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“Il Grande Fratello”? Solo per raccomandati? Vedasi che novità: io l’avevo scritto nel 2017!


Come un pensiero che ritorna ostinato, le notizie che circolano ora sul “Grande Fratello” mi riportano indietro di anni, in un “déjà vu” quasi disarmante.

La cronaca attuale, tra scandali, annullamenti di casting e improbabili “rumors” di conduzione, sembra riavvolgere il nastro e riproporre, con volti leggermente diversi, le stesse dinamiche di cui discutevo già nel 2017: il sospetto di favoritismi, la sensazione di una regia troppo presente, la poca trasparenza dietro al semplice gioco di un tele-voto. 

Oggi dicono che per il prossimo GF Vip i casting siano stati azzerati e rifatti da capo dopo forti pressioni esterne, e che alcuni nomi già annunciati abbiano fatto marcia indietro. Allora, nella puntata finale del 2017, il sistema di voto rifiutava in modo selettivo le preferenze di mia figlia per la favorita, già in un parallelismo oggi, che è quasi grottesco.

La verità, temo, è che il tempo scorre ma certi meccanismi restano immutabili. Sì… nel 2017 mi chiedevo, ironicamente, chi fossero davvero quei “VIP” (Very Important Person). Oggi i nomi che circolano per il cast del 2026 sono figli e fratelli di famosi già visti in passato, ex tronisti, figure note soprattutto per i propri legami sentimentali o per la partecipazione ad altri programmi dello stesso circuito. 

Si parla di Alba Parietti, di Loredana Lecciso e della figlia Jasmine, di Walter Zenga, di volti provenienti dal mondo di Uomini e Donne. Un giro che sembra piuttosto chiuso, un circolo dove l’accesso è regolato più da conoscenze e dall’essere già “nel giro“, che da una reale notorietà o un merito indiscutibile. Una promozione televisiva, insomma, che funziona per affinità e raccomandazione.

Anche lo scandalo di oggi, con le inchieste e le accuse che hanno portato all’esclusione del conduttore storico Alfonso Signorini e al conseguente caos organizzativo, non fa altro che confermare l’impressione di un ambiente opaco. È la stessa produzione, la stessa macchina dello spettacolo che, per proteggere se stessa o per dirigere il gioco, finisce per diventare la vera protagonista, oscurando i concorrenti. Ieri si manipolava un voto, oggi si cancella un intero cast già approvato. La sostanza non cambia: il pubblico è spettatore di una partita le cui regole possono essere riscritte in corsa, fuori dal suo controllo.

Eppure, nonostante tutto questo, il format sopravvive e si ripresenta. Mediaset punta forte su di esso per la prossima stagione, tanto da valutare di renderlo l’unico reality in palinsesto o di lanciare una maratona lunghissima. È la dimostrazione più chiara di come il sistema, per quanto criticabile, funzioni. 

Garantisce ascolti, genera conversazione, distrae. Offre pane e circo in una formula che, seppur logora, è ancora redditizia. La mia riflessione di nove anni fa sulla televisione che preferisce distrarci piuttosto che informarci sui problemi reali del paese, purtroppo, non ha perso un grammo della sua attualità.

Il sospetto che allora era un lampo nella mente di un padre che guardava sua figlia frustrata davanti a uno schermo, oggi è diventato cronaca. Le denunce sono diventate pubbliche, le voci sono esplicite. Ma la cosa più amara è rendersi conto che, in fondo, non è una novità, è un copione già scritto, che si ripete. 

Io l’avevo anticipato nel 2017 – https://nicola-costanzo.blogspot.com/2017/12/il-grande-fratello-raccomandato.html – osservando con occhio disincantato un gioco che, dietro la facciata del divertimento, rivela molto del paese in cui viviamo. Un paese dove troppo spesso, in troppi ambiti, non vince il migliore, ma il meglio inserito. 

E il “Grande Fratello“, in questo, non è che uno specchio, magari distorto, ma terribilmente fedele…

Già… un “ABUSO” all’Eredità’


Sì… miei cari lettori, lo so… è un po’ tardi, ma ho appena finito di scrivere questo post.

Già… vorrei raccontarvi quanto accaduto stasera, intorno alle venti: un piccolo ma illuminante incidente domestico, avvenuto davanti alla televisione.

Ero con le mie figlie e guardavamo “L’Eredità”, sì… quel gioco veloce, fatto di parole e associazioni mentali. La serata scorreva tranquilla, tra le domande e la simpatica sarabanda di Marco Liorni, fino a quando non siamo arrivati alla domanda finale. Il meccanismo lo conoscete sicuramente: cinque parole proposte, una frase da completare, una parola celata da indovinare.

In quel turno, la parola misteriosa nella busta era “ABUSO”. Le cinque parole candidate a “incastrarsi” con essa scorrevano sullo schermo. E lì, in prima posizione, spiccava la parola “UFFICIO”. Il conduttore, per spiegare la logica del gioco, ha cominciato a fare gli esempi. “Abuso” si incastrava bene con le altre quattro proposte, questo era chiaro…

Ma quando ha pronunciato la frase di esempio per la prima parola, qualcosa dentro di me si è ribellato: ha detto, in sostanza, che “ABUSO” poteva incastrarsi con “UFFICIO” perché esiste l’espressione “abuso d’ufficio”.

E in quel preciso istante, sono letteralmente saltato sul divano, trasformandomi davanti alle mie figlie in un “difensore d’ufficio della grammatica“, perdonate l’ironia ma l’esempio mi sembra calzante…

Perché, vedete, non era una questione di pignoleria (già le mie figlie avevano iniziato ad attaccarmi, giustificando come corretta quell’associazione…), ma si trattava di una questione di verità, sì… della lingua italiana. Ho spiegato loro, con la pazienza che si ha nei momenti di autentica passione, che il gioco stava commettendo un piccolo, ma significativo, tradimento logico.

La parola proposta era “UFFICIO”, nuda e cruda. Un sostantivo forte, autonomo, che sta per un luogo, una funzione, un ruolo. Ma la soluzione che il gioco implicitamente chiedeva di evocare non era lì, in quella parola sola. Era nascosta in un’altra dimensione linguistica: nella locuzione “D’UFFICIO”. Quella “d” apostrofata non è un dettaglio: è un cambio di binario completo del significato.

Ufficio” è come una stanza… ci entri, ci lavori, la riconosci. “D’ufficio” è il regolamento che decide cosa è permesso o no in quella stanza: Sono due piani diversi dell’esistenza di quella parola!

Associare direttamente “abuso” a “ufficio”, senza quel ponte della preposizione, è un’operazione che appiattisce la profondità della nostra lingua. È come dire che la parola “scatola” si incastra direttamente con “ferri” perché esiste “scatola dei ferri del mestiere“. No, l’associazione vera, potente, giuridicamente precisa, è tra “abuso” e quell’intero blocco inscindibile che è “abuso d’ufficio”!

Il gioco, per esigenze proprie (o forse per mettere in difficoltà il concorrente) stava estraendo una parte di quel blocco, trattandola come se fosse il tutto, chiedendo ai concorrenti un salto mentale che la lingua, nella sua precisione, non fa.

E così, quello che doveva essere un tranquillo dopocena davanti alla tv si è trasformato in una lezione non programmata, non su un gioco televisivo, ma sul modo in cui usiamo le parole, su come il significato sia delicato e contestuale, su come sia facile – a forza di cercare associazioni veloci per vincere un premio – semplificare fino a stravolgere.

Ho visto le mie figlie passare dallo stupore per la mia reazione, alla curiosità, fino ad arrivare alla comprensione: sono andate loro stesse a verificare sul web quanto dicevo, per poi confermare che, in effetti, avevo ragione.

Sì… alla fine, più che della risposta giusta per “L’Eredità”, si sono interessate a questa eredità ben più preziosa: la consapevolezza che ogni parola ha il suo peso, la sua storia e i suoi confini!

Sì… perché a volte, anche in un gioco, difendere la precisione di quei confini non è essere pignoli, è essere innamorati della meravigliosa complessità con cui diamo nome alle cose. Forse, la prossima volta che sento “abuso” e “ufficio” accostati così, sorriderò invece di saltare…

Ma stasera, per una volta, sono contento di aver fatto quel piccolo trambusto, perché la lingua italiana, come la verità, merita a volte un sobbalzo!

Lavori ben fatti: ora manca solo qualche piccolo foro…


Va riconosciuto: finalmente quel tratto di strada, a lungo invaso da arbusti che si allungavano fin dentro le carreggiate, è stato messo in sicurezza.

L’intervento di scerbamento, insieme alla pulizia e alla manutenzione della segnaletica e dell’illuminazione, era atteso da tempo, e va dato atto all’amministrazione comunale di averlo portato a compimento con cura.

Tuttavia, resta un nodo irrisolto, non tanto nei lavori in sé, quanto nella loro comunicazione. Il calendario ufficiale indicava la conclusione dei cantieri entro mercoledì 29 ottobre, senza alcun accenno a possibili proroghe.

Non ho trovato, né sul sito istituzionale né sui canali informativi locali, alcuna notizia che segnalasse il proseguimento dei lavori anche nella giornata del 30. Così, l’altro ieri, mi sono ritrovato a imboccare l’Asse Attrezzato convinto che fosse tutto regolare, per poi dover deviare all’improvviso verso Librino, costretto a un giro tortuoso lungo la strada nazionale fino all’imbocco dell’autostrada.

Per fortuna, l’indomani — il 31 ottobre — il raccordo era stato riaperto. Ma, come accade da anni (e non so più quante volte ne ho scritto su questo blog), all’ingresso dell’Asse Attrezzato da Corso Indipendenza si è di nuovo formato quel fiume d’acqua che tutti conosciamo.

Basta guardare la foto pubblicata in alto per rendersene conto: l’acqua si accumula su entrambe le corsie, sia per chi proviene dalla città sia per chi arriva dall’autostrada A19, creando pericoli non solo per le auto, ma soprattutto per chi percorre quel tratto in moto o in scooter.

Si tratta di un problema elementare, risolvibile in mezza giornata. Stiamo parlando di un viadotto: basterebbe praticare piccoli fori laterali con una carotatrice, in modo da permettere all’acqua piovana di defluire oltre i parapetti che oggi la intrappolano. Se necessario, si potrebbero aggiungere semplici grondaie nella parte inferiore del ponte per convogliare il deflusso senza danneggiare le aree sottostanti. Non stiamo parlando di un’opera faraonica, né costosa: è manutenzione ordinaria, quella che dovrebbe essere prevista di routine.

Ecco perché mi rivolgo ora all’amministrazione con una richiesta precisa: dopo aver eseguito in modo impeccabile i lavori di cui sopra, si proceda anche con questo piccolo, ma cruciale intervento.

Lo chiedo non solo come cittadino, ma come chi attraversa quotidianamente quel tratto per recarsi al lavoro. E vi chiedo altresì di perdonare questa ulteriore nota: da qualche giorno ho installato una “dash cam” sul cruscotto della mia auto.

Se la situazione non dovesse cambiare, non mi resterà, ahimè, che documentare, giorno dopo giorno, ciò che accade ogni volta che cade anche solo una pioggia leggera.

Preferirei di gran lunga dedicare questo spazio alle bellezze della mia città: alle luci del mare e del vulcano, ai suoi silenzi, alla sua cucina, alle sue storie ormai dimenticate.

Ma finché la negligenza trasformerà un viadotto in un guado, temo che il mio blog dovrà diventare, mio malgrado, un archivio di ciò che non funziona.

Spero quindi che qualcuno, dopo aver letto queste righe, decida di accontentarmi. Non per spirito polemico, ma per senso di cura – verso la mia città, che è anche la loro, verso chi la abita, e soprattutto verso il tempo di ciascuno di noi.

Cosa aggiungere, se non… grazie.

TV e pubblicità: perché solo volti noti? È ora di dare voce alla gente normale!

Negli ultimi decenni, la pubblicità e il mondo dei commentatori (sportivi, politici, cronaca, etc…) hanno sempre più spesso puntato su testimonial famosi: attori, cantanti, influencer, ex atleti e volti noti dello spettacolo

Una scelta che, se da un lato sembra garantire maggiore visibilità e appeal, dall’altro solleva una serie di interrogativi etici, sociali ed economici.

Già… perché continuare a investire cifre esorbitanti in individui già benestanti, quando ci sarebbero migliaia di cittadini comuni in grado di svolgere quello stesso ruolo, spesso con maggiore autenticità e a costi decisamente inferiori? E, soprattutto, quali sarebbero i benefici sociali ed economici di una scelta diversa?

Partiamo da un dato di fatto: i personaggi famosi funzionano. Sono riconoscibili, trasmettono un’immagine di successo e, in molti casi, riescono a catturare l’attenzione del pubblico più rapidamente di un volto sconosciuto.

Come mi spiegava mia figlia Alessia, quasi tutte le ricerche sull’efficacia dei testimonial celebri cercano di definire le caratteristiche dell’endorser “perfetto”, indipendentemente dal prodotto. Questi studi si dividono in due scuole di pensiero: chi punta tutto sulla credibilità del personaggio (competenza e affidabilità) e chi invece guarda all’attrattività (familiarità, fascino ed empatia). Peccato che la realtà sia più complessa: quando un vip è pagato per fare pubblicità, il pubblico fiuta subito l’inganno e dubita della sua sincerità. Qualcuno propone soluzioni come il “two-side appeal“, dove si mostrano anche i difetti del prodotto, ma resta il fatto che difficilmente crederemo mai davvero a un testimonial stipendiato.

E poi c’è il discorso attrattività: certo, un volto famoso cattura l’attenzione, ma secondo me rischia di fare il contrario. Quando la celebrità è troppo “perfetta” o il prodotto troppo luccicante, scatta un rigetto. Non ci riconosciamo in quel mondo patinato, e finiamo per diffidare sia del prodotto che dello stesso testimonial. Forse è per questo che sempre più persone, come me, preferiscono volti normali e messaggi più autentici. Perché alla fine, tra un divo che recita copioni e una persona reale che ci somiglia, la scelta è semplice…

Peraltro, questo sistema ha creato un circolo vizioso dove soldi e visibilità vanno sempre agli stessi, lasciando fuori chi non entra nei giri giusti. Eppure ci sono migliaia di persone normali che, date le stesse opportunità, comunicherebbero messaggi pubblicitari o commenterebbero eventi con più autenticità – spesso meglio dei vip. Basti pensare a quanti spot con attori famosi suonano falsi, mentre una persona reale con una storia vera potrebbe risultare molto più credibile e vicina alla gente.
C’è poi il discorso costi: ingaggiare un personaggio famoso significa spendere cifre folli che poi paghiamo noi nei prezzi dei prodotti. Scegliere gente comune invece permetterebbe non solo di risparmiare (parliamo di stipendi normali, tipo 2.000€ al mese), ma anche di ridistribuire meglio la ricchezza, con benefici per tutta l’economia e la società. Due piccioni con una fava: più verità nei messaggi e più equità nei conti.

Lo stesso discorso vale per i commentatori, soprattutto in ambito sportivo. Quante volte ci capita di ascoltare ex calciatori o ex allenatori che, pur avendo avuto una carriera di successo, non brillano per capacità comunicative o approfondimento tecnico? Eppure, ci sono tantissimi esperti, magari meno noti, che potrebbero offrire analisi più interessanti e competenti. Dare spazio a queste figure non solo migliorerebbe la qualità dei contenuti, ma aprirebbe anche nuove opportunità di lavoro e carriera per chi non ha avuto la fortuna di diventare una star.

C’è poi una questione più ampia, che riguarda il modello di società che vogliamo costruire. Continuare a puntare sui personaggi famosi rischia di alimentare un sistema in cui la fama e il successo sono visti come gli unici obiettivi da raggiungere, spesso a discapito di valori come l’autenticità, la diversità e l’inclusione. Al contrario, scegliere di dare spazio ai cittadini comuni potrebbe promuovere nuova occupazione e, al tempo stesso, costituire un vero e proprio cambiamento culturale. Un cambiamento in cui si valorizzano le storie reali, le competenze e il talento di chi non ha avuto la possibilità di emergere.

Certo, non vorrei che qualcuno pensasse che i personaggi famosi debbano scomparire del tutto dalla pubblicità o dai media. Forse, però, è arrivato il momento di ripensare il modo in cui vengono utilizzati, magari integrandoli con volti nuovi e storie diverse. Immaginiamo, ad esempio, campagne pubblicitarie che uniscano la visibilità di un volto noto all’autenticità di un cittadino comune, o programmi televisivi che diano spazio a esperti competenti, anche se meno conosciuti. E ancora, perché non creare piattaforme che permettano a chiunque di partecipare a casting o selezioni, offrendo così opportunità a chi non ha avuto accesso ai circuiti tradizionali?

In fondo, la pubblicità e i media non sono solo strumenti di marketing o intrattenimento: hanno anche un impatto sociale ed economico. Scegliere di dare spazio ai cittadini comuni non sarebbe quindi solo una questione di risparmio o di qualità, ma un modo per creare una società più equa, inclusiva e ricca di opportunità per tutti. E forse, per non dire sicuramente, è proprio questo il messaggio più importante che si dovrebbe trasmettere!

Il sottoscritto, da tempo, ha scelto di evitare l’acquisto di prodotti “ossessivamente” pubblicizzati da personaggi noti, così come ha eliminato dalle proprie preferenze tutte quelle trasmissioni dominate da soliti volti famosi. Niente più programmi politici urlati, né servizi di cronaca nera che sfiorano il morboso. Lo stesso vale per lo sport: perché ascoltare commentatori che, pur avendo indossato maglie prestigiose, in campo non hanno mai brillato? Anzi, spesso si sono rivelati atleti mediocri – per usare un eufemismo.

E allora la domanda sorge spontanea: perché dovremmo dare credito a chi non ha titoli per parlare? La soluzione è semplice: boicottiamo i prodotti reclamizzati a reti unificate, cambiamo canale quando compaiono i soliti noti. Vedrete: quando gli ascolti caleranno e le vendite crolleranno, qualcosa comincerà davvero a cambiare. Perché nel mondo dei media e del marketing, solo il portafoglio del consumatore ha un vero potere di veto!

Quell'Assessorato Regionale "inesistente"…

Egr. Sig. Costanzo, anche oggi, quel nostro funzionario dell’assessorato territorio ambiente non ha deluso. 

Per l’ennesima volta, in giornata di ricevimento, il signor funzionario, era assente!!!

Ebbene si, sono diventato un veggente perché la sua assenza l’avevo prevista già con largo anticipo ed ero certo che oggi, avrei trovato la sua porta chiusa a chiave, sentendomi dite da un suo collega, come al solito: mi spiace ma il signore oggi è assente.

Chissà debbo pensare che probabilmente sarà stato colto da un malessere. 
Già, peccato pero che quel malore non sia di fatto  permanente!!!  
Ma come le avevo in precedenza comunicato: non demordo!! 
Qualcuno tra i suoi lettori si chiederà stupito: ma perché non chiama prima per confermare l’appuntamento??? 
Come mai non contatta telefonicamente quel funzionario? 
Magari si risparmierebbe di fare tanti km inutili!!

Ebbene, vorrei rispondere a ciascuno di loro, se pur profondamente imbarazzato, provo a rispondere: non ci riesco! Non ne sono capace!! Ma come? Sì, non ci riesco, ma non perché non sappia usare il cellulare, ma solo perché il signore funzionario non risponde mai! 

Anzi, per la verità, durante un precedente incontro fortuito, lui stesso mi ha riferito che non ha tempo per rispondere perché è sempre molto impegnato!!!

Bene, a questo punto mi arrendo, desisto, ammetto la sconfitta, ho fallito e quindi… quindi non mi aspetta che una sola strada, inizia la caccia, già  quella caccia implacabile che avrà un solo obiettivo: Giustizia!!! 
Mi permetta di aggiungere alla sua comunicazione, una nota personale: speriamo che non finisca come al solito… e cioè con una sanzione amministrativa o con quell’inconcludente richiamo da parte del proprio dirigente, che nel tempo, non riuscirà ad apportare a quel proprio dipartimento, alcun reale concreto e positivo cambiamento…

Quell'Assessorato Regionale "inesistente"…

Egr. Sig. Costanzo, anche oggi, quel nostro funzionario dell’assessorato territorio ambiente non ha deluso. 

Per l’ennesima volta, in giornata di ricevimento, il signor funzionario, era assente!!!


Ebbene si, sono diventato un veggente perché la sua assenza l’avevo prevista già con largo anticipo ed ero certo che oggi, avrei trovato la sua porta chiusa a chiave, sentendomi dite da un suo collega, come al solito: mi spiace ma il signore oggi è assente.

Chissà debbo pensare che probabilmente sarà stato colto da un malessere. 
Già, peccato pero che quel malore non sia di fatto  permanente!!!  
Ma come le avevo in precedenza comunicato: non demordo!! 
Qualcuno tra i suoi lettori si chiederà stupito: ma perché non chiama prima per confermare l’appuntamento??? 
Come mai non contatta telefonicamente quel funzionario? 
Magari si risparmierebbe di fare tanti km inutili!!

Ebbene, vorrei rispondere a ciascuno di loro, se pur profondamente imbarazzato, provo a rispondere: non ci riesco! Non ne sono capace!! Ma come? Sì, non ci riesco, ma non perché non sappia usare il cellulare, ma solo perché il signore funzionario non risponde mai! 



Anzi, per la verità, durante un precedente incontro fortuito, lui stesso mi ha riferito che non ha tempo per rispondere perché è sempre molto impegnato!!!


Bene, a questo punto mi arrendo, desisto, ammetto la sconfitta, ho fallito e quindi… quindi non mi aspetta che una sola strada, inizia la caccia, già  quella caccia implacabile che avrà un solo obiettivo: Giustizia!!! 
Mi permetta di aggiungere alla sua comunicazione, una nota personale: speriamo che non finisca come al solito… e cioè con una sanzione amministrativa o con quell’inconcludente richiamo da parte del proprio dirigente, che nel tempo, non riuscirà ad apportare a quel proprio dipartimento, alcun reale concreto e positivo cambiamento…