Archivi tag: digitale

Il Papa, la Sindone 3D e l’ombra di un falso medievale: quando la tecnologia interroga (e forse smaschera) la fede.


Il nuovo Papa, Leone XIV, ha sperimentato per la prima volta la lettura digitale della Sindone, un’iniziativa che fa parte del progetto “Avvolti” della diocesi di Torino. 

Mi soffermo su questa notizia, perché desidero che si intrecci con altre riflessioni che in questo momento, mi stanno passando per la mente…

Ho letto che si tratta di un’esperienza globale, accessibile a tutti attraverso uno schermo, che permette di zoomare sui dettagli più significativi del telo, di osservarli con una definizione inedita, di leggerli – in un qualche modo – attraverso le lenti dei brani evangelici. 

Certo, parliamo di una pastorale digitale che guarda in prospettiva, precisamente al Giubileo del 2033, con la speranza di poter accogliere un giorno il Pontefice di persona davanti alla reliquia.

E qui – perdonatemi – ma il mio pensiero, inevitabilmente, devia, sì… perché mentre si perfezionano questi nuovi strumenti di venerazione digitale, capaci di avvolgere il fedele in un’esperienza totalizzante, altri studi per indagare – utilizzando sempre la tecnologia – sono giunti ad una una direzione opposta. 

Mi riferisco alle analisi di simulazione 3D, come quelle condotte da Cicero Moraes, che avanzano un’ipotesi spiazzante: l’immagine sulla Sindone potrebbe essere stata creata drappeggiando il lino su una scultura, un bassorilievo medievale, e non sul corpo di un uomo.

Del resto, è un’idea che si può intuire anche sperimentando in prima persona. Provate a casa: prendete un lenzuolo, fate sdraiare un amico/a a terra, inumidite leggermente il suo corpo e quindi adagiate quel telo sulla persona sdraiata. Noterete che l’immagine che si ottiene è radicalmente diversa da quella del telo di Torino. Un corpo ha un volume consistente (lo spessore toracico, per esempio, è mediamente di 30-40 cm) e un telo aderente lo seguirebbe nei suoi volumi, creando distorsioni ottiche. L’immagine della Sindone, invece, è stranamente piatta, priva delle deformazioni che ci aspetteremmo: già… con il nostro esperimento vedremmo un viso “a palloncino” e un corpo deformato dalle forme dilatate, quasi boteriane, a differenza della figura proporzionata e frontale della Sindone: ecco quindi svelato il motivo dell’opera creata attraverso un bassorilievo!      

Ma non è la sola teoria che stride profondamente, anche l’origine biologica sostenuta da altre ricerche, sembra evidenziare il falso in modo quasi provocatorio, come i risultati degli studi sulla datazione al carbonio degli anni Ottanta, già… quelle analisi che collocavano la creazione del telo in un arco temporale ben preciso, il Medioevo, tra il 1260 e il 1390!

Mi chiedo, allora, quale sia il vero fine di tanta perfezione tecnologica applicata al cosiddetto “Sacro Lino”. Se sia uno strumento per avvicinarsi a un mistero, o piuttosto un mezzo per monumentalizzare un’icona, elevandola a oggetto di venerazione indiscussa.

La Chiesa, lo sappiamo, distingue tra venerazione e certezza di fede, ma è innegabile come un’icona così potente sia anche, inevitabilmente, un potentissimo motore di devozione e di comunità. E, in un certo senso, di risorse: Fare cassa, si potrebbe dire in modo crudo, ma forse è più preciso pensare a un investimento su un simbolo che cementa e attrae.

È un paradosso affascinante: la stessa tecnologia che oggi permette al Papa di “toccare” digitalmente la Sindone, è quella che altri usano per sostenere che essa potrebbe essere un manufatto medievale di straordinaria abilità artistica. Da un lato, si sperimentano visualizzazioni 3d per rendere l’immagine più viva e accessibile ai fedeli, dall’altro, sempre la modellazione 3d suggerisce che quella stessa immagine potrebbe non essere affatto un’impronta biologica.

Torino e il Vaticano intanto coltivano il desiderio di una visita apostolica, mentre il Piemonte si distingue ancora per i suoi volontari di Protezione Civile, ricevuti in udienza. È il ciclo perpetuo della fede e delle sue rappresentazioni: da un lato il servizio silenzioso e concreto, dall’altro la cura di un simbolo immenso, sospeso tra storia, scienza e devozione, che continua a interrogare e a dividere, proprio mentre si sforza di unire.

Il mio personale ‘miracolo‘ sulla Sindone, però, l’ho visto e fotografato con altri occhi. Non quelli della scienza o della fede istituzionale, ma quelli di una ricerca intima. Eccolo: non è l’immagine tradizionale, ma una sovrapposizione, una trasparenza, una Sindone che diventa finestra e lascia intravedere il simbolo puro e aperto dell’uomo sul legno.

Forse il miracolo che ho visto è proprio questo: non nella tela, ma nel suo essere velo. E oltre il velo, in ciò che esso continuamente ispira e rivela. In quella sua infinita capacità di essere specchio per chi la guarda, icona eterna dalle braccia aperte per tutti i popoli. Un’immagine che, in definitiva, non chiude il dibattito, ma lo trascende…

Il silenzio di Pechino e di Mosca: cosa si nasconde dietro l’operazione su Caracas?

Ciò che è accaduto a Caracas la scorsa settimana – il prelievo di Nicolás Maduro da parte di un commando statunitense – non va letto soltanto come l’ennesima prova di forza di un ex presidente americano tornato sulla scena con toni da campagna elettorale. Certo, c’è anche questo. Ma ciò che mi inquieta davvero è un silenzio più profondo, più eloquente: quello di Pechino, e in misura minore di Mosca.

Poche ore prima dell’operazione, Maduro aveva ricevuto l’inviato speciale cinese in un incontro solenne, quasi rituale, volto a ribadire la solidità del partenariato strategico tra i due paesi. Poi, all’improvviso, il vuoto. Nessuna reazione ufficiale degna di questo nome, solo formule evasive, imbarazzate. È difficile non pensare a un errore di calcolo colossale da parte del governo cinese, o forse a un tradimento interno così ben orchestrato da aver lasciato tutti spiazzati, compresi quelli che fino al giorno prima si credevano al sicuro dietro protocolli blindati e promesse sigillate.

Questo silenzio mi dice che la vera posta in gioco non è più soltanto il petrolio, né lo scontro classico per l’influenza geopolitica. La partita si è spostata altrove, su uno strato invisibile ma decisivo: quello digitale. Negli ultimi anni, la Cina non ha più limitato la sua presenza in America Latina alla vendita di smartphone o infrastrutture fisiche.

Attraverso colossi come Huawei, ha costruito l’impalcatura tecnologica su cui oggi poggiano intere economie: data center per la pubblica amministrazione, piattaforme cloud per le banche, reti di videosorveglianza integrate con l’industria e con la sicurezza nazionale. In Venezuela, queste architetture digitali sono diventate il sistema nervoso di uno Stato già fragile, ormai quasi del tutto dipendente dalla tecnologia cinese, al punto che sulle mappe occidentali il paese appare come un’isola grigia, fuori controllo, ma perfettamente connessa a server lontani migliaia di chilometri.

È qui, credo, che vada cercato il vero obiettivo del blitz americano. Non tanto catturare un narcotrafficante – ruolo che a Maduro è stato attribuito con comoda retroattività – quanto disinnescare un’infrastruttura critica che sfugge al controllo dell’emisfero occidentale. Washington non può permettersi che i meccanismi vitali di un continente che considera suo cortile di casa funzionino su hardware e software forniti da un rivale strategico.

Il Venezuela, in questo senso, è il caso test più estremo: se dovesse trasformarsi in un protettorato de facto, la prima “ricostruzione” non riguarderebbe le strade o gli ospedali, ma proprio quel sistema nervoso digitale. E la vera vittima strategica di questa operazione potrebbe non essere un uomo, ma un’azienda – Huawei – e con essa l’intera ambizione cinese di plasmare il futuro tecnologico del Sud globale.

Mi torna in mente, a questo proposito, un dettaglio spesso trascurato: Maduro non è Chávez. Non proviene dai ranghi militari, ma dal sindacalismo. Questa differenza, apparentemente marginale, potrebbe averlo reso agli occhi dei vertici delle forze armate venezuelane un leader sacrificabile, soprattutto se messo di fronte a pressioni insostenibili o a promesse di salvezza personale.

L’ipotesi di un tradimento interno, di una cerchia infiltrata da elementi conniventi con i servizi americani, non è affatto peregrina. Se ci fosse stato un accordo globale tra potenze – una sorta di “nuova Yalta” tacita – Pechino non avrebbe certo investito tempo e prestigio in un incontro simbolico il giorno prima del rapimento. E Mosca, probabilmente, avrebbe già risolto la questione ucraina in modo diverso. La realtà è più competitiva, più sporca, e segue senza pudore quella strategia di sicurezza nazionale americana che dichiara apertamente il diritto di controllare l’intero emisfero occidentale e di pattugliare le rotte commerciali vitali dall’Estremo Oriente al Golfo Persico.

Ora, per il Venezuela, si aprono scenari incerti, tutti appesi alla reazione dei militari. Si va da una transizione forzata verso un governo filoamericano, a una frammentazione libica con milizie in lotta per il controllo delle risorse, fino a una parcellizzazione silenziosa dello Stato in zone d’influenza. L’obiettivo ultimo, però, non sembra essere l’appropriazione diretta del petrolio, bensì impedire che quelle risorse – e soprattutto l’infrastruttura digitale che le governa – finiscano stabilmente in mani nemiche. In questo quadro, il ruolo di attori come Israele, da tempo interessato al greggio venezuelano per la propria sicurezza energetica, e delle lobby che lo rappresentano, diventa un fattore non secondario, intrecciandosi con una Dottrina Monroe rinnovata e più aggressiva, capace di agire anche senza dichiarazioni ufficiali.

Guardando al contesto globale, l’episodio di Caracas non è isolato. Mi sembra piuttosto un nuovo fronte di quella “guerra mondiale a pezzi” di cui da tempo parlo – un conflitto che non ha bisogno di dichiarazioni formali per esistere. Una nuova aggressione all’Iran è nell’aria, non come gesto di distensione verso Mosca, ma come tentativo di aprirle un secondo fronte, indebolendo così anche Pechino, privata di un alleato strategico. Del resto, i cosiddetti “piani di pace” per l’Ucraina – quelli che il nostro governo celebrava come trionfi diplomatici in tempi non sospetti – puzzano sempre più di trappola, configurandosi come strumenti per istituzionalizzare una presenza americana permanente in Europa orientale.

Quello che è successo a Caracas, dunque, è un precedente inquietante che va ben oltre il destino di un singolo leader. Ha cambiato la percezione del rischio per tutti. Non siamo più di fronte a una semplice guerra commerciale o a sanzioni mirate.

È una guerra di potere che si combatte nei data center, nei pozzi petroliferi, e presto, con ogni probabilità, attorno alle acque calde del Mar Rosso, del Golfo Persico e del Mar Cinese Meridionale, a cui vanno aggiunti il Mar Nero, il Mediterraneo e il Golfo di Aden, ancora oggi snodi critici per la sicurezza marittima globale. Vedrete: non passerà molto tempo prima che le prossime mosse si manifestino proprio lì, dove il silenzio dei server si mescola al rumore delle onde e delle cannoniere

Presidente Schifani, perché rendere difficile pagare le tasse? Due racconti di siciliani in ostaggio tra sistemi che cadono e POS “misteriosamente” spenti!


Buongiorno, stamani voglio affrontare con voi un tema particolarmente delicato, a cui molti miei lettori mi hanno chiesto di scrivere.

Si tratta di quel groviglio inestricabile, e a volte sospetto, che sembra avvolgere i pagamenti verso i servizi pubblici. Ho avuto prova diretta della cosa, provando attraverso alcuni siti web istituzionali ad aiutare amici imprenditori, senza mai riuscirci. E non certo per incapacità informatica, visto che maneggio qualsivoglia piattaforma operativa ancor prima che molti di questi enti conoscessero la parola “computer”.

Posso garantirvi che attraverso quei portali, per ragioni poco chiare o quantomeno opache, è impossibile concludere l’operazione. Quando basterebbe una semplice nota con un QR code, o ancor più semplice, comunicare un Iban. Invece no, si costruiscono labirinti digitali. L’esempio più eclatante sono i pagamenti sui portali regionali, come quello della Sicilia, che devono avvenire principalmente tramite PagoPA. Una piattaforma che dovrebbe facilitare tutto, e invece non consente alternative fisiche, non invia avvisi con QR, costringendo a un vicolo cieco digitale.

Ogni Regione, la Sicilia in testa, offre l’accesso con SPID o CIE. Esegui tutta la trafila, inserisci i dati, arrivi fino all’ultimo passo. E poi il sistema si blocca. Parliamo di somme rilevanti, migliaia di euro, che rappresentano entrate importanti per la collettività. Eppure, sembra quasi che si preferisca non incassarle, nei modi più semplici. L’imprenditore viene costretto a rinviare, a restare inadempiente senza sua colpa. Mi sono chiesto, allora, se ci sia un disegno.

So che, se non si procede nei termini, questi crediti vengono spesso girati, per non dire “venduti”, a società terze di recupero. Non è che si vuole favorire proprio questo passaggio, questa “ambigua” metodologia che trasforma un diritto-dovere in un problema per il cittadino e in un affare per altri? La domanda sorge spontanea, e amara.

Al sottoscritto, del resto, una circostanza analoga capita da anni con il cimitero di Catania. Ho chiesto da tempo di ricevere presso la mia residenza il bollettino postale per il pagamento della luce perpetua dei miei cari, cosa che non mi è mai pervenuta. Così ogni qual volta sono costretto a recarmi presso i loro uffici e lì, ahimé, l’analogia si fa perfetta: il pagamento deve essere effettuato in contanti in quanto il loro POS non funziona (mai), per problemi di rete. Eppure, ricordo quando, per lavoro, mi trovavo in un angolo remoto d’Africa e riuscivo a connettermi senza intoppi…

Qui, al centro di Catania, il collegamento fallisce sistematicamente. Forse la ragione va ricercata altrove, e chi mi legge da tempo sa certamente a cosa mi riferisco. Se qualcuno, dall’alto, non vuole credermi sulla parola, basterebbe andare a verificare. Chi meglio del Comando della Guardia di Finanza potrebbe farlo? Basterebbe volerlo, e ci si accorgerebbe come, in questi ultimi dieci anni, i pagamenti in presenza siano stati (sicuramente per il 99%) compiuti in contanti.

Ma questa, come direte voi, è un’altra storia. Ritorniamo alla prima. Presidente Schifani, cosa ci vuole ad essere, in questa terra, finalmente trasparenti? Perché non pubblicare un semplice Iban per permettere alle imprese di adempiere senza ansia? Allego tra l’altro alcune foto (possiedo tra l’altro parecchi video ripetuti effettuati durante le operazioni di pagamento…) che sono la testimonianza muta di questo cortocircuito: il sistema bloccato, la prova ripetuta invano, non una, ma centinaia di volte…

È l’immagine di un intoppo che sembra casuale, ma che, per la sua sistematicità, assume il sapore di una precisa scelta. Una scelta che svantaggia il cittadino, penalizza l’imprenditore e opacizza il rapporto con la pubblica amministrazione. A tutto vantaggio di chissà chi, e a danno della fiducia di tutti noi (quantomeno per quelli che non vivono con la speranza di ricevere per se o per i propri cari da quel sistema corrotto politico/clientelare), che ormai da troppo tempo, evidenziamo di non credere più nelle istituzioni e in particolare in molti suoi referenti

Trading on line: attenti alle truffe promosse da "influencer" e ignari complici!!!

Alcuni giorni fa ho ascoltato sul web un’intervista compiuta ad una nota “influencer” che descriveva in modo semplice come guadagnare migliaia e migliaia di euro senza far nulla, semplicemente iscrivendosi ad un sito di trading online, versare €. 250,00 e vedere improvvisamente in poche ore il proprio denaro crescere… 

Un miracolo, un’intelligenza artificiale capace di indirizzare quei vostri soldi su investimenti in “Bitcoin” tali da farli crescere in poche ore, raddoppiandoli, triplicandoli, etc…

Quindi, quando vi vengono suggerite proposte come quella di cui sopra, la prima cosa da chiedersi è: quale bisogno hanno di voi queste società!!! 

La risposta comprenderete come sia implicita nella domanda: il vostro denaro!!! 

E sì… perché di questo si tratta, riuscire a prenderlo, promuovendo l’interesse con altro denaro, peccato che quest’ultimo è soltanto virtuale, ma non solo, la maggior parte di esso – sempre nel caso in cui si fosse per come promesso nel tempo incrementato – quando ufficialmente richiesto, non rientra nelle vostre tasche nelle stesse modalità o per gli usi a cui eravate abituati, ma sotto forma di moneta elettronica, difficile da spendere se non presso quei punti vendita che accettano per l’appunto denaro digitale.   

Ho visto in quel programma un presentatore invogliato a sottoporsi a quella proposta dell’app e va detto, in totale buonafede, ha investito la somma richiesta, ponendo quindi nei giorni seguenti alcuni commenti sulla propria pagina social per descrivere per l’appunto l’app in questione e se questa stesse garantendo i risultati dichiarati dall’influencer; difatti, con il passar dei giorni, egli stesso ha potuto confermare che se pur poco alla volta quel proprio conto stesse crescendo!!!

Ora, vorrei ricordare come uno dei trucchi abitualmente utilizzato da chi vive d’espedienti come ad esempio quel gioco delle tre carte o della campanella proposto in alcune strade cittadine, gode dell’assistenza di complici che celati tra quei giocatori, inducono il cosiddetto “pollo” a farsi fregare, sì… sempre più soldi!!! E qui è la stessa cosa… 

Il presentatore che opera in buonafede e quindi ripeto non rappresenta di per se la figura di complice, si fida ciecamente ad accettare la proposta dell’influencer, il quale però (forse) potrebbe aver in precedenza concordato con i gestori di quell’app, il momento condiviso di notorietà presso quella Tv, lo stesso che poi avrebbe permesso all’App – a seguito del numero elevato di telespettatori – di ottenere un’alta visibilità e di conseguenza, una crescita esponenziale di richieste da parte di nuovi clienti e in concomitanza il ricevimento di quei bonifici richiesti in fase d’iscrizione…

Quindi, ciò che poteva sembrare un semplice scoop sorto casualmente, già… sul momento, è stato possibilmente (nessuno d’altronde oggi ne possiede le prove, ma certamente quest’ipotesi può ritenersi alquanto valida…) programmato a tavolino, tra quell’influencer e il gestore/i di quell’app, quest’ultimi infatti conoscendo le mosse che a breve si staranno per avvicendarsi in quella diretta Tv, sono preparati a mettere in atto quel loro stratagemma, già… buttare l’amo per quei pesci pronti ad abboccare!!!

Come riportavo sopra, quei programmatori sono a conoscenza di quanto sta per accadere e di quel soggetto che sta per cadere nel tranello; nel caso specifico però il presentatore non viene utilizzato come pollo per prelevare ad egli i propri soldi, no… egli – ignaro della trappola che sta per compiersi –  diventa a sua insaputa “testimonial” indiretto di quell’app, perché dopo solo pochi minuti sarà egli stesso a confermare che il proprio denaro su quel conto sta crescendo, una circostanza quest’ultima che poi ripeterà nei giorni seguenti dalla propria pagina social!!!

Infatti quanto egli sostiene è la verità, ma non perché un’IA è riuscita dove ‘l’uomo solitamente fallisce, bensì… perché una mente umana fa la differenza; quest’ultima infatti conosce a monte il nominativo di chi sta per eseguire sul loro conto quel bonifico e quindi si tratta semplicemente di alimentare quel denaro ricevuto con piccoli interessi, affinché egli stesso (e quindi non più l’influecer) evidenzi la crescita del proprio conto, diventando così senza volerlo, egli stesso “influencer” di quell’App… l’illusione è stata creata e quei poveri spettatori ignari, sono diventati i nuovi polli da spennare!!!

CONTINUA