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Religioni? Principi? Fedeli? L’eterno inganno: come le religioni hanno costruito speranze su fondamenta di sabbia!


È da anni che mi sono appassionato a studiare le religioni. Già… le osservo come si osserva un edificio antico, provando a capire con quali mattoni è stato costruito e quali sistemi riescono a tenere in piedi le sue volte.

Premetto che non lo faccio per giudicare, criticare e ancor meno per essere di parte. Difatti, non ho una religione nel cuore da difendere, né una da attaccare, come d’altronde non credo che una valga più dell’altra, ma ciò che vorrei far comprendere in maniera chiara è quali meccanismi e quali precetti – calati dall’alto come fossero una rivelazione – siano finiti per modellare così profondamente la vita terrena di milioni di persone. 

Ed allora, ho deciso – ancora una volta – di riprendere l’argomento, elencando, quasi fosse un inventario, gli obblighi e le ricompense che ciascuna fede pone e promette ai suoi fedeli.

Iniziamo con l’Islam. Ho avuto modo di comprendere, grazie ad alcuni amici musulmani praticanti, quel loro modo di seguire il percorso di vita in maniera precisa, sì… scandito da taluni obblighi. Ad esempio, deve pregare cinque volte al giorno rivolto verso la Mecca, un gesto che orienta non solo lo spirito ma anche il corpo e il tempo quotidiano. Deve digiunare durante il mese di Ramadan dall’alba al tramonto, facendo esperienza della fame e della sete per comprendere la privazione e purificarsi. Deve astenersi dai rapporti sessuali al di fuori del matrimonio, e in molte interpretazioni osservare regole precise anche all’interno della vita coniugale. Non deve rubare, non deve uccidere, non deve mentire, e deve astenersi dal consumo di alcol e carne di maiale. Deve inoltre praticare l’elemosina legale, la zakat, che è un obbligo preciso, una percentuale dei propri beni da destinare ai poveri. Deve, se ne ha la possibilità fisica ed economica, compiere almeno una volta nella vita il pellegrinaggio alla Mecca. E poi c’è la promessa: vivere secondo queste regole non è solo un modo per guadagnarsi il favore divino in terra, ma apre le porte di un aldilà descritto con straordinaria ricchezza di particolari. Il paradiso coranico è un luogo di giardini e ruscelli, dove i giusti godranno di ogni delizia. E per il martire, per colui che cade combattendo per la fede, la ricompensa è ancora più alta: settantadue vergini lo attendono! Un’immagine quest’ultima che ha affascinato e turbato generazioni di credenti e non solo.

Ed ora passiamo al cristianesimo. Qui l’architettura dottrinale è altrettanto complessa e affonda le radici nel mistero della Trinità: Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo, tre persone distinte ma un’unica sostanza. Il cristiano si fonda sui Vangeli, quei quattro racconti che narrano la vita, la morte e la resurrezione di Gesù, il Cristo (gli altri, sono stati considerati “apocrifi” e non sono stati inclusi nel canone ufficiale del Nuovo Testamento, forse perché mettevano in discussione quei principi…). I suoi fedeli venerano Maria come madre di Dio, figura di intercessione e di purezza assoluta. I precetti di vita sono quelli tramandati dai Dieci Comandamenti e dal messaggio evangelico: amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stessi. Non uccidere, non commettere atti impuri, non rubare, non dire falsa testimonianza, onorare il padre e la madre. Ma anche, in molte confessioni, osservare i sacramenti, confessare i propri peccati, partecipare alla messa domenicale, accostarsi all’eucaristia. La vita del buon cristiano è una via che conosce prove e cadute, ma anche la possibilità del pentimento. E poi vi è la ricompensa o la punizione. Oltre la morte, si spalanca il trinomio di possibilità: il Paradiso per i giusti e i pentiti, la beatitudine eterna nella visione di Dio. Il Purgatorio per quelle anime che, morte in grazia di Dio, necessitano ancora di una purificazione prima di accedere alla gioia perfetta. E l’Inferno per i dannati, per coloro che hanno rifiutato consapevolmente l’amore divino, condannandosi a una sofferenza eterna.

Vediamo ora l’ebraismo, che potremmo definire la radice da cui nascono le altre due. Ha un’impostazione in parte diversa, più incentrata sul popolo e sull’alleanza che sul singolo individuo. Il fedele osserva la “Torah”, la legge rivelata, che comprende precetti numerosissimi, come il riposo assoluto durante lo Shabbat, dal venerdì sera al sabato sera. Segue le regole alimentari della kasherut, che distinguono gli animali puri da quelli impuri e vietano di mescolare carne e latte. Pratica la circoncisione come segno dell’alleanza con Dio. La vita è scandita da feste che ricordano la storia della salvezza del popolo ebraico, come la Pasqua, che celebra l’uscita dall’Egitto. La ricompensa, nell’ebraismo, è spesso terrena e collettiva: la venuta del Messia, la pace per Israele, la giustizia nel mondo. Quanto all’aldilà, le visioni sono meno definite e variegate, con l’idea di uno “Sheol”, un luogo ombroso dove i morti attendono, e in alcune correnti, la speranza nella resurrezione dei corpi alla fine dei tempi.

Se poi ci spostiamo verso Oriente, l’induismo offre ad esempio un panorama totalmente complesso e stratificato. Il fedele induista vive secondo il proprio “dharma“, il dovere specifico legato alla casta di appartenenza e alla fase della vita. I precetti variano enormemente, ma includono la purezza rituale, il rispetto per tutte le forme di vita, che si traduce spesso nell’esser vegetariani e nella venerazione di migliaia di divinità, con pratiche che vanno dalla semplice preghiera domestica, ai complessi rituali templari. Il cuore della promessa induista è il ciclo delle reincarnazioni, il “samsara”. Ogni azione, ogni pensiero, ogni parola produce un karma, un frutto che determinerà la qualità della prossima vita. Si può rinascere in una casta superiore o inferiore, o addirittura come animale o insetto. La meta ultima, il moksha, è la liberazione da questo ciclo, l’uscita dalla ruota delle rinascite, il ricongiungersi con l’assoluto, il “Brahman“.

E poi ci sono le tante ramificazioni, le tante interpretazioni che hanno dato vita a confessioni diverse. I Protestanti, nati dalla riforma di Lutero, che rifiutano l’autorità del Papa, riducono i sacramenti a due, battesimo ed eucaristia, e pongono la sacra scrittura come unica fonte di autorità, sostenendo la dottrina della giustificazione per sola fede. La salvezza non si guadagna con le opere, ma è un dono gratuito di Dio, accolto appunto attraverso la fede.

I Calvinisti, che dalla Riforma protestante ereditano molto ma aggiungono un tassello teologico tra i più radicali e affascinanti da analizzare. Anche loro, come i luterani, riconoscono la Scrittura come unica regola di fede e rifiutano gran parte dei sacramenti, conservando solo battesimo e cena eucaristica, quest’ultima intesa però in senso puramente simbolico, senza alcuna presenza reale di Cristo. Ma il cuore della loro dottrina, ciò che rende il calvinismo un unico nel panorama delle fedi cristiane, è la doppia predestinazione. Secondo questa visione, Dio, nella sua assoluta sovranità e onnipotenza, ha stabilito dall’eternità chi sarà salvato e chi sarà dannato. Gli eletti, coloro che sono destinati alla gloria eterna, non lo sono per merito, per le opere compiute o per la fede professata, ma per un decreto divino insondabile, precedente a qualsiasi azione umana. Il fedele calvinista vive quindi sulla terra senza la certezza della propria sorte, ma cerca nel successo terreno, nella prosperità del lavoro, nella disciplina e nella condotta morale irreprensibile un segno, un indizio della propria elezione: Il lavoro diventa vocazione, l’impegno civile un dovere, la sobrietà uno stile di vita. Ecco che allora, paradossalmente, una dottrina che sembrerebbe togliere ogni spazio alla libertà umana diventa il motore di un’etica operosa e disciplinata, la ricompensa quindi non si guadagna, ma la si riconosce nei frutti terreni della propria esistenza, in attesa del giudizio eterno già scritto.

Passiamo quindi ai Testimoni di Geova, che non amano definirsi una confessione cristiana ma piuttosto un ritorno al cristianesimo delle origini, rifiutano la Trinità, non festeggiano compleanni e natale perché li ritengono di origine pagana, rifiutano le trasfusioni di sangue basandosi su un’interpretazione letterale di alcuni passi biblici, e non prestano servizio militare. La loro speranza è vivere per sempre su una terra paradisiaca, ricreata dopo la battaglia di Armageddon, e non in cielo, dove andranno solo un numero limitato di eletti, i 144.000!

I Mormoni, o Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, aggiungono ai testi biblici il “Libro di Mormon”, che racconterebbe la visita di Gesù alle Americhe dopo la resurrezione. Praticano il battesimo dei morti, offrendo la salvezza anche agli antenati, e in alcuni periodi storici hanno praticato la poligamia. Credono in una vita eterna che è una progressione continua, dove gli uomini più giusti possono diventare a loro volta dèi e governare su propri mondi.

E potrei continuare con i buddhisti, che pure non parlano di un dio creatore, ma di un percorso di illuminazione e di distacco dalla sofferenza attraverso l’ottuplice sentiero, con la meta finale del nirvana, l’estinzione del desiderio e quindi del ciclo delle rinascite. Oppure con gli scintoisti giapponesi, che rappresentano un caso a sé nel panorama delle fedi mondiali. Lo shintoismo è la via dei kami, gli dèi-spiriti che abitano ogni cosa: non un dio unico e lontano, ma una miriade di presenze che risiedono negli alberi secolari, nelle montagne, nei fiumi, nelle rocce, persino negli oggetti e negli antenati illustri divinizzati dopo la morte. Il fedele scintoista non segue un libro sacro né un codice morale scritto, perché la virtù si presume naturale nel popolo giapponese. Ciò che conta è la purezza, intesa come assenza di contaminazione, da ottenere attraverso riti di purificazione con acqua o con rami di sakaki agitati dai sacerdoti. I precetti non sono comandi da osservare, ma uno stato da mantenere: evitare ciò che sporca, ciò che offende i kami. Le feste, i matsuri, scandiscono l’anno agricolo e servono a ringraziare per il raccolto, a invocare la fertilità, a mantenere l’armonia tra il mondo umano e quello divino. Quanto all’aldilà, lo shintoismo non promette paradisi né inferni, non minaccia pene eterne né ricompense ultraterrene. I morti dimorano nella terra di Yomi, un luogo ombroso e indefinito separato dal mondo dei vivi da un basso colle. La vera ricompensa è qui, sulla terra: la protezione dei kami, la fertilità dei campi, la serenità della comunità. Un meccanismo questo che funziona al contrario delle religioni abramitiche: non si obbedisce per guadagnarsi l’aldilà, ma si celebrano i riti per preservare l’equilibrio del mondo in cui già si vive.

E poi ci sono i sikh, che dal crogiolo indiano emergono con una fede giovane e decisa, nata cinquecento anni fa dall’insegnamento di dieci guru. Per loro Dio è uno, senza forma, e si raggiunge attraverso la meditazione e il servizio disinteressato. Il fedele porta con sé i cinque simboli distintivi, i cosiddetti cinque K: i capelli lunghi mai tagliati, raccolti sotto il turbante; il pettine di legno; il bracciale d’acciaio; il pugnale cerimoniale; e i pantaloni particolari, segno di prontezza a difendere i deboli . Il loro tempio, il “gurdwara”, è aperto a tutti senza distinzione di casta o credo, e lì si consuma insieme il pasto sacro, il “langar”, preparato e offerto dai fedeli stessi in segno di uguaglianza. La ricompensa è la fusione dell’anima con Dio, come una goccia che torna all’oceano, dopo aver vissuto una vita onesta e laboriosa.

Andando per concludere troviamo i giainisti, questi, portano all’estremo il principio della non violenza, l’ahimsa, al punto che i monaci più austeri camminano scoprendo il terreno davanti a sé con una scopa per evitare di schiacciare insetti, portano una mascherina per non uccidere microscopiche forme di vita nell’aria e bevono acqua filtrata. La loro dottrina insegna che ogni anima, ogni “jiva“, è potenzialmente divina e imprigionata nel ciclo delle rinascite a causa del karma, inteso qui come una sostanza sottile che aderisce all’anima per le azioni compiute. Liberarsene richiede un’ascesi estrema, un digiuno progressivo fino alla morte che alcuni monaci scelgono come atto supremo di distacco. La meta, il “moksha”, è la liberazione definitiva, la beatitudine eterna nella conoscenza perfetta, raggiunta solo da quelle anime che hanno spento ogni desiderio e ogni violenza.

Ed infine vi sono le religioni animistiche africane, quelle che i manuali chiamano spesso religioni tradizionali, come se il termine racchiudesse in sé qualcosa di primitivo o di superato. In realtà, sono sistemi complessi e profondi, dove il confine tra visibile e invisibile è labile, dove gli spiriti abitano gli alberi, gli animali, i luoghi sacri, e gli antenati non sono morti davvero ma vegliano sui discendenti da una dimensione parallela. Non c’è un dio unico e lontano, ma un dio creatore, spesso distaccato, e poi una miriade di divinità minori, di spiriti della natura, di forze con cui l’uomo deve imparare a convivere. I precetti sono tramandati oralmente, custoditi dagli anziani e dagli sciamani, e riguardano il rispetto per gli antenati, l’equilibrio con la natura, la purezza rituale da mantenere. Le offerte, i sacrifici, le danze non servono a guadagnarsi un paradiso futuro, ma a mantenere l’armonia qui e ora, a placare gli spiriti irati, a chiedere pioggia o fertilità. La ricompensa è immediata, concreta: la salute, il raccolto, la protezione della comunità. L’aldilà è un prolungamento sfumato della vita terrena, un mondo degli spiriti dove si continua a esistere, magari con meno peso, ma sempre in relazione con i vivi.

Quanto sopra, vuol far comprendere come, tra fedi e precetti, emerga la straordinaria varietà di risposte che l’umanità ha saputo darsi alle stesse domande e, allo stesso tempo, la sorprendente uniformità della struttura: da un lato un codice di comportamento, un insieme di regole da seguire quaggiù, dall’altro la promessa di una ricompensa, o la minaccia di una punizione, in un aldilà.

Nello scrivere questo post pensavo dentro me che, se ci fosse un extraterrestre a osservarci, direbbe di noi: una vera e propria architettura di bisogni e speranze quella degli umani, che, visti da fuori, rivelano tutta la loro terrena e misera umanità.

Sì… forse soltanto un definitivo contatto con quegli esseri, con qualcosa di così radicalmente diverso da noi e dalle nostre costruzioni mentali, potrà finalmente portare alla fine di tutte queste religioni. Sì… chissà se basterà la prova vivente di un’altra intelligenza, di un’altra forma di vita cosciente, per frantumare il millenario specchio in cui ci siamo guardati credendo di vedere il riflesso di un dio o chissà, se viceversa – e questa è l’ipotesi più amara – anche di fronte all’evidenza più lampante, l’essere umano troverebbe il modo di riplasmare la propria fede, integrando gli alieni nel proprio disegno divino. 

Sì… magari come angeli, come demoni, o come nuove anime da convertire, perché l’illusione, quando è così radicata, non muore davvero, si adatta, si trasforma, e continua a vivere.

Perché in fondo, la mia specie è fatta così: ha troppo bisogno di credere in qualcosa, anche a costo di credere in niente!

Roberto (Benigni), il tuo monologo su Pietro è meraviglioso, ma la storia di quell’uomo racconta tutt’altro – Prima parte


Dopo la presentazione su Rai 1 del monologo di Roberto Benigni sul discepolo di Gesù, Pietro, ho letto nel web un post di Vatican News che riprendeva quell’assolo e lo intitolava “Quella forza che nasce dalla fragilità, Benigni racconta San Pietro”, ed allora ho deciso che fosse “giusto” (sì… un parola che trova proprio in questo contesto la sua perfetta collocazione…) bilanciare, sì…quanto da entrambi riportato. 

Sì… perché anch’io, come molti di voi, ho ascoltato con attenzione quel monologo durato circa due ore – opera del grande attore, regista, sceneggiatore e cantautore che tutti conosciamo – ma debbo dire che quanto ho udito mi è sembrato più un racconto fantasioso – certo bello – avvincente, a volte commovente, ma non un terreno su cui fermarsi a riflettere, bensì uno specchio in cui riconoscersi senza dover mai mettersi in discussione.

Già – caro Roberto – ciò che hai detto va bene ai bambini, e va bene anche a tuuti quei fedeli che vogliono credere tenendo però gli occhi chiusi, senza mai mettere in discussione nulla, accettando – quasi fossero seguaci di una verità che non ammette domande – tutto ciò che viene loro insegnato: già… mai a chiedersi se quegli insegnamenti siano radicati nella storia o costruiti per consolare.

Non chiedono a se stessi se quelle parole ascoltate con devozione, a volte persino studiate in modo approfondito, servano davvero a discernere il giusto dall’ingiusto o – come solitamente accade – solo a confermare ciò che già si vuole sentire. Già… l’importante è riceverle – e basta– come se a parlare loro fosse il divino in persona.

Per cui, quanto andrò ora a scrivere non è per tutti, in particolare non per chi ha da sempre chiuso il proprio cuore e cammina come un cavallo con i paraocchi, sì… perché la strada non l’ha scelta lui: l’ha decisa il fantino!

Ed allora, consentimi di far conoscere chi era realmente – quantomeno storicamente – quel Pietro da te tanto decantato con amorevole passione e scusami se nel mio post, mi rivolgerò a te senza darti del lei, ma su questo punto, sono certo che apprezzerai il mio esser spontaneo.   

Innanzitutto desidero precisare che nel tuo monologo ti stessi riferendo a quel soggetto chiamato “Simone”, detto Kefà, in aramaico: “roccia”, (tradotto in greco Petros). Ed allora iniziamo a vedere chi era questo umile pescatore, originario di Betsaida (Galilea); certamente era un analfabeta o quantomeno con una bassissima scolarizzazione: basti leggersi il passaggio – Atti 4,13 – dove viene descritto come “agrammatos kai idiotēs” –  e cioè “senza lettere e privo di formazione”.

Ed allora continuando, vediamo cosa sappiamo di lui (quantomeno) con certezza: dovrebbe esser stato uno dei primi seguaci di Gesù ed è anche presente in molti episodi riportati come la trasfigurazione, Getsemani, rinnegamento (quest’ultimo come sappiamo presente in tutti e quattro i vangeli canonici).

Sappiamo inoltre che dopo la morte del profeta Gesù, egli è tra i protagonisti del movimento post-pasquale: appare per primo – o quantomeno tra i primi –  a Gesù risorto (vedasi Cor 15,5; Lc 24,34), inoltre, predica la Pentecoste (Atti 2), ma sappiamo bene come questa rappresentazione sia una narrazione teologica molto tardiva.

Certo svolge un ruolo di rilievo tra i dodici apostoli, ma quel numero “Dodici” rappresenta un gruppo simbolico, non un organo stabile, difatti, dopo la morte di Giuda, Mattia viene “sorteggiato” e quindi scelto, ma stranamente non compare più…

Passiamo allora a tutta una serie di frasi riportate nei cosiddetti vangeli sinottici, in particolare quella in cui Gesù chiama Simone Pietro e gli dice: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa” (Mt 16,18). 

Ma questo testo compare solo in Matteo- ed è in greco- segno che non risale alla tradizione aramaica di Gesù- ma a una redazione posteriore- forse ad Antiochia, attorno agli anni 80-90 d.C. – in una comunità attraversata da tensioni interne – alla ricerca non di un’identità “unica”, ma di un’autorità riconosciuta da tutti, proprio mentre giudeo-cristiani ed ellenisti stavano prendendo strade diverse.

Se prendiamo ad esempio quello di Marco (il più antico), lì… non vi è riportato nulla!

Ed ancora, permettimi di aggiungere come Luca e Giovanni non lo riportano in quella forma; si comprende quindi come quell’episodio sembra rispondere più a una situazione successiva e non ai giorni di Gesù. Vi è in quella frase – creata appositamente – la ricerca di legittimazione gerarchica, soprattutto in un periodo nel quale emergevano forti tensioni tra giudeo-cristiani ed ellenisti.

Per cui, la frase “tu sei Pietro…” probabilmente non possiede nulla di storico, nel senso di “pronunciato da Gesù in quel momento”, ma riflette una volontà di sviluppò teologico che voleva porre Pietro in un ruolo di leader che non gli spettava e che, come sappiamo, fu assegnato a Giacomo detto “il Giusto”.

Ed allora, mettiamo per un momento da parte questa figura di Pietro e andiamo ad analizzare la figura di Giacomo (Ya‘aqov), fratello di Gesù (Mc 6,3; Gal 1,19), che emerge con chiarezza già nei primi decenni, e in modo assai più concreto rispetto (a questo tuo e non solo tuo…) “Pietro”. 

Paolo lo chiama “Giacomo, il fratello del Signore” (Gal 1,19), e dice di averlo incontrato a Gerusalemme e difatti, in Galati 2,9, si legge: e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi.

Scusami Roberto, hai letto? I “pilastri” della chiesa di Gerusalemme sono “Giacomo, Cefa (Pietro) e Giovanni”, ma è Giacomo ad essere nominato per primo.

Ma non solo, nello stesso capitolo, Paolo riferisce di un disaccordo ad Antiochia tra Giacomo e Pietro (Gal 2,11–14): 11 Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto. 12 Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. 13 E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. 14 Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?

Si comprende da questo passo come Pietro si ritiri dalla mensa comune con i pagani per timore “di quelli che venivano da Giacomo”, un segno tangibile di come fosse Giacomo ad avere l’autorità, riconosciuta anche fuori Gerusalemme.

Andiamo avanti, prendiamo ora gli Atti degli apostoli al passaggio 15 (concilio di Gerusalemme) è ancora Giacomo a pronunciare la decisione finale (At 15,13–21) e non Pietro, quest’ultimo parla solo per primo: “Fratelli- voi sapete che già da molto tempo Dio ha fatto una scelta fra voi- perché i pagani ascoltassero per bocca mia la parola del vangelo” (At 15,7), ma quando tutti finiscono di parlare, è Giacomo a concludere: Fratelli- ascoltatemi- Simone ha riferito come fin da principio Dio ha voluto scegliere tra i pagani un popolo per consacrarlo al suo nome” (At 15,13–14). Il ruolo decisivo è suo!

Ecco perché mi dispiace contraddirti quando dici: “Voi potete prendere qualunque libro al mondo, ma quando si arriva al Vangelo non c’è discussione”. No… perdonami ma non sono d’accordo, viceversa ritengo ci sia molto da discutere ed allora per farlo continuo ad argomentare quanto tu hai “abilmente” sospeso…

Prendiamo ad esempio un bellissimo libro di Giuseppe Flavio – https://www.homolaicus.com/religioni/fonti/antichita-giudaiche.pdf – Antichità giudaiche XX,200“Poiché Anano – sommo sacerdote – riteneva di avere ora l’occasione propizia, convocò il sinedrio e vi fece comparire il fratello di Gesù –detto Cristo– di nome Giacomo e alcuni altri, e li fece lapidare.” Siamo nel 62 d.C. e Giacomo – non Pietro – viene ucciso come leader riconosciuto della comunità giudeo-cristiana.

La conclusione storica è evidente a chiunque – in particolare a chi vuole avere un cuore aperto – e cioè che, tra il 30 e il 62 d.C., Giacomo è il vero centro di gravità della chiesa madre di Gerusalemme, mentre Pietro ha un ruolo certamente itinerante e carismatico, ma non stabile, né direttivo nel senso istituzionale.

Ed allora viene spontaneo chiedersi: perché Pietro storicamente “sopravvive” e Giacomo scompare dalla memoria popolare?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo innanzitutto far riferimento ad alcune circostanze: 

-la distruzione di Gerusalemme (70 d.C.) – la chiesa madre viene dispersa e la successiva centralità va prima ad Antiochia e poi a Roma, dove la tradizione petrina si radica presto (fine I sec.: Clemente romano chiama Pietro “esempio di sopportazione”, 1 Clem 5,4–7).

– Giacomo è strettamente legato al giudaismo: osservante della Torah, asceta, “giusto”, ma è dopo il 70, che la separazione tra ebraismo e cristianesimo inizia ad accentuarsi e quindi quella sua figura non si adatta facilmente a una chiesa sempre più ellenistica e soprattutto pagana.

– Pietro diventa “universale”: quel pescatore impulsivo, fallibile (rinnegamento), poi convertito, rappresenta un personaggio più “umano” e narrativamente efficace, difatti è proprio ciò che hai realizzato tu, in maniera sublime, esaltando la sua virtù umana: è diventato anche il mio migliore amico, perché me ne sono innamorato! (…) Come parla, come si muove, come reagisce, come guarda, come cammina, come pesca E quante ne combina! Oh, Signore! All’inizio non ne fa una giusta. Non capisce, sbaglia, inciampa, ci ripensa, (…) è proprio uguale a noi, ripeto: il più vicino a noi, e nello stesso tempo il più vicino a Gesù. 

La vicenda umana del pescatore di Galilea – raccontata da te – è perfetta:  svela «cosa può fare un uomo per Dio e cosa può fare Dio di un uomo». E difatti, la sua morte a Roma (probabile sotto Nerone, ca. 64–67) lo lega indissolubilmente alla nuova Chiesa di Roma, destinata a un ruolo sempre più crescente.

Ed allora concludendo, ma soprattutto basando le mie riflessioni su fatti concreti (ho eliminato qualsivoglia fantasia), non vi è alcuna prova storica che Gesù abbia istituito Pietro come “capo” della futura chiesa, come peraltro il ruolo di Pietro se pur reale, non fu mai gerarchico nel senso moderno. Viceversa fu Giacomo “il Giusto“, ad esser stato nominato leader della prima comunità cristiana, con un’autorità riconosciuta anche da Paolo e dallo stesso Pietro stesso.

Ecco perché quanto emerso dalla storia sta in netto contrasto con il racconto del tuo monologo – e ancor più con la tradizione consolidata della Chiesa – in particolare con quella “primazia” di Pietro che non ha fondamento nei primi decenni dopo Gesù, ma si forma lentamente, tra l’80 e il II secolo, già… come risposta a bisogni reali (e non divini…) di unità, riconoscibilità e continuità, in una fede che stava diventando universale – ma rischiava di perdere le radici – e così si decise di costruire un fondamento solido, sì… su una pietra che, storicamente, non era mai stata posta dal profeta di Nazaret.

FINE PRIMA PARTE

Riflessioni e perplessità sulle parole di Papa Francesco.

Forse è tempo che il Papa consideri il ritiro, come già fatto dal suo predecessore Ratzinger, anche se per ragioni diverse, probabilmente legate a circostanze poco chiare accadute durante il suo pontificato.

Già… ho l’impressione che ogni volta che Papa Francesco venga intervistato senza l’ausilio di note preparate, tenda a lasciarsi andare a dichiarazioni che sorprendono o lasciano interdetti molti di noi.

Credo che queste sue affermazioni siano influenzate da una condizione psico-fisica in declino, comune a molti della sua età, che lo porta ad esprimere il proprio pensiero in modo eccessivamente aperto. Questo si manifesta particolarmente in commenti fortemente critici e talvolta troppo schierati.

Un aspetto cruciale è che le sue parole non rappresentano il pensiero di un comune cittadino, bensì quello della massima autorità religiosa cristiana, con una responsabilità verso oltre 2,3 miliardi di fedeli. Ogni dichiarazione dovrebbe essere ponderata con estrema attenzione, per evitare interpretazioni gravi e conseguenze irreversibili.

Un esempio significativo è rappresentato dalle sue recenti dichiarazioni durante un incontro con un accademico iraniano. Sebbene siano state in seguito chiarite come riferite alle politiche del premier israeliano Netanyahu e non agli ebrei o allo Stato di Israele in generale, le sue parole hanno suscitato ampie critiche. Questo ha portato a contestazioni per il modo in cui ha affrontato il tema del massacro a Gaza.

Se è vero che il Papa ha diritto di esprimere il suo pensiero, non può farlo in modo da coinvolgere l’intera comunità cristiana. Criticare apertamente il mondo ebraico, Israele o il premier Netanyahu per presunti comportamenti criminali legati all’alto numero di vittime civili a Gaza è una scelta inopportuna. Non è compito del Papa assumere il ruolo di giudice del Tribunale del diritto internazionale.

Non è la prima volta che Francesco prende posizione sulla guerra tra Israele e Hamas, iniziata dopo il terribile attentato terroristico del 7 ottobre 2023. Le sue dichiarazioni, come l’invito a valutare se quanto accade nella Striscia possa essere definito “genocidio”, hanno scatenato reazioni dure, tra cui quelle dell’ambasciata israeliana presso la Santa Sede. La posizione ufficiale del Vaticano, ribadita dal segretario di Stato cardinale Pietro Parolin, è stata di condanna dell’antisemitismo, ma il dibattito resta acceso.

Poco prima di Natale, il Papa ha sottolineato la crudeltà dei bombardamenti che colpiscono anche i bambini, definendo tali azioni non guerra ma barbarie. Tuttavia, il suo incontro con l’accademico iraniano Abolhassan Navab, presidente dell’Università delle religioni, ha fornito ulteriori spunti polemici. Navab ha elogiato Francesco per il suo coraggio nel difendere il popolo palestinese e il Papa avrebbe risposto ribadendo l’assenza di problemi con il popolo ebraico, ma criticando duramente Netanyahu per il mancato rispetto delle leggi internazionali e soprattutto dei diritti umani.

Queste parole, per quanto possano riflettere un’opinione personale, sono problematiche nel contesto del ruolo che il Papa riveste e il loro peso è amplificato dalla posizione che occupa e dalle implicazioni che ogni sua dichiarazione può avere sulla scena internazionale.

Il post continua…