L’azione quotidiana dei Carabinieri di Paternò per un territorio più sicuro.

Chi mi conosce sa bene quanto io tenga al controllo del territorio e a quanto ritenga fondamentale questa presenza per contrastare fenomeni come la corruzione e il malaffare.

Non è una questione recente, anzi, da tempo ho più volte sottolineato come in alcune regioni del centro Italia si respiri un senso di sicurezza diverso, grazie alla costanza dei controlli da parte delle forze dell’ordine.

In posti come la Toscana o l’Umbria capita spesso di incontrare pattuglie lungo le strade, mentre qui, nella mia isola, sembra che il territorio venga lasciato troppo spesso senza quel minimo di attenzione necessaria per mantenere un certo livello di ordine.

Inizialmente pensavo fosse solo una questione numerica, come se non ci fossero abbastanza uomini disponibili per garantire una reale capillarità sul territorio. Poi però ho cominciato a riflettere su altri fattori, come ad esempio le particolarità del contesto locale, quelle situazioni specifiche che purtroppo favoriscono il proliferare di attività illecite. Frodi, truffe, raggiri: sono tutti tasselli di un mosaico preoccupante che ormai conosciamo bene.

E se è vero che al nord si è sviluppata una sorta di specializzazione nel fare affari sporchi in modo meno appariscente, magari attraverso schemi finanziari poco trasparenti o rapporti opachi tra politica ed economia, al sud restano radicate dinamiche illegali più visibili e violente, come estorsioni, traffico di sostanze stupefacenti, prostituzione e contraffazione.

Ma torniamo al punto principale, perché è chiaro che il problema non sta tanto nel numero degli operatori, quanto nell’utilizzo che se ne fa. Ho sempre avuto l’impressione che nelle nostre zone fosse quasi impossibile trovare una pattuglia in giro, come cercare un ago in un pagliaio. Questa sensazione di abbandono mi ha spinto più volte a denunciare una mancanza di controllo che considero una vera e propria falla nel sistema di sicurezza. L’assenza dello Stato sul territorio non è solo un vuoto operativo, ma diventa terreno fertile per chiunque voglia muoversi indisturbato nell’illegalità.

Ora però qualcosa sembra muoversi e non posso che accogliere con favore l’aumento dei servizi di controllo. Resto comunque convinto che sia ancora poco rispetto alle esigenze reali del nostro territorio. Soprattutto in certi punti strategici, come i traghetti e gli imbarchi dei porti, dove ogni giorno transitano centinaia di persone e mezzi, sarebbe indispensabile una maggiore presenza militare. Un presidio continuo e mirato potrebbe fare davvero la differenza. Basterebbero pochi mesi di azione serrata per ottenere risultati tangibili, non solo in termini di repressione, ma soprattutto di prevenzione. Ogni controllo effettuato, ogni persona identificata, ogni veicolo ispezionato genera informazioni utili, dati che possono rivelarsi decisivi per inchieste in corso o per individuare legami finora nascosti.

Ed è proprio in questa direzione che si è mossa l’operazione dei Carabinieri della Compagnia di Paternò a Motta Sant’Anastasia, coordinata dal Comando Provinciale di Catania. Si è trattato di un’attività intensa e ben organizzata, volta a contrastare la criminalità diffusa attraverso una serie di interventi mirati. Pattugliamenti per le vie principali, controlli su strada, perquisizioni, verifiche nei locali commerciali. I numeri parlano da soli: 118 persone controllate, 49 delle quali con precedenti penali, 55 veicoli ispezionati, diverse sanzioni elevate per infrazioni al codice della strada, tra cui guida senza casco o uso del telefono al volante. Non solo, tra le persone fermate ce n’è stata una trovata in possesso di marijuana, immediatamente segnalata alla Prefettura.

Questo tipo di attività dimostra che quando c’è volontà e organizzazione, i risultati arrivano. E non si tratta solo di arresti o multe, ma di una percezione diversa del controllo, di una vicinanza concreta alle persone oneste che vivono e lavorano in questi luoghi. Il territorio va ripreso, strada dopo strada, quartiere dopo quartiere. Il controllo non è repressione fine a sé stessa, ma deterrenza. È far capire a chi agisce nell’ombra che non può più contare sull’indifferenza o sull’assenza. Ed è proprio questo, per me, il primo passo verso una legalità reale, quella che ancora fatica a radicarsi, ma che finalmente sembra essere diventata una priorità per qualcuno.


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Pier Silvio Berlusconi e il sospiro di Forza Italia.

Le parole di Pier Silvio Berlusconi hanno riaperto un dibattito che sembrava sopito, ma che in realtà covava sotto la cenere di Forza Italia.

Ed allora, mentre presentava i nuovi palinsesti Mediaset, ha parlato con la stessa passione che suo padre, il Cavaliere, riversava nei comizi, mescolando critiche costruttive e ambiguità strategiche…

Bravissimi Tajani, Gasparri, Dalla Chiesa, ma servono leader e volti nuovi”, ha detto, lasciando intendere che “Forza Italia”, senza un ricambio generazionale, rischia di restare intrappolata nel passato.

Ed ecco quindi che a queste parole mi è subito tornato in mente ciò che Oriana Fallaci scriveva nel suo libro “La rabbia e l’orgoglio”: “ Un vero leader deve saper guardare oltre se stesso”, quasi anticipando quello che oggi Pier Silvio sembra voler fare, seppur con prudenza.

Ad esempio, la sua freddezza sullo “ ius scholae” ha scatenato reazioni a catena. “ Non è una priorità”, ha dichiarato, mettendo in difficoltà Tajani e facendo esultare Salvini, che ha subito archiviato la questione come “ partita chiusa”.

Eppure, Pier Silvio non ha rinnegato del tutto il principio, anzi, ha sottolineato che “ i diritti vanno difesi sempre”, dimostrando una visione più pragmatica che ideologica. D’altronde è proprio questo che manca da sempre alla nostra politica: “ la capacità di distinguere tra urgenze e battaglie di principio”, già… come suggeriva Fallaci quando denunciava l’incapacità della classe dirigente di affrontare le sfide reali.

Ma è stato il suo accenno a un possibile ingresso in politica che ha catturato la mia attenzione. “ Ho 56 anni, mio padre ne aveva 58 quando scese in campo”, ha detto, con un sorriso che sembrava già preparare il terreno a un futuro annuncio…

Tajani, da abile diplomatico, ha subito colto l’occasione: “ Sarebbe un fatto positivo”, ma io, ascoltando quelle parole — mi dispiace dirlo — non ho avvertito minimamente quel profondo senso civico che un cittadino comune dovrebbe manifestare per il proprio Paese, già nulla di quanto la Fallaci scriveva sul coraggio di prendere posizione o su quel “ dovere civile” che spinge alcuni a uscire dall’ombra quando il momento lo richiede.

Pier Silvio, ovviamente, resta cauto: “ Oggi non ho intenzioni concrete”, ha precisato, quasi a voler temperare le aspettative, eppure, quel suo elogio alla Meloni — “ ha messo su il miglior governo d’Europa” — suona come un’apertura, un modo per posizionarsi senza bruciarsi.

Già… potremmo paragonarlo a quello stesso gioco che faceva suo padre, tra provocazioni calcolate e ritorni di fiamma studiati. Ed è lo stesso gioco che la Fallaci sezionava con chirurgica ironia, sì… mentre osservava le dinamiche malate del potere nel nostro paese, ingabbiato nella sua ipocrisia e ipnotizzato dal carosello di “ cicale e sciacalli” — definizione perfetta, spietatamente calzante.

Penso ad esempio a tutti coloro che, nella parte dello sciacallo, hanno saputo trasformare stragi e tragedie in scalini per il potere, seguiti da quella combriccola delle cicale — puzzolente sottobosco di lacchè servili, ruffiani d’accatto, vigliacchi con la bava alla bocca e voltagabbana pronti a vendersi — che ha fatto loro da complici in quell’orgia di servilismo e opportunismo!

D’altronde, come scriveva la Fallaci: “ In Italia non mancano mai le cicale, che strepitano senza costrutto, e gli sciacalli, pronti a divorare le carcasse del potere!”.

Certo, forse oggi come allora, c’è bisogno di qualcuno che sappia scuotere il sistema! Nello scrivere questo post mi è venuto da ridere, sì… perché ho pensato per un momento che il sottoscritto avesse — come il cavaliere — l’età perfetta per scendere in politica, ben sapendo che non potrei mai farlo: risulterei scomodo e, soprattutto, non ricattabile!

E questo, per chi si nutre di politica ( anzi, no, precisiamo: per chi ci sguazza da generazioni…) e di quel marciume sistemico che profuma di potere, la mia presenza sarebbe di fatto inaccettabile. Perché l’ipocrisia ha le sue gerarchie: c’è chi sopravvive nell’ombra dei compromessi, chi si ingrassa con gli intrighi, chi l’etica la usa come tovaglia per pulirsi la bocca.

E in un mondo così, persino un briciolo di pulito… sarebbe di per se una provocazione.

Ed infine consentitemi di riprendere quella riflessione sul rapporto con la gente: “ La passione per le persone normali mi travolge”, parole nelle quali vi è racchiusa 0l’essenza di una leadership che, se mai dovesse concretizzarsi, non potrà essere un semplice riflesso del passato.

Perché, come scriveva Fallaci, “ la politica è anche compromesso, è trattativa”, ma senza quella passione autentica, resta solo un gioco di potere.

E chissà… se forse non è proprio per questo che Pier Silvio stia aspettando il momento giusto per dire la sua, sì… senza alcuna fretta, ma senza neppure rinunciare alla sfida.


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Dalle macerie alla rinascita: Gaetano Vecchio e la sfida di un’Ucraina sostenibile

Quelle strade, un tempo affollate di vita quotidiana, oggi segnate dal fragore delle esplosioni, sembrano incarnare una verità più grande: quella di un popolo che resiste, nonostante tutto.

E proprio quel senso di resilienza ritorna oggi mentre ascolto le parole del presidente dell’Ance, Gaetano Vecchio, che con chiarezza ha indicato una direzione precisa per il lungo cammino della ricostruzione.

Secondo Vecchio, essa dovrà essere anzitutto orientata a una trasformazione sostenibile, per costruire un futuro più verde, resiliente e moderno. Non si tratta solo di alzare nuovamente muri o riparare strade distrutte, ma di ridisegnare un Paese intero, immaginandone uno nuovo, più giusto e più adatto ai tempi che verranno.

Parlare di ricostruzione significa allora andare ben oltre i mattoni e il cemento, come lui stesso ha ricordato. È parlare di un futuro europeo, di un’Ucraina che non debba limitarsi a tornare com’era, ma che possa trasformarsi in qualcosa di meglio, di più avanzato e soprattutto più rispettoso dell’ambiente e dei bisogni reali delle persone.

Questo processo richiederà inevitabilmente una forte collaborazione tra imprese europee e realtà locali, perché solo lavorando insieme si possono mettere in rete competenze tecniche e conoscenze radicate nel territorio, valorizzando ciò che esiste e costruendo soluzioni concrete, durature e adeguate.

L’Europa, d’altronde, non può fermarsi alla solidarietà durante il conflitto, deve spingersi fino a sostenere il lungo e complesso percorso della ricostruzione. Le cifre sono enormi, quasi incredibili: 506 miliardi di euro stimati per rimettere in piedi un Paese devastato. Di questi, 81 miliardi riguardano l’edilizia residenziale, 75 i trasporti, 12,6 lo smaltimento delle macerie. Numeri che fanno paura, certo, ma anche progetti che aprono la mente e il cuore a un domani possibile.

E non si tratta solo di quantità. Piero Petrucco, presidente della FIEC, ha ricordato con forza che chi lavora nel settore delle costruzioni non è semplicemente un tecnico o un operaio, ma un abilitatore della ripresa, della coesione sociale, della capacità stessa del Paese di tenersi insieme. Ricostruire, quindi, non è solo un atto materiale, ma anche morale, politico, umano. Significa ricostruire fiducia, comunità, istituzioni, tessuto sociale.

La conferenza URC2025 svoltasi a Roma ne è stata una dimostrazione tangibile, riunendo leader internazionali, aziende e rappresentanti delle istituzioni attorno a un’unica idea: che la distruzione possa trasformarsi in opportunità, che la guerra lasci il posto a una pace costruita con le mani, con gli strumenti, con la volontà di fare meglio di prima. Il messaggio lanciato è chiaro: l’Ucraina potrà essere libera, prospera, rinnovata non solo nelle sue strutture fisiche ma dentro sé stessa, nella sua identità profonda.

Investire nell’Ucraina, come si è detto, è investire in noi stessi, perché ogni conflitto che esplode lontano finisce sempre per toccarci da vicino. Mentre accordi si stringono tra aziende italiane e ucraine, e nasce un nuovo fondo europeo per accompagnare questo processo, ci si muove già per preservare quei luoghi e quei simboli che raccontano la storia e l’anima di un popolo.

Sì, la strada è lunga, disseminata di ostacoli e incertezze, ma penso a quando anch’io, da giovane, arrivai ad Odessa per lavoro e restai colpito da quanto potesse offrire quel Paese, nonostante i suoi problemi. Oggi, come allora, credo che l’Ucraina abbia davanti a sé una possibilità vera, se solo si saprà cogliere questa occasione con coraggio e visione.

Perché, come fecero tanti Paesi dopo la Seconda Guerra Mondiale, anche l’Ucraina può rialzarsi. Deve farlo. E io non posso che tornare con il pensiero a quelle pagine scritte mesi fa, dove dicevo che Odessa, con tutta la sua forza e bellezza, merita di rinascere. Perché nessuna guerra, nessuna bomba, potrà mai cancellare la luce che brilla negli occhi di chi non si arrende.


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E’ una rete sottilissima, a maglie strette, che prende i pesci piccoli, ma che si rompe quando…


La corruzione ha molti volti, e oggi voglio raccontarvelo attraverso le parole di uno dei miei autori preferiti: Jo Nesbø.

Il maestro norvegese del noir, celebre per i romanzi con l’ispettore Harry Hole ( prossimamente protagonista di un adattamento televisivo), ha saputo svelare come pochi i meccanismi oscuri del potere.

Prendo spunto da “ La ragazza senza volto”, dove Nesbø tratteggia un dialogo rivelatore. Siamo alla festa di addio di Bjarne Müller, da poco in pensione dopo anni a capo della squadra di Harry. Tra brindisi e battute, accade qualcosa di apparentemente banale: Müller regala al suo ispettore il proprio orologio.

Ecco, è in questo gesto — così semplice eppure carico di significato — che l’autore ci mostra l’essenza della corruzione: sottile, personale, a volte persino commovente. Ma perché proprio un orologio? Partiamo da qui…

evi sapere che gli orologi più costosi del mondo hanno un meccanismo a tourbillon, con una frequenza di 28.000 alternanze all’ora. Per questo sembra che la lancetta dei secondi si sposti con un movimento continuo, e il ticchettio è più intenso che negli altri orologi.

Sono davvero notevoli questi Rolex, sì… ma il marchio Rolex è stato aggiunto da un orologiaio, solo per camuffare quello vero.

Come ben sai… si tratta di un A. Lange & Söhne Lange Tourbillon, che fa parte di una serie prodotta in 150 esemplari. Sì… la stessa serie dell’orologio che mi hai dato tu. L’ultima volta che un analogo Tourbillon è stato venduto all’asta, il prezzo ha quasi raggiunto i tre milioni di corone… oltre 500.000 Euro!

Waller annui con un sorriso appena accennato sulle labbra.

E’ così che vi pagavano?” chiese Harry. “ In orologi da tre milioni?” Waller si abbottonò il cappotto e sollevò il bavero: “ Il loro valore è più stabile e danno meno nell’occhio delle auto”.

Sono meno appariscenti di un’opera d’arte di valore, più facili da contrabbandare del contante e non hanno bisogno di essere riciclati. Inoltre possono essere regalati….Esatto. Cos’è successo? E’ una lunga storia, Harry…

E come molte tragedie, è iniziata con le migliori intenzioni. Eravamo un piccolo gruppo di persone che volevano dare il proprio contributo, aggiustare le cose che uno stato di diritto non era in grado di sistemare. Alcuni sostengono che il motivo per cui così tanti criminali sono in libertà è che il sistema giudiziario è una rete a maglie larghe, ma non è affatto vero.

E’ una rete sottilissima, a maglie strette, che prende i pesci piccoli, ma che si rompe quando arrivano quelli grossi. Volevamo essere la rete dietro la rete, in grado di fermare gli squali.

Del nostro gruppo non facevano parte solo poliziotti, ma anche avvocati, politici e burocrati, consapevoli che la struttura della nostra società, con la nostra legislazione e il nostro sistema giudiziario, non era pronta ad affrontare il crimine organizzato internazionale che ha invaso la Norvegia quando sono stati aperti i confini.

La polizia non aveva l’autorità per giocare con le stesse regole dei criminali, almeno finché la legislazione non fosse stata adeguata. Per questo dovevamo operare nell’anonimato.

Ma nei posti chiusi e segreti, dove non circola l’aria, si crea il marcio. Da noi si sono sviluppati dei batteri che all’inizio ci hanno spinto a dire che dovevamo importare armi di contrabbando per fronteggiare gli avversari, poi a venderle per finanziare la nostra attività. Era un paradosso bizzarro, ma coloro che si opponevano scoprirono ben presto che i batteri avevano preso il potere.

E poi cominciarono ad arrivare i regali. Inizialmente delle piccolezze, incoraggiamenti per spronarti, come dicevano, sottolineando al tempo stesso che rifiutare un regalo sarebbe stato considerato una mancanza di solidarietà. Ma in realtà era semplicemente la fase successiva del processo di putrefazione, della corruzione che ti fagocitava quasi senza che te ne accorgessi, finché non ti ci ritrovavi immerso fino al collo.

E non c’era modo di uscire. Avevano troppo potere su di te. La cosa peggiore era che non sapevi chi fossero.

C’eravamo organizzati in piccole cellule che comunicavano tra loro per mezzo di un tramite che aveva l’obbligo di segretezza. Non sapevo ad esempio che Tom Waller fosse uno di noi, che fosse al vertice del contrabbando di armi, né tantomeno che esistesse una persona con il nome in codice di “Principe”. Almeno fin quando tu ed Helen non l’avete scoperto e denunciato!

E allora capì anch’io che avevamo perso di vista il nostro obiettivo reale, che era passato troppo tempo da quando avevamo avuto un obiettivo diverso da quello di riempirci le tasche, che ero corrotto e che ero stato complice!

Un giorno non ce l’ho più fatta. Ho cercato di uscirne. Mi hanno dato delle alternative, molto semplici, ma non temevo per me, bensì per i miei familiari. Ed è per questo che ti sei allontanato da loro.

Harry sospirò: E così mi hai voluto regalare questo orologio per mettere la parola fine a questa storia.

Dovevi essere tu, Harry. Non poteva essere nessun altro. Lui e noi. Si sentiva un nodo in gola.

Harry si ricordò di qualcosa che Müller gli aveva detto la volta precedente, in cui erano stati proprio lì, su quella cima della montagna. Già… era strano pensare che a sei minuti di cabinovia dal centro della seconda città più grande della Norvegia, ci si potesse smarrire e morire. Credere di trovarsi nel cuore di ciò che si pensasse come giustizia, e poi improvvisamente perdere qualsiasi senso della direzione e diventare come quelli contro cui si voleva combattere.

Pensò a tutti i calcoli mentali che aveva fatto, a tutte le decisioni grandi e piccole prese, già… sono le circostanze e le sfumature a distinguere l’eroe dal criminale.

È sempre stato così. La rettitudine è la virtù di chi è pigro, di chi non ha un ideale. Senza malfattori e senza disonesti vivremmo ancora in una società feudale.

Ho perso, Harry. Tutto qui. Ho creduto in qualcosa, ma ero cieco, e quando ho riacquistato la vista il mio cuore era ormai corrotto.

È così che vanno le cose. Harry rabbrividì investito dal vento e cercò le parole adatte. Quando finalmente le trovò, la sua voce risuonò lontana e tormentata: Scusa, capo, non ce la faccio ad arrestarti. Va bene, Harry. Vedrò di fare da me.

La voce di Müller era calma, quasi consolatoria. Volevo solo che vedessi ogni cosa, e capissi, e magari imparassi. Non c’era altro scopo…

Harry fissava la nebbia impenetrabile, cercando in vano di fare ciò che il suo capo e amico gli aveva chiesto di fare. Vedere ogni cosa. Tenne gli occhi aperti finché non si riempirono di lacrime.

Quando si voltò, Bjarne Müller se n’era andato. Chiamò il suo nome nella nebbia, pur sapendo che il suo ex capo aveva ragione. Non c’era altro scopo, ma pensò che qualcuno doveva comunque farlo…


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Tra vendetta e perdono: il dilemma di chi non vede giustizia.

C’è chi lo chiama Far West, ma è davvero colpa dei cittadini se, di fronte a un sistema che non funziona, l’istinto sopravvive? Prendiamo il caso di uno dei tanti femminicidi a quasi due anni di distanza, già… con i genitori dell’assassino intercettati a minimizzare, quasi a volerlo giustificare…

Se questo è esser genitori”, scrivevo a luglio, allora non stupiamoci se la violenza diventa ereditaria. E mentre i bulli tormentano i deboli, gli stupratori camminano liberi, e i femminicidi si consumano tra una condanna sospesa e un permesso premio, lo Stato cosa fa con quei suoi governanti? Nulla… discute!

Forse è ora di ammetterlo: le leggi attuali non bastano più. Servono pene esemplari, certezze, non promesse. In Israele, ai familiari dei terroristi viene rasa al suolo la casa — un segnale chiaro: la colpa è collettiva.

Estremo? Forse. Ma quando lo Stato abdica, il cittadino si trasforma in giudice, boia e vittima insieme. E se la soluzione fosse proprio questa: colpire non solo il colpevole, ma chi lo ha cresciuto nell’odio? Chi ha girato lo sguardo?

Ma attenzione: c’è un confine tra giustizia e barbarie. Per questo, alla fine, resta una verità più alta: “ L’animo umano non appare mai così forte e nobile, come quando rinuncia alla vendetta” — link: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2020/07/lanimo-umano-non-appare-mai-cosi-forte.html

Perdonare infatti non è debolezza, è l’ultimo atto di fiducia in un’umanità che sembra aver smarrito sé stessa.

Eppure, finché i tribunali continueranno a fallire, finché un ragazzo morirà per 15 euro o una donna per un “ no”, la domanda resterà inchiodata alla coscienza di tutti: “ Chi paga, in questo Paese, per i reati commessi?”. La risposta, purtroppo, la conosciamo già. Sono sempre gli stessi a pagare: quelli che aspettavano giustizia, e hanno ricevuto solo silenzio.

Ci prepariamo a veder scendere il sipario della giustizia. Quel che si profila all’orizzonte è uno scenario da “ Far West” postmoderno e come nei film del grande Sergio Leone, ci ritroveremo a contare le “vittime” — coloro che, dopo essersi macchiati di crimini efferati, cadono sotto la vendetta dei familiari di chi hanno distrutto.

È la legge del taglione che torna a galla, l’antica giustizia privata che sostituisce codici e tribunali. E quando la ragione cede il passo al sangue, non resta che una domanda: Quanti morti ci vorranno prima che qualcuno dica ‘basta’?


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Giustizia negata, giustizia fatta: il dramma di chi non crede più nello Stato.


Sabato 4 febbraio 2017: Ecco cosa può accadere… quando non c’è giustizia!!!

Mercoledì 31 maggio 2017: Giustizia ritardata è giustizia negata!!!

Mercoledì 5 agosto 2020: L’animo umano non appare mai così forte e nobile, come quando rinuncia alla vendetta e osa perdonare un torto!!!

Sabato 3 febbraio 2024: Ma in questo Paese, chi paga effettivamente per i reati commessi???

Sabato 27 luglio 2024: Se questo è esser genitori: già… si comprende il perché accadono ogni giorno tragedie come quelle che purtroppo andiamo vivendo!!!

Quando una madre piange un figlio ucciso per un paio di cuffie, cosa resta da dire? Le parole si spezzano, e lo Stato — quello stesso Stato che dovrebbe punire, proteggere, garantire — diventa un eco lontano, un meccanismo arrugginito che gira a vuoto.

Eppure, quante volte l’abbiamo ripetuto: “Giustizia ritardata è giustizia negata”. Lo scrivevo nel 2017, e oggi, a distanza di anni, la storia si ripete con una ferocia quasi rituale. Madri che urlano in diretta tv, padri che impugnano pistole, familiari che smettono di aspettare. Perché? Perché i tribunali assolvono, le pene si riducono, i colpevoli tornano in strada prima del dolore delle vittime. E allora diventa inevitabile che qualcuno decide di chiudere i conti da solo…

Quelli sopra riportati non sono dei semplici post, sono moniti lasciati cadere nel tempo, pietre lanciate in uno stagno troppo spesso immobile. E oggi, mentre l’eco di un colpo di pistola risuona in una piazza, quelle parole tornano a bussare alla nostra coscienza con domande scomode: Avevamo previsto tutto questo? E soprattutto, potevamo evitarlo?

Perché quando la giustizia istituzionale vacilla, ciò che avanza non è il caos, ma qualcosa di più pericoloso: la rassegnazione. Quella stessa rassegnazione che trasforma un padre in giustiziere, una vittima in carnefice, un lutto in una condanna a vita senza appello. Non è un caso, non è follia. È il risultato matematico di un sistema che ha smesso di contare i fallimenti mentre illudeva di contare i giorni di pena.

Eppure, persino in questo baratro, una verità rimane: la giustizia “fai-da-te” non restituisce i figli uccisi, non risana le ferite, non costruisce società migliori. Al massimo, crea nuovi lutti e nuovi vuoti. Ma come biasimare chi, dopo anni di attesa, si è visto consegnare dalle istituzioni non una sentenza, ma un’amara beffa?

Forse il vero interrogativo non è “perché l’ha fatto?”, ma “cosa abbiamo fatto noi per evitarlo?”. Abbiamo ascoltato abbastanza le vittime? Abbiamo preteso che ogni condanna fosse all’altezza del dolore inflitto? O abbiamo accettato, con silenzio complice, che i tribunali diventassero fabbriche di promesse non mantenute?

Quel colpo di pistola ha ucciso due volte: un uomo, e simbolicamente, l’ultimo barlume di fiducia in uno Stato che dovrebbe proteggere ma troppo spesso delude. Ora tocca a noi scegliere: continuare a discutere di eccezioni e casi isolati, o ammettere che dietro ogni “gesto folle” si nasconde una lunga scia di giustizia mancata.

Perché come scrivevo anni fa, “l’animo umano è nobile quando perdona”… ma prima di arrivare alla nobiltà, deve attraversare il deserto della giustizia. E quando nel deserto non si trova neppure una goccia d’acqua, perfino i più forti possono impazzire.

Il cambiamento viene da dentro: ma fino a che punto la forza interna può piegare una dittatura?


La convinzione che un intervento esterno possa liberare un popolo da un regime oppressivo è una suggestione forte, seducente, ma la storia ci ha più volte dimostrato quanto essa sia fragile nella realtà dei fatti.

Le cose non funzionano quasi mai così. Dietro ogni tentativo di imporre il cambiamento con la forza si cela spesso un groviglio di conseguenze inaspettate, un caos difficile da controllare e un ritorno alla stabilità che nulla ha a che fare con la libertà auspicata.
Prendiamo l’Iran come esempio. Molti osservano quel Paese e vorrebbero che qualcosa cambiasse, che le donne possano camminare per strada senza dover temere di essere fermate, insultate o peggio, solo perché hanno osato scoprire i capelli.

Ma non si tratta soltanto dell’hijab: è un simbolo di controllo, di sottomissione, di un sistema che vede nelle donne non degli individui liberi, ma delle sentinelle della morale maschile. Eppure, anche se desideriamo ardentemente che quelle donne possano scegliere, dobbiamo chiederci: preferiamo donne vive sotto un regime ingiusto o donne morte per una libertà calata dall’esterno, con bombe e missili? La risposta, purtroppo, è chiara per chi vuole davvero il bene di quel popolo.

Il vero cambiamento, quello che dura, nasce sempre da dentro. Non è sufficiente che qualcuno da fuori decida di “aiutare”, per quanto buone possano essere le sue intenzioni. Il problema è che nei regimi autoritari, dove il potere si regge su pochi e su una rete di repressione ben consolidata, il popolo difficilmente riesce a ribellarsi in massa. Perché sa perfettamente cosa significherebbe: arresti, torture, morte.

Ma d’altronde, quanti sono stati realmente quei casi storici in cui un popolo ha fatto crollare il proprio regime dall’interno? Pochissimi. Quasi nessuno. Il muro di Berlino, ad esempio, è uno di quei momenti in cui sembrò che la pressione interna fosse sufficiente. Nessun esercito straniero entrò in Germania Est, nessun governo estero dette il via alla rivoluzione. Fu la gente comune, stanca di divisioni e menzogne, a spingere per abbattere quel muro. Forse un giorno accadrà anche in Iran, ma sarà una scelta loro, non un effetto collaterale di interessi geopolitici altrui.

I regimi autoritari, quando percepiscono una minaccia esterna, trovano sempre nuove ragioni per giustificare il proprio potere. Il nazionalismo diventa un collante potentissimo, capace di far dimenticare ai cittadini persino le ingiustizie quotidiane. Chi criticava il governo fino al giorno prima, improvvisamente si schiera con esso, non per fedeltà ideologica, ma per paura.

Paura del nemico esterno, paura di perdere quel poco che si ha. Israele lo sa bene: ogni conflitto ha sempre rafforzato il consenso verso i suoi leader, anche quelli più controversi. E in Iran, un attacco esterno avrebbe lo stesso effetto: gli ayatollah verrebbero riabilitati come paladini della patria, mentre i movimenti riformisti verrebbero costretti a tacere o a schierarsi con il regime, per non apparire traditori.

Guardiamo ciò che è accaduto in Iraq, in Afghanistan, in Siria. In Iraq è stato rovesciato Saddam Hussein, un dittatore sunnita, per installare un governo sciita, che poi si è rivelato filo-iraniano. Presto ci siamo accorti che quegli stessi sciiti non ci andavano più a genio e abbiamo ricominciato a guardare con interesse i sunniti, dimenticando però che furono proprio loro a dar vita all’ISIS. In Afghanistan, dopo anni di guerra, i talebani sono tornati al potere, gli stessi che erano stati combattuti con tanto impegno. In Siria, si voleva eliminare Assad, ma oggi trattiamo con ex jihadisti che esultarono per l’11 settembre. Già… un circolo vizioso senza fine, in cui i liberatori di ieri diventano i nemici di domani, e ogni azione genera reazioni imprevedibili.

Tutto questo insegna una cosa fondamentale: i cambiamenti imposti dall’esterno non portano democrazia né pace, ma instabilità, caos e sofferenza. Quei regimi cadono, certo, ma al loro posto spesso non arriva nulla di meglio. Anzi, il vuoto di potere crea nuovi mostri, nuove guerre civili, nuove oppressioni.

Difatti, credo che se in Iran dovesse partire una vera rivoluzione dal basso, vedremmo scappare i governanti, i militari, le loro famiglie, tutti coloro che hanno alimentato quel sistema. Vedremmo cadere statue, distruggere immagini, cancellare murales con urla di libertà che echeggerebbero in tutto il paese. Ma finché questa presa di coscienza non sarà collettiva, finché non saranno gli iraniani stessi a decidere di alzarsi, non credo che alcuna bomba possa servire a qualcosa. Al contrario, ogni esplosione sarebbe solo un passo ulteriore verso l’abisso.

Per questo, per quanto doloroso e lento, l’unico cammino sostenibile è quello della ribellione interna. È l’unica strada che, seppur insanguinata, può dare frutti duraturi. Ed è per questo che, nonostante il desiderio di vedere un Iran libero, in molti si stanno chiedendo: finché non sarà il popolo a muoversi, non sarebbe meglio lasciare stare le bombe e aspettare che la storia prenda il suo corso?

Il sottoscritto ritiene però che senza un sostegno esterno — certo non di natura militare, ma politico, culturale ed economico, proveniente soprattutto dalla comunità internazionale e in primo luogo dai paesi arabi — la rivolta interna auspicata, quella in cui il popolo iraniano trovi finalmente la forza di alzarsi e abbattere il regime, resti purtroppo una prospettiva assai remota.

Dopotutto, quanti anni sono passati? Quarantasei lunghi anni sotto il tallone di un governo religioso e militare che non ha mai vacillato davvero, nonostante le proteste, le rivolte giovanili, le lotte delle donne. Eppure nulla è servito a scalfire il potere radicato. Quindi, se dopo tanto tempo il sistema non è crollato, non possiamo — in questo particolare momento storico — ignorare che da solo quel popolo difficilmente riuscirà a liberarsi!

Il procuratore Nicola Gratteri e la verità scomoda di un Paese che convive con la mafia!

La mafia è cambiata, ma la retorica antimafia no e questa distanza tra realtà e narrazione ci dice molto su come oggi siamo disposti a guardare — o meglio, a non guardare — quel fenomeno che un tempo sembrava dover essere combattuto con ogni mezzo.
Il procuratore che tiene lezioni in televisione non è solo una scelta di sensibilizzazione, è il segnale che ormai siamo arrivati a un punto in cui parlare di mafia serve più a tranquillizzare la coscienza collettiva che a contrastarla realmente.

La verità…? Il Paese ha deciso di convivere con essa, non per paura, non per rassegnazione, ma perché si è fatta strada l’idea che in fondo, in qualche modo, essa funzioni da collante sociale, un male necessario che permette a tanti di ottenere qualcosa senza troppi passaggi burocratici né troppe attese.

Mentre i notiziari raccontano di guerre lontane, di sbarchi quotidiani e di temperature sempre più estreme, la mafia continua a lavorare silenziosa, quasi invisibile, dentro quei meccanismi che tengono insieme un sistema fragile e precario.

Non è più quella che ti minaccia alla porta di casa, è piuttosto quella che ti fa avere il posto fisso al mercato comunale, che ti assicura un posto in ospedale fuori lista d’attesa, che ti fa assumere tuo cugino anche se non ha esperienza.

Ecco, questa è la mafia di oggi, non solo criminalità organizzata ma rete informale di scambi, favori, promesse mantenute, dove il confine tra legale e illegale si fa sempre più sottile fino a sparire del tutto.

E allora, mentre si discute di etica pubblica e di legalità, ci si dimentica che molte persone vivono grazie a quelle pratiche che ufficialmente condanniamo. Non parliamo più di complicità esplicite, di omertà urlata nei vicoli dei paesi, ma di una sorta di adattamento quotidiano, una specie di contratto sociale non scritto in base al quale accetti di chiudere un occhio purché ti sia garantita una vita meno complicata.

Difatti… la mafia non viene più combattuta perché in fondo sono in molti a beneficiarne, direttamente o indirettamente, e nessuno vuole rinunciare al proprio tornaconto pur di mantenere un minimo di equilibrio esistenziale. Un vero schifo, viene il vomito solo a pensarci. Tutti coloro che prendono dalla mafia sono spesso ancor più schifosi degli stessi mafiosi. Siano essi politici, uomini delle istituzioni, magistrati, forze dell’ordine, dirigenti o funzionari pubblici, direttori dei lavori, responsabili della sicurezza, personale della pubblica amministrazione, addetti ai controlli e via dicendo. Un calderone pieno zeppo, sì… anche di quei comuni delinquenti le cui foto vediamo ogni giorno pubblicate sul web, persone che sopravvivono grazie alla mafia e che ne sono, molto spesso, diretti affiliati.

Già… il problema non è più soltanto il silenzio delle istituzioni, ma quel torpore diffuso, quella rassegnata indifferenza che ha preso il posto dell’indignazione. La gente comune ha smesso di ribellarsi davvero, ha imparato a convivere con il marcio, come se fosse una pioggia fastidiosa ma inevitabile. E allora arriva il procuratore Nicola Gratteri, che con le sue parole in tv cerca di scuotere le coscienze, soprattutto quelle dei giovani, sperando in un risveglio collettivo.

Ma quanti, dopo averlo ascoltato, si sentono improvvisamente in pace con sé stessi, come se quella mezz’ora di retorica antimafia bastasse a lavare la loro coscienza? Quanti escono dalla catarsi emotiva del discorso per poi tornare, il giorno dopo, a intascare la bustarella, a cercare la raccomandazione, a voltarsi dall’altra parte? È un gioco pericoloso: credere che ascoltare sia già agire, che indignarsi a parole equivalga a cambiare le cose. Intanto, la mafia ringrazia. Perché sa che finché ci accontenteremo di sentirci puliti solo per aver prestato orecchio, lei continuerà a vincere.

Ma come ripeto ormai da anni, nulla più mi sorprende e soprattutto di una cosa mi sono convinto: il vero dramma non è la mafia, ma la consapevolezza che ormai essa non fa più notizia, non scandalizza più, non mobilita più. È diventata parte del paesaggio, una presenza costante e scontata come la pioggia a novembre o il caldo afoso d’agosto.

E quando persino i mezzi d’opera nei cantieri o quelli agricoli in agricoltura provocano più morti di quelli compiuti dalla criminalità organizzata, mi chiedo se la battaglia antimafia abbia ancora senso oppure se non sia il caso di ammettere — una volta e per tutte — che siamo noi, già… ciascuno di noi ( o quantomeno consentitemi di fare una precisazione: tutti coloro che partecipano costantemente a quel malaffare…), con le nostre piccole complicità quotidiane, a mantenerla viva e vegeta!

Tra ostaggi e illusioni: perché i colloqui su Gaza sono destinati a fallire.

Si è conclusa in nulla la seconda sessione dei negoziati su Gaza, eppure i media continuano a raccontarcela come una semplice battuta d’arresto, un ostacolo temporaneo…

Ma la verità è che qui non si tratta di un banale intoppo diplomatico, bensì dell’ennesima dimostrazione di come la politica internazionale venga gestita con miopia e sudditanza.

Il “grosso ostacolo” di cui parlano, il mancato rilascio degli ostaggi, non è un dettaglio negoziale, è la sostanza stessa del conflitto. Israele ha chiarito da mesi che senza quel gesto non ci sarà tregua, non ci sarà pace, eppure c’è ancora chi si ostina a credere che basti un vertice, una stretta di mano, una promessa vuota per cambiare le carte in tavola.

I funzionari anonimi intervistati dicono che i negoziati continueranno, come se la perseveranza bastasse a colmare l’abisso tra le parti. Hamas “spera di raggiungere un accordo”, dicono. Ma quale accordo può mai esserci con chi ha pianificato il massacro del 7 ottobre, con chi ha trasformato il sangue di 1200 innocenti in una moneta di scambio?

È grottesco persino doverlo ripetere, eppure sembra che in troppi abbiano già rimosso l’orrore di quel giorno, come se fosse un incidente di percorso e non la scintilla che ha ridisegnato i contorni di questo conflitto.

E mentre Hamas ammette di aver perso l’80% del controllo su Gaza, ecco spuntare la solita retorica della “pressione negoziale”, come se Israele dovesse fermarsi proprio ora, proprio quando la vittoria militare è a portata di mano.

Qualcuno sussurra che Tel Aviv potrebbe estendere le operazioni alla Cisgiordania, ed è allora che scatta il panico diplomatico, l’urgenza artificiale di trovare una soluzione. Ma Israele nega, smentisce, ribadisce che i colloqui proseguono. E intanto, sul campo, nulla cambia: gli aiuti umanitari continuano a essere bloccati, la popolazione di Gaza soffoca, e la guerra non accenna a placarsi.

Trump annuncia ottimisticamente che ci sono “buone possibilità” per un accordo, come se la questione fosse una trattativa immobiliare da chiudere con una stretta di mano. “Abbiamo già liberato molti ostaggi”, dice, come se fosse merito suo, come se il resto fosse solo una formalità.

Ma la realtà è che finché un solo ostaggio rimarrà nelle mani di Hamas, Israele non si fermerà. E chi crede il contrario, chi sogna una soluzione diplomatica senza aver capito la posta in gioco, sta solo illudendo se stesso e gli altri.

E allora, mentre i nostri governanti si affannano a ripetere i copioni scritti da altri, mentre i media ci raccontano una pace che non esiste, la verità è semplice e spietata: questa guerra finirà solo quando Israele deciderà che è finita. E quando quel giorno arriverà, Gaza non sarà più la stessa.

Forse non ci sarà più. E a quel punto, tutti quei discorsi sui negoziati, sui cessate il fuoco, sulle soluzioni condivise, suoneranno come quello che sono sempre stati: parole vuote in un mondo che non ha più tempo per le illusioni.

Se l’Antimafia è un albero nella foresta della corruzione, in Sicilia è una giungla!

La Sicilia è un teatro dove le ombre del potere si confondono con la luce del giorno, e ciò che dovrebbe essere un baluardo contro il male finisce per assomigliargli in modo inquietante. 
L’ultimo atto di questa tragedia infinita è la condanna a dodici anni per corruzione di un uomo che un tempo siedeva tra i vicepresidenti della commissione antimafia. Un paradosso che non stupisce più, perché l’isola ha imparato a convivere con l’amaro sapore dell’ipocrisia istituzionale.

“Se vuoi nascondere un albero, piantalo in una foresta”, già… dicevano bene gli inquirenti, riferendosi a una presunta loggia massonica segreta nascosta tra quelle ufficiali. Ma altri loro colleghi hanno smentito, cancellando con una sentenza l’esistenza di quell’ombra. Peccato che, anche senza logge segrete, il male fosse lì, evidente, tra scambi di favori, minacce velate e poliziotti che facevano da “gole profonde” per proteggere gli amici sbagliati.

Il sistema, si sa, funziona così: non servono giuramenti segreti quando basta un’amicizia influente per piegare le istituzioni a proprio piacimento. L’ex vicepresidente della commissione antimafia muoveva i fili di una rete che includeva medici, funzionari dell’Inps, presidenti di enti formativi e persino uomini in divisa. Invalidità fabbricate su misura, carriere pilotate, informazioni riservate sussurrate al momento giusto. Tutto legale, si difendevano gli imputati.

Peccato che i giudici abbiano visto ben altro: un “cerchio magico” dove la corruzione era moneta corrente, e il consenso elettorale la scusa perfetta per coprire affari sporchi.

Quello che emerge è un meccanismo perfetto nella sua perversione. Non servono mandanti né esecutori quando tutti sono complici. La segreteria politica dell’ex parlamentare era uno “sportello unico” per risolvere problemi, dove ogni richiesta trovava la sua soluzione, purché si appartenesse al clan giusto.

E gli uomi delle forze dell’ordine? Non servivano a combattere il crimine, ma a proteggerlo, rivelando indagini in corso a chi avrebbero dovuto arrestare. Una beffa che si trasforma in tragedia, perché se persino chi dovrebbe contrastare la mafia ne diventa strumento, allora il fallimento non è solo di alcuni uomini, ma di un intero sistema.

Eppure, nonostante le condanne, nulla cambierà. Perché questa non è la storia di una maniglia marcia da sostituire, ma di un edificio che poggia su fondamenta corrotte!

La massoneria ufficiale o quella segreta poco importa: il vero problema è che il male si annida lì dove dovrebbe essere combattuto. Nelle procure, nelle commissioni, tra le forze dell’ordine.

Una verità scomoda, ma innegabile. La Sicilia continua a sanguinare, e chi dovrebbe medicare le ferite è — ahimè — spesso chi le infligge!

Offresi aspirante regista per film sulla "gestione statale italiana": budget 2 milioni (ma ne bastano 800mila se il film non lo giriamo davvero).

Sì… forse è arrivato il momento di abbandonare la passione del “blogger” e dedicarmi all’arte del cinema… 

Già… potrei esordire come regista con un film dal titolo emblematico: “Truffe ai Danni dello Stato” -una tragicommedia ispirata a fatti realmente accaduti.

D’altronde, se bastano un progetto fasullo e un po’ di fantasia per ottenere finanziamenti pubblici, viene spontaneo chiedersi: perché non approfittarne? 

E magari, per rendere il progetto più autentico, potrei presentare il tutto con uno pseudonimo, un bel “tax credit” già prenotato, e qualche scena girata solo nella mia immaginazione. Peraltro, se lo Stato regala soldi per film che non esistono, chi sono io per contraddire il sistema?

Come dite? La sceneggiatura? Ah… ma quella è già stata scritta nella realtà e la cosa bella è che non servono neppure effetti speciali: basta la solita, squallida normalità italiana!

Lo so… viene da piangere e allora ripartiamo dall’inizio…
Sì… la storia rappresenta un pseudo regista e il suo film fantasma; la perfetta metafora di un sistema che, invece di sostenere la cultura, regala soldi pubblici a chiunque sappia aggirare le regole con un po’ di fantasia e un passaporto falso. Ottocentomila euro svaniti nel nulla, come se fossero stati gettati nel vento, mentre lo Stato fingeva di controllare. 
Eppure, basterebbe un minimo di buonsenso per capire che se un film non esiste, non può aver diritto a un finanziamento. Ma qui, evidentemente, il buonsenso è un optional.

Il trucco era semplice: presentare documenti falsi, inventarsi un regista inesistente, e approfittare di un buco normativo che non richiedeva neppure la prova che il film fosse stato girato. Così, mentre il ministero si illudeva di aver visto “spezzoni” di un’opera mai realizzata, quel pseudo regista intascava (o quasi) un credito fiscale da 836mila euro. Una farsa tragicomica, se non fosse che quei soldi erano nostri, dei contribuenti, e potevano essere spesi per cose reali, come scuole, ospedali, o magari per finanziare veri film.

E mentre qualcuno giocava con identità false, il governo annunciava trionfante il successo del tax credit, senza accorgersi che il sistema era così fragile da poter essere raggirato da chiunque avesse un po’ di malizia. Ma non preoccupatevi: oggi, dopo lo scandalo, il ministro ha promesso nuovi controlli. Peccato che servissero due omicidi e un film inesistente per rendersi conto che forse, già… forse, qualcosa non funzionava.

La cosa più grottesca? Questo non è un caso isolato. È solo l’ultimo di una lunga serie di sprechi, dove i soldi pubblici finiscono in progetti evanescenti, mentre il cinema vero soffre. Eppure, il tax credit potrebbe essere uno strumento prezioso, se solo lo si gestisse con un minimo di serietà. Invece, siamo qui a discutere di come un truffatore abbia preso in giro lo Stato, mentre i politici si affrettano a fare dichiarazioni indignate, come se non avessero avuto anni per sistemare le cose.

Ed allora, invece di finanziare film immaginari, dovremmo produrne uno sulla realtà: un thriller sulla burocrazia italiana, dove i soldi spariscono nel nulla, i controlli sono solo sulla carta, e l’unico finale possibile è l’ennesima beffa per chi crede ancora nello Stato. 

E pensare che a me, per scrivere questo post, non hanno dato nemmeno un euro di tax credit; mi sarebbero bastati poco meno di due milioni di euro per raccontare questa farsa tragicomica. Ma forse è meglio lasciar perdere: la mia vena artistica resterà un sogno inespresso, mentre lo Stato continuerà a finanziare opere che nessuno vedrà mai. D’altronde, in questo paese, l’unica vera arte è: l’arte della fuga… dei capitali.

D’altronde, con le regole in vigore in questo nostro Paese, realizzare truffe è qualcosa di banale, all’ordine del giorno, difatti… basterà a qualcuno presentare un nuovo progetto falso e un nome inventato, ed altri milioni seguiranno la strada della sparizione.

Tanto – lo ripeto da anni come un disco rotto – verifiche non ne fa nessuno. E mentre i fondi evaporano, l’unica “opera d’arte” che ne risulta è la perfezione grottesca del sistema: una macchina che trasforma denaro pubblico in fantasia.

Consentitemi di aggiungere: con un efficienza da “Premio Oscar”!

Ogni guerra ha un debito che la storia farà pagare!

C’è qualcosa di stranamente familiare nel modo in cui i conflitti si ripetono, come se la storia fosse un palcoscenico su cui gli stessi attori, con maschere diverse, recitano sempre lo stesso dramma. 

I raid aerei sugli impianti nucleari iraniani non fanno eccezione e hanno immediatamente acceso quel vortice di dichiarazioni contrapposte che ormai conosciamo fin troppo bene. 

Da una parte, l’Iran ribadisce con orgoglio che il cemento può essere distrutto, ma la conoscenza umana no, che le strutture crollano ma non la volontà di costruirne di nuove. 

Dall’altra, Washington risponde con quel tono asciutto e calcolato che le è proprio, come a dire che la pace ha un prezzo e quel prezzo si paga in termini di forza, minacce e dimostrazioni di potere.

Ma al di là delle parole ufficiali, al di là dei comunicati stampa e delle analisi strategiche, ciò che veramente si muove sotto la superficie è qualcosa di meno visibile e molto più pericoloso: il risentimento!

Non è solo una reazione immediata, non è semplice indignazione politica, ma è un sentimento che si incarna nelle persone, nelle culture, nei racconti che i popoli si tramandano nel tempo. 

Quando Teheran dice che non dimenticherà, non sta facendo una promessa di vendetta, sta seminando un seme. E quel seme crescerà, anche a distanza di anni, di decenni, di secoli, diventando parte del tessuto identitario di un intero popolo.

Gli esperti, intanto, continuano a parlare di equilibri, di deterrenza, di accordi da negoziare o imporre. Come se tutto questo potesse essere gestito con un foglio di calcolo, dove ogni azione corrisponde a una reazione misurabile. 

Ma nessun modello riesce davvero a tenere conto della profondità emotiva di un popolo ferito, dell’accumulo di offese che si sedimentano nel tempo, diventando materia viva della memoria storica. Perché ogni colpo sparato, ogni missione compiuta, ogni parola pronunciata con arroganza, lascia un segno che va ben oltre il momento in cui le armi smettono di sparare.

E allora ci chiediamo, quasi senza rendercene conto, quanto durerà questa rabbia? Quante volte tornerà a galla, mutando forma, travestendosi da nuovo nemico, nuova causa, nuovo conflitto? Perché qualsiasi guerra, anche quella che si crede giusta, porta con sé un carico di dolore che non si esaurisce mai del tutto. Si trasforma, si nasconde, si accumula dentro le pieghe della storia, fino a che non trova un’altra occasione per manifestarsi.

Quel che resta dopo i bombardamenti non è solo il cemento spezzato o le strutture danneggiate, ma uno squarcio aperto nel rapporto tra due mondi, due visioni, due modi diversi di stare al mondo. E quando il rumore degli aerei si sarà spento e i riflettori si saranno spostati altrove, resterà quel silenzio pesante, fatto di domande che nessuno sa davvero come risolvere. 

La pace, quando arriverà, sarà fragile. Sarà provvisoria. E soprattutto, porterà con sé il peso delle scelte di oggi, scelte che altri dovranno sopportare, comprendere e forse, un giorno, pagare.

Il fantasma dello scrivere (e il vuoto dietro le quinte).

C’è qualcosa di profondamente ironico nel modo in cui, oggi, chiunque si svegli con un minimo di notorietà, si scopra improvvisamente “scrittore”. 

Non importa se per tutta la vita hanno parlato solo di calcio, gossip o reality show: basta un contratto con un editore compiacente, ed eccoli lì, autori di romanzi, “memoir“, riflessioni filosofiche che non hanno mai avuto. 

Eppure, i libri escono… e qualcuno – solitamente scialbi fan, esigui follower o per lo più familiari e/o amici – li compra.

Il sospetto, più che legittimo, è che dietro quelle copertine patinate si nasconda un esercito di “ghostwriter“, professionisti dell’ombra che trasformano quelle chiacchiere da backstage in prosa stampata. 

Non sarebbe un problema, se non fosse che questa pratica svuota ancora di più un mercato editoriale già allo sfascio, dove l’unico vero valore non è più la scrittura, ma il nome posto in copertina. 

Che sia un calciatore, un influencer o un comico di terza serata, poco importa: l’importante è che il pubblico riconosca la faccia, anche se poi il contenuto, è puro cartone pressato!!!

E qui viene il bello. Perché mentre questi “libri-fantasma” vivono il loro breve momento di gloria (di solito lo spazio di una stagione, tra una presentazione imbarazzante e un tweet promozionale), migliaia di testi scritti da autori veri, finiscono ahimè nel dimenticatoio. 

Già… perché senza notorietà o dovrei aggiungere la parola “soldi“, sì… senza alcuna mirata promozione, tutto si riduce esponenzialmente di numero, quello che nessuno legge. 

Difatti molti di questi libri diventano carta straccia ancor prima di essere stati sfogliati, sepolti sotto montagne di “opere” firmate da chi, viceversa, non ha mai letto neanche un libro, quantomeno mai fino alla fine.

La verità è che scrivere è un mestiere, non un hobby per annoiati, mediocri, vuoti o dilettanti (certamente senza arte né parte) eppure, in quest’epoca di contenuti “usa e getta“, la differenza tra chi sa scrivere e chi no, si è volatilizzata. 

Basta avere un seguito, un amico di un amico editore, ed ecco ottenuto l’aggancio, cui si somma un poi un po’ di faccia tosta (e forse qualche concessione in più…) ed allora, anche l’ultimo degli analfabeti funzionali può fregiarsi del titolo di “autore”, p0eccato che, a conti fatti, di quel libro non resterà nulla, già… nemmeno il ricordo.

E forse è proprio questo il punto: in un mondo dove tutto è merce, anche la letteratura è diventata un prodotto a scadenza breve. Una volta esaurito il clamore iniziale, finisce nel dimenticatoio, insieme alle carriere di chi l’ha “scritto”. 

E mentre i “ghostwriter” continuano a lavorare nell’ombra, i veri scrittori sopravvivono ai margini, in attesa che qualcuno si accorga che, sotto tutta quella polvere, c’era ancora qualcosa da leggere…

Finchè non estirpiamo questo marciume, non ci sarà  futuro per il Paese.

C’è qualcosa di profondamente malato nel modo in cui il potere si muove, qualcosa che va ben oltre la corruzione occasionale e che affonda le sue radici in un sistema costruito per proteggere se stesso e i suoi protagonisti. 

Osservate con attenzione tutti quei politici che all’improvviso decidono di dimettersi, quasi sempre poco prima che emergano notizie poco piacevoli sul loro conto, noterete come il più delle volte, non si tratta di vere rinunce ma solo di manovre preventive, una sorta di passo indietro calcolato per non bruciare definitivamente la propria immagine e lasciare aperta una porta da cui rientrare quando l’attenzione si sarà spostata altrove. 

A questi soggetti si sommano poi tutta una serie di imprenditori che, pur essendo sotto inchiesta (o addirittura esser stati già condannati…), continuano a vincere appalti pubblici, aggiudicandosi commesse milionarie come se nulla fosse. 

Tutti sanno, ma nessuno fa niente! Le Istituzioni tacciono, chi dovrebbe vigilare sembra guardare da un’altra parte e alla fine ci ritroviamo a parlare di quei meschini impiegati pubblici, “infedeli”, che compaiono puntualmente nelle liste dell’agenda di quell’imprenditore che ogni mese si premura di far arrivare a ciascuno la sua bustarella.

Questo non è frutto del caso, né tantomeno di singole deviazioni morali. No, è qualcosa di più strutturato, un meccanismo perverso e perfettamente oliato dove politica e alcuni pezzi dello Stato si intrecciano in un gioco sporco che ha poco a che fare con il bene comune e molto con l’arricchimento di pochi. 

Pensiamo ai casi recenti: politici indagati per associazione a delinquere, voto di scambio, tangenti, truffa, turbativa d’asta. Sono centinaia i nomi coinvolti, eppure molti di loro occupano ancora ruoli di potere, altri gestiscono affari con la stessa naturalezza di sempre, distribuendo incarichi e favori ai loro fedelissimi. 

La cosa più assurda non è neanche il fatto che siano finiti nei guai, quanto il modo in cui il sistema reagisce al loro allontanamento apparente. Si crea immediatamente un vuoto che viene colmato da altri imprenditori con interdittive alle spalle, da funzionari infedeli che ormai da anni alterano gare d’appalto senza mai essere fermati, cui seguono assessori che fanno da ponte tra soldi pubblici e interessi privati.

E quando finalmente qualche inchiesta giudiziaria comincia a scoperchiare il vaso, ecco che improvvisamente arrivano le dimissioni, sempre motivate da ragioni personali o familiari. Una commedia all’italiana, recitata così tante volte da aver perso ogni credibilità. Ma quanti sono realmente caduti in disgrazia? 

Quanti hanno davvero pagato per i loro errori? Ormai da oltre trent’anni assistiamo a questa sceneggiata, riproposta in ogni città, in ogni regione, come se fosse diventata la regola e non l’eccezione. Non si tratta più di singoli episodi isolati, ma di un vero e proprio metodo, consolidato nel tempo e ormai radicato nella nostra quotidianità.

L’imprenditoria malsana, quella che negli anni abbiamo visto sfilare in televisione, sui giornali e sui social, non ha servito soltanto la criminalità organizzata, ha altresì alimentato anche quel pezzo dello Stato che avrebbe dovuto controllarla. 

Funzionari, dirigenti, politici che invece di vigilare sono diventati complici, garantendo che il flusso di denaro e soprattutto i favori non si interrompessero mai. Un circolo vizioso in cui la politica si nutre di affari sporchi e gli affari sporchi si nutrono della politica, in un abbraccio mortale che strangola ogni possibilità di cambiamento.

Allora chiedo: chi mai potrà smantellare questo meccanismo? Se la politica continua a perseguire i propri interessi opachi, gli scandali che leggiamo ogni giorno saranno semplicemente fuochi di paglia, destinati a spegnersi senza lasciare traccia. 

La corruzione non è più un incidente di percorso, è diventata strutturale, quasi inevitabile. È come un cancro che si autoalimenta grazie a politici corrotti finanziati da imprenditori poco puliti o legati alla criminalità, i quali a loro volta chiedono favori a burocrati che, in cambio della carriera, chiudono entrambi gli occhi.

Ma una speranza c’è. Forse dobbiamo tornare a quel momento storico del 1945, quando il Paese, dopo anni di guerra e umiliazioni, seppe rialzarsi, capì che era necessario ricostruire tutto, partendo da zero e abbandonando il marciume del passato. 

Solo così potremo sognare un’Italia diversa, equa, senza diseguaglianze, senza ladri nascosti dietro poltrone istituzionali. Dobbiamo trovare il coraggio di estirpare questa malattia, di liberare il Paese da chi lo sta soffocando, perché solo eliminando il male alla radice potremo sperare di riavere un Paese degno di essere chiamato tale.

Le notizie riportate sui social sono come fili invisibili: quando le nostre opinioni non sono davvero nostre!

Oggi più che mai mi ritrovo a pensare a quanto siamo immersi in una rete di condizionamenti sottili e pervasivi che plasmano le nostre opinioni, spesso senza che ce ne accorgiamo. 

Viviamo in un mondo in cui ogni sistema sociale sembra aver imparato a mascherare i propri obiettivi dietro ciò che appare come spontaneo desiderio individuale, quasi come se fossimo guidati da fili invisibili che ci fanno muovere in una direzione precisa. 

Ciò che colpisce è la capacità di queste strutture di farci percepire le loro esigenze come nostre motivazioni personali, convincendoci che ciò che serve al sistema sia in realtà ciò che vogliamo davvero.

A volte questo processo avviene in modo palese, attraverso strumenti che chiamiamo educazione civica o formazione ideologica, dove i valori di un sistema vengono presentati come universali e imprescindibili. 

Altre volte, invece, tutto accade in maniera più subdola, con modelli di comportamento che ci vengono trasmessi indirettamente, quasi per osmosi, finché non diventano parte delle nostre abitudini quotidiane. 

Questi schemi, una volta assimilati, ci portano a risolvere i problemi e a prendere decisioni in modi che favoriscono la stabilità e la riproduzione del sistema stesso, senza che ci poniamo troppe domande sul perché lo facciamo.

Quello che emerge è un quadro inquietante, in cui il confine tra libero arbitrio e condizionamento diventa sempre più sfumato. Riflettendoci, mi chiedo quanto spesso le nostre opinioni siano davvero frutto di un ragionamento autonomo e quanto invece siano influenzate da chi detiene il potere politico o economico. 

È difficile non vedere come le grandi narrazioni, i messaggi mediatici e le tendenze culturali dominanti siano strumenti potentissimi per orientare le masse in una direzione precisa, spesso a nostro discapito. 

Eppure, continuiamo a credere di essere noi gli artefici delle nostre scelte, mentre in realtà siamo spesso pedine inconsapevoli di giochi molto più grandi. Forse è arrivato il momento di fermarci a riflettere su quanto siamo disposti ad accettare passivamente queste influenze. 

Dobbiamo imparare a guardare oltre le apparenze, a interrogarci sulle origini delle nostre convinzioni e a chiederci se davvero rispecchiano ciò che siamo o se sono solo il riflesso di una strategia ben orchestrata per mantenere lo status quo. 

Solo così potremmo cominciare a riprenderci un briciolo di autenticità in un mondo sempre più condizionato da interessi che non coincidono con i nostri.

Un sistema che scricchiola: il lungo grido sommerso del popolo iraniano.

Mentre i telegiornali mostrano famiglie iraniane in fuga, attribuendo la loro decisione alla pa1ura di bombe e missili, c’è qualcosa di più profondo che emerge tra le righe. 

Quello che vediamo non è solo una reazione al conflitto, ma l’occasione per molti di lasciarsi alle spalle un regime che per 45 anni ha soffocato libertà e diritti. Le frontiere aperte in questo momento di caos offrono una via di fuga a chi, da tempo, sogna una vita lontana dall’oppressione.

Le donne iraniane, più di tutte, portano il peso di quasi mezzo secolo di privazioni. Dalla caduta dello Scià, le loro vite sono state segnate da imposizioni crudeli, da divieti che hanno spento sogni e spezzato destini. Migliaia di giovani donne hanno pagato con la vita il coraggio di alzare la voce, e oggi, forse, intravedono nella crisi attuale una possibilità di cambiamento. Per loro, questo non è solo un conflitto tra stati, ma lo scricchiolare di un sistema che potrebbe finalmente crollare.

E mentre la gente comune cerca una via d’uscita, i vertici del potere sembrano muoversi nell’ombra. Le voci su un possibile “lasciapassare” richiesto da Khamenei e dalla dirigenza militare alla Russia suonano come un déjà vu. 

È lo stesso copione visto con Assad, lo stesso terrore che ha travolto Saddam Hussein e i suoi fedelissimi quando il loro regime è caduto. La paura di essere braccati, di finire come quei dittatori i cui ritratti sono stati bruciati nelle piazze, è un fantasma che ora perseguita anche Teheran.

La storia si ripete, e i regimi autoritari sembrano condannati allo stesso epilogo: la fuga, la caduta, la resa dei conti. In Iraq, in Siria, e forse presto in Iran, la fine del potere assoluto ha portato con sé un’ondata di violenza, ma anche una flebile speranza di rinascita. Dietro le bombe e le retoriche di guerra, c’è un popolo che sogna da decenni una vita normale, libera dalle catene di un governo che ha imposto le sue regole con il pugno di ferro.

Ma accanto a questa tensione interna si staglia un pericolo ancora più vasto, capace di coinvolgere l’intera regione e ben oltre. Il programma nucleare iraniano, mai interrotto nonostante gli accordi e le promesse, rappresenta una minaccia concreta non solo per Israele, ma per tutta l’area mediorientale e non solo. 

La costruzione di una bomba atomica da parte della Repubblica Islamica non sarebbe soltanto un salto tecnologico, bensì un mutamento radicale degli equilibri geopolitici. Un singolo test nucleare potrebbe innescare una corsa agli armamenti senza precedenti, trascinando Paesi vicini come Arabia Saudita, Turchia ed Emirati Arabi verso un baratro impossibile da controllare.

Questo scenario rende il conflitto ancora più fragile e imprevedibile, perché ogni azione militare, ogni dichiarazione, assume il peso di una potenziale escalation globale. La prospettiva di un’arma nucleare in mano a un regime che nega l’esistenza dello Stato di Israele e sostiene gruppi terroristici in tutto il Medio Oriente non è una semplice ipotesi: è un rischio tangibile, che richiede l’attenzione costante della comunità internazionale.

Forse, in questo momento di fragilità, si nasconde l’opportunità che molti aspettavano. Non è solo una guerra tra nazioni, ma uno scontro tra chi vuole mantenere il controllo e chi, finalmente, intravede la possibilità di riprendersi la propria libertà. 

Sì… la vera posta in gioco non è solo il conflitto, ma il futuro di un intero popolo che ha atteso troppo a lungo.

Se le soluzioni ci sono, ma manca la volontà di applicarle, allora il problema non è la sicurezza: ma la politica!

Negli ultimi tre anni, per motivi di lavoro, ho vissuto in Toscana e posso assicurare che, a differenza della mia Sicilia, i controlli – seppur non massicci – erano comunque una presenza costante. 

Già… ho attraversato quotidianamente quel territorio, in lungo e in largo, partendo da Poggibonsi in direzione Siena oppure attraversando Certaldo per raggiungere Empoli e oltre, spingendomi verso l’interno delle colline del Chianti, per passare dinanzi a Volterra e giungere a Cecina, ma non solo, l’Isola d’Elba, Pisa, Lucca, Livorno, Grosseto e altri ancora… 

Quello che più mi colpiva era la presenza costante delle forze dell’ordine: posti di blocco ovunque, pattuglie della Guardia di Finanza, della Polizia Stradale, dei Carabinieri, e nelle città, le auto della Polizia Municipale.

Ammetto che non conosco le modalità con cui vengono organizzati i turni o in quali modi vengono decise le zone da presidiare, ma so bene che l’imprevedibilità è il maggiore ostacolo per chi deve garantire la sicurezza, ma qualcosa mi sfugge… 

Sì… una domanda sorge spontanea: perché in quelle zone, con una conformazione urbana e geografica non dissimile dal resto d’Italia – e con un flusso di persone e veicoli persino minore – i controlli sono così frequenti, mentre in Sicilia, dove la criminalità organizzata è una minaccia concreta e quotidiana, tutto sembra esser lasciato al caso?

Nella mia regione, ad esempio, servirebbe un presidio molto più rigoroso, strategie mirate e un controllo capillare per bilanciare i numerosi fattori di rischio presenti. Eppure, le istituzioni vorrebbero far credere che tutto vada per il meglio…

Ma allora, se il problema è la carenza di organico, perché non impiegare l’esercito? Ditemi, a cosa servono tutti quei militari fermi davanti a quegli uffici istituzionali o impegnati in continue parate sterili, quando potrebbero essere dispiegati in operazioni di controllo del territorio?

Potrebbero ad esempio presidiare gli accessi alle città più critiche – Palermo, Catania, Messina – con un sistema di “cinturazione” e verifiche obbligatorie, formati per affrontare situazioni ad alto rischio e pronti a intervenire rapidamente dove necessario.

Sarebbe uno strumento potente, se usato con serietà. Invece, nella presunzione di avere tutto sotto controllo, alla fine non si controlla nulla! 

Panta rei e ruit hora”: tutto scorre, e il tempo fugge

Intanto, la Sicilia continua a soffrire, e le sue ferite restano aperte…

Ora, a distanza di tempo, il Sindaco di Catania ripropone la stessa idea, chiedendo l’intervento dell’esercito per contrastare la criminalità. Segno che certe esigenze, se ignorate, prima o poi tornano a galla…

Peccato che, nel frattempo, si sia perso altro tempo prezioso.

La corruzione non indossa un uniforme: con il camice, la giacca o la tuta, si è sempre ladri!

Si parla sempre di corruzione come se fosse un male lontano, confinato nelle stanze del potere o nelle periferie dell’illegalità, ma la verità è che il marciume non ha preferenze. 

Già… non guarda in faccia a nessuno, né alla laurea appesa alla parete né alla reputazione costruita in anni di lavoro. 

Gli scorsi giorni, i carabinieri del Nas hanno bussato alle porte di talune strutture sanitarie, pubbliche e private, e quelle porte si sono aperte su un groviglio di accuse che coinvolgono medici e rappresentanti di un’azienda fornitrice di materiale sanitario. 

Sono ora ventidue i nomi attualmente iscritti nel registro degli indagati, ventidue storie che si intrecciano con un’inchiesta coordinata dalla procura.

C’è qualcosa di profondamente amaro nel realizzare che chi dovrebbe curare, chi dovrebbe essere garante di salute e integrità, possa invece tradire quella stessa fiducia per un vantaggio meschino. Ho letto che si tratta di apparecchi sanitari, ma come non ricordare ora quanto accaduto lo scorso anno a Palermo, con l’inchiesta che ha visto al centro delle indagini quei prodotti di sterilizzazione degli attrezzi chirurgici, non soltanto quindi dispositivi medici, ma simboli di un sistema che a volte sembra sordo alle regole, sordo all’etica, sordo persino al rispetto di sé e degli altri. 

Eppure, non è una questione di professione o di status sociale: Un ladro è un ladro, che indossi un camice bianco, una giacca e cravatta, un elmetto da cantiere oppure una tuta da operaio. Già, la differenza sta nella dignità, o meglio, nella sua assenza!

Quel che lascia più sgomenti non è solo l’atto in sé, ma le conseguenze che trascina con sé, perché quando un nome si macchia, non è solo una carriera a crollare, ma un’intera famiglia che si ritrova invischiata in quell’infamia. 

Figli, mogli, genitori: tutti portano il peso di un cognome che ora evoca sospetti e vergogna. E forse è questo il vero crimine, oltre alla corruzione stessa: l’aver condannato chi non c’entra nulla (quando ovviamente quei familiari hanno dimostrato di non esser stati complici di quei benefici o di quelle regalie che venivano costantemente ricevute o portate a casa, quantomeno ciascuno di loro è partecipe nel caso in cui non abbia mai chiesto da dove arrivassero e soprattutto non abbia fatto nulla per farle immediatamente restituire al mittente…) a vivere sotto l’ombra di un’eredità avvelenata.

Le perquisizioni negli ambulatori e negli studi privati dei medici non sono solo un atto giudiziario, ma un monito, un promemoria che nessuno è al di sopra della legge, che nessuna professione è immune dalla tentazione, e che la vera misura di un uomo non sta nel titolo che precede il suo nome, ma nella scelta di agire con onestà anche quando nessuno guarda. 

L’inchiesta è ancora agli inizi, e mentre gli investigatori cercano riscontri, il resto di noi è costretto a chiedersi: quanto vale davvero la dignità di una persona? E soprattutto, perché c’è chi è disposto a svenderla per così poco?

L’attacco all’Iran? La logica conseguenza di anni di avvertimenti ignorati.

Già… era solo questione di tempo.

Per anni, attraverso analisi e avvertimenti sul mio blog, ho tracciato la rotta inevitabile verso questo momento. 

E così, mentre molti voltavano lo sguardo, il sottoscritto descriveva in questi anni l’accumularsi di tensioni, di segnali ignorati, della pericolosa determinazione di Teheran nel perseguire l’atomica militare e la ferrea legge che governa il Medio Oriente: era abbastanza ovvio che Israele non avrebbe mai permesso alla minaccia di concretizzarsi!

Quanto accaduto in quest ore, con le operazioni militari in corso contro scienziati e siti nucleari iraniani, si conferma ciò che vado ripetendo da tempo… 

Sì… basti rileggersi quanto riportavo già nel 2010, poi nel 2019 con l’escalation nello Stretto di Hormuz, ed ancora nel 2024 con le previsioni di un’azione israeliana, fino agli allarmi di quest’anno sull’irreversibilità della crisi. 

Ogni articolo era un tassello di un mosaico prevedibile, ah… se soltanto si fosse voluto vedere…

Teheran ha giocato col fuoco, convinta che le sue ambizioni nucleari potessero crescere indisturbate.

Ma esiste una verità strategica che i miei lettori conoscono bene: Israele agisce sempre quando percepisce il punto di non ritorno. Non è vendetta, è sopravvivenza! 

E chi, come me, ha studiato senza pregiudizi gli equilibri di quella regione, sapeva che la risposta sarebbe arrivata proprio così: chirurgica, letale, prima che fosse troppo tardi.

Ora il regime iraniano grida alla “violazione del diritto internazionale“, ma tace sugli anni in cui ha violato ogni accordo sul nucleare. Minaccia ritorsioni, dimenticando che la partita vera si gioca da tempo, e che le mosse decisive sono quelle che nessuno annuncia ai giornali.

Per quanto il mio parere possa contare, nel mio blog avevo avvertito delle conseguenze: il silenzio mediatico su certi sviluppi non significava assenza di pericolo, ma l’avvicinarsi della tempesta. 

Oggi quella tempesta si è scatenata. E mentre il mondo si sveglia di soprassalto, chi ha seguito queste pagine sa che non siamo di fronte a un’improvvisa escalation, ma al compiersi di una logica che troppo a lungo è stata sottovalutata.

Il nucleare iraniano non era un’ipotesi astratta, e Israele non era disposto ad attendere la prova definitiva, ma non solo quest’ultima, anche gli stessi paesi arabi confinanti, hanno fortemente paura di ciò che potrebbe accadere loro nel caso in cui l’Iran si dotasse di un ordigno nucleare!!!

Lo scrissi allora, lo ribadisco oggi: quando la diplomazia fallisce e le minacce si materializzano, restano solo le parole profetiche… e i missili.

A conferma di quanto riportato sopra, vi riporto alcuni dei miei link, nei quali affrontavo il grave problema e prevedevo, ahimè, le sue attuali conseguenze: 

https://nicola-costanzo.blogspot.com/2019/06/usa-iran-speriamo-bene.html

https://nicola-costanzo.blogspot.com/2010/10/attacco-alliran.html

https://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/04/tensioni-iran-usa-israele-e-il-rischio.html

https://nicola-costanzo.blogspot.com/2024/10/nessuno-ne-parla-ma-esiste-un.html

https://nicola-costanzo.blogspot.com/2024/10/come-previsto-israele-attacca-liran.html

https://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/03/escalation-iran-israele-e-scenari-futuri.html

https://nicola-costanzo.blogspot.com/2019/01/prove-tecniche-per-linizio-di-un-nuovo.html

https://nicola-costanzo.blogspot.com/2019/07/la-partita-giocata-sullo-stretto-di.html

https://nicola-costanzo.blogspot.com/2019/06/liran-abbatte-un-drone-usa-e-raccoglie.html

https://nicola-costanzo.blogspot.com/2024/11/israele-prepara-unazione-contro-liran.html

https://nicola-costanzo.blogspot.com/2024/08/ali-kamenei-fossi-al-suo-posto-ci.html

https://nicola-costanzo.blogspot.com/2020/01/usa-e-iran-si-sta-preparando-uno.html

https://nicola-costanzo.blogspot.com/2018/11/una-coincidenza-le-profezia-della.html

https://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/01/manipolazioni-dialogo-e-speranze-di.html

https://nicola-costanzo.blogspot.com/2024/12/blog-post.html

https://nicola-costanzo.blogspot.com/2024/05/manifestazioni-contro-israele.html

Perchè Raffaele Cantone è la scelta giusta per la Procura di Napoli Nord!

Napoli Nord aspetta il suo nuovo procuratore, e mentre la politica gioca le sue carte, il Paese sembra dimenticare ancora una volta ciò che davvero conta. 

Si parla di curriculum, di legami, di equilibri di potere, ma quasi nessuno ricorda che una Procura così strategica dovrebbe essere affidata a chi ha dimostrato, sul campo, di saper combattere la criminalità organizzata con coraggio e competenza. 

Raffaele Cantone non è solo un nome, è un magistrato che ha trascorso la sua carriera a inseguire la giustizia, persino quando ciò significava sfidare i boss più temuti. È cresciuto in quel territorio, lo conosce, lo ha vissuto nelle aule di tribunale e nelle indagini che hanno portato agli ergastoli dei capi dei Casalesi. 

Eppure, anche oggi, come accadde con Falcone e Borsellino, c’è il rischio che la politica preferisca nomi diversi, certamente altrettanto validi (premetto di non sapere neppure i loro nomi…), ma quando è la politica ha decidere ho sempre il sospetto che dietro quella scelta, vi sia come sempre la volontà di imporre la loro influenza, ed il motivo per cui solitamente viene scelto il soggetto che possiede un profilo più “allineato”, già… più vicino ai giochi di potere che alla sostanza del servizio pubblico.

Il problema non è solo chi vincerà questa sfida, ma il sistema che la determina. Perché in Italia, troppo spesso, i ruoli chiave vengono assegnati non in base al merito, all’integrità o alla dedizione, ma in base a calcoli di convenienza, a legami personali, a logiche di corrente. 

Ed il motivo per cui mi chiedo perché la politica debba decidere su questa, ma anche su tutte le altre nomina? Ed allora, quanto conta davvero l’indipendenza della magistratura quando i nomi vengono scelti in base alle simpatie di partito?

Eppure, Napoli Nord non è una Procura qualsiasi. È un presidio fondamentale nella lotta alla camorra, in un territorio dove la criminalità organizza affonda le radici nel tessuto sociale ed economico. 

Servirebbe quindi qualcuno che conosca quelle strade, che abbia già dimostrato di non aver paura, che non sia lì per fare carriera ma per servire lo Stato. Cantone ha chiesto di lasciare Perugia con tre anni di anticipo, pur di tornare lì dove è nato, dove potrebbe fare la differenza. 

Ma in questo Paese, purtroppo, le scelte più giuste raramente coincidono con quelle più convenienti per chi governa.

Già… forse, invece di discutere su chi abbia il curriculum migliore, dovremmo chiederci perché un sistema che dovrebbe premiare l’eccellenza finisce per favorire chi sa muoversi meglio tra le pieghe del potere? Perché i Falcone e i Borsellino di oggi vengono scavalcati, mentre chi sa stare al gioco ottiene incarichi prestigiosi? 

Ripeto, non conosco i nomi degli altri candidati, ma avendo potiuto valutare sul campo, l’ottimo lavoro svolto dal Procuratore Cantone quando era Presidente dell’ANAC, beh… ritengo che la Procura di Napoli Nord meriterebbe un procuratore come Cantone!

Ma forse la domanda che ora dovrei chiedere a ciascuno di voi è la seguente: Il nostro Paese è mai stato capace di scegliere i suoi migliori? O continuerà a preferire chi non fa ombra, chi non disturba, chi non rompe gli equilibri? 

Il sottoscritto, conosce bene la risposta (purtroppo…), avendola subita sulla propria pelle!

L’attacco all’Iran? Lo avevo scritto!

Le mie parole di ieri si sono trasformate in fatti oggi, e il silenzio che avvolgeva quelle ombre nucleari è stato squarciato dal boato degli attacchi.

L’Operazione “Rising Lion” non è solo una rappresaglia, è la risposta a quel furto di documenti segreti che avevo messo in luce quando ancora i telegiornali tacevano, quando le testate news sembravano non accorgersi del pericolo imminente.

L’Iran gridava vittoria per il suo “colpo da maestro” nell’intelligence, ma oggi paga il prezzo di aver scatenato una tempesta che non poteva controllare. 

Quei documenti rubati, quei segreti nucleari sussurrati, hanno accelerato una reazione che era già scritta nel destino di una regione sull’orlo del baratro. Israele ha colpito non solo siti strategici, ma il cuore stesso del programma militare iraniano, eliminando scienziati e comandanti che ne guidavano l’ascesa atomica.

Teheran ora urla alla vendetta, chiama “codardo” l’attacco, parla di martiri e di crimine, ma dimentica che il primo passo verso l’abisso l’ha compiuto proprio lei. Quel furto celebrato come un trionfo si è rivelato l’inizio della fine, la scintilla che ha acceso una reazione a catena. E mentre il regime minaccia una punizione “severa ed esemplare”, il mondo trattiene il fiato, perché sa che ogni minaccia in questa partita può trasformarsi in un punto di non ritorno.

Avevo scritto che il nucleare non è una carta da giocare, ma l’ultimo atto, e oggi quell’atto si avvicina. Gli scienziati uccisi, i comandanti eliminati, i siti distrutti: tutto questo non è che l’ennesimo capitolo di una guerra che non conosce fronti, ma solo ombre e silenzi rotti dalla violenza. Eppure, mentre l’Iran promette vendetta, Israele dimostra ancora una volta di agire dove gli altri si limitano a parlare, di colpire prima che sia troppo tardi.

Il Medio Oriente è sempre più un vaso di Pandora, e quella chiave – i documenti rubati – l’ha spalancato. Ora il vento porta con sé non più sussurri, ma urla di condanna e promesse di sangue. E mentre i media si svegliano solo ora, cercando di raccontare ciò che è già accaduto, resta la consapevolezza che alcune verità vengono anticipate da chi osserva senza filtri, da chi legge tra le righe del silenzio.

Perché in questa partita, ogni mossa ha conseguenze irreversibili. E se ieri era il furto a minacciare l’equilibrio, oggi è la rappresaglia a farlo vacillare. Domani potrebbe essere troppo tardi per parlare di equilibrio.

Già… come riportavo ieri e come tra l’altro descritto nel quadro sopra riportato, domani… potrebbe restare solo la cenere.

IRAN – Ombre nucleari: il silenzio che precede la cenere…

Le parole scorrono come fumo denso, avvolgendo una verità che nessuno vuole ammettere ma che tutti temono…

L’emittente statale iraniana “IRIB” ha riferito – citando fonti informate – che i servizi segreti iraniani hanno condotto quello che definiscono “il più grande attacco di intelligence della storia” contro Israele, ottenendo enormi quantità di documenti e informazioni altamente sensibili.

L’Iran rivendica un colpo da maestro, un’operazione senza precedenti, capace di penetrare nel cuore segreto di Israele. Migliaia di documenti strappati via, custoditi in luoghi proteti, e tra quei fogli, si sussurra, vi sono segreti nucleari, progetti che potrebbero cambiare per sempre gli equilibri di una regione già sull’orlo del baratro.

Il silenzio di Israele è più eloquente di qualsiasi smentita. Si sa di due arresti, due giovani accusati di tradimento, forse pedine inconsapevoli in una partita più grande di loro. Ma il vero gioco si svolge altrove, nelle stanze dove si decidono i destini, tra mappe segnate da obiettivi strategici e parole che si trasformano in missili. Nessuno conferma, nessuno nega, perché in questa guerra d’ombra ogni verità è un’arma e ogni silenzio una minaccia.

Il Medio Oriente, ahimè, è un vaso di Pandora, e la chiave per aprirlo potrebbe essere proprio quella conoscenza rubata. D’altronde cosa accade quando i segreti nucleari smettono di essere segreti? Quando le paure si materializzano in progetti concreti, in rivalità che non conoscono più confini?

L’Iran avanza, Israele si ritrae, ma è solo l’illusione di un equilibrio precario. Basta una scintilla, un documento letto nel modo sbagliato, un sospetto in più, e la corsa all’arma definitiva diventerà inevitabile.

Quei documenti rubati potrebbero racchiudere informazioni capaci di mutare il corso degli eventi, forse persino la possibilità di costruire ciò che non dovrebbe mai esistere. Non è facile capire fino a che punto si possa giocare col fuoco senza bruciarsi, specialmente quando il fuoco ha il volto freddo dell’atomica.

Ogni volta che si parla di nucleare, ogni volta che un Paese fissa quell’orizzonte, si allunga l’ombra di qualcosa di irrimediabile. Il Medio Oriente è già un crocevia di tensioni, di interessi incrociati, di ferite mai rimarginate e aggiungere ora la minaccia atomica è come versare benzina su un falò che non si è mai davvero spento!

Quando un laboratorio segreto diventa un progetto accessibile, quando le ambizioni si traducono in calcoli precisi e materiali sensibili, il confine tra guerra e distruzione totale si assottiglia, fino a sparire. 

Ed allora non ci saranno più frontiere da difendere, né bandiere da innalzare, ma solo paesaggi cancellati, città ridotte a memoria, già come l’immagine di quel quadro riportato sopra!

Non è l’attacco che dobbiamo temere, non sempre. Talvolta è la reazione a far precipitare tutto. Un errore di valutazione, un gesto mal interpretato, un documento letto con gli occhi sbagliati. Basta poco per mettere in moto l’ingranaggio, e molto per fermarlo, ammesso che sia possibile.

L’equilibrio esiste solo finché nessuno osa romperlo. Ma ogni equilibrio è fragile, specie quando poggia su una paura reciproca che tiene a bada le intenzioni. E se quella paura svanisce, se uno dei contendenti crede di poter agire senza conseguenze, allora sarà la fine di ogni logica strategica, e l’inizio di un incubo senza ritorno.

Perché il nucleare non è una carta da giocare, non è una moneta di scambio, è l’ultimo atto, il punto oltre il quale non c’è più niente. Chiunque lo usi, chiunque lo minacci, firma la sentenza non solo per il nemico, ma anche per sé stesso, per chi sta vicino, per chi non c’entra nulla.

Il nucleare non è uno strumento di guerra, è la fine di ogni guerra, perché dopo di esso non ci saranno più vincitori né vinti. Solo cenere…

Dal procuratore Zuccaro a Trantino: sei anni per capire che a Catania serve l’esercito

Già… sono passati ben sei anni da quel lontano 21 aprile 2019, quando riportavo in questo blog un post intitolato: Un’intervista “stranamente” passata in sordina: “A Catania… serve l’esercito”! – link: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2019/04/unintervista-stranamente-passata-in.html. 

Allora, il procuratore Carmelo Zuccaro denunciava una situazione drammatica: quartieri degradati, spaccio controllato dalla mafia, reclutamento di giovani come pusher, e un sistema di videosorveglianza gravemente inefficiente. 

La sua proposta? L’impiego dell’esercito in supporto alle forze dell’ordine, un intervento necessario per riprendere il controllo di strade ormai in balia della criminalità.

Eppure, per anni, solo silenzio. Quell’appello cadde nel vuoto, soffocato dall’indifferenza e dalla miopia politica.

Fino ad oggi, già… fino a quando, con sei anni di ritardo, il sindaco Trantino ha riscoperto quell’urgenza che altri avevano già gridato.

Nel suo recente incontro a Palazzo Chigi con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha presentato un dossier in cui chiede proprio questo: un rafforzamento dell’operazione “Strade Sicure“, con militari schierati nelle aree più critiche della città. 

Una richiesta che, se accolta, potrebbe segnare una svolta, ma che arriva con sei anni di ritardo rispetto a quell’allarme lanciato dal procuratore Zuccaro e da me ripreso con insistenza.

Trantino ha parlato anche di altre emergenze, come l’abbandono dei rifiuti e la necessità di misure più severe, ma il cuore della questione resta la sicurezza. La premier, a suo dire, si è mostrata attenta e disponibile. 

Bene… meglio tardi che mai. Peccato, però, che ci sia voluto così tanto per arrivare a questa consapevolezza.

Come scrivevo già lo scorso anno: In Sicilia, ma non solo, c’è bisogno dell’esercito nelle strade!!!https://nicola-costanzo.blogspot.com/2024/01/in-sicilia-ma-non-solo-ce-bisogno.html, la situazione richiedeva da tempo interventi decisi. 0

Ora che anche il primo cittadino lo riconosce, non resta che sperare che le parole si traducano in fatti, senza ulteriori ritardi. 

Perché Catania, e i suoi cittadini, non possono più aspettare.

Odessa, la luce che la guerra non potrà spegnere!

Ricordo ancora quella foto scattata tanti anni fa, quando mi recai in Ucraina per i lavori di ristrutturazione dell’ingresso del porto passeggeri di Odessa.
Era un’immagine che catturava un attimo di normalità, di bellezza, di vita. Oggi, guardandola, mi sembra di osservare un mondo perduto.
Quella città, così vibrante e piena di luce, oggi è ferita. Le sue strade, un tempo animate da risate e passi frettolosi, ora risuonano di un silenzio spezzato solo dal boato delle esplosioni.
Odessa era un luogo dove la vita scorreva con un ritmo diverso, più autentico. Ricordo i tram elettrici che solcavano le vie, le facciate color pastello dei palazzi, quelle architetture maestose che raccontavano storie di un passato complesso, a volte doloroso, ma sempre vissuto con dignità.
E poi c’erano loro, le persone. Genuine in ogni gesto, in ogni sorriso. Persone che, nonostante le difficoltà, sapevano trasformare un attimo qualunque in qualcosa di speciale…
Come quella volta in cui vidi una fila ordinata di persone dietro a una cisterna enorme – identica a quelle che da noi trasportano benzina o gasolio – e ciascuno di loro, paziente, aspettava il proprio turno per riempire i bidoni. Avvicinandomi, curioso, chiesi: “Gasoline? Petrolio?”. E tutti, all’unisono, mi risposero ridendo: “No… Vodka!“. Fu una risata collettiva, un lampo di gioia pura che mi insegnò come la felicità possa sbocciare anche nelle circostanze più impensate.
Attraversai l’Ucraina in lungo e in largo, da Čop a Kiev, passando per città che sembravano uscite da un romanzo dell’Est. Paesaggi sconfinati, strade di cemento interminabili, e quella sensazione di libertà che solo i luoghi ancora legati alla terra sanno regalare.
Anche il cibo aveva un sapore diverso, più vero, come se ogni boccone conservasse ancora il profumo del campo. Eppure, non tutto era idilliaco. Dietro le facciate rinnovate dei palazzi si nascondevano storie di fatica quotidiana, di famiglie che dividevano lo stesso spazio angusto, ma che non perdevano mai la speranza né la dignità. I bambini, soprattutto, mi rimasero nel cuore. La loro felicità era semplice, fatta di niente, e forse proprio per questo più autentica di qualsiasi altra cosa avessi mai visto.
Oggi, però, quelle strade sono il teatro di una guerra che non dovrebbe esistere. Odessa, con il suo porto strategico, è diventata un bersaglio. Le bombe cadono, i ricordi si sbriciolano, e quel senso di comunità che tanto mi aveva colpito rischia di svanire sotto le macerie. È straziante pensare che un luogo così ricco di vita e storia possa ridursi a un campo di battaglia. Ancora più atroce è rendersi conto che tutto questo accade per calcoli geopolitici, per confini da tracciare, per brama di potere.
So che la strada per la pace è lunga, che gli interessi in gioco sono molti, e che nessuna soluzione sarà indolore. Ma quando ripenso a quelle risate, a quei sorrisi, a quella vodka distribuita come un bene prezioso, mi chiedo come l’umanità possa permettersi di perdere tutto questo.
Odessa merita di tornare a essere la città che ho conosciuto, merita di rinascere. Perché nessuna guerra, nessun conflitto, potrà mai cancellare la bellezza che ho visto brillare nei suoi occhi. E nessuna bomba potrà spegnere la luce che, testardamente, continua a resistere.

Trump vs Musk: una rottura che nessuno aveva previsto, ma tutti auspicavano!

Trump non ha mai nascosto di saper fiutare i rapporti d’interesse meglio di chiunque altro e ora sembra aver deciso di voltare pagina, o quantomeno di rinegoziare gli accordi. 

La sua recente mossa di voler revisionare i contratti governativi con Elon Musk segna un passaggio significativo, una sorta di distacco ufficiale da quel sodalizio che fino a poco tempo fa appariva solido come un patto di sangue. 

Eppure, era chiaro a tutti che si trattava di un accordo strategico più che di una sincera alleanza. 

Già… quando ti serve qualcuno per vincere, lo abbracci forte, mentre quando non ti serve più, lo guardi con distacco, quasi con fastidio. 

Ed è proprio questo il punto: certi legami nascono già con la data di scadenza incorporata!

Quando faceva comodo mostrare unità, visione comune, spirito innovativo, Musk e Trump hanno camminato insieme, a braccetto, davanti alle telecamere del mondo intero, ora però il vento è cambiato e Trump non esita a definire Musk “pazzo”, “drogato”, “instabile”.

Parole pesanti, certo, ma anche molto funzionali, pronunciate probabilmente per allontanare l’immagine del magnate da quella del presidente, soprattutto in vista di nuove alleanze e di un panorama politico sempre più instabile. I collaboratori parlano sottovoce, il New York Times riporta, i social commentano. Ma forse, sotto quelle accuse, c’è semplicemente la fine di un affare che non rende più come prima.

Musk non ci sta e reagisce. Lo fa sostenendo apertamente l’impeachment di Trump, un gesto non casuale, anzi molto eloquente. Poi promuove un post su X in cui si indica J.D. Vance come possibile successore, quasi a dire che il vecchio alleato ormai non rappresenta più la direzione giusta. 

Non contento, lancia un sondaggio: bisogna fondare un nuovo partito? Serve una voce diversa? Cinque milioni di persone votano e l’80% risponde sì. Musk commenta con una frase che sa di profezia autoavverante: “Il popolo ha parlato, è destino”. Peccato però che lo stesso popolo, non tanto tempo fa, avesse parlato anche per Trump, eleggendolo e sostenendolo con forza. Allora chi ha ragione? Nessuno, forse. Perché quando i sentimenti si mascherano da ideali, diventa difficile distinguere il vero dal conveniente.

C’è chi cerca di ridimensionare il tutto, come Sergei Markov, che sostiene che Musk non abbia alcun peso politico reale e che Trump non sia realmente arrabbiato, quanto piuttosto infastidito da un atteggiamento che considera capriccioso, quasi infantile. Secondo questa lettura, non ci sarebbe nulla di drammatico, solo un battibecco tra adulti che giocano a fare i grandi. 

Il motivo del contendere? Soldi, naturalmente. Tesla chiedeva un’eccezione, un vantaggio speciale, e Trump ha detto no. Fine della storia, se non fosse che dietro a quel no si intravede ben altro. Non c’entra neanche la Russia, almeno non direttamente, perché qui si muove una partita minore, fatta più di ego e dividendi che di geopolitica.

Ora non resta che aspettare e vedere cosa succederà. Perché quando si rompe un rapporto come questo, non è mai solo questione di carattere o di incomprensione momentanea. È che gli obiettivi non coincidono più, i vantaggi si sono esauriti e non c’è più motivo di fingere. Senza un fine comune, non può esserci alleanza. 

E quando l’illusione cade, rimane solo la guerra. Non quella armata, forse, ma quella delle parole, delle scelte, dei colpi bassi sparati attraverso tweet, dichiarazioni, alleanze improvvisamente ribaltate. Un amore che finisce, insomma, ma non per dolore, ma solo perché non serve più.

"Papà!": Un abbraccio che cancella tre anni di dolore!

C’è una storia che sembra uscita da una fiaba, eppure è vera…
Una di quelle storie che ti spezza il cuore per poi ricucirlo con un filo di speranza. 
È la storia di un bambino di tre anni, scomparso nel nulla, e di un padre che non ha mai smesso di cercarlo. 
Una storia che ci ricorda che, anche nell’oscurità più profonda, la luce può ancora tornare.

Ed allora, eccovi la storia…

Nel 2008, Peng Gaofeng e sua moglie Xiong Yini vivevano una vita semplice ma piena d’amore a Shenzhen. Gestivano un piccolo supermercato, e ogni giorno era animato dalle risate del loro figlioletto, Lele, tre anni, vivace e con un sorriso capace di illuminare anche la giornata più grigia.

Quel 25 marzo, mentre Lele giocava all’ingresso del negozio, la vita della famiglia cambiò per sempre.

Già… un attimo di distrazione, un uomo sconosciuto che lo prende in braccio, un autobus che si allontana e poi… il vuoto.

Immaginatevi il panico, le urla disperate per le strade, i vicini che si uniscono alla ricerca, le lacrime che cancellano ogni speranza quando le immagini delle telecamere mostrano la verità: Lele era stato rapito!

Xiong Yini crolla, il dolore è troppo grande. Ma Peng Gaofeng no. Lui non può crollare, perché suo figlio è là fuori, da qualche parte, e lui deve trovarlo.

Chiude il negozio, affigge manifesti in ogni angolo della città, poi della provincia, poi della Cina intera. 

Trasforma il suo supermercato in un santuario della memoria: le pareti vengono tappezzate di foto di Lele, ogni scaffale un promemoria, ogni cliente una possibile pista…

I giorni diventano mesi, i mesi anni. I risparmi si esauriscono, il corpo si consuma, ma non la determinazione. Perché ogni notte, prima di addormentarsi, Peng Gaofeng rivede il sorriso di Lele e sa che non può arrendersi.

Ecco che improvvisamente giunge una svolta inaspettata…

Già… erano passati tre anni, quando una telefonata anonima, dall’altra parte della Cina pronuncia queste parole: “Forse abbiamo visto vostro figlio.”

Le mani tremano, il cuore batte all’impazzata e giunge anche una foto: sì… il tempo ha cambiato i lineamenti di quel piccolo, ma gli occhi sono ancora quelli. Sì… sono i suoi occhi!

Giunge finalmente in quella cittadina e avvisa la Polizia della segnalazione ricevuta e quel bambino viene portato in centrale…

Ed ecco che nella stazione di polizia di Pizhou, mentre il padre è seduto e attende speranzoso che qualche agente gli comunichi una qualche notizia, ecco che il miracolo si compie: Lele da lontano lo riconosce all’istante, inizia a correre verso di lui, lo abbraccia e grida “Papà!” come se quei tre anni non fossero mai passati.

E in quel momento, tutto il dolore, la paura, la disperazione, si sciolgono in un solo, infinito abbraccio.

So bene che Lele è stato fortunato. Ma quanti altri bambini non lo sono? Già… Quanti genitori, ancora oggi, aspettano un miracolo che non arriva? Quante madri fissano ancora la foto di un figlio perduto, chiedendosi: “Dov’è ora? Ha freddo? Ha fame? Si ricorda di me?”

Le istituzioni, le forze dell’ordine, noi tutti, dobbiamo fare di più. Perché anche solo una segnalazione, un’occhiata in più, un messaggio condiviso, può essere la differenza tra l’oblio e il ritorno a casa. La speranza è un dovere di tutti!

Questa storia ci ricorda due verità crudeli e bellissime: Il male esiste, e a volte colpisce nel modo più ingiusto,  ma l’amore è più forte. L’amore di un padre che non si arrende, di una comunità che non dimentica, di un bambino che, nonostante tutto, ricorda.

Oggi, grazie alla tecnologia, ai social, alla consapevolezza collettiva, possiamo fare la differenza. Basta una segnalazione. Basta un gesto. Basta non voltarsi dall’altra parte.

Quindi non arrendiamoci e a tutti coloro che ancora cercano: La vostra storia non è finita.

Teniamo accesa la speranza. Perché se c’è una cosa che questa storia ci insegna, è che i miracoli accadono e a volte, basta un grido: “Papà!“, per ricordarcelo.

PS: Se volete aiutare, dedicate qualche minuto al sito di “Chi l’ha visto?” della Rai. Chissà, potreste riconoscere un volto, ricordare un dettaglio, salvare una vita: https://www.chilhavisto.rai.it/dl/clv/Bambini_scomparsi/PublishingBlock-3e5ccddd-99cc-4a75-bdc0-1110f1316a62-0.html

Grazie. Per non dimenticare. 

Il potere di un gesto: da Ponzio Pilato a Papa Leone XIV

Stamattina, navigando in rete, mi sono imbattuto in un articolo che mi ha colpito profondamente.

Parlava della vita di Ponzio Pilato e, prendendo spunto da quella storia, ho riflettuto sul peso inimmaginabile che un singolo gesto può avere sul destino dell’umanità.

Non ho potuto evitare di notare quanto questo mio ragionamento si legasse perfettamente a ciò che scrivevo ieri sul potere di Papa Leone XIV.

Perché le scelte di un uomo, spesso compiute senza comprenderne le conseguenze, possono cambiare il corso del mondo intero.

Ponzio Pilato si lavò le mani, credendo di liberarsi da una decisione scomoda. Eppure, in quel momento, senza rendersene conto, stava firmando la condanna dell’Impero Romano come potenza dominante.

Un gesto di vigliaccheria, una delega di responsabilità: eppure quel “non è colpa mia” ha permesso la nascita di una forza spirituale che, secoli dopo, avrebbe plasmato l’Europa e il mondo. Oggi, quella stessa forza conta tre miliardi di fedeli. E il Papa ne è la guida.

Ieri mi chiedevo: perché Papa Leone XIV, con tutto il suo potere spirituale, non alza la voce con la stessa forza con cui potrebbe farlo? Perché, come Pilato, sembra a volte lavarsi le mani di fronte alle tragedie del nostro tempo?

La storia ci insegna che gli uomini di potere non sono giudicati per le loro intenzioni, ma per le conseguenze delle loro azioni – o inazioni. Pilato pensava di governare su una provincia insignificante, e invece stava consegnando il futuro a una rivoluzione silenziosa.

Oggi, il Vaticano non è un semplice Stato. È la voce di un miliardo e mezzo di cattolici – a cui si somma un numero uguale, se non superiore, di cristiani non cattolici: ortodossi, protestanti, anglicani – e, se volesse, potrebbe scuotere le coscienze di gran parte del pianeta. 

Un messaggio chiaro e coraggioso di pace, infatti, non si limiterebbe ai soli cristiani: troverebbe eco nelle comunità musulmane, nelle tradizioni confuciane e taoiste, tra i seguaci del buddhismo e in tutte le persone di buona volontà. Perché di fronte all’appello universale alla giustizia e alla riconciliazione, le divisioni confessionali perdono importanza. Quel che conta è la forza morale di chi, avendo autorità, sceglie di usarla per unire anziché dividere, per sanare anziché ferire.

Basterebbe semplicemente una parola chiara, un appello inequivocabile alla pace, un rifiuto categorico di ogni violenza. Invece, troppo spesso, si preferisce il linguaggio cauto della diplomazia. Ma la storia non perdona i tentennamenti.

Pilato è passato alla storia non per ciò che fece dopo, ma per quell’unico gesto di codardia. Tra mille anni, quando si guarderà al nostro tempo, cosa si dirà di chi, pur avendo il potere di fermare le guerre, ha scelto di non usarlo fino in fondo?

La lezione è chiara: chi ha autorità non può nascondersi dietro le circostanze. Perché anche il silenzio, a volte, è una scelta. E il mondo ne paga le conseguenze.

Papa Leone XIV ha il potere di fermare le guerre. Perché tace?

Guardiamo i telegiornali e sentiamo sempre le stesse cose: incontri ufficiali, strette di mano, parole di circostanza. 

Ma mentre i potenti si scambiano convenevoli, Gaza viene rasa al suolo, l’Ucraina sanguina, e il mondo sembra aver smarrito ogni bussola morale.

Mi chiedo: perché, invece di perdere tempo in cerimonie vuote, Papa Leone XIV e il presidente Mattarella non usano quel prezioso faccia a faccia per gridare al mondo che basta? 

Perché non trasformare quell’ora di conversazione in un appello globale, in una sfida lanciata alle coscienze di tre miliardi di cristiani?

Il Vaticano non è un salotto buono. È la voce di un miliardo e mezzo di cattolici, e se si unisse alle altre confessioni cristiane, potrebbe mobilitare quasi metà dell’umanità. Un potere immenso, capace di far tremare i potenti della Terra. Basterebbe una sola frase detta senza paura: “Questa strage deve finire, e chi la alimenta sarà giudicato dalla storia.”

Eppure, no. Si preferisce parlare di “equilibri”, di “multilateralismo”, di “dialogo”. Ma il dialogo, senza coraggio, è solo un modo elegante per girarsi dall’altra parte. Le bombe non si fermano con i protocolli. I bambini morti non si risvegliano con le dichiarazioni bilanciate.

Se fossi al posto del Papa, userei ogni secondo di quegli incontri per chiedere conto ai potenti. Se avessi anche solo un briciolo di quella influenza, cercherei di parlare con Putin, Zelensky, Netanyahu, Hamas, con chiunque possa fermare questa follia. Perché il silenzio, di fronte al male, è già una colpa.

La pace non è diplomazia. La pace è rivoluzione. E se la Chiesa non ha il coraggio di farla, allora che almeno abbia l’onestà di ammettere che sta solo recitando una parte.