
Avevo terminato il quarto capitolo con un pensiero di quell’uomo: “Il mondo non mi ha voluto… allora andrò a cercare il mondo che mi vuole”.
Ed ora inizio ad affrontare la parte sicuramente più importante di quel profeta, perché nel percorso che a breve andrò a rappresentare, vi è tutto ciò che di fatto ha stravolto il concetto spirituale di ciò che poi rappresenterà – nei pochi anni di vita che ancora seguiranno – il senso stesso della sua personalità e dei suoi insegnamenti.
Ed allora iniziamo…
Il distacco non fu un evento… viceversa, fu un processo lento, fatto di sguardi che si allungavano, di passi che si facevano più lunghi verso il confine del villaggio, di notti passate a fissare l’orizzonte senza dormire.
Sono certo che Yeshua – quando decise di andare via – non disse nulla a Maria. Non serviva. Lei, d’altronde, sapeva. Già… aveva sempre saputo.
E così, un mattino, prima dell’alba, mentre il cielo era ancora nero e le stelle sembravano così vicine da potersi toccare, egli si mise in cammino, senza nulla di più di quanto un uomo potesse portare con sé: una bisaccia con del pane, un otre d’acqua, un mantello per la notte, e i rotoli che più amava. Sì… nient’altro.
Si girò per un istante a guardare quella cittadina che tanta sofferenza gli aveva creato. E Nazareth rimase dietro di lui, già… come un peso che si allontanava, ma che sapeva, non si staccava del tutto. Perché ogni passo che lo allontanava da quella casa, da sua madre, era un passo che lo avvicinava a qualcosa che sentiva esistere, ma che non sapeva ancora nominare.
La strada per il deserto è lunga. Attraversa valli aride, villaggi sperduti, campagne bruciate dal sole. Ma nulla lo ferma. Yeshua cammina lentamente. Anche gli altri viandanti lo guardano e lo superano, ma lui non ha fretta. Sa bene che il deserto non si conquista con la corsa, ma con la pazienza.
Dopo tanti giorni di cammino, ecco che il paesaggio cambia. La terra si fa più rossa, la vegetazione si dirada fino a scomparire, e il silenzio si fa così profondo da rimbombare nelle orecchie. È un silenzio che non è assenza di suono, ma presenza di qualcos’altro.
Lì, nel deserto di Giuda, vicino al Mar Morto, Yeshua trova ciò che cercava. O forse, ciò che da sempre lo cercava: gli Esseni.
Yeshua li osserva da lontano, all’inizio. Poi si avvicina, chiede se può restare. E nei giorni che seguono, inizia a scoprire come questi ultimi non siano una setta. Anzi, sono una comunità, un popolo dentro il popolo. Vivono separati da tutto ciò che li circonda, perché il mondo è corrotto, come lo stesso Tempio, profanato da sacerdoti indegni.
Nei giorni seguenti scopre i loro precetti, tra cui quello di immergersi nell’acqua ogni giorno per purificarsi. Vede come condividono i loro beni, come dividono il cibo in egual maniera, come pregano e studiano insieme. Si considerano “Figli della Luce” in lotta contro i “Figli delle Tenebre“. Scopre come essi stiano aspettando un Maestro di Giustizia, un Messia che verrà a purificare Israele.
A differenza di Nazareth… non lo cacciano via. Non gli chiedono chi è suo padre. Non gli fanno domande sul passato. Ma soprattutto, non lo deridono. Per loro, ciò che conta è il presente: cosa cerchi? Sei disposto a lavare i tuoi vestiti nell’acqua? Sei disposto a condividere il tuo pane? Sei disposto a combattere contro le tenebre che porti dentro?
Lui dice: “Sì”.
E così inizia per lui una nuova vita. I giorni vengono scanditi dalla preghiera all’alba, dal lavoro nei campi, dallo studio dei rotoli, dai bagni di purificazione. Certo… è una vita dura, fatta di disciplina e di silenzio. Ma è anche una vita che non chiede giustificazioni. E così, finalmente, per la prima volta nella sua vita, Yeshua non deve dimostrare nulla a nessuno.
Ma con il passar del tempo, scopre come il deserto non sia solo la comunità degli Esseni. Il deserto rappresenta il luogo dove la mente si spoglia di tutto ciò che è superfluo, dove il corpo soffre e lo spirito si allarga, dove le voci che nella quotidianità vengono soffocate dal rumore diventano nitide come l’aria del mattino.
Ed è in questa solitudine che accade qualcosa d’imprevisto. Qualcosa che giunge senza alcun preavviso. Già… arrivano le visioni.
Una notte, mentre sta dormendo sul fianco della montagna, Yeshua sogna. O forse è sveglio. Non lo sa. Sa solo che il mondo intorno a lui si dissolve e che un’altra realtà prende il sopravvento. Vede un uomo che gli porge delle pietre: “Se sei figlio di Dio, trasforma queste pietre in pane”. La voce di quell’uomo è dolce, persuasiva. Sì… è la voce della fame, della carne, del bisogno più elementare.
Yeshua guarda le pietre, poi osserva l’uomo. E risponde: “Non di solo pane vive l’uomo“.
Ed allora quella voce non si arrende. Lo porta in cima al tempio di Gerusalemme: “Gettati giù. Gli angeli ti sosterranno. Se sei figlio di Dio, dimostralo“.
Yeshua guarda il vuoto sotto di sé. Sente il richiamo del prodigio, dello spettacolo, della prova che zittirebbe tutti coloro che lo hanno chiamato “bastardo”. Ma qualcosa dentro di lui trattiene il piede: “Non metterai alla prova il Signore“.
Ed allora la voce lo porta su una montagna altissima e gli mostra tutti i regni del mondo, la loro gloria, il loro potere: “Tutto questo ti darò, se ti prostrerai e mi adorerai“.
Yeshua guarda i regni. E vede il dominio, la forza, la vendetta su tutti coloro che lo hanno disprezzato. Potrebbe avere tutto. Potrebbe fargliela pagare a tutti. Ma sa che quel potere è la stessa cosa che ha sempre odiato. La stessa cosa che lo ha schiacciato: “Vattene, Satana. Solo il Signore adorerai“.
Quando apre gli occhi, è ancora nel deserto. Il sole sta sorgendo, il sudore gli bagna la fronte, ma sente che qualcosa è cambiato.
Certo… rileggendo oggi quanto riportato nei Vangeli, e osservando ciò che è accaduto nei secoli a figure come Francesco d’Assisi, che abbandonò tutto per seguire una voce interiore, o Padre Pio, che ogni notte combatteva contro un diavolo che forse era la sua stessa ombra, o Madre Teresa di Calcutta, che donò la sua vita agli altri mentre dentro di lei regnava un silenzio di Dio che sembrava abbandono… e pensando anche alle veggenti di Fatima e Lourdes, a Medjugorje, a tutti coloro che hanno visto e sentito cose che gli altri non vedevano e non sentivano… potremmo chiederci: quanto c’è di divino e quanto c’è di umano in queste esperienze?
Già… forse le visioni e le tentazioni non vengono da fuori, ma da dentro. Ogni tentazione rappresenta un desiderio più profondo: il cibo per lenire la fame, il miracolo per dimostrare agli altri che non è un bastardo, il potere per vendicarsi di chi lo ha umiliato. Non serve chiamarle “sovrannaturali” per capire che sono reali. Non serve che un angelo scenda dal cielo perché un uomo decida di cambiare vita: Basta il dolore. Basta la solitudine. Basta quella fiamma che, quando tutto sembra perduto, si accende e non si spegne più.
E lui le ha vinte. Ma non perché fosse un messia. Le ha vinte perché le ha riconosciute. Perché ha detto: “Io sono tutte queste cose. La fame, il bisogno di prova, la voglia di potere. Ma non sarò schiavo di loro“.
E così il deserto, in quel momento, diventa il suo maestro. Non perché gli abbia dato risposte, ma perché gli ha insegnato a sopportare quelle fastidiose domande.
Gli Esseni lo vedono tornare. Lo accolgono di nuovo. Non gli chiedono dove sia stato, perché sia andato via, cosa stia cercando, cosa gli manchi. Loro sanno che ogni uomo, nel deserto, combatte le sue battaglie — quelle interiori — come sanno bene che da quelle battaglie non si torna mai più uguali.
Yeshua resta con loro. E così passano i mesi e gli anni. Studia i loro rotoli, impara le loro preghiere, approfondisce quel loro concetto spirituale, condivide e spezza il pane, beve dal calice il vino. Ma qualcosa dentro di lui non trova ancora pace.
Si chiede: perché gli Esseni aspettano un Messia? Già… lui sente che dentro di sé, forse, sì… solo forse, quel Messia potrebbe essere lui. Ma non per orgoglio… ma perché più legge le Scritture, più quelle parole sembrano parlargli direttamente. Sì… quel servo sofferente di Isaia, quel figlio d’uomo di Daniele, quel giusto perseguitato dei Salmi: e se tutto questo parlasse di me?
Ovviamente non lo dice ad alta voce. Ma quella fiamma che da Nazareth lo aveva portato lì, quella che dentro di lui non si era mai spenta, ora nel deserto è diventata una fornace. Lui capisce che il deserto non è la sua destinazione. Il deserto è solo il luogo dove ci si prepara, dove si abbandona tutto ciò che non serve e si impara ad ascoltare la voce che conta.
E così, un giorno, mentre si immerge nelle acque del Mar Morto per l’ennesima purificazione, sente qualcosa dentro di lui che grida: Non devi restare. Devi andare. Devi parlare!
Il sole sta picchiando forte, l’acqua gli scivola addosso ed egli, in quel deserto immenso, sa che non può più restare in silenzio. Deve parlare!
Yeshua esce dall’acqua, si veste, e preannuncia la sua missione divina. Gli altri lo guardano sorpresi, qualcuno, offeso, inveisce e tenta di colpirlo. Molti anziani restano basiti da quell’atteggiamento e da quelle frasi così provocatorie. Un altro anziano, in disparte, viceversa, resta immobile. Già… egli si aspettava da tempo una rivelazione da parte di quel giovane, lo stesso che aveva visto crescere e che mostrava, ogni giorno che passava, quanto celasse dentro di sé quel malessere profondo, interiore, che gli diceva che prima o poi avrebbe lasciato quella comunità. Ed ora il tempo era giunto.
Non ha nulla da ridire a quella comunità. Non è arrabbiato con loro se ora lo rifiutano e lo allontanano, loro d’altronde non vogliono comprendere che il suo cammino è più largo di quel deserto, di quella lunga attesa.
Non poteva più rimanere, come non doveva più aspettare il Messia, ma viceversa, doveva iniziare a capire chi era, e dove doveva andare e forse, qualcuno avrebbe iniziato a seguirlo.
E così, mentre il deserto si stende intorno a lui, immobile e bruciante, Yeshua sente che il passo successivo lo porterà lontano, verso il Giordano, verso quel cugino Giovanni di cui tanto ha sentito parlare, già… verso il mondo che non lo ha voluto.
E finalmente, per la prima volta, quel mondo non gli fa più paura.