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Una favola per adulti: La livella dell’indifferenza.


Sì… stasera ho voglia di ridere, ed è proprio per questo che ho deciso di scrivere in maniera leggera, estemporanea, perché in fondo, di cosa dovrebbe ridere l’umanità se non di sé stessa, delle sue certezze traballanti e di tutte quelle favole che ogni giorno si racconta per non sentire il rumore del vuoto che la circonda?

Dai… siamo onesti, guardiamoci intorno per un secondo. Miliardi di persone, milioni d’individui che ripongono la loro intera esistenza in un racconto, in una favola. Perché diciamocelo, che cos’è la religione se non l’incredibile capacità di credere alle storie più fantasiose, raccontate con tono solenne da qualcuno che, guarda caso, si propone come nostro intermediario diretto con l’universo? Un universo che – per puro caso – gli conferisce anche una certa autorità su di noi.

Sono storie affascinanti, per carità, tentano di dare un senso al caos, di imbrigliare l’animo umano in un codice di regole e di proiettarci verso un potere più alto. Ma la verità, quella nuda e cruda, è molto più semplice e molto più spaventosa: non c’è nulla. Non qua sotto, e certamente non in un “altrove”. E d’altronde, chi potrebbe mai smentirmi? Da vivo non può, da morto… beh, ancor meno, e se anche potesse, chi lo ascolterebbe?

Nella mia vita ne ho sentite di tutti i colori. Storie bellissime, entusiasmanti…

Ricordo un tizio che mi raccontò di un incidente in motorino da ragazzino. Lui era lì, svenuto sull’asfalto, eppure, con la precisione di un drone, “vedeva” tutto dall’alto: le sue gambe storte, la gente che gli correva intorno, l’ambulanza che arrivava. Poi, immancabile, il tunnel e quella luce abbagliante in fondo. Lui ci si infilava, sereno, diretto verso questo fantastico chiarore, quando una voce tonante lo blocca: “Fermo! Non è il tuo momento! Torna indietro“. E zac, si sveglia in ambulanza. Un film già visto, no?

Poi c’è il classico racconto di chi è clinicamente morto per qualche minuto. Parametri piatti, la scienza che alza bandiera bianca, e invece no, il soggetto si risveglia e racconta di una presenza, una voce, un’entità che lo ha riportato indietro. Un salvataggio dall’aldilà in extremis.

Basta fare un giro in rete per trovare migliaia di queste perle. Resuscitati, miracolati, viaggiatori dell’aldilà. Ma cosa sono, in realtà, se non l’ultimo, disperato, magnifico tentativo del nostro corpo, e soprattutto della nostra mente, di non arrendersi? 

L’organismo, messo all’angolo, tira fuori l’ultima carta a disposizione: l’anestesia totale. Si auto-induce uno stato di protezione, una fantasia potente quanto la vita stessa, per addolcire la pillola. È lo stesso meccanismo, in fondo, di chi resta in coma per anni, sospeso in un suo mondo parallelo.

Perché alla fine, quando il sipario cala per davvero, cala e basta. Niente paradiso, niente inferno, e men che meno quel noioso posto di passaggio che chiamano Purgatorio. Non abbiamo nulla da farci perdonare da un’entità cosmica, e nessuno verrà a giudicarci con in mano la lista delle nostre marachelle. Niente vergini per gli uomini, niente stalloni per le donne, niente feste celesti con esseri alati. Niente. Nemmeno un po’ di polvere cosmica con il nostro nome sopra.

Finiremo tutti nell’oblio, sì… dimenticati. Di noi, che si sia stati giganti della storia o semplici comparse, non rimarrà nulla, nemmeno il nome. Saremo tutti lì, in quella stessa identica livella dell’indifferenza universale, a marcire come un fico o a dissolverci come polvere al vento… 

Perché in fondo, siamo solo esseri viventi, niente di più, niente di meno. E riderci su, ogni tanto, è l’unica vera rivolta che ci rimane.

Già… viviamo tra l’oblio che spinge i corpi e la risata che li copre.


Già… c’è un dato che osservo, che scorre silenzioso tra le cifre degli incassi, una cifra che non fa clamore, che non genera titoli trionfali e mi chiedo cosa significhi, davvero, per me, per noi…

Mentre un film comico solca il cielo del botteghini come una cometa festosa, un altro film, che racconta uno dei processi più bui e necessari della nostra storia, “Norimberga”, arranca in terza posizione con un incasso che è poco più di un decimo rispetto al colosso in testa. 

Non si tratta di giudicare il valore del sorriso, che è medicina preziosa soprattutto in questo periodo in cui viviamo – a causa dei conflitti – tempi grami, ma si tratta di notare una direzione, già… una propensione dell’animo collettivo. 

Mi sembra che ci sia una volontà precisa, soprattutto nei più giovani, ma non solo, di cercare soltanto la spensieratezza, o al contrario, di schierarsi socialmente con furore da tribù, brandendo slogan pescati dal flusso dei social, ma nel mezzo, però, svanisce la pazienza per la profondità, l’interesse per la stratificazione amara e complessa della verità.

Si preferisce la semplificazione, la pillola già digerita, sia essa una risata garantita o un’opinione preconfezionata e così accade che un film che mostra, tra le altre cose, un bulldozer che spinge centinaia di corpi senza vita in una fossa comune, resti sullo sfondo, quasi un disturbo per la nostra serenità costruita. 

Quelle immagini riprodotte però, non sono una finzione macabra, sono il documento di ciò che mani umane hanno compiuto, non in un medioevo lontano, ma ottant’anni fa. Sì… dovremmo guardarle nuovamente tutti per riconoscere la meschinità di cui può ammalarsi l’anima quando si crede pura, quando si illude di edificare un paradiso sulla terra cancellando chi è giudicato impuro. 

Quella sola scena – da sola – potrebbe insegnarci quanto fragile e spesso ipocrita sia la nostra normalità, che avanza fingendo di non sapere, o scegliendo di dimenticare in fretta, sepolta sotto il frastuono del divertimento e della polemica quotidiana.

Quel bulldozer nei campi di sterminio è il simbolo estremo dell’oblio attivo, della spinta meccanica a rimuovere la prova, a far scomparire non solo le vite ma la loro stessa traccia materiale. Oggi, quell’oblio non è più così violento e manifesto. È più subdolo! 

È la stanchezza di sapere, la noia di fronte alla complessità, la scelta volontaria di distogliere lo sguardo perché “è troppo pesante” o “è roba vecchia” oppure come sento ripetere da molti in questi giorni: “ma loro non stanno facendo lo stesso a Gaza?“. È lo scrollare via, il cambiare canale, il preferire altro. E su questa rimozione silenziosa, costruiamo la nostra risata. Non una risata liberatoria o genuinamente gioiosa, ma una risata-copertura, un rumore di fondo assordante che ci garantisce di non sentire il brusio inquietante della storia, di non dover rispondere alla domanda più scomoda: “E io, in tutto questo, cosa sarei stato?“.

Eppure, il bisogno di evasione è legittimo, lo comprendo. Le sale si riempiono di risate e forse, in quel momento di condivisione, c’è anche un po’ di sollievo autentico. Ma un popolo che misura la sua vitalità culturale solo dal battito della risata, e non anche dalla capacità di sostare nel disagio della memoria, rischia di diventare un popolo superficiale. Un popolo che affida la sua comprensione del mondo ai trend e ai post, senza mai scavare negli aspetti storici, nei vissuti, nelle contraddizioni che hanno portato a quelle fosse comuni, è un popolo che dorme nella storia, credendosi sveglio.

Forse il punto non è scegliere tra Checco Zalone Russell Crowe, tra la commedia e il dramma storico, no… il punto è l’equilibrio perduto, la scomparsa di un desiderio di completezza. Vogliamo solo essere trasportati lontano, o infiammarci in dispute virtuali, ma non vogliamo più essere interrogati, messi in discussione, costretti a pensare con la nostra testa, al di là delle narrazioni che ci vengono propinate. Quella fila per il film comico, così lunga, e quella per “Norimberga”, così esile, sono due facce della stessa medaglia: la ricerca di un presente senza peso. Accettiamo di vivere in questa strana terra di nessuno, tra l’oblio che spinge i corpi e la risata che li copre. È più comodo così.

Ma la vera sfida non è smettere di ridere. È non permettere che quella risata diventi la colonna sonora della nostra dimenticanza. È trovare il coraggio di guardare, almeno ogni tanto, nella direzione del bulldozer, e ascoltare il suo rombo sinistro che riecheggia, ancora, sotto alle nostre risate. 

Perché una vita che fa finta di andare avanti, voltando le spalle a quella macchina e al suo carico, è davvero una vita vissuta o è solo un’attesa spensierata nell’anticamera della storia, che prima o poi bussa sempre di nuovo alla porta, con domande a cui non abbiamo imparato a rispondere?

L'aldilà? È come l'aldiquà!!!

Sono passati millenni, eppure l’uomo è ancora qui a chiedersi cosa ci sia dopo la morte. Abbiamo assistito a innumerevoli tentativi di raggiungere l’oltretomba, costruendo strutture imponenti che dovevano toccare il cielo, e a secoli in cui l’uomo, per colpa delle religioni, si è trovato intrappolato in una rete di falsità, tutte finalizzate a promuovere un’immagine di paradiso.

Il messaggio che è passato è chiaro: il modo in cui avrai vissuto la tua vita su questa terra determinerà il tuo destino dopo la morte. Sarai giudicato e, in base a questo, scoprirai se potrai continuare a vivere in un luogo sublime, meraviglioso, perfetto. Naturalmente, le interpretazioni cambiano da religione a religione, ma il contenuto resta sostanzialmente lo stesso.

E allora, senza poter confermare quanto sto per dire, ma sapendo che nessuno di voi può smentirmi, mi permetto di formulare un’ipotesi. Quello che sto per esporre è semplice da comprendere e si articola in tre possibili scenari, completamente indipendenti dalle narrazioni religiose più comuni.

Prima ipotesi

La prima è la più lineare: morendo, tutto si trasforma in energia e non c’è alcuna vita dopo la morte. La nostra esistenza termina con l’ultimo respiro, e ci fondiamo con il cosmo in una forma impalpabile.

Seconda ipotesi

La seconda ipotesi immagina che, dopo la morte, il nostro spirito vaghi in un luogo di totale oblio. Un posto dove non esiste nulla: non ci si parla, non si ride, non si scherza, non si ama. È un’esistenza sterile, in cui ognuno di noi è come uno zombi, circondato da anime di ogni epoca. È un’eternità vuota, priva di emozioni e interazioni.

Terza ipotesi

La terza ipotesi prevede che tutti, senza distinzioni, vivano insieme in un unico luogo. Non importa come ci si è comportati nella vita terrena: che tu sia stato una bestia feroce o un missionario, ora sei lì, accanto a tutti gli altri. Non ci sono più abusi, violenze o gesti premurosi; tutto è sospeso in un’eterna neutralità.

In questo scenario, potresti incontrare personaggi come Hitler, Stalin o Pol Pot intenti a conversare con Papa Giovanni XXIII o John Lennon, seduto su una panchina con la sua chitarra, accanto al serial killer Jeffrey Dahmer. Nessuno è stato giudicato per le sue azioni: è come se, nell’aldilà, esistesse una forma di riconciliazione universale. Una sorta di tempo infinito per fare i conti con se stessi, al di là del bene e del male.

E allora, forse, è proprio questo ciò che ci aspetta: un aldilà che non è altro che un aldiquà. Un riflesso della vita terrena, senza le illusioni di giudizi divini o promesse ultraterrene. Solo una perpetua coesistenza.

Che sia questa la risposta che cercavamo?