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“Artemis” e l’uomo che non scese mai sulla Luna!


Buongiorno, 

osservando quanto è accaduto in queste ore con il viaggio di Artemis verso la Luna, ho pensato di scrivere stamani questo post.

Sì… perché quanto ci è stato fatto vedere nel 1969 con l’Apollo 11 (e le missioni successive), ha di fatto rappresentato un falso, creato in maniera formidabile – se pur con parecchi errori emersi in questi decenni – dal grande regista Stanley Kubrick. 

L’uomo, in realtà, non è mai sceso sulla Luna, e non ci è mai potuto riuscire con quella tecnologia primitiva che si ritrovava all’epoca. 

Basti difatti pensare alle difficoltà che stanno emergendo in queste ore con la missione “Artemis” – e siamo nel 2026, a oltre sessantasette anni di distanza da quella che considero una gigantesca commedia. 

I problemi tecnici, i rinvii, le perdite di elio allo stadio superiore del lanciatore: tutto questo racconta una verità scomoda ma ormai inequivocabile. Se già oggi, con i mezzi che abbiamo, fatichiamo a organizzare un viaggio nel quale, guarda caso, gli astronauti si limiteranno – semplicemente – a orbitare intorno alla Luna senza neppure scendere sulla sua superficie, come si può ancora credere che negli anni Settanta, con calcolatori meno potenti di un odierno smartphone, qualcuno sia davvero sceso e abbia camminato lassù?

E allora mi chiedo: a cosa serve mandare degli umani in questa spedizione? Perché rischiare un equipaggio, se l’unico scopo è quello di girare intorno al satellite? Bastava inviare la navicella senza nessuno a bordo. Ma così non sarebbe stato possibile alimentare il racconto, la narrazione, quell’epica che invece viene costruita con cura. 

Ecco perché ho seguito con attenzione ciò che è accaduto a Cape Canaveral, con i quattro astronauti della missione partiti verso il nostro satellite: Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen. Certo, si parla di una “missione epica”, di primati: la prima donna a raggiungere l’orbita lunare, la prima persona di colore a superare l’orbita terrestre, il primo non americano a volare verso la Luna

Ma ad osservare i preparativi del lancio abbiamo scoperto molto sul gradi di fiducia della missione. Un razzo, lo “Space Launch System“, che dopo esser stato posto sulla rampa di lancio è stato riportato nell’edificio di assemblaggio per riparare una perdita di elio. Cosa aggiungere… dieci giorni di viaggio, ci dicono, sì… dieci giorni per non toccare mai il suolo lunare.

E mentre la NASA mette a disposizione di tutti uno strumento chiamato AROW, che dovrebbe tracciare in tempo reale la posizione della capsula Orion, le trasmissioni dei piloti con la base a terra, si sono interrotte per poi riprendere nuovamente, ed io allora continuo a pensare a una domanda semplice, elementare. 

Se le navicelle che sono atterrate in questi anni sulla Luna, e soprattutto i rover che si sono mossi sul terreno del nostro satellite, non hanno mai evidenziato – pubblicamente – alcuna traccia dello sbarco americano degli anni Settanta, come si fa ancora a crederci? 

Non parlo solo del modulo lunare, che pure sarebbe dovuto restare lì, parlo della bandiera piantata, dei rover, delle strumentazioni, di tutto quanto appare in quei filmati che ormai ho compreso essere falsi, girati in una struttura (blindata) scenografica. Nessuna immagine, nessuna prova, nessun resto di quelle imprese eroiche. Soltanto il silenzio, e una narrazione che continua a ripetersi senza mai mostrare i reperti.

C’è chi racconta la storia di un finto sbarco preparato nei minimi dettagli, con tanto di regista d’eccezione. Pare che Stanley Kubrick, reduce da “Odissea nello spazio”, abbia girato per conto della CIA un allunaggio alternativo, da trasmettere nel caso in cui la missione vera fosse fallita. 

E se invece quella versione – quella che abbiamo visto tutti – fosse proprio il falso? Se la verità fosse che nessun uomo è mai partito per la Luna, e che quelle immagini sono state costruite in uno studio londinese della Metro Goldwin Meyer? 

Ci hanno detto che alla fine non ce ne fu bisogno, che il vero allunaggio riuscì perfettamente. Ma io non ci credo più. Le contraddizioni, le difficoltà tecniche di oggi, l’assenza totale di prove fisiche sulla superficie lunare, tutto mi spinge a pensare che il grande viaggio dell’umanità sia stato, in realtà, un capolavoro di illusionismo. 

E mentre Artemis II sta viaggiando verso la Luna – per non atterrare, attenzione, mai – continuerò a guardare il cielo con gli occhi di chi sa che la Luna, lassù, attende ancora il primo vero passo dell’uomo.

Già… quel piccolo passo dell’uomo che forse – se fosse stato fatto realmente – avrebbe cambiato le sorti dell’intera umanità!

Ed intanto Kubrick – lui sì dallo spazio – se la ride…

Come ha detto il poeta tedesco Rilke: “Non puoi giudicare una persona dall’ultima conversazione che ci hai fatto… devi valutare l’intero rapporto che hai avuto con lui”.


C’è un peso in quella frase di Rilke che ci cade addosso proprio quando meno ce lo aspettiamo, magari mentre stiamo preparando il “verdetto” su qualcuno basandoci soltanto sull’ultimo scambio di battute. 

Ci succede ogni giorno, a casa, a lavoro, anche per strada, sì… siamo capaci in un attimo, in quel breve intervallo in cui il nostro interlocutore finisce di parlare, a formulare un giudizio, senza lasciare spazio a ciò che è venuto prima. 

Quella frase del Poeta, viceversa, ci invita a fermare la “mano della sentenza” e a guardare indietro, a percorrere con lo sguardo quel lungo sentiero di incontri e silenzi che hanno costruito la persona che ora abbiamo davanti, perché ridurre tutto all’ultimo capitolo è come voler giudicare un libro leggendo solo l’ultima riga e pretendere però di conoscerne tutta la trama. 

Eppure – stranamente – lo facciamo continuamente, convinti che l’essenza di una storia stia sempre nella conclusione, quando forse la verità abita altrove, nei passaggi intermedi, nelle svolte apparentemente insignificanti, in quelle pagine che abbiamo sfogliato troppo in fretta.

Perché la verità è che la maggior parte di noi è fatta così, tendiamo a riempire i vuoti di comprensione con certezze rumorose, specialmente quando ci troviamo dinnanzi a una situazione o a un gesto che non riusciamo a decifrare immediatamente. 

È come se il silenzio dell’attesa ci mettesse a disagio, come se restare in sospeso fosse una condizione insopportabile da cui dobbiamo uscire a tutti i costi, anche a prezzo di forzare la realtà. Sentiamo salire quella perplessità familiare, quel senso di smarrimento che ci porta a cercare motivazioni personali dietro ogni analisi, sì… come se ammettere di non aver capito, fosse una sconfitta personale, invece che un’opportunità per avvicinarsi davvero al mistero senza fretta. 

Ed allora, preferiamo inventare, costruire castelli interpretativi, attribuire intenzioni mai espresse pur di non rimanere in bilico su quel “non so” che invece potrebbe essere l’inizio più autentico di ogni comprensione profondo.

Ed è qui che scatta quella che io definisco la “commedia umana“, cioè quando si iniziamo a costruire castelli di interpretazioni per nascondere il fatto che forse quella porta è semplicemente chiusa e non abbiamo la chiave in tasca. Già… ormai siamo diventiamo architetti dai significati fasulli, erigiamo muri di parole per nascondere la nostra nudità conoscitiva, e lo facciamo con tale convinzione da crederci per primi.

Ci diamo un tono, usiamo parole complicate per descrivere emozioni che non abbiamo provato, tutto per proteggere il nostro ego dalla semplice verità che a volte le cose vanno lasciate respirare senza essere immediatamente etichettate o smontate per vedere come funzionano. 

Perché c’è una violenza sottile nel voler capire tutto subito, nel non concedere all’altro e all’opera il diritto di rimanere parzialmente inaccessibili, come se l’unico modo per rispettare qualcosa fosse possederla attraverso la comprensione totale e immediata.

Alla fine però resta la pazienza di chi sa che la verità non sta nel frammento ma nel mosaico, nell’insieme delle tessere che formano il rapporto e non nel singolo colore che ci ha colpito o infastidito. 

È una lezione che – ahimè – impariamo lentamente, attraverso gli errori e le ingiustizie che commettiamo quando giudichiamo troppo in fretta, attraverso i rimorsi di non aver aspettato quel giorno in più che avrebbe cambiato tutto.

La verità è che forse dovremmo permetterci di stare nel dubbio un po’ più a lungo, accettando che non comprendere subito non significa non rispettare, ma anzi significa dare all’altro e all’opera il tempo necessario per rivelarsi nella sua interezza senza che noi dobbiamo per forza avere sempre ragione.

Già… significa coltivare quella sospensione del giudizio che è così difficile da praticare ma così rivoluzionaria nei suoi effetti, perché apre spazi dove la relazione può respirare e crescere senza il peso delle nostre sentenze affrettate.

Come diceva Pirandello: Notiamo facilmente i difetti altrui e non ci accorgiamo dei nostri…

Mpare… comu veni si cunta!


Mpare… sediamoci un attimo a parlare, sì… su questa cosa: “Comu venu si cunta”…

Quante volte l’abbiamo sentito e quante volte l’abbiamo pronunciato, magari alzando le spalle con quel nostro mezzo sorriso che sa di sfottò o di prendere le distanze.

È vero, c’è una profonda saggezza in queste parole, una specie di pazienza antica che profuma di questa terra e di questo mare. Il voler accettare le cose come vengono, raccontarle poi per come sono state, senza provare a indorarle troppo… 

C’è quasi una dignità in questo, una forza tranquilla che sembra dire: il mondo gira, e noi con lui, ed urlare… non è necessario.

Però, mpare, a volte mi fermo a pensare e mi chiedo se quel bellissimo “lasciar scorrere”, non si sia col tempo, un po’ troppo assopito. Già… se non si sia trasformato in una coperta di lana o una comoda poltrona dove aspettare che le cose semplicemente accadano. La filosofia diventa allora un pretesto, il “carpe diem siculo” si svuota del suo coraggio e si riempie di una strana inerzia. 

Si aspetta l’evento ineluttabile, si osserva da lontano, si spera solo di sopravvivere per poterlo un giorno raccontare. “Mancia, vive e sinni futte”, si dice. E mentre si vive e si fugge, il mondo intorno prende le sue forme, spesso senza di noi, mpare… è questo che mi lascia perplesso… 

La nostra terra è un miracolo continuo, un crocevia di storia e di coraggio che ha sfidato imperi, eppure, a volte, sembriamo aver ereditato solo la pazienza del contadino che aspetta la pioggia e non la sua capacità di costruire un sistema di raccolta di acque piovane per quando la pioggia non arriva.

Quanti stanno in disparte, come se la storia fosse uno spettacolo a cui si assiste, e non una casa che si costruisce mattone dopo mattone?
 La maggior parte aspetta che qualcun altro risolva, che l’evento “vena” da sé, che il finale si scriva da solo e nell’attesa, si commenta, si racconta, ci si arrangia…

Ma “comu venu si cunta” non era questo, non doveva essere questo. Il raccontare, alla fine, era il sigillo sull’azione compiuta, non il surrogato dell’azione mai intrapresa! Era il vecchio marinaio che narrava la tempesta superata, non quello che dalla riva descriveva le onde che vedeva all’orizzonte. 

La bellezza sta nell’affrontare, nel prendere quel “comu venu” e maneggiarlo, dargli una forma con le proprie mani, anche solo per spostarlo di un centimetro. E poi, sì, allora, raccontare. Perché la storia che vale la pena di raccontare è quella in cui ci si è immersi, rischiando la pelle, non quella che si è solo osservata da una comoda ombra.

Mpare, è ora di riprenderci la parte coraggiosa del proverbio e di ricordare a tutti i nostri conterranei che prima di “si cunta” viene “veni”, che non siamo spettatori di quel che viene, ma che siamo noi, con le nostre mani e soprattutto le nostre scelte, a farlo “venire”!

Altrimenti il rischio è che la storia la raccontino sempre gli stessi, quei pochi temerari, sì… come noi. E agli altri, ai troppi, resti il ruolo di comparse di quello stesso racconto. E questo, credimi, non è un bell’epitaffio per un popolo che ha il mare negli occhi e il fuoco della storia sotto i piedi!

Memorie di un Ghemme dell’88. Storia di un’amicizia e di un brindisi a Stresa lungo trent’anni…


Ho letto con attenzione un articolo sul vino “Ghemme“, pubblicato dal periodico “Ristorazione & Ospitalità” dell’AMIRA (Associazione Maitre Italiani Ristoranti e Alberghi), che mi ha particolarmente colpito.

L’autore, Adriano Guerri, ha raccontato di averlo degustato durante un soggiorno all’Hotel La Palma di Stresa, in occasione del 69° congresso nazionale “AMIRA”.

Ecco… è proprio questo riferimento ad avermi toccato, non perché io sia stato presente a quell’evento, ma perché conosco perfettamente quel luogo affacciato sul lungolago del Lago Maggiore, avendo vissuto per dieci anni a Verbania e quindi mi capitava spesso di frequentare Stresa – un luogo meraviglioso che si affaccia sulla costa occidentale del Golfo Borromeo, dirimpetto alle omonime isole – e soprattutto apprezzavo l’alta cucina di quei suoi ristoranti.

Leggere quindi di quel vino in quel particolare contesto, mi ha fatto tornare indietro con il pensiero, sì… ad una bottiglia di “Ghemme” che conservo in cantina, datata 1988, e che tra non molto compirà quarant’anni. Già… è strano come le parole di un articolo, trovato per caso qui “https://amira-italia.it/images/2026/rivista/Gennaio_2026.pdf“, possano aver improvvisamente risvegliato il ricordo di un oggetto silenzioso, quasi a voler creare un ponte tra una descrizione professionale e una storia personale…

Quel vino, descritto come una perla dell’Alto Piemonte con radici addirittura in epoca romana, sembra incarnare la pazienza. Tra l’altro la sua zona di produzione, nei rilievi collinari morenici tra i fiumi Sesia e Ticino, non è poi così lontana dalle sponde del lago di Stresa e quel borgo medievale di Ghemme, con il suo “castello-ricetto”, che ha donato il nome a un vino di grande carattere.

Il disciplinare richiede un affinamento di mesi e anni, prima in legno e poi in bottiglia, una lunga gestazione prima di essere posto sul mercato. Questa attesa obbligata mi ha fatto riflettere sulla mia bottiglia del ’88, che dopo aver attraversato tutto quel percorso, è andata a fermarsi in un angolo della mia casa, diventando così essa stessa, un piccolo tesoro di famiglia.

Dice bene l’autore ricordando i produttori, artefici di questa pazienza e custodi di una tradizione che regala vini eleganti e complessi, dal colore che col passar degli anni vira dal rubino al granato, con note di frutta rossa, spezie dolci e tabacco. Un vino che l’autore consiglia con piatti sostanziosi della tradizione, ma che per me, in questo momento, rappresenta soprattutto un appuntamento futuro, un momento da condividere quando il tempo sembrerà maturo.

Sì… pensavo alla prossima volta che mi troverò nuovamente a Stresa, quando avrò deciso che è giunto il momento di aprire questa bottiglia. Nel farlo ho pensato di invitare un mio caro amico, sì… l’architetto Renzo di Omegna, a cui proprio questa bottiglia mi lega, e chissà – nuovamente insieme – potremmo bere quel vino che molti anni fa mi volle omaggiare.

Immagino già il gesto lento di stapparla, il suo contenuto rosso granato che scivola nel calice, liberando nell’aria profumi custoditi per quattro decenni. Porterò quindi le mie labbra sul bordo, assaggerò quella storia fatta di sole, terra e legno, e per un attimo, unirò idealmente la mia esperienza a quella raccontata nell’articolo. Sì… sarà un brindisi al tempo che passa, alle memorie che diventano sapore, a un futuro che attende solo il momento giusto per rivelarsi dolce e suadente.

Nel frattempo, continuerò a conservarla, come si fa con le cose preziose, sapendo che alcune storie, come quelle dell’amicizia, sono come quelle dei grandi vini: meritano di essere vissute con il giusto ritmo.

Perché la più romantica delle attese è proprio quella che promette un incontro, un abbraccio tra un luogo amato, un ricordo vivido e un sapore che ha imparato a essere paziente, proprio come il cuore che lo aspetta…

3I/ATLAS: uno sguardo costruttivo oltre il cielo…


Proprio perché passo le mie giornate a osservare le fondamenta di una costruzione, a seguire le linee incrociate di un livello laser, a confrontare con cura la tipologia dei materiali per garantire solidità e sicurezza alle strutture destinate a resistere al tempo e alle intemperie, mi ritrovo molte volte a sollevare lo sguardo verso il cielo… con uno spirito diverso, quasi come se quella vista fosse un’estensione naturale del mio stesso lavoro.

Costruire, si sa, richiede attenzione, controlli, sicurezza, qualità, ma anche la capacità di alzare lo sguardo oltre il muro che si sta erigendo, di chiedersi se quel muro ha davvero senso in un paesaggio più ampio. 

In Etiopia, da bambino, mio padre mi portava da un suo caro amico, uno scienziato che lavorava con un telescopio sul Monte Entoto, a quasi tremila metri d’altezza, ed io, incuriosito, passavo alcune notti lì ad osservare le stelle, i pianeti, e ricordo ancora una luna enorme, così vicina da sembrare a portata di mano.

Da allora, quando qualcosa nel cielo si muove in modo strano non posso fare a meno di reagire, già, come un tecnico abituato a notare ciò che non convince: una crepa, un disallineamento, un elemento fuori posto, un pericolo, qualcosa, insomma, che rompe con l’ordine previsto. E io, che ho imparato con l’esperienza a diffidare delle apparenze regolari, soprattutto quando nascondono qualcosa di celato, non posso far finta di nulla, ancor meno ignorare quella senzazione…

Non si tratta di qualcosa di straordinario: è analisi. Già… proprio perché conosco il peso di una fornitura, la precisione di un tracciato, il senso di un progetto, quell’alzare lo sguardo in maniera costruttiva, non per sognare, ma per chiedermi se, anche lassù, qualcuno (o qualcosa) abbia lasciato un segno, sì… forse fatto apposta per essere visto.

Non è la prima volta che mi trovo a pensare a storie così, storie che sembrano arrivate da un altro tempo, chissà… da un altro mondo. Del resto, non ho mai creduto che fossimo soli nell’universo, né tanto meno che un ipotetico Dio avesse scelto proprio noi e ci avesse reso a sua immagine e somiglianza: un’idea troppo comoda, soprattutto troppo umana!

Allora sorridevo tra me, e oggi, ripensandoci, mi dico che argomenti del genere non appartengono alle mie pagine, dove di solito scorrono parole terrene, comuni, ahimè che legano con l’illegalità e il malaffare, come corruzione, permessi negati, appalti truccati, ponti che crollano sotto il peso della negligenza e fascicoli sepolti dentro una scrivania polverosa. Nel parlare quindi ora su questi nuovi argomenti mi sembra di perdermi, sì… di distrarmi con argomenti futili, leggeri e aggiungo “inconsistenti“.

Eppure – anche ora dentro questo silenzio tra le stelle, sento affiorare una domanda: e se, stavolta, fosse diverso? Se finalmente potessimo avere quel contatto?

Ed eccoci allora qui, di nuovo, sì… perché 3I/ATLAS non è solo un visitatore interstellare, è un’ombra che si muove in modo strano, un ospite che non rispetta le regole. I suoi predecessori avevano anch’essi lasciato una traccia, un lieve disordine nel sistema, ma questo va oltre: quei dettagli, minuscoli come crepe nei muri di un edificio ben progettato, ti restano dentro, non ti lasciano dormire. E se li osservi con attenzione, sembrano troppo precisi per essere casuali, come se qualcuno avesse voluto segnare un punto, indicare una direzione.

Mi sembra di essere ritornato in Germania, precisamente a Jena, quando la mia D.L. mi dava appuntamento in cantiere prima dell’alba, e nel mezzo di quella notte, venivano controllate eventuali fessurazioni e imperfezioni tra le murature. Eppure il cantiere è un luogo dove si lavora e dove a volte si sbaglia, dove si deve tornare indietro. Ed è proprio per questo che 3I/ATLAS – che sia un frammento di ghiaccio errante o qualcosa di meno semplice da catalogare – mi ha ricordato una verità che spesso dimentichiamo: non sappiamo quasi nulla, non solo di questo universo, né di ciò che potrebbe esistere accanto a esso. Universi paralleli, leggi fisiche diverse, mondi nascosti dietro l’inflazione cosmica o le pieghe della teoria delle stringhe, ipotesi che non sono fantasia, ma tentativi onesti di dare forma a ciò che sfugge.

Eppure, la vera distrazione non è credere troppo, è smettere di guardare. È voltarsi dall’altra parte prima di aver controllato l’allineamento, prima di aver misurato la profondità della fessura. È dire “è normale” mentre qualcosa, laggiù nel buio, brilla in un modo che nessun manuale prevede.

Forse non dobbiamo trovare risposte, non subito. Ma almeno imparare a riconoscere quando un fenomeno non si limita a passare, quando invece lascia un segno preciso, come un segnale inciso nel calcestruzzo da qualcuno che sapeva sarebbe stato controllato. Non serve gridarlo ai quattro venti. Basta annotarlo, tenerlo a mente, come si fa con una fessura sottile che nessun altro ha notato. 

Perché a volte, guardare davvero significa semplicemente non voltarsi dall’altra parte e aspettare che il tempo confermi se era un difetto del materiale, un messaggio lasciato apposta…

Vuoi saltare la lista d'attesa??? Basta pagare!!! Non ci resta che auspicare nella "maledizione di Pompei"!!!

I pazienti affetti da gravi patologie versavano mediamente 100/150 euro, viceversa gli stessi esami erano gratis per familiari e amici…

Ho ascoltato in tv stamani la notizia che la Polizia di Stato del commissariato di Trani ha eseguito un’ordinanza cautelare emessa su richiesta della locale procura dal gip del Tribunale di Trani nei confronti di un dirigente medico e di una infermiera impiegati presso la struttura ospedaliera PTA di Trani, per i reati di concussione, peculato e truffa aggravata ai danni dello Stato.

Dalle attività di investigazione e soprattutto dalle intercettazioni ambientali e telefoniche, è emerso il modus operandi di quei soggetti, i quali avevano ideato un metodo consolidato per ottenere lauti compensi. 

Gli stessi difatti erano riusciti a creare un sistema parallelo a quel meccanismo di prenotazione e di attesa, gestendo così in modo che potremmo definire “privatistico”, quel servizio stesso di pubblica utilità…

Certo, pensando a tutti quei soggetti che per ragioni di salute hanno necessità di effettuare controlli medici e che per questi debbono non solo attendere vergognose lungaggini, ma altresì pagare (a nero…) per un servizio che dovrebbe essere garantito, è tutto che dire…  

Nello scrivere ora questo articolo, ho pensato per un istante ad una vicenda di questi giorni, accaduta a Pompei; mi riferisco alla riconsegna di alcune pietre trafugate da quel sito archeologico che secondo la leggendaria “maledizione” colpisce in salute chi sottrae i reperti dagli scavi…

Sembra infatti che siano tantissimi coloro che nei secoli siano ritornati sui propri passi ed allora riflettendo mi chiedevo perché quella stessa maledizione non colpisca ora coloro che – per quel vile denaro – se ne approfittano stando all’interno di quelle strutture sanitarie nei confronti di quei poveri malati…   

Peraltro il modus operandi utilizzato è simile a quello utilizzato da turisti, sempre di rubare si tratta, anzi questo è ancora più ignobile perché approfitta di chi ha bisogno, di quanto affetti da patologie gravi che per l’appunto necessitavano di cure con una certa solerzia; mi riferisco ad esami diagnostici tipo Tac, risonanze magnetiche e anche radiografie…

Poi ci si meraviglia di quanto tutti noi sappiamo, già… nessuno fa nulla, nessuno denuncia, ma anzi tutti subiscono, proprio per evitare che un giorno anch’essi possano aver bisogno nel superare quelle liste d’attesa e difatti ditemi, quanti oggi pur di non attendere mesi e mesi per una operazione –indispensabile per tentare di risolvere un grave problema di salute, sapendo quindi che se questo non verrà effettuato in tempi celeri il rischio è quello di vedersi morire – preferiscono pagare conti salatissimi e ricevere così quell’assistenza immediata???

Eppure fanno finta tutti di non sapere ed allora osservando quanto accade quotidianamente, non posso che concludere: dove le Istituzioni e i controlli mancano, ben venga su quei soggetti la “Maledizione di Pompei”!!

  

In attesa di "Giustizia"…

Credo che uno dei problemi più gravi della giustizia è legato alla lungaggine processuale e alla durata dei processi…
Ciò che maggiormente allontana i cittadini dallo Stato è proprio il problema della tempestività alla richiesta di giustizia da parte dei primi, che non trovano soluzione celere ai problemi fatti emergere…
Lo Stato… il più delle volte – forse a causa della sovrabbondanza di denunce presentate, del poco personale messo loro a disposizione e soprattutto dell’urgenza che taluni inchieste hanno nei confronti di quegli esposti presentati (considerati non gravi o certamente meno urgenti rispetto ad altri…) – da come la sensazione che,  non voglia occuparsi di noi!!!
Quanto sopra difatti, da l’impressione che vi sia un certo disinteresse per talune vicende giudiziarie che – pur evidenziando di possedere reati gravi –  non ricevano da parte di alcuni magistrati, quella giusta considerazione, spero solo che la reale motivazione, non sia da ricercare, in quel mancato risalto mediatico… 
Un’ulteriore problema purtroppo, è legato alla condotta di taluni magistrati e/o di ogni altra autorità chiamata in casa a valutare quanto ricevuto, in quanto non sempre – per motivi del tutto oscuri – quei documenti conducono alla definizione di un’indagine e quindi ad un processo.
Già… osservando solitamente quanto avviene, si ha come l’impressione che non vi sia una corretta valutazione di quegli atti ricevuti, bensì… sembra che chi di dovere, sia portato a procedere a prendere decisioni “ambigue” o quantomeno “arbitrarie”, che richiamano ad una mancanza di rigorosa diligenza…
Comprenderete bene come tutte queste circostanze, mettano in bilico quei principi morali sui quali ciascuno credeva, in particolare nel voler essere sempre e in ogni circostanza “cittadini modello”, lontani quindi da quegli stereotipi nei quali, “l’omertà”  e “farsi i cazzi propri“, costituiscano gli unici esempi da seguire…
Perché purtroppo con questa attuale “giustizia”, si passa dall’essere “corretti” cittadini, a “vittime” di un sistema giudiziario che non premia chi ha saputo denunciare, ma viceversa, li sanziona… addebitandone per di più, anche le spese processuali… (P.s.: casualmente proprio su questo argomento, ho ricevuto alcuni giorni fa una missiva da parte di una Sig.ra, che evidenzia in maniera chiara quanto sopra riportato e mi ha chiesto la cortesia di far emergere quanto accaduto, autorizzandomi a pubblicare i documenti ufficiali, affinché si possa comprendere a quali ingiustizie ci si trova coinvolti, solo per aver cercato di fare il proprio dovere).
Ma la legge… ahimè non si dimostra uguale per tutti ed ecco perché, oltre il danno vi sia la beffa, ritrovandosi a dover pagare spese processuali, solo ed esclusivamente, per aver fatto emergere reati gravi – compiuti a danno dello Stato – ma che incredibilmente… alcuni di questi suoi uomini, non hanno neppure tenuto conto!!!
Ovviamente si può sempre pensare di procedere con quanto la legge prevede e cioè, dare seguito ad un ricorso!!!
Ma immaginate con quanto entusiasmo ci si possa rivolgere nuovamente alla giustizia, sapendo di dover difendere una ragione, che è stata già in precedenza calpestata ed umiliata!!!
Ed allora ditemi – mi rivolgo a Voi, uomini delle Istituzioni – quanto altro tempo bisognerà aspettare per vedere finalmente quella giustizia “giusta”???
Sì nell’attesa… vorremmo evitare di trovarci stessi nel divano, come in quella vignetta di cui sopra!!!
Grazie…

In attesa di "Giustizia"…

Credo che uno dei problemi più gravi della giustizia è legato alla lungaggine processuale e alla durata dei processi…
Ciò che maggiormente allontana i cittadini dallo Stato è proprio il problema della tempestività alla richiesta di giustizia da parte dei primi, che non trovano soluzione celere ai problemi fatti emergere…
Lo Stato… il più delle volte – forse a causa della sovrabbondanza di denunce presentate, del poco personale messo loro a disposizione e soprattutto dell’urgenza che taluni inchieste hanno nei confronti di quegli esposti presentati (considerati non gravi o certamente meno urgenti rispetto ad altri…) – da come la sensazione che,  non voglia occuparsi di noi!!!
Quanto sopra difatti, da l’impressione che vi sia un certo disinteresse per talune vicende giudiziarie che – pur evidenziando di possedere reati gravi –  non ricevano da parte di alcuni magistrati, quella giusta considerazione, spero solo che la reale motivazione, non sia da ricercare, in quel mancato risalto mediatico… 
Un’ulteriore problema purtroppo, è legato alla condotta di taluni magistrati e/o di ogni altra autorità chiamata in casa a valutare quanto ricevuto, in quanto non sempre – per motivi del tutto oscuri – quei documenti conducono alla definizione di un’indagine e quindi ad un processo.
Già… osservando solitamente quanto avviene, si ha come l’impressione che non vi sia una corretta valutazione di quegli atti ricevuti, bensì… sembra che chi di dovere, sia portato a procedere a prendere decisioni “ambigue” o quantomeno “arbitrarie”, che richiamano ad una mancanza di rigorosa diligenza…
Comprenderete bene come tutte queste circostanze, mettano in bilico quei principi morali sui quali ciascuno credeva, in particolare nel voler essere sempre e in ogni circostanza “cittadini modello”, lontani quindi da quegli stereotipi nei quali, “l’omertà”  e “farsi i cazzi propri“, costituiscano gli unici esempi da seguire…
Perché purtroppo con questa attuale “giustizia”, si passa dall’essere “corretti” cittadini, a “vittime” di un sistema giudiziario che non premia chi ha saputo denunciare, ma viceversa, li sanziona… addebitandone per di più, anche le spese processuali… (P.s.: casualmente proprio su questo argomento, ho ricevuto alcuni giorni fa una missiva da parte di una Sig.ra, che evidenzia in maniera chiara quanto sopra riportato e mi ha chiesto la cortesia di far emergere quanto accaduto, autorizzandomi a pubblicare i documenti ufficiali, affinché si possa comprendere a quali ingiustizie ci si trova coinvolti, solo per aver cercato di fare il proprio dovere).
Ma la legge… ahimè non si dimostra uguale per tutti ed ecco perché, oltre il danno vi sia la beffa, ritrovandosi a dover pagare spese processuali, solo ed esclusivamente, per aver fatto emergere reati gravi – compiuti a danno dello Stato – ma che incredibilmente… alcuni di questi suoi uomini, non hanno neppure tenuto conto!!!
Ovviamente si può sempre pensare di procedere con quanto la legge prevede e cioè, dare seguito ad un ricorso!!!
Ma immaginate con quanto entusiasmo ci si possa rivolgere nuovamente alla giustizia, sapendo di dover difendere una ragione, che è stata già in precedenza calpestata ed umiliata!!!
Ed allora ditemi – mi rivolgo a Voi, uomini delle Istituzioni – quanto altro tempo bisognerà aspettare per vedere finalmente quella giustizia “giusta”???
Sì nell’attesa… vorremmo evitare di trovarci stessi nel divano, come in quella vignetta di cui sopra!!!
Grazie…