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Ma quale Spirito Santo: quel cromosoma Y veniva da un uomo, Già… forse gli occhi azzurri di Gesù raccontano un’altra storia.


Mi sono sempre chiesto perché, nell’immaginario occidentale, Gesù venga quasi sempre rappresentato con gli occhi azzurri. 

È una di quelle immagini che diamo per scontate, finché un giorno non ci si ferma un attimo a riflettere: ma è mai possibile che un uomo nato in Palestina duemila anni fa avesse proprio quella caratteristica, che oggi è così rara tra le persone di quelle terre?

Così ho cominciato a scavare, e quello che ho trovato mi ha portato lontano, molto più lontano di quanto immaginassi.

Partiamo dai dati. Per quanto nessuno abbia mai fatto un censimento preciso sul colore degli occhi in Medio Oriente, gli studi genetici ci permettono di fare delle stime affidabili. Oggi, nella regione che corrisponde alla Palestina storica e all’attuale territorio di Israele, gli uomini con gli occhi azzurri sono meno dell’uno-due per cento. Una rarità, insomma…

Se poi allarghiamo lo sguardo a Siria, Libano, Giordania e Iraq, beh… la percentuale sale di poco, attestandosi tra l’uno e il quattro per cento, soprattutto grazie al Libano che per la sua storia di migrazioni europee ha una frequenza leggermente più alta di occhi chiari. Ma anche lì, gli occhi chiari restano una netta minoranza.

Ma c’è una cosa ancora più interessante e riguarda gli antichi abitanti di queste terre. Gli studi genetici sui Cananei, gli antenati degli odierni palestinesi, libanesi, giordani e siriani, hanno analizzato quindici individui dell’età del bronzo: il cento per cento di loro aveva gli occhi marroni, nessuno possedeva le varianti genetiche per gli occhi azzurri

Per cui, la popolazione originale della regione aveva quindi esclusivamente occhi scuri. L’azzurro è arrivato dopo, attraverso migrazioni di popolazioni europee, ed è rimasto sempre un tratto raro, confinato a piccole nicchie.

Se quindi Gesù fosse stato un tipico ebreo della Giudea del I secolo, avrebbe statisticamente avuto occhi marroni, capelli scuri e pelle olivastra. Certo, la statistica descrive una popolazione, non i singoli individui: anche in un contesto dove una caratteristica è rarissima, può comunque manifestarsi. Non è scientificamente impossibile. Ma è proprio l’accostamento tra questa oggettiva rarità e l’immagine che abbiamo ereditato che rende la domanda così affascinante.

A questo punto, però, devo essere (come d’altronde cerco sempre di fare…) corretto con voi e quindi proprio a correggere un presupposto che io stesso ho sempre avuto. Quando ho cominciato a indagare su questo fattore, ero convinto che l’iconografia dei primi secoli rappresentasse già Gesù con gli occhi azzurri. Invece rivedendo molte di quelle immagini, ho scoperto che non è affatto così. 

Ad esempio, le immagini più antiche che possediamo non vengono dalla Palestina, ma dalle catacombe di Roma e dalla chiesa domestica di Dura-Europos in Siria, risalenti al terzo secolo. In quelle primissime rappresentazioni, Gesù viene quasi sempre raffigurato in due modi: come il Buon Pastore, un giovane imberbe con capelli corti e ricci, ispirato a modelli greco-romani, oppure come un giovane taumaturgo, sempre imberbe, con capelli corti e scuri, vestito con una tunica e un mantello, nell’aspetto di un filosofo o maestro dell’epoca.

Comprenderete come non vi sia alcun tentativo di rappresentare i tratti mediorientali, ma nemmeno quelli europei. I primi artisti cristiani che operavano nell’Impero Romano, rappresentarono Gesù secondo i canoni culturali del loro tempo e del loro pubblico. L’obiettivo non era l’accuratezza storica, ma la comunicazione teologica. E gli occhi azzurri, in quelle immagini, era semplicemente improbabili.

Il volto di Gesù che oggi riconosciamo, con la barba, i capelli lunghi divisi al centro e lo sguardo severo, si afferma solo con l’arte bizantina a partire dal quinto-sesto secolo. L’icona del Cristo Pantocratore del sesto secolo, conservata nel Monastero di Santa Caterina sul Monte Sinai, ne è l’esempio più celebre: lì Gesù ha capelli scuri, barba scura, occhi scuri. Non è biondo, non ha occhi azzurri.

Allora mi sono chiesto: quando compaiono gli occhi azzurri? Soltanto più tardi, nell’arte medievale e rinascimentale europea, quando artisti tedeschi, fiamminghi, italiani iniziano a ritrarre Gesù e i santi secondo i tratti somatici della loro propria popolazione. Nel Medioevo circolava anche una falsa lettera, attribuita a un governatore della Giudea, che descriveva Gesù con capelli castano chiari, occhi grigi e pelle chiara. Certo, una descrizione inventata, che però ha influenzato per secoli gli artisti europei. 

E così giungiamo a metà del Novecento, con il dipinto “Head of Christ” del 1940 dell’americano Warner Sallman, che ha popolarizzato in modo massiccio l’immagine di un Gesù dallo sguardo dolce, i capelli castano chiari e gli occhi azzurri. Riprodotta milioni di volte, ha plasmato l’immaginario di intere generazioni di protestanti e cattolici, tanto da essere soprannominata scherzosamente lo “Swedish Jesus”, il Gesù svedese.

Ecco, quella immagine che abbiamo in mente, quella che sembra così antica e radicata, in realtà è un prodotto culturale recente, specifico dell’Europa settentrionale e dell’America. Non è mai esistita nei primi secoli del cristianesimo.

Forse la lezione più bella di questa piccola indagine è un’altra. L’iconografia non è mai uno specchio della storia, ma della cultura che la produce. Ogni epoca e ogni popolo hanno creato un Gesù a propria immagine e somiglianza, e noi occidentali non abbiamo fatto eccezione. L’abbiamo voluto con i nostri stessi occhi, anche se i suoi, con ogni probabilità, erano molto diversi.

E qui arrivo al punto che mi sta più a cuore, e che lega questa riflessione a quanto ho già scritto stamani sulla fecondazione. Perché se è vero – come è vero, biologicamente – che Gesù, essendo maschio, ricevette il cromosoma Y da un padre umano, allora quel padre aveva un volto, una storia e certamente degli occhi di un certo colore. 

Ed allora, se per un momento accettassimo l’ipotesi, tra le tante possibili, che quel padre fosse un romano – magari un soldato, forse suo figlio, un ragazzo di passaggio in quella sperduta provincia dell’impero – allora la domanda sugli occhi azzurri smette di essere una semplice curiosità statistica e diventa qualcosa di molto più concreto.

Già… se quel romano avesse avuto gli occhi azzurri, il bambino nato da quella relazione avrebbe potuto anche ereditare quella caratteristica. Non sarebbe stata una miracolosa eccezione in una popolazione di occhi marroni, ma il normale esito di una trasmissione genetica. E quei pochi, pochissimi abitanti della Palestina del I secolo che avevano gli occhi chiari – meno del due per cento, forse molto meno – li avevano proprio perché discendevano, in qualche punto del loro albero genealogico, da qualcuno arrivato da lontano, dal nord, dall’Europa, da quelle terre dove l’azzurro degli occhi è di casa.

Ora non posso dire che sia andata così, peraltro non lo sapremo mai, come peraltro oggi nessuno potrebbe smentirmi, ma trovo profondamente ironico che l’immaginario cristiano occidentale abbia imposto per secoli l’immagine di un Gesù con gli occhi azzurri, senza sospettare che, se davvero quegli occhi fossero stati azzurri, la spiegazione più semplice e terrena sarebbe stata proprio quella che la teologia ha sempre rifiutato: un padre umano, venuto da lontano, con gli occhi di un colore che in quella terra non era di casa!

Volto gli occhi per non vedere più nulla fermarsi nella sua apparenza…

E l’aria è nuova!!!
E tutto, attimo per attimo, è com’è, che s’avviva per apparire… 
Già, volto subito gli occhi per non vedere più nulla fermarsi nella sua apparenza e morire… 
Solo così soltanto posso vivere ormai…
Rinascere attimo per attimo e impedire che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni…
Ma la città è lontana… 
Me ne giunge a volte nella calma del vespro il suono delle campane, ma ora quelle campane le odo non più dentro di me, ma fuori, suonano… si suonano per se, fremono di gioia nella loro cavità ronzante in un cielo azzurro pieno di sole, pesanti e così alte su quei campanili aerei…
Pensare alla morte, pregare… 
C’è pure chi ha ancora questo bisogno, e se ne fanno voce le campane… 
Io non l’ho più questo bisogno, perché muoio ogni attimo… e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori…
Viviamo oggi una realtà in perpetuo mutamento…
Nulla può essere fissato da schemi precisi e preordinati, onnicomprensivi del tutto…
Ogni immagine globale che pretenda di sistemarla, non è altro che una proiezione soggettiva di ciò che non esiste… 
Osservate… la realtà non è più chiara, anzi è divenuta multiforme, versatile, non esiste più alcuna prospettiva privilegiata da cui osservarla, mentre al contrario, le prospettive possibili sono divenute infinite e tutte assimilabili…
D’altronde in un mondo divenuto relativo, non vi è più una verità oggettiva che possa andare bene per tutte le condizioni… poiché ciascuno orienta la verità in modo soggettivo, a seconda delle circostanze o di come si dispongono gli individui…
Ne deriva quindi un’inevitabile incomunicabilità tra gli uomini: essi non possono intendersi, perché ciascuno fa riferimento ad una realtà che va bene per se stessi e a poco interessa se questa possa andare bene anche per per gli altri, si vive cioè un mondo soggettivo, che gli altri non comprendono ed è il motivo per cui, la maggior parte delle volte essi lo evitano…
La realtà dimostra quindi di non essere più organica, ma va sfaldando in una varietà di frammenti che non hanno più alcun senso complessivo.
C’è sfiducia in ciò che è reale, mentre ciò che è relativo diventa l’univo vero valore di collegamento al soggettivismo assoluto, vissuto in questa nuova realtà, mediante i nuovi strumenti della razionalità…

Tutto ciò che vediamo, tutto ciò che siamo, tutto ciò che ci circonda… non esiste, ma rappresenta semplicemente una momento isolato di un qualche esperienza indefinita…
Non resta quindi che prenderne atto, accettare la totale incoerenza dell’uomo e convivere con la mancanza di quel senso del reale.
L’Io ha perso ormai ogni sua consistenza e pian piano inizia a frantumarsi, fino ad annullarsi totalmente in una serie di piccoli frammenti, dove ciascuno di essi, resta slegato dal resto…
La crisi dell’individuo evidenzia che egli ha raggiunto il suo apice negativo e come un’automa viene inghiottito da questo sistema che lo vuole sempre più incerto e superficiale…
Ecco il motivo per cui la maggior parte utilizza una maschera, in particolare se questa rappresenta un altro soggetto, già… anche di qualcuno che forse si conosce davvero: Servirà a darsi una aria diversa, chissà forse potrei dire… una parvenza di ciò che non si è, ma che si vorrebbe essere!!!
D’altronde diceva William Shakespeare: Nascondi ciò che sono e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni.