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La beffa dopo il danno: storia di un’azienda svuotata e di un liquidatore perbene.


Ho ricevuto in queste ore una bella notizia, una di quelle che aspettavo da quel lontano 2017, giorno in cui avevo dovuto procedere al recupero coattivo delle mie spettanze (10 mesi di stipendi e il TFR)!

Ma oggi la mia felicità – pur ottenuto quanto dovuto – sbatte nel muro di un paradosso, sì… uno di quelli che fa vacillare la mia fiducia nel sistema “giustizia“, seppur quest’ultimo – nella persona del curatore fallimentare – abbia saputo evidenziare grande correttezza e professionalità.

Mi sono chiesto: è ammissibile che chi ha contribuito ad abbandonare l’impresa nel momento di maggiore bisogno, possa poi mettersi in fila per spartirsi gli ultimi brandelli del suo valore? 

Lasciate quindi che vi racconti per filo e per segno quanto accaduto…

Operavo in un’impresa di costruzioni: formalmente un dipendente, ma nella sostanza molto di più. Ero infatti Direttore Tecnico ed RSPP, con tutte le responsabilità che questi ruoli comportano. 

Parliamo di una S.p.A. a gestione familiare, certamente competente e strutturata, ma che purtroppo – a causa di problemi giudiziari intervenuti e con un’amministrazione imposta – non è riuscita a salvaguardare le commesse a suo tempo aggiudicate, andando così in frantumi.

Consentitemi, per correttezza di cronaca, di aggiungere un riconoscimento doveroso: l’ultimo amministratore giudiziario nominato dal Tribunale di Catania, nel contesto del provvedimento di confisca, ha effettivamente operato con correttezza professionale, pur nei limiti stringenti imposti dalla normativa.  

Ha difatti cercato di salvaguardare i cantieri ancora in essere e, proprio su questo punto, un merito va certamente al sottoscritto, sì… per esser riuscito – quasi fossi un prestigiatore – a chiudere senza penali ben due cantieri (Provincia di Ragusa e Comune di Solarino) e a portarne uno a compimento (S. Giovanni la Punta). Ciò ovviamente ha permesso a quell’amministratore di muoversi con più libertà e, grazie alla vendita di gran parte del patrimonio mobiliare, di ridurre parte delle somme poste a debito. Ma ciò, comprenderete, ha di fatto reso la società incapace di poter continuare ad operare.

Sì… consentitemi di dire che neppure “Harry Potter” avrebbe potuto realizzare, per quei cantieri, quanto fatto dal sottoscritto, cui si aggiungono tutte le somme che – sempre a seguito delle mie denunce – hanno permesso, nella successiva fase fallimentare, al liquidatore (soggetto terzo subentrato dopo l’amministrazione giudiziaria) di incrementare l’attivo.

Vorrei aggiungere che la mia parte l’ho fatta fino in fondo, sì… a differenza dello Stato che, di lì a qualche anno, ritrovandosi in mano un baraccone vuoto – senza appalti e senza più nulla da vendere – ha deciso di restituire le quote ai soci, i quali, incredibilmente, come loro prima azione: mi licenziarono!

Già… dimenticarono quanto avevo compiuto in quei lunghi anni come dipendente. Ma non solo, dimenticarono – o forse scelsero deliberatamente di rimuovere – che io, a differenza di tutti gli altri dipendenti – che da tempo avevano abbandonato la nave – ero rimasto, si senza stipendio da dieci mesi, a presidiare i cantieri e a chiudere le commesse, già… a tenere in piedi ciò che ancora restava.

E soprattutto omisero – e questo è il paradosso più amaro – che grazie al sottoscritto nessuna azione legale è stata mai intrapresa nei loro confronti personali. Già, loro, che avevano firmato le fideiussioni per i contratti appaltati. Loro, che avrebbero potuto essere chiamati a rispondere con il proprio patrimonio. Mentre io, viceversa, potevo farlo… potevo andarmene, potevo abbandonare la nave come tutti gli altri, d’altronde, avevo tutti i motivi per farlo, ma scelsi di non farlo!

Scelsi la lealtà. Loro, viceversa, scelsero di dimenticare! Sì… soprattutto quanto compiuto in quegli anni difficili. Già… quanto compiuto pubblicamente. D’altronde, basti semplicemente rileggersi tutti i post che sin dal 5 giugno 2010 ho scritto a difesa di loro e della società nel mio blog, ma non solo, seguirono anche una serie d’incontri – per non dire “scontri” – formali presso gli uffici della Prefettura di Catania, ci mancava poco che venissi arrestato!

E così, come riportavo sopra, grazie alle mie denunce, il liquidatore nominato è riuscito – con l’incasso delle fatture a suon tempo non pagate da alcuni clienti e con la vendita di proprietà e beni della società – a recuperare ben 500.000 euro. Certo… una stilla d’acqua nel deserto,ma capace quantomeno di dare una risposta ai dipendenti: sia a coloro che, come me, erano intervenuti legalmente (ci tengo a precisare che a formalizzare l’istanza di fallimento siamo stati soltanto in tre: io, un ex dipendente e un fornitore…), sia a quanti, viceversa, non avevano mosso un dito.

Oggi… mi verrebbe di aggiungere altro, ma stasera ho deciso di soprassedere. Non ho mai dimenticato che quel piatto, per tanti anni, mi ha dato da mangiare. E non intendo sputarci sopra. Eppure, dentro di me, la delusione è ancora presente. E certe domande brucianti non trovano risposta: Com’è possibile? Che giustizia è questa? Dove sta il confine tra diritto e beffa?

Sì… mi ritrovo a pensare che – come in un paradosso amaro – la mia lotta per far rispettare la legge ha involontariamente creato lo spazio per salvare qualcosa per gli altri. Gli stessi che, in tutti questi lunghi anni, non hanno mai avuto il coraggio di ringraziarmi.

Ma la sensazione che prevale è di profonda ingiustizia. Osservare chi ha abbandonato sin da subito la nave nel momento di difficoltà, presentarsi ora sulla scialuppa di salvataggio, con un biglietto che non ha nemmeno comprato, credetemi, è uno spettacolo che lascia l’amaro in bocca.

Già… è come se il sistema, a volte, funzionasse per compartimenti stagni. Da una parte c’è chi ha subito un provvedimento interdittivo – lo stesso che ha permesso di amputare il futuro a una società – per poi concedere ad altre imprese, certamente “amiche“, di espandersi: le stesse ricordo che, incredibilmente, nel tempo, si sono macchiate di esser state colluse con quel sistema criminale e mafioso; dall’altra, la meccanica del fallimento che, cieca, certifica crediti senza però guardare in volto i creditori.

Ed ecco che ora, tutti coloro che mandarono la nave contro gli scogli – di proposito o per omissione – vengono risarciti, a spese di chi, invece, il danno lo ha soltanto subito!

Consentitemi un ultimo pensiero, rivolto al liquidatore nominato dal Tribunale di Catania. 

Sono passati quasi nove anni da quella vicenda, eppure il mio ringraziamento rimane intatto: Avv. Andrea Minneci, lei è riuscito, con competenza e tenacia, laddove troppi altri si arrendono. È per questo che oggi sento il bisogno di scrivere queste righe: per dirle, pubblicamente, grazie. E per congratularmi con lei per il lavoro svolto.

In Sicilia danni per oltre un miliardo? Ah… come ci dispiace, ma purtroppo le assicurazioni stipulate non coprono le mareggiate…


Il ciclone se n’è andato, lasciandosi dietro un silenzio rotto solo dal fragore del mare, come se non avesse ancora sfogato tutta la sua rabbia.

E in questo silenzio postumo, in Sicilia, comincia la conta. Non solo quella ufficiale, che già strabilia per le cifre – un miliardo, dicono, come se enumerare zero dopo zero potesse restituire il peso di un futuro crollato – ma un’altra conta, più intima e strisciante. Quella, sì, che rattrista ancor più noi siciliani: la conta delle promesse che non reggono alla forza dei fatti.

Si parla di esercito che arriva, di commissari straordinari, di stati d’emergenza nazionali. Che dire… il solito spettacolo che, purtroppo, conosciamo a memoria. La politica, quella di Roma, si muove con il ritardo compassato di chi deve soltanto amministrare un disastro, non prevenirlo. E così, mentre i titoli si accavallano, c’è un dettaglio che emerge, piccolo ma rivelatore, e che squarcia il velo dell’ipocrisia.

Molti commercianti, albergatori, ristoratori, proprietari di immobili in località turistiche, si dice, avevano stipulato polizze assicurative con importanti compagnie. Già… si erano cautelati contro la furia del cielo, contro i cicloni e le alluvioni, pagando regolarmente il loro tributo per garantirsi sonni tranquilli.

Ora, ahimè – a danni compiuti – scoprono con un groppo in gola (che sa di beffa atroce…) che la mareggiata, quella stessa che ha sbriciolato le loro strutture sul lungomare, forse non è coperta dalla polizza stipulata.

Come se il mare impazzito che ha invaso la terraferma fosse un evento a sé stante, slegato dal vortice che ha scatenato le onde. Già… il solito paradosso perfetto, l’alibi scritto in caratteri piccolissimi che trasforma un atto di prudenza in un nuovo motivo di sconfitta.

Ed è qui che il cerchio si chiude, in quel senso di profonda, annosa perplessità che noi siciliani custodiamo come un retaggio amaro: da Roma arrivano spesso parole, a volte soldi, ma mai vera giustizia, mai una soluzione che tenga. E quando ci si affida al privato, al contratto, alla legge del mercato, si scopre che il muro di gomma contro cui si sbatte non è solo quello dello Stato, ma anche quello di un sistema più vasto, fatto di assicurazioni e banche, sempre pronto a incassare ma non a restituire.

E allora non ci resta che osservare questa ennesima ferita, la nostra terra che dal Messinese a Lampedusa presenta serre divelte e banchine commerciali in collasso. Sentiamo i sindaci parlare di devastazione senza precedenti, e sappiamo che è vero. Ma sappiamo anche che il danno più sottile, quello che corrode la fiducia, è un’altra onda che continua a battere, inesorabile. È l’onda della sfiducia in chi dovrebbe rappresentarci, proteggerci, risarcirci.

La natura certo fa la sua parte, distruttiva e implacabile. Ma non dimentichiamo mai l’uomo, con il suo mancato rispetto delle leggi, con il mancato controllo di chi permette che vengano realizzate opere dove non dovrebbero esserci: mi riferisco a quelle costruzioni abusive, alla trasformazione di temporanee concessioni demaniali in strutture ricettive fisse. 

Dall’altra parte, però, ci sono tutti coloro che hanno operato nel diritto, nella richiesta legittima di concessioni e autorizzazioni, e che oggi si vedono ahimè raggirati dai soliti cavilli…, da quelle norme capziose, dalla distrazione di una politica capace di trasformare una calamità in un’ingiustizia.

E difatti, eccoli qui a consegnarci – insieme al fango e ai detriti da ripulire – l’ennesima, amara lezione: che da troppo tempo ormai, a essere inondati, non sono solo i nostri porti, le nostre strade, le nostre infrastrutture. No… è soprattutto la nostra pazienza. E la colpa principale non è della natura – o meglio, non solo di essa – ma di noi tutti, che ancora scegliamo questi “infedeli” soggetti per continuare a governarci!

Non lasciare che le critiche distruggano i tuoi sogni. L’unica persona che non commette mai errori è quella che non fa nulla!


Non sono certo che quanto raccontato sia realmente accaduto e sospetto che questa storiella su Einstein che ho trovato nel web, possa essere una di quelle notizie create per aumentare lo share…

Tuttavia, leggendola, ho pensato a lungo a quanto sia profondamente vero quanto descritto, perché rappresenta perfettamente il mondo in cui viviamo oggi e soprattutto la stupida semplicità di molti suoi interpreti.

Ed allora eccovi riportata la nota: Un giorno Albert Einstein scrisse sulla lavagna: 9 x 1 = 9, 9 x 2 = 18, 9 x 3 = 27, 9 x 4 = 36, 9 x 5 = 45, 9 x 6 = 54, 9 x 7 = 63, 9 x 8 = 72, 9 x 9 = 81, 9 x 10 = 91. Nella sala scoppiò il caos perché tutti videro l’errore e iniziarono a prenderlo in giro. Lui aspettò che tutti tacessero e disse: “Anche se ho risolto correttamente nove problemi, nessuno mi ha applaudito. Ma quando ho fatto un errore, tutti hanno iniziato a ridere”.

Questa è l’essenza del giudizio superficiale che domina la vostra mente, dove il clamore per un solo fallimento oscura il silenzio per nove vittorie. È la prova che la società noterà sempre il tuo minimo sbaglio, perché è più facile deridere che comprendere, è più comodo distruggere che costruire.

E questo meccanismo perverso è alimentato proprio da quella massa di interpreti retti dalla stupida semplicità, che si affrettano a giudicare senza mai aver prima operato.

Ed anch’io infatti, per chi non fa nulla, per tutti quegli ignavi che osservano dal bordo del campo senza mai sporcarsi le mani, non provo che un disprezzo assoluto. Già… la stessa indignazione che riservo anche a quanti, peggio ancora, si sono fatti lacchè servili di questo sistema corrotto e clientelare, piegando la schiena in cambio di un misero vantaggio.

La loro è una vigliaccheria che supera ogni errore, perché mentre lo sbaglio di chi agisce è un segno di umanità, la loro perfezione sterile è il sigillo della viltà!

Ecco perché rivolgendomi a quanti – tra i miei giovani lettori – sono ancora puri e non compromessi, anche – ahimè – dagli infetti insegnamenti sterili dei propri genitori che si sono da tempo venduti, perdendo la dignità, beh… dico loro: non lasciate che le altrui risate, che il loro stridulo coro di critiche, distruggano i vostri sogni.

Continuate a scrivere sulla lavagna della vita, anche se il decimo risultato potrebbe essere sbagliato, perché l’unica persona che non commette errori è quella che non fa nulla, e quella è una condanna ben peggiore di qualsiasi giudizio!!!

Lasciamo quindi che continuino a ridere del nostro presunto 9 x 10 = 91. La loro risata è l’inno di chi non ha mai osato abbastanza da rischiare di sbagliare. Noi, invece, continueremo a costruire, problema dopo problema, con la nostra imperfezione come stendardo e la nostra integrità come unica bandiera.

Perché è solo chi non fa nulla che non sbaglia mai, ed è proprio quella la sua unica, triste, vittoria…

Dalle macerie alla rinascita: Gaetano Vecchio e la sfida di un’Ucraina sostenibile

Quelle strade, un tempo affollate di vita quotidiana, oggi segnate dal fragore delle esplosioni, sembrano incarnare una verità più grande: quella di un popolo che resiste, nonostante tutto.

E proprio quel senso di resilienza ritorna oggi mentre ascolto le parole del presidente dell’Ance, Gaetano Vecchio, che con chiarezza ha indicato una direzione precisa per il lungo cammino della ricostruzione.

Secondo Vecchio, essa dovrà essere anzitutto orientata a una trasformazione sostenibile, per costruire un futuro più verde, resiliente e moderno. Non si tratta solo di alzare nuovamente muri o riparare strade distrutte, ma di ridisegnare un Paese intero, immaginandone uno nuovo, più giusto e più adatto ai tempi che verranno.

Parlare di ricostruzione significa allora andare ben oltre i mattoni e il cemento, come lui stesso ha ricordato. È parlare di un futuro europeo, di un’Ucraina che non debba limitarsi a tornare com’era, ma che possa trasformarsi in qualcosa di meglio, di più avanzato e soprattutto più rispettoso dell’ambiente e dei bisogni reali delle persone.

Questo processo richiederà inevitabilmente una forte collaborazione tra imprese europee e realtà locali, perché solo lavorando insieme si possono mettere in rete competenze tecniche e conoscenze radicate nel territorio, valorizzando ciò che esiste e costruendo soluzioni concrete, durature e adeguate.

L’Europa, d’altronde, non può fermarsi alla solidarietà durante il conflitto, deve spingersi fino a sostenere il lungo e complesso percorso della ricostruzione. Le cifre sono enormi, quasi incredibili: 506 miliardi di euro stimati per rimettere in piedi un Paese devastato. Di questi, 81 miliardi riguardano l’edilizia residenziale, 75 i trasporti, 12,6 lo smaltimento delle macerie. Numeri che fanno paura, certo, ma anche progetti che aprono la mente e il cuore a un domani possibile.

E non si tratta solo di quantità. Piero Petrucco, presidente della FIEC, ha ricordato con forza che chi lavora nel settore delle costruzioni non è semplicemente un tecnico o un operaio, ma un abilitatore della ripresa, della coesione sociale, della capacità stessa del Paese di tenersi insieme. Ricostruire, quindi, non è solo un atto materiale, ma anche morale, politico, umano. Significa ricostruire fiducia, comunità, istituzioni, tessuto sociale.

La conferenza URC2025 svoltasi a Roma ne è stata una dimostrazione tangibile, riunendo leader internazionali, aziende e rappresentanti delle istituzioni attorno a un’unica idea: che la distruzione possa trasformarsi in opportunità, che la guerra lasci il posto a una pace costruita con le mani, con gli strumenti, con la volontà di fare meglio di prima. Il messaggio lanciato è chiaro: l’Ucraina potrà essere libera, prospera, rinnovata non solo nelle sue strutture fisiche ma dentro sé stessa, nella sua identità profonda.

Investire nell’Ucraina, come si è detto, è investire in noi stessi, perché ogni conflitto che esplode lontano finisce sempre per toccarci da vicino. Mentre accordi si stringono tra aziende italiane e ucraine, e nasce un nuovo fondo europeo per accompagnare questo processo, ci si muove già per preservare quei luoghi e quei simboli che raccontano la storia e l’anima di un popolo.

Sì, la strada è lunga, disseminata di ostacoli e incertezze, ma penso a quando anch’io, da giovane, arrivai ad Odessa per lavoro e restai colpito da quanto potesse offrire quel Paese, nonostante i suoi problemi. Oggi, come allora, credo che l’Ucraina abbia davanti a sé una possibilità vera, se solo si saprà cogliere questa occasione con coraggio e visione.

Perché, come fecero tanti Paesi dopo la Seconda Guerra Mondiale, anche l’Ucraina può rialzarsi. Deve farlo. E io non posso che tornare con il pensiero a quelle pagine scritte mesi fa, dove dicevo che Odessa, con tutta la sua forza e bellezza, merita di rinascere. Perché nessuna guerra, nessuna bomba, potrà mai cancellare la luce che brilla negli occhi di chi non si arrende.


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