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Si può credere senza mettere un uomo al posto di Dio?


Ho appena letto un testo sul web e mentre lo facevo, quelle parole mi ronzavano nella mente, come un contrappunto necessario. 

Perché è vero, si possono tracciare percorsi, mappe antiche che mostrano come gli uomini abbiano da sempre cercato di avvicinarsi al mistero che chiamano Dio, già… percorsi di meraviglia davanti al creato, di ascesi e lotta tra carne e spirito, cambiamento morale, rito comunitario, tutto… sì affascinante, storico, comprensibile…

Ma è proprio qui che la riflessione si fa tagliente, come d’altronde dovrebbe essere. Tutte queste strade, per quanto affascinanti, sono – di fatto – strade umane, tentativi, linguaggi, balbettii di creature finite che cercano l’infinito. Il punto irrinunciabile, il cardine su cui tutto deve girare, è che: nessuna di queste strade può mai portare a confondere la creatura con il “Creatore”!

Nessun uomo, per quanto santo, illuminato o carismatico, può essere elevato a quel livello. E mi fermo qui, su questo concetto netto: non esiste alcun essere animale, spirituale o di qualsiasi altra natura, che non sia venuto all’esistenza attraverso una nascita, sia essa naturale o aiutata dalla scienza. 

Tutto il resto, tutto quel castello di speculazioni, dogmi e narrazioni costruite ad arte per collocare un uomo particolare nella sfera del divino, è roba per chi ha deciso di abdicare al pensiero, per chi preferisce vedere il mondo attraverso le rassicuranti “fette di prosciutto sugli occhi”.

Questo non è un attacco alla fede personale, sia chiaro. Credere o non credere è una scelta radicalmente intima, forse la più intima che ci sia. Ognuno può, deve, percorrere la strada che sente più consona alla propria sete di significato, che sia una strada o un dedalo di sentieri. 

Essere fedeli significa proprio questo: aderire con tutto sé stessi a ciò che si sente vero, a una religione, a un profeta, a un ideale che ci rappresenta. Anche pregare, del resto, non è un ripetere a pappagallo dottrine imparate, ma è porsi le domande scottanti, quelle che bruciano l’anima. È un dialogo, non un monologo ricevuto!

E allora cosa significa, oggi, inginocchiarsi? Cosa si pensa davvero quando ci si inchina, prosterna, piega verso una direzione oppure davanti a un crocifisso o mentre si fissa un altare? Si crede forse che quell’uomo o colui che oggi ne riveste i panni sulla terra, sia davvero Dio in persona sceso tra noi? Perché qui il salto è enorme, e farlo a cuor leggero è estremamente pericoloso. 

Credere non è un gesto scaramantico, non è un tic sociale. Non è pregare purificarsi, alzare le mani oppure farsi il segno della croce dopo un gol, come ho visto fare guardando la partita Verona-Bologna, quasi che da lassù ci sia un interesse per il calcio, o epr una squadra del cuore da tifare, già… perché ridurre la fede a questo è svuotarla di ogni senso, è trasformarla in una superstizione folkloristica.

Il vero nodo, allora, mentre si leggono queste antiche “quattro strade”, mi pare un altro. È il divario abissale tra la complessità, la profondità a volte vertiginosa di quelle ricerche spirituali, e la piatta, spesso ipocrita, staticità di un certo credere moderno. Da una parte padri del deserto, dispute teologiche che scavavano nell’essere, mistici che bruciavano di un fuoco interiore, dall’altra, oggi, troviamo un manuale da seguire, una dottrina da ripetere, corretta nei termini ma fredda, incapace di parlare al tumulto dei sentimenti, alle ansie, alle vere domande della gente.

La vita delle persone è immersa in un mondo che ha altri ritmi, altri linguaggi, altre sintesi. E il cuore della questione, forse, è proprio lì dove il testo originale lo accenna: nel cambiamento morale. Non un cambiamento fatto di divieti esteriori o di adesioni formali, ma una trasformazione interiore che nasce da una scelta autentica. Una vita sobria, attenta, grata. Questo potrebbe essere un faro, un modo per vivere nella modernità senza esserne semplicemente un calco, senza omologarsi al rumore di fondo.

Forse, alla fine, la speranza è proprio che si torni a questa sostanza nuda e cruda. Lasciando perdere le dispute organizzative, gli apparati, le legiferazioni infinite. Tornare alla domanda semplice e tremendamente complicata: in cosa credi davvero? E soprattutto, ricordando sempre che, tra il cielo e la terra, nessun uomo può mai essere posto sul trono dell’assoluto. Quel posto, se c’è, è vuoto, o è occupato da un mistero che nessuna strada umana potrà mai completamente racchiudere.

La vita è fugace, ma il tuo ricordo resterà tenace!


A volte mi capita di discutere su quel confine sottile, quasi impercettibile, che separa la presenza dall’assenza. 

Sono per natura troppo razionale per prestare fede a tutte quelle storielle che ci hanno raccontato sin da piccoli, ancor meno a quelle instillate dalla nostra Chiesa e dai suoi dogmi. Una mente razionale dovrebbe saper riconoscere un qualsivoglia costrutto, per quanto antico o rivestito di autorità.

Ho sempre pensato che gli unici fantasmi degni di fiducia siano i ricordi, siano essi vividi o sbiaditi, fedeli o abbelliti dal tempo. Tutto il resto, tutto ciò che viene descritto come ombre parlanti nelle notti insonni, resurrezioni, apparizioni, voci provenienti da un immaginario altrove, presenze sacre o anche demoniache, non sono altro che il prodotto della mente… sì, una mente capace di meraviglie, ma anche di incubi, per un motivo semplice e profondo: l’incapacità di accettare il vuoto!

Quando una persona se ne va, il mondo sembra fermarsi per un istante, per poi riprendere il suo corso, indifferente. Dentro di noi, invece, qualcosa si incrina e si ribella a quella legge naturale, a quella fine che si presenta con una definitività così assoluta. Ed è allora che vediamo persone cercare un dialogo con chi non c’è più, e credo lo facciano con la più pura e struggente sincerità. Non c’è inganno in quel desiderio, solo un amore che rifiuta radicalmente il concetto stesso di addio.

Ma se ascoltassero con attenzione, la voce che risponde è sempre la loro. Se qualcosa sembra materializzarsi nell’aria, è il loro cuore a scolpirne la forma, con la precisione struggente di un artista che ritrae un volto amato per l’ultima volta. Già… è la mente, accecata dalla mancanza, a plasmare un’immagine così potente da sembrare tangibile. Il dolore, si sa, possiede una forza creativa immensa. 

Può costruire mondi paralleli in cui l’incontro è ancora possibile, può far vibrare l’aria di una presenza, trasformare un sospiro del vento in una voce familiare, un soffio in una parola riconoscibile. Sopportare la definitività di una partenza è a volte un compito troppo grande per l’anima umana. 

Ed è allora che essa, pur di non rimanere per sempre esiliata, costruisce un ponte, anche se illusorio. In questo senso, chi se ne è andato non scompare mai del tutto, continua a esistere, non in un aldilà nebuloso, ma nello spazio sterminato e intimo di chi lo ricorda. 

La mente di una sola persona, quando è animata dalla memoria, diventa un universo più vasto di quello che contiene le stelle. Può custodire voci, risate, sguardi, può rivivere interi pomeriggi dimenticati dal tempo oggettivo, in quello spazio, non valgono le leggi della fisica, ma solo le leggi dell’amore.

Ed è qui, credo, che si cela il messaggio più importante. La vita ci presenta sempre il suo conto ineluttabile, che si chiama fine. Razionalmente, sappiamo che dopo non resta nulla di ciò che siamo o possediamo, eppure, continuiamo a costruire ricordi, a lottare perché un nome non venga dimenticato, a credere che un legame possa sopravvivere alla morte della carne. 

Volete sapere perché? Perché alla fine, ciò che continua a esistere non è un fatto, ma un atto di fede. È la nostra personale, irriducibile motivazione a scegliere che qualcosa, o qualcuno, non debba finire.

Accettiamo la fine con la ragione, ma la ribelliamo con il cuore. Sappiamo bene che probabilmente non c’è nulla dopo l’ultimo respiro, eppure ci aggrappiamo con tutte le nostre forze all’idea che ci sia qualcosa dopo l’ultimo abbraccio. Quel qualcosa è il ricordo, tenace, testardo, che si rifiuta di dissolversi. 

È la nostra unica, personale vittoria, fragile e profondamente umana, contro la fugacità del tutto

La possibilità del nulla: tra distruzione e nuovi valori.


Mi chiedo spesso se il nulla sia davvero il principio di tutte le cose, persino di Dio.

Questa idea non è solo un sussurro poetico, ma un’eco profondo che risuona in una delle correnti più buie del pensiero: il nichilismo russo dell’Ottocento, che vedeva nel vuoto cosmico una chiamata all’azione distruttiva.

Oggi, guardando al mondo che ci circonda, non posso fare a meno di notare quanto quella logica si sia trasformata in realtà concreta…

La violenza non è più un’estremizzazione ideologica, ma una pratica quotidiana, giustificata da narrazioni assolute che si ergono a unica verità mentre cancellano interi popoli sotto l’ombra di bandiere che dovrebbero proteggere, non coprire crimini.

L’impotenza dell’ONU, la normalizzazione delle stragi, la recrudescenza dei conflitti etnici e religiosi, la guerra che diventa spettacolo mediatico e tutto questo non è solo frutto di interessi geopolitici, ma anche di un vuoto esistenziale colmato con identità estreme, con la furia di chi non ha più nulla da perdere se non l’illusione di un senso.

Nietzsche, con lucidità spietata, ci aveva insegnato a distinguere due volti del nichilismo: uno passivo, che si arrende all’assurdo e annichilisce la volontà, l’altro attivo, che distrugge gli idoli non per restare nel deserto, ma per preparare il terreno a nuovi valori.

Eppure, oggi, questa distinzione si è offuscata: la distruzione non sembra più aprire spazi per qualcosa di nuovo, ma riprodurre soltanto caos su caos, come se l’umanità, incapace di sopportare il silenzio dell’universo, preferisse il rumore della guerra al terrore del vuoto.

Forse è proprio questo il cuore della crisi: la scoperta che nulla è necessario, che tutto è possibile e perciò profondamente ingiustificato.

Di fronte a un mondo senza fondamento, molti scelgono di costruire idoli fragili – la nazione, la razza, il mercato, la rivoluzione – pur di non restare soli con la domanda che brucia: “Perché?”.

Altri, invece, si ritirano in un silenzio rassegnato, convinti che ogni azione sia inutile, che ogni parola sia già stata svuotata di senso.

Ma il mio dubbio più grande rimane: siamo di fronte alla verità ultima dell’esistenza, o all’ultimo, tragico errore della nostra mente che, non trovando risposte, decide di adorare il vuoto che ha creato?

Forse la risposta non sta né nella resa né nella distruzione, ma nella capacità di abitare il dubbio senza cedere alla disperazione, di cercare nuovi valori sapendo che sono fragili, umani, imperfetti, e proprio per questo, autentici…

Sì… perché fintanto che l’uomo continuerà a porre domande – anche nel cuore del nulla – non sarà mai completamente perduto.

Uomini, non dei…

Certo che ha senso, eppure non lo si può negare: leggere la Bibbia sapendo che essa non è altro che un libro, un’opera umana, scritta da uomini per uomini, non toglie affatto valore a ciò che racconta, anzi, lo restituisce alla sua vera dimensione.

Non è una rivelazione divina, non è la parola di Dio trascritta da mani tremanti di profeti, ma è qualcosa di molto più terreno, e forse proprio per questo più vicino a noi.
Quella domanda, però, continua a tornare, a tormentare chi cresce con quel libro tra le mani, convinto per anni che ogni parola fosse sacra, immutabile, venuta dall’alto.

E invece no. È solo un libro, scritto da uomini che vivevano in un tempo preciso, con paure, speranze, ambizioni, e soprattutto con una visione del mondo che oggi ci appare spesso lontana, se non addirittura incomprensibile. Eppure, dentro quelle pagine, si respira ancora qualcosa di vero, qualcosa che parla di noi, dei nostri limiti, delle nostre contraddizioni. .

Non c’è miracolo, non c’è voce divina, e nemmeno una verità assoluta. Ma c’è umanità, tanta, a volte crudele, altre volte tenera, e sempre imperfetta. E forse è proprio questa imperfezione a renderla così potente, così capace di parlare ancora oggi a chiunque, credente o meno. Perché non è il messaggio a essere divino, ma il modo in cui quel messaggio si intreccia con la nostra esistenza, con le nostre domande senza risposta, con i nostri tentativi di dare un senso a tutto questo. .

La Bibbia non è mai stata un manuale di istruzioni per la vita, e nemmeno una guida morale impeccabile. È un riflesso, distorto eppure sincero, di ciò che l’uomo ha sempre cercato: giustizia, amore, redenzione, senso. E lo ha fatto attraverso storie, miti, leggende, parabole. Ha costruito simboli, ha dato forma all’invisibile, ha tentato di rispondere a domande che nessuno sapeva come porre. .

E allora sì, forse ha senso leggerla, non per trovarvi la verità assoluta, ma per ritrovarsi dentro, per riconoscere in quelle storie un po’ di noi stessi. Non è Dio che parla, è l’uomo che cerca Dio, che lo immagina, lo disegna, lo placa o lo teme. È l’uomo che cerca se stesso, attraverso le sue paure, i suoi sogni, le sue colpe. .

Non ho bisogno di quei precetti per vivere, né di quelle regole per capire cosa sia giusto o sbagliato. Lo so già, da solo, ogni giorno, nelle scelte piccole e grandi. Eppure, ogni tanto, mi capita di sfogliare quelle pagine, non per cercare Dio, ma per ritrovare me stesso in quel groviglio di storie, di passioni, di errori. .

E forse è questo il vero valore di quel libro: non convincerci di nulla, ma interrogarci su tutto. Non dirci come vivere, ma ricordarci che la vita va vissuta, con tutte le sue ombre e le sue luci. Non parlare per Dio, ma parlare di noi, sempre, un eterno romanzo umano…

Dio che parla, ma solo per dire quello che vogliamo sentire. Miracoli che sembrano effetti speciali, comandamenti che pieghiamo come cartone, e un paradiso fatto su misura per giustificare i nostri porci comodi…

Già… ci si inginocchia davanti allo specchio e si chiama tutto ‘divino’. Geniale, no? L’unico libro dove l’autore è Dio, ma i protagonisti siamo sempre e solo noi; e sì… vaffanculo al dubbio!

Se la Bibbia non è sacra, perché leggerla ancora?

Che senso ha leggere la Bibbia sapendo che essa non rappresenti altro che un libro e che in esso non vi sia contenuta alcuna parola di Dio?
Perdonate oggi l’argomento affrontato, ma questa domanda, così diretta, scuote da tempo le fondamenta a cui sin da bambino ero stato erroneamente plagiato, in quanto – se pur parliamo di un testo che nei millenni è stato considerato sacro – esso in se non rappresenta altro che una successione di eventi più o meno fantasiosi, certamente anche storici, ed è forse proprio per quest’ultimo punto che merita da parte del sottoscritto una pensiero sincero.

Tuttavia, sappiamo bene come la Bibbia, di fatto, sia un libro scritto da uomini, e come nei secoli sia stato modificato, alterato, a seconda delle circostanze storiche, dei poteri dominanti, delle interpretazioni umane, eppure, anche ammettendo questo, rimane nella buona o cattiva sorte, un testo che ha plasmato civiltà, ispirato arte, guidato filosofie, e continua a farlo ancora oggi.

Certo, nessuno toglie che essa offra spunti di riflessione e significato, che le storie raccontate, le parabole, se pur frutto di fantasia o di una rielaborazione culturale, rappresentino insegnamenti morali e riflessioni sull’esistenza umana che possono arricchire la vita di chi la legge, indipendentemente dalle proprie convinzioni religiose.

Forse quindi il valore non sta nell’origine divina del testo, ma nella sua capacità di parlare all’uomo, di interrogarlo, di metterlo di fronte a domande scomode e universali: cos’è il bene? Cos’è il male? Come dovremmo vivere?

Già… in questo forse la Bibbia può trovare un senso, non tanto per diventare specchio di Dio, ma bensì per noi stessi, per superare le nostre paure, le avversità della vita, dare un senso alle nostre speranze, e forse chissà, anche ai nostri errori.

E allora, forse, leggerla – per molti – può avere un senso, proprio perché conserva in se quel sentimento umano, sì… aggiungerei troppo umano…

Già… ricorda ai suoi lettori che la ricerca di significato, di giustizia, di redenzione, non è un’esclusiva della fede, ma un’esigenza profonda dell’animo umano.

Ecco quindi che alla fine poco importa se essa rappresenti storia, mito, o simbolo: già… ciò che conta è ciò che lascia ai suoi lettori, le domande che pone e soprattutto le risposte che costringe a cercare.

Il sottoscritto resta in fondo legato ai suoi concetti e cioè che – pur avendola letto tutte quelle pagine sia da fanciullo e da adulto – alla fine, ho raggiunto quella necessaria convinzione di non aver alcun bisogno della Bibbia e ancor meso di quei suoi precetti o insegnamenti, che d’altronde già di mio, metto ogni giorno in evidenza, sì… attraverso le mie azioni quotidiane.

Ecco… forse, il vero miracolo che manca (a quella parte di umanità che crede in quel libro in quanto fedele…) alla Bibbia, non è tanto quello di parlare con Dio, ma di riuscire a trasmettere in concreto qualcosa di positivo a quegli uomini o a quelle donne, che – per come vedo – continuano ahimè a comportarsi come sempre e cioè in maniera ignobile!

Ma, a ben pensarci, la Bibbia cos’altro fa se non parlare di noi, già… come al solito.

Perfetta metafora dell’arroganza umana: persino Dio, nella nostra fantasia, non può fare a meno di raccontare le nostre meschine storie, i nostri drammi da quattro soldi, le nostre ipocrisie placcate d’oro.

E noi, invece di vergognarci, ci specchiamo in quelle pagine come se fossero un’assoluzione divina. Comodo, no? La santità in copertina e il marcio nel cuore. Amen.

L'aldilà? È come l'aldiquà!!!

Sono passati millenni, eppure l’uomo è ancora qui a chiedersi cosa ci sia dopo la morte. Abbiamo assistito a innumerevoli tentativi di raggiungere l’oltretomba, costruendo strutture imponenti che dovevano toccare il cielo, e a secoli in cui l’uomo, per colpa delle religioni, si è trovato intrappolato in una rete di falsità, tutte finalizzate a promuovere un’immagine di paradiso.

Il messaggio che è passato è chiaro: il modo in cui avrai vissuto la tua vita su questa terra determinerà il tuo destino dopo la morte. Sarai giudicato e, in base a questo, scoprirai se potrai continuare a vivere in un luogo sublime, meraviglioso, perfetto. Naturalmente, le interpretazioni cambiano da religione a religione, ma il contenuto resta sostanzialmente lo stesso.

E allora, senza poter confermare quanto sto per dire, ma sapendo che nessuno di voi può smentirmi, mi permetto di formulare un’ipotesi. Quello che sto per esporre è semplice da comprendere e si articola in tre possibili scenari, completamente indipendenti dalle narrazioni religiose più comuni.

Prima ipotesi

La prima è la più lineare: morendo, tutto si trasforma in energia e non c’è alcuna vita dopo la morte. La nostra esistenza termina con l’ultimo respiro, e ci fondiamo con il cosmo in una forma impalpabile.

Seconda ipotesi

La seconda ipotesi immagina che, dopo la morte, il nostro spirito vaghi in un luogo di totale oblio. Un posto dove non esiste nulla: non ci si parla, non si ride, non si scherza, non si ama. È un’esistenza sterile, in cui ognuno di noi è come uno zombi, circondato da anime di ogni epoca. È un’eternità vuota, priva di emozioni e interazioni.

Terza ipotesi

La terza ipotesi prevede che tutti, senza distinzioni, vivano insieme in un unico luogo. Non importa come ci si è comportati nella vita terrena: che tu sia stato una bestia feroce o un missionario, ora sei lì, accanto a tutti gli altri. Non ci sono più abusi, violenze o gesti premurosi; tutto è sospeso in un’eterna neutralità.

In questo scenario, potresti incontrare personaggi come Hitler, Stalin o Pol Pot intenti a conversare con Papa Giovanni XXIII o John Lennon, seduto su una panchina con la sua chitarra, accanto al serial killer Jeffrey Dahmer. Nessuno è stato giudicato per le sue azioni: è come se, nell’aldilà, esistesse una forma di riconciliazione universale. Una sorta di tempo infinito per fare i conti con se stessi, al di là del bene e del male.

E allora, forse, è proprio questo ciò che ci aspetta: un aldilà che non è altro che un aldiquà. Un riflesso della vita terrena, senza le illusioni di giudizi divini o promesse ultraterrene. Solo una perpetua coesistenza.

Che sia questa la risposta che cercavamo?

Ma che vita è… passar la propria esistenza da "indagato??? Silvio Berlusconi…

Abbiamo letto alcuni giorni fa di come il “Cavaliere” sia stato per l’ennesima volta indagato per corruzione…
Credo che tutto abbia avuto inizio ben trent’anni fa, eravamo nel 1988, quando fu processato per l’inchiesta su falso in bilancio e appropriazione indebita con la sua società “Fininvest”…
Ho scoperto l’altro ieri sera, una serie televisiva che ricostruisce la sua scalata alla politica… s’intitola “1993”  e debbo dire che riguardando molti di quei personaggi di allora, politici, lacchè e veline varie, ci si accorge come quello schifo di allora, sia riuscito a sopravvivere per quasi un trentennio, già… come se non fosse accaduto nulla… 
Osservando quella serie televisiva, si comprende il perché oggi ci ritroviamo in questa situazione disastrosa, un mondo quello vissuto dai nostri governanti, una storia quella riprodotta che descrive perfettamente quei soggetti, che si sono dimostrati con il tempo,  senza alcuna dignità!!!
D’altronde come può un uomo vivere tutta la sua vita all’interno delle aule di Giustizia… sapendo che è soltanto grazie ai propri legali, pagati profumatamente  – peraltro rappresentano i migliori nomi del panorama tra i difensori nazionali – che si è potuto evitare di trascorrere la propria esistenza, all’interno di un penitenziario… 
Prescrizione, intervenuta amnistia, il fatto non costituisce più reato,  il fatto non sussiste, archiviazione, condono, indulto, immunità parlamentare, servizi sociali”, sono soltanto alcune di quelle procedure adottate dai suoi bravissimi “azzeccagarbugli“!!!
Peraltro sappiamo bene tutti come, con il denaro, si possa comprare tutto e tutti… a volte ahimè anche coloro che si pensa impossibile da corrompere e mi riferisco a quegli uomini e donne delle istituzioni, tra cui ad esempio i magistrati…
Difatti… l’inchiesta di questi giorni della Procura di Roma, prende spunto da un sospetto, in cui ad essere stato corrotto è un giudice del Consiglio di Stato, affinché si giungesse ad una sentenza favorevole, in un caso che riguardava – guarda un po’ – la Banca Mediolanum… sì quella che “gira intorno a noi”.
La notizia non è ancora uscita pubblicamente, ma sembra che il “cavaliere” sarebbe coinvolto in un’inchiesta che ruota intorno a un ex funzionario della presidenza del Consiglio… 
Tutto nasce da una perquisizione compiuta due anni fa nella sua abitazione – ha scrivere la notizia è La Repubblica – dove la Guardia di Finanza ha trovato circa 250 mila euro in contanti nascosti all’interno di una confezione di champagne… in cui erano state riposte alcune copie di una sentenza del Consiglio di Stato favorevole a Berlusconi. 
Quell’anno infatti il Consiglio aveva annullato l’obbligo – imposto a Berlusconi da Banca d’Italia ed anche dal TAR – di cedere azioni di banca Mediolanum per circa un miliardo di euro.
Banca d’Italia aveva imposto a Berlusconi di vendere le azioni perché riteneva che dopo la condanna del 2013 per frode fiscale non avesse più i cosiddetti “requisiti di onorabilità” necessari per poter controllare una quota superiore al 9,99% di una banca.
Secondo la procura di Roma, il “cavaliere” ha cercato di corrompere il giudice del Consiglio di Stato per ottenere una sentenza a lui favorevole – che poi ovviamente arrivò – in cambio di denaro!!!
Sono ormai 82’… gli anni del “Cavaliere” e forse qualcuno di quei suoi collaboratori dovrebbe fargli comprendere che, per “Quota 100“, non s’intende la possibilità di continuare – nel suo caso specifico – a far danni per altri 18 anni!!! 
NO!!! Ci si può fermare anche prima e credo proprio che il suo momento sia giunto già da un bel pezzo… speriamo che anch’egli se ne renda conto… 
Io nel frattempo continuerò a ridere: Già… sia vedendo l’imitazione di quella sua copia perfetta nell’interpretare la serie televisiva, ma ancor di più… vedendo egli dal vivo!!!
Dove??? In Tv…!!! 
In questi giorni mi fa quasi tenerezza, nel provare in tutti i modi a convincere quei quattro connazionali che ancora gli credono… a scegliere quei suoi adepti “quaquaraquà”, alle prossime elezioni Europee…