
Ieri mattina @________
ha scritto su “X”:
Non mi interessa essere “non araba” e “non musulmana” per conquistare qualcuno.
Non lo sono mai stata.
La gente mi chiede come faccio a essere così aperta sull’essere musulmana. Sull’essere araba.
Non so mai bene come rispondere.
Perché per me, non è mai sembrata una scelta.
La mia fede non è qualcosa che accendo e spegno.
È lì che mi sento al sicuro. Protetta.
Mi dà una comprensione di questo mondo che nient’altro può permettersi.
Essere araba sta nel modo in cui mi connetto con le persone.
Quanto sono generosa con loro.
Come esprimo calore.
Come vedo il mondo.
Allora perché dovrei nasconderlo?
Soprattutto ora.
Quando ci sono ancora così tanti malintesi.
Tanta distorsione di ciò che è l’Islam.
Di chi siano gli arabi.
Narrazioni ripetute finché non sembrano verità.
Dove arabi e musulmani sono dipinti come i cattivi … mentre le forze che creano la distruzione si posizionano come eroi.
Quell’inversione non è accidentale.
E il silenzio non ci protegge.
Ci cancella.
Voglio che le persone sappiano chi sono quando mi vedono.
Una donna musulmana.
Una donna araba.
Con la storia alle spalle.
Valori che non si muoveranno mai.
P.S. – La mia bellissima mamma mi ha vestito per l’Eid. Indossavo il suo hijab e la nostra abaya abbinata.
Leggendo quanto sopra, ho pensato di pubblicare sul suo profilo un commento, cosa che ho fatto:
Condivido ogni parola. La tua identità non è negoziabile, e non dovresti mai doverla giustificare o nascondere. La tua fede e la tua cultura sono fonte di forza, e hai ragione: L’identità non si negozia. La fede non è un accessorio. E il silenzio, hai ragione, non protegge: cancella!
Ma proprio perché rivendico il diritto di esistere senza filtri, sento il bisogno di aggiungere una cosa, senza però voler sminuire il tuo messaggio: per me, rivendicare l’essere musulmana significa anche chiedermi dove mettiamo le donne musulmane che vengono maltrattate, torturate, uccise in paesi che si dichiarano islamici. Perché se vogliamo che il mondo veda chi siamo davvero, dobbiamo trovare il modo di parlare anche di questo, senza farci rubare la narrazione. Altrimenti, il rischio è che a essere cancellate siano loro.
Ripensandoci però ho deciso stamani di ampliare la nota pubblicata su “X”.
Già… la mia non è una domanda che viene da fuori. Viene da dentro. Da anni seguo quello che accade in Iran, in Afghanistan, in molti paesi dove l’Islam è maggioritario. E vedo un paradosso che non possiamo permetterci di ignorare.
In Iran, il movimento Donna, Vita, Libertà è nato perché una donna, Mahsa Amini, è stata uccisa per aver i capelli fuori posto. Da allora, ragazze e donne vengono arrestate, torturate, uccise per essersi tolte il velo o per averlo indossato “male”. I giovani vengono condannati a morte come mohareb – “coloro che muovono guerra a Dio” – solo per aver protestato per strada.
Non è una distorsione dell’Islam? Sì. Ma è una distorsione che uccide, in nome dell’Islam, con il silenzio o il sostegno di istituzioni che si dicono islamiche.
E non è solo l’Iran. In molti paesi, le leggi sulla “moralità” vengono usate per controllare i corpi delle donne. In alcuni, la violenza domestica è ancora legalmente tollerata. In altri, le donne non possono trasmettere la cittadinanza, né scegliere liberamente chi sposare.
Quando diciamo – giustamente – che arabi e musulmani non sono i “cattivi” raccontati dall’Occidente, dobbiamo anche chiederci: chi sono i cattivi per le donne musulmane che subiscono violenza in nome della stessa fede che per te è rifugio?
Perché se tacciamo su questo, per paura di alimentare stereotipi, allora rischiamo di fare due cose:
– Lasciare sole le vittime.
– Consegnare ai pregiudizi occidentali una narrazione che non abbiamo saputo abitare noi per primi.
La verità è che l’Islam non è una cosa sola. Come ho scritto anni fa: ci sono modernisti e tradizionalisti, chi cerca lo spirito profondo del Corano e chi si rifugia negli hadith più rigidi. Paesi come Tunisia hanno fatto passi avanti enormi sulla parità. Altri, come l’Iran dopo il 1979, hanno trasformato la fede in un sistema di controllo totalitario.
Non si tratta di “occidentalizzare” la donna musulmana. Si tratta di ascoltare quello che le donne musulmane dicono – in Iran, in Afghanistan, in Pakistan, in Egitto, in Arabia Saudita. Si tratta di stare dalla parte di chi dice: la mia fede è mia, ma non può essere usata per giustificare la mia prigione.
Quando vedo l’immagine di una donna iraniana che accende una sigaretta con la fiamma che brucia la foto di Khamenei, capisco che quella non è una ribellione contro l’Islam, è una ribellione contro un regime che ha rapito l’Islam e lo ha trasformato in una gabbia!
Il cambiamento vero – come ho avuto modo di scrivere più volte – viene da dentro. Non dalle bombe, non dagli interventi esterni. Ma viene da dentro quando c’è qualcuno che ascolta, che non distoglie lo sguardo, che non confonde la critica al regime con la critica alla fede.
Per questo, mia cara “sorella“, sono d’accordo con te su tutto.
Difatti, è proprio quando rivendichi di essere una donna musulmana e araba con la storia alle spalle e valori che non si muovono, io penso che nella tua storia – nella nostra storia – ci siano anche quelle donne che oggi vengono sepolte di notte, con la famiglia sotto sorveglianza, costretta a mentire per riavere il corpo.
Se vogliamo che il mondo veda chi siamo davvero, dobbiamo trovare il modo di parlare anche di loro. Senza farci rubare la narrazione, senza lasciare che siano gli altri a definirci, altrimenti, il rischio è che a essere cancellate siano loro!
E noi con loro, se restiamo in silenzio..