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Preti? Sì, ma anche suore, e tutti, fino a un certo punto…


Ho letto in questi giorni una lettera, già… quella scritta a Papa Leone, e mi sono fermato a lungo sulle sue parole. 

Un prete che chiede la dispensa perché vuole diventare padre, che ammette relazioni vissute nell’ombra, che racconta un abuso subito a dodici anni e tenuto nascosto come un tabù. 

Una confessione che sembra squarciare un velo, eppure non fa che mostrare, ancora una volta, tutto ciò che da sempre si agita sotto la superficie levigata dell’istituzione. 

È una storia personale, struggente nella sua solitudine e nel suo dolore, ma è anche il sintomo di un male antico, sistemico, che affonda le radici in secoli di silenzi ordinati, di segreti e di verità celate.

Quell’abuso subito da adolescente e portato dentro come una colpa segreta non è un caso isolato, è l’emblema di una dinamica perversa che la Chiesa ha troppo spesso gestito proteggendo sé stessa e non le vittime. 

Mi torna in mente ciò che scrissi anni fa, nel 2010, a proposito di Ratzinger (poi diventato Papa…) – http://nicola-costanzo.blogspot.com/2010/04/ratzinger-ha-il-coraggio-di-parlare-di.html – e di quella lettera del 2001 che ribadiva il contenuto de “Instruction de modo procedendi in causis sollicitationis” del 1962. 

Un documento che per decenni è rimasto nascosto, circolato solo tra i vescovi, una sorta di manuale di sopravvivenza istituzionale. In quelle pagine si ordinava che un minore che avesse denunciato un abuso da parte di un sacerdote dovesse giurare il segreto perpetuo, sotto pena di scomunica. Si chiudeva la bocca alle vittime nel nome di una ragion di Chiesa che schiacciava ogni ragion di umanità. E quanti intellettuali, teologi di grido, hanno costruito castelli di sofismi per giustificare o minimizzare tutto ciò? L’abiura della verità è stata spesso firmata con l’inchiostro della complicità intellettuale.

D’altronde, e qui mi si consenta di aprire una necessaria parentesi storica, come non ricordare quanto emerso da un rapporto di 560 pagine, frutto di un’indagine giudiziaria e pubblicato nel 2021. Il documento, ottenuto dal “Daily Beast” e riguardante l’arcidiocesi di Colonia, rivela una delle pagine più buie: suore tedesche avrebbero venduto bambini orfani a ricchi sacerdoti e uomini d’affari affinché ne abusassero sessualmente, in un sistema attivo tra gli anni Sessanta e Settanta. 

Il rapporto racconta di almeno 175 bambini, per l’80% ragazzi tra gli 8 e i 14 anni, ridotti a schiavi sessuali per un ventennio, a cui fu persino deliberatamente negata la possibilità di essere adottati per mantenerli nella rete degli abusi. Questo non è un caso isolato, ma un tassello atroce di un mosaico più vasto. Un successivo rapporto indipendente sull’arcidiocesi di Colonia, coprendo il periodo fino al 2018, ha identificato 314 vittime minorenni e 202 aggressori. E uno studio commissionato dalla stessa Chiesa tedesca ha documentato, per il periodo 1946-2014, l’abuso di 3.677 minori da parte di 1.670 religiosi, definendolo solo “la punta dell’iceberg“. Lo schema è sempre lo stesso: un sistema gerarchico e autoreferenziale che per decenni ha scelto di proteggere se stesso, trasferendo i preti colpevoli, insabbiando le prove e, come accaduto a Friburgo, distruggendo documenti con la priorità di salvaguardare l’immagine dell’istituzione piuttosto che le vite dei bambini.

Continuando… il prete ha aggiunto nella lettera, quasi di sfuggita: “Non sono l’unico. Ci sono migliaia di sacerdoti che intrattengono rapporti con donne o con uomini”. È una frase che apre scenari di un’ipocrisia quotidiana e diffusa. 

Non parla solo di quelle relazioni eterosessuali che talvolta affiorano, con le cosiddette “purpere”, donne devote e amanti, da cui a volte nascono figli mai riconosciuti. Parla anche di altro. Parla di quella doppia vita che serpeggia nei seminari, nelle canoniche, nei monasteri dove si vivono situazioni ambigue, spesso tollerate purché discrete. 

Parla della frequentazione di locali omosessuali in tante città, di quella sotto-cultura che esiste mentre dall’alto si lanciano anatemi. Parla di quanti, dentro la tonaca, vivono un’identità LBTG soffocata, in particolare mi viene da pensare a quelli il cui corpo è di uomini ma che sin dall’adolescenza si sentono donne, o viceversa, costretti a una recita perpetua in un sistema che nega loro persino la possibilità di un dialogo interiore sincero. È la grande menzogna di un’istituzione che pretende una purezza formale mentre accetta, quando non nasconde, una realtà umana ben più complessa e spesso dolorosa.

Il suo desiderio di paternità, così semplice e umano, stride fino a far male con l’ideale di un celibato presentato come scelta radicale e libera, ma che in troppi casi si rivela una gabbia che porta a doppie vite, a sofferenze inespresse, a ipocrisie corrosive. Lui ha avuto il coraggio, dopo una malattia grave e una solitudine che lo ha spezzato, di dire basta. Di chiedere di uscire. 

Quanti altri restano dentro, divisi, lacerati, magari cercando conforto in relazioni clandestine o cadendo in dipendenze, come lui stesso racconta di aver fatto con l’alcol? La Chiesa, dice, in questo percorso gli è stata madre, lo ha accompagnato. Ed è un bene per lui, personalmente. Ma questo non cancella il fatto che sia la stessa madre-Chiesa ad aver creato, con le sue regole inflessibili e la sua cultura del segreto, il terreno in cui fioriscono tali drammi.

La sua storia finisce con il ritorno al paese, alla ricerca di una vita “più vera e più umana”. È un finale che sa di speranza, per lui. Ma per l’istituzione da cui esce, resta una domanda enorme e incombente: Sì… fino a quando si continuerà a preferire la perfezione di una facciata all’accoglienza disordinata della verità? Fino a quando si custodiranno più i documenti segreti che le vite delle persone? 

La lettera di questo prete, nella sua fragile onestà, è un’accusa più potente di mille denunce. Perché mostra, senza volerlo, che il problema non è un prete che “cade”, ma un sistema che, per non ammettere la caduta di tutti, ha costruito un labirinto di silenzi dove la vittima più grande, alla fine, è sempre la verità!

Crans-Montana? Ci meravigliamo per la Svizzera, ma da noi neppure le denunce muovono nulla.


Buongiorno…

mi ritrovo – dopo aver parlato stamani al telefono con mio cugino, trasferitosi da tanti anni in Svizzera – con un nodo allo stomaco, sì… come spesso accade quando il mondo lì fuori sbatte una tragedia sotto i nostri occhi e noi, qui, ci commuoviamo, ma solo per un istante, per poi tornare a girare la testa dall’altra parte.

È successo con l’incidente di Crans-Montana, in Svizzera; quaranta anime spezzate dal fuoco in una discoteca, sei di loro erano nostri giovani. Il nostro Paese, nella sua rituale compostezza, ha espresso cordoglio, aperto un’indagine, promesso dibattiti sul rafforzamento dei controlli, su normative più severe per prevenire simili tragedie.

E così, mentre ascolto quelle parole, solite, doverose, mi chiedo: a cosa servono, se poi tutto rimane uguale? Se servono solo a tranquillizzare le coscienze per un giorno, per poi lasciare che il silenzio e l’oblio ricoprano ogni promessa?

Perché il punto è proprio questo: ci indigniamo per le disgrazie che accadono oltreconfine, ci meravigliamo della cattiva sorte o della negligenza altrui, mentre qui, nelle nostre città, sotto i nostri occhi, covano gli stessi identici incendi, le stesse tragedie solo potenziali, in attesa del loro momento. E lo so, forse stancherò qualcuno con la mia insistenza, ma permettetemi di parlare chiaro, di portare alla luce ciò che è stato sepolto sotto montagne di carte, indifferenza e soprattutto “comodo” silenzio.

Ci sono azioni, documentate, consegnate in mani che avrebbero dovuto essere quelle della salvaguardia, mi riferisco a esposti ufficiali presentati (anche da alcuni amici condomini), depositati presso il Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco di Messina e alla Direzione Regionale di Palermo, a cui – proprio a seguito di quelle segnalazioni – i loro responsabili sono celermente intervenuti, sì… per ispezionare, costatare, fotografare, etc…

Parliamo di ufficiali, militari, funzionari, ingegneri, tutti hanno percorso quei luoghi, hanno annuito di fronte a quelle criticità evidenti e soprattutto gravi e poi… se ne sono andati. Negli anni? Nulla è cambiato! Non un adeguamento, non un intervento sostanziale, non un frutto concreto di quelle preoccupazioni messe nero su bianco, già… solo il deserto dopo la visita…

Ma la cosa assurda e che questo complesso immobiliare – notevole per dimensioni – è oggi sotto amministrazione giudiziaria. Già… il Tribunale di Messina ha nominato un nuovo amministratore, eppure, nessuna azione è stata ancora intrapresa per scongiurare i rischi a cui – in particolare nei giorni estivi – sono esposte migliaia di persone.

E vi dico di più: i pericoli denunciati ai Vigili del Fuoco sono solo la punta dell’iceberg. Le stesse criticità – insieme ad altre, ben più gravi – sono state portate all’attenzione della Procura della Repubblica di Messina. Quelle indagini hanno condotto, finora in primo grado, alla condanna dell’amministratore precedente. Una condanna che però non si è ancora tradotta in sicurezza, né in azioni concrete che evidenzino, in modo chiaro e definitivo, tutti gli abusi messi in atto in questi lunghi anni. Viceversa, tutto è rimasto lì, sospeso: un’eco in un corridoio vuoto.

Mi perdonerete questa riflessione amara, ma sento il bisogno di manifestare tutta la mia preoccupazione, la mia rabbia impotente, per la messa in sicurezza di quel posto, e di tanti, sì… troppi altri.

“Nicola… per fortuna (dicono in molti che mi conoscono…), non sei un pubblico ufficiale incaricato di controllare”. Ma d’altronde, in trentacinque anni di lavoro, funzioni di controllo ne ho svolte tante in particolare sulla sicurezza dei luoghi di lavoro, oltre che per qualità e ambiente: so bene… cosa si dovrebbe vedere, ma soprattutto so cosa si dovrebbe fare!

Già… vi assicuro che basterebbe una mia semplice passeggiata in quei luoghi, in tutti quei condomini di villeggiatura – ma potrei allargare lo sguardo anche alle città – per trovare, le stesse gravissime criticità.

Manca in molte il rispetto delle norme antincendio, dei piani di emergenza, delle vie di fuga, situazioni che, se fossi io a dover applicare la legge in modo rigoroso, mi obbligherebbero a porre i sigilli, a fermare tutto.

Ma da noi si sa, tutto è svolto così… alla buona. Nessuno denuncia, per quieto vivere, per paura di ritorsioni, per non essere il rompiscatole di turno. Nessuno interviene, perché intervenire costa fatica, denaro, significa soprattutto assumersi responsabilità.

Ecco perché nessuno controlla davvero, perché controllare significa spesso scoprire un vaso di Pandora di colpe condivise, di omissioni a catena. E quelli che dovrebbero essere i guardiani, quelli che dovrebbero controllare, far emergere i problemi, preferiscono spesso farsela alla larga.

Sì, proprio così, per non avere conseguenze personali, per non inimicarsi chi potrebbe creare loro problemi professionali, per non mettere in gioco una carriera costruita con fatica su un terreno fatto di compromessi.

Così si gira la testa, così si piega il sistema, fino a farlo diventare complice di se stesso, corrotto e clientelare. E persone come il sottoscritto restano soli, in questa lotta contro mulini a vento che però sono fatti di cemento e di pericolo reale.

Già… si resta soli con la consapevolezza che, dietro le chiacchiere di circostanza dopo una tragedia lontana, qui, nel nostro cortile, la miccia continua a bruciare lentamente, in attesa che qualcuno decida finalmente di spegnerla, o che scoppi l’inevitabile.

Ma quando ciò accadrà, statene certi, il sottoscritto si presenterà nuovamente a Messina, sì… tornerò!

Mi recherò dinnanzi al Procuratore incaricato di quelle indagini, e allora, tutte le denunce, gli esposti, le Pec, le mail, tutto quanto presentato – anche se dovessi trovare il Tribunale stesso circondato dall’acqua – tutto verrà nuovamente a galla e i responsabili pagheranno! 

Perché io ci sarò. Sarò lì presente, a fare da testimone ostinato contro chi, invece di compiere con correttezza il proprio incarico, ha scelto di voltarsi. E mi si creda oggi sulla parola: difficilmente, allora, quei soggetti indolenti, riusciranno a godersi quella… sì, quella tanta desiderata pensione!

L’impressione è che tutti in questo Paese siano all’arrembaggio!!!


Stamattina, seduto al bar di Sferro – una frazione del comune di Paternò, in provincia di Catania, a suo tempo un villaggio nato come alloggio per gli operai delle grandi opere pubbliche – con una tazza di cappuccino in mano ancora calda, ho lasciato che il brusio della sala mi portasse via con i pensieri, verso ricordi che credevo smarriti.

Poi, un gesto dell’amico che avevo invitato mi ha richiamato al presente. “E tu che ne pensi?”, mi ha chiesto. Così, voltandomi, ho agganciato i frammenti di quella conversazione e, quasi senza accorgermene, ho coinvolto nel discorso quel gruppo di suoi conoscenti.
Ripetevano: “L’impressione è che tutti in questo Paese siano all’arrembaggio!”. Quella frase, così cruda eppure carica di un senso quasi poetico, mi ha trafitto, già… come un arpione lanciato da chissà quale nave fantasma in mezzo a un mare in tempesta…

“Arrembaggio”, pensavo tra me, mentre ripetevo mentalmente la parola come se fosse un incantesimo arcaico. Ed ecco che subito mi sono apparsi davanti agli occhi i volti segnati dal sale e dalla crudeltà dei pirati dei grandi romanzi d’avventura: Long John Silver che ride beffardo ne “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson, oppure il Capitano Nemo, già… che domina gli abissi in “Ventimila leghe sotto i mari” di Jules Verne, o ancora, il feroce “Capitano Hook” di J.M. Barrie, sempre in bilico tra paura e vendetta, e per finire, i predatori senza patria che solcano gli oceani nel “Capitano Blood” di Rafael Sabatini. Uomini senza bandiera se non quella dell’avidità, pronti a salire sul ponte delle navi altrui con sciabole sguainate e occhi pieni di brama.

Eppure, ascoltando quei discorsi al bar, non si stava parlando di bottini sepolti su isole lontane né di mappe con la X rossa segnata su un punto, ma viceversa si faceva riferimento alle bollette che lievitano, ai posti di lavoro persi, alle promesse politiche svanite, sì… come schiuma tra le dita.

La metafora del pirata, però, calzava a pennello, perché oggi sembra che ognuno, in qualche modo, stia preparando la propria scialuppa per raggiungere la nave accanto, non per aiutare l’equipaggio, ma per portargli via tutto ciò che può.

È un periodo in cui rubare, aggirare, approfittare, appare spesso più intelligente che agire con onestà e chi rispetta le regole sembra destinato a rimanere indietro, mentre chi – viceversa – sa arruffianare, mentire, truccare i conti, viene ammirato come un nuovo eroe dei tempi moderni.

Ed ecco quindi che la nostra società è diventata un oceano infinito popolato da vascelli in fuga e da predatori in caccia, dove nessuno si fida del timoniere e neppure del compagno di cabina.

Ma allora cosa c’è dietro questa sensazione diffusa, quasi viscerale, di vivere in un’era di saccheggio generalizzato? È davvero l’avidità umana a essersi improvvisamente moltiplicata, oppure è la paura a guidare questi comportamenti?

Chissà… forse la colpa è da ricercarsi in questo futuro incerto, quando ogni giorno da quei Tg giungono nuove notizie su conflitti, stragi, crisi, precarietà, ingiustizia, e quindi l’istinto primario prende il sopravvento: sopravvivere a tutti i costi, anche a costo di dover calpestare il nostro vicino, in fondo, se credi che il mondo stia per affondare, perché non provare a salvare almeno il tuo baule?

E così, lentamente, ci si convince che anche gli altri stiano facendo lo stesso, e allora diventa giusto farlo per primo, sì… prima degli altri! Ed è così che nasce una sorta di corsa al ribasso morale, dove l’etica viene considerata un peso inutile da abbandonare sul ponte per correre più veloce.

Mi chiedo però se questa visione sia davvero fedele alla realtà o se invece non sia il frutto di un racconto collettivo che si autoalimenta. Perché è innegabile che esistano casi eclatanti di corruzione, di speculazione, di furto delle nostre risorse pubbliche, ma possiamo dire con certezza che “tutti” siano ormai diventati “pirati”?

O forse è solo che i veri predatori, quelli rumorosi e spregiudicati, occupano tutta la scena, mentre la maggior parte della gente continua a lavorare in silenzio, a pagare le tasse, ad aiutare il vicino di casa, a tenere insieme i cocci senza fare titoli sui giornali? La percezione dell’arrembaggio generalizzato potrebbe essere amplificata dai media, dal web, dai discorsi nei bar appunto, fino a trasformarsi in una narrazione dominante, capace di plasmare il nostro sguardo sulla realtà, anche quando non corrisponde interamente alla verità.

E allora mi torna in mente un’altra immagine, meno epica ma forse più necessaria: quella del marinaio stanco che, pur vedendo altre navi attaccate e saccheggiate, decide di non issare la bandiera nera, ma di continuare a navigare con la sua rotta, magari offrendo soccorso a chi galleggia tra i relitti.

Perché forse il vero atto di ribellione in un’epoca di arrembaggi non è difendere il proprio tesoro a colpi di moschetto, ma ricordare che il mare è grande abbastanza per tutti, e che viaggiare insieme, condividendo fatica e speranza, potrebbe essere l’unica via per evitare che nessuno affondi. Certo, il tesoro condiviso brillerà meno di quello accumulato da un solo uomo, ma sarà un tesoro che non richiede sangue, tradimento o rimorso.

Ecco, forse è proprio questo il mio dubbio: stiamo assistendo a un crollo del senso di comunità, a una rinuncia collettiva all’idea che il bene comune possa ancora avere valore? Oppure, dietro questa retorica dell’arrembaggio, si nasconde una voglia repressa di giustizia, di equilibrio, di riscatto?

Mi piace pensare che dentro ognuno di noi ci sia ancora un po’ di capitano onesto, confinato in un angolo della coscienza, che osserva la tempesta e si chiede se non sia il caso di cambiare rotta, non per paura del nemico, ma per amore della nave, per rispetto del mare, e per non dimenticare che, alla fine, nessun pirata è mai stato felice del suo tesoro…

Io lavoro, tu lavori, egli lavora, noi lavoriamo…

Come diceva Toto’ in quel film “I soliti Ignoti”: Rubare è un mestiere impegnativo, ci vuole gente seria, mica come voi. Voi, al massimo, potete andare a lavorare!

Ed allora che fare… lavoriamo!!!

Ho ricevuto in questi giorni – in qualità di delegato dell’Associazione di legalità “Emanuele Piazza” – una comunicazione a mezzo mail, nella quale venivo informato di fatti e circostanze gravi che pur essendo segnalate a chi di dovere, sono state insolitamente da quest’ultimi occultate o forse dovrei credere che a causa dei nomi riportati si è preferito tralasciare ed anche perché considerata la struttura coinvolta è meglio proteggerla a tutti i costi, per tutta una serie di ragioni che vanno dall’aspetto sociale alla politica, dall’economia alla finanza… 

Purtroppo il materiale ricevuto, se pur trasmesso in formato “zip”, è parecchio voluminoso ed ho quindi necessità, oltre che di stamparlo, di verificarne il contenuto…
D’alronde prima di rivelarlo a Voi (miei cari lettori), dovrò confrontarmi con chi abitualmente tratta ma soprattutto fronteggia eguali circostanze… 

Per cui, ringrazio l’autore della segnalazione e posso sin d’ora promettere ad egli (C.C.) che non mi fermerò, se non prima d’aver raggiunto l’obiettivo e cioè quello di far emergere quanto coraggiosamente riportato, per dar compimento a questa solitaria richiesta d’aiuto…

Se può consolare, ricordo una frase di un poema che diceva: “Nessuno è solo, finché di notte, anche lontano, ha chi non dorme per pensare a lui…”. 

Grazie Procuratore Zuccaro per il suo operato e adesso… buon proseguimento.

Ho fatto un sogno…
Nella visione vi era una stanza quasi buia, illuminata da poche candele ed un tavolo enorme, a capo un individuo robusto seduto di spalle con intorno una dozzina di persone…
Non riuscivo a vederlo poiché ero posto alle sue spalle, ma sentivo ogni parola espressa, in quella totale assenza di suoni… 
Sì… vi era da parte di tutti un’attesa, quasi vi fosse una forma di rispetto per quell’interlocutore: Sinnagghiri!!! Chistu… sinnagghiri ri Catania... 
Basta… non sinnipo’ chiu!!!
Ogni ghiornu n’inchiesta!!! 
Non sapi chiu’ ca cumminari e cu attaccari…
Ma iu ricu, chi voli fari: ni voli metteri tutti intra???
SINNAGGHIRIIII!!!
Am’a ciccari (comu ficimu cu chiddi i prima) di mannallu dassupra, dda… n’do norditalia, ca su tenunu iddi, nuotri cassutta non navemu chi fariini!!!
– Padrino… ci vulissi na bella promozione, accussi semu tutti cuntenti: iddu ie nuatri!!!
Ma a propositu: ciatu parratu cu l’amici di Roma???
– Padrino… come sa ora n’da capitali cumannunu iddi: i stellati… cu chiddu du nord, u leghista!!!
I nostri nanu rittu ca pi uora non ponu fari nenti: am’a spettari!!!
Ma chi minch… riciunu, iama asppettari, ma chi minch… i’ama spettari ancora??? Chistu n’attacca a tutti??? 
Nama spicciari, iamma fari presto… non c’è tempu i peddiri: Sinnagghiri!!!
E’ cambiata la scena…
Mi ritrovo seduto in mezzo ad una sala colma di autorità, personalità pubbliche, giornalisti, fotografi, tutti lì per salutare il Procuratore Capo di Catania, Carmelo Zuccaro…
Non capisco cosa stia accadendo, sento la voce del Sindaco che parla di una importante perdita per questa nostra città e poi a seguire una serie d’individui, che porgono i loro ringraziamenti e consegnano ad egli dei riconoscimenti per l’attività svolta insieme al suo staff…
C’è una personalità che non conosco che rievoca la collaborazione svolta, la lotta alla corruzione, l’azione di contrasto e la crescita di legalità compiuta nel territorio catanese, il tutto compiuto con grande competenza, equilibrio, rigore, ma soprattutto… grande sensibilità. 
Sono lì per ringraziare il procuratore Zuccaro… tutti a manifestare i migliori auguri per la sua nuova destinazione in nord Italia…
Mi alzo e inizio a passeggiare tra quelle sedie, ma sembra che nessuno di loro s’accorga di me…
E’ come se fossi uno spettro, sì un fantasma a cui nessuno da conto, il bello è che riesco ad ascoltare non solo ogni loro parola, ma anche ciascun loro pensiero…    
A sentire quelle parole sembrano tutti rammaricati, almeno così appaiono al sottoscritto quelle frasi pronunciate, ma inaspettatamente quei loro pensieri, sembrano discordanti, manifestano in se espressioni di liberazione, c’è anche chi tra essi riflettendo dice: “finalmente si leva dalle p….”!!!
Ma come può essere che una figura così autorevole per questa nostra città, dopo aver fatto così tanto bene, possa venire deriso…
E’ proprio vero: “Un profeta non è disprezzato… se non nella sua patria e in casa sua”.
Dopo aver dato tanto per questa terra, dopo aver proseguito l’opera iniziata del suo predecessore Giovanni Salvi, dopo aver portato avanti insieme a tutto il suo Ufficio (nel quale sappiamo operano magistrati di grande professionalità ed esperienza) numerose inchieste, sì… dopo aver fatto emergere brillanti attività investigative coordinate in questi anni con tutte le forze dell’ordine, già, dopo aver assicurato alla giustizia centinaia e centinaia di soggetti… questo è il loro ringraziamento!!!
Sinnagghiri“, sento ancora quella voce, è lì… in quella sala, mi giro per ricercare chi l’abbia pronunciata o anche soltanto pensata, provo a determinare la provenienza di quel suono, ma non ci riesco, anche perché in sala c’è un grande frastuono, applausi, risate…  
Altri ringraziamenti seguono: “per l’opera svolta negli anni, con competenza, serietà ed equilibrio, assicurando e anche facendo percepire a noi cittadini il valore della legalità quale base per la convivenza civile e per un corretto sviluppo economico; anni nei quali ha saputo collezionare una serie di successi al termine di indagini che hanno spaziano dal contrasto alla criminalità mafiosa, dagli intrecci della politica corrotta con l’imprenditoria collusa, fino alla lotta contro le organizzazioni internazionali che si occupano di traffico dei migranti e del loro sfruttamento…
Grazie Procuratore Zuccaro per quanto ha fatto per questa nostra terra e buon proseguimento…
Improvvisamente mi ritrovo solo!!! 
La sala prima gremita è ora vuota, mi giro… non c’è più nessuno, anzi no, in un angolo all’esterno, affacciato sul ballatoio c’è lui, il Procuratore… è in piedi, sta guardando dall’alto l’intera nostra città… 
Riesco ad avvicinarmi… non s’accorge di me, ho come l’impressione che una lacrima gli stia rigando il viso, ma forse mi sto sbagliando, sento però i suoi pensieri: perché… già perché… perché debbo andare via??? Non voglio, ho ancora tanto da fare!!! Non è giusto, non può andare sempre così… 
Comprendo quella tristezza, già… è la stessa che hanno provato molti suoi illustri colleghi, nei tempi passati…
Qualcuno ha deciso il suo trasferimento, ed egli non riesce a capacitarsene…
Nuovamente solo… c’è buio, non vedo nulla, poi finalmente intravedo in lontananza una fievole luce, mi avvicino… c’è una crepa su un muro, guardo dall’altra parte è vedo la stanza di prima, questa volta fortemente illuminata; sono posto di fronte al tavolo, osservo il lato lungo e sono tutti lì seduti…
Sono sempre loro… quei 12 uomini, alcuni mi sembra di riconoscerli, sono girati verso sinistra, e stanno ascoltando…
Non vedo chi parla, riesco a malapena a intravvedere le mani, sono ben curate, un anello d’oro: Sinni iu… finalmente sinni iu!!! 
C’è l’abbiamo fatta… bravi, siete stati tutti bravi, ora sì che possiamo riprendere i nostri affari ‘sì…comu apprima’ e cerchiamo questa volta di non fare minchiate… 
Perché se non era per noi, per i nostri voti, quelli della nostra terra… a’stura a cumannare c’erano chiddi… e allora sì ca ninnavumu scappari da st’isola…
Padrino… tutto è tornato come prima, ha visto chi è arrivato come nuovo Procuratore??? 
E uora ritimi: mu merito o no u vostro applauso??? 
Scatta immediatamente l’applauso e i calici riempiti di champagne vengono innalzati al cielo: Si…si… va bene, ma ora per favore… riprendiamo a lavorare!!!
Lo schiamazzo mi sveglia!!!
Caz… stavo sognando, meno male era soltanto un’incubo!!! 
Mi alzo, mi vesto, ma prima d’uscire di casa penso: “Speriamo che non sia uno di quei sogni “premonitori”, altrimenti siamo nuovamente nei guai”!!! 

Alice Grassi: "Manca la coscienza civile di denunciare il racket"!

Sono passati 27 anni da quando i sicari di cosa nostra, assassinarono l’imprenditore Libero Grassi…
Ed ora, per ricordare quel tristo giorno del 29 Agosto, durante la cerimonia commemorativa è stata spruzzata a terra una macchia rossa… per ricordare a tutti e non solo alla città di Palermo, che quella ferita è rimasta ancora aperta!!!
Sono presenti i familiari dell’imprenditore, i figli Alice e Davide, il nipote Alfredo ed anche l’ex presidente del Senato Piero Grasso, insieme al sindaco Leoluca Orlando, il prefetto Antonella De Miro e alcuni giovani dell’Associazione “Addiopizzo”.
Dice bene la figlia dell’imprenditore Alice: “L’omicidio di mio padre è una ferita ancora aperta sia per me che per una parte dei cittadini di questa città. Non so se lo è per tutti, visto come stanno le cose…”.
Ha perfettamente ragione a pronunciare queste parole, d’altronde perché continuare a prenderci in giro… 
A Palermo, come in tutte le realtà siciliane, nessuno si oppone al pagamento del pizzo e sono in molti, per dì non dire quasi tutti, quelli che continuano a pagare…
Non parliamo poi delle denunce… non ho alcuna voglia di mettermi a ridere, anche perché l’argomento è talmente tragico, che difficilmente si può pensare di sorridere…
La verità è che nessuno denuncia e non credo che il motivo sia da ricercare nella paura di ritorsioni, ma quanto accade va osservato in un contesto più ampio, e cioè in quel modo di essere siciliani… accodati come pecore e ripetendo quanto gli altri sommessamente compiono…
Ecco perché questi nuovi imprenditori pensano tutti in maniera eguale o per meglio dire “generalizzata”: “Se la regola dice di pagare, già… se tutti pagano, chi sono io per non pagare”???
Non è quindi quell’associazione criminale a far paura (quello stato emotivo di fronte ad un pericolo reale o paventato, potrebbe peraltro anche starci…), no… è proprio il desiderio inconscio di sottostare a quel ricatto, che li fa pagare!!!
D’altro canto, non bisogna dimenticare come parte di questi  nostri imprenditori, non sono certo così codardi o timorosi per come vorrebbero alcuni farci credere, anzi tutt’altro, non per nulla svolgono quella loro imprenditorialità in questa terra, ciò dimostra, che non sono dei soggetti così disposti a subire in maniera passiva eventuali intimidazioni da parte di terzi, in particolar modo, da presunti delinquenti… 
Non è quindi la paura a creare in loro timori, bensì è l’angoscia di sapere che la collettività li possa abbandonare… 
Il fatto stesso d’aver denunciato,  fa apparire quegli imprenditori (e non solo essi purtroppo… ) agli occhi della collettività, come soggetti da evitare, individui da relegare, da cui stare lontani, quasi fossero “infetti” (viceversa dovrebbero essere posti proprio a “modello”, in una società che manifesta quotidianamente un concetto molto basso della morale…), ed ecco quindi che si crea intorno ad essi, un vuoto…
E come se vi sia una forma di  barriera, non fisica e neppure tangibile, data ad esempio dalla presenza, dinnanzi alla propria attività, di individui affiliati alla criminalità organizzata, che fa sì d’allontanare l’eventuale clientela…
No… non c’è bisogno di nessun bestione dinnanzi a quei locali, perché sono le persone stesse, con quel loro modo di essere a mostrarsi reticenti ed omertosi…
A far sì che ciascuno in quel quartiere comprenda comr sia meglio evitare d’avere contatti con quell’imprenditore o quella attività…
Ciascuno di essi, ancor prima di subire sguardi aggressivi o di ricevere possibili atteggiamenti ostili, evita persino di passarci dinnanzi a quella strada, dimenticando altresì di come un tempo, in quello stesso locale, qualcuno… aveva dato loro sostegno, nel momento deli bisogno!!!
Ma si sa, la vita è così… e come dice quel detto: “Fai del bene e scordatelo, tanto se lo scorda pure chi lo riceve”!!! 
Ecco quindi che pian piano, quell’imprenditore perbene e quella sua attività, andrà a scomparire (nel termine “buono” della parola, senza alcun spargimento di sangue… ) e con essa, anche la propria famiglia…
Sì… alla fine, dovranno andarsene tutti: Al nord… all’estero, non ha alcuna rilevanza, l’importante è che se ne vadano presto via da quel luogo…
Per il resto tranquilli… quel posto “indegno”, verrà concesso ad un altro imprenditore (forse anche prestanome…) certamente più conciliante con quelle regole… 
Ecco perché condivido quanto dice la figlia Alice: “Le denunce, rispetto al fenomeno mafioso, sono poche”!!!
Quindi, pur comprendendo queste costanti “giornate della memoria“, non posso dimenticare la condizione di solitudine in cui è stato lasciato Libero Grassi, che descrive perfettamente quanto sopra riportato: “Abbandonato dai suoi colleghi, dalle istituzioni, dalla politica, ed anche dai suoi stessi concittadini”!!!
Perché in quella macchia rossa, realizzata oggi con lo spray, non ci sono soltanto i nomi e i cognomi di chi non lo ha protetto, ma tutti i nomi di coloro che possono oggi denunciare e non lo fanno, pur sapendo che le cose sono cambiate e che lo Stato è diverso e soprattutto più forte, rispetto a  trent’anni fa!!!
Concludo con una frase di Alice Grassi: “Palermo deve ancora dire davvero basta e deve recuperare un senso di comunità; mio padre – aggiunge – ha dato un esempio importante, se avesse anche insegnato qualcosa… oggi le denunce, sarebbero molte di più!”. 

Alice Grassi: "Manca la coscienza civile di denunciare il racket"!

Sono passati 27 anni da quando i sicari di cosa nostra, assassinarono l’imprenditore Libero Grassi…
Ed ora, per ricordare quel tristo giorno del 29 Agosto, durante la cerimonia commemorativa è stata spruzzata a terra una macchia rossa… per ricordare a tutti e non solo alla città di Palermo, che quella ferita è rimasta ancora aperta!!!
Sono presenti i familiari dell’imprenditore, i figli Alice e Davide, il nipote Alfredo ed anche l’ex presidente del Senato Piero Grasso, insieme al sindaco Leoluca Orlando, il prefetto Antonella De Miro e alcuni giovani dell’Associazione “Addiopizzo”.
Dice bene la figlia dell’imprenditore Alice: “L’omicidio di mio padre è una ferita ancora aperta sia per me che per una parte dei cittadini di questa città. Non so se lo è per tutti, visto come stanno le cose…”.
Ha perfettamente ragione a pronunciare queste parole, d’altronde perché continuare a prenderci in giro… 
A Palermo, come in tutte le realtà siciliane, nessuno si oppone al pagamento del pizzo e sono in molti, per dì non dire quasi tutti, quelli che continuano a pagare…
Non parliamo poi delle denunce… non ho alcuna voglia di mettermi a ridere, anche perché l’argomento è talmente tragico, che difficilmente si può pensare di sorridere…
La verità è che nessuno denuncia e non credo che il motivo sia da ricercare nella paura di ritorsioni, ma quanto accade va osservato in un contesto più ampio, e cioè in quel modo di essere siciliani… accodati come pecore e ripetendo quanto gli altri sommessamente compiono…
Ecco perché questi nuovi imprenditori pensano tutti in maniera eguale o per meglio dire “generalizzata”: “Se la regola dice di pagare, già… se tutti pagano, chi sono io per non pagare”???
Non è quindi quell’associazione criminale a far paura (quello stato emotivo di fronte ad un pericolo reale o paventato, potrebbe peraltro anche starci…), no… è proprio il desiderio inconscio di sottostare a quel ricatto, che li fa pagare!!!
D’altro canto, non bisogna dimenticare come parte di questi  nostri imprenditori, non sono certo così codardi o timorosi per come vorrebbero alcuni farci credere, anzi tutt’altro, non per nulla svolgono quella loro imprenditorialità in questa terra, ciò dimostra, che non sono dei soggetti così disposti a subire in maniera passiva eventuali intimidazioni da parte di terzi, in particolar modo, da presunti delinquenti… 
Non è quindi la paura a creare in loro timori, bensì è l’angoscia di sapere che la collettività li possa abbandonare… 
Il fatto stesso d’aver denunciato,  fa apparire quegli imprenditori (e non solo essi purtroppo… ) agli occhi della collettività, come soggetti da evitare, individui da relegare, da cui stare lontani, quasi fossero “infetti” (viceversa dovrebbero essere posti proprio a “modello”, in una società che manifesta quotidianamente un concetto molto basso della morale…), ed ecco quindi che si crea intorno ad essi, un vuoto…
E come se vi sia una forma di  barriera, non fisica e neppure tangibile, data ad esempio dalla presenza, dinnanzi alla propria attività, di individui affiliati alla criminalità organizzata, che fa sì d’allontanare l’eventuale clientela…
No… non c’è bisogno di nessun bestione dinnanzi a quei locali, perché sono le persone stesse, con quel loro modo di essere a mostrarsi reticenti ed omertosi…
A far sì che ciascuno in quel quartiere comprenda comr sia meglio evitare d’avere contatti con quell’imprenditore o quella attività…
Ciascuno di essi, ancor prima di subire sguardi aggressivi o di ricevere possibili atteggiamenti ostili, evita persino di passarci dinnanzi a quella strada, dimenticando altresì di come un tempo, in quello stesso locale, qualcuno… aveva dato loro sostegno, nel momento deli bisogno!!!
Ma si sa, la vita è così… e come dice quel detto: “Fai del bene e scordatelo, tanto se lo scorda pure chi lo riceve”!!! 
Ecco quindi che pian piano, quell’imprenditore perbene e quella sua attività, andrà a scomparire (nel termine “buono” della parola, senza alcun spargimento di sangue… ) e con essa, anche la propria famiglia…
Sì… alla fine, dovranno andarsene tutti: Al nord… all’estero, non ha alcuna rilevanza, l’importante è che se ne vadano presto via da quel luogo…
Per il resto tranquilli… quel posto “indegno”, verrà concesso ad un altro imprenditore (forse anche prestanome…) certamente più conciliante con quelle regole… 
Ecco perché condivido quanto dice la figlia Alice: “Le denunce, rispetto al fenomeno mafioso, sono poche”!!!
Quindi, pur comprendendo queste costanti “giornate della memoria“, non posso dimenticare la condizione di solitudine in cui è stato lasciato Libero Grassi, che descrive perfettamente quanto sopra riportato: “Abbandonato dai suoi colleghi, dalle istituzioni, dalla politica, ed anche dai suoi stessi concittadini”!!!
Perché in quella macchia rossa, realizzata oggi con lo spray, non ci sono soltanto i nomi e i cognomi di chi non lo ha protetto, ma tutti i nomi di coloro che possono oggi denunciare e non lo fanno, pur sapendo che le cose sono cambiate e che lo Stato è diverso e soprattutto più forte, rispetto a  trent’anni fa!!!
Concludo con una frase di Alice Grassi: “Palermo deve ancora dire davvero basta e deve recuperare un senso di comunità; mio padre – aggiunge – ha dato un esempio importante, se avesse anche insegnato qualcosa… oggi le denunce, sarebbero molte di più!”. 

La solitudine di un numero uno


Sono in molti a dire che intorno a noi qualcosa sta cambiando e che si sono fatti passi da gigante nei modi di concepire le istituzioni ed il potere che essi rappresentano…

E’ quindi tutti a dirci che sul fronte delle lotte alla criminalità sono stati raggiunti dei traguardi importanti, poi, a quale prezzo di vite umane queste lotte sono costate, quello… è tutt’altro discorso!
Va be… diciamo senza alcuna retorica che alcuni cambiamenti si sono verificati, ma quanto questi abbiano realmente modificato le coscienze civili è ancora da vedere… perché nella stra-maggioranza dei miei conterranei è ancora insita quella convinzione per la quale, la legittimità di quel potere “occulto” garantisce lavoro, ordine, una cosiddetta “giustizia” espressa senz’altro in tempi più celeri di quella ordinaria…, possiamo considerarla, una vera e propria auto-legittimazione, che garantiva e garantisce quel consenso di voti ed al stesso tempo permetteva a questo “sistema” l’invisibilità…
Osserviamo nelle cronache di questi giorni come le indagini realizzate da parte degli organi inquirenti, conducano sempre a collusioni e trattative ” enigmatiche” dove da una parte ci sta la mafia e dall’altro un nemico “oscuro” che sta anch’esso dall’altra parte della legalità e cioè il cosiddetto anti-stato. 
Uno “stato” dentro lo Stato… che trama segreti e che influenza a seconda dell’evenienza il potere democratico e civile…
Uno “stato” al cui interno si è ricorso con molta frequenza, per sistemare certe situazioni “equivoche”, che avrebbero dovuto non saltare fuori, che non dovevano emergere e se scoperte, andavano immediatamente insabbiate, in particolare se tra questi ci sono i loro uomini…
Perché se da un lato si crede di aver smascherato quelle possibili connivenze, ancora tantissimo va fatto, per combattere la tendenza di molti settori ampi della politica ed imprenditoria nel considerare ancora la mafia come una risorsa, qualcosa da cui ottenere vantaggi, che sostiene economicamente certe candidature e che risulta essere presente nei momenti decisivi…
Altresì, è altrettanto evidente osservare come alla politica non gliene frega niente di certe manifestazione organizzate de quelle associazioni contro le mafie, infatti stranamente, non si vedono mai… segretari di partito o leader politici, ecco che da tale evidenza, si dimostra come nel nostro paese nulla sia cambiato…
Ed è per questo motivo che ormai il sottoscritto ha una idiosincrasia per queste esibizioni di “legalità” espresse da “taluni” personaggi che si presentano in quelle manifestazioni, più per loro esibizione, che per voler realmente ricordare quegli eroi – uomini dello Stato – che insieme ai propri agenti di scorta, hanno perso la vita…
Ma noi, non abbiamo bisogno di questa “propaganda politica”, noi quelle persone veramente eroiche le abbiamo conosciute ed abbiamo avuto modo di vedere come, nello svolgere i loro incarichi, non abbiano mai esibito se stessi agli altri, anzi, hanno sempre cercato di far credere noi tutti, che stavano avendo una vita normale, c’incoraggiavano a pensare che la lotta alla mafia, fosse una cosa possibile ed a disposizione di tutti… altrimenti si correva il rischio di avere una prospettiva errata della lotta, di poter credere di avere di fronte a dei miti, fama, notorietà e applausi, ma di fatto, scoprire che nulla era cambiato e che un passo avanti non era stato fatto!!!.
La verità è che in molti hanno paura, una paura che nasce dalla consapevolezza di perdere ciò che hanno, infatti, se questo “sistema” iniziasse ad essere smantellato, se “l’impalcato degli incarichi“, iniziasse a scricchiolare, ecco che sarebbero in tanti quelli a cadere…  a perdere quelle posizioni prestigiose o quelle funzioni “immeritatamente” ottenute… 
Ecco perché, quando un semplice cittadino inizia a effettuare quelle azioni di contrasto, tali da scardinare quello strutturato e collaudato sistema, ecco che, nel momento in cui vengono toccati i suoi uomini… inizia una strategia dell’abbandono, la persona indicata inizia ad essere lasciata sola…, non perché egli possieda in tasca chissà quale segreto o un papello prodigioso che possa nascondere un cifrario con i nomi di quanti collusi o appartenenti al sistema, ma soltanto perché la forza ed il coraggio delle sue idee, è capace, da sola, d’incrinare e scardinare un potere ormai diffuso a tutti i livelli, nella nostra isola….
Ed allora cosa avviene…, parte un piano di contrattacco che serve, prima ad intimidirlo e successivamente, ad allontanarlo dal proprio ambito professionale…
Sorgono nuove diffidenze, lo si vede quasi fosse un animale strano… uno di quelli da cui non fidarsi, anche perché impossibile da ammaestrare e quindi alla fine, invece di premiare l’impegno dimostrato, s’iniziano a monitorare le sue azioni, si cerca d’intravvedere un eventuale punto debole o si va alla ricerca si quale scheletro conservato nell’armadio…

Un vero “preoccupante” fastidio si manifesta per quel suo modo d’essere e chissà se forse non rappresenta proprio in ciò, quella avversione personale oggi avviata… quasi s’avesse invidia per quel coraggio finora dimostrato…

Ora, nel sentirsi isolato e circondato, capisce che deve trovare nuovi alleati a lui certamente inconsueti… deve superare quella limitata porzione di silenzi di alcuni uomini dello Stato…, va oltre, guarda, ascolta, si rivolge all’esterno, a quelle figure non ancora compromesse, a quelle associazioni composte da cittadini onesti, a quegli uomini politici che non vengono influenzati dagli interessi del partito ma che sanno farsi carico direttamente dei valori istituzionali, perché questi debbano essere messi sempre al di sopra di tutto…
Ma il potere è sempre lì nell’ombra, invisibile, come qualcosa di superiore, impersonale, ma soprattutto in modo latente va tramandando le proprie ostilità… ed è per questo che alla fine… tutti i numero uno… verranno sempre guardati con tanta sfiducia e molto sospetto!!!

Solitudine

Fuggire, via lontano

fuggire…

Ha perduto la forza e la vita

l’amore e l’allegria.

Lungo il cielo tenero e dorato

il sole del crepuscolo

si spegne triste…

Vagano i suoi pensieri 

eternamente solitari

ognuno in silenzio

nella malinconia della notte.

Quando conobbe la verità

speranze, desideri, ricordi,

ogni cosa al volo si dileguò,

rimase tradita dal fluire delle cose

s’arrese con grazia alla ragione

e nel piegarsi,

accetto la fine di quell’ormai

lontano amore…