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3I/ATLAS: quale verità si nasconde dietro la sua luce?


Vista la notizia riportata sul web in questi mesi, sono costretto a riprendere alcuni miei vecchi post, già… quando ho toccato argomenti che poco centravano con l’indirizzo dato sin dall’inizio al mio blog…

Ma cosa dire, vista la grande riproposizione che allora certe notizie avevano, anch’io avevo cercato di affrontarne il tema sotto una veste distaccata, certamente riflessiva, ma soprattutto critica: c’era il batterio che costruiva la vita dall’arsenico, c’erano segnali radio sospetti dallo spazio profondo, e persino un fantomatico varco spazio-temporale in Antartide.

È una considerazione, credo, non troppo diversa da quello che oggi anima il dibattito attorno allo strano caso di 3I/ATLAS. Perché, al di là della cronaca astronomica, l’oggetto interstellare ha fatto riemergere la domanda che mi aveva spinto a scrivere quei post: e se, questa volta, fosse davvero qualcosa di diverso?

Da quando è stato avvistato la scorsa estate, quest’ospite interstellare ha scatenato un dibattito molto più intenso di quanto non avessero fatto i suoi predecessori, ‘Oumuamua e Borisov. Il nucleo del discorso, attorno a cui tutto ruota, non è tanto la natura cometaria dell’oggetto – su questo la maggior parte degli scienziati, NASA in testa, sembra abbastanza concorde – quanto piuttosto una serie di anomalie che proprio non vogliono adattarsi a uno schema ordinario. Anomalie che un uomo in particolare, il professor Avi Loeb di Harvard, non ha esitato a sollevare, sfidando la comoda rassegnazione del “è solo una cometa“.

E le anomalie, a sentire Loeb, si sono moltiplicate. Ma quelle che più di tutte hanno catturato l’immaginazione, e che ritornano nelle immagini elaborate con pazienza da astrofili come Toni Scarmato, riguardano le sue code. La prima, la più vistosa, è quella che chiamano anti-coda: un getto imponente, che stranamente punta dritto verso il Sole invece che allontanarsene. Un faro che brilla in direzione opposta a ogni logica cometaria conosciuta. E poi ci sono loro: tre getti più piccoli, che appaiono in alcune immagini del telescopio Hubble, disposti con una simmetria quasi troppo perfetta, a centoventi gradi l’uno dall’altro, come i bracci di un simbolo tecnologicamente avanzato. Una configurazione che Loeb stesso ha definito “sconcertante“.

Per avere un’anti-coda così stabile e coerente, l’asse di rotazione del nucleo dovrebbe essere allineato con il Sole con una precisione incredibile, una condizione estremamente rara e improbabile. È questo allineamento geometrico quasi impossibile, insieme alla simmetria innaturale dei getti minori, a far scattare il campanello d’allarme. Potrebbero essere la firma di una tecnologia? La disposizione simmetrica ricorda quella degli ugelli di un razzo, pensati per un controllo fine della navigazione. E quell’anti-coda che sembra un faro, potrebbe essere proprio quello, un segnale o un sistema per liberare la rotta? Sono speculazioni, certo. Loeb stesso è il primo a dirlo, ammettendo che l’ipotesi più semplice resta quella della cometa naturale. Ma la domanda, ostinata, rimane: perché un oggetto naturale dovrebbe assumere una forma così “artificiale”?

La risposta ufficiale della comunità scientifica, per ora, è piuttosto netta. Osservazioni recenti di potenti radiotelescopi, che hanno scandagliato 3I/ATLAS alla ricerca di segnali radio artificiali, non hanno trovato nulla. Il progetto Breakthrough Listen ha concluso che l’oggetto “mostra caratteristiche per lo più tipiche di una cometa” e che “non ci sono prove” che suggeriscano qualcosa di diverso da un oggetto astrofisico naturale. Anche la NASA si è espressa chiaramente: si comporta come una cometa, quindi molto probabilmente è una cometa.

Ma il dibattito non si placa, e forse è proprio questo il punto più interessante. Loeb ha criticato quelle osservazioni, definendole quasi superficiali: ascoltare per poche ore in un solo giorno, ha detto, è come non ricevere una telefonata un martedì e concludere che non avrai mai più chiamate in vita tua. Per lui, la ricerca avrebbe dovuto essere più tenace, più lunga. La sua posizione, che ha formalizzato in una sorta di scala di classificazione – la “Loeb Scale” – è chiara: inizialmente ha dato a 3I/ATLAS un punteggio che indicava un sospetto moderato, ma significativo. Non l’ha ancora aggiornato, in attesa di nuovi dati, ma sottolinea che il principio di fondo è scientifico e prudenziale: ignorare eventi a bassa probabilità ma ad altissimo impatto, come l’attentato dell’undici settembre, è stato un errore che le agenzie di intelligence non ripetono. Perché la scienza dovrebbe farlo?

Allora, dove ci porta tutto questo? Torniamo alla domanda di partenza, quella che aleggiava nei miei vecchi post: e se fosse davvero così? Con 3I/ATLAS, la risposta forse non arriverà presto. L’oggetto sta già allontanandosi, e il prossimo appuntamento importante sarà a metà marzo dell’anno prossimo, quando passerà vicino a Giove. Sarà un’occasione per osservare eventuali “manovre” anomale o il rilascio di oggetti più piccoli. E poi, i dati più rivelatori potrebbero venire dallo studio dello spettro dell’anti-coda. Se la composizione del gas e la sua velocità saranno quelle tipiche della sublimazione del ghiaccio, l’ipotesi naturale prevarrà. Se invece si troveranno elementi anomali e velocità di scarico di ordini di grandezza superiori, il dibattito si riaprirebbe di colpo.

Forse, alla fine, 3I/ATLAS rimarrà nella storia come la più antica e affascinante cometa interstellare mai vista, un messaggero di un altro sistema stellare che ci ha regalato uno spettacolo di luci e misteri. Ma il vero valore di questa storia, credo, non sta nella risposta definitiva. Sta nella domanda che ha costretto a porsi. Sta nel vedere come, di fronte a un fenomeno strano, la reazione non sia stata un coro unanime di spiegazioni confortanti, ma un acceso, a volte aspro, confronto tra chi difende il paradigma conosciuto e chi, come Loeb, invoca il diritto scientifico di esplorare ogni possibilità, per quanto remota.

È lo stesso spirito che muoveva chi cercava batteri nell’arsenico o segnali nello spazio profondo. La scienza, quando è viva, non è un museo di certezze, ma un cantiere sempre aperto ai “cosa se“.

Già… 3I/ATLAS, che sia un’antica palla di ghiaccio o qualcosa di molto più strano, ci ha ricordato che l’universo è un posto pieno di sorprese e che forse, la cosa più pericolosa che possiamo fare, è smettere di chiedercelo!

Leggendo i Vangeli, qualche fedele potrebbe credere che Gesù abbia attraversato il mondo, quando in realtà non si è mai allontanato (più di tanto) da casa.


È interessante notare come, negli ultimi due decenni, la geografia biblica abbia compiuto un salto non da poco: non più affidata solo a disegni schematici nei libri di studio, ma a modelli digitali interattivi, costruiti con dati archeologici, satellitari e testuali incrociati. 

Il Digital Atlas of the Holy Land, curato dalla Society of Biblical Literature in collaborazione con ricercatori di università come Yale e Tel Aviv, offre oggi una ricostruzione stratigrafica dei percorsi antichi, compresi quelli plausibili del I secolo. 

Lì, per esempio, si può tracciare in tempo reale la via che da Sefforis – città romana vicina a Nazaret, dove Gesù probabilmente lavorò come artigiano – conduceva a Cafarnao: un tracciato di circa 35 km, in gran parte su una strada secondaria che costeggiava le colline della Bassa Galilea, con pendenze dolci ma polvere abbondante nei mesi estivi.

Anche BiblePlaces.com, fondato dall’archeologo Todd Bolen, va oltre la semplice mappa: integra foto aeree attuali, scansioni LiDAR e ricostruzioni 3D di siti come il pozzo di Giacobbe a Sichem o le rovine di Gerico pre-70 d.C., consentendo di confrontare il paesaggio odierno con quello che Gesù avrebbe visto. 

In una delle sue schede su Jesus’ Travels, si legge una nota particolarmente evocativa: i ricercatori hanno calcolato, in base all’andatura media di un camminatore antico (4–5 km/h, con soste ogni due ore), che il viaggio da Cafarnao a Gerico – tappa intermedia cruciale prima della salita a Gerusalemme – richiedeva circa tre giorni, con pernottamenti a Scitopoli o a Fasaelis, villaggi ormai ridotti a cumuli di pietra, ma ben documentati negli archivi del Israel Antiquities Authority.

Una cosa colpisce: quasi tutti questi spostamenti rientrano in un’area di circa 150 km di diametro – meno della distanza tra Catania e Palermo. Eppure, quella piccola porzione di terra era un crocevia di lingue, imperi, culti e resistenze. Camminare da Nazaret a Gerusalemme significava passare da un villaggio aramaico a una città ellenizzata, da una regione governata da Erode Antipa a un’altra sotto diretto controllo romano, con dogane, dialetti diversi, monete non sempre accettate. 

Non era solo una questione di chilometri: era un attraversamento continuo di mondi. E Gesù lo fece a piedi, senza scorta, senza permessi speciali, un uomo in movimento in un territorio controllato.

Quel che i dati moderni confermano, più di ogni altra cosa, è la località radicale della sua missione. Non parlava dal centro del potere, né da un pulpito remoto: lo faceva nei campi, sulle rive, alle porte delle città, in luoghi dove la gente si fermava per necessità, non per devozione. Il pozzo di Sichem, per esempio, non era un santuario: era un punto d’acqua quotidiano, un crocevia femminile, un non-luogo sacro che diventa, per un dialogo, luogo di rivelazione. 

Oggi, grazie alle mappe del Digital Atlas, possiamo vedere che quel pozzo si trova a poche centinaia di metri da una strada carovaniera secondaria – non isolato, ma attraversato, proprio come la donna samaritana, proprio come il Vangelo stesso.

Se vi interessa esplorare personalmente questi percorsi, ti segnalo due risorse aperte e gratuite:

– Il Digital Atlas of the Holy Land è accessibile qui: https://dathl.sbl-site.org

– Le mappe tematiche di BiblePlaces.com, compresa quella dedicata ai viaggi di Gesù, si trovano in questa sezione: https://www.bibleplaces.com/jesus-travels/

Entrambe permettono di sovrapporre antico e moderno, di misurare distanze con precisione, di capire non solo dove, ma come si camminava allora e forse, per contrasto, come camminiamo noi oggi, sempre più veloci, sempre meno presenti.

Perché, alla fine, questo post non vuole ridurre il sacro al misurabile: vuole però restituire a quell’uomo, quello spessore umano che qualcuno (dopo tre secoli dalla sua morte) ha voluto stravolgere, sì…  per creare quel “mistero di Cristo”, un concetto chiave che includendo egli alla cosiddetta “trinità”, ha potuto di fatto elevare quei semplici uomini ad un livello e ad una gerarchia, capace di condizionare la storia per millenni, influenzando fino ad oggi, 2,4\miliardi di cristiani nel mondo.

Oggi, grazie alle mappe del Digital Atlas, possiamo vedere che quel pozzo si trova a poche centinaia di metri da una strada carovaniera secondaria, non isolato, ma attraversato, proprio come la donna samaritana, proprio come il Vangelo stesso.

E allora, forse, il vero scopo di riproporvi queste mappe non è ridurre il sacro al misurabile, è piuttosto restituire a quell’uomo il suo spessore umano, troppo spesso offuscato da secoli di dottrina. Quel “mistero di Cristo“, un concetto chiave che, a partire da tre secoli dopo la sua morte – includendolo nella cosiddetta “trinità” – ha di fatto elevato anche quei semplici uomini a un livello gerarchico capace di condizionare la storia per millenni – influenzando fino ad oggi 2,4 miliardi di cristiani – e che – il più delle volte – ne ha allontanato il volto più autentico.

Il mio desiderio, viceversa, è più semplice e più radicale: restituire a quell’uomo il respiro di chi cammina davvero. I piedi gonfi, la gola secca, lo sguardo rivolto al prossimo incontro. Gli occhi di chi sa che la trascendenza non abita in un altro mondo, remoto, ma proprio qui, nel terreno battuto ogni giorno. Nella polvere sollevata da un passo stanco, nella luce obliqua di un tramonto, nel gesto disarmante di chiedere un po’ d’acqua e di concedere, in cambio, una parola che cambia tutto.

Perché è in quel gesto, in quella parola disarmata e potente, che risiede la distanza più breve e al tempo stesso incolmabile tra l’umano e il divino. Una distanza che nessuna mappa, e forse neppure alcuna Chiesa, potrà mai contenere…

Una civiltà extraterrestre sta provando a contattarci???

Oggi dedico alcuni minuti per riportare una notizia frivola, d’altronde va detto, anche il sottoscritto ogni tanto si dedica ad affrontare argomenti che nulla hanno a che fare con inchieste giudiziarie, corruzione, tangenti, mafia e via discorrendo…

Forse quanto sopra serve per rigenerarmi o chissà dovrei aggiungere che ogni tanto fa bene allontanare quei pensieri bui che ogni giorno – leggendo quanto accade – mi assalgono, scoprendo che dopo quanto provato a fare, non si riesca in alcun modo a modificare in positivo la coscienze della maggior parte dei miei conterranei e non solo essi. 

Ed allora stamani vi racconto di una ricerca in corso sulle civiltà extraterrestri, attraverso il radiotelescopio “China Sky Eye“… 

Già… pochi giorni fa il professor Zhang Tongjie, a capo del China Extraterrestrial Civilization Research Group dell’Università  di Pechino, ha rivelato che il suo team ha utilizzato il radiotelescopio più grande del mondo per scoprire tracce tecnologiche di civiltà extraterrestri.

Gli studi hanno confermato la presenza di segnali elettromagnetici a banda stretta, diversi da quelli finora ricevuti ed è proprio l’altissima sensibilità del “China Sky Eye” nella banda radio a bassa frequenza a giocare un ruolo importante, difatti la sua funzione è proprio quella di escludere i segnali utili candidati a banda stretta dal vasto mare di segnali elettromagnetici, provocati dagli oggetti celesti e dai segnali artificiali.

Ecco quindi che nel provare a trovare un esopianeta abitabile, sono stati scoperti due gruppi di segnali sospetti di civiltà extraterrestri e proprio quest’anno il team ha trovato un altro segnale sospetto dai dati di osservazione…

Per la modalità di osservazione del fascio “FAST19”, il team ha proposto per la prima volta al mondo la modalità di abbinamento multi-beam per la ricerca di civiltà extraterrestri e i criteri di deriva in frequenza e polarizzazione dei segnali di civiltà extraterrestri, che hanno reso possibile il processo di identificazione di civiltà extraterrestre segnali più scientifici e completi.

Chissà forse stiamo per entrare in contatto con una nuova forma di vita aliena, ed è per questi motivi che si stanno ripetendo tutti i necessari controlli su quei segnali sospetti e nel contempo se ne stanno ricercando di nuovi… 

Il Prof. Zhang Tongjie ha affermato che dopo 60 anni di incessante esplorazione da parte di scienziati, molecole organiche e aminoacidi che costituiscono la vita sulla terra sono state scoperte e chissà forse molto presto arriverà la conferma di una vita intelligente extraterrestre: “Non vediamo l’ora che ‘China Sky Eye’ sia il primo a scoprire e confermare l’esistenza di civiltà extraterrestri”.

Chissà forse finalmente l’uomo – prendendo coscienza di non essere più solo – comprenderà definitivamente che il suo posto in questa terrà rappresenta qualcosa d’importante, da salvaguardare e da proteggere, ma non solo, dovrà imparare a rispettare i propri simili senza mettere in pratica prevaricazioni e uso della forza militare…

E’ tempo di giungere non solo alla pace mondiale, ma di far fare un salto di qualità a tutta l’umanità, già… una volta e per sempre!!!

Stargate nell'Antartico… ogni 30 anni, il 27 gennaio si apre una porta spazio tempo???

Di notizie c’è ne sono poche ma sembra che ogni 30 anni, nell’Antartide venga ad aprirsi un varco spazio tempo…
Le teorie fisiche moderne almeno sulla carta, credono che sia possibile un passaggio fra i modelli dimensionali dello spazio, in particolare nelle cosiddette curve… 
Nel 1995, sono passati otto anni, un gruppo di scienziati condussero delle ricerche in Antartide e fecero una sensazionale scoperta.
Il fisico americano Mariann McLein, disse che il 27 gennaio di quell’anno, i ricercatori avevano osservato nel cielo un grigiore, quasi fosse una nebbia sopra le loro teste ed in un primo momento, pensarono che si trattasse di un fenomeno naturale.
Ma successivamente con il passare del tempo si accorsero che tutto ciò sembrava rimanere immobile; a quel punto decisero di verificare lanciando un pallone-sonda dotato di particolari attrezzature capaci di registrare la velocità del vento, la temperatura e l’umidità dell’aria.
Ma raggiunto quel grigiore, essa sparì agli occhi degli osservatori… riportata successivamente la sonda a terra attraverso la fune a cui era legata si accorsero che il calendario incorporato nel pallone segnava la data del 27 gennaio 1965, lo stesso giorno ma di 30 prima…
Ricontrollarono e risettarono gli strumenti, ripetendo l’esperimento ma questo rientrando nuovamente a terra, riportava sempre il calendario elettronico indietro nel tempo.
Questo fenomeno, chiamato successivamente Time-Gate, fu mandato anche alla Casa Bianca.

Qualcuno crede che sopra il Polo Sud esista sia un tunnel che permette di viaggiare attraverso il tempo, ogni 30 anni!!!

Non si sa cosa si sta realizzando, ma si dice che si stia lavorando per avere la conferma che ciò possa realmente essere realizzato, quasi come nel film stargate…
Da prime indiscrezioni pare che si tratti di una “porta” spazio-temporale, cioè un tunnel, che permette non solo uno spostamento dimensionale e geometrico attraverso lo spazio, ma anche di un cambiamento temporale. Un viaggio attraverso il tempo (sia in avanti che indietro) e lo spazio.
Non è la prima volta che qualcosa di strano sembra accadere nell’Antartide, ma ogni volta tutto ciò viene sempre insabbiato… anzi direi innevato.

Inoltre un’altra meravigliosa scoperta è stata fatta dai satelliti americani e diffusa dalla rivista Daily Galaxy e cioè la presenza di una struttura antichissima sotto il suolo antartico.

Uno degli scienziati comunque che aveva partecipato ai test, lo statunitense Mariann McLein non solo ha confermato quanto accaduto ma che l’episodio è stato segnalato ai servizi segreti militari americani.
Anche nelle scritte della tomba del faraone si parlava di porta delle stelle…
Potrà sembrare paradossale, ma quanto avvenuto in Antartide, potrebbe trovare una spiegazione razionale, nella teoria del “Ponte di Einstein-Rosen”. 
I due scienziati infatti, dichiararono che era possibile una scorciatoia da un punto dell’universo a un altro, questo consentirebbe di viaggiare tra di essi, molto più velocemente di quanto impiegherebbe la luce a percorrere la distanza attraverso lo spazio normale. 
Ora se a questo aggiungiamo che la velocità della luce che ritenevamo in teoria impossibile da superare è stata proprio in questi giorni, tramite il CERN superata, possiamo cominciare a credere che molto di quello che oggi conosciamo e studiamo, possa essere tranquillamente con il tempo smentito…
La stessa teoria delle stringhe prevede punti di contatto tra universi paralleli e quindi tutti questi nuovi concetti, diventano passaggi obbligatori nella crescita delle nozioni di fisica a cui si è giunti oggi…
La scoperta oggi alimenta la curiosità di tutti in particolare di coloro che studiano avvistamenti e contatti extraterrestri e di quei sostenitori sulle teorie del complotto, secondo i quali i militari americani stiano nascondendo il rinvenimento di una grande apparecchiatura mai vista prima.
Infatti a dimostrazione di quanto sopra, il fatto che gli scavi siano iniziati in segreto ed in maniera rapida… 
Qualunque cosa sia sembra si tratti di un oggetto vecchio di 12 mila anni!
Al momento le autorità Statunitensi negano qualsiasi scoperta archeologica ma, secondo quanto esposto da un funzionario del Parlamento Europeo, Nicole Fontaine, la scoperta è di così tale importanza che tutta la comunità scientifica continua a chiedersi, cosa mai stia venendo alla luce in quell’area.
Che esista qualche analogia tra la scoperta fatta dai satelliti e il misterioso vortice? 
Noi forse per adesso non lo sapremo, ma si tratta di continuare ad investigare…
Infatti se è qualcosa che l’esercito americano sta costruendo lì, allora sta violando il Trattato Antartico internazionale, mentre se non è così, allora è certamente qualcosa che si trova in quel luogo da almeno 12.000 anni.
Ciò renderebbe la struttura la più antica della storia dell’uomo sulla terra e sarebbe giusto che tutta la comunità mondiale ne venga a conoscenza…
Tutto ciò fa credere seriamente che i due elementi siano correlati.
Comunque teniamoci pronti che forse si parte…