chiedo, in questo scenario, cosa possiamo attenderci da una riforma della giustizia voluta da un governo che oggi si regge proprio su forze politiche i cui esponenti, alcuni già condannati, altri indagati, figurano in queste inchieste.
Non serve essere di una parte per vedere la realtà, basta essere onesti con se stessi. Si poteva forse sperare in una sterzata verso la trasparenza, in un cambio di passo? A guardare come vanno le cose, non ci si poteva aspettare diversamente. È un circolo vizioso che si autoalimenta, una palude che nessuno ha davvero interesse a bonificare.
La sensazione amara, che si fa sempre più forte, è che in questo paese andrà ahimè sempre peggio. È uno schifo che non accenna a diminuire, anzi, pare si stia normalizzando, diventando quasi folklore, un dato di fatto contro il quale è inutile indignarsi. E forse la cosa più terribile è questa rassegnazione, questo smarrimento di fronte a un male che sembra ormai incurabile.
Già… non so più cosa ci potrà salvare da questo schifo…
Come molti di voi sapranno, il record di temperatura di 48.8°C registrato a Siracusa l’11 agosto 2021 è stato ufficialmente convalidato dopo un attento esame. Ciò che in pochi sanno – e che emerge da documenti ufficiali – è che l’indagine metrologica alla base di quella convalida è stata condotta nell’ambito del progetto “Climate Reference Station” (CRS-EMPIR).
Questo progetto, di altissimo profilo scientifico, è stato cofinanziato dal programma EMPIR e dall’Unione Europea attraverso Horizon 2020. La sua missione era chiara: sviluppare stazioni di riferimento climatologiche con strumenti metrologicamente validati per aumentare l’accuratezza delle misurazioni e rafforzare la fiducia nei dati raccolti. In altre parole, doveva eliminare ogni dubbio, ogni incertezza, ogni possibile bias ambientale che potesse inficiare i dati cruciali per lo studio del cambiamento climatico.
Difatti, la stazione di riferimento climatica installata dal progetto vicino a Torino, in Italia, è un gioiello di precisione, installata in un’area specifica libera da ostacoli e conforme alle rigorose raccomandazioni dettate dal “World Meteorological Organization”(WMO). I suoi dati sono così pregiati da essere stati proposti per entrare a far parte della ristretta cerchia di stazioni di riferimento della “GCOS Surface Reference Network” (GSRN).
Cosa significa tutto questo? Significa che la convalida del record di Siracusa non è stata un’operazione routine. È stata un’operazione di altissima scienza, condotta con la metodologia più avanzata e rigorosa al mondo, sotto l’egida dei programmi di ricerca più prestigiosi d’Europa.
La domanda allora che sorge spontanea, e che ancora attende una risposta chiara, è: perché tanta metrologia avanzata per convalidare un dato, e poi, forse, così poca trasparenza su tutto ciò che quel dato ha scatenato a livello istituzionale e sulle responsabilità di chi avrebbe dovuto prevenire le conseguenze di tali eventi estremi?
Infatti, mentre riflettevo su questa contraddizione, mi sono ritornate in mente le parole pronunciate dal Dott. Grassi che ora risuonano con una precisione quasi profetica: Il mio impegno – aveva affermato – è integralmente sostenuto con le mie finanze ed è soprattutto animato dal principio di verità. Posso altresì affermare di essere autonomo e indipendente a qualsiasi logica di potere, ma alla luce di quanto ho potuto direttamente verificare, ritengo inammissibile che un falso record sia stato convalidato da Enti, Organizzazioni, Istituti che dovrebbero ispirarsi esclusivamente al rigido metodo scientifico. In queste modalità, viceversa, ho riscontrato molte opacità.
Una dichiarazione che quando mi era stata – ufficialmente – comunicata, aveva sollevato un interrogativo ineludibile: chi beneficia di questa opacità e a quali finanziamenti pubblici, magari erogati proprio per garantire trasparenza e accuratezza, si è attinto, già… mentre un dato così fragile veniva elevato a verità indiscutibile?
La sua riflessione poi si è fatta ancora più penetrante, svelando retroscena che hanno gettano una luce sinistra sull’intera vicenda. Il SIAS – secondo il Dott. Grassi – dopo la registrazione del record, ha sostituito (per ben due volte) lo schermo bucato, sostituendolo con altri a norma.
Ora… di queste modifiche il SIAS non ha mai dato comunicazione ufficiale, difatti – sempre secondo il geologo Grassi – quest’ultima ha rimosso il secondo schermo dove alloggiava un altro sensore, sempre senza comunicarlo. Insomma, la stazione è stata modificata all’insaputa di tutti, egli ritiene che quanto sopra sia avvenuto nel tentativo di normalizzarla, ovvero di eliminare quella sovrastima sistemica che quasi proprio in quei i giorni quella stazione registrava.
Difatti, il dott. Grassi proseguendo ha commentato: Mi sono convinto che questo record di 48,8° serviva – o forse serve – a qualcuno per creare allarmismo climatico e incutere spavento alla popolazione.
Perché? Semplice dichiara Grassi: da questo allarmismo si generano nuovi dibattiti, nuove politiche economiche, insomma diventa più facile condizionare le nostre società. Affermare che siamo sulla soglia dei 50° ha un impatto devastante verso l’opinione pubblica, perché suscita grande panico. È qui che il dubbio si fa concreto: quanti progetti, quanti finanziamenti europei e nazionali legati alla cosiddetta transizione ecologica o all’adattamento climatico trovano la loro ragion d’essere in narrazioni costruite su dati così incerti? Ed allora, ecco che viene spontaneo chiedersi: “Chi trae vantaggio da questo panico indotto”?
Ma nel frattempo – in attesa di comprendere (come tanti di voi) cosa sia realmente accaduto – e dopo aver letto e ascoltato in un video pubblicato su Youtube le parole del Dott. Grassi e del suo legale, si… proprio mentre venivano poste quelle domande, è giunta da Vienna, dal Meteorological Technology World Expo 2025, una conferma sconcertante che dà un peso internazionale a quei miei primi, solitari dubbi, quando iniziai a parlare di questo problema.
L’intervento di Jan Barani, uno dei massimi esperti internazionali in strumentazione meteorologica, ha sollevato proprio il caso del termometro malfunzionante della stazione SIAS in Sicilia, citando esplicitamente il lavoro del geologo Alfio Grassi.
Barani ha parlato di come la meteorologia stia perdendo credibilità, afflitta dal “teatro delle schede tecniche”, dove le specifiche dei sensori mostrano buone performance in laboratorio, ma non riescono a mantenere la stessa accuratezza in condizioni reali. Ha evidenziato altresì come un errore di 3°C, – proprio come quello documentato dal Dott. Grassi – comporti una distorsione del 30% nelle previsioni, influenzando gravemente le previsioni energetiche e climatiche.
Ecco, allora, che inizio a pensare che i miei sospetti non erano affatto campati in aria, ma trovano ora un riscontro autorevole, sì… in una sede prestigiosa, trasformando una questione che ipotizzavo “locale”, in un simbolo di una crisi di fiducia globale.
Sappiamo tutti come dopo l’intervista realizzata al Dott. Grassi, egli, non abbia alcuna intenzione di fermarsi, tanto da avermi anticipato d’aver inoltrato, richiesta di accesso agli atti, al Laboratorio Metrologico INRiM di Torino, dove per l’appunto, era stato effettuato il test di calibratura della strumentazione della stazione di Floridia allo scopo di convalidare il record.
Confido in un celere riscontro – aveva sottolineato Grassi alcuni giorni fa – al fine di fugare alcuni miei sospetti. È l’ultimo, necessario tassello di un’indagine che vuole arrivare fino in fondo, per scoprire non solo la verità su un singolo termometro, ma su un sistema che sembra aver smarrito il suo legame con il rigore scientifico, preferendo alimentare una narrazione utile piuttosto che affrontare la complessità della realtà.
E difatti il Dott. Grassi aveva anticipato che pensava di inoltrare richiesta di accesso agli atti al Laboratorio Metrologico INRiM di Torino, dove era stato per l’appunto effettuato il test di calibratura della strumentazione della stazione di Floridia allo scopo di convalidare il record.
Cosa aggiungere (ho pensato ieri – mentre stavo scrivendo questo post – di contattare per mail il Dott. Grassi, per sapere se nel frattempo egli abbia ricevuto le risposte ufficiali che desiderava) ciò che alla fine emerge non è solo la storia di un dato sbagliato, ma il racconto di come un dubbio, coltivato con tenacia e supportato da prove, stia lentamente smontando una verità imposta, rivelando crepe in un sistema che forse ha più a cuore il consenso e il finanziamento che la pura, semplice e a volte scomoda, accuratezza.
Non mi resta che promettere ai miei lettori che, se vi saranno nuovi sviluppi, farò in modo di farveli conoscere.
Riprendo da dove avevo lasciato nell’ultima nota a riguardo della temperatura record di 48.8°C registrato a Siracusa l’11 agosto 2021, ufficialmente convalidato dopo un attento esame e come riportavo, ciò che in pochi sanno, e che emerge dai documenti presentati, è che l’indagine metrologica alla base di quella convalida è stata condotta nell’ambito del progetto “Climate Reference Station (CRS-EMPIR)”.
Questo progetto, di altissimo profilo scientifico, è stato cofinanziato dal programma EMPIR e dall’Unione Europea attraverso Horizon 2020. La sua missione era chiara e nobilissima: sviluppare stazioni di riferimento climatologiche con strumenti metrologicamente validati per aumentare l’accuratezza delle misurazioni e rafforzare la fiducia nei dati raccolti.
In altre parole, doveva eliminare ogni dubbio, ogni incertezza, ogni possibile “bias ambientale” che potesse inficiare i dati cruciali per lo studio del cambiamento climatico. La stazione di riferimento climatica installata dal progetto vicino a Torino, in Italia, è un gioiello di precisione, installata in un’area specifica libera da ostacoli e conforme alle rigorose raccomandazioni del World Meteorological Organization (WMO). I suoi dati infatti, sono così pregiati da essere stati proposti per entrare a far parte della ristretta cerchia di stazioni di riferimento della GCOS Surface Reference Network (GSRN).
Ma cosa significa tutto questo? Significa che la convalida del record di Siracusa non è stata un’operazione routine. È stata un’operazione di altissima scienza, condotta con la metodologia più avanzata e rigorosa al mondo, sotto l’egida dei programmi di ricerca più prestigiosi d’Europa. E proprio per questo motivo, la domanda che sorge spontanea – e che attende ancora una risposta chiara – è: perché tanta metrologia avanzata per convalidare un dato, e poi così poca trasparenza su tutto ciò che quel dato ha scatenato a livello istituzionale? Perché un simile apparato scientifico si è piegato a certificare un valore proveniente da una stazione che, come ci ha mostrato il Dott. Alfio Grassi con prove fotografiche, tecniche e logiche inoppugnabili, era palesemente fuori norma, esposta al sole diretto, circondata da asfalto surriscaldato e priva delle condizioni minime richieste da qualsiasi protocollo internazionale?
Passiamo quindi ad analizzare l’ultima parte dell’intervista, quella che forse scioglie i dubbi ma ne apre di nuovi, molto più profondi.
Alla mia 5° domanda, relativa alle motivazioni personali e al sostegno economico delle sue indagini, il Dott. Grassi ha risposto con disarmante sincerità: Il mio impegno sotto forma di volontariato e integralmente sostenuto con le mi finanze è animato dal principio di verità. Mi ritengo autonomo e indipendente a qualsiasi logica di potere, ma ritengo inammissibile, come nel caso in questione, che un falso record sia stato convalidato da Enti, Organizzazioni, Istituti che dovrebbero ispirarsi esclusivamente al rigido metodo scientifico. Quindi, non ricevo alcun finanziamento se non dalla mia stessa tasca. Ritengo, inoltre, che ogni cittadino ha il dovere di ricevere una corretta informazione e che da questi Enti, finanziati con i nostri soldi, sia reso un servizio professionale e trasparente. Qui, invece, ho notato molta opacità, anzi direi malafede!
Ecco perché ha desiderato aggiungermi testualmente che trova inammissibile che Enti pagati con denaro pubblico producano informazioni opache, se non addirittura maliziose. Perché – secondo egli – non si parla più solo di errore tecnico, ma di responsabilità morale e istituzionale. Se un geologo spende i suoi soldi per installare una stazione meteo a norma a 500 metri da quella del SIAS e registra temperature sistematicamente inferiori di fino a 3 gradi, mentre l’altra continua a produrre dati gonfiati, qualcuno dovrà pur chiedersi: chi decide cosa è affidabile e cosa no? E soprattutto, chi trae vantaggio da questa narrazione distorta?
Passiamo quindi alla 6° domanda, quella sulle possibili ragioni dietro il falso record, la risposta è stata ancora più esplosiva: La ringrazio per questa domanda, ma prima di entrare nel merito, le vorrei dare alcune notizie che tutti sconoscono. Il SIAS, dopo la registrazione del record, ha cambiato per ben due volte lo schermo bucato, sostituendolo con altri a norma. Di queste modifiche il SIAS non ha mai dato comunicazione ufficiale; Il SIAS inoltre ha rimosso il secondo schermo dove alloggiava un altro sensore, senza mai darne comunicazione. Insomma, la stazione si sta trasformando all’insaputa di tutti (che trasparenza!!!), magari nel tentativo di normalizzarla, ovvero di eliminare quella sovrastima sistemica che quasi tutti i giorni la stazione registra a causa di quella bolla di calore che viene dalla strada. Mi sono convinto che questo record di 48,8° serviva e serve a qualcuno/alcuni per creare l’allarmismo climatico e incutere spavento alla popolazione. Da questo allarmismo si generano nuovi dibattiti, pubblici, nuove politiche economiche, insomma diventa più facile condizionare le nostre società, inducendo le persone ad assumere nuovi stili di vita che possono orientare le popolazioni a consumi alternativi. Affermare che siamo sulla soglia dei 50° ha un impatto devastante verso l’opinione pubblica, perché suscita grande panico. Molte persone sono fragili e a quella temperatura farebbero veramente fatica a sopravvivere, motivo per cui l’allarmismo climatico non passa inosservato, ma suscita una immediata reazione in ognuno di noi. Senza dubbio il riscaldamento climatico è un dato di fatto ma deve essere valutato nella sua reale consistenza, invece, noto da tempo che viene istillato un allarmismo esasperato, quasi isterico, alimentato dai mass media e dai social, molto spesso viziato da informazioni false, come il record di 48,8°. Mi creda Costanzo, mi sono reso conto che questa storia del record nasconde risvolti veramente inquietanti che molti esperti, pur essendo consapevoli della falsità del dato, rimangano al silenzio Credo che molti abbiano perfino paura a parlare! Il sottoscritto non intende fermarsi e le annuncio che da qualche settimana ho inoltrato richiesta di accesso agli atti al Laboratorio Metrologico INRiM di Torino, dove è stato effettuato il test di calibratura della strumentazione della stazione di Floridia allo scopo di convalidare il record di 48,8°. Confido in un celere riscontro da parte del Laboratorio INRiM, al fine di fugare alcuni miei inquietanti sospetti che da tempo mi attanagliano.
Comprenderete come ormai il Dott. Grassi si sia fermamente convinto – ed il sottoscritto, dopo averlo ascoltato, non può fare a meno di condividerne il ragionamento – e cioè che quel record potesse servire o serve a qualcuno. Si… potrebbe servire per creare allarmismo climatico, per incutere spavento nella popolazione, per giustificare politiche economiche stringenti, per orientare comportamenti collettivi verso modelli di consumo controllati, per alimentare una narrazione dominante che, pur partendo da un fondo di verità, viene distorta fino a diventare propaganda.
Affermare difatti che siamo a un passo dai 50° ha un effetto psicologico devastante. Suscita panico, condiziona le menti e molte persone, fragili, vulnerabili, ci credono. Non è un caso che il termine “emergenza climatica” sia ormai ovunque, ripetuto come un mantra, mentre i dati che lo supportano non vengono mai messi in discussione.
Il riscaldamento globale esiste, nessuno lo nega, ma va misurato con serietà, con onestà, con strumenti a norma e quando invece si sceglie di ignorare evidenze tecniche inconfutabili, come quelle portate avanti dal Dott. Grassi, allora non si sta combattendo il cambiamento climatico: si sta manipolando la percezione della realtà.
Mi ha colpito particolarmente quando ha detto che molti esperti, pur consapevoli della falsità di quel dato, preferiscono il silenzio. Forse per paura. Forse per complicità. Forse perché chi osa parlare viene emarginato, deriso, cancellato. Ma lui non si fermerà. Come ci ha detto… da qualche settimana ha inoltrato richiesta di accesso agli atti al Laboratorio Metrologico INRiM di Torino, dove sarebbe stato effettuato il test di calibratura della strumentazione della stazione di Floridia. Vuole vedere con i suoi occhi quali prove sono state utilizzate per convalidare quel record e confida che, finalmente, quei documenti possano fugare i suoi inquietanti sospetti.
Noi tutti speriamo con lui che arrivi una risposta. Perché non è solo una questione tecnica. È una questione di democrazia dell’informazione. Di diritto alla verità. Di responsabilità di chi gestisce il sapere scientifico. Chi ha finanziato quel progetto CRS-EMPIR? L’Unione Europea. Chi ne ha beneficiato? Organizzazioni internazionali, enti di ricerca, istituti accademici.
Ma chi ha perso? Noi. I cittadini. Perché abbiamo ricevuto un dato presentato come inoppugnabile, mentre le condizioni reali della stazione che lo ha prodotto erano tutt’altro che scientifiche. E se questo è accaduto in Sicilia, quanti altri casi simili esistono in Italia o in Europa? Quanti record basati su stazioni isolate in mezzo all’asfalto, circondate da cemento, ventilazione alterata, sensori mal posizionati? E quanto di ciò che ci viene detto sul clima è davvero accurato, e quanto invece è costruito ad arte per sostenere una narrazione comoda, conveniente, redditizia?
Vi lascio quindi con un pensiero che mi ha accompagnato lungo tutta questa inchiesta: la verità non ha bisogno di spot, di titoli urlati, di like sui social. Ha bisogno di trasparenza, di controllo, di coraggio.
Ed infine permettetemi di allegare il link di un’intervista – realizzata dal programma “Border Nights” – nella quale il Dott. Alfio Grassi insieme all’avvocato Nunzio Condorelli Caff hanno dato prova di una riflessione illuminante, che vi invito caldamente a guardare, perché va oltre la meteorologia, tocca il cuore del rapporto tra istituzioni, informazione e potere.
Rappresenta un momento di riflessione profonda, necessaria, urgente. E mentre guardate quel video, chiedetevi: quanti di noi si fidano ciecamente dei numeri che leggono sui giornali, senza mai chiedersi chi li ha prodotti, come, e perché? Perché forse, alla fine, la domanda più importante non è quanto caldo ci sia, ma chi decide quale versione del caldo dobbiamo accettare come verità.
Buonasera a tutti, proseguo stasera l’approfondimento con il Dott. Alfio Grassi, dopo avervi lasciati con una rivelazione che ha scosso le fondamenta di ciò che abbiamo sempre dato per scontato: i dati sulle temperature record in Sicilia non sono solo – secondo il geologo – discutibili, ma potrebbero essere il frutto di un sistema malato, fatto di incuria, omissioni e forse anche di una sorta di complicità silenziosa tra chi produce i dati e chi dovrebbe controllarli.
Nel precedente post, vi ho riportato le prime due risposte del Dott. Grassi, dove emergeva con chiarezza come la stazione SIAS di Floridia, quella stessa che registrò il clamoroso 48,8°C considerato per mesi il record europeo, fosse collocata in condizioni tecnicamente inaccettabili: schermo solare danneggiato, esposizione diretta ai raggi solari, vicinanza ad asfalto surriscaldato, ventilazione alterata da alberi circostanti. Eppure, quel dato è stato accolto, diffuso, utilizzato come prova scientifica di un clima impazzito.
Ma ora andiamo oltre, perché ciò che viene fuori dalle domande successive non riguarda più un semplice errore tecnico isolato, bensì un fenomeno molto più ampio, sistematico, che mina alla base l’attendibilità di un intero sistema di monitoraggio climatico regionale, e forse nazionale.
La terza domanda che ho posto riguardava le segnalazioni formali: se il Dott. Grassi avesse denunciato le anomalie agli enti preposti e quale risposta avesse ricevuto. La sua risposta è stata netta, precisa, e soprattutto documentata: Certamente, ho segnalato allo stesso SIAS il malfunzionamento della stazione di Floridia trasmettendo un dettagliato report sulle prove e cause della sovrastima sistemica; sono andato anche personalmente a riferire al Dirigente Generale dell’Assessorato all’Agricoltura, ma non solo: ho scritto a tutti gli Enti nazionali e internazionali competenti in meteorologia (Aeronautica Militare, Laboratorio Metrologico INRiM, WMO), ma nessuno ha mai dato riscontro ai miei accertamenti tecnici. E le ripeto: a supporto della mia tesi ho anche trasmesso un documento tecnico sulle clamorose risultanze degli studi condotti dal sottoscritto e la relativa documentazione fotografica attestante le palesi difformità strumentali e di localizzazione della stazione SIAS di Floridia.
Viene spontaneo dire: “tutto ciò è alquanto strano”. Già… nessuno che risponde, non una nota, non un’accusa, non un controllo incrociato, non una rettifica. Si… so bene che quanto riportato accade spesso nella mia terra, già… nella mia meravigliosa Sicilia, non so… sarà colpa di quell’intrinseca idea mentale conosciuta come “omertà”, difficilissima da sradicare, ma in questo caso i silenzi riguardano tutti, già… da Nord a Sud! Solo silenzi… sì, ma parliamo di silenzi che non sembrano frutto di disattenzioni, ma di calcolo…
E quando un professionista serio, preparato, mette nero su bianco prove tecniche inconfutabili e nessun ente reagisce, ecco che non siamo più di fronte a un problema di trasparenza, ma a qualcosa di più grave: la normalizzazione della disinformazione e la salvaguardia della poltrona.
Ed è a questo punto che non potevo non chiedermi – e non chiedergli – se quanto scoperto a Floridia fosse un caso isolato o parte di un quadro più ampio. E qui, la risposta alla quarta domanda spalanca una porta su un panorama ancora più inquietante.
Il Dott. Grassi mi conferma che le anomalie non riguardano solo Floridia, ma molte altre stazioni della rete SIAS: i miei studi sono stati estesi anche ad altre stazioni SIAS e non solo. Nel corso degli anni ho potuto constatare che molte stazioni non sono a norma, per difetto di strumentazione, per mancata manutenzione, per infelice posizionamento. Per la rete SIAS, oltre alla stazione di Floridia, ho riscontrato che anche le stazioni di Mineo, Mazzarrone, Noto, Lentini, Francofonte, Paternò, Augusta – ne cito solo alcune – non rispettano i requisiti minimi di conformità. Stessa cosa ho potuto constatare per la rete della Protezione Civile e persino per qualche stazione gestita dall’Aeronautica Militare.
Ed ancora: Ci tengo a precisare che di per sé la misurazione della temperatura in qualsiasi ambiente è sempre legittima, ma una cosa è usare i dati per un’utilità amatoriale o per scopi privatistici, altra cosa è attribuire al dato rilevato una valenza meteo-climatica. In quest’ultimo caso, il dato deve essere verificato e studiato nel rispetto di rigidi protocolli di convalida e ufficialità, e i requisiti strumentali e di localizzazione devono essere pienamente soddisfatti. In assenza dei quali, il dato va scartato.
Quanto sopra – tiene a precisare il Dott. Grassi – non significa che ogni singola misurazione sia falsa, ma che molti dati vengono raccolti in condizioni che violano i protocolli internazionali, rendendo quindi quei valori inutilizzabili per finalità climatologiche ufficiali. Eppure, stranamente, quegli stessi dati vengono regolarmente citati nei bollettini, nei comunicati stampa, nelle campagne mediatiche sul cambiamento climatico.
Perché – permettetemi di aggiungere da profano – esiste una differenza abissale tra rilevare una temperatura per uso privato e farne un dato scientifico ufficiale. Comprenderete certamente che nel primo caso tutto è lecito, mentre nel secondo servono conformità, verifica, validazione. E quando queste mancano, non si tratta di semplici imprecisioni: si tratta di legittimare un falso.
Mi sorgono allora alcune domande, le stesse che molti di voi si staranno ponendo: quanti dei “record” che ci vengono annunciati con toni apocalittici sono davvero tali? Quanti sono gonfiati da errori strumentali, da ubicazioni sbagliate, da stazioni isolate in mezzo all’asfalto, circondate da cemento e traffico? E soprattutto: chi decide quali dati vengono presi in considerazione e quali vengono ignorati?
Il quadro che emerge non è quello di un complotto, forse, ma di un sistema che preferisce la narrazione allo scrutinio, il sensazionalismo alla precisione. Un sistema che, pur di alimentare una certa visione del clima, accetta dati fragili, li amplifica, li celebra, mentre chi osa metterli in discussione viene emarginato, ignorato, cancellato con il silenzio.
E mentre scrivo, penso a quanta fiducia riponiamo nei numeri, nei grafici, nei bollettini ufficiali, pensando ad essi come oggettivi, neutri, incontrovertibili. Ma se dietro quei numeri c’è incuria, indifferenza, o addirittura volontà di non vedere, allora non stiamo parlando solo di meteorologia: stiamo parlando di qualcos’altro.
E forse, proprio come il sole che il Dott. Grassi ha citato nella nostra conversazione, la verità prima o poi riesce a filtrare, anche attraverso le crepe dello schermo solare di una stazione malconcia.
Ed allora – come dice spesso mia figlia Alessia: “grazie al mio fiuto da profiler e/o investigatore” – sarà forse merito al fatto che, in questi lunghi anni, frequentando uffici delle Procure, la Dia, la Gdf, le sezioni di polizia giudiziaria a seguito delle mie denunce, sto iniziando a comprendere – come molti di voi – cosa vi sia davvero dietro quel record di temperatura di 48,8°C registrato a Siracusa l’11 agosto 2021, che fu ufficialmente convalidato, in prima battuta, dopo un attento esame.
Ma ciò che in pochi sanno, ed emerge da documenti ufficiali, è che l’indagine metrologica alla base di quella convalida è stata condotta nell’ambito del progetto “Climate Reference Station (CRS-EMPIR)”.
Di questo parlerò nel prossimo e ultimo appuntamento, insieme alle conclusioni e alle ultime rivelazioni emerse dall’intervista con il Dott. Grassi.
Restate quindi connessi, perché questa storia non finisce qui…
C’era un tempo in cui la notizia non era un prodotto confezionato, ma una preda da cacciare. Un tempo in cui l’inchiesta era un’arte fatta di coraggio e intuizione, alimentata da un’ostinazione incrollabile che non ammetteva limiti né compromessi. Quei giornalisti d’assalto, con le maniche rimboccate e le macchine da scrivere come uniche compagne, sembrano oggi figure di un romanzo d’altri tempi, sostituiti da un silenzio assordante che profuma di compromesso…
Sì… un cambiamento che non è avvenuto per caso, ma per una precisa e triste volontà, un lento e inesorabile abbandono del dovere più sacro: raccontare la verità!
Ora quel testimone è stato raccolto da voci coraggiose e libere, da “blogger” e “freelance” che, privi di qualsiasi catena, si tuffano dove molti hanno paura persino di bagnarsi i piedi.
Certo, è facile additare il singolo giornalista, ma la verità è che è l’intero sistema ad essere malato, un sistema dove gli ordini calano dall’alto e il coraggio viene soffocato nella culla dai proprietari delle testate.
La paura di problemi politici o, ancor peggio, di attirare l’attenzione della criminalità organizzata, ha trasformato molte redazioni in luoghi quieti e ossequiosi, dove l’unico assalto è quello alla credibilità del lettore.
Hanno quindi preferito erigere muri di cautela e di omissioni piuttosto che difendere il diritto di sapere, dimenticando che il loro silenzio è complice di ogni ingiustizia.
C’è poi un’altra piaga, forse la più umiliante, che è quella del denaro che ha comprato le coscienze…
Quel silenzio così comodo, quella ritrosia nell’andare a fondo, è stata troppo spesso barattata con lauti finanziamenti camuffati da pubblicità, propagande elettorali o sponsorizzazioni di eventi.
Sono i quattrini che entrano a palate nelle casse delle testate, che mantengono in vita strutture opulente e garantiscono stipendi mensili, ma che hanno il sapore amaro del ricatto e dell’ipocrisia. Già… un “patto faustiano” che ha sterilizzato l’istinto giornalistico, trasformando i cronisti in impiegati del consenso.
E così li vediamo procedere, tutti, con i piedi di piombo su un terreno che invece richiederebbe di essere calpestato con la forza delle idee. Quel passo incerto tradisce non solo una mancanza di coraggio, ma una profonda, miserabile carenza di professionalità.
Hanno dimenticato che il vero professionista è colui che mette l’accertamento della verità prima del favore, l’inchiesta prima dell’incasso, e la propria integrità prima dell’ordine di servizio. Hanno svenduto l’onore della firma per la sicurezza dello stipendio, il sogno di cambiare il mondo con una scoop per la comoda mediocrità di un trafiletto innocuo.
Alla fine, ciò che emerge con più chiarezza non è solo la loro paura, ma il totale disprezzo per se stessi e per la missione che un tempo avevano scelto. Quel desiderio di scavare, di scoprire, di dare un nome e un volto alle ingiustizie, è stato seppellito sotto un cumulo di quieto vivere e calcoli opportunistici.
E mentre loro arretrano, inchinandosi a poteri forti e a meschini ricatti, è nel coraggio solitario di chi blogga ogni giorno da una scrivania in casa, che rinasce la speranza di un’informazione pulita.
Perché è lì, in quelle voci scomode e libere, che risiede il vero spirito del giornalismo d’assalto, quello che loro hanno – ahimè – così tristemente dimenticato…
Di poche ore è l’ennesimo processo con rito abbreviato relativo all’inchiesta su presunte infiltrazioni mafiose e casi di corruzione in un Comune alle falde dell’Etna.
In particolare, la Procura ha chiesto la condanna dell’ex sindaco per voto di scambio politico-mafioso e per alcuni presunti episodi di corruzione.
Come già avviene da tempo nelle pagine del mio blog, non intendo entrare nel merito delle inchieste giudiziarie, quelle competono ai Tribunali e ai siti web dedicati alla cronaca.
Viceversa, come studioso dei comportamenti umani, e in particolare delle condotte che emergono quando fenomeni politici si intrecciano con soggettività mafiose, mi soffermo sugli effetti e sulle gravi conseguenze che tali dinamiche producono non solo nel territorio amministrato, ma anche nella società civile.
Non bisogna mai confondere la posizione di coloro che ricoprono incarichi istituzionali e, al tempo stesso, giustificano il proprio operato infedele attribuendolo a fattori esterni, come le organizzazioni mafiose. Questo atteggiamento permette a tali organizzazioni di stabilire e consolidare un rapporto capace di estendere i propri tentacoli verso la sfera politica e le istituzioni pubbliche.
In questo modo, l’associazione mafiosa acquisisce un carattere di autonomia e sovranità, elevandosi a una posizione di parità rispetto allo Stato. Ciò le consente di imporre le proprie regole, escludendo quelle statuali, e di affermare una logica di dominio che si concretizza nell’accumulazione di ricchezza. Tale ricchezza, a sua volta, le permette di agire come un soggetto sovrano, capace di legare a sé (alcuni) uomini politici o persino intere organizzazioni di potere, come i partiti.
Nel corso degli anni, l’associazione mafiosa ha strutturato un sistema a doppio binario che opera su due fronti paralleli. Da un lato, vi è la manovalanza, impegnata nei traffici illeciti; dall’altro, vi sono i cosiddetti “colletti bianchi”, che si occupano di politica, preferenze elettorali, appalti, raccomandazioni e gestione della manodopera. Si tratta di una struttura dotata di regole, procedure e sanzioni proprie, un vero e proprio ordinamento giuridico parallelo.
Affrontare un problema di tale portata si rivela estremamente complesso…
Non mancano esempi di illustri studiosi, uomini politici e magistrati che, nonostante anni di impegno e tentativi, non sono riusciti a scardinare questa rete pervasiva. Le continue inchieste giudiziarie sui rapporti tra mafia e politica, regolarmente depositate dai sostituti Procuratori nazionali, rappresentano un drammatico promemoria della profondità e della resilienza di questo sistema. Tuttavia, tali inchieste sono anche un segno che la lotta non è ferma, e che la consapevolezza è il primo passo per costruire un futuro in cui legalità e giustizia possano prevalere.
In una recente operazione della Procura di Brescia, emerge uno scenario che sembra uscito da un romanzo noir…
Già… una suora, figura simbolo di pace e dedizione, posta al servizio della criminalità organizzata: sì… quella calabrese, la nota ’ndrangheta…
Cosa dire, due vite agli antipodi unite dallo stesso sistema, perché da un lato, vi era un temuto elemento di spicco della ’ndrangheta lombarda, dall’altro, una suora, che secondo le indagini avrebbe messo le sue mansioni carcerarie al servizio del sodalizio criminale.
Infatti, in una conversazione intercettata, un affiliato si riferisce a lei con parole inquietanti: «È una dei nostri. Se ti serve qualcosa dentro, chiedi a lei».
La religiosa difatti sarebbe stata un importante tramite tra i membri del clan detenuti e quelli operativi fuori dal carcere, dimostrando come la rete mafiosa sappia insinuarsi anche in quelle fenditure insospettabili.
L’indagine ha ora portato all’arresto di ben 25 persone, tutte accusate di reati che vanno dal traffico di droga e armi all’usura, fino al riciclaggio e alle estorsioni.
Tra i nomi eccellenti figurano anche ex consiglieri comunali, accusati di aver negoziato appalti pubblici in cambio di supporto elettorale, confermando ancora una volta il connubio – purtroppo frequente – tra politica e criminalità organizzata.
Cosa aggiungere… una pagina nera nella lotta alla criminalità, uno specchio delle contraddizioni umane e sociali.
Una dimostrazione di come il crimine sappia corrompere e sfruttare ogni spazio, persino quelli dedicati alla fede e alla redenzione.
Viene spontaneo chiedervi cosa ne pensate? Come è possibile che realtà così distanti si intreccino in modo tanto inquietante? Se volete inviare la vostra risposta, sarò ben lieto di condividerla.
Sembra che a differenza di quanto avevo annunciato nel mio precedente post http://nicola-costanzo.blogspot.com/2024/10/quando-il-boss-e-un-maresciallo-della.html intotolato “Quando il “boss” è un maresciallo della Dia!!!, beh… sembra che le indagini non siano state “insabbiate” ma viceversa l’inchiesta sta evidenziando come la “squadra” addetta a quei “dossieraggi”, fosse più ampia di quanto si erà dall’inizio ipotizzato…
Difatti si è scoperto che oltre il maresciallo della Guardia di Finanza in servizio presso la sezione operativa della Dia pugliese, vi sarebbero altri soggetti che si sono prestati in quelle attività di spionaggio…
Gli illeciti messi in luce dalla DDA di Milano insieme alla Direzione Nazionale Antimafia, stanno evidenziando l’esistenza di una squadra “infedele” ed ovviamente – se quanto emerso dalle indagini dovesse confermarsi – sicuramente tutto quel reparto verrebbe azzerato!!!
Le indagini sono tutt’ora in corso e i militari del Ros di Lecce hanno eseguito un decreto di perquisizione e sequestro negli uffici della direzione, in particolare in quelli della postazione del maresciallo (attualmente sospeso per sei mesi) per effetto dell’inchiesta in corso…
Si sta controllando tutto, dai documenti cartacei a quelli elettronici, senza tralasciare nulla e si stanno altresì esaminando anche le intercettazioni ambientali per comprendere quanto diffusa sia stata quella complicità e soprattutto quali soggetti debbano ora essere inseriti nell’inchiesta.
In particolare sono proprio quelli posti ai “piani alti” ad essere stati presi di mira: infatti è stato appurato che, quando il maresciallo in estate aveva appreso di essere oggetto di alcuni controlli amministrativi (con un fascicolo interamente dedicato ad egli), aveva subito lanciato l’allarme e proprio i suoi superiori lo avevano rassicurano, sì attivandosi di contattare quelli che definivano i “piani alti”, giustificando di non voler perdere una fonte professionale e capace come per l’appunto il maresciallo, ma forse quel tentativo mascherava di proteggere quest’ultimo per coprire viceversa tutti quei comportamenti illegali, propri o compiuti da altri!
Risponde ora di associazione a delinquere un maresciallo della guardia di finanza, in servizio presso la sezione operativa della Dia pugliese, destinatario della sospensione per sei mesi dal servizio nell’ambito di un’inchiesta che ha già visto 53 indagati su un’attività di dossieraggio e furto di dati sensibili da banche dati strategiche nazionali.
Nell’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip del tribunale di Milano vi è un intero capitolo dedicato a quel funzionario, in cui sono presenti, intercettazioni, servizi fotografici e quant’altro che provano incontri vari…
Secondo le indagini ancora in corso, il compenso mensilmente ricevuto in cambio di quelle informazioni “prelevate” nella banca dati, sarebbe di circa 1.300 euro al mese, poi aumentato di 100 euro…
Debbo dire che mi sembra una cifra alquanto irrisoria per informazioni così sensibili e sicuramente chi ne ha fatto uso, avrà ricevuto sicuramente maggiori benefici rispetto a questi pochi euro…
Lo stesso d’altronde, impaurito da altri controlli compiuti in precedenza su un collega carabiniere, anch’egli in servizio alla Dia (che in una circostanza si sarebbe prestato a estrapolare dati riservati), voleva lasciare, e così si sarebbe proceduto a delle rassicurazioni e soprattutto a un piccolo aumento sullo stipendio.
Nello specifico gli è stato fatto presente che non avrebbe rischiato alcunchè lavorando per quel gruppo, poiché le informazioni da lui fornite sarebbero state mascherate con altre fonti e quindi non vi era nulla su cui preoccuparsi…
Certo ora che si è giunti alla misura interdittiva le circostanze cambiano, non solo per egli ma anche per qualche altro collega coinvolto di cui non si conosce l’dentità, ma che dotrà fornire la propria versione dei fatti durante l’interrogatorio di garanzia previsto nei prossimi giorni.
Certo, quanto sta accadendo a livello nazionale sul famoso “Dossieraggio” è qualcosa di preoccupante, però debbo dire che se da quelle analisi dovessero emergere circostanze al limite della legalità oppure venissero evidenziari fatti gravi, come ad esempio compromessi di uonini/donne appartenenti alle nostre Istituzioni o alle forze dell’ordine, beh… in questi casi sarenne opportuno indagare e portare alla luce quanto scritto su quei fogli, per iniziare a fare piazza pulita di tutte le altre mele marce!!!
Sono convinto però che – per come accade solitamente in questo nostro Paese – tutto verrà alla fine insabbiato e si farà in modo che quei soggetti restino lì dove sono, sì… per l’ennesima volta impuniti!!!
E’ stato arrestato il direttore generale della società Sogei (società controllata al 100% dal ministero dell’Economia) in flagranza di reato dalla Guardia di Finanza.
La Società – che non risulta indagata – svolge un ruolo chiave nella gestione delle pagelle fiscali e nella modernizzazione della Pubblica Amministrazione e che conserva tutti i dati degli italiani, dalla fatturazione elettronica, fino al fascicolo sanitario.
Sogei sta per Società Generale d’Informatica S.p.A.e come riportato sopra, svolge servizi di consulenza informatica per la pubblica amministrazione, in particolare per il Ministero dell’Economia e per le Agenzie fiscali sulla base di contratti di servizio pluriennali, tanto d’aver realizzato e gestito i codici fiscali delle persone fisiche e le partite Iva delle aziende.
Si occupa altresì dell’anagrafe tributaria per conto del Ministero dell’economia, della gestione del sistema informativo della contabilità pubblica per la Ragioneria generale dello Stato, del sistema informativo e contabile del debito pubblico, della gestione del sistema informativo del gioco pubblico per conto dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli.
Ma non solo, monitora la spesa pubblica, in particolare la spesa sanitaria; sviluppa software per le Agenzie fiscali (Entrate, Dogane e monopoli, Demanio), produce e spedisce la tessera sanitaria per conto dell’Agenzia delle entrate, realizza l’Anagrafe nazionale della popolazione in collaborazione con il Viminale. Ha pure realizzato e gestito la piattaforma per il rilascio del Green pass durante il Covid.
A inzio anno la Sogei ha incorporato SOSE SpA (Soluzioni per il Sistema Economico, società partecipata da Mef e Banca d’Italia, operativa nel settore dell’analisi strategica dei dati in materia tributaria e di economia d’impresa) e il ramo ICT di Agenzia entrate Riscossione, diventando in tal modo il principale partner tecnologico di via XX settembre per la “messa a terra” della riforma fiscale, in particolare per la gestione delle pagelle fiscali.
Parliamo quindi di un’azienda strategica per il Paese e viene tutelata come sito di rilevanza nazionale e protetta dagli attacchi informatici. A fine 2019 a Sogei è stato consentito di erogare, attraverso la stipula di una Convenzione, i propri servizi anche ad altri nuovi clienti, come la presidenza del Consiglio dei Ministri, il Consiglio di Stato, l’Avvocatura dello Stato, il ministero dell’Ambiente e dell’Istruzione.
Per questi motivi Sogei ha frequenti rapporti con tutto il mondo dei fornitori della Pubblica amministrazione, come le società quotate Digital Value e Olidata nel mirino della Procura.
Digital Value si definisce un “gruppo a capitale italiano che opera nel segmento delle Infrastrutture ICT al servizio dei più importanti clienti pubblici e privati con l’obiettivo di guidare un’innovazione tecnologica sostenibile per lo sviluppo delle imprese del Paese” e vanta oltre 600 certificazioni e più di 50 partnership tecnologiche.
Olidata nasce a Cesena nel 1982 come Software House specializzata in soluzioni di contabilità “e diventa uno dei principali player europei di prodotti e servizi di Information Technology e di Office Automation”, si legge nel sito dell’azienda. Nel 1999 è stata quotata in Borsa. Attualmente il gruppo si configura come una sinergia di diverse aziende, ciascuna operante nel proprio settore di attività, “ma convergente verso una mission comune”.
Non ci resta che attendere per capire come nei prossimi giorni si evolverà l’inchiesta…
Le Fiamme Gialle – oltre alle due sedi della società del gruppo Fs – si sono presentate negli uffici del “Consorzio Stabile Sis”, dove – a quanto riportato – è stata compiuta una semplice acquisizione di documenti (della società concessionaria del tratto autostradale tra Brescia Ovest e Padova Est).
Nell’inchiesta in corso ho letto dal web che sono state indagate nove persone, di cui uno attualmente manager di Anas e gli altri due usciti per dar vita a un sociertà di costruzioni, anch’esso perquisita dalla Gdf.
Oltre ai soggetti di cui sopra, sono state indagate altre persone ad essi legate che hanno avuto (o ancora hanno) procedimenti giudiziari, tra cui un ex funzionario Anas, ex dirigente del Ministero delle Infrastrutture, imputato per il crollo del ponte Morandi.
Le accuse a vario titolo, sono di corruzione, turbativa d’asta e rivelazione ed utilizzazione di segreto d’ufficio.
“Mi auguro che gli inquirenti facciano bene e in fretta il loro lavoro. E se c’è qualcuno che ha sbagliato che paghi“: è stato il commento del ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Matteo Salvini. Dal canto suo l’Anas, con una nota, ha espresso “piena fiducia nell’operato della Magistratura e sta fornendo tutta la necessaria collaborazione alle Autorità“.
Con l’operazione di oggi, inquirenti e investigatori sono andati a caccia di carte e dispositivi informatici per trovare riscontri alle loro ipotesi, un presunto sistema che avrebbe fatto beneficiare di “ingenti somme” e/o appalti.
In questa sede non entro negli episodi su cui si stanno concentrando gli accertamenti del Nucleo di polizia economico finanziario della Guardia di Finanza, ci tengo a riportare quanto precisato dal “Consorzio Stabile Sis” e cioè che “né la società né alcuno dei propri dirigenti e/o amministratori risultano indagati, né tantomeno, gli uffici societari sono stati interessati da alcuna perquisizione o sequestro da parte di organi di polizia giudiziaria, che, viceversa, hanno provveduto esclusivamente all’acquisizione di documentazione aziendale, anche contabile pertinente all’indagine in corso, ai sensi dell’art. 248 cpp“.
Questa volta la Guardia di Finanza di Milano ha diretto le proprie indagini nei confronti dell’Anas, .nell’ambito di un’inchiesta per corruzione e turbativa d’asta diretta dai pubblici ministeri di Milano Giovanni Polizzi e Giovanna Cavalleri.
Sono state infatti perquisite le sedi Anas di Roma, Torino e Milano e sono 9 le persone attualmente indagate e 3 società.
Gli uomini del Nucleo di polizia economico finanziario della Guardia di Finanza di Milano, coordinati dalla Procura, stanno indagando su una serie di appalti della società del Gruppo FS che gestisce la rete infrastrutturale stradale d’Italia.
Dall’inchiesta sembra emergere una presunta tangente da quasi 846.000 euro oltre ad altre “utilità”, come un’auto ed un appartamento.
Sono questi i primi dettagli della una nuova indagine della Procura milanese che sta evidenziando un presunto giro di mazzette sui lavori di manutenzione della rete stradale italiana, in particolare di Lombardia e Veneto, e che coinvolge funzionari ed ex funzionari Anas.
Qualcuno di voi è rimasto sorpreso??? Non certo il sottoscritto…
Ho letto che l’nchiesta sul “Consorzio rete fognante Taormina” è stata chiusa.
La sostituta procuratrice Roberta La Speme, titolare dell’inchiesta sotto la guida del procuratore capo Antonio D’Amato, ha avvisato tutti gli indagati che gli accertamenti sono arrivati al capolinea.
Il provvedimento di chiusura delle indagini conferma in sostanza le ipotesi accusatorie sollevate dalla Procura di Messina, che ora andranno al vaglio del giudice per le indagini preliminari.
Come abbiamo letto nei mesi scorsi è stata la denuncia di uno degli addetti dell’ente a dare il via all’inchiesta di Polizia e Guardia di Finanza, che hanno analizzato i lavori affidati dal Consorzio, dopo il sequestro dell’impianto per inquinamento nel 2021, e i rapporti tra i dirigenti e le ditte incaricate.
Il sospetto, sollevato anche dalla denuncia di una persona interna all’ente e suffragato, secondo l’Accusa, dalle intercettazioni, è che per gli affidamenti i dirigenti abbiano incassato dei favori.
Al vaglio altresì le responsabilità negli episodi di inquinamento dell’Alcantara dovuti al mal funzionamento dell’impianto.
L’ex procuratore Pignatone ora indagato per favoreggiamento ha dichiarato: Dimostrerò la mia innocenza.
Sembra dalle accuse che l’ex magistrato abbia insabbiato le indagini del 1992 sui rapporti tra esponenti di Cosa Nostra e il gruppo guidato da Raul Gardini.
Sono indagati insieme ad egli l’ex pm Natoli (che ha fatto parte del pool di Falcone e Borsellino)e il generale della Guardia di Finanza Screpanti
Certo che questa vicende su mafia e appalti sembrano non trovare mai soluzione o quantomeno ogni qualvolta sembra esser giunti ad una soluzione, ecco che improvvisamente si torna indietro, già… come in quel gioco dell’oca!!!
La nuova accusa è di favoreggiamento alla mafia e difatti il magistrato nella giornata di ieri si è presentato al palazzo di Giustizia di Caltanissetta per essere interrogato: «Ho dichiarato la mia innocenza in ordine al reato di favoreggiamento aggravato ipotizzato e mi riprometto di contribuire, nei limiti delle mie possibilità, allo sforzo investigativo della Procura di Caltanissetta».
Secondo la procura sembrerebbe che l’ex procuratore possa aver avuto un ruolo – in concorso con gli altri due indagati e con l’allora procuratore Pietro Giammanco (deceduto nel 2018) – nell’insabbiamento delle indagini su mafia e appalti, su cui Paolo Borsellino iniziò a lavorare nel 1992 dopo la morte di Giovanni Falcone.
In particolare sono i presunti rapporti tra i mafiosi Buscemi e Bonura ed il gruppo guidato da Raul Gardini ad interessare oggi la procura nazionale di Caltanissetta, ma non solo si sospetta anche che gli indagati abbiano insabbiato un’indagine della procura di Palermo di cui si chiese l’archiviazione.
Certamente una situazione difficile quella che negli ultimi anni ha colpito gran parte della magistratura e soprattutto taluni suoi referenti ed in ciò, anche noi semplici cittadini troviamo alquanto difficile comprendere ciò che è reale da quanto rappresenta una finzione, già… fin dove possiamo fidarci di questo Stato e soprattutto di quegli individui posti lì a rappresentare la giustizia e quindi a fare in modo che le inchieste giudiziarie giungano ad un soluzione senza dimostrarsi ogni giorno che passa farlocche o quantomeno compromesse!!!
Sì ditemi… dove sta la verità, perché mi sembra di esser come nella foto allegata!!!
Stasera un amico mi ha inviato questo link, allegando la frase: “Ormai nulla più mi meraviglia…”!!!
Ho iniziato quindi a leggere la notizia che fa riferimento all’arresto di un comandante della compagnia dei carabinieri con l’accusa di corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio e accesso abusivo al sistema informatico…
Debbo dire che sono anni che non mi meraviglia più niente, d’altronde ho semrpe pensato nel corso degli anni che talune circostanze, per potersi concretizzare, avessero bisogno di qualcuno dall’interno, mi riferisco ad esempio alle prolungate latitanze di noti boss mafiosi, ma anche a certi capi della criminalità organizzata del centro e nord del Paese, che hanno potuto godere, grazie a quelle collusioni, di libertà in quelle loro azioni criminali…
Insieme al militare sono finiti ai domicilairi anche un’imprenditore e il titolare di un’agenzia investigativa, anch’essi accusati di corruzione, difatti, secondo l’accusa, il Comandante si sarebbe messo a disposizione di taluni imprenditori amici, sia italiani che cinesi, accedendo per almeno un centinaio di volte – secondo l’inchiesta – abusivamente al sistema banca dati delle forze dell’ordine per fornire informazioni, in cambio di diverse utilità…
Cosa dire, ciascuno di noi conosce bene il lavoro svolto dalle forze dell’ordine e sappiamo bene quanto importante sia l’operato svolto da quest’ultimi, rimasti ormai l’ultimo baluardo a salvaguarda della nostra democrazia, ma soprattutto di quanto ancora rimasto della dignità dello Stato…
Per cui, lungi dal sottoscritto fare “di tutta un erba un fascio“, certamente però notizie come quella sopra riportata rappresentano una vergogna per le nostre forze dell’ordine e credo sia giunto il tempo di fermare queste incresciose corruzioni, anche perché si sa… casi come questi non rappresentano certamente qualcosa d’isolato, ma viceversa, quando vengono evidenziati (comprenderete come il più delle volte notizie come queste si cerca di tenerle celate…) dimostrano essere assai frequenti, d’altronde basta semplicemente contare tutti gli agenti infedeli che sono stati in quest’ultimo decennio indagati, rinviati a giudizio o condannati per reati vari!!!
Ma d’altronde… i comportamenti umani sono connaturati all’uomo e questa sua natura travalica anche l’eventuale impiego di una divisa!!!