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La Turchia, a differenza nostra, sempre più protagonista negli equilibri internazionali…


Mentre a Riyad i ministri degli Esteri di Turchia, Egitto, Arabia Saudita e Pakistan siglano un patto per prendere in mano la crisi regionale, ho capito – vedendoli – ancora una volta, quanto il nostro Paese sia lontano da tutto questo.

L’accordo non è l’ennesima dichiarazione di circostanza, ma rappresenta il tentativo esplicito di mettere a sistema ciò che fino a ieri sembravano pezzi sparsi: l’industria militare turca, il peso demografico dell’Egitto, i capitali sauditi e il deterrente nucleare pakistano.

Quattro attori che hanno deciso di evitare che siano “attori esterni” a imporre soluzioni funzionali ai propri interessi. Una dichiarazione di indipendenza strategica che dice tutto sul divario tra chi conta e chi non conta più.

Perché quello che vedo in questo patto è la volontà di costruire le infrastrutture per un disegno più grande. Immagino tra l’altro quanto ho ipotizzato alcuni mesi fa e cioè quel lembo di terra (attualmente iraniano) che permettere alla Turchia di affacciarsi direttamente sul Mar Caspio. Una conquista che non parlerebbe solo di chilometri quadrati, ma di flussi, già… di merci che viaggiano dall’Asia centrale potrebbero raggiungere il Caspio, attraversarlo e poi, attraverso la Turchia, riversarsi nel Mediterraneo. Una rete di trasporto che collegherebbe l’Asia profonda all’Europa, trasformando la Turchia in un ponte strategico tra Oriente e Occidente.

E mentre loro costruiscono alleanze, lavorano su rotte commerciali e si preparano a diventare hub energetico regionale con il gasdotto transcaspico, noi dove siamo? Noi che un tempo eravamo al centro del Mediterraneo, oggi assistiamo da spettatori distratti. Non siamo citati nei tavoli che contano, non siamo presenti nelle note che pesano.

La Turchia, in questi anni, ha giocato un ruolo cruciale nel Caspio: con Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan ha tessuto una trama fatta di esercitazioni militari e forniture di droni. Oggi, con il patto di Riyad, quella trama si allarga coinvolgendo capitali sauditi e deterrenza pakistana. Un mosaico che si compone mentre noi restiamo fermi, convinti forse che il mondo giri ancora intorno a noi.

Alla fine, vedrete, ciò che verrà compiuto dalla Turchia non sarà percepito come una semplice conquista di terre, ma verrà presentato come una grande opportunità di collaborazione tra i popoli, una rete di alleanze che la proietterà come ponte indispensabile tra Oriente e Occidente.

E noi, come riportavo sopra, in tutto questo, dove siamo? La nostra politica internazionale cosa sta facendo se non genuflettersi alle decisioni del Presidente degli Usa Trum? Noi che una volta avevamo il peso di chi contava, oggi viceversa contiamo per il mondo quanto il due di coppe quando si gioca a carte e ahimè: la briscola è ad oro

Turchia: Il giorno in cui la tela si tende…


C’è un momento – in ogni crisi internazionale – in cui i fatti smettono di essere semplici incidenti e iniziano a sembrare frammenti di un disegno più grande.

Lo scrivevo pochi giorni fa (https://nicola-costanzo.blogspot.com/2026/03/turchia-e-caspio-come-linstabilita.html), quasi con la cautela di chi azzarda un’ipotesi: e se l’instabilità intorno all’Iran diventasse il grimaldello per forzare gli equilibri di un’intera regione?

Oggi, leggendo le cronache di queste ore, ho la sensazione di sfogliare nuovamente quel copione, come se quanto da me abbozzato, stia iniziando a concretizzarsi, e che qualcun altro, nel caso specifico Teheran, sta riscrivendo in fretta.

L’episodio in sé è quasi paradossale, eppure assume contorni nuovi. Un missile iraniano, lanciato chissà con quale intento, viene abbattuto sui sistemi Nato e i suoi detriti cadono sul suolo turco, non più ad Hatay, ma a Gaziantep. 

Ankara, ancora una volta, convoca l’ambasciatore e promette di adottare tutte le misure necessarie. La Nato osserva, e tutto sembra rientrare nei binari di un incidente di percorso. Eppure, mi chiedo: quando un pezzo di territorio nazionale viene violato, anche per errore, non si apre per il paese colpito una finestra di legittimità nuova? Non diventa possibile, all’improvviso, ciò che fino al giorno prima sarebbe apparso come una provocazione inaccettabile?

Perché la verità è che la Turchia, in questi anni, non ha mai smesso di prepararsi. Ha tessuto relazioni silenziose con l’Azerbaigian, ha stretto accordi con le repubbliche turcofone del Caspio, ha trasformato la sua industria dei droni in un volano di influenza. Ha costruito, insomma, l’impalcatura di un progetto che aspetta solo il pretesto giusto per alzarsi in volo e diventare struttura visibile. E quel pretesto potrebbe essere arrivato, non nella forma di un’invasione, ma di un frammento di metallo caduto dal cielo.

Ma occhio: proprio ora, mentre traccio queste righe, la scena si è affollata e il copione si è fatto intricato. Il nuovo Guida Supremo, Mojtaba Khamenei – succeduto al padre – pronuncia il suo primo discorso. Putin corre a garantire il sostegno russo: un messaggio chiaro per blindare l’asse con Teheran, anche se io resto scettico (sembra più una mossa di facciata che altro). Intanto, l’Europa arranca nel tentativo di mediare.

E poi ci sono i numeri, freddi e impietosi: Dombrovskis parla di rischio stagflazione se il conflitto dovesse protrarsi, e l’alluminio vola ai massimi da quattro anni. La guerra ha già un prezzo, e lo stiamo pagando tutti. Il quadro, intanto, si fa sempre più complesso e denso di contraddizioni. 

Il Libano, bersagliato dai raid israeliani, si dice pronto a negoziare con Tel Aviv per una pace solida e duratura. In Iraq, il Kurdistan semi-autonomo ripete come un mantra che non si lascerà trascinare in alcun conflitto, ma i Pasdaran iraniani continuano a dedicare le loro ondate di attacchi al nuovo leader, con il grido “Labbayk ya Khamenei”, consapevoli che il confine è poroso e che le vecchie promesse di neutralità contano poco quando il regime è accerchiato.

E così, mentre i curdi iracheni cercano di tenersi fuori, i loro fratelli di Turchia, quelli del partito DEM, lanciano un monito che riecheggia nel vuoto: il cambiamento in Iran deve venire da dentro, non può essere importato sulle ali dei bombardieri.

E poi c’è l’intreccio degli allineamenti, che diventa ogni giorno più vertiginosa: L’asse tra Turchia e Arabia Saudita si consolida, ma oggi Riad condanna gli attacchi iraniani come ingiustificati, e il Qatar parla di un grande senso di tradimento dopo essere stato colpito dal suo vicino. Per Ankara, riportare i paesi del Golfo su posizioni meno allineate allo Stato ebraico significa allargare il proprio spazio di manovra, ma è un gioco pericoloso, perché quei paesi, colpiti dalla rappresaglia, potrebbero presto decidere che è giunto il momento di passare dalla difesa all’attacco.

E un’escalation generalizzata, per la Turchia, significherebbe anche un’altra minaccia: quella di vedere i curdi siriani approfittare del caos per consolidare la loro autonomia, esattamente come accadde nel 2012.

La guerra, intanto, si allarga in modi inaspettati. Un sottomarino americano affonda una fregata iraniana, l’India concede l’attracco alle navi di Teheran, e l’Europa, con Macron, si prepara a missioni difensive per riaprire Hormuz. Il messaggio è chiaro: chi ha deciso di colpire il regime degli ayatollah non ha intenzione di fermarsi, ma la comunità internazionale si muove in ordine sparso, tra tentativi di de-escalation e nuovi allineamenti.

In tutto questo, la Turchia si muove su un crinale sottile. Da un lato, c’è la paura di una nuova ondata di instabilità curda alla sua frontiera; dall’altro, la consapevolezza che questa crisi potrebbe offrirle ciò che ha sempre cercato: il ruolo di snodo centrale tra Oriente e Occidente, il controllo di rotte energetiche che aggirano il Golfo, la possibilità di sedersi al tavolo dei grandi mentre si ridisegna la mappa.

I detriti caduti a Gaziantep non sono solo macerie di un attacco fallito, sono, per chi sa guardare, il segno che il futuro sta bussando alla porta. E questa volta, forse, Ankara è pronta ad aprirlo, mentre il mondo trattiene il fiato e si chiede quale sarà la prossima mossa in questa partita che sembra non avere più regole.

Le scie del destino: Ezechiele, Hatay e quello sbocco (prossimo) sul Mar Caspio.


Se ripenso per un istante alle parole che scrissi in quel lontano 28 novembre 2018, non posso che riflettere su come quella profezia antica riportata nel libro di Ezechiele sia ora reale…

E difatti, davanti alle notizie del Tg, rivedo quelle mappe storiche sovrapposte a quelle odierne e mi chiedo come sia possibile che testi scritti migliaia di anni fa possano anticipare con precisione quasi imbarazzante le tensioni attuali.

Parlavo di Magog, Rosh, Meshech e Tubal, nomi che molti studiosi identificano con la Russia, e di Persia, oggi Iran, mentre segnalavo come Gomer e Beth-Togarmah – territori corrispondenti all’attuale Turchia – fossero parte integrante di quella coalizione profetizzata. Scrivevo di quella profezia che descriveva un conflitto destinato a scatenarsi “alla fine degli anni” e cioè quando Israele, tornato nella sua terra, avrebbe vissuto “al sicuro“, ignaro del pericolo che si covava intorno ad esso.

Ed oggi, mentre osservo l’Iran lanciare missili che cadono sul suolo turco, mi ritrovo a pensare come certe parole, per quanto lontane nel tempo, non siano mai davvero morte: già… si trasformano, si adattano, e a volte tornano a galla proprio quando meno te lo aspetti, come relitti portati alla superficie da correnti che nessuno aveva previsto.

Non voglio cadere in quel facile parallelismo tra antico e moderno, né tanto meno ridurre la complessità della politica internazionale a una sorta di sceneggiatura (per di più…) “divina”, ma è innegabile che le nazioni indicate a suo tempo da Ezechiele siano proprio le stesse che oggi si muovono ai margini di un nuovo ordine mondiale: L’Iran, identificato con la Persia biblica, è sempre più stretto tra le sanzioni e i conflitti regionali; la Turchia, erede di Gomer e Togarmah, cerca di ridefinire il proprio ruolo tra Europa e Asia; e la Russia, letta come Magog, osserva in silenzio, pronta a inserirsi nei vuoti di potere che si creano.

Quando scrissi quel post, non immaginavo che proprio queste sarebbero diventate i protagonisti di una partita in cui ogni mossa sembra confermare l’ipotesi che nulla accada per caso. E ora, con un missile iraniano abbattuto nei cieli di Hatay, mi chiedo se non stiamo assistendo a uno di quei momenti in cui la storia, quasi per scherzo, si piega su se stessa, richiamando schemi antichi per raccontare conflitti nuovi.

Sì… perché c’è qualcosa di familiare nel modo in cui l’Iran, oggi, si ritrova a compiere un gesto che potrebbe trasformarsi nel pretesto perfetto per la Turchia. Proprio come avevo scritto nel 2018, la coalizione descritta nel testo sacro non era tanto un’alleanza stabile, quanto un insieme di interessi contingenti destinati a sgretolarsi non appena uno dei protagonisti avesse trovato un vantaggio da sfruttare. Ora, mentre Ankara convoca l’ambasciatore iraniano e la Nato condanna con toni misurati, mi sembra di vedere proprio questo: una frattura che si apre nella presunta coesione tra Teheran e i suoi vicini.

Non è un caso che proprio Hatay – quel lembo di terra a sud-est della Turchia – sia diventato il teatro di questo episodio. Nella mia analisi del 2018, avevo notato come Beth-Togarmah, menzionata da Ezechiele, fosse spesso associata a questa regione. Oggi, con i detriti del missile sparsi tra Dörtyol e İskenderun, quel crocevia sembra riprendere vita non come luogo di conflitto, ma come punto di partenza per qualcosa di più ambizioso: il corridoio eurasiatico di cui ho parlato più volte, quel ponte tra il Mar Caspio e il Mediterraneo che potrebbe ridisegnare le rotte commerciali del futuro.

La profezia di Ezechiele parlava di cataclismi naturali e confusione tra le truppe invasore; qui, invece, il cataclisma è silenzioso, fatto di calcoli strategici. E mentre Washington guarda con interesse a un’alternativa alle rotte tradizionali, mentre Mosca e Pechino calcolano i tempi per inserirsi nel nuovo equilibrio, Ankara potrebbe aver trovato il momento giusto per agire e andare a prendersi quell’importante sbocco sul Mar Caspio!.

Non sto dicendo che la profezia si stia avverando alla lettera, né che la Turchia stia recitando un ruolo scritto millenni fa, ma è innegabile che certe convergenze, certe coincidenze, certe sovrapposizioni tra passato e presente, ci invitino a guardare oltre la superficie degli eventi. Quando scrissi quel post nel 2018, non immaginavo che proprio Hatay sarebbe diventata il punto di contatto tra antico e moderno, tra profezia e geopolitica.

E così, dopo aver anticipato il post “Turchia e Caspio: come l’instabilità iraniana potrebbe disegnare un nuovo corridoio eurasiatico“-https://nicola-costanzo.blogspot.com/2026/03/turchia-e-caspio-come-linstabilita.html – osservo ahimè in queste ore il Tg con le sue immagini segnate dai detriti di un missile e mi chiedo se non stiamo assistendo a qualcosa di più profondo di un semplice coinvolgimento: forse, siamo giunti a quel momento, sì… in cui la storia, per una volta, decide di ricordarci che i suoi schemi, pur cambiando forma, non smettono mai di esistere!

Turchia e Caspio: come l’instabilità iraniana potrebbe disegnare un nuovo corridoio eurasiatico.


Come sempre, provo a immaginare cosa potrebbe accadere dal punto di vista militare e, di conseguenza, sul riassetto geografico di alcune regioni. 

Sono certo che, come solitamente accade dopo la pubblicazione delle mie riflessioni, si metteranno in prima fila i “tuttologi” di questo nostro Paese, pronti a riprodurre scenari di invasioni militari e iniziative integrate che mirano a creare quel corridoio dall’Asia centrale all’Europa. 

Comprenderete come la conquista di quel passaggio diventerebbe di fondamentale importanza: permetterebbe infatti a tutte le merci provenienti dall’Asia centrale, fin dentro l’Oceano Pacifico, di raggiungere il Mar Caspio, attraversarlo e far transitare i flussi mondiali dalla Turchia verso tutto il Mediterraneo.

Sarebbe qualcosa di incredibile, una spinta che porterebbe lo sviluppo della Turchia a livelli inauditi: una rete di trasporto capace di collegare l’Asia profonda all’Europa passando per l’Asia centrale, il Mar Caspio, il Caucaso meridionale e quindi la Turchia. Ma non solo, quel ponte diventerebbe un collegamento strategico, ampliando quelle relazioni a “doppio binario” di stretta cooperazione energetica ed economica con la Russia. 

Immaginate se queste mie ipotesi venissero lette da qualche militare turco ai piani alti, il quale potrebbe cominciare a riferirne a chi di dovere, come al ministro degli Esteri o allo stesso Presidente Erdogan, facendo comprendere come questa rotta commerciale diverrebbe certamente la più affidabile e veloce tra i due continenti.

Non solo, questo nuovo sbocco marittimo porterebbe Ankara a consolidare il suo ruolo di hub energetico regionale, ampliando il rilancio del gasdotto transcaspico, un’infrastruttura da sempre discussa ma mai realizzata, che porterebbe il gas naturale del Turkmenistan attraverso il Mar Caspio fino alla Turchia e da lì verso tutta l’Europa. 

Certo, per realizzare quanto ora ipotizzato, serviva una spinta e la situazione instabile dell’attuale governo iraniano potrebbe costituire il motivo per dare il via a quell’azione militare dirompente su terra iraniana; un’azione che verrebbe vista in maniera favorevole anche dagli U.S.A., dalla Russia, ma ritengo anche dalla Cina, che vedrebbe in questa nuova rotta commerciale una forte riduzione della dipendenza dalle vie tradizionali.

Abbiamo visto come in questi anni la Turchia abbia giocato un ruolo cruciale in ambito militare, trovando altresì supporto nelle tre nazioni ad essa vicine e affacciate per l’appunto sul Mar Caspio: Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan, che hanno potuto contare su Ankara per una maggiore espansione delle proprie marine militari. Un supporto che si è concretizzato negli anni includendo la fornitura di navi e droni, come i famosi “Bayraktar TB2″, tanto che un segnale forte di questo allineamento è stato compiuto attraverso l’esercitazione militare congiunta nel 2024 chiamata “Birleistik”, svoltasi in Kazakistan.

Ecco perché prevedo che a breve la strategia turca inizierà a rimodellare gli equilibri geografici e quindi geopolitici nel Mar Caspio, erodendo così l’influenza tradizionale dell’Iran e ampliando la sua posizione, già di per sé dominante. Non dimentichiamo inoltre il grande interesse dell’Unione Europea e della Cina e gli investimenti massicci compiuti per la cosiddetta “Via della Seta”, il tutto per diversificare le loro rotte commerciali ed energetiche, riducendo così la dipendenza da quelle che passano per altre rotte.

Vedrete come quanto ipotizzato si trasformerà in realtà; ci vorrà forse del tempo, ma quanto verrà compiuto dalla Turchia non sarà visto come una “conquista” di terre, ma come una grande possibilità di collaborazione tra i popoli, una rete di alleanze e infrastrutture che proietteranno non solo la Turchia come potenza centrale nel Mar Caspio, ma con l’obiettivo di diventare essa stessa un indispensabile ponte energetico e commerciale tra Oriente e Occidente.

La strana alleanza del Medio Oriente: quando nemici storici si uniscono (e la Bibbia lo aveva previsto).

La Turchia si trova oggi al centro di un intricato scenario mediorientale, dove le tensioni geopolitiche sembrano ripercorrere antiche profezie…
Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha lanciato un monito chiaro: qualsiasi tentativo di dividere la Siria verrà interpretato come una minaccia diretta alla sicurezza nazionale turca.

Questo avvertimento risuona come un’eco lontana delle parole di Ezechiele, che oltre 2500 anni fa predisse un’alleanza improbabile tra Russia, Iran e Turchia contro Israele.

Oggi, quelle stesse nazioni, storicamente divise da conflitti religiosi e politici, si ritrovano stranamente unite nel teatro siriano.

Israele, accusato da Ankara di fomentare la divisione in Siria, ha intensificato i suoi attacchi nella provincia di Sweida, colpendo obiettivi militari siriani sotto il pretesto di proteggere la comunità drusa. Questi sviluppi hanno scatenato proteste nelle alture del Golan occupato, dove i manifestanti chiedono le dimissioni del governatore siriano Abu Muhammad al-Jolani.

E così… mentre le tensioni sembrano autoalimentarsi, un drone israeliano ha preso di mira un convoglio di tribù siriane, lasciando morti e feriti. Nel contempo, le forze democratiche siriane, si rifiutano di consegnare le armi a Damasco, sostenendo che un accordo costituzionale sia l’unica via per integrare i curdi nell’esercito siriano.

Ma cosa unisce davvero Turchia, Russia e Iran in questa crisi? La risposta andrebbe ricercata nelle loro economie. Già… mentre il mondo vive un boom economico, questi tre paesi lottano contro sanzioni, inflazione e instabilità interna. L’Iran, con il riyal crollato dopo l’attacco d’Israele e Usa, vede i cittadini riversarsi sull’oro come ultimo rifugio. La Russia, minacciata dai giacimenti di gas israeliani nel Mediterraneo, teme di perdere il monopolio energetico in Europa. Ed infine la Turchia con Erdogan che si erge a mediatore tra Mosca e Kiev, cerca disperatamente di consolidare la sua influenza regionale.

Ezechiele descrisse una guerra scatenata dall’avidità di nazioni in crisi, pronte a saccheggiare le ricchezze di Israele. Oggi, la Siria sta diventando il campo di prova di quella profezia.

Nel frattempo Baku ha ospitato colloqui segreti tra funzionari siriani e israeliani, mentre le forze affiliate al governo di Jolani sono accusate del massacro di 1.426 alawiti. Il quadro è fosco, eppure sembra seguire un copione già scritto. La domanda che sorge spontanea è: stiamo assistendo all’inverarsi di una profezia biblica, o è solo una sinistra coincidenza dettata da calcoli politici ed economici?

La Turchia, sunnita, e l’Iran, sciita, hanno combattuto per secoli, eppure oggi condividono un nemico comune. La Russia, storicamente in conflitto con entrambe, ora le affianca in Siria. Israele, con le sue scoperte di gas e le sue ambizioni regionali, diventa il bersaglio perfetto per nazioni affamate di risorse.

Forse la vera profezia non è nella guerra, ma nella disperazione economica che spinge vecchi rivali a unirsi. Speriamo solo che il futuro riservi una pagina diversa da quella scritta millenni fa…

Siria: un momento di svolta tra speranze e incubi.

La caduta del regime di Bashar al-Assad rappresenta un punto di svolta nella storia della Siria. 

Già… dopo anni di oppressione, violazioni e guerra civile, il crollo di un sistema autoritario potrebbe apparire come una vittoria per chi ha lottato per la libertà, tuttavia, ciò che accade dopo la caduta di un regime è spesso altrettanto importante di quanto accaduto prima.

La storia ci insegna che il vuoto lasciato da un dittatore non sempre viene riempito da un sistema migliore.

 L’Afghanistan, la Libia e l’Iraq ci offrono tristi esempi di come la caduta di un regime oppressivo possa essere seguita da anni di caos, violenza e nuove forme di oppressione. 

Sì… perché quando al potere emergono figure o movimenti che promettono stabilità a scapito della libertà, i sogni di democrazia e giustizia rischiano di svanire rapidamente.

Ecco perchè la situazione in Siria è ora particolarmente delicata, poichè con il crollo del regime di Assad, il Paese è frammentato e conteso da una miriade di attori: fazioni estremiste, comunità locali, minoranze etniche e potenze regionali e globali che perseguono i propri interessi. 

Tra questi spicca proprio Ha’yat Tahrir al-Sham, che, sebbene cerchi di mostrarsi moderata e di proporsi come forza di governo, porta con sé un passato e una visione politica che difficilmente si conciliano con i principi di pluralismo, diritti umani e inclusività.

Ciò che difatti preoccupa maggiormente è il destino delle minoranze e dei gruppi più vulnerabili. 

Sono molte infatti le comunità – dagli armeni ai cristiani, dai curdi ad altre minoranze religiose – che stanno per lasciare il Paese per timore di persecuzioni. 

Questo esodo riflette in modo chiaro la profonda sfiducia in queste nuove leadership, ma soprattutto impoverisce ulteriormente il tessuto sociale rendendo più difficile immaginare un futuro di pace e convivenza.

Le lezioni del passato ci mostrano che un cambiamento di leadership non può limitarsi a un semplice ricambio al vertice…

La Siria ha bisogno di un processo di transizione che tenga conto delle aspirazioni di tutti i suoi cittadini, inclusi coloro che hanno sofferto sotto il regime di Assad e coloro che temono le nuove fazioni al potere. La comunità internazionale deve assumersi la responsabilità di evitare che questo momento storico si trasformi in un nuovo incubo per il popolo siriano.

Stabilità e sicurezza non devono essere imposte a costo della libertà. Il rischio è quello di assistere alla nascita di un nuovo regime autoritario, che potrebbe essere persino più brutale e repressivo di quello appena caduto. La Siria non può permettersi di ripetere questo ciclo di oppressione.

È fondamentale quindi che si lavori per costruire un futuro in cui la democrazia, il rispetto dei diritti umani e la convivenza pacifica diventino realtà tangibili e non semplici slogan. 

Certo, la strada è lunga e piena di ostacoli, ma non possiamo abbandonare il popolo siriano proprio ora, quando il loro destino è più incerto che mai.

Siria nel caos: la fuga di Assad e le mire di Israele e Turchia sui territori strategici.

Le tensioni in Medio Oriente stanno raggiungendo un nuovo picco con sviluppi drammatici che rischiano di ridisegnare gli equilibri geopolitici della regione. 

Nel fine settimana le forze di terra israeliane hanno attraversato la zona demilitarizzata al confine tra Israele e Siria, entrando nel Paese per la prima volta dalla guerra dello Yom Kippur dell’ottobre 1973. 

L’operazione si inserisce in un contesto di rapidi cambiamenti sul terreno: i ribelli siriani hanno preso il controllo di Damasco, costringendo il presidente Bashar al-Assad a fuggire. Fonti locali confermano che Assad avrebbe lasciato il Paese dirigendosi verso un luogo non specificato, presumibilmente protetto da alleati regionali. La caduta di Damasco segna un punto di svolta in un conflitto decennale e apre nuovi scenari di instabilità.

Secondo le fonti citate, le forze israeliane ora controllano la cima del Monte Hermon, sul lato siriano del confine, oltre a diverse altre località strategiche ritenute essenziali per garantire il controllo della regione. Il Monte Hermon rappresenta un punto chiave sia per la sicurezza militare sia per la superiorità territoriale.

Israele, che ha operato segretamente in Siria per anni, giustifica questa mossa come necessaria per prevenire eventuali attacchi del gruppo militante libanese Hezbollah, sostenuto dall’Iran. 

La caduta di Assad, storico alleato di Teheran, potrebbe però indebolire l’influenza iraniana nella regione, creando un vuoto di potere che sia Israele che altre potenze, come la Turchia, sembrano intenzionate a sfruttare…

Nel frattempo, la Turchia osserva attentamente gli sviluppi con l’obiettivo di espandere la propria influenza nel nord della Siria. Ankara potrebbe tentare di approfittare della situazione per consolidare la sua presenza nelle aree contese, sfruttando il caos politico e militare.

Le preoccupazioni per l’integrità territoriale della Siria sono ora più vive che mai, con attori regionali che premono per ottenere vantaggi strategici. 

Ed infine, l’instabilità continua a peggiorare una situazione umanitaria critica, mentre la comunità internazionale osserva con apprensione una crisi che sembra destinata a ridefinire i confini e le alleanze nella regione.

Vedremo in questi mesi come si evolverà la situazione…

Stasera i Tg nazionali hanno appositamente censurato la notizia!!!

E’ dire che stasera per ben due volte si è parlato di Turchia…

La prima volta per il vertice che ha visto incontrarsi i due Presidenti Meloni ed Erdogan per affrontare il problema dei flussi migratori e del conflitto attualmente in corso in medio oriente, per poi proseguire le notizie con quanto accaduto in queste ore alla nostra connazionale Ilaria Salis detenuta in quel Paese e costretta a presentarsi dinnanzi il Tribunale di Istambul in maniera vergognosa e disumana…

Ecco, a questo punto mi sarei aspettato la notizia che avevo ascoltato sul web e invece ecco parlare di Hamilton alla Ferrari e proseguire con tutta una serie di fatti di cronaca…

Vi starete chiedendo ma cosa non è stato detto di così importante… 

Vi starete chiedendo ma a quale notizia il sottoscritto stia facendo riferimento, beh ritengo di un fatto grave e cioè la presa in ostaggio all’interno di una fabbrica di sette persone da parte di due terroristi armato, di cui uno certamente con indosso dell’esplosivo legato attorno al busto…

I sequestrati sono sei uomini e una donna, tutti americani, che operavano all’interno di una multinazionale americana, la “Procter & Gamble“, con succursale a Istanbul…

L’uomo che ha pubblicato la propria foto è posto dinnanzi la scritta “pro Gaza” con dipinta sulla parete la bandiera Turca e quella Palestinese… 

Ciò che viene altresì celato dai nostri media nazionali e che sin dall’inizio del conflitto a Gaza, si sono elevate tra i cittadini musulmani turchi le proteste con numerose richieste di boicottaggio dei prodotti americani; difatti parecchi locali come ad esempio McDonald’s e caffè Starbucks sono stati in questi mesi presi non solo di mira ma anche vandalizzati…

Vorrei ricordare come proprio la Turchia abbia preso sin da subito le distanze dall’operato di Israele e il suo presidente Erdogan ha più volte criticato le modalità adottate dopo gli attacchi del 7 ottobre scorso da parte di Hamas, richiedendo a gran voce la fine del conflitto…

Ora non dico che la notizia di pochi minuto fa avrebbe dovuto aprire i Tg nazionali, ma certamente quanto accaduto andava riportato, circostanza che invece, per motivi che attualmente sconosciamo (anche se il sottoscritto un’idea se le fatta…)  si è preferito soprassedere, facendo in modo che non se ne parlasse…

In questo totale silenzio non ci resta che auspicare che quei terroristi si ravvedano e che tutto possa concludersi in maniera serena e senza vittime…

Draghi… non parla mai e quella volta che decide di farlo ci costa miliardi di contratti con la Turchia!!!

Il Premier scelto per il nostro Paese (sì… non dimentichiamo che nessuno l’ha finora votato ) invece di pensare a difendere le politiche economiche nazionali, cerca esclusivamente di tutelare o per meglio dire d’imporre le decisioni dell’Ue nei confronti della Turchia…

Peraltro, dal 13 Febbraio di quest’anno, il Presidente del consiglio Mario Draghi non si era minimamente sentito, ed ora improvvisamente ha parlato… per definire durante una conferenza stampa che Presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan (tra l’altro a differenza di egli eletto con libere elezioni…) un “dittatore”!!!

Viene spontaneo dire: ma che caz… gli fregava di dover affermare ciò??? 

Dico… è’ sempre stato cosi moderato, dai toni miti in tutte le circostanze in cui è stato invitato, già una vita la sua da Presidente cauta ed ora improvvisamente, come si dice a Catania: “s’ittau cu tuttu u sceccu…“!!! 

Ma tranquilli se qualcuno crede che egli abbia avuto un momento di “follia” si sbaglia, perché ciò che è stato detto, era già appositamente stato elaborato ai piani alti di quei poteri forti, d’altronde nulla di quanto volutamente detto, fa riferimento a quei cosiddetti rapporti di diplomazia, in particolare se la persona a cui si fa riferimento è proprio un capo di stato… 

D’altro canto vorrei ricordare come il nostro “principe” Draghi, sia entrato a gamba tesa contro il suo antagonista Turco, per difendere la sua damigella Von der Leyen, presidente della Commissione Europea, che era stata costretta a rimanere in piedi durante un incontro diplomatico…   

Infatti dopo quanto occorso, Mario Draghi ha dichiarato di non condividere le posizioni del presidente Erdoğan e soprattutto che fosse fortemente dispiaciuto per l’umiliazione che la presidente della Commissione von der Leyen aveva subito, aggiungendo – ecco la fatidica frase – che con questi, diciamo, chiamiamoli per quel che sono “dittatori”, bisogna essere franchi nell’esprimere la propria diversità di vedute!!!

Minc… […] gli uomini si debbono o vezzeggiare o spegnere, perché si vendicano delle leggieri offese; delle gravi non possono: sicché l’offesa che si fa all’uomo, deve essere in modo, che ella non tema la vendetta“!!!

L’intenzione quindi di Draghi, non era tanto difendere la sua bella, ma le istituzioni europee, dando così un messaggio provocatorio al presidente turco!!!

D’altronde se ci pensate, egli utilizza la stessa provocazione compiuta alcuni giorni fa dal presidente degli Stati Uniti Biden nei confronti del presidente della Russia, Vladimir Putin…  

Ora, se pur i modi autoritari ricordano certi sistemi dittatoriali, la democrazia in Turchia è ancora il vero fondamento della rappresentanza diretta dei cittadini, d’altronde nel paese si tengono ancora le elezioni e proprio le città più importanti sono governate da partiti di opposizione!!

La verità è che il Presidente turco non si vuole sottomettere alle direttive delle politiche europee, anzi tutt’altro, vi sono alcune aspetti che divergono profondamente…

Vedasi ad esempio gli ottimi rapporti che Erdogan ha con il presidente russo oppure la gestione di quelle politiche contro i curdi del nord del paese, ed ancora, i flussi migratori verso l’Europa con cui  tiene sotto scacco l’Unione Europea, a seguire quelle azioni militari compiute in Siria e le contese con Grecia e Cipro, la gestione dei rapporti con il generale libico Haftar ed infine, ma non per importanza, i diritti umani nei confronti degli oppositori interni e delle donne… 

Come vedete sono tanti i punti da affrontare da parte della commissione europea e in particolare proprio da parte del suo presidente Von der Leyen, ed è su questa partita a scacchi che si gioca quella frase pronunciata del nostro presidente Draghi!!!

Peccato però che mentre i nostri alleati europei stanno in silenzio, noi… o per meglio dire, il nostro attuale premier, per far il paladino, ci ha fatto saltare miliardi di contratti firmati con quella nazione, una Stato… tra l’altro ex impero ottomano, culla di cultura tra l’Europa Orientale e l’Asia Occidentale.

Cosa dire, non ci bastava l’emergenza sanitaria, già… di male in peggio!!!

Una Coincidenza??? Le Profezia della Bibbia parlano di economia, in particolare proprio di quella russa!!!

Ho letto alcuni giorni fa un articolo di un pastore… e parlava di una profezia di Ezechiele sull’invasione dello stato di Israele…

I principali antagonisti di quella guerra saranno secondo la Bibbia… la Russia, l’Iran e la Turchia. 
Oggi incredibilmente quelle stesse nazioni, hanno nuovamente qualcosa in comune, basti osservare come proprio stamani il presidente Erdogan, si è proposto come mediatore tra Russia e Ucraina nell’attuale crisi…
Gli studiosi della Bibbia sono stati a lungo incuriositi dalla guerra descritta dal profeta in cui si descrive che la Russia guiderà una confederazione di nazioni contro Israele. 
Sappiamo oggi che l’invasione non è ancora avvenuta e i due versetti identificano quell’invasione come “gli ultimi giorni”. 
Ora, se riosserviamo quanto accaduto in questi secoli, possiamo rivedere come questi tre Nazioni, siano stati sempre antagonisti tra loro. 
Difatti, se pur l’Iran e la Turchia sono musulmane, la prima è sciita, mentre la Turchia è sunnita, due gruppi che da sempre, sin dal 7° secolo d.C. si sono combattuti l’un l’altro…
Inoltre, anche il resto del mondo (sunnita) odia l’Iran. 
Se guardiamo ora alla Russia, abbiamo visto come per centinaia di anni questa abbia combattuto guerre contro entrambi questi due stati, ma ora… come d’incanto si ritrovano insieme in Siria!!!
Era quanto aveva predetto il profeta Ezechiele 2500 anni fa…
C’è ancora di più, sempre Ezechiele preannuncia che questi tre Stati, avranno una forza trainante nella prossima guerra e quel qualcosa è purtroppo un’economia disastrata… 
Difatti, mentre il nord America, l’Europa, l’Asia e gran parte del Medio Oriente sono nel mezzo di un boom economico, questi tre stati stanno perdendo sempre più terreno nei loro confronti e ciò è dovuto ai comportamenti passati messi in atto dagli stessi, tanto d’aver subito enormi sanzioni economiche da mandare in crisi le loro stesse economie…
Ed allora leggiamo cosa dice la Bibbia…
Riporta che la guerra arriverà perché le nazioni attaccanti saranno avide delle ricchezze della terra di Israele…. Ezechiele (38: 11-12) dice: “Dirai: Io andrò contro una terra di villaggi non allevati; Andrò in una gente pacifica, che dimorerà in sicurezza, che abitano tutti senza mura e che non hanno né sbarre né cancelli “per prendere il bottino e prendere il bottino, per stendere la mano contro i rifiuti che sono ancora abitati, e contro un popolo raccolto dalle nazioni, che hanno acquistato bestiame e beni, che dimorano in mezzo alla terra “.
Secondo alcuni, questi Stati ricchi, hanno un problema economico da risolvere e questo consiste nelle spese eccessive sostenute per le forze armate, ed allora pieni di quei missili stanno cercando di trasformare quella forza militare – in ciò di cui hanno fortemente bisogno e cioè il riappropriarsi di quella ricchezza finanziaria!!!
La Russia in particolare, vede Israele (e quindi tutti coloro che oggi la proteggono…) come una minaccia per la sua economia….
D’altronde l’economia russa è costruita sulla vendita di gas naturale in Europa, ma i massicci giacimenti di gas israeliani scoperti proprio di recente nel Mediterraneo, stanno rappresentando una potenziale minaccia per il monopolio russo del gas naturale in Europa…
A peggiorare le cose, Israele, Cipro e Grecia, stanno costruendo nuovi gasdotti di gas naturale sotto il Mediterraneo in direzione proprio verso l’Italia, per poi diramarsi verso tutta l’Europa!!!
Ed infine l’Iran: nelle ultime settimane tra le strade di Teheran e delle maggiori città iraniane, serpeggia il malcontento. 
Rispetto a quattro mesi fa, il riyal, la valuta locale, si è deprezzato del 50% nei confronti del dollaro e l’inflazione continua a salire, il mercato nero prospera, la corruzione è quasi endemica. 
In alcune regioni si cominciano a vedere limitazioni nell’erogazione dell’acqua ed interruzioni della corrente elettrica. 
Chi possiede i mezzi, sta facendo incetta di oro, un bene rifugio immune alla svalutazione in tempi di crisi. In questi mesi gli acquisti di monete e lingotti, sono saliti ai massimi storici…
Non va dimenticato come da quella sua rivoluzione islamica nel 1979, gran parte della politica interna controllata dagli ayatollah, si sia basata principalmente sulla propaganda contro l’occidente e nei confronti soprattutto di Israele.
Ecco quindi che oggi, gli iraniani provano a usare la rabbia della Russia e della Turchia contro le sanzioni imposte oltre a loro, anche a questi due Stati, affinché si possa consolidare questa loro alleanza contro gli Stati Uniti e quei loro alleati…
Cosa aggiungere, speriamo che la profezia della Bibbia sia errata…

Siria: non interessa a nessuno…o forse interessa a tutti???

Gli avvenimenti storici a volte si ripetono… 
Nel 1982 gli abitanti della cittadina di Hama si erano ribellati ed avevano intrapreso un lotta contro il regime di Hafiz-al-Asad, il quale aveva risposto con i carri armati (fu proprio il fratello a pianificare l’operazione Rifa’at al-Asad) invadendo la città e massacrando la popolazione locale, all’incirca 30 mila persone!!! 
Inoltre nell’abbandonare la città, l’esercito e le forze di sicurezza del regime si abbandonarono a massacri sanguinosi persino all’interno delle varie colonie di rifugiati politici ospitati all’interno di Hama, torturando e giustiziando gli oppositori politici della dittatura, veri o presunti che fossero.
Per cancellare ogni ricordo di quel tragico giorno e per dare un segnale di avvertimento alle future generazioni, la città artefice degli scontri fu totalmente rasa a suolo.
Ecco che oggi dopo tanti anni, tutto si ripete!!!
La Siria è nuovamente a rischio di una guerra civile. 
Il bilancio dell’attacco dell’esercito è drammatico: quasi 200 le vittime che nelle scorse settimane aveva manifestato contro il regime.
Durante i combattimenti i carri armati dell’esercito hanno colpito la città con granate a ripetizione e inoltre le utenze come acqua ed elettricità sono stata sospese, ovviamente in molti hanno dichiarato che il sabotaggio fosse programmato.
Altri morti sono stati accertati in altre località ed almeno un centinaio di manifestanti nella capitale di Damasco sono rimasti feriti a seguito del lancio di bombe da parte della Polizia nel voler disperdere la protesta.
Gli Stati Europei hanno condannato le violenze nel Paese e in particolare Barack Obama ha espresso di voler isolare il presidente Assad, che sta ancora facendo ricorso alla tortura e al terrore!!!
Inoltre, il Presidente degli Stati Uniti ha auspicato una sostegno alla popolazione con una rapida transizione del paese verso la democrazia…
L’Italia in particolare ha chiesto che che si riunisca di urgenza il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per prendere una posizione molto decisa nei riguardi del Presidente “dittatore”, Bashar al-Asad…  
La Germania ha minacciato sanzioni dichiarando che saranno prese misure straordinarie, anche attraverso  il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite…
Purtroppo comunque ad oggi non è stato raggiunto un accordo sulla linea da seguire, questo è quanto ha dichiarato Vitaly Churkin, che al Palazzo di Vetro rappresenta la Russia e che si oppone ad ogni posizione forte nei confronti di Damasco…
La posizione geografica dominante nel medio oriente, il favore sempre alterno nelle alleanze con gli Stati adiacenti, la situazione politica altalenante e soprattutto la non chiara lotta al terrorismo, hanno portato e portano ancora oggi questo Stato a non trovare una tranquilla collocazione ed un maggiore consenso da parte di quei paesi maggiormente sviluppati…
Anche i mancati accordo di pace sia per l’annessione di Israele (durante la guerra dei sei giorni), delle alture del Golan che per la cessione durante il mandato francese nel 1939 della provincia di Hatay alla Turchia, (il cui capoluogo era la storica città di Antiochia) ed anche il progetto (sempre della Turchia) di voler costruire una serie di dighe sul Tigri e sull’Eufrate, che in conseguenza ridurrebbero la loro portata in Siria e in Iraq, ha provocato contenziosi in questi anni, per i quali sono ancora in corso trattative ed oggi diventano forte motivo di risentimento e di rivendicazione…

Se a quanto sopra si aggiunge che il territorio è strategico non solo per i passaggi commerciali ma soprattutto per quelli petroliferi – la produzione è sì… di molto inferiore rispetto al volume prodotto dai suoi ricchi vicini – ma i ricavi che ne conseguono costituiscono una ricchezza importante anche per i paesi occidentali, i cui proventi vanno a depositarsi presso le loro banche…

Non dimentichiamo inoltre che, la vicinanza con l’Iran ha permesso alla Siria di uscire dal suo isolamento internazionale, durato quasi trent’anni…
Ma non solo, entrambe sorreggono il movimento sciita libanese degli Hezbollah e la fazione radicale palestinese di Hamas. 
La Siria infatti, come il Venezuela, appoggia il diritto dell’Iran a proseguire lungo la strada dell’arricchimento dell’uranio, al fine di completare il suo programma nucleare per scopi essenzialmente civili. 
Come hanno più volte ribadito i presidenti di questi Stati, non è illegale fornire aiuti all’Iran e alla sua economia, martellata da pesanti sanzioni inflitte dalle Nazioni Unite e sempre ratificate dall’Unione Europea e sono proprio questi paesi che oggi, appoggiano la Siria ed in particolare il Presidente…

Come si può capire la situazione non è di facile lettura, il crocevia fondamentale di oleodotti e traffico, le riserve di petrolio di quasi 3 miliardi di barili, la posizione strategica tra i Paesi del Golfo ed il Mediterraneo, ma soprattutto il mancato ripristino del passaggio del grezzo che dalla zona nord irachena di Mosul/Kirkuk portava petrolio al porto israeliano di Haifa, (e che malgrado le forti pressioni straniere la Siria oggi non è disposta ad acconsentire…) sono tutti, motivi prioritari, per cercare di destabilizzarne l’area, speriamo che almeno la popolazione presa fra questi due fuochi non debba continuare a pagarne il prezzo…