
Buongiorno, stamani desidero iniziare questo post con una barzelletta…
Un ebreo poverissimo va dal rabbino e gli dice: “Rabbino, è terribile, la miseria in casa mia è tale che abbiamo a malapena una fetta di pane per tutta la famiglia. Non so più cosa fare”. Il rabbino lo guarda e gli risponde: “Manda a chiamare i carpentieri”. L’uomo è sconcertato. “Ma rabbino, non ho soldi per il pane, figuriamoci per i carpentieri”. Il rabbino insiste: “Ti ho detto: manda a chiamare i carpentieri”. L’uomo, seppure perplesso, obbedisce. I carpentieri arrivano e iniziano a bussare, segare, inchiodare, facendo un gran baccano. A un certo punto il rabbino si avvicina all’uomo e gli sussurra: “Ora va’ a controllare la tua fetta di pane”. L’uomo torna a casa, guarda la fetta di pane ed è diventata una bella fetta di torta.
Il Senso della barzelletta? La stasi non porta a nulla! È l’azione – anche apparentemente sconnessa o rumorosa – che genera il cambiamento. L’uomo non può uscire dalla miseria stando fermo. Il rabbino lo costringe ad agire (mandare i carpentieri). Quel caos insensato rompe la stasi e, senza che nulla cambi davvero, la sua fetta di pane diventa torta. A volte fare qualcosa, qualsiasi cosa, cambia già lo sguardo sulla realtà.
Questa storia, che appartiene alla tradizione dell’umorismo ebraico, è stata riportata da diverse testate giornalistiche che hanno seguito i funerali di Umberto Eco a Milano il 23 febbraio 2016. E proprio qui voglio subito chiarire una cosa: quanto sto per condividere con voi è soltanto la prima parte di una trilogia di post; nei prossimi giorni seguiranno gli altri due, perché questo tema merita tempo, spazio e una riflessione che non può essere affrettata.
Ho ripreso questa barzelletta perché ho ricevuto ieri un post – pubblicato su TikTok – intitolato “Persone che davvero vogliono prevenire l’antisemitismo“. I due interlocutori del video erano Alessandro Di Battista e Moni Ovadia. Proprio di quest’ultimo mi sono ricordato perché aveva partecipato al funerale di Umberto Eco, esprimendo sull’amico e scrittore parole davvero toccanti.
Disse che era un uomo innamorato della vita, che non aveva alcuna prosopopea, conosceva le profondità della cultura, della modernità, dell’antichità e possedeva un’attitudine fanciullesca, un uomo libero in grado di guardare anche ai fenomeni popolari e all’umorismo. Stavamo notti intere a raccontarci barzellette, ricordò Ovadia.
E allora, prima di affrontare il tema discusso, desidero offrire a tutti i nostri interlocutori – in un periodo in cui è diventato difficile distinguere il vero dal falso – la possibilità di cogliere, senza alcun retaggio, il messaggio che è stato da entrambi argomentato.
Iniziamo quindi a conoscere, in breve, chi sono i nostri interpreti.
Di Moni Ovadia si sa che è nato a Plovdiv, in Bulgaria, il 16 aprile 1946, da una famiglia ebraica sefardita. È antisionista e di professione fa l’attore, il musicista, il cantante ed è autore teatrale. La sua famiglia si salvò dall’Olocausto grazie all’intervento del metropolita Kiril della Chiesa ortodossa bulgara – per analogia, una figura simile a un vescovo cattolico di alto grado – che minacciò di gettarsi davanti al treno diretto a un campo di concentramento se la comunità ebraica di Plovdiv fosse stata deportata.
Ecco, già da questo avvenimento possiamo trarre qualche spunto sulla bontà della natura umana: un uomo certamente “giusto tra i giusti“, di un’altra fede, che si sacrifica per un suo simile. Questo è il reale messaggio che dovrebbe ovunque passare, un messaggio che unisce gli uomini, che li rende migliori, che porta pace e fratellanza.
Ovadia si definisce “ebreo agnostico e antisionista“, tanto che nel 2013 ha rotto con la comunità ebraica di Milano, accusandola di essere diventata un “ufficio di propaganda per Israele” e di voler “israelianizzare” l’ebraismo. Difatti egli, sull’attuale conflitto in corso, ha accusato Israele di genocidio ed etnocidio contro il popolo palestinese, denunciando l’uso strumentale del termine “antisemitismo” per silenziare i critici di Israele. Lo scorso anno, nel mese di gennaio, ha dichiarato che “il Giorno della Memoria ha fallito“, tanto che il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas gli ha conferito la cittadinanza onoraria palestinese per il suo impegno a favore dei diritti del popolo palestinese. In politica, nel 2010 si è candidato alle elezioni regionali lombarde con la Federazione della Sinistra e alle Europee del 2014 con “L’Altra Europa con Tsipras“, rinunciando poi al seggio. È un fermo oppositore del razzismo e si batte per i diritti di rom e sinti.
Passiamo quindi ad Alessandro Di Battista. Nato a Roma nel 1978, è un politico, attivista e scrittore italiano, ex deputato del Movimento 5 Stelle. In famiglia, il padre era imprenditore nel settore sanitario ed anche consigliere comunale del Movimento Sociale Italiano, un partito politico italiano di estrema destra, d’ispirazione neofascista, ritenuto l’erede del Partito Fascista Repubblicano fondato a suo tempo dal primo tra i dittatori fascisti dell’Europa novecentesca. Si dice infatti che nella casa paterna l’elemento che si trovava all’ingresso fosse proprio un busto di Benito Mussolini. Ma di questi busti – diciamoci la verità – ve ne sono ancora a centinaia, in particolare nelle case di molti nostri attuali governanti. Sì, forse ora li avranno fatti sparire, ma solo perché sono stati spostati in cantina.
Di Battista è laureato con lode in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo, ha un master in Tutela internazionale dei diritti umani presso l’Università La Sapienza di Roma e parla fluentemente italiano, inglese, spagnolo e portoghese. Per quanto concerne la politica, si candida con la lista “Amici di Beppe Grillo” alle comunali di Roma e poi aderisce al Movimento 5 Stelle, diventando portavoce per il Lazio. Viene eletto deputato alla Camera per il M5S, vicepresidente della Commissione Affari Esteri, e nel 2017 annuncia che non si ricandiderà, restando attivista fino al 2021, quando lascia il M5S in opposizione all’ingresso del Movimento nel governo Draghi (scelta, quest’ultima, che condivido pienamente). È considerato un anticapitalista e un anti-imperialista.
Alcune sue frasi sono rimaste celebri. Nel 2014 il New York Times lo ha “premiato” per la bugia più grande dell’anno, per aver dichiarato che il 60% della Nigeria era in mano a Boko Haram. Nel febbraio 2022, alla vigilia dell’invasione russa dell’Ucraina, ha dichiarato che “la Russia non sta invadendo l’Ucraina” e che “Putin vuole tutto tranne una guerra“. Va ricordato, tra l’altro, come in passato avesse dichiarato: “Meno male che Putin c’è“, una dichiarazione ripresa da “Il Post” il 25 gennaio del 2019.
Spero quindi di aver chiarito in maniera trasparente le due figure. Quanto ho riportato è stato raccolto da fonti più o meno ufficiali, rintracciabili in diversi siti web, ma tengo a precisare una cosa fondamentale: l’argomento che andremo ad affrontare esula da chi sono – o da cosa abbiano fatto – i nostri due interlocutori. Se qualcosa, tra quanto ho scritto, dovesse rivelarsi inesatto, basterà un commento o una mail, e provvederò celermente a correggere. Detto questo, torniamo al nocciolo della questione.
Ciò che conta, ora, è soltanto questo: ascoltare le loro parole, decifrarne il senso, comprendere cosa vogliono comunicarci e cosa intendono – con le loro riflessioni – farci davvero capire.
Per quanto mi riguarda, non è importante chi ha parlato, ma cosa hanno detto e quali figure hanno preso a riferimento: il politologo e attivista statunitense Norman G. Finkelstein, lo scrittore Douglas Murray, la filosofa Hannah Arendt. A queste si aggiunge la celebre “Einstein–Szilárd letter“, la lettera scritta dal fisico ungherese Leo Szilard – con l’aiuto di altri due colleghi, Edward Teller e Eugene Wigner – e firmata da Albert Einstein. Fu inviata al presidente americano Franklin D. Roosevelt il 2 agosto 1939 per avvertirlo che la Germania nazista stava probabilmente lavorando alla costruzione di una bomba atomica, esortando così gli Stati Uniti ad avviare le proprie ricerche nucleari. Quella lettera fu un fattore determinante: contribuì in modo decisivo all’avvio del Progetto Manhattan. E sono proprio queste fonti, questi riferimenti, che i nostri due interlocutori hanno utilizzato per portare avanti le loro tesi.
E di questo, come vi ho anticipato, mi occuperò nei prossimi giorni – con equilibrio, onestà intellettuale e spirito critico – nel seguito di questa trilogia.
Fine prima parte