- Fino a 20 volte il costo di altre regioni per la stessa procedura.
- 12.000 € solo per dimostrare di aver rispettato le regole (le famigerate verifiche di ottemperanza a 4.000 € a fase).
Nel leggere notizie come queste mi chiedo come sia possibile che molti di quei lacchè, tra i miei conterranei, votino ancora per quei partiti attualmente posti al governo nazionale che dimostrano in maniera chiara che ci stanno derubando!
E questo è il ringraziamento per le preferenze concesse a quei soggetti, le stesse che hanno permesso loro di sedere in quelle poltrone a Roma per governarci!!! Ed allora, rivolgendomi a quei miei conterranei: mi raccomando, la prossima volta mettetevi in fila, fate le corse in quelle urne per consegnare a loro la vostra preferenza!!!
Minc…. ho sempre pensato sin da ragazzo con orgoglio di essere siciliano, di poter dire, io mio sento come un Leone, una Tigre, aggiungerei un Gattopardo! Ma crescendo e osservando il mondo che mi circonda, mi sono accorto come negli anni, quelli che erano come il sottoscritto, si sono piegati al sistema, ai compromessi, alle regole, alle bustarelle, già… al malaffare, ed oggi, ecco che mi ritrovo circondato da sciacalletti, iene, e da questi nuovi politici nazionali, imitazioni di quelli che furono i gattopardi, insieme a tutti questi sciacalli e pecore, che – per una congiuntura terribile – si sentono di essere il sale della terra!
E così i nostri miliardi se ne vanno in silenzio, sì come nella mia immagine di sopra, insieme alla cenere dell’etna, (già… perché quanti avrebbero docuto ribellarsi da Palazzo D’Orleans, sono gli stessi a cui è stata data loro quella poltrona…) e così le opere che dovevano essere compiute con quel nostro denaro, se ne vanno in fumo…
Parliamo ad esempio del collegamento ferroviario veloce tra Palermo e Catania che non è solo fermo, ma ormai sembra cancellato ancora prima di partire. La notizia del ritardo nella consegna – inizialmente prevista per giugno 2026 – è stata bruciata da un colpo ancora più duro: i fondi del Pnrr destinati al progetto sono stati dirottati verso altre regioni. Lo annuncia con forza Anthony Barbagallo, segretario regionale del Pd Sicilia: “Un treno che non parte neanche sulla carta“.
Ma a chi dare la colpa? Per Barbagallo, il presidente della Regione Schifani si muove sempre troppo tardi, e quando lo fa, preferisce scaricare le responsabilità sui dirigenti regionali piuttosto che ammettere il fallimento di una gestione politica inefficiente: “Schifani – accusa – anziché convocare tardivamente i direttori generali, dovrebbe iniziare ad assumersi le sue responsabilità. I fondi vengono spostati perché altre Regioni si sono dimostrate più pronte, efficienti e capaci di programmare. Noi no“.
Non ha tutti i torti il segretario regionale del Pd Sicilia, Anthony Barbagallo, nel ricordare che i vertici della burocrazia siciliana non nascono da scelte meritocratiche: Sono spesso espressione di logiche clientelari, dove contano più gli equilibri interni alle coalizioni che la competenza. Basti pensare al caso del capo della Pianificazione strategica, legato allo scandalo dei referti falsificati a Trapani e tuttora in carica, nonostante le richieste di rimozione. Mentre Schifani improvvisamente si sveglia dal torpore per criticare i suoi stessi collaboratori, non ha esitato a espandere l’organico dell’Ufficio Cerimoniale da 24 a oltre 100 unità. Una scelta paradossale, che dice molto su priorità e visione.
A denunciare il caos è anche Roberta Schillaci, vicecapogruppo M5S all’Ars: “Questa settimana niente lavori in Aula, il governo manca all’appello mentre la Sicilia affonda. Sanità in crisi, lavoro precario, infrastrutture abbandonate. L’ultimo colpo arriva proprio dalla decisione di sfilare i fondi Pnrr alla tratta Palermo-Catania per destinarli altrove. È indecente, ma forse ‘indecente’ non basta. Chiediamo da mesi un confronto sullo sfascio della sanità, ma il governo continua a occuparsi d’altro. Dopo quattro mesi, non c’è nemmeno il direttore generale dell’Asp di Palermo. Quando finalmente Schifani smetterà di litigare con la sua maggioranza e tornerà in aula”?
Ketty Damante, senatrice M5S e membro della commissione Bilancio, aggiunge: “Se sognate un treno veloce tra Palermo e Catania, dimenticatevelo. La scure del ministro Foti si abbatte sulle già fragili infrastrutture siciliane. Mentre si illude con il Ponte sullo Stretto, qui tagliano 37 chilometri di alta velocità. I fondi Pnrr non saranno spesi in tempo, quindi tanto vale spostarli. Peccato che così dovranno essere presi da altri progetti, magari già programmati. Il risultato? Nulla si salva”.
Per Pino Gesmundo della Cgil, il problema è strutturale: “Salvini, più che ‘quello del fare’, sembra ‘quello del non fare’. Se avesse investito energie nel Pnrr invece che su un’opera simbolo come il Ponte, oggi staremmo meglio. Al Consiglio dei Ministri si è discusso della revisione del Piano, evidenziando i numerosi ritardi nelle opere strategiche: Palermo-Catania, Salerno-Reggio Calabria, Terzo Valico… ovunque, solo ritardi”.
E Jose Marano, deputata M5S e vicepresidente della commissione Territorio all’Ars, conclude amaramente: “Dall’alta velocità all’alta incapacità il passo è stato breve. Due lotti fermi, promesse svanite. Ora i cittadini pagheranno il prezzo di una gestione pasticciata. Le motivazioni ufficiali? Siccità e mancanza di operai specializzati. Ma questa è una beffa. Non ci sarà nessun treno veloce entro il 2026 e bisognerà trovare nuovi fondi, sottraendoli ad altri interventi. Qualcuno dovrà rispondere di questo danno enorme per la comunità”.
E la Sicilia aspetta, ancora una volta. Mentre le promesse si trasformano in cenere, proprio come quella che sale dal nostro Etna e si disperde nel vento, mentre i treni, ahimè, restano fermi in stazione.
Nel leggere notizie come queste mi chiedo come sia possibile che molti di quei lacchè, tra i miei conterranei, votino ancora per quei partiti attualmente posti al governo nazionale che dimostrano in maniera chiara che ci stanno derubando!
E questo è il ringraziamento per le preferenze concesse a quei soggetti, le stesse che hanno permesso loro di sedere in quelle poltrone a Roma per governarci!!! Ed allora, rivolgendomi a quei miei conterranei: mi raccomando, la prossima volta mettetevi in fila, fate le corse in quelle urne per consegnare a loro la vostra preferenza!!!
Minc…. ho sempre pensato sin da ragazzo con orgoglio di essere siciliano, di poter dire, io mio sento come un Leone, una Tigre, aggiungerei un Gattopardo! Ma crescendo e osservando il mondo che mi circonda, mi sono accorto come negli anni, quelli che erano come il sottoscritto, si sono piegati al sistema, ai compromessi, alle regole, alle bustarelle, già… al malaffare, ed oggi, ecco che mi ritrovo circondato da sciacalletti, iene, e da questi nuovi politici nazionali, imitazioni di quelli che furono i gattopardi, insieme a tutti questi sciacalli e pecore, che – per una congiuntura terribile – si sentono di essere il sale della terra!
E così i nostri miliardi se ne vanno in silenzio, sì come nella mia immagine di sopra, insieme alla cenere dell’etna, (già… perché quanti avrebbero docuto ribellarsi da Palazzo D’Orleans, sono gli stessi a cui è stata data loro quella poltrona…) e così le opere che dovevano essere compiute con quel nostro denaro, se ne vanno in fumo…
Parliamo ad esempio del collegamento ferroviario veloce tra Palermo e Catania che non è solo fermo, ma ormai sembra cancellato ancora prima di partire. La notizia del ritardo nella consegna – inizialmente prevista per giugno 2026 – è stata bruciata da un colpo ancora più duro: i fondi del Pnrr destinati al progetto sono stati dirottati verso altre regioni. Lo annuncia con forza Anthony Barbagallo, segretario regionale del Pd Sicilia: “Un treno che non parte neanche sulla carta“.
Ma a chi dare la colpa? Per Barbagallo, il presidente della Regione Schifani si muove sempre troppo tardi, e quando lo fa, preferisce scaricare le responsabilità sui dirigenti regionali piuttosto che ammettere il fallimento di una gestione politica inefficiente: “Schifani – accusa – anziché convocare tardivamente i direttori generali, dovrebbe iniziare ad assumersi le sue responsabilità. I fondi vengono spostati perché altre Regioni si sono dimostrate più pronte, efficienti e capaci di programmare. Noi no“.
Non ha tutti i torti il segretario regionale del Pd Sicilia, Anthony Barbagallo, nel ricordare che i vertici della burocrazia siciliana non nascono da scelte meritocratiche: Sono spesso espressione di logiche clientelari, dove contano più gli equilibri interni alle coalizioni che la competenza. Basti pensare al caso del capo della Pianificazione strategica, legato allo scandalo dei referti falsificati a Trapani e tuttora in carica, nonostante le richieste di rimozione. Mentre Schifani improvvisamente si sveglia dal torpore per criticare i suoi stessi collaboratori, non ha esitato a espandere l’organico dell’Ufficio Cerimoniale da 24 a oltre 100 unità. Una scelta paradossale, che dice molto su priorità e visione.
A denunciare il caos è anche Roberta Schillaci, vicecapogruppo M5S all’Ars: “Questa settimana niente lavori in Aula, il governo manca all’appello mentre la Sicilia affonda. Sanità in crisi, lavoro precario, infrastrutture abbandonate. L’ultimo colpo arriva proprio dalla decisione di sfilare i fondi Pnrr alla tratta Palermo-Catania per destinarli altrove. È indecente, ma forse ‘indecente’ non basta. Chiediamo da mesi un confronto sullo sfascio della sanità, ma il governo continua a occuparsi d’altro. Dopo quattro mesi, non c’è nemmeno il direttore generale dell’Asp di Palermo. Quando finalmente Schifani smetterà di litigare con la sua maggioranza e tornerà in aula”?
Ketty Damante, senatrice M5S e membro della commissione Bilancio, aggiunge: “Se sognate un treno veloce tra Palermo e Catania, dimenticatevelo. La scure del ministro Foti si abbatte sulle già fragili infrastrutture siciliane. Mentre si illude con il Ponte sullo Stretto, qui tagliano 37 chilometri di alta velocità. I fondi Pnrr non saranno spesi in tempo, quindi tanto vale spostarli. Peccato che così dovranno essere presi da altri progetti, magari già programmati. Il risultato? Nulla si salva”.
Per Pino Gesmundo della Cgil, il problema è strutturale: “Salvini, più che ‘quello del fare’, sembra ‘quello del non fare’. Se avesse investito energie nel Pnrr invece che su un’opera simbolo come il Ponte, oggi staremmo meglio. Al Consiglio dei Ministri si è discusso della revisione del Piano, evidenziando i numerosi ritardi nelle opere strategiche: Palermo-Catania, Salerno-Reggio Calabria, Terzo Valico… ovunque, solo ritardi”.
E Jose Marano, deputata M5S e vicepresidente della commissione Territorio all’Ars, conclude amaramente: “Dall’alta velocità all’alta incapacità il passo è stato breve. Due lotti fermi, promesse svanite. Ora i cittadini pagheranno il prezzo di una gestione pasticciata. Le motivazioni ufficiali? Siccità e mancanza di operai specializzati. Ma questa è una beffa. Non ci sarà nessun treno veloce entro il 2026 e bisognerà trovare nuovi fondi, sottraendoli ad altri interventi. Qualcuno dovrà rispondere di questo danno enorme per la comunità”.
E la Sicilia aspetta, ancora una volta. Mentre le promesse si trasformano in cenere, proprio come quella che sale dal nostro Etna e si disperde nel vento, mentre i treni, ahimè, restano fermi in stazione.
Con la L.R. 09/01/25, n. 1, la Regione Siciliana ha aggiornato (o dovremmo dire “gonfiato”?) gli oneri per le autorizzazioni ambientali, superando persino le già pesanti tariffe introdotte nel 2022.
Non solo: ha aggiunto nuove voci di costo per sub-procedure che, di fatto, strangolano le piccole e medie imprese. Risultato? Investire in Sicilia diventa un lusso, mentre nel resto d’Italia è una pratica sostenibile.
E qui viene il bello: mentre un’impresa con certificazione ambientale in Lombardia o in Veneto ottiene sconti consistenti, in Sicilia paga fino a 20 volte di più per la stessa procedura. E non è tutto: qui si pagano persino voci assenti altrove. Come se la burocrazia regionale avesse inventato un “supplemento Sicilia” per scoraggiare chi vuole fare impresa.
Ne ho parlato con il Dott. Alfio Grassi, Presidente del Consorzio della Pietra Lavica, e la sua risposta è stata netta: “La CTS ha usato gli oneri di istruttoria non per garantire controlli migliori, ma come bancomat per autofinanziarsi, ignorando l’impatto sulle imprese.” Il risultato? Aziende costrette a rinunciare o a diventare meno competitive”.
E il danno non è solo economico. Nei siti di cava dismessi, i progetti di ripristino – già vincolati da garanzie finanziarie – rischiano di arenarsi per i costi aggiuntivi. Senza contare le verifiche di ottemperanza: 4.000€ a istanza, moltiplicati per tre fasi (ante-operam, corso d’opera, post-operam), diventano 12.000€ solo per dire “sì, abbiamo rispettato le regole“.
Una domanda sorge spontanea: perché la Sicilia deve essere un’eccezione… ma nel peggiore dei modi? Se altrove si punta a semplificare e incentivare, qui si alzano muri di costi. E mentre le imprese nazionali beneficiano di tariffe ragionevoli, quelle siciliane vengono dissuase a investire nel proprio territorio.
È ora di chiedere una revisione immediata di questo tariffario. Prima che l’unico messaggio che passa sia: “Fate impresa altrove“.
Si parla di nuove prove scientifiche, di “anomalie investigative“, di richieste per annullare l’archiviazione e riesaminare altri indagati. Tutto questo, ovviamente, contrastato dai legali delle due parti che, da un lato, invocano “l’oggettività dei fatti” e dall’altro mettono in guardia da “narrazioni diffamatorie” verso chi firmò quella sentenza.
Eppure, nonostante i 16 anni inflitti ad Alberto Stasi, eccoci ancora qui a discutere di tracce biologiche riesaminate dal RIS. Secondo le nuove indagini, qualcosa non ha funzionato. Prendiamo il materiale del 2007: la traccia n. 10 (quella del “complice” mai approfondita), l’impronta n. 33 (sangue o non sangue?), o la scandalosa negligenza del carabiniere senza guanti – un dettaglio da fiction poliziesca – ma tragicamente reale.
Caz… basti osservare qualsivoglia serie crime televisiva per vedere che non bisogna mai entrare nella scena del crimine, ma solo adoperarsi a limitare l’ingresso, sì… a chiunque, fintanto non giunga la Polizia Scientifica e poi, tutti sanno, anche i bambini, che – seppur sbagliato – nel caso in cui si decida arbitrariamente di inquinare la scena, quantomeno, ci si deve adoperare con guanti alle mani e se possibile, sacchi in PVC alle scarpe!
Basterebbe osservare un episodio di CSI per capire che non si tocca una scena del crimine, men che meno senza protezioni. E invece, nella villetta di Garlasco, qualcuno ha lasciato impronte nitide (le n. 37, 44, 46) proprio sulla scala.
Riprendendo le altre impronte presenti: ma voi pensate davvero che un assassino sarebbe così stupido da marcare il muro a mani nude? O forse – e qui la mia mente da “profiler” autoproclamato (grazie alle mie figlie, Emanuela e Alessia…) s’incupisce; sì… ritengo alquanto ambigua la circostanza che un assassino lasci un’impronta così evidente, in maniera palesemente chiara sulla parete di quell’unica scala; mi sembra qualcosa d’illogico o meglio ancora, quanto accaduto dimostra che l’omicidio è da considerarsi non premeditato, e che forse l’esito letale ha superato l’intenzione.
Ma al di là delle condanne, c’è un nodo che mi tormenta: il movente!
Perché uccidere Chiara Poggi? Cosa aveva scoperto? Se in quella casa non vi sono impronte di estranei, allora l’assassino era qualcuno che la frequentava? Gli investigatori hanno verificato chi, nel mese prima, era sceso da quella scala? Hanno confrontato il DNA di tutti i possibili frequentatori con le tracce rinvenute? Se il numero degli “autorizzati” era esiguo, allora forse la verità è più vicina di quanto sembri…
Non so cosa, ma qualcosa non torna. E mentre i media ripropongono la solita narrazione, io continuo a chiedermi: e se avessero guardato nella direzione sbagliata fin dall’inizio?
Il sottoscritto difatti un’idea se l’è fatta ( e potrei anche – perdonate la presunzione – aver indovinato il movente…), ma purtroppo – per ragioni che, in questo paese, finiscono troppo spesso in tribunale – preferisco tenermela per me.
Dopotutto, quando la verità fa più paura della finzione, persino un’ipotesi diventa… un capo d’accusa.
Sì… lo so… la frase corretta avrebbe dovuto essere: “La mafia avrà una fine”? Forse, ma non grazie a noi!
Ho ascoltato le parole pronunciate durante le commemorazioni della strage di Capaci, l’eccidio che costò la vita al magistrato Giovanni Falcone, alla sua collega e compagna Francesca Morvillo, e agli agenti della scorta.
E come accade ogni anno – siamo giunti al 33° anniversario – risuona la solita frase del giudice Falcone: “La mafia, come ogni fatto umano, ha avuto un inizio e avrà anche una fine!”.
Già… lo ripeteva spesso, il giudice. Sollecitando coerenza, impegno educativo, spronando la società a fare la propria parte. Soprattutto gli uomini e le donne delle istituzioni, a ogni livello.
E così, anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto ricordare l’importanza di “tenere sempre alta la vigilanza, coinvolgendo le nuove generazioni nella responsabilità di costruire un futuro libero da costrizioni criminali”. Ha aggiunto: “La mafia ha subìto colpi pesantissimi, ma all’opera di sradicamento va data continuità, cogliendo le sue trasformazioni, i nuovi legami con attività economiche e finanziarie, le zone grigie che si formano dove l’impegno civico cede il passo all’indifferenza”.
Sì… belle parole…
Ma quando osserviamo le riforme approvate dai vari governi, le norme che di fatto tutelano il malaffare invece di contrastarlo…
Quando scopriamo l’assenza di provvedimenti contro funzionari collusi, pubblici ufficiali infedeli, corrotti che lavorano indisturbati a libro paga…
Quando la politica protegge i propri referenti anziché consegnarli alla giustizia…
Quando si mercanteggiano poltrone (parlare di dignità, qui, sarebbe grottesco) in cambio di voti pilotati dalla stessa criminalità che si dice di voler combattere…”
Beh, a sentire tutta questa retorica sterile, capisco perché chi ha davvero combattuto la mafia ne ha pagato il prezzo, mentre chi si è limitato a parlarne è ancora lì, a recitare proclami.
La mafia? È ovunque, e lo sappiamo!
La verità è che la mafia – contrariamente a quanto ci raccontano – è presente in ogni piega della società!
Comincia piazzando i suoi uomini nei consigli comunali, provinciali, regionali, per poi spingerli a livello nazionale. Dirigenti nominati negli enti pubblici, ospedalieri, universitari, ordini, etc… Persino nella magistratura, dove il sistema massonico-clientelare decide chi sale e chi scende.
Ai cittadini restano le briciole. Se stanno zitti, ubbidienti, se rispettano le regole del gioco, se sanno a chi rivolgersi per risolvere i problemi, allora anche quel sistema “parallelo allo Stato” si prende cura di loro.
Il meccanismo è semplice…
Cerchi un lavoro? Non servono curriculum. Ci pensano loro a raccomandarti. Che tu sia competente o totalmente incapace (ormai la norma) non importa. L’importante è che obbedisci, chiudi un occhio (o due), ti sporchi le mani. E se ti comporti bene, arriverà anche la tua bustarella.
Negli appalti aggiudicati ci sono sempre loro, con le loro società “limpide”. Ah, già: quelle società sono controllatissime, figurano persino nella whitelist!
Hai un’urgenza ospedaliera? La fila è per i fessi – come me, te e pochi altri. Gli altri cercano l’amico dell’amico che bypassa il triage, perché le liste d’attesa prioritarie sono solo per chi non ha santi in paradiso.
E lo stesso vale per una pratica protocollata, un nulla osta, un’autorizzazione, una richiesta ufficiale, un parere favorevole, una verifica di documento. Per ogni “pratica in lavorazione”, “approvazione pendente”, “documentazione respinta per motivi formali”, “pratica archiviata”.
Finiamola quindi con i teatrini.
Tutti questi individui – proprio quelli che Falcone esortava a “fare la propria parte” – invece si mettono al servizio del sistema marcio. Sono gli uomini e le donne delle istituzioni, a ogni livello, che permettono tutto questo.
Quindi, basta commemorazioni ipocrite: portiamo vero rispetto ai caduti della lotta alla mafia, ai testimoni di una giustizia che pochi oggi ricordano – e ancora meno hanno il coraggio di praticare!”
C’è qualcosa di marcio, come sempre, dietro la facciata pulita della politica.
L’ennesima prova arriva da un’operazione che ha scoperchiato un sistema fatto di mazzette, favori e giochi sporchi, dove il confine tra istituzioni e malaffare diventa sempre più sottile, quasi invisibile.
Un sindaco, un tempo considerato una promessa, colto in flagrante mentre intascava denaro in un ristorante. Soldi che – secondo l’inchiesta – rappresentavano solo l’ultima tranche di un accordo più grande, una tangente pattuita per garantire appalti, per assicurarsi che tutto girasse come doveva girare.
E non è solo lui. Intorno, una rete di collaboratori, imprenditori, faccendieri, ognuno con il suo ruolo in questa macchina ben oliata. Soldi nascosti ovunque: nelle tasche, dentro un panettone, persino dentro un tavolo da biliardo!
Come se il denaro sporco potesse davvero sparire, svanire nel nulla, invece di lasciare tracce ovunque. Eppure, stranamente, questi soggetti continuano a farlo, come se fossero immuni, come se la legge non li riguardasse, come se il rischio di essere scoperti fosse solo un dettaglio trascurabile rispetto al guadagno, al potere, alla certezza di poter comprare tutto, anche la giustizia.
Poi c’è il fiduciario, quello che fa da tramite, quello che sa muoversi nell’ombra, quello che forse credeva davvero di poter sfuggire al controllo, di poter nascondere l’evidenza in un mobile, in un gesto, in un silenzio. Ma i soldi hanno un odore, lasciano una scia. E quando il sistema decide di far crollare il castello, tutto viene fuori, anche ciò che sembrava sepolto.
E intanto, mentre qualcuno finisce in carcere e qualcun altro trema nell’ombra, la domanda rimane sospesa nell’aria: quanti altri sono ancora lì, nascosti, intoccabili, pronti a ripetere le stesse trame, gli stessi abusi, le stesse manovre che avvelenano la politica?
Perché alla fine, come ho sempre detto, il problema resta lo stesso: quando la politica si piega al denaro, smette di servire il pubblico e comincia a servire solo se stessa. E quel male, quello vero, che divora le comunità, che legittima la corruzione e alimenta la criminalità, continua a crescere indisturbato, silenzioso ma implacabile.
Io, da parte mia, resto in attesa della prossima inchiesta che porterà alla luce altri nomi, altre verità, altri sindaci. Non ci vorrà molto, ne sono certo. Perché il cerchio… si sta per chiudere. E quando accadrà, spero che saremo pronti a guardare in faccia la realtà e a chiederci: cosa abbiamo fatto per cambiarla? Cosa faremo per impedire che accada ancora?
Giorni fa avevo pubblicato un post intitolato: Il vento della giustizia: perché molti politici stanno abbandonando in queste ore?
Lo trovi qui: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/03/dimissioni-in-massa-giustizia-alle-porte.html
Successivamente, il 21 marzo scorso, avevo scritto un altro intervento dal titolo: Dimissioni in massa: giustizia alle porte?
Puoi leggerlo a questo link: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/03/dimissioni-in-massa-giustizia-alle-porte.html
In quel secondo contributo, chiudevo con una domanda aperta: E tu, cosa ne pensi? Credi che sia solo coincidenza o che ci sia qualcosa di più sotto la superficie?
Oggi, però, una notizia firmata da Saul Caia, pubblicata su “Il Fatto Quotidiano”, sembra dare una risposta tangibile a quel dubbio. L’inchiesta della Procura di Agrigento sta facendo emergere dettagli inquietanti su presunte tangenti legate a pubbliche forniture, coinvolgendo figure di spicco del panorama politico siciliano.
L’articolo è disponibile qui: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/05/21/agrigento-
Riprendendo quindi quanto espresso nei miei precedenti post, non posso fare a meno di collegare quelle riflessioni all’attualità dei fatti. Il sospetto che dietro le dimissioni di tanti esponenti politici si celassero avvisaglie di inchieste in corso, oggi appare sempre più fondato.
Già… il vento della giustizia, forse, sta iniziando a soffiare forte!
In queste settimane, da nord a sud del Paese, assistiamo a un fenomeno che lascia molti cittadini perplessi, scettici e talvolta persino indifferenti. Politici, dirigenti di assessorati, funzionari pubblici e figure di spicco delle istituzioni stanno rinunciando ai propri incarichi, spesso senza fornire spiegazioni convincenti o addirittura con comunicazioni fredde e formali. Dimissioni improvvise, apparentemente sincronizzate, che sembrano suggerire che qualcosa di significativo stia accadendo dietro le quinte del potere. Ma cosa si nasconde davvero dietro queste uscite? È possibile che si tratti solo di coincidenze, o c’è qualcosa di più profondo?
C’è chi parla di un semplice ricambio generazionale, chi di scelte personali dettate da motivazioni private, e chi invece vede in queste dimissioni un segnale di cambiamento, forse perfino l’inizio di un’epurazione silenziosa. Indagini giudiziarie, inchieste giornalistiche e pressioni esterne potrebbero aver costretto alcune figure a fare un passo indietro prima di essere travolte da scandali. Si fa strada l’ipotesi che qualcuno o qualcosa stia portando alla luce scheletri nell’armadio, notizie compromettenti che spingono questi personaggi a farsi da parte prima che sia troppo tardi. Ma è davvero così semplice?
Prendiamo ad esempio quanto emerso di recente a proposito di un ex assessore all’energia e industria della Sicilia, ora indagato nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Agrigento. L’accusa è pesante: associazione per delinquere finalizzata al reperimento e alla distrazione di risorse pubbliche, attraverso meccanismi spartitori di appalti, progettazioni e incarichi amministrativi. Secondo gli inquirenti, egli avrebbe agito in concorso con pubblici funzionari e imprenditori compiacenti, orchestrando un sistema che ha permesso di aggiudicarsi lavori milionari.
Un sistema che, secondo l’accusa, non solo ha favorito interessi privati, ma ha anche contribuito a creare un intreccio di corruzione e condizionamento che coinvolgeva dirigenti, progettisti e funzionari pubblici. Non si tratta solo di un caso isolato, ma di un esempio lampante di come la politica possa diventare terreno fertile per interessi malsani, che vanno ben oltre il semplice clientelismo.
È difficile non vedere in tutto questo un meccanismo perverso, un circolo vizioso che lega politica e imprenditoria in un abbraccio mortale. Da una parte, ci sono imprenditori che foraggiano la politica per ottenere favori, appalti e privilegi; dall’altra, ci sono politici che utilizzano il proprio potere per alimentare questo sistema, garantendo vantaggi a pochi a discapito di molti.
E non parliamo solo di criminalità organizzata, anche se quella gioca certamente un ruolo importante. Parliamo di un sistema che permea una parte dell’apparato istituzionale, dalla classe politica fino alla struttura pubblica, dove funzionari e dirigenti possono essere coinvolti in pratiche che compromettono la trasparenza e la correttezza dell’amministrazione. Un sistema che, purtroppo, sembra resistere nel tempo, adattandosi alle circostanze e mutando forma, ma sempre pronto a riemergere quando le condizioni lo permettono.
Ma allora, queste dimissioni rappresentano davvero un passo verso la giustizia? O sono solo un tentativo di salvare la faccia, lasciando intatti i meccanismi di potere che hanno permesso certi comportamenti? È una domanda difficile, e la risposta non è scontata. Da un lato, c’è chi spera che queste uscite siano il segno di un cambiamento in atto, un segnale che la magistratura e l’opinione pubblica stanno mettendo sotto pressione chi, fino a ieri, sembrava intoccabile. Dall’altro, c’è il timore che si tratti solo di una manovra per evitare il peggio, un modo per far tacere scandali senza affrontare le vere cause del problema.
Una cosa è certa: il cittadino osserva, aspetta e pretende risposte. Perché ogni dimissione non è solo un addio, ma un’opportunità per riflettere su come vogliamo che siano gestiti i nostri interessi e su chi merita davvero di rappresentarci.
Dietro ogni politico che si dimette, c’è una storia che va oltre la persona stessa. C’è un sistema che spesso premia chi sa navigare tra interessi privati e pubblici, chi riesce a muoversi in quel confine grigio dove le regole sembrano elastiche e i principi negoziabili. Ma c’è anche una società che, forse lentamente, sta iniziando a chiedere conto di tutto questo. Una società che vuole trasparenza, giustizia e responsabilità.
E tu ora, in virtù anche di quanto emerso,cosa ne pensi? Credi che queste dimissioni siano solo coincidenze, o che nascondano qualcosa di più profondo? Rifletti su questo: fino a quando non cambieremo il modo in cui guardiamo alla politica e al potere, sarà difficile spezzare quel meccanismo perverso che continua a favorire pochi a discapito di molti.
Forse è arrivato il momento di pretendere di più, di chiedere verità e di non accontentarci di risposte superficiali, perché solo così possiamo sperare di costruire un futuro migliore, per noi e per le generazioni che verranno.
C’è qualcosa di profondamente perverso in quel meccanismo che, sotto una facciata di legalità e operosità, nasconde invece un ingranaggio ben oliato di connivenze, complicità, favori e silenzi…
Già… dietro un’imprenditoria che a prima vista sembra limpida (con le sue partite Iva in regola, i bilanci apparentemente perfetti e quelle loro sedi luccicanti), si muove un sistema parallelo che non solo nutre la criminalità organizzata, ma tiene in piedi un’intera struttura di potere, fatta di politica compiacente, burocrazia venduta e istituzioni che, troppo spesso, fingono di non vedere.
Gli imprenditori “affiliati“, quelli che potremmo definire i veri pilastri di questo sistema, agiscono come in un gioco di specchi: formalmente estranei l’uno all’altro, senza apparenti legami diretti, eppure perfettamente coordinati.
È un’illusione costruita ad arte, una scenografia che serve a depistare, a far sì che nessun controllo –per quanto poi quest’ultimo risulti realmente approfondito – riesca mai a ricostruire il filo che li unisce; eppure, quel filo esiste, ed è robusto quanto quello che tiene insieme un clan mafioso!
Non serve quindi che si conoscano personalmente, non serve che si siedano allo stesso tavolo: ciò che conta è che ognuno, nel proprio ruolo, faccia girare il sistema.
Prendiamo, ad esempio, quell’imprenditore che paga puntualmente il suo “contributo“, assume chi gli viene indicato, garantisce voti e sostegno economico a un certo candidato. Ecco, questo soggetto non è necessariamente un mafioso – nel senso classico del termine – ma è parte di una rete in cui il confine tra lecito e illecito si sfuma volutamente.
Lui ad esempio non ha mai visto in faccia il capo, non conosce i dettagli di quelle cosiddette operazioni sporche, eppure sa – quantomeno è certo che egli debba sapere – che quel denaro liquido che improvvisamente riempie le casse della sua azienda non viene da un miracolo contabile o da una sua strategia imprenditoriale innovativa, ma da una “famiglia”, già… da un’organizzazione che seppur stando dietro le quinte, si aspetta in cambio silenzio, lealtà, ma soprattutto continuità.
E qui entra in gioco l’architettura più subdola del sistema: la gerarchia!
Proprio come nella criminalità organizzata, vi sono livelli, intermediari, figure che fanno da scudo. Gli imprenditori di alto rango – quelli con le giuste amicizie, quelli che possono permettersi di non sporcarsi direttamente le mani – sono di fatto intoccabili, protetti non solo dall’ombra della mafia, ma anche dal loro status, dalla rispettabilità che li avvolge. Sono quest’ultimi a godere dei contratti pubblici, delle gare truccate, delle agevolazioni che sembrano cadere dal cielo, e se qualcosa va storto, ci sarà sempre qualcuno più in basso a prendersi la colpa, un prestanome, un fallito, un anello debole sacrificabile.
Intanto, la politica – quella che dovrebbe vigilare, quella che dovrebbe essere garante della trasparenza – spesso è complice! Non sempre in modo eclatante, non necessariamente con bustarelle che passano di mano. A volte basta un’omertà, un favore, un occhio chiuso su un appalto sospetto.
Perché il vero potere di questo sistema sta nella sua capacità di normalizzare l’illegalità, di farla sembrare una prassi accettabile, quasi inevitabile. “È così che funziona”, si dice. E così, mentre l’imprenditore “pulisce” il denaro sporco con fatture false o investimenti fasulli, lo Stato, sì… attraverso i suoi rappresentanti corrotti o semplicemente indifferenti, offre una copertura perfetta: l’apparenza della legalità!
Eppure, la cosa più agghiacciante è quanto tutto questo sia ordinario, quasi banale.
Basti leggere quotidianamente quanto accade, già nulla… è tutto (per fortuna) estramente diverso da quanto accadeva ahimè alcuni anni fa: nessuna violenza, nessuna sparatorie, nessuna faida eclatante: solo pratiche commerciali, strette di mano in uffici eleganti, scartoffie firmate con sorrisi di circostanza.
È questa la forza del sistema: la sua capacità di mimetizzarsi, di far sembrare normale ciò che normale non è. E mentre tutto questo accade, la società – quella che dovrebbe indignarsi, quella che dovrebbe pretendere trasparenza e conti chiari – rimane spesso immobile, incastrata tra il salvaguardare il proprio orticello, la rassegnazione di chi pensa che, tanto, nulla cambierà mai, ed in alcuni casi (certamente esigui…), la paura di denunciare!
Ma è proprio questa rassegnazione che tiene in vita il meccanismo, perché finché ci sarà chi accetta le regole del gioco, finché ci sarà chi crede che “l’unico modo per fare affari sia così“, il sistema continuerà a prosperare.
E allora la domanda è: dove finisce la connivenza e inizia la complicità? E soprattutto, quanta parte di questo gioco siamo disposti ad accettare prima di dire basta?
Cari lettori,
oggi vi propongo una riflessione che non è nata da me, ma che sento profondamente mia. È una riflessione necessaria, urgente, e ahimè ancora troppo attuale.
Per cui, le parole che seguiranno non sono le mie, ma quelle di uomini che hanno dedicato la loro vita alla lotta contro la mafia, pagando spesso con il prezzo più alto.
Parole di verità pronunciate da Paolo Borsellino, Antonino Caponnetto e Giovanni Falcone, tre figure che ci hanno lasciato un’eredità pesante, fatta di coraggio, lucidità e dolore, verità che ancora oggi faticano ad aprirsi un varco nella nostra coscienza collettiva.
La mafia, lo sappiamo, non è solo sangue e stragi. La mafia è consenso. Ecco cosa intendeva Borsellino quando diceva: “La mafia non dichiara guerra, ma condiziona”. Non ha bisogno di sparare se può corrompere. Non deve minacciare se trova chi, per interesse o convenienza, si piega spontaneamente. Si insinua nelle maglie deboli dello Stato, ne occupa i vuoti, ne prende il posto. E lo fa grazie a chi abbassa lo sguardo, a chi si convince che “tanto non cambierà mai nulla”, a chi addirittura ci guadagna.
Caponnetto ce lo ricordava con forza: la mafia non è solo un fenomeno di periferia. È radicata nelle élite, è parte integrante del potere. Non è più un alleato subordinato, ma un concorrente diretto per il controllo delle istituzioni. E quando lo Stato è fragile, quando la società è distratta, allora la mafia avanza. Silenziosa, invisibile, ma pervasiva.
Ecco perché la mafia resiste. Perché siamo noi a nutrirla. Lo ripeteva Falcone: “Il terrorismo è stato sconfitto perché la società civile si è mobilitata”! Ma con la mafia? Noi reagiamo alle immagini scioccanti, ai cadaveri ammazzati. Ci indigniamo, ci commuoviamo. Poi voltiamo pagina. E continuiamo a tollerare quel sistema di favori, clientelismo, voto di scambio, piccole e grandi illegalità quotidiane. Perché tanto, si sa, “è così dappertutto”. E allora ci adattiamo. Accettiamo il compromesso. Preferiamo il silenzio alla denuncia!
Ma il vero nemico della mafia non è solo chi combatte, è chi sceglie di non arrendersi. Chi ogni giorno decide di non cedere al comodo, al facile, al “così fan tutti”. Chi pretende trasparenza da chi governa, da chi decide, da chi rappresenta. Chi rifiuta di far parte di quel gioco perverso in cui anche il più piccolo accomodamento alimenta un sistema malato.
Perché la mafia non teme le commemorazioni, gli applausi, le lapidi. Teme una società che smette di offrirsi. Che smette di piegarsi. Che smette di tacere.
Ecco, allora, la vera sfida: non aspettare gli eroi. Essere persone normali, ma coerenti. Essere cittadini che ogni giorno, con piccoli gesti, scelgono di stare dalla parte della legalità. Perché la mafia non è solo al Sud. È ovunque esiste qualcuno disposto a barattare il bene comune per un vantaggio personale.
Oggi, come ieri, la scelta è nostra. E su questo, Falcone ci ha lasciato un’ultima, dolorosa verità: “Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa. Chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola”.
Sotto lo sguardo attento e partecipe del mondo intero, Papa Leone XIV si è rivolto all’umanità da quel luogo simbolo di unità e speranza che è il sagrato della Basilica.
Non era solo un incontro ufficiale, né una semplice celebrazione diplomatica. Era qualcosa di più profondo: un momento carico di significati spirituali, culturali e umani.
Davanti a lui, un autentico mosaico dell’umanità – 156 delegazioni internazionali, 39 rappresentanze ecumeniche, leader religiosi provenienti da ogni parte del mondo: dal Patriarca Bartolomeo di Costantinopoli al metropolita Nestor per il Patriarcato di Mosca, dal rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni ai massimi esponenti delle fedi musulmane, buddiste, induiste, sikh, zoroastriane e giainiste.
E accanto a loro, volti noti della scena politica internazionale: il presidente Mattarella, il presidente israeliano Herzog, il vicepresidente americano Vance, il presidente ucraino Zelensky. Un crocevia di culture, credenze e visioni del mondo, riunito non per negoziare interessi o stabilire accordi temporanei, ma per ascoltare un messaggio urgente, diretto a tutti, senza distinzioni: la pace non è più una scelta, ma l’unica via possibile.
«Il nostro tempo è segnato da troppe ferite», ha esordito il Papa con voce forte ma pacata. «L’odio, la violenza, i pregiudizi, un sistema economico che sfrutta il pianeta e abbandona i poveri nel silenzio». Parole che non accusano singoli individui, ma denunciano una cultura diffusa, radicata, che sta divorando la società. Una cultura dell’esclusione, dello sfruttamento, della guerra come soluzione facile e immediata. Ed è proprio in questo contesto così fragile e frammentato che la Chiesa sente il dovere di parlare. Non per imporre verità, ma per ricordare all’umanità il suo destino comune: essere una sola famiglia.
«Guardate a Cristo!», ha proseguito il Pontefice. «Accogliete la sua Parola, che non divide ma unisce. In Lui, siamo chiamati a formarci come un’unica famiglia, dove l’autorità non è dominio, ma servizio». Questo è il cuore del messaggio cristiano: non un potere che schiaccia, ma un amore che eleva; non un comando che separa, ma un invito che avvicina. La Chiesa, dunque, non può rimanere muta davanti alle ingiustizie. Deve essere lievito nell’impasto, fermento di fraternità, luce nel buio. Deve diventare, con coraggio e umiltà, il volto visibile dell’amore di Dio per il mondo.
Papa Leone XIV ha poi affrontato uno dei temi centrali del suo magistero: il ruolo del Successore di Pietro. «Pietro non è un condottiero solitario, né un capo che domina dall’alto», ha detto con chiarezza disarmante. «È chiamato a camminare accanto ai fratelli, perché tutti, battezzati, siamo pietre vive di un unico edificio». E qui, con commovente semplicità, ha aggiunto: «Io sono qui senza meriti, con timore e tremore, come un fratello che vuole servire la vostra fede e la vostra gioia». Questo è il nuovo volto del papato: non un trono, ma un servizio; non un palazzo, ma una strada percorsa insieme; non un monologo, ma un dialogo aperto a tutti.
Ma il nucleo più intenso del suo intervento è stato l’appello a un’alleanza globale per la pace. «Questa strada va percorsa insieme», ha dichiarato il Papa, guardando idealmente oltre le mura vaticane, verso un orizzonte ampio e inclusivo. «Con le Chiese sorelle, con le altre religioni, con ogni uomo e donna di buona volontà». Nessuno è escluso da questa chiamata universale, perché la pace non è un privilegio di pochi, ma un diritto fondamentale di tutti. Non c’è pace vera se qualcuno ne è escluso; non c’è speranza se non è condivisa.
E qui il Pontefice ha lanciato una sfida precisa a tutti: superare la tentazione dell’autoreferenzialità. «Non siamo chiamati a chiuderci in noi stessi, né a sentirci superiori», ha ammonito. «Dobbiamo offrire al mondo l’amore di Dio, perché fiorisca un’unità che non omologa, ma valorizza ogni differenza». La pace non è uniformità, ma armonia tra diversità. Non è il livellamento delle identità, ma il rispetto reciproco che permette a ciascuno di donare il proprio talento unico per il bene comune.
La conclusione del discorso è stata una sorta di invocazione profetica: «Con lo Spirito Santo, costruiamo una Chiesa che abbraccia il mondo, annuncia la Parola senza paura, si lascia interrogare dalla storia e diventa lievito di concordia». Parole che indicano una rotta precisa: la Chiesa non può restare immobile, né isolata nei suoi recinti. Deve uscire, andare incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo, accompagnandoli con compassione e verità. Deve farsi spazio di incontro, laboratorio di fraternità, segno visibile di una speranza che non delude.
In un’epoca in cui conflitti antichi e nuovi dilaniano il mondo, in cui divisioni sociali, culturali e religiose sembrano impossibili da colmare, le parole di Papa Leone XIV risuonano come un faro di speranza. Il Papa non parla da un pulpito distaccato, ma da un cuore che palpita per l’umanità intera. La pace, ci dice, non è un sogno irrealizzabile, ma una responsabilità concreta. È qualcosa che si costruisce quotidianamente, con gesti piccoli e grandi, con scelte coraggiose e quotidiane aperture all’altro.
Perché, in fondo, siamo una sola famiglia. E solo uniti potremo cambiare il mondo.
Come riportavo ieri, se la criminalità fosse solo violenza, sarebbe più facile da combattere. Ma il suo vero potere non sta nelle armi o nei boss con la coppola: sta nella capacità di normalizzarsi, di diventare un pezzo accettato – o quantomeno tollerato – del sistema.
Ecco perché oggi la mafia non spara, ma si siede al tavolo delle trattative. Non minaccia, ma convince e purtroppo, ci riesce benissimo, perché trova una società che, in molti casi, le tende la mano senza nemmeno rendersene conto.
Ma c’è anche un altro grave proplema da affrontare: l’ambiguità delle istituzioni, già… perchè Stato e criminalità si sfiorano e non parlo solo di funzionari corrotti o di politici collusi. Il problema è più sottile, più radicato: cosa succede quando chi amministra condivide, anche solo in parte, la stessa mentalità di chi delinque?
Pensiamo agli appalti “puliti” ma pilotati: già… un’impresa vicina alla criminalità vince una gara senza infrangere alcuna regola! Semplicemente, gli altri competitor sanno che non conviene partecipare. Nessuno viene arrestato, nessun documento è falso. Eppure, qualcosa non va…
O pensiamo ai politici condannati ma mai dimissionari. Un tempo, un semplice sospetto bastava a mettere fine a una carriera pubblica. Oggi, persino una sentenza definitiva non sempre induce all’esclusione. È un segnale chiaro: il successo – elettorale, economico, sociale – giustifica tutto.
In questo contesto, la criminalità non deve nemmeno faticare per infiltrarsi: basta aspettare che il sistema si adatti ai suoi valori.
Perché la violenza è solo l’ultima ratio; le sparatorie, i cadaveri per strada, i clan che si combattono fanno notizia, fanno paura, fanno scandalo, ma alla fine rappresentano solo la punta dell’iceberg.
Prima di arrivare alle armi, la criminalità organizzata preferisce lavorare nell’ombra, con metodi meno visibili ma infinitamente più efficaci: il consenso, offrire lavoro dove lo Stato manca, distribuire favori, creare dipendenze economiche, entrare nel tessuto sociale attraverso cooperative, fondazioni, attività commerciali.
Ecco quindi l’omertà culturale: non serve minacciare se basta uno sguardo, un silenzio, una frase sussurrata per far capire che “chi fa domande è un problema”. La paura si diffonde senza urla, senza colpi di pistola.
Ecco perché i periodi di “pace” sono spesso ingannevoli: la mafia non è in crisi, sta semplicemente lavorando meglio che mai, in silenzio.
Come contrastarla? Meno crociate, più competenza
La lotta alla criminalità organizzata non può affidarsi a slanci emotivi, indignazione a scaglie o commemorazioni retoriche. Serve altro. Serve di più.
Studiare il fenomeno senza pregiudizi: smettiamola di pensare alla mafia come a un gruppo di analfabeti arretrati. È un’organizzazione complessa, flessibile, imprenditoriale. Va studiata con metodo scientifico, con analisi serie e dati reali.
Servono osservatori permanenti, non solo indagini spot non basta intervenire dopo il danno. Bisogna monitorare in anticipo, intercettare i segnali deboli, formare figure professionali capaci di leggere i territori.
Colpire i valori, non solo i comportamenti: se la società ammira il furbo, il “vincente” a tutti i costi, il “capace di arrangiarsi”, ogni arresto sarà vano. Dobbiamo cambiare linguaggio, cultura, modelli di riferimento. A cominciare dalla scuola, dai media, dal modo in cui raccontiamo il successo.
Ridare dignità alle istituzioni: se lo Stato non è credibile, la criminalità offre alternative. Servono uomini e donne che non siano solo onesti, ma culturalmente immuni alla mentalità mafiosa. Funzionari, dirigenti, politici che non solo rispettino le regole, ma ne siano convinti custodi.
Ecco perché la criminalità siamo noi!!!
Certo, non siamo tutti complici, ma viviamo in una società che, spesso inconsapevolmente, produce mafiosità, accettando quotidianamente piccole illegalità, idolatrando il denaro facile e giustificando chi “ce l’ha fatta a tutti i costi”.
Sì… c’è comunque una buona notizia, eprché se il problema è culturale, allora la soluzione può esserlo altrettanto, ma serve una grande rabbia per vedere un cambiamento, ma soprattutto una rabbia quotidiana fatta di scelte concrete e di esempi autorevoli.
Perché non esistono dei mostri da abbattere, ma cè necessità di ricostruire una società: dal basso, dall’alto, dentro ognuno di noi!
Già… spesso pensiamo alla criminalità organizzata come a un corpo estraneo, un cancro da estirpare, un mostro da combattere.
Ma forse è proprio in questa visione che rischiamo di perdere il punto.
La criminalità non è un’escrescenza aliena rispetto alla società: al contrario, è un prodotto della società stessa, figlia di dinamiche storiche, economiche e culturali che ci riguardano da vicino.
Non sto dicendo che siamo tutti mafiosi – evitiamo facili meccanismi autoflagellatori – ma dobbiamo ammettere di vivere in un tessuto sociale dove l’illegalità, in molte sue forme, è diventata una normalità silenziosa, talmente radicata da non farci più nemmeno accorgere della sua presenza.
Ed è proprio qui che nasce il problema: in questo contesto, la figura dell’affiliato non è più un’anomalia, ma una conseguenza quasi necessaria.
Limitarci alla semplice indignazione, allora, non serve a nulla. E ancor meno quando questa indignazione si manifesta solo occasionalmente, durante quelle “programmate” commemorazioni, senza mai tradursi in analisi profonde o azioni strutturate. Se continuiamo a fermarci alle parole, niente cambierà davvero.
C’è qualcosa che molti fanno finta di non capire: la criminalità non è una struttura immobile. È dinamica, si adatta ai cambiamenti sociali ed economici con una flessibilità impressionante. Ma non basta: da tempo essa si presenta come un modello d’impresa, operante anche su scala globale.
Oggi, infatti, i business sono ben diversi da quelli di una volta. Si va dalla gestione dei finanziamenti pubblici, allo smaltimento illegale dei rifiuti, dagli appalti per le infrastrutture alle costruzioni edilizie, fino alla gestione di attività commerciali legali. A questi si sommano, ovviamente, i traffici illegali tradizionali: droga, prostituzione, tratta di esseri umani, estorsioni. Ma soprattutto, c’è tutta una serie di metodi coercitivi, come il pagamento del pizzo, che non sempre vediamo o denunciamo.
Tutto questo genera un sistema sofisticato, fondamentale per riciclare il denaro sporco e renderlo pulito, legale agli occhi del mondo.
Ecco perché oggi la criminalità non è più quella di una volta: non si tratta più di “quattro pastori” sulle montagne, ma di vere e proprie multinazionali del crimine. Sanno dove investire, quando diversificare, come infiltrarsi nei settori legali con competenze professionali, spesso superiori a quelle di tanti professionisti onesti.
I nuovi mafiosi non sono più boss con la coppola: sono laureati, partecipano a concorsi pubblici, lavorano nella pubblica amministrazione, entrano in politica, si avvicinano alla magistratura. Usano la loro influenza finanziaria per manipolare appalti, associazioni, e soprattutto per orientare la volontà dei cittadini, fino a condizionare le loro scelte elettorali.
Non parliamo più di violenza esplicita, ma di una capacità sottile e pervasiva di normalizzare la propria presenza. Una presenza che non ha bisogno di imporsi con le minacce, perché trova terreno fertile in una società che, spesso senza rendersene conto, le concede spazi enormi.
Ecco perché i cittadini vivono una sorta di doppia appartenenza : da un lato lo Stato, dall’altro la criminalità organizzata. Due sistemi che si alternano nel ruolo di protettore e persecutore, creando una condizione psicologica e sociale profondamente ambigua.
Viene spontaneo chiedersi: da dove nasce questa ambiguità? Quali motivi vanno cercati per contrastare una cultura del successo a ogni costo, la legittimazione della sopraffazione, l’idea diffusa che la furbizia e la faccia tosta siano addirittura virtù?
Ed è proprio questa mentalità, questa idea distorta del “farla franca”, che alimenta il messaggio su cui si basa la cultura criminale. Un messaggio che non urla, non spara, ma si insinua piano piano tra le pieghe della quotidianità, finché non diventa parte integrante del nostro modo di pensare.
(Continua nella seconda parte…)
L’avevo scritto mesi fa: questa squadra mancava di personalità e, soprattutto, di un’idea di gioco. Pur avendo previsto i playoff, sapevo che non saremmo andati lontano. Perché? Semplice: quando costruisci una squadra senza logica, il fallimento non è un incidente di percorso, ma la matematica conseguenza di errori già scritti nel destino.
Partiamo da quest’ultimo punto: le cessioni di Cicerelli, Chiarella, Cianci, Di Carmine. Nomi che oggi fanno male, perché sono la prova che la dirigenza ha sbagliato tutto. Li abbiamo ceduti a parametro zero, regalandoli a squadre che, guarda caso, oggi festeggiano promozioni o playoff. Intanto, il Catania arranca, senza attaccanti, senza gol, senza un’identità.
Di Carmine, da solo, ha segnato 14 reti. Quattordici. Quanti punti in più avremmo avuto con quei gol? Quante partite avremmo chiuso prima, senza dover sperare nell’eroismo di Dini e nei miracoli dell’ultimo minuto?
Ma no, meglio buttare via talenti e ripartire da zero, senza un progetto. Perché pensare a lungo termine quando puoi navigare a vista?
E poi debbo sentire molti parlare di quell’illusione del “quinto posto” e di alcune decisioni discutibili compiute dall’allenatore : già… questa ossessione per il bicchiere mezzo pieno. Il quinto posto non è un merito, è una condanna, perché dimostra che, nonostante tutto, c’erano le condizioni per fare meglio, e abbiamo preferito accontentarci!
Ripeto, il problema più grande, però, è in panchina. Un allenatore bravo sa far rendere una squadra anche senza campioni. Uno mediocre, viceversa, non sa cosa fare neanche con 11 fenomeni. E qui, purtroppo, abbiamo visto solo confusione: sostituzioni sbagliate, cambi di modulo a caso, una squadra che non ha mai saputo nemmeno passarsi la palla per più di tre volte di fila.
La circostanza più assurda mi è capitata di leggerla proprio una decina di giorni fa, non so se quella frase espressa sia dipesa da quanto avevo riportato in un mio post: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/04/dopo-lennesima-delusione-la-verita-sul.html e cioè quando favevo riferimento ad un particolare ricordo, quando cioè mi imbattei casualmente in un torneo giovanile, dove in campo, il Rimini affrontava il Barcellona (quello Catalano) e bastarono solo pochi minuti per capire come quei ragazzi non corressero semplicemente dietro un pallone, ma stavano interpretando il calcio nella sua forma più pura.
Ma davvero? Scusate, qualcosa non torna perchè proprio il sottoscritto (che possiede non solo 10/decimi… ma che quando partecipa saltuariamente a qualsivoglia competizione, anche la più banale, tenta sempre di vincere o quantomeno di perdere al secondo posto, sì… perché giungere quinto mi farebbe sentire profondamente umiliato…), beh… se quello descritto dal tecnico è carattere, mi dispiace dirlo, ma io non ne ho visto neppure l’ombra!
E difatti questa frase, appena letta, mi ha fatto rabbrividire. Perché ha rappresentato la sintesi perfetta di tutto ciò che non è andato. Il carattere non sostituisce il gioco. Il coraggio non basta se non sai come muoverti in campo!
E allora, consentitemi di tirare le somme di questa stagione:
– una dirigenza che regala i migliori giocatori.
– un allenatore che non sa dare un’identità.
– una squadra che non sa compietre neppure i fondamentali.
Il risultato? Semplice… un’altra stagione finita nel nulla!
Peccato, perché Catania merita di più. Merita una squadra che giochi, che lotti, che abbia un’anima. Ma soprattutto, merita questo Presidente che con il cuore sta provando a costruirla per il meglio, ma forse è tempo che abbandoni i propri sentimenti e si dedichi, in maniera ahimè più razionale, a modificare quella sua struttura organizzativa, perchè sono anni che dimostra di non essere all’altezza delle aspettative!
Ed allora vi chiedo: secondo voi, dove si è sbagliato di più? Nelle cessioni, negli acquisti, o nella mentalità di chi crede che il “carattere” basti a vincere…
Una denuncia in versi, scritta nel siciliano più crudo, che dipinge una città allo stremo: strade invase dai rifiuti, balconi che lanciano sacchetti come fossero boomerang, e quel senso di abbandono che fa mormorare: «Quasi mi vergogno di essere catanese».
Ma io non mi arrendo a questa narrazione, perché Catania è anche altro…
E allora stasera, rispondo con un’altra poesia intitolata “Catania mia“, che non cancella i problemi, ma ricorda chi siamo davvero:
“CATANIA MIA”
Tra il mare che abbraccia e il vulcano che canta,
tu sorgi, antica e nuova, con la tua santa…
Il blu del cielo si specchia nel tuo seno,
e l’Etna veglia, maestoso e sereno.
Sei pietra lavica e sale marino,
sei sole acceso sul corso mattutino.
Barocca e fiera, tra archi e colonne,
ogni tua strada risuona di madonne.
I tuoi vicoli raccontano di storie vere,
di uomini e donne che han lasciato tracce sincere,
greci, arabi e spagnoli, tutti mischiati.
ogni epoca ti ha vestita come sogni ricamati…
La tua cucina è un atto d’amore:
arancini, scacciate, e quel tipico sapore
che qui sa di terra e di fuoco
ma solo chi t’ha amato davvero
lo ha invocato a gioco.
Hai il clima dolce, ma non è il solo dono:
è la gente tua, quella col sorriso buono.
Il catanese è vero… un po’ spaccone,
ma se lo conosci bene,
ti tende la mano e ti canta una canzone
Sì… parlano forte, ma pensano con il cuore,
hanno genio e ingegno nell’odore
quel caffè preso la mattina con gli amici,
e una forza che lega, sì… come graniti.
In ogni angolo senti un brusio di vita,
è il suono del mercato, la voce infinita,
dai colori, dai gesti, da quelle risate in coro,
anche lo straniero si sente catanese… dopo il lavoro.
Oh Catania, tu sei più di una città,
sei un abbraccio aperto, una mappa di fedeltà,
sei unica al mondo, per la tua bellezza:
hai il mare da un lato e il fuoco dell’Etna dentro,
e tu come un faro acceso,
ti sei posta lì, meravigiosamente… al centro!
Consentitemi di chiudere questo post con una riflessione.
Quanto scritto sopra non vuole essere una critica. Quel cittadino che ha scritto al Sindaco ha certamente ragione: Catania oggi soffre, e la poesia in siciliano che ha voluto allegare non è un addio, ma un grido d’amore. Perché solo chi ama profondamente questa terra ha il diritto – e forse anche il dovere – di lamentarsi. Solo chi sente nel cuore il peso della sua bellezza e delle sue ferite può provare a cambiarla.
Ricordiamoci, da buoni catanesi, chi siamo davvero: figli di una città che ha saputo resistere a terremoti, eruzioni e dominazioni. Una città che non si è mai arresa, nemmeno quando tutto sembrava perduto. Una città che, sotto la cenere dell’Etna, nasconde un’anima indomita, capace di rialzarsi ogni volta.
“Catania mia” è la mia risposta: un inno per non dimenticare che siamo un popolo forte, orgoglioso e resiliente. Un popolo che sa sempre come rinascere, anche nei momenti più bui.
Perché Catania non è solo una città: è un simbolo di vita, passione e speranza. E noi, suoi figli, abbiamo il compito di custodirla e amarla, anche quando fa male…
Quante volte l’abbiamo detto dopo ogni scandalo?
Già… dopo ogni arresto per corruzione, traffico di potere, concussione: un funzionario con le mani nel vaso, un politico che riceve denaro al buio, un colletto bianco che stringe accordi sporchi.
Eppure la solita eco torna puntale: Sì… ma tanto non succede niente…
Ma come potrebbe cambiare qualcosa in questo Paese che difende chi sbaglia? Sì… dove lo Stato scrive leggi come scudi, non come spade, un Paese che promuove norme che non spazzano via il marcio ma viceversa lo incastonano nel sistema, rendendolo intoccabile? Dove la complicità si maschera da legalità e chi dovrebbe pagare non paga mai?
E tutto questo grazie allo Stato stesso, ai suo uomini/donne che promuovono queste riforme per pararsi il c…, una politica che non solo non agisce, ma firma, ratifica e soprattutto si piega a chi ha interesse a non cambiare mai!
Io nel mio piccolo ci ho provato. Già molti anni a portare alla luce scheletri che altri volevano sepolti, ma ogni volta ritrovo semrpe lo stesso schema: gente farabutta che fa dell’illegalità il proprio vivere, sostenitori e lecchinio che promuovo e foraggiano con le loro azioni quotidiane quel sistema illegale a cui poi si somma una giustizia lenta, inceppata, con leggi trasformate in scappatoie e così chi denuncia, quei pochi esigui individui che hanno fatto della purezza d’animo il loro vivere quotidiano, non solo devono scontrarsi con quei muri di gomma collusi, ma ahimè vengono traditi da chi viceversa avrebbe dovuto proteggerli.
Il tradimento più grave? Non è solo la corruzione, ma la sua normalizzazione, l’averla trasformata in routine, in prassi. Perché quando diventa “normale”, diventa invincibile!
Ogni riforma che rallenta i processi, ogni norma che protegge i colpevoli, ogni legge scritta su misura per i potenti: non è una battaglia contro il crimine. È un accordo con esso!
E lo Stato? Lo Stato è certamente complice. Quelle norme approvate per finta, quelle regole scritte a favore di chi comanda, sono un colpo al cuore di chi crede ancora in uno Stato giusto ed equo.
Che schifo. Che vergogna…. dopo anni a cercare di cambiare le cose, a rompere schemi immutabili, ci si ritrova con le mani vuote, perché chi doveva riscrivere le regole, le ha ridisegnate per chi non vuole che nulla si muova…
E allora sì, forse è tempo di contare i giorni, di pensare a una vita diversa, lontano da questo Paese ingrato, dove lo Stato non protegge i cittadini, ma i potenti. Dove la corruzione non è un cancro da estirpare, ma un affare da gestire.
Ma prima di andare via – riferendomi a tutti quei soggetti ancora perbene – dovrebbero chiedersi: fino a quando permetteremo che il gioco resti sempre lo stesso?
Sì… immagino che starete pensando: “ma tanto non succede niente”. Ed allora iniziate voi con i vostri gesti: rifiutatevi quando vi viene chiesto un “favore”, abbandonate quelle adulazioni che sanno di “ipocrisie ricamate“, non scambiate la vostra dignità per una promessa o una bustarella, sapendo a priori che accettandola, si diventa indissolubilmente compromessi, con quei soggetti corroti e con quel sistema marcio da loro rappresentato, che negli anni, avevate criticato e odiato!
E tu, da che parte stai? Quella di chi aspetta o di chi prova ( o quantomeno proverà…) a cambiare le cose?
E no, non è merito di uno Stato forte e presente, come qualcuno vorrebbe farci credere. È la paura!
Quella stessa paura che paralizza la gola quando sai che una denuncia potrebbe costarti tutto: la tua attività, la serenità dei tuoi cari, persino la vita…
Ho letto da qualche parte che un prefetto – non ricordo più di quale regione del Sud – ha ammesso numeri da brividi: meno di venti denunce per estorsione, meno di dieci per usura. Su migliaia di imprenditori. Su migliaia di famiglie. Vi rendete conto?
Eppure lo sappiamo bene: quando qualcuno trova il coraggio di parlare, spesso è già troppo tardi. È come quei pentiti di mafia che si ravvedono solo con le manette ai polsi. Troppo comodo. Il vero coraggio sarebbe denunciare prima, collaborare prima, prima che ti schiaccino. Ma come puoi farlo, quando lo Stato ti lascia solo contro un sistema che ha radici più profonde del tuo desiderio di giustizia?
Perché è questo il punto: lo Stato, in questi anni, ha dimostrato di non essere in grado di vincere questa guerra o forse, semplicemente, non ha voluto. Troppi interessi, troppe connivenze, troppe strette di mano con chi dovrebbe essere in galera. E allora l’imprenditore onesto è costretto a una scelta atroce: pagare il pizzo in silenzio o rinunciare a tutto ciò che ha costruito, pur di riprendersi la libertà.
Ma la libertà non dovrebbe essere un lusso. Non dovrebbe essere una scelta tra la rovina e l’umiliazione. Eppure, eccoci qui, nel 2025 – sì, scriviamolo nero su bianco, perché nessuno dimentichi – ancora a contare i nostri morti civili, ancora a far finta di non vedere.
Le nostre urla non vengono ascoltate. Sono come quella canzone di Alessandra Amoroso: “Perchè urlo, ma non mi senti“! E allora basta chiacchiere. Basta manifestazioni di facciata, basta promesse. Se vogliamo davvero cambiare le cose, servono fatti. Servono leggi che proteggano chi denuncia, servono politici che non si vergognino di stare dalla parte giusta.
Altrimenti, questo silenzio resterà l’unico suono che ci accompagnerà. E sarà più assordante di qualsiasi grido.
E allora basta col pronunciare parole sterili: pensate a quell’imprenditore che ieri ha chiuso l’attività, dopo trent’anni di lavoro. Guardate ora a suo figlio, sì… che sogna di andar via, perché qui non c’è alcun futuro!
La loro unica colpa? Aver creduto che la giustizia fosse più forte della paura!
Immaginatevi un parcheggio deserto, una busta che passa di mano, due persone che si sfiorano casualmente, oppure se volete sciegliete un ufficio, preferibilmente anonimo, dove la porta chiusa nasconde qualcosa di più di un semplice “colloquio”, si lo scenario potete cambiarlo a vostro piacimento, ma il copione vedrete, resterà sempre lo stesso: mazzette, promesse, favori!
Sì… perché ciascuno di noi sa bene cosa accadrà dopo? Nulla. Già… assolutamente nulla e quei soggetti, restano tra noi, impuniti, anche se a volte… condannati!
Perché il sistema non trema, non si ferma, non s’indigna e soprattutto non ha minimamente paura, perché tutti coloro che vivono grazie ad esso sanno bene che questa storia è come la sceneggiatura di quel film ,”Via col vento”, già…”domani sarà un altro giorno”.
E difatti un altro giorno significa un’altra mazzetta, un nuovo accordo sottobanco, sì… certo, cambiano i nomi, i luoghi, i dettagli, ma il meccanismo “oleato” resta identico, quasi fosse un orologio (non uno d’imitazione come quelli che si vedono su “Tik Tok”, bensì uno di lusso, sì… ricevuto in cambio delle concessioni compiute illegalmente, portato tra l’altro da questi soggetti in maniera indegna al polso; osservandoli penso: quanto vale possedere un modico orologio da 10 euro, sapendo di aver salvaguardato la propria dignità…), solo che invece di ticchettare l’ora, quello strumento fa tintinnare il ricordardo nella mente, sì… di quando ricevere nuovamente quella mazzetta.
E allora vi chiedo: pensate davvero che oggi sarà diverso da ieri? Che domani sarà diverso da oggi? No… non lo è, e non lo sarà, anche se poi, come ingenui spettatori, applaudiamo quanto compiuto dalle forze dell’ordine e dalla magistratura, convinti che qualcosa stia realmente cambiando. Ma dentro di noi, nel nostro profondo, lo sappiamo bene: è solo fumo negli occhi!
Perché il problema non è quel singolo dirigente, funzionario, imprenditore, politico, mafioso, no… il problema è il sistema che lo alimenta, che permette a chi dovrebbe controllare, vigilare, denunciare, non restare in quella stanza e far finta di non vedere “l’elefante”, perché anche quando non si partecipa direttamente, quando la mazzetta (a differenza dei suoi colleghi) non viene presa, quando si riesce a fare a meno di quegli introiti non dichiarati, beh… questa decisione, vi assicuro, non è per nulla meglio di quella corruzione, perché, preferire non denunciare per paura, non fare il proprio dovere e quindi non opporsi a quel sistema corrotto, forse anche perché si temono ripercussioni personali e/o familiari, non giustifica i silenzi …
Difatti, nell’esser ignavi, si è scelto di essere – se pur senza prendere bustarelle e quindi con le mani vuote – complici e quindi colpevoli!
Mi chiedo ogni giorno come sia possibile ciò, ma soprattutto perché accettiamo questo? Perché i miei connazionali onesti si limitiamo a guardare, a commentare, a indignarsi per un giorno, per poi riprendere la loro vita come se nulla fosse?
Lo so… non dico che sarebbe facile, ma almeno sarebbe onesto…
Un motto da romanzo cavalleresco, da eroi senza macchia. E invece no. Oggi è il mantra di chi eroico non ha nulla, ma di strategico ha tutto!
Perché quando cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra decidono di fare squadra, il business non è più una guerra tra clan: è un consorzio: Un sistema “lombardo“, perfettamente oliato, che tra Milano e Varese riscrive le regole del potere criminale.
E così nell’aula bunker di Opera, i nomi che leggeremo non saranno solo siciliani, calabresi o campani, ma saranno ibridi. Mandamenti del Sud che vanno a braccetto con cosche del Nord, tutti imputati per lo stesso reato: associazione mafiosa come “consorzio delle tre mafie“.
Un anno fa, il Tribunale del Riesame e la Cassazione avevano condotto in carcere 41 indagati, ma la verità è che il processo più grande è già scritto: l’unione fa la forza e soprattutto il profitto.
Sì… una volta, al Nord, si ammazzavano per un porto, un appalto, una chilo di coca, oggi no! Hanno capito che il sangue costa, mentre i soldi stanno nelle mani giunte. E allora via alle “joint-venture“: la droga viaggia sulle stesse rotte, il riciclaggio usa gli stessi professionisti, i territori si spartiscono come azioni di una “S.p.A.”, sì… criminale!
“Unus pro omnibus“, ovvero… ogni membro, ogni clan, è un tassello di un mosaico che vale più della somma delle parti. Se la ‘ndrangheta domina i rapporti con la Svizzera, i siciliani gestiscono i contatti con gli emiri, i campani il controllo delle periferie. E tutti si coprono le spalle, perché il nemico non è più l’altro clan, ma lo Stato!
E così, ironia della sorte, mentre la politica fatica a trovare alleanze, le mafie hanno fatto l’accordo di governo perfetto.
Niente più faide, solo dividendi. E quel motto dei Tre Moschettieri? È la loro arma più moderna: fiducia.
Perché quando un picciotto sa che può contare su un avvocato calabrese, un prestanome milanese e un corriere napoletano, il mercato è infinito.
E lo Stato viceversa cosa fa? Nulla… resta a guardare, a processare, a sperare che le condanne facciano il loro effetto, ma nel frattempo, loro, quelle mafie ora unite, hanno già cambiato gioco…
Ho ascoltato le parole del magistrato Nicola Gratteri, ospite ad “Accordi&Disaccordi“, il talk condotto da Luca Sommi su Nove con la partecipazione di Marco Travaglio e Andrea Scanzi. Ha parlato di giustizia a due velocità: garantismo per i potenti e sanzioni durissime contro i manifestanti.
Ma c’è un’altra ferita, più crudele, che riguarda tutti noi: quella di un sistema che registra, annota segnalazioni, archivia cartelle, e poi aspetta, sì… aspetta che accada l’irreparabile per dire “non potevamo sapere“.
Mi chiedo: quanti altri “quasi” dobbiamo ignorare prima di capire che prevenire non è un lusso, ma un dovere? Quanti pianti sommessi devono trasformarsi in tragedie perché decidiamo di agire?
Ho saputo che i passanti hanno cercato di rianimare quel corpicino esanime, che i soccorsi sono arrivati in pochi minuti, ma il tempo della cura era ormai scaduto. E così… mentre un padre si dispera, viene spontaneo chiedere: perché interveniamo sempre dopo? Perché i protocolli di emergenza non si attivano prima che un grido diventi un cadavere? Perché la salute è ancora un tema da sussurri e non da piani d’azione?
Le parole non bastano, anzi di più… non servono!
Sappiamo bene come già domani i quotidiani cambieranno argomento, i social si riempiranno di quei “mai più“, gli stessi che svaniranno in poche ore, mentre ora Catania piange una figlia mai cresciuta!
E’ tempo di rompere quel ciclo di negligenze, di mancanze al proprio dovere o a quel compito assegnato, all’assolvere agli obblighi, al non limitarsi al minimo indispensabile, senza poi intervenire davvero…
Serve ben altro che solidarietà a scaglie: servono investimenti concreti su reti di sostegno familiare, formazione per operatori sociali, accesso immediato a terapie psichiatriche gratuite. Servono sopratutto leggi che tutelino non solo il bambino, ma anche la madre che sta annegando. Perché salvare una significa salvare entrambi!
Quella bambina non è una “notizia“. È uno specchio impietoso delle nostre mancanze. È il simbolo di ogni vita che poteva essere salvata con un ascolto attento, un gesto tempestivo, una telefonata a un numero verde. Chiamare non è solo un gesto di pietà: è un atto di responsabilità collettiva. Perché il male non colpisce a caso. Colpisce dove la società ha smesso di guardare.
Permettetemi quindi di condividere (in caso di aiuto o sapendo di qualcuno in difficoltà) questi numeri, perché una telefonata può fermare (prima che sia troppo tardi…) anche una caduta:
– Telefono Azzurro – 19696
– Numero Verde – Salute Mentale – 800 833 833
E mentre a Roma discutono di megaprogetti, ponti, altavelocità, porti, etc… noi continueremo a indicare il selciato che crolla sotto le nostra ruote…
Si arresta, si sequestra, si sbatte in prima pagina la notizia, e poi?
Poi tutto riprende come prima, anzi no… peggio di prima!
Perché? Semplice… perché il malaffare non si ferma, non ha paura, non trema davanti a un paio di manette o a un titolo di giornale.
Questo diffuso “sistema criminale” sa bene che tanto, domani, sarà un altro giorno, e un altro giorno significa un’altra busta, un altro accordo, ovviamente “sottobanco“, e così ecco un altro controllo evitato, un altro funzionario comprato…
Ed allora leggiamo di un imprenditore, di un dirigente pubblico, di una manciata di euro, che passano di mano in mano, in un parcheggio, in un bar, ma anche in un qualche ufficio, preferibilmente isolato….
Ed oggi pensate che sia andata diversamente? No… tutto si ripete in maniera costante, aggiungerei “mensilmente”, non so dove, con chi e per cosa, ma state certi che quel passaggio di denaro avviene in maniera sistematica!
E domani??? Sicuro, la circostanza si ripeterà nuovamente, cambierà solo il luogo dell’incontro, perché la mazzetta non è un incidente di percorso, non è l’eccezione: è il motore di questo Paese!
È ciò che tiene in piedi tutto l’ingranaggio di quello schifo chiamato corruzione, affarismo, dissolutezza, clientelismo, degrado, scambio, lobbismo, già… quello che permette agli appalti di finire sempre alle stesse ditte, ai rifiuti di sparire nel nulla (e di riapparire, tossici, sotto casa tua…) e ai controlli di essere solo un teatrino!
E difatti ditemi? Cosa cambia quando ne beccano uno? Non mi riferisco a chi solitamente corrompe, ma anche a chi riceve quelle mazzette “contaminate“. Nulla. Perché il problema non è il singolo, è tutto il sistema che lo alimenta!
Quello per cui chi dovrebbe vigilare preferisce girarsi da un’altra parte, perché la verità è che anche lui ci marcia, già ci campa bene con quell’introito non dichiarato, peraltro non va dimenticato come c’è la moglie da accontentare, i figli da mantenere, le minicar da acquistare, i mutui da pagare e soprattutto le vacanze da concedersi…
Sì… sono tutti complici, tutti colpevoli, tutti con le mani sporche!
E intanto la macchina va avanti a favore soprattutto di chi paga e paga bene, perché si sa con i soldi puoi comprare tutto, in particolare i cittadini, come sempre ben disposti, proprio come un’auto, a farsi riempire il serbatoio, sì… di carburante d’illegalità!!!
È possibile che la pace nasca proprio nel dolore?
Che due leader, separati da interessi opposti e da anni di tensioni, possano trovare un barlume di dialogo davanti alla bara di un uomo che ha dedicato la sua vita a costruire ponti?
Oggi, mentre il mondo piange Papa Francesco , ci troviamo di fronte a un evento che sembra uscito da un racconto simbolico, quasi troppo bello per essere vero.
Durante i solenni funerali del Pontefice, due figure apparentemente inconciliabili – Donald Trump e Volodymyr Zelens’kyi – si sono parlati nuovamente…
Non sappiamo cosa si siano detti, ma quel successivo gesto, già… quella stretta di mano, quelle parole sussurrate in un momento di raccoglimento, hanno spezzato forse quel muro di silenzio che si era – ahimè – alzato, durante l’ultimo incontro alla “Casa Bianca”.
Quindici minuti, poche parole scambiate in un angolo discreto della Basilica, lontano dai riflettori, eppure, quel breve incontro ha acceso una flebile luce sul percorso verso la pace in Ucraina.
Un dialogo nato nel dolore, certo, ma capace di trasformarsi in un seme di riconciliazione, proprio come avrebbe voluto Francesco.
Possiamo definirlo l’ultimo miracolo del Papa?
Sappiamo quanto la scomparsa di Francesco ha lasciato un vuoto immenso, non solo nella Chiesa cattolica, ma in tutto il mondo. Era un uomo che parlava a tutti, credenti e non credenti, con una voce che superava le barriere politiche, culturali e religiose. Il suo messaggio era chiaro: il dialogo è l’unica via per risolvere i conflitti. E ora, persino nella morte, sembra aver compiuto un ultimo, silenzioso miracolo.
In quel luogo sacro, davanti alla bara del Santo Padre, due leader divisi dalla guerra – Trump, simbolo dell’America più assertiva, e Zelensky, volto della resistenza ucraina – si sono ritrovati fianco a fianco. Non erano lì per negoziare o per fare dichiarazioni pubbliche. Erano lì per onorare un uomo di pace. Ma qualcosa, in quel momento di raccoglimento, ha spinto entrambi a parlare.
Non sappiamo cosa si siano detti. Forse hanno ricordato le parole di Francesco: “La guerra è sempre una sconfitta per l’umanità.” Forse hanno riconosciuto, almeno per un istante, che la sofferenza umana va oltre le bandiere e gli interessi nazionali. O forse, semplicemente, si sono resi conto che il silenzio reciproco non fa che alimentare il fuoco del conflitto.
Quella stretta di mano, quelle parole quasi sussurrate, hanno spezzato un muro di silenzio che sembrava invalicabile. Un gesto piccolo, ma carico di significato.
Ovviamente nessuno si illuda che la guerra finirà domani. Le ostilità continueranno in quanto le posizioni restano ancora troppo lontane, e la strada verso la pace è lunga e piena di ostacoli. Ma oggi, almeno, qualcosa è cambiato…
Quando due Capi di Stato si siedono allo stesso tavolo – anche solo per onorare un uomo di pace – riconoscono una verità più grande delle loro divisioni politiche: il dialogo non è debolezza, ma coraggio.
Francesco lo sapeva bene. Lui, che aveva incontrato leader di ogni fazione, che aveva abbracciato vittime e carnefici, che aveva pregato per chi combatte e per chi subisce la guerra. Lui, che aveva definito la pace come “un lavoro artigianale”, qualcosa che si costruisce giorno per giorno, con pazienza e tenacia.
Oggi, forse, quel lavoro artigianale ha trovato una nuova voce. Una voce che potrebbe portare a un tavolo negoziale, a un cessate il fuoco, a un accordo che metta fine alle sofferenze di milioni di persone.
Ed allora come possiamo immaginare di giungere ad una pace? Immaginiamo un futuro in cui la Russia e l’Ucraina, grazie a mediazioni internazionali e al sostegno di leader come il Presidente degli Usa, riescano a trovare un terreno comune. Un futuro in cui le armi tacciono e le città distrutte vengono ricostruite. Un futuro in cui le famiglie separate dalla guerra possano riabbracciarsi, e i bambini possano crescere senza il rumore delle bombe.
Ma perché questo accada, serve un impegno collettivo. Serve che i leader mondiali smettano di vedere la guerra come uno strumento di potere e inizino a considerarla per quello che è: una tragedia umana. Serve che i cittadini di ogni Paese chiedano ai propri governi di scegliere la pace invece della violenza.
Forse, l’incontro tra Trump e Zelensky è solo un primo passo. Un passo piccolo, certo, ma significativo, un passo che può aprire la strada a nuovi colloqui, a nuove mediazioni, a nuove opportunità di dialogo.
Francesco ci ha lasciato un’eredità potente: l’arte di costruire ponti laddove sembra impossibile.
Oggi, mentre il mondo piange il Papa, forse piange anche l’inizio di una nuova possibilità. Quella stessa possibilità che lui ha sempre cercato, fino all’ultimo respiro.
E tu, cosa ne pensi? Credi che questo incontro possa rappresentare un punto di svolta? Oppure è solo un momento passeggero, destinato a svanire nel tempo? Parliamone nei commenti. Perché la pace non è solo una questione di leader o governi. È una questione di tutti noi.
Francesco lo sapeva: il dialogo non è debolezza, ma coraggio!
Ieri, mentre leggevo delle gravi interruzioni nei servizi bancari e digitali in Ucraina, un pensiero mi ha trafitto: e se domani toccasse a noi?
Immagina per un attimo: bancomat, app di home banking paralizzate, carte di credito ridotte a pezzi di plastica inutili. Un’interruzione tecnica? Un attacco informatico? O forse qualcosa di più profondo?
La verità è che siamo vulnerabili più di quanto osiamo ammettere. Se il sistema collassasse qui da noi – in Italia o in qualsiasi altro Paese “avanzato” – le conseguenze sarebbero devastanti.
E no, non sto parlando di qualche ora di disagio, ma di uno shock capace di stravolgere la nostra quotidianità digitale in modo permanente.
Perché il problema non è solo tecnico, è esistenziale: in un mondo dove tutto è connesso, quando il denaro smette di scorrere, è la società stessa che va in tilt!
E quel che più mi spaventa: Siamo davvero pronti ad affrontare un’emergenza del genere o continueremo a fingere che tanto non può succedere, già… fino all’ultimo istante?
E qui parte il delirio: I supermercati smettono di accettare carte, la gente inizia a svuotare i bancomat rimasti, c’è chi prova a pagare in contanti ma, sorpresa, nessuno ha più contanti, visto che ormai viviamo in un’economia digitale.
Ecco che i social esplodono tra complottisti (che parlano di un reset globale), imprenditori in crisi (senza bonifici non pago i dipendenti!), ed il solito investitore che giura che “Bitcoin” ci salverà. Intanto, lo Stato emette un comunicato rassicurante scritto, come soltamente avviene, in “burocratese“, mentre nelle piazze qualcuno inizia a gridare di “golpe” finanziario.
E tu, nel mezzo, ti chiedi: ma davvero nessuno ha prevsito un piano alternativo? Perché se domani il sistema collassasse, non saremmo molto diversi dall’Ucraina di oggi!
La gente inizierebbe a scambiare beni come in un medioevo digitale, i negozianti tirerebbero fuori i vecchi registri a carta, e i politici litigherebbero in TV su chi è il colpevole (sarà sempre colpa dell’Europa, dei banchieri, già… dei soliti noti).
E poi arriva la domanda che brucia: ma se fosse una scelta deliberata? Un modo per “resettare” i conti, bloccare prelievi, introdurre l’euro digitale con la forza?
La gente si dividerebbe all’istante: c’è chi impugnerebbe forconi (“metaforici“, siamo pur sempre italiani…), chi correrebbe a comprare metalli pregiati o pietre preziose, e chi, semplicemente, aspetterebbe che tutto ritorni alla normalità, perché tanto alla fine si pensa sempre che tutto si sistemi…
Ma la verità è che nessuno sa davvero come andrebbe a finire. Perché siamo abituati a dare per scontato che i servizi bancari funzionino, come l’acqua dal rubinetto. E quando scopri che tutto poggia su server vulnerabili, algoritmi e decisioni di qualche tecnocrate, beh… allora sì che capisci perché in tanti stanno accumulando contanti sotto il materasso. Giusto per precauzione…
E tu, voi, da che parte stareste? A bestemmiare contro lo Stato, a organizzare rivolte su social oppure a fare scorta di cibo e scatolame, già… forse l’unica vera valuta che sopravvivrà a tutto?
Stamattina, come molti di voi, osservavo le immagini del funerale di Papa Francesco e mi sono chiesto se questa solenne celebrazione non fosse, in realtà, il suo ultimo, potente messaggio al mondo…
Un messaggio di conciliazione, di unità, di dialogo, perché mai come oggi, in quella piazza gremita di leader mondiali, si è materializzata la contraddizione più grande del nostro tempo: siamo tutti insieme, eppure profondamente divisi.
Francesco ha speso la sua vita a tendere ponti, a cercare di sanare fratture che sembravano incolmabili, ha parlato ai potenti con la stessa umiltà con cui abbracciava gli ultimi, ha denunciato le ingiustizie senza paura, ha sfidato logiche di potere che per decenni hanno avvelenato non solo la Chiesa, ma l’intera umanità.
E ora, nella sua morte, ha compiuto un ultimo miracolo: riunire, anche solo per poche ore, chi sulla Terra sembra non poter più trovare un linguaggio comune.
Sì… guardiamoli, quei volti. Vi sono i leader più importanti, alcuni attualmente coinvolti in scontri e guerre sanguinose, gli stssi che si accusano reciprocamente di crimini, che hanno alzato muri invece che abbatterli.
Eppure, oggi, sono lì, seduti a pochi metri l’uno dall’altro, uniti nel silenzio. È una scena che fa riflettere: perché ci vuole la morte di un uomo di pace per fermare, anche solo per un giorno, la macchina della discordia?
Forse è proprio questo il senso più profondo del suo lascito. Francesco non ha mai creduto nell’invincibilità dell’odio. Anche quando tutto sembrava perduto, ha continuato a seminare speranza, ricordando a tutti una verità semplice eppure dimenticata: il dialogo è sempre possibile. Sempre!
Ma c’è una domanda che brucia: quanto durerà questa tregua? Quanto resterà di questo momento, una volta che le telecamere si spegneranno e i potenti torneranno ai loro palazzi?
Perché se c’è una lezione che Francesco ci ha insegnato, è che la pace non è un evento, ma un cammino. E sta a noi, ora, decidere se vogliamo percorrerlo o restare inchiodati alle nostre divisioni.
Quindi, sarebbe bello pensare che questo funerale non sia la fine, ma un nuovo inizio. Che quelle strette di mano, quei cenni di rispetto, quelle lacrime sincere possano trasformarsi in qualcosa di più. Che i leader presenti oggi a Roma capiscano, finalmente, che la vera forza non sta nei missili o nelle sanzioni, ma nella capacità di ascoltare, di mediare, di costruire.
Francesco ci ha mostrato che un altro mondo è possibile. Ora tocca a loro renderlo reale.
Per cui, non servono miracoli: serve coraggio, il suo, per esempio…
Oggi voglio riprendere quella “parola” perché rappresenta una consuetudine molto in voga tra i miei connazionali: la tendenza – o dovrei dire la prassi – di chi scarica su altri, incombenze, responsabilità e, soprattutto, problemi.
Ed ecco quindi sfilare tutta una teoria di soggetti che, pur di non accollarsi alcun peso, non fanno nulla. Niente di niente. Anzi, no: per essere precisi, fanno appena il necessario per assicurarsi che qualcun altro si ritrovi il cerino acceso in mano.
Si muovono solo per raccogliere firme, timbri, documenti siglati, preferibilmente in triplice copia, trasmessi a mezzo PEC, ratificati da un collega, controfirmati dal dirigente. Perché? L’importante non è risolvere, ma dimostrare di aver fatto la propria parte.
E allora via con le richieste: “Mi serve una mail di conferma, altrimenti non posso procedere”; “Senza il modulo compilato in ogni sua parte, non c’è nulla che posso fare”; “Ah, ma lei non ha detto che era urgente!” (traduzione: “Io ho fatto il mio, ora affoga pure tu.“).
E così, tra un “non è di mia competenza” e un “ma chi me lo fa fare?“, beh… il gioco è perfetto. Perché il vero obiettivo non è arrivare a una soluzione, ma costruire un alibi a prova di bomba. Se qualcosa va storto, la colpa sarà sempre di qualcun altro: di chi non ha compilato il campo 12/B, di chi ha inviato il fax con tre minuti di ritardo, di chi non ha previsto l’imprevisto…
E intanto, in questo paese di virtuosi dello “scaricabarile”, i problemi restano lì, immobili, come pacchi postali abbandonati in un magazzino. Perché tanto, alla fine, pagherà Pantalone!
E allora, in attesa di ricevere da voi alcuni esempi, il sottoscritto ne ha già pronti parecchi altri e chissà se, in queste analisi, non vi ci ritroviate anche voi…
Non voglio entrare stasera nel merito di casi specifici, in particolare in quelli in cui sono specializzato perché hanno a che fare con i miei incarichi, situazione che mi riprometto comunque di fare a breve, in questo post viceversa, elencherò tutta una serie di situazioni nelle quali ci si accontenta di ricevere una carta o quantomeno di un documento firmato, nel quale si prende per buono tutto ciò che vi è elencato, senza però fare le opportune verifiche, d’altronde, è proprio il nostro Stato che vuole ciò: sì… carte, dove si evincono perfettamente i nomi posti in quella “piramide” delle responsabilità, poi, quanto queste siano veritiere, beh… quello è un altro discorso, di cui a nessuno frega niente!
Ed allora, per il momento accontentatevi di questi esempi.
Innanzitutto l’eterno “Passa-parola”: No, guardi, qui non spetta a me. Si rivolga al collega dell’uffico accanto, oppure, ah… mi dispiace, oggi non c’è, forse lo troverà domani; poi c’è la frase più cordiale, quella da utilizzarsi per tutte le occasioni: No, no, non posso aiutarla, mi dispiace ma non è il mio reparto…
E così, tra un rimpallo e l’altro, il problema invece di essere risolto, rimbalza, già… come una pallina da ping-pong, finché il malcapitato di turno non si arrende o non trova qualche “amico di un altro amico” che si offre (non certo gratuitamente…) per risolvere il problema; ma va detto, c’è anche chi, forse troppo stanco per mandarlo via che si prende cura di quella situazione.
Poi vi sono i perfezionisti, quelli che non fanno nulla se non seguono il corretto procedimento: Sì, certo, possiamo risolvere, ma prima dobbiamo seguire l’iter; come ben sa, l’iter prevede almeno tre autorizzazioni, un’assemblea e anche un timbro in più; mi dispiace vorrei aiutarla, ma no, non possiamo saltare i passaggi previsti dalla normativa vigente: Sì… perché agire con logica quando ci si può nascondere dietro un “regolamento”!
Ed ancora, cosa dire di quelli abituati al “silenzio-assenso“: Le ho mandato una mail per conferma, l’ha ricevuta? Mi serve una risposta ufficiale, altrimenti non posso andare avanti; posso quindi considerare il suo silenzio come un sì?; no, assolutamente no! Lei non mi ha dato il tempo di poterle rispondere; e quando tutto sembra perfetto ecco mettersi in pratica una strategia perfetta per far scadere i termini per poter dire: Eh, ma ormai è troppo tardi…
Ovviamente, i casi sopra menzionati rientrano tra quei cosiddetti “scaricabarile” e quindi, compiuti sempre in buona fede. Altra situazione è quando, a seguito di quei rifiuti, si cela una situazione grave e illegale, un meccanismo necessario per promuovere e incentivare una qualche forma di concussione!!!
E allora ditemi… Vi siete mai trovati davanti a un campione di “scaricabarile” e siete pronti a smascherarli?
Ma no, no, no, non sto parlando con voi: già… voi siete tra quelli che i problemi li risolvono, vero? 😉
Perché mentre tu, io, noi… onesti contribuenti, ci alziamo la mattina, facciamo un’ora di macchina, sgobbiamo per uno stipendio che si assottiglia tra tributi e rincari, loro hanno già trovato il modo di fregare il sistema: sì, due volte.