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Preti? Sì, ma anche suore, e tutti, fino a un certo punto…


Ho letto in questi giorni una lettera, già… quella scritta a Papa Leone, e mi sono fermato a lungo sulle sue parole. 

Un prete che chiede la dispensa perché vuole diventare padre, che ammette relazioni vissute nell’ombra, che racconta un abuso subito a dodici anni e tenuto nascosto come un tabù. 

Una confessione che sembra squarciare un velo, eppure non fa che mostrare, ancora una volta, tutto ciò che da sempre si agita sotto la superficie levigata dell’istituzione. 

È una storia personale, struggente nella sua solitudine e nel suo dolore, ma è anche il sintomo di un male antico, sistemico, che affonda le radici in secoli di silenzi ordinati, di segreti e di verità celate.

Quell’abuso subito da adolescente e portato dentro come una colpa segreta non è un caso isolato, è l’emblema di una dinamica perversa che la Chiesa ha troppo spesso gestito proteggendo sé stessa e non le vittime. 

Mi torna in mente ciò che scrissi anni fa, nel 2010, a proposito di Ratzinger (poi diventato Papa…) – http://nicola-costanzo.blogspot.com/2010/04/ratzinger-ha-il-coraggio-di-parlare-di.html – e di quella lettera del 2001 che ribadiva il contenuto de “Instruction de modo procedendi in causis sollicitationis” del 1962. 

Un documento che per decenni è rimasto nascosto, circolato solo tra i vescovi, una sorta di manuale di sopravvivenza istituzionale. In quelle pagine si ordinava che un minore che avesse denunciato un abuso da parte di un sacerdote dovesse giurare il segreto perpetuo, sotto pena di scomunica. Si chiudeva la bocca alle vittime nel nome di una ragion di Chiesa che schiacciava ogni ragion di umanità. E quanti intellettuali, teologi di grido, hanno costruito castelli di sofismi per giustificare o minimizzare tutto ciò? L’abiura della verità è stata spesso firmata con l’inchiostro della complicità intellettuale.

D’altronde, e qui mi si consenta di aprire una necessaria parentesi storica, come non ricordare quanto emerso da un rapporto di 560 pagine, frutto di un’indagine giudiziaria e pubblicato nel 2021. Il documento, ottenuto dal “Daily Beast” e riguardante l’arcidiocesi di Colonia, rivela una delle pagine più buie: suore tedesche avrebbero venduto bambini orfani a ricchi sacerdoti e uomini d’affari affinché ne abusassero sessualmente, in un sistema attivo tra gli anni Sessanta e Settanta. 

Il rapporto racconta di almeno 175 bambini, per l’80% ragazzi tra gli 8 e i 14 anni, ridotti a schiavi sessuali per un ventennio, a cui fu persino deliberatamente negata la possibilità di essere adottati per mantenerli nella rete degli abusi. Questo non è un caso isolato, ma un tassello atroce di un mosaico più vasto. Un successivo rapporto indipendente sull’arcidiocesi di Colonia, coprendo il periodo fino al 2018, ha identificato 314 vittime minorenni e 202 aggressori. E uno studio commissionato dalla stessa Chiesa tedesca ha documentato, per il periodo 1946-2014, l’abuso di 3.677 minori da parte di 1.670 religiosi, definendolo solo “la punta dell’iceberg“. Lo schema è sempre lo stesso: un sistema gerarchico e autoreferenziale che per decenni ha scelto di proteggere se stesso, trasferendo i preti colpevoli, insabbiando le prove e, come accaduto a Friburgo, distruggendo documenti con la priorità di salvaguardare l’immagine dell’istituzione piuttosto che le vite dei bambini.

Continuando… il prete ha aggiunto nella lettera, quasi di sfuggita: “Non sono l’unico. Ci sono migliaia di sacerdoti che intrattengono rapporti con donne o con uomini”. È una frase che apre scenari di un’ipocrisia quotidiana e diffusa. 

Non parla solo di quelle relazioni eterosessuali che talvolta affiorano, con le cosiddette “purpere”, donne devote e amanti, da cui a volte nascono figli mai riconosciuti. Parla anche di altro. Parla di quella doppia vita che serpeggia nei seminari, nelle canoniche, nei monasteri dove si vivono situazioni ambigue, spesso tollerate purché discrete. 

Parla della frequentazione di locali omosessuali in tante città, di quella sotto-cultura che esiste mentre dall’alto si lanciano anatemi. Parla di quanti, dentro la tonaca, vivono un’identità LBTG soffocata, in particolare mi viene da pensare a quelli il cui corpo è di uomini ma che sin dall’adolescenza si sentono donne, o viceversa, costretti a una recita perpetua in un sistema che nega loro persino la possibilità di un dialogo interiore sincero. È la grande menzogna di un’istituzione che pretende una purezza formale mentre accetta, quando non nasconde, una realtà umana ben più complessa e spesso dolorosa.

Il suo desiderio di paternità, così semplice e umano, stride fino a far male con l’ideale di un celibato presentato come scelta radicale e libera, ma che in troppi casi si rivela una gabbia che porta a doppie vite, a sofferenze inespresse, a ipocrisie corrosive. Lui ha avuto il coraggio, dopo una malattia grave e una solitudine che lo ha spezzato, di dire basta. Di chiedere di uscire. 

Quanti altri restano dentro, divisi, lacerati, magari cercando conforto in relazioni clandestine o cadendo in dipendenze, come lui stesso racconta di aver fatto con l’alcol? La Chiesa, dice, in questo percorso gli è stata madre, lo ha accompagnato. Ed è un bene per lui, personalmente. Ma questo non cancella il fatto che sia la stessa madre-Chiesa ad aver creato, con le sue regole inflessibili e la sua cultura del segreto, il terreno in cui fioriscono tali drammi.

La sua storia finisce con il ritorno al paese, alla ricerca di una vita “più vera e più umana”. È un finale che sa di speranza, per lui. Ma per l’istituzione da cui esce, resta una domanda enorme e incombente: Sì… fino a quando si continuerà a preferire la perfezione di una facciata all’accoglienza disordinata della verità? Fino a quando si custodiranno più i documenti segreti che le vite delle persone? 

La lettera di questo prete, nella sua fragile onestà, è un’accusa più potente di mille denunce. Perché mostra, senza volerlo, che il problema non è un prete che “cade”, ma un sistema che, per non ammettere la caduta di tutti, ha costruito un labirinto di silenzi dove la vittima più grande, alla fine, è sempre la verità!

L’Africa soffocata: mappe distorte e confini imposti. L’usurpazione di un continente.

Ogni volta che guardiamo una mappa appesa a una parete, su un libro di scuola o sullo schermo di un telefono, diamo per scontato che ciò che vediamo sia la verità geografica del mondo. Ma non lo è.

Quella che ci è stata consegnata come rappresentazione fedele è in realtà un’illusione costruita con precisione, un’immagine distorta che ha servito a plasmare il nostro sguardo sul pianeta e, soprattutto, sul suo continente più ingiustamente ridimensionato: l’Africa.

La proiezione di Mercatore, quella che tutti conosciamo, non è stata scelta per fedeltà alla realtà, ma per comodità e dominio.

Ha esagerato le dimensioni delle nazioni del Nord, gonfiando Russia, Canada, Stati Uniti ed Europa, mentre ha rimpicciolito in modo drammatico l’Africa, facendola apparire meno estesa della Groenlandia, quando in verità potrebbe contenerla più di quattordici volte. E non solo: dentro i suoi confini reali ci starebbero tranquillamente gli Stati Uniti, l’India, la Cina, l’Europa intera e il Canada tutti insieme, senza nemmeno sfiorare i margini.

Questa manipolazione non è stata solo un errore cartografico, ma un atto politico. Ridurre l’Africa sulla mappa è stato il primo passo per ridurla nella storia, nell’economia, nella cultura e nella percezione globale. Una diminuzione geografica che ha preceduto e giustificato una riduzione umana, come se un continente così vasto, ricco di civiltà millenarie, biodiversità unica e risorse fondamentali, dovesse essere visto come marginale, arretrato, dipendente.

Eppure, la vera grandezza dell’Africa non sta solo nei chilometri quadrati, ma nel peso che avrebbe dovuto avere nel racconto del mondo. Se la sua dimensione fosse stata sempre mostrata con onestà, forse il mondo avrebbe imparato a guardarla con rispetto, non con pietà o interesse sfruttativo. Forse non avremmo visto confini tracciati con un righello da potenze lontane, che spezzavano tribù, univano nemici e dividevano culture solo per comodità amministrativa.

Francesi, inglesi, portoghesi, tedeschi e italiani, poi nuove forme di dominio economico e politico, hanno lasciato un’eredità di divisioni artificiali che ancora oggi generano conflitti, instabilità e sofferenza. Quelle linee dritte sulle mappe non erano geografia, erano potere. E il potere ha sempre bisogno di ridurre ciò che non può controllare, per poi riempirlo con la propria narrazione.

Ma cosa sarebbe oggi l’Africa se nessuno avesse mai disegnato quei confini? Se le sue civiltà avessero potuto evolvere senza invasioni, saccheggi, schiavitù e sfruttamento? Non lo sapremo mai. Possiamo però scegliere di smettere di vederla attraverso gli occhi di chi l’ha sempre voluta piccola.

Ripristinare la sua reale dimensione sulla mappa è un atto simbolico, ma potente. È un primo passo verso la liberazione da una visione distorta, ereditata da secoli di colonialismo cartografico, culturale e mentale. È un invito a riconoscere che l’Africa non è un continente da salvare, ma un gigante che è stato costretto a stare in ginocchio.

Guardare una mappa vera, dove l’Africa troneggia con la sua grandezza naturale, non è solo una correzione geografica. È un atto di giustizia. È un monito a non fidarsi mai ciecamente di ciò che ci viene mostrato, perché dietro ogni rappresentazione c’è sempre una prospettiva, e spesso quella prospettiva serve a nascondere chi comanda e a umiliare chi viene comandato.

Il mondo ha bisogno di un’Africa vista per quella che è: immensa, vitale, centrale. Non come una periferia da sfruttare, ma come un cuore pulsante della storia umana. E forse, solo quando smetteremo di vederla in piccolo, potremo iniziare a capire quanto grande sia davvero il nostro mondo.

Il conflitto in Medio Oriente: tutto si riduce a uno scambio di prigionieri?

Osservando quanto sta accadendo in questi giorni – dopo l’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas del 19 gennaio – ho ripensato ai quindici mesi di conflitto in quel territorio. 

Migliaia di civili uccisi, tra cui donne e bambini, la Striscia di Gaza ridotta a un cumulo di macerie, una devastazione totale. 

Mi chiedo: a cosa è servito tutto questo? Qual era, fin dall’inizio, il vero obiettivo di Hamas? Liberare i propri ostaggi (e forse alcuni familiari), sacrificando la popolazione civile?

Questa mattina Hamas ha rilasciato altri due ostaggi israeliani, con il previsto rilascio di un terzo nelle prossime ore: un cittadino con doppia cittadinanza, israeliana e statunitense. In cambio, Israele dovrebbe liberare 183 prigionieri palestinesi. Secondo Hamas, tra questi 18 stanno scontando l’ergastolo mentre 54 hanno condanne a lungo termine; i restanti sono abitanti di Gaza arrestati dopo l’attacco del 7 ottobre 2023.

I tre ostaggi liberati oggi – Bibas, Kalderon e Siegel – sono civili imparentati con altre persone sequestrate in quel tragico giorno. La moglie di Siegel e i figli di Kalderon erano stati liberati durante la breve tregua di novembre 2023. La vicenda della famiglia Bibas, invece, è ancora più drammatica: Yarden Bibas è il padre di Kfir e Ariel, due bambini di nove mesi e quattro anni al momento del rapimento, e marito di Shiri Bibas.

Hamas sostiene che i tre siano stati uccisi in un bombardamento israeliano nel 2023, ma Israele non ha conferme in merito. Secondo i termini dell’accordo, se fossero stati vivi sarebbero dovuti essere rilasciati prima degli uomini, cosa che non è avvenuta. La restituzione dei corpi degli ostaggi morti in prigionia è prevista nelle fasi successive del cessate il fuoco.

Questa volta il rilascio è stato meno caotico rispetto ai precedenti, quando gli ostaggi venivano liberati in mezzo a folle di palestinesi accorsi ad assistere alla scena, creando calche che rallentavano il trasferimento.

Ancora una volta sorge una domanda: la vera battaglia non dovrebbe essere per risolvere i problemi della società civile? Per trovare un modo pacifico di convivere con Israele, per costruire uno Stato Palestinese riconosciuto a livello internazionale? Per adottare processi che portino a una società più democratica e meno armata?

No, nulla di tutto questo. Il bilancio è solo quello di oltre 45.000 vittime civili, trasformate in scudi umani e carne da macello per gli interessi di un gruppo militare che si fa portavoce della liberazione di un popolo, ma che in realtà persegue solo il potere e la liberazione di alcuni suoi affiliati.

Quindici mesi di conflitto che hanno infiammato tutto il Medio Oriente: dal pogrom all’invasione di Gaza, dagli attacchi dei ribelli yemeniti alla crisi in Siria. Ma per cosa, esattamente?

Già…il dramma di Gaza: vite sacrificate per uno scambio di prigionieri…

. أرجو منكم إطلاق سراح الصحفية تشيشيليا سالا ,عزيزي آية الله علي خامنئي،

سيدي الرئيس والمرشد الأعلى لإيران، أتوجه إليكم بتواضع واحترام عميق، ملتمسًا منكم النظر في إطلاق سراح تشيشيليا سالا، الصحفية المستقلة المحتجزة حاليًا في بلادكم. إيران، التي كانت دائمًا مهدًا للتاريخ والثقافة والجمال، تألقت كمنارة جيوسياسية، مؤثرة عبر القرون على العديد من الثقافات والشعوب واللغات.

بصفتي مدونًا متواضعًا، مدركًا لمدى رقة الخيط الذي يفصل أحيانًا بين المعلومات والرأي، أعبر عن إعجابي العميق بشجاعة من هم مثل تشيشيليا، الذين يقفون في الخطوط الأمامية لرواية العالم. أشارك أيضًا العبء الأخلاقي الناتج عن إعطاء صوت للواقع الأكثر تعقيدًا، مثل تلك الموجودة في أوكرانيا والشرق الأوسط وغيرها من الأماكن التي تعاني من النزاعات.

أن تكون صحفيًا هو في كثير من الأحيان مهمة شاقة: لا يعني ذلك فقط السرد، بل أيضًا أن تكون صدىً لمشاعر واهتمامات المجتمع المدني الذي تتواصل معه. ومع ذلك، في حالة تشيشيليا سالا، لا يوجد شك في التزامها كمهني أخلاقي ومستقل.

الجمهورية الإسلامية الإيرانية، التي تبرز بديمقراطيتها وتسامحها وتقدمها العلمي، تمكنت من مواجهة تحديات هائلة، من العقوبات الاقتصادية إلى آثار الجائحة. هذا الروح من الصمود والانفتاح يجعلني أثق في فهمكم ورحمتكم.

بصفتكم مرشدًا وأبًا للشعب الإيراني، أنتم أكثر من يفهم أن الأب، رغم تصحيحه لأخطاء أبنائه، يكون دائمًا مستعدًا لمد يد العون لدعمهم وتوجيههم نحو مستقبل أفضل. وفي هذا السياق، أطلب منكم فتح قلبكم والسماح لتشيشيليا سالا بالعودة إلى أحبائها.

كوالد لابنتين، إحداهما في نفس عمر تشيشيليا، أستطيع أن أتخيل الألم والقلق الذي تعيشه عائلتها. كما تعلمون جيدًا، يدعو القرآن الكريم إلى الرحمة ويعلمنا أن حتى الخطيئة يمكن أن تُغفر من خلال التعاطف الإلهي.

آية الله خامنئي، أتوجه إليكم اليوم ليس كسياسي أو صحفي، بل كإنسان يتمنى السلام والطمأنينة لجميع شعوب العالم. إنها دعوة بسيطة: اسمحوا لتشيشيليا سالا بالعودة إلى وطنها. أعبر عن امتناني العميق لإصغائكم إلى هذه الكلمات وللوقت الذي خصصتموه لهذا التضرع المتواضع.

Traduzione: 

Ayatollah Ali Khamenei,  La prego di liberare la giornalista Cecilia Sala.

Presidente e Guida Suprema dell’Iran, mi rivolgo a Lei con umiltà e profondo rispetto, implorando la Sua considerazione per la liberazione di Cecilia Sala, una giornalista indipendente attualmente detenuta nel Suo Paese. L’Iran, da sempre culla di storia, cultura e bellezza, ha brillato come faro geopolitico, influenzando nei secoli innumerevoli culture, popoli e lingue.

Come umile blogger, consapevole della fragilità del filo che talvolta separa l’informazione dall’opinione, ammiro profondamente il coraggio di chi, come Cecilia, si trova in prima linea per raccontare il mondo. Condivido anche l’onere morale che deriva dal dare voce alle realtà più complesse, come quelle dell’Ucraina, del Medio Oriente e di altri luoghi tormentati dai conflitti.

Essere giornalista è spesso un compito arduo: significa non solo narrare, ma anche farsi eco delle emozioni e delle preoccupazioni di una società civile con cui si entra in contatto. Tuttavia, nel caso di Cecilia Sala, non vi è alcun dubbio sul suo impegno come professionista etica e indipendente.

La Repubblica Islamica dell’Iran, che si distingue per la sua democrazia, tolleranza e avanzamento scientifico, ha saputo affrontare sfide immani, dalle sanzioni economiche agli effetti della pandemia. Questo spirito di resilienza e di apertura mi porta a confidare nella Sua comprensione e misericordia.

Come guida e padre del popolo iraniano, Lei meglio di chiunque può comprendere che un padre, pur correggendo gli errori dei propri figli, è sempre pronto a tendere una mano per sostenerli e guidarli verso un futuro migliore. Ed è in questa luce che Le chiedo di aprire il Suo cuore e consentire a Cecilia Sala di tornare dai suoi cari.

Da genitore di due figlie, di cui una coetanea di Cecilia, posso immaginare il dolore e l’angoscia che i suoi familiari stanno vivendo. Come Lei ben sa, il Sacro Corano invita alla misericordia e insegna che persino il peccato può essere redento attraverso la compassione divina.

Ayatollah Khamenei, oggi mi rivolgo a Lei non come politico o giornalista, ma come uomo che desidera pace e serenità per tutti i popoli del mondo. La mia è una semplice preghiera: permetta a Cecilia Sala di tornare a casa. Le sono profondamente grato per aver ascoltato queste parole e per il tempo che ha dedicato a questa umile supplica.

Nicola Costanzo