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IRAN: Un cerchio di sangue e sospetti che, alla fine, potrebbe chiudersi proprio su chi l’ha aperto.


Leggo sul web le notizie che emergono sulla repressione in Iran e per un attimo mi fermo a riflettere sulla parola – terrorista – usata ora da quel suo governo, sotto la guida suprema  dell’ayatollah Ali Khamenei e dei suoi Pasdaran e comandanti dei Basij.

Già… una parola che ormai viaggia tra i corridoi del potere come una palla avvelenata che nessuno vuole tenere in mano, ma tutti sono pronti a lanciarla contro l’avversario di turno e difatti, l’Iran dichiara terroristi gli eserciti europei, già… proprio l’Europa che aveva dichiarato in questi giorni “terroristi” le Guardie della rivoluzione, e così via, in un balletto di specchi, dove ogni gesto trova la sua perfetta controfigura nell’altro campo. 

E così mentre questo gioco delle parti prosegue, le autorità di Teheran usano quella stessa parola “terroristi” per etichettare ora i propri cittadini, quelli scesi in piazza per protestare, ma anche per confermare le parole che l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani che aveva in queste ore definito inaccettabile: l’uso della violenza letale contro manifestanti (in gran parte) pacifici.

Sembra di osservare una partita a scacchi giocata ahimè non con pedine di legno, ma con etichette che pesano vite umane, relazioni diplomatiche, possibilità di dialogo e in Iran, oggi, il peso di quelle etichette si misura (secondo le voci che giungono sui social come “X” o “TikTok”) in migliaia di esistenze spezzate.

Ed allora mi chiedo cosa rimanga del significato originario di quella parola, quando ormai è diventata merce di scambio nelle trattative internazionali, o peggio, l’incipit di una condanna a morte pronunciata da uno Stato contro la propria gente.

Perché è questo l’esito estremo di quel linguaggio avvelenato: dal 10 gennaio, il Procuratore generale e i giudici iraniani condannano pubblicamente i manifestanti come “mohareb”: coloro che muovono guerra a Dio, un reato punibile con l’esecuzione capitale! 

Ecco il terrorismo vero – quello che semina paura tra la gente comune, che colpisce chi non ha voce nelle cancellerie – quello si nutre proprio di questa spirale di ritorsioni verbali che sfociano in provvedimenti concreti e spietati. 

Ogni volta che uno Stato alza la posta con una dichiarazione simbolica, si allontana di un passo dalla possibilità di sedersi a un tavolo e parlare da esseri umani. E intanto i cittadini, da una parte e dall’altra del mondo, pagano il prezzo di un linguaggio che ha smarrito la sua capacità di costruire ponti, sostituita dalla volontà di erigere muri di paura e silenzio.

Non si tratta di giustificare o condannare una parte contro l’altra: sarebbe ingenuo e soprattutto fuorviante. Si tratta piuttosto di osservare con lucidità come certe decisioni, prese forse per rafforzare una posizione interna o per compiacere alleati lontani, finiscano per irrigidire ulteriormente un sistema già fragile. La Guida Suprema Ali Khamenei, il 3 gennaio, ha definito i manifestanti “rivoltosi e da rimettere al loro posto“, e da quel momento la repressione ha assunto caratteristiche militari senza precedenti. 

Comprendo i tempi della diplomazia – anche se non li approvo – tempi che solitamente richiedono pazienza, capacità di guardare oltre l’offesa immediata, un respiro lungo che troppo spesso manca quando prevale la logica dello scontro frontale, quando si invita pubblicamente la magistratura a non mostrare “alcuna clemenza“.

E così quel respiro si spegne nel piombo: forze di sicurezza posizionate sui tetti sparano con fucili e pallini di metallo, spesso mirando alla testa e al torace di persone inermi, mentre gli ospedali vengono presi d’assalto e i feriti strappati dalle corsie per paura di essere arrestati.

E mentre i nostri parlamenti si scambiano accuse come fossero biglietti da visita, mi torna in mente una semplice verità da cantiere: quando due muratori litigano sulle fondamenta, è l’intero edificio a rischiare di crollare. 

Oggi, le fondamenta della società iraniana sono scosse da una crisi economica profondissima, dal crollo della valuta nazionale e dalla disperazione per servizi essenziali negati, mentre la risposta dello Stato è un blackout informativo totale che isola oltre novanta milioni di persone dal mondo, e pattuglie pesanti che impongono coprifuoco in una situazione di controllo militarizzato. 

Non servono quindi gesti plateali per dimostrare forza, servono mani capaci di impastare il cemento del dialogo anche quando l’aria è piena di polvere e rancore, perché alla fine, a pagare lo scotto di queste dichiarazioni incrociate non saranno i politici nei loro uffici, ma chi ogni giorno spera di attraversare una strada, commerciare un bene, sciogliersi i capelli, studiare ed esporre le proprie idee, vivere semplicemente liberi, senza il peso costante della paura. 

Basta quindi a famiglie a cui viene imposto di seppellire i propri cari nella notte, sotto stretta sorveglianza, parenti costretti a dichiarare falsamente che i figli uccisi erano membri dei Basij, solo per riaverne il corpo; già… come quel padre, ripreso in una video-propaganda di regime, che ripete a comando la versione dello Stato sulla morte della propria bambina di due anni.

Forse il vero atto rivoluzionario oggi non è dichiarare qualcuno terrorista, ma rifiutarsi di entrare nel gioco delle etichette e ricordare a tutti che dietro ogni bandiera ci sono volti, storie, desideri di pace che nessuna risoluzione parlamentare potrà mai cancellare. 

È ascoltare il grido che viene da Kahrizak, dove i video mostrano oltre duecento sacchi per cadaveri ammassati in un obitorio improvvisato, o la disperazione di chi cerca un figlio scomparso dopo un raid notturno in casa. È riconoscere che l’impunità sistematica per i crimini del passato ha alimentato questa nuova ondata di violenza, e che senza una svolta reale, le minacce lanciate oggi dai palazzi del potere verso il mondo esterno saranno nulla rispetto al crollo che si prepara dentro. 

Perché quando un regime, per sostenersi, deve sparare sulla propria gioventù, oscurare internet e minacciare le madri in lutto, ha già perso ogni legittimità agli occhi della storia e, soprattutto, del suo stesso popolo.

E a quel punto, ai suoi vertici e alle loro famiglie, non resta che una strada: accettare l’offerta di un esilio dorato verso una terra ancora amica, con i lingotti d’oro frutto di decenni di saccheggio stretti al petto, e partire immediatamente

Perché l’alternativa potrebbe essere che dall’Iran non esca più nessuno, e che qualsivoglia aereo in partenza venga fatto precipitare – già, lo stesso metodo cinicamente sperimentato e poi fatto passare per un disastro aereo, utile a epurare in un colpo solo l’allora presidente Ebrahim Raisi e i suoi alti esponenti

Un cerchio di sangue e sospetti che, alla fine, potrebbe chiudersi proprio su chi l’ha aperto.

IRAN: Quando la rivoluzione si accende con una fiamma!

Quella donna, i capelli al vento, che accende una sigaretta con la fiamma che consuma la foto dell’ayatollah Khamenei, è il manifesto di questa nuova fase. 

È un gesto di una potenza disarmante, che brucia contemporaneamente i due pilastri del regime: l’autorità politica e religiosa del leader supremo e le regole patriarcali che controllano i corpi delle donne, simboleggiate dal divieto sociale del fumo femminile e dall’hijab obbligatorio. 

Questo non è più solo lo scontento per il carovita o una protesta di piazza. È una sfida esistenziale, personale, replicabile all’infinito. 

Dopo che le grandi manifestazioni sono state represse nel sangue, la resistenza iraniana non si è spenta. Si è evoluta, è diventata molecolare, simbolica, e per questo forse più pericolosa per chi vuole imporre il silenzio.

Eppure, dietro a questa immagine virale c’è il peso spaventoso della storia recente. Bruciare l’effigie del leader in Iran non è una bravata. È un reato gravissimo, per cui si può morire. Lo sappiamo perché pochi mesi fa, nel novembre 2025, un giovane di nome Omid Sarlak fece un gesto simile. Poche ore dopo, il suo corpo fu ritrovato in auto, ucciso da un colpo alla testa. 

Queste donne che oggi accendono la sigaretta con quel fuoco conoscono perfettamente il rischio. E lo scelgono ugualmente. Il loro gesto è l’ultimo anello di una catena di disobbedienza iniziata con Mahsa Aminitogliere il velo nelle università, cantare slogan nelle scuole, fino ad atti estremi di protesta. È il “passo ulteriore” dopo aver tagliato i capelli e bruciato l’hijab. È la risposta definitiva a quarantasei anni di oppressione codificata in un’azione semplice e infinitamente replicabile.

Mentre questa fiamma personale si diffonde, le grandi narrazioni geopolitiche continuano a rimbombare. Trump twitta il suo sostegno, Khamenei evoca sabotatori e cospirazioni straniere, si parla di piani per un cambio di regime. Ma quell’immagine ci dice che la vera rivoluzione, quella che può avere un futuro, non segue i copioni scritti a Washington…

Sta nella calma determinazione di quella donna, nella sua scelta di usare il fuoco dell’autoritarismo per accendere un simbolo di autonomia. Il regime, spaventato da una sfida che non può controllare con le pallottole, reagisce con una repressione ancor più feroce, definendo i manifestanti “nemici di Dio” e minacciando la pena di morte, mentre i raid negli ospedali per sequestrare i feriti diventano una pratica raccontata dai pochi testimoni che riescono a far filtrare la voce.

Perché come avevo scritto alcuni mesi fa: il cambiamento, quello vero, viene da dentro. E dopo quarantasei anni, finalmente, quel “dentro” ha trovato il coraggio di mostrarsi a viso scoperto e di dare fuoco alle proprie prigioni. È un popolo intero che non chiede più il permesso di esistere. Il sostegno internazionale, se vorrà essere utile, dovrà capire questo: non si tratta di dirigere o di armare una ribellione.

Si tratta di ascoltare il grido di quelle donne, di non distogliere lo sguardo di fronte alla loro repressione, e di lavorare per un obiettivo concreto: creare le condizioni affinché tutti coloro che, per mezzo secolo, hanno ordinato e compiuto le violenze che ben conosciamo, possano un giorno risponderne di fronte alla giustizia. Questo sì, sarebbe un aiuto reale. Tutto il resto, ogni dichiarazione strumentale o calcolo di potenza, è solo rumore che rischia di offuscare il suono puro e rivoluzionario di una libertà che, finalmente, si è accesa da sola.

La fine di un'era: il destino del governo iraniano è forse segnato?

Gli eventi recenti in Medio Oriente, dalla Siria al Libano, passando per Gaza, mostrano una realtà sempre più complessa e instabile.

Anche in Iran, la tensione è palpabile: il movimento “Donna, Vita, Libertà“, nato dopo la tragica morte di Mahsa Amini nel 2022, continua a risuonare nei cuori di milioni di persone.

Un grido di giustizia, un appello per la libertà, una richiesta di cambiamento che il regime non può più ignorare. Un suggerimento chiaro per i suoi governanti: agire ora, per evitare la stessa fine dell’ex presidente Assad.

La Guida Suprema Ali Khamenei, nel suo ultimo discorso, ha esortato le donne a resistere a quella che definisce una “guerra morbida” orchestrata dai nemici dell’Iran. Tuttavia, il rinvio della controversa legge sull’hijab e la castità mostra che la pressione, sia interna sia internazionale, sta raggiungendo un punto critico.

Questo rinvio appare come una concessione strategica, ma rivela la crescente fragilità di un sistema incapace di rispondere alle richieste del suo popolo.

L’ipocrisia del regime è evidente: da un lato reprime con violenza ogni forma di dissenso, dall’altro accusa il movimento femminile di essere una marionetta nelle mani di potenze straniere. Ma queste accuse non possono oscurare la realtà: le donne iraniane, con il loro coraggio, stanno sfidando un’intera struttura di potere.

Non possiamo dimenticare le similitudini con altri regimi repressivi caduti sotto il peso della volontà popolare. 

Continuare a lodare la resistenza armata di gruppi come Hezbollah, Hamas e Huthi serve ormai a poco!!!

Il vero fronte da affrontare è quello interno: un popolo esasperato dalla corruzione, dalla repressione e dalla mancanza di libertà.

Il tempo del cambiamento sembra essere arrivato. È possibile che il regime iraniano si trovi presto di fronte al suo momento decisivo, forse attraverso una guerra civile o un’ondata di proteste su scala nazionale.

Tuttavia, a differenza delle democrazie instabili emerse da altre rivoluzioni, il popolo iraniano appare pronto a costruire un futuro diverso, fondato su libertà, uguaglianza e soprattutto sul rispetto dei diritti umani.

Il governo in carica sta facendo di tutto per posticipare l’inevitabile. Ma la storia ci insegna che, quando la voce della libertà si alza, nessun regime può spegnerla più.

Cosa accadrà ora con il decesso del Presidente iraniano???

Abbiamo ascoltato dai Tg quanto accaduto in queste ore al Presidente della Repubblica dell’Iran Ebrahim Raisi, già… della sua morte a causa dell’incidente in elicottero avvenuto nei pressi di Jolfa, una città al confine tra Iran e Azerbaijan…

Tralasciando in questa occasione complotti o pseudo attentati compiuti da quel loro acerrimo nemico chiamato Israele (va detto comunque quanto sia singolare che accadano situazioni come questa, consentitemi, ma al sottoscritto qualche dubbio resta…), prevedo ora per quel Paese un periodo instabile – durante proprio questi 50 giorni necessari per organizzare le nuove elezioni nel quale il vicepresidente Mohammad Mokhber Dezfuli proverà a governare – a causa delle tensioni sociali presenti che come abbiamo visto, sono state soffocate in questi mesi con l’uso della forza!!!

D’altronde in queste ore incerte, l’ayatollah Khamenei ha chiesto a tutti un momento di riflessione e di preghiera, ma non sono pochi – vedasi talune piazze di Teheran e soprattutto molti post social – ad aver festeggiato quell’improvvisa scomparsa con fuochi d’artificio, già nei confronti di quel loro Capo di Stato, a dimostrazione che sono in tanti, in particolare le donne arabe (le stesse che sono scese nei mesi scorsi in strada per manifestare la propria rabbia) a provare ad alimentare un’eventuale guerra civile che sicuramente il governo tenterà in tutti i modi a soffocare!!!

Certo, ora qualcuno proverà a candidarsi per quel ruolo così importante, anche se va detto che per quella carica presidenziale si dovrà passare attraverso la rigida valutazione del Consiglio dei Guardiani, che rappresenta finora l’unico strumento capace di privilegiare quella votazione pilotata e che si trova ahimé nelle mani del leader supremo (chissà se non vorrà porre sin d’ora in quella poltrona il proprio figliolo…)!!!

E quindi, nessun nome potrà mai candidarsi se non esplicitamente appoggiato dall’ayatollah che sono certo, è già a conoscenza del nome che dovrà sedere su quella poltrona!!!

Certo, la situazione è fortemente instabile e non è detto che in queste ore possano verificarsi dei colpi di scena, in particolare da parte dei giovani e soprattutto dalle forze studentesche ed universitarie, in particolare sorretti dalle numerose donne e da quanti desiderano una maggiore democrazia, soprattutto con meno ingerenza da parte delle autorità religiose…

Se poi alla alla luce di quanto sopra, sommiamo il rischio di un’eventuale ampliamento del conflitto in corso in medioriente che sta vedendo peraltro coinvolto anche lo Stato iraniano contro Israele (attraverso il  sostegno dato ad alcuni movimenti militanti armati come Hamas (Gaza), Hezbollah (Libano), milizie più piccole (Iraq e Siria) ed infine gli Houthi nella penisola arabica dello Yemen…), allora qualcosa di grave potrebbe realmente verificarsi…

Già… sono questi i motivi che mi spingono sin d’ora a prevedere un diffuso dissenso contro quel regime che vedrete porterà a breve a disordini sociali in tutto il Paese, seppur quest’ultimi – per come finora fatto – cercheranno di sopprimere la protesta con i militari, gli stessi che da sempre non vogliono insieme alle forze di governo, assistere ad alcun cambiamento!!! Ma ciò, non è detto che basti più, anzi tutt’altro…

Permettetemi quindi di salutare quel rinnovato cambiamento con una belissima poesia persiana, scritta dalla poetessa iraniana Forough Farrokhzad:

Saluterò di nuovo il sole,
e il torrente che mi scorreva in petto

e saluterò le nuvole dei miei lunghi pensieri

e la crescita dolorosa dei pioppi in giardino
che con me hanno percorso le secche stagioni.
Saluterò gli stormi di corvi
che a sera mi portavano in offerta
l’odore dei campi notturni.
Saluterò mia madre, che viveva in uno specchio
e aveva il volto della mia vecchiaia.


E saluterò la terra, il suo desiderio ardente

di ripetermi e riempire di semi verdi
il suo ventre infiammato,
sì, la saluterò

la saluterò di nuovo.

Arrivo, arrivo, arrivo,
con i miei capelli, l’odore che è sotto la terra,
e i miei occhi, l’esperienza densa del buio.
Con gli arbusti che ho strappato ai boschi dietro il muro.
Arrivo, arrivo, arrivo,
e la soglia trabocca d’amore
ed io ad attendere quelli che amano
e la ragazza che è ancora lì,
nella soglia traboccante d’amore, io
la saluterò di nuovo.