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Il conto finale di Trump: tra il rischio fallimentare e la strategia della sopravvivenza.


Dando seguito a quanto già pubblicato, emerge ora con maggiore chiarezza il paradosso che attraversa gli Stati Uniti: da una parte c’è una montagna di carta straccia, dall’altra il ruggito di un’economia che, a guardare certi numeri, sembra non sapere nemmeno che esista un baratro.

Come riportavo nel precedente post vi sono trentottomila miliardi di dollari di debito federale che ballano e non sono una cifra irrisorio: sono un abisso camuffato da bilancio.

Il Dipartimento del Tesoro lo chiama “percorso fiscale insostenibile”, ma intanto quel percorso continua, anzi accelera: ogni giorno aggiunge un altro miliardo al mucchio, al doppio del ritmo medio di questo secolo. E la cosa più inquietante non è quanto si deve, ma a cosa serve quel denaro. Sempre di più, serve solo a pagare il privilegio di averlo preso in prestito.

Gli interessi ormai divorano circa mille miliardi di dollari l’anno, più della difesa nazionale, più di qualsiasi altra voce di spesa. È un fiume di contante che non costruisce scuole, non ripara strade, non finanzia ricerca: scorre verso i conti di investitori esteri, fondi sovrani, banche centrali lontane. Ogni centesimo speso per tenere a galla il debito passato è un sogno futuro che affonda. Come dice Michael Peterson, senza giri di parole, quei soldi “escludono importanti investimenti pubblici e privati nel nostro futuro”. Non è retorica: è aritmetica.

Un tempo, l’America aveva già visto un debito simile rispetto al Pil, alla fine della Seconda guerra mondiale. Ma allora c’era una nazione unita, una crescita vigorosa, una disciplina fiscale condivisa. Oggi non c’è niente di tutto ciò. C’è solo l’abitudine di vivere un po’ al di sopra dei propri mezzi, anno dopo anno, decennio dopo decennio, come se il conto non dovesse mai arrivare. Gli analisti sanno ancora quale sia la ricetta: crescita più rapida, spesa più intelligente, entrate più solide. Ma servirebbero visione, coraggio, pazienza. Qualità rare in un clima politico dove l’orizzonte si misura in mesi, non in generazioni.

Eppure, mentre il quadro fiscale si fa sempre più cupo, l’economia reale danza sotto luci diverse. Il Pil del terzo trimestre 2025 è schizzato al 4,3% annualizzato, superando ogni previsione. I consumi delle famiglie tengono, soprattutto nei servizi: sanità, farmaci, viaggi. Le aziende investono in macchinari, software, proprietà intellettuale, forse puntando tutto sull’automazione e sull’intelligenza artificiale. La produttività del settore non agricolo fa un balzo in avanti, segnale che qualcosa, là fuori, sta cambiando davvero.

Ma è una crescita che brucia. Funziona bene per chi ha risparmi da spendere, ma lascia indietro chi conta ogni centesimo. È una corsa a due velocità, alimentata da una minoranza abbiente, mentre le fasce medie stringono la cinghia. L’inflazione, pur in calo, continua a rosicchiare il potere d’acquisto, costringendo la Federal Reserve a camminare su un filo sottile. E il mercato del lavoro, pur solido, mostra i primi segni di stanchezza: nel 2025 sono stati creati appena 584.000 posti, il dato più basso dal 2020, e il manifatturiero ne ha persi quasi settantamila. Il tasso di disoccupazione si è assestato al 4,4%, un numero tranquillo sulla carta, ma che nasconde un rallentamento reale.

Allora, siamo di fronte a un gigante dai piedi d’argilla o a un organismo malato ma ancora vitale? Forse la risposta è nella contraddizione stessa. L’America spende più di quanto guadagna da mezzo secolo, accumulando un fardello che peserà sulle spalle dei figli e dei nipoti. Eppure, la sua economia continua a correre a un ritmo che l’Europa può solo invidiare. La tecnologia spinge la produttività, i consumi resistono, il sistema tiene, per ora.

Il vero fallimento non è economico, almeno non ancora. È politico. È l’incapacità di guardare oltre il prossimo ciclo elettorale, di affrontare la verità scomoda che il debito non è un problema “tecnico”, ma una scelta collettiva rinviata all’infinito. È l’assurdo di un’amministrazione che, per fare cassa, alza dazi che finiscono per colpire i propri cittadini e le proprie imprese, mentre cerca di ritirarsi da impegni globali non perché vuole la pace, ma perché non se li può più permettere. È la resa di fronte alla complessità, la preferenza per lo scontro dello “shutdown” piuttosto che il compromesso della governance.

L’ambizione di cui parla il Presidente Trump non non è quella di una nazione importante che vuole progettare un domani migliore per tutta l’umanità, assomiglia piuttosto alla frenesia di chi, sentendo bussare la scadenza, cerca di arraffare tutto il possibile prima che la musica finisca. È l’esibizione di chi vende il futuro come fosse fumo, già… per pagare gli interessi del passato!

Il default non è imminente, non ancora. Ma l’erosione della credibilità, della leadership, dello spazio per manovrare, è già in atto. E così resta sospesa, nell’aria densa di questa contraddizione, una domanda semplice: per quanto tempo ancora dovremmo restare sull’orlo del burrone, prima che il terreno sotto i nostri piedi decida di franare?

Medioriente: solo chi non possiede un'adeguata competenza, può pensare di risolvere il problema con un banale colloquio!!!

Bisogna conoscere la storia di quel territorio, per poter comprendere perché si è arrivati oggi a questo punto!!!

Innanzitutto bisogna ripartire da una questione e cioè la creazione di una nazione che non esisteva, quantomeno non nel periodo storico che stiamo da poche generazioni vivendo…

Per la popolazione ebraica non esisteva alcuno Stato fino al 14 maggio 1948, quando il primo ministro David Ben Gurion proclamò ufficialmente la nascita dello Stato d’Israele!!!

Era più di duemila anni che quel popolo vagava per il mondo senza che mai alcuna comunità internazionale riconoscesse loro quel promesso territorio, già…  così esaltato in quel noto libro bibblico. 

La stessa circostanza però andrebbe fatta per il popolo palestinese, in quanto anch’essi – per che come abbiamo visto nel corso di questi secoli – sono stati ahimè esposti a continue dominazioni…

Da ciò possiamo comprendere quanto difficile sia per entrambi la costruzione di due Stati, ma non solo, bisogna fare in modo che queste due entità convivano tra loro in modo pacifico, ma nel far ciò ci si dimentica che l’esistenza di uno, mi riferisco allo Stato Israeliano, ha comportato (per l’altro popolo) di essere nel proprio territorio estranei, in quanto improvvisamente inglobati in quella emergente nazione ebraica, se pur, come riportato sopra, in quel preciso periodo non esisteva alcuna entità di nazione che identificasse come Stato il popolo palestinese.

Ovviamente un ignaro osservatore a prima vista potrebbe osservare come il diritto all’esistenza di una, precluda di fatto l’esistenza dell’altra, mentre qualcun’altro potrebbe presumere che solo con la cancellazione di una delle due parti, si potrebbe giungere finalmente a un assetto che riporti ordine e pace. 

Ed è ciò che sta accadendo in quel territorio da oltre mezzo secolo e cioè che non vi è un solo palestinese che vuol riconoscere la presenza d’Israele, in quanto ritiene quella sua presenza edl tutto intrusa!!!

Ecco perché ritengo che non vi sarà alcuna soluzione diplomatica che potrà nell’immediato risolvere questo problema, perché nessuno, né gli israeliani e ancor meno i palestinesi, vogliono convivere rinunciando alla propria identità di nazione autonoma e difatti avrete modo di vedere che, neppure l’eventuale creazione di due Stati limitrofi e indipendenti, porterà in quell’area una pace definitiva o come in molti confidano una possibile collaborazione… 

Non vi è alcuna risoluzione politica a questo dilemma ed una sua alternativa è talmente complessa da realizzarsi che difficilmente, seppur i propositi positivi internazionale posti in campo, si potrà risolvere in maniera celere la questione. 

Sì… mi dispiace dirlo, ma non credo che vi possano essere negoziati internazionali che porteranno ad una pace, anche perché gli interlocutori non sono dei semplici cittadini che provano a trovare una soluzione pacifica, bensì da entrambe le parti sono i militari a comandare, in particolare sono proprio alcune formazioni militari a non avere alcuna intenzione di trovare un accordo in quanto di essi (mi riferisco ad esempio alle milizie di Hamas ed Hezbollah) sono volontariamente lì per combattere e distruggere Israele e fintanto che resterà un solo ebreo in quel territorio, la loro missione di lotta armata andrà avanti, possa anche dover passare un altro secolo!!! 

Perché così è stato sin dal dopoguerra e così sarà per sempre!!!

Certo vorrei (come molti di voi) esprimere parole diverse, auspicare che improvvisamente questo conflitto possa terminare e comprendo quanto sia più agevole fantasticare una soluzione pacifica che continuare ad assistere ad una guerra ingiustificabile…

Ma auspicare che – dopo quanto accaduto a Gaza e nel sud del Libano – si possa ritornare come prima, è non voler ammettere la realtà o far finta – ipocritamente – che si possa arrivare a un disarmo celere in tutta quell’area mediorientale!!!

Difatti, pensare che Israele sospenda il proprio attacco è voler favoleggiare che quei contrari gruppi militari decidano improvvisamente di disarmarsi per giungere a una tregua; tutti sanno che un’eventuale pace “provvisoria” servirebbe esclusivamente a far riarmare le parti in causa, un breve sospensione che porterà nuovamente tra qualche anno ad un nuovo conflitto!!!

Ecco perché preannuncio che questa situazione non porterà a nulla di buono, anzi viceversa penso che entrambi le parti potrebbero restare coinvolti in un conflitto talmente grave che alla fine tutti potrebbero pentirsi di aver solo cominciato, sì… una lotta che si potrebbe concludere ahimè con una preoccupante profezia e cioè la distruzione di entrambi i popoli!!!

Scriveva Geremia: «Ridurrò Gerusalemme un cumulo di rovine, rifugio di sciacalli; le città di Giuda ridurrò alla desolazione, senza abitanti. Chi è tanto saggio da comprendere questo? A chi la bocca del Signore ha parlato perché lo annunzi? Perché il paese è devastato, desolato come un deserto senza passanti?… Come siamo rovinati, come profondamente confusi, poiché dobbiamo abbandonare il paese, lasciare le nostre abitazioni. Udite, dunque, o donne, la parola del Signore; i vostri orecchi accolgano la parola della sua bocca. Insegnate alle vostre figlie il lamento, l’una all’altra un canto di lutto: La morte è entrata per le nostre finestre, si è introdotta nei nostri palazzi, abbattendo i fanciulli nella via e i giovani nelle piazze. I cadaveri degli uomini giacciono – dice il Signore – come letame sui campi, come covoni dietro il mietitore e nessuno li raccoglierà».


L'Iran attacca Israele: era già tutto previsto!!!

Lunedì 21 gennaio 2019, avevo scritto un post anticipando quanto sta in queste ore accadendo…

Il post s’intitolava “Prove tecniche per l’inizio di un nuovo conflitto” – http://nicola-costanzo.blogspot.com/2019/01/prove-tecniche-per-linizio-di-un-nuovo.html ed ora, quanto avevo scritto si sta ahimè realizzando!!!

Ma non solo, alcuni mesi prima (precisamente il 28 novembre 2018) avevo scritto di una profezia che annunciava che la Russia e l’Iran sarebbero entrate in guerra – vedasi link: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2018/11/una-coincidenza-le-profezia-della.html

Ecco perché osservando quanto sta accadendo non mi sorprendo minimamente, in quanto tutta la storia dell’umanità è un continuo ripetersi di vicende che sembrano concludersi per poi ripartire nuovamente con grande vigore e a pagarne le conseguenze, ahimè, sono sempre le fascie più deboli…

Scriveva George Santayana: “Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”.

Già… gli uomini vanno avanti unicamente perché non hanno imparato nulla. Se l’esperienza delle generazioni precedenti facesse parte del patrimonio obbligatorio di ognuno, la Storia sarebbe cessata da un pezzo. 

La fortuna – e la sfortuna – dell’uomo è di non nascere disilluso!!!