Archivi tag: Epstein

Ben novantasei citazioni nei file Epstein: il legame tra soldi occulti e sovranità di plastica.


Sì… è partito tutto da una nota di Andrea Scanzi su Tumblr, che ha dato sfogo a questo mio post. A proposito di “sovranità”. Nell’indifferenza generale, è accaduto che Salvini sia stato citato novantasei volte negli Epstein files. Perché quel criminale era interessato al successo di Salvini in Italia? Ed è vero che Steve Bannon finanziò la Lega nel periodo di massimo consenso? Sono domande importanti, ma tanto ormai in questo paese è saltato tutto.

Il giornalista, scrittore e opinionista dichiara altresì di condividere interamente le parole della deputata AVS Elisabetta Piccolotti: Chiediamo oggi un’informativa urgente al ministro dei Trasporti, Matteo Salvini. Non per i ritardi dei treni né per le procedure opache sul Ponte sullo Stretto, ma per un fatto che lo riguarda come segretario di un importante partito di maggioranza. Il nome di Salvini ricorre per ben novantasei volte negli Epstein files. Questi messaggi si concentrano nel periodo in cui la Lega, non a caso, raggiunge il suo massimo storico di consenso elettorale anche grazie alla cosiddetta “Bestia”, un sistema pervasivo e altamente efficace di comunicazione sui social network.

E continuando: Chiediamo dunque che il ministro Salvini venga a spiegare in Parlamento se abbia mai avuto Steve Bannon come consulente politico; se risponde al vero che Bannon abbia svolto attività di fundraising e ricerca di finanziatori, diretti o indiretti, anche sotto forma di servizi digitali, a favore della Lega; se sia mai venuto a conoscenza di iniziative promosse da Bannon per condizionare l’opinione pubblica italiana o europea anche dopo l’esplosione dello scandalo di Cambridge Analytica; se gli incontri citati nelle mail si siano realmente svolti e se Salvini fosse a conoscenza dei legami tra Steve Bannon e Jeffrey Epstein.

Queste domande non sono un attacco personale. Riguardano la sovranità democratica, la trasparenza del finanziamento della politica e il rischio di interferenze occulte nei processi elettorali nazionali ed europei. Questioni cruciali per la qualità della nostra democrazia.

Jeffrey Epstein: Sì… tutti coloro che hanno partecipato a quegli abusi su minori, vanno ora lasciati appesi a testa in giù in una piazza sotto il sole, dopo esser stati completamente scuoiati!


Ho iniziato da ieri a vedere su Netflix una miniserie che tratta di un argomento scabroso: la vicenda di Jeffrey Epstein.

Ora… non è che non avessi letto quanto fosse accaduto in quelle sue lussuose ville, ma osservare visivamente le immagini, far emergere dall’ombra i contorni di quelle stanze, mi ha fatto inorridire in modo diverso. Ha toccato una corda che offende la natura umana, e che mi ha fatto decidere di scrivere questo post e al titolo da utilizzare per aprire questo discorso.

Mi chiedo spesso, dinnanzi a fatti che superano l’immaginabile, dove vada a finire il nostro sdegno. Sì… è come se si accumulasse, strato dopo strato, fino a formare un cristallo duro e tagliente, proprio come quello ora evocato dalle parole del mio titolo. 

Non è fantasia da horror, né la semplice invocazione di una giustizia sommaria e fisica, è piuttosto l’estremo respiro di un’impotenza collettiva, che sente di aver toccato il suo limite. È il punto in cui la ragione, stanca di bussare alle porte dei tribunali, sogna un finale diverso, in cui il castigo sia pari all’orrore, sia pubblico e, soprattutto, sia definitivo.

Certo, la mia è un’immagine da antico codice, e forse nasce proprio da lì: dal bisogno primordiale di vedere un ordine restaurato in modo così plateale da cancellare, una volta per tutte, ogni ombra di dubbio, perché – ahimè – la realtà con cui ci confrontiamo è ben più opaca, più grigia!

È fatta di documenti – quelli sì, finalmente pubblicati – che formano una nebulosa di nomi, di voli, di indirizzi. Si parla di “files“, una parola asettica che contiene universi di sofferenza, e non di quello che realmente fosse e cioè uno: “schifo”.

Jeffrey Epstein non fu un mostro solitario; fu piuttosto un nodo, un collante, un raccordo tra soggetti deviati. La sua genialità perversa consistette proprio in questo: comprendere che il desiderio più oscuro, se protetto da abbastanza denaro e favori, poteva trasformarsi in una valuta, in una merce di scambio per una certa “élite“. 

Le sue ville, l’isola, gli aerei, non furono soltanto i teatri di un delitto, ma i luoghi di una perversa socialità, dove il potere non si limitava a coprire malefatte. Lì, in qualche modo, si banchettava. E il banchetto aveva un prezzo, pagato a scapito di aspiranti modelle e, in modo ancor più deplorevole, su vittime minorenni ignare.

È qui che il nostro sdegno si incrina e diventa perplessità. Perché leggere quei nomi – politici, imprenditori, magnati, intellettuali, artisti – non fornisce risposte, ma moltiplica le domande. Essere menzionati, ci viene giustamente ricordato, non è una condanna. Alcuni saranno stati ingenui frequentatori di un ambiente luccicante e certamente corrotto; altri, chissà, avranno visto e avranno distolto lo sguardo. 

Il dubbio, però, si insinua come una nebbia: fino a che punto si può essere “solo” amici di un uomo che organizzava la propria esistenza attorno allo sfruttamento di donne, uomini, o peggio… adolescenti? Dove finisce la colpevole negligenza e inizia la complicità? Il vero rompicapo sta in questa zona grigia, in quel brusio di fondo di un mondo che, a certi livelli, ha forse chiuso un occhio, ha scambiato un sorriso, pur intravedendo il buio ai margini del tappeto rosso.

I social media hanno preso questa storia già contorta e l’hanno gettata nella fornace del caos. Hanno creato un cortocircuito letale tra il legittimo desiderio di giustizia e la sete morbosa di scandalo, fabbricando accuse a caso, mescolando vittime e carnefici in un unico, gigantesco spettacolo. 

Questo rumore di fondo rischia di soffocare le voci vere, quelle delle sopravvissute, trasformando una tragedia umana in un campo di battaglia per teorie complottiste. Ci si ritrova così a dover lottare, paradossalmente, per preservare una verità già di per sé agghiacciante dalla distorsione della menzogna.

Alla fine, mi fermo a considerare il titolo da cui siamo partiti. Quella violenza verbale, quel desiderio di squarci e di sole cocente, è forse il gemello oscuro della nostra frustrazione. Rappresenta la tentazione di sostituire l’iter faticoso della giustizia – con i suoi cavilli e le sue attese – con un’icona immediata e sacrificale. 

È un’idea comprensibile, ma resta un vicolo cieco. Perché la vera, difficile opera non è immaginare il castigo, ma decifrare il silenzio che ha permesso tutto ciò. È capire come una rete del genere abbia potuto tessersi alla luce del sole, intrecciata ai fili della finanza, della politica, dell’accademia e dello spettacolo.

Il sole sotto cui vorremmo appesi i colpevoli, forse, dovrebbe prima di tutto illuminare quelle stanze troppo a lungo rimaste in penombra. La giustizia, quando arriva, non ha lo spettacolo feroce di un’antica esecuzione, ma il volto austero di una condanna legale, o la paziente, ostinata raccolta di prove. 

È meno narrativa, meno catartica. Ma è l’unica che può reggere il peso della storia, senza rischiare di trasformarci, nel desiderio di distruggere i mostri, in qualcosa che ad essi assomigli.

Io, nel mio sentire più viscerale, preferisco ancora la soluzione del titolo: appendere tutti a testa in giù, scuoiati. Ma soprattutto, ora, vorrei conoscere i nomi. I nomi dei miei connazionali che in quelle stanze ci sono stati, che a quelle feste hanno partecipato. Perché ho la sensazione, anzi la certezza, che ci siano. 

Sì… vorrei sapere, una volta per tutte, chi ha banchettato in quel silenzio!