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Eutanasia: Quando perfino morire non ci appartiene più!


C’è un momento, nella vita di qualcuno, in cui il respiro si fa corto e lo sguardo si perde in un orizzonte che sembra essersi improvvisamente chiuso. 

Sono giorni in cui il corpo non risponde più o risponde con un dolore che non concede tregue, e la mente, lucida, si trova a dover fare i conti con l’unica libertà che sembra essere rimasta: la scelta di smettere di soffrire!

Eppure, anche in quell’estremo, intimo rifugio, ci accorgiamo che non ci appartiene più. Arriva qualcuno, o qualcosa, a imporci un limite, un vincolo, una porta chiusa in faccia a quella che forse è l’ultima, disperata richiesta di pace.

È ciò che è accaduto con la vicenda di Noelia Castillo Ramos, una ragazza di venticinque anni di Barcellona che ha scelto di ricorrere all’eutanasia, e che ha suscitato l’intervento della Conferenza Episcopale spagnola.

E così, mentre leggo quelle parole, mi rendo conto che a parlare non è soltanto una voce religiosa, ma  anche quella del nostro Stato che proprio in questi giorni, ha finalmente permesso ad una donna toscana – affetta da anni da sclerosi multipla – a poter procedere all’eutanasia in casa propria, in seguito all’autosomministrazione di un farmaco letale tramite il dispositivo con comando oculare che era stato appositamente predisposto dal Cnr per consentire di azionare l’infusione in vena. 

Certo, meno male che ne era capace, perché nel caso in cui i suoi arti non le permettevano alcun movimento cosa si faceva? Restava in attesa di una possibile soluzione legislativa, che ancora oggi non c’è? Già… un’alleanza silenziosa, quella tra Stato e chiesa che trasforma il dolore privato in un campo di battaglia pubblico, sì… una beffa che si somma, anche nel caso in cui un soggetto non è credente.

La nota dei vescovi spagnoli arriva dritta, quasi chirurgica, a definire il confine. Dicono che la risposta al dolore non possa essere quella di provocare la morte, ma che si debba offrire vicinanza, accompagnamento, sostegno integrale. 

E a sentirlo quel messaggio suona quasi generoso, se non fosse che tradisce una distanza incolmabile da chi quella sofferenza la sta vivendo sulla propria pelle! Perché parlare di “accompagnamento” è facile quando si ha la certezza che il tempo scorre in una direzione diversa dalla propria. Ma quando il tempo si è fermato, quando la malattia non è solo terminale ma è diventata una prigione perpetua senza cura, allora quelle parole rischiano di trasformarsi in un muro. 

I vescovi parlano di “rottura deliberata del legame di cura”, eppure mi chiedo: esiste davvero un legame di cura quando a decidere sono altri, quando la tua volontà viene messa da parte in nome di un valore che ti viene imposto dall’esterno? Sostengono che la dignità non dipenda dallo stato di salute, né dalla percezione soggettiva della vita, e in linea teorica potrei anche concordare. Ma la verità è che la dignità non può essere definita da chi sta in piedi a guardare il letto di chi soffre.

Sostengono che in questo caso non si tratti di una malattia terminale, ma di “ferite profonde”. Eppure, è proprio questo il punto che mi lascia senza respiro: la distinzione tra ciò che è accettabile sopportare e ciò che non lo è, tra chi ha il diritto di chiedere aiuto per andarsene e chi invece deve per forza restare, inchiodato a un’esistenza che non riconosce più come propria

La Chiesa, e con essa gran parte delle nostre istituzioni statali, interviene con la pretesa di proteggere la vita, ma finisce per fare qualcosa di ben più grave: abbandona l’individuo al suo isolamento, negandogli l’estremo atto di autodeterminazione. Perché quando una persona si trova in condizioni di salute estreme, quando la scienza non offre più strade e la sofferenza diventa l’unico orizzonte, impedire quella scelta non è proteggere la vita, è confiscare l’ultimo brandello di libertà.

Ecco allora che questo atteggiamento, per quanto rivestito di buone intenzioni e di appelli a “una cultura dell’assistenza che non abbandoni nessuno”, rivela il suo volto più autentico: una sconfitta sociale prima ancora che morale. 

Una sconfitta perché dimostra che non siamo capaci di guardare in faccia il dolore senza imporre le nostre paure. Una sconfitta perché preferiamo costruire leggi e dottrine piuttosto che ascoltare chi, nel silenzio di una stanza d’ospedale, chiede solo di avere il controllo sull’unica cosa che gli rimane: il proprio addio. Quando i vescovi dicono che “se la vita fa male, la risposta non può essere quella di accorciare il cammino, ma di percorrerlo insieme”, io non posso fare a meno di pensare che “insieme” è una parola bellissima, finché non diventa un obbligo. 

Perché percorrere il cammino insieme è un dono, ma costringere qualcuno a farlo quando ogni passo è un tormento diventa una condanna. E in quella condanna, a essere veramente soli ed emarginati non sono tanto i corpi che soffrono, quanto le loro volontà, messe a tacere in nome di una sacralità che non si fa carico delle loro notti insonni.

Forse, una società veramente giusta, come la invocano loro, non è quella che impedisce la morte a tutti i costi, ma quella che non costringe nessuno a chiederla come ultima forma di libertà, perché ha saputo rendersi presente prima, con cure adeguate, con un sostegno che non si ritira mai. 

Ma quando questo non accade, quando il sostegno manca o è insufficiente, allora impedire l’eutanasia non è più un atto di misericordia, ma un atto di potere. E in quel gesto si consuma la sconfitta più grande: quella di una comunità che, di fronte alla sofferenza estrema, sa solo dire “non devi” senza avere il coraggio di dire “ti aiuto io” fino in fondo, rispettando anche il tuo ultimo, inalienabile diritto a dire basta!

Quando non sei tu il paziente: il mio sguardo – da accompagnatore – sul miracolo quotidiano della Cardiologia del Policlinico di Catania.


Quando varchi la porta di un “Pronto Soccorso” per qualcuno a cui vuoi bene, il mondo si ferma, o meglio, continua a girare, ma tu lo guardi da dentro una bolla, dove i rumori sono attutiti e tutto quello che vedi intorno, sono volti sconosciuti e macchinari dei quali non sai nemmeno come si chiamano. 

Ed è in quel preciso istante, già… quando sei fragile, che non puoi far altro che affidarti a degli emeriti sconosciuti, e lo fai perché d’altronde non hai altra scelta, ma forse anche perché, nel profondo, vuoi credere che almeno loro sappiano cosa fare.

Certo, per me questa situazione è alquanto difficile da comprendere, vi parla uno che, per fortuna, è sempre stato bene e che gli ospedali non ha avuto modo di conoscerli mai direttamente, ma solo per accompagnare gli altri, stando sempre fuori… in quel ruolo strano di chi osserva da vicino, ma che non sa cosa fare. 

E forse, è proprio questo mio punto di vista, quello di uno che, non dovendo lottare per sé stesso, ho potuto veder con maggior chiarezza come si lotta per gli altri. 

Sì… in queste settimane al Policlinico di Catania, l’ho visto con i miei occhi: quel “sapere cosa fare“, non è una speranza, ma una prassi. Sin dall’ingresso, mentre cercavo di dare un senso a quel turbinio di ansia e attesa, ho notato qualcosa che va oltre la semplice efficienza. 

Ho visto ovunque persone preparate, capaci di individuare il problema con una rapidità che a me, profano, è sembrata quasi istintiva, e che invece è frutto di anni di studio e sacrificio. Ma la cosa che più mi ha colpito, in quel primo impatto, è stata la cortesia di chi era lì solo per dare informazioni: perché quando non capisci nulla di medicina, avere qualcuno che ti spiega con pazienza, è già una cura.

Poi, quando la situazione si è fatta più seria e quel letto è rotolato oltre le porte della “Terapia Intensiva“, ti senti spogliato di tutto: del controllo, della sicurezza, persino della possibilità di stare vicino alla persona cara.

Ed è lì, in quel limbo di attesa, che puoi solo osservare i dettagli. E i dettagli che ho osservato sono stati tanti; l’altissima pulizia, il rispetto meticoloso delle norme di sicurezza, quel senso di ordine che non è mai fine a sé stesso, ma è il primo, silenzioso, atto d’amore verso chi è fragile. Perché un ambiente curato ti dice, senza parole, che anche la persona al centro di quella stanza sarà curata.

Il “cuore” di questo viaggio, però, è stato il reparto di Cardiologia. Ed è qui che il mio ruolo di semplice accompagnatore si è trasformato in quello di spettatore ammirato. Il Professor Davide F. Capodanno guida una squadra che sembra uscita da un manuale di virtù mediche, se non fosse che i manuali non sanno sorridere. 

Perché quei giovani medici e consentitemi di aggiungere anche gli infermieri e tutto il personale ausiliario, che si sono alternati a tutte le ore del giorno e della notte, non solo hanno evidenziato competenza, ma hanno mostrato una rara capacità e cioè quella di trasformare la nostra ansia in domande, le nostre domande, spesso banali, in risposte chiare e sincere.

Ricordo i giorni di degenza appena trascorsi, in cui tutto sembrava buio, ma loro erano lì che passavano, controllavano, e poi si fermavano un attimo di più, solo per parlare con noi familiari, con gli amici, persino con alcuni colleghi presenti.

Non si sono mai sottratti a un confronto. Hanno avuto la pazienza di spiegarci cosa stava avvenendo, cosa sarebbe successo dopo e quali cure sarebbero state intraprese, e l’hanno fatto con una serenità che ci ha tenuti per mano, senza farci pesare la nostra ignoranza, ma anzi, illuminando il percorso, un passo alla volta.

Forse è questo il miracolo quotidiano di un grande Ospedale: non solo aggiustare corpi, ma sostenere anime…

Ed è per questo che oggi il mio pensiero va a loro, a tutti loro, dal primo operatore all’ultimo specializzando. Avrei voluto mettere i nomi di quanti ho avuto modo di conoscere, ma non volevo togliere meriti agli altri loro colleghi, sicuramente altrettanto bravi, presenti ai vari piani di degenza. Il mio è quindi un plauso generale, ma non generico: parte dal cuore e spero arrivi lontano, a ciascuno per quello che ha seminato in quei giorni difficili.

Perché quando la paura bussa alla porta, e loro ti aprono con professionalità e umanità, la paura, almeno un po’, arretra… e a Catania, grazie al nostro Policlinico, questo accade!

Non c’è amore più grande che darsi interamente a chi si ama.


Era la prima volta che sentivo il silenzio parlare così forte

Non il silenzio del borgo, quello lo conoscevo bene, era un vecchio amico fatto di pietre consumate dal tempo e di strade che si allungano senza fretta nella campagna, no, questa volta era un silenzio diverso, più intimo, che riempiva la chiesetta di Brancion come un velo sospeso, denso e chiaro al tempo stesso, come se perfino il tempo, qui così abituato a fermarsi, avesse trattenuto il fiato per ascoltare qualcosa di essenziale.

Ero seduta in fondo, come mi capita spesso, a osservare i figli, i nipoti, gli amici che si stringevano intorno alla bara del dottor Martin, e mi è venuto spontaneo pensare a quanto le nostre professioni, all’apparenza così distanti – la mia custode del riposo, la sua custode della vita – siano in realtà sorelle nella sostanza, accomunate da un’unica vocazione: accogliere chi vacilla, tenere aperta una porta quando tutto sembra chiudersi, essere presenza prima ancora che parola.

Suo figlio, dal pulpito, ha raccontato di un uomo che non si limitava a curare, ma si prendeva cura, un medico che faceva pagare una sola visita, anche se tornava tre volte nello stesso pomeriggio, o se, con un gesto solo, auscultava il cuore di un’intera famiglia radunata in cucina.

Un uomo che sapeva porre tre domande appena, e da quelle riusciva a cogliere non solo la malattia, ma la storia intera di chi aveva davanti, in un’epoca in cui i farmaci non erano ancora una scelta infinita, eppure la guarigione arrivava lo stesso, perché la cura più potente era già lì, nel modo in cui ti guardava, nel modo in cui restava.

Le sue parole mi hanno riportata a tanti volti che ho incontrato quando varcavano il cancello del cimitero: smarriti, stremati, sospesi tra un prima e un dopo che non riconoscono più.

Ho ripensato a quanto sia fragile il confine tra conforto e formalità, e a come, spesso, sia proprio nella rinuncia alla fretta che si nasconde l’unico gesto davvero riparatore: fare posto, senza condizioni, al dolore dell’altro.

Essere una persona perbene, nella vita come nel lavoro, non è una maschera da indossare, né un ruolo da interpretare in scena, è una scelta silenziosa, quotidiana, che non reclama applausi, che non chiede restituzione.

È voltarsi verso chi ha bisogno, anche quando la stanchezza preme sulle spalle, anche quando nessuno lo vedrà, nessuno lo ricorderà.

Poi è arrivato il momento della lapide, e il mio sguardo si è fermato su quel medaglione di ceramica.

Non c’era una foto in posa, né una cerimonia, né un ritratto ufficiale. C’era lui, forse sui cinquant’anni, con il viso segnato dal sole e gli occhi che ridevano prima ancora delle labbra, davanti a un orizzonte di mare aperto, lontano dalle strade polverose della campagna, lontano dai richiami notturni, dalle tosse stizzose, dai letti da visitare all’alba.

Quell’immagine ha detto più di ogni elogio: non si era identificato solo con la sua missione, per quanto intera fosse stata la sua dedizione. Aveva saputo ritagliarsi spazi di leggerezza, non per sfuggire, ma per tornare più intero, più vero, più capace di donare.

Ho capito allora che per dare senza esaurirsi, bisogna prima aver accolto qualcosa di bello dentro di sé.

Non è egoismo cercare la propria luce: è responsabilità. È il riconoscimento che ogni dono autentico nasce da una sorgente che va alimentata, non prosciugata.

Prima della benedizione, il sacerdote ha citato il Vangelo, e quelle parole sono cadute nella navata con la forza di una verità antica che non invecchia mai: Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi.

E ho pensato che dare la vita non significa sempre un gesto eclatante, un sacrificio estremo. Può significare restare, quando sarebbe più facile andarsene. Può significare ascoltare, quando il silenzio sarebbe più comodo. Può significare sorridere, anche se dentro c’è un peso.

Questo è il lascito del dottor Martin: una vita vissuta come un atto d’amore continuo, discreto, non negoziabile.

Vivere così – con coerenza, con delicatezza, con fedeltà – vuol dire scegliere ogni giorno di essere un rifugio. Per chi è ancora in cammino, e per chi ha già concluso il suo viaggio e affida a noi, con fiducia, la custodia della sua memoria.

La cortesia che cerco di praticare nell’accogliere i parenti in lacrime, e quella che lui esercitava chinandosi su un lettino di ferro per prendere un polso con le dita ferme e calde, nascono dalla stessa radice: la convinzione che ogni incontro meriti rispetto, e che nel dono di sé non si perde nulla, anzi, si guadagna una forma più alta di esistenza.

Uscendo dalla chiesa, il sole di Brancion accarezzava le facciate di pietra, e il silenzio era tornato, ma non più denso, non più trattenuto: era diventato leggero, vivo.

Il tempo non era fermo, no: si era mosso, dolcemente, portando via con sé una cerimonia, e lasciando in cambio una lezione incisa non sulla pietra, ma nelle pieghe dell’anima.

Essere una persona perbene non è un epitaffio da incidere alla fine, è un verbo, da coniugare ogni mattina.

È scegliere di cambiare l’acqua ai fiori non solo nel proprio giardino, ma in ogni angolo di vita che attraversiamo. È sapere che un giorno, forse, di noi resterà solo un sorriso impresso in una foto sbiadita, una voce che ha saputo ascoltare, una mano che non ha mai chiesto indietro niente.

E che quel sorriso, quella voce, quella mano, saranno abbastanza, sì… abbastanza per dire: era una persona perbene!

E non c’è eredità più preziosa..

Lavori ben fatti: ora manca solo qualche piccolo foro…


Va riconosciuto: finalmente quel tratto di strada, a lungo invaso da arbusti che si allungavano fin dentro le carreggiate, è stato messo in sicurezza.

L’intervento di scerbamento, insieme alla pulizia e alla manutenzione della segnaletica e dell’illuminazione, era atteso da tempo, e va dato atto all’amministrazione comunale di averlo portato a compimento con cura.

Tuttavia, resta un nodo irrisolto, non tanto nei lavori in sé, quanto nella loro comunicazione. Il calendario ufficiale indicava la conclusione dei cantieri entro mercoledì 29 ottobre, senza alcun accenno a possibili proroghe.

Non ho trovato, né sul sito istituzionale né sui canali informativi locali, alcuna notizia che segnalasse il proseguimento dei lavori anche nella giornata del 30. Così, l’altro ieri, mi sono ritrovato a imboccare l’Asse Attrezzato convinto che fosse tutto regolare, per poi dover deviare all’improvviso verso Librino, costretto a un giro tortuoso lungo la strada nazionale fino all’imbocco dell’autostrada.

Per fortuna, l’indomani — il 31 ottobre — il raccordo era stato riaperto. Ma, come accade da anni (e non so più quante volte ne ho scritto su questo blog), all’ingresso dell’Asse Attrezzato da Corso Indipendenza si è di nuovo formato quel fiume d’acqua che tutti conosciamo.

Basta guardare la foto pubblicata in alto per rendersene conto: l’acqua si accumula su entrambe le corsie, sia per chi proviene dalla città sia per chi arriva dall’autostrada A19, creando pericoli non solo per le auto, ma soprattutto per chi percorre quel tratto in moto o in scooter.

Si tratta di un problema elementare, risolvibile in mezza giornata. Stiamo parlando di un viadotto: basterebbe praticare piccoli fori laterali con una carotatrice, in modo da permettere all’acqua piovana di defluire oltre i parapetti che oggi la intrappolano. Se necessario, si potrebbero aggiungere semplici grondaie nella parte inferiore del ponte per convogliare il deflusso senza danneggiare le aree sottostanti. Non stiamo parlando di un’opera faraonica, né costosa: è manutenzione ordinaria, quella che dovrebbe essere prevista di routine.

Ecco perché mi rivolgo ora all’amministrazione con una richiesta precisa: dopo aver eseguito in modo impeccabile i lavori di cui sopra, si proceda anche con questo piccolo, ma cruciale intervento.

Lo chiedo non solo come cittadino, ma come chi attraversa quotidianamente quel tratto per recarsi al lavoro. E vi chiedo altresì di perdonare questa ulteriore nota: da qualche giorno ho installato una “dash cam” sul cruscotto della mia auto.

Se la situazione non dovesse cambiare, non mi resterà, ahimè, che documentare, giorno dopo giorno, ciò che accade ogni volta che cade anche solo una pioggia leggera.

Preferirei di gran lunga dedicare questo spazio alle bellezze della mia città: alle luci del mare e del vulcano, ai suoi silenzi, alla sua cucina, alle sue storie ormai dimenticate.

Ma finché la negligenza trasformerà un viadotto in un guado, temo che il mio blog dovrà diventare, mio malgrado, un archivio di ciò che non funziona.

Spero quindi che qualcuno, dopo aver letto queste righe, decida di accontentarmi. Non per spirito polemico, ma per senso di cura – verso la mia città, che è anche la loro, verso chi la abita, e soprattutto verso il tempo di ciascuno di noi.

Cosa aggiungere, se non… grazie.

Sanremo: il premio della critica a Simone Cristicchi con "Quando sarai piccola", mentre a vincere il Festival è…

Che bel testo! 
Simone Cristicchi ha una capacità straordinaria di toccare le corde più profonde dell’anima con parole semplici ma cariche di significato. 
La sua canzone, dedicata alle madre e alla sua malattia, è un inno all’amore, alla cura e alla memoria, temi universali che risuonano in chiunque abbia vissuto o stia vivendo un’esperienza simile. 
La delicatezza con cui affronta il tema del tempo che passa, della memoria che sfuma e dell’amore che resiste è davvero commovente.
Ora, passando ai possibili finalisti di Sanremo 2025, è interessante notare come il sottoscritto abbia analizzato ogni artista con un occhio critico, ma rispettoso, ed alla fine dopo non poche riflessioni, ho pensato che gli artisti che seguono potrebbero far parte dei vicitori:
Simone Cristicchi: La sua canzone è bellissima ma potrebbe non vincere. Spesso a Sanremo non è solo la qualità della canzone a determinare la vittoria, ma anche l’interpretazione, il carisma dell’artista e il momento giusto. Se cantata da un interprete più “tradizionalmente” potente come Ranieri o Jovanotti, avrebbe forse avuto un impatto diverso, ma Cristicchi ha il merito di essere autentico e sincero, e questo è un valore aggiunto.
Giorgia: Lei è una forza della natura, una delle voci più potenti e riconoscibili della musica italiana. Forse la canzone è un po’ troppo ripetitiva ed assomiglia – forse mi sbaglio – ad una nota canzone del grande Lucio Dalla; questo potrebbe rappresentare un limite, ma la sua classe e il suo carisma dovrebbero comunque portarla lontano. Arisa sarebbe stata un’ottima rivale, ma purtroppo non è in gara quest’anno…
Achille Lauro: Finalmente ha colto bene il suo percorso di crescita artistica. Dopo anni di provocazioni e sperimentazioni, sembra aver trovato un equilibrio, tra stile e sostanza. La sua eleganza e la maturità artistica potrebbero finalmente premiarlo, anche se il testo, avrebbe avuto bisogno di un ritocco in più.
Fedez: Il suo seguito tra i giovani è indiscutibile, e il televoto potrebbe favorirlo. Tuttavia, di presenza la canzone perde qualcosa, mentre viceversa ascoltata su “youtube” migliora molto, forse anche grazie all’uso di autotune e di alcuni effetti speciali che dal vivo non si percepiscono; ciò purtroppo limita e quindi distoglie l’attenzione dalle belle parole della canzone. Fedez ha il potenziale per vincere, ma deve convincere anche il pubblico più tradizionale.
Lucio Corsi: La sua canzone tocca un tema importante e delicato, e il coraggio di affrontarlo con sincerità è ammirevole. 
Permettetemi di aprire una parentesi: la canzone e le parole sono toccanti e affrontano un grave problema tra i giovani; riprendono il comportamento meschino compiuto da taluni soggetti che si ritengono dei “leader” solo perché un gruppo di menomati, uniti sotto il nome di “branco”, si fanno forti quando sono insieme, viceversa, presi ciascuno da soli, si dimostrano dei codardi, evidenziando gravi problemi familiari e soprattutto personali.
Difatti, è solo attraverso la prevaricazione nei confronti dei propri coetanei o di soggetti fragili, che questi  riescono a manifestare tutta la loro violenza fisica e verbale, che sappiamo bene viene caratterizzata con abituali molestie e aggressività di tipo minaccioso.
Corsi in questa sua canzone ha il coraggio di metterci la faccia e soprattutto la propria debolezza, senza nasconderla, esprimendo anche quel desiderio represso di “esser un duro“. La musica è leggera e segue senza pretese una perfetta linearità, proseguendo: come un gioco da ragazzi…
Vincere… non credo sarà facile, ma potrebbe essere certamente una sorpresa inaspettata e direi anche meritata!!!
Comunque, anche se potrebbe non vincere, il suo messaggio lascia un segno profondo, e questo è già una vittoria in sé.
In definitiva, Sanremo è sempre una sorpresa, e spesso la canzone che vince non è necessariamente la più bella, ma quella che riesce a catturare l’attenzione del pubblico e della giuria in quel preciso momento. Chissà, forse quest’anno ci potrebbe anche essere una sorpresa inaspettata…
E allora, nel riportare di seguito le bellissime parole del testo della poesia di Cristicchi, penso che alla fine uno degli artisti citati sopra potrebbe essere il nome del vincitore del Festival di Sanremo 2025.

Quando sarai piccola ti aiuterò a capire chi sei,

ti starò vicino come non ho fatto mai.

Rallenteremo il passo se camminerò veloce,

parlerò al posto tuo se ti si ferma la voce.

Giocheremo a ricordare quanti figli hai,

che sei nata il 20 marzo del ’46.

Se ti chiederai il perché di quell’anello al dito

ti dirò di mio padre ovvero tuo marito.

Ti insegnerò a stare in piedi da sola, a ritrovare la strada di casa.

Ti ripeterò il mio nome mille volte perché tanto te lo scorderai.

Eeee… è ancora un altro giorno insieme a te,

per restituirti tutto quell’amore che mi hai dato

e sorridere del tempo che non sembra mai passato.

Quando sarai piccola mi insegnerai davvero chi sono

a capire che tuo figlio è diventato un uomo.

Quando ti prenderò in braccio

e sembrerai leggera come una bambina sopra un’altalena.

Preparerò da mangiare per cena, io che so fare il caffè a malapena.

Ti ripeterò il tuo nome mille volte fino a quando lo ricorderai.

Rip. ritornello

per restituirti tutto, tutto il bene che mi hai dato.

E sconfiggere anche il tempo che per noi non è passato.

Ci sono cose che non puoi cancellare,

ci sono abbracci che non devi sprecare.

Ci sono sguardi pieni di silenzio

che non sai descrivere con le parole.

C’è quella rabbia di vederti cambiare

e la fatica di doverlo accettare.

Ci sono pagine di vita, pezzi di memoria

che non so dimenticare.

Rip. ritornello

per restituirti tutta questa vita che mi hai dato

e sorridere del tempo e di come ci ha cambiato.

Quando sarai piccola ti stringerò talmente forte

che non avrai paura nemmeno della morte

Tu mi darai la tua mano,

io un bacio sulla fronte

Adesso è tardi, fai la brava

buonanotte.

COVID19 – 2

Mentre in Italia si discute sui nuovi provvedimenti da prendere per contrastare il rischio di pandemia… ecco svilupparsi una nuova infezione da Covid19, l’hanno definita “tipo 2”, in quanto rappresenta una nuova evoluzione del “coronavirus” in polmonite coronarica…

Colpisce principalmente come la polmonite ma i dati clinici ed i test di laboratorio, hanno valutato che i pazienti con questo tipo d’infezione sono a rischio cardiaco… 

L’età media è di circa 47 anni ± 13, e l’indice di massa corporea medio è 25,09 ± 3,44 kg/m2.

Molti di quelli che sono stati colpiti avevano già malattie di base, alcuni di essi erano lievi, la maggior parte soffrivano di patologie ordinarie mentre il 7% era grave… 

I casi comunque si manifestano sempre attraverso la febbre, principalmente moderata, ma con l’aggravarsi della patologia questa inizia ad aumentare, cui seguono tosse, affaticamento, indolenzimento muscolare e cefalee… 

Si sta provando in tutti i modi a trovare una cura, ma ad oggi nessuno è stato in grado al mondo di trovare la cura, ed allora non ci resta che prendere tutte le precauzioni possibili, evitando soprattutto luoghi al chiuso e assembramenti…

Speriamo in bene…