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SETAD: La lunga ombra del potere in Iran.


C’è una domanda che in questi giorni di fuoco torna con insistenza, sì… come un’ombra che non si lascia scacciare. Riguarda la natura del potere, la sua trasmissione e quel filo sottile ma resistente che tiene insieme sistemi apparentemente instabili.

E così… mentre i cieli del Medio Oriente si accendono e le cancellerie trattengono il respiro, a Teheran si consuma un passaggio silenzioso ma decisivo. 

Non è solo la successione alla Guida Suprema, non è soltanto il rombo dei bombardieri, no… è qualcosa di più profondo: chi comanda davvero, e su cosa poggia la forza di un regime che sembra sfidare ogni logica di crollo.

La risposta potrebbe nascondersi in un nome poco noto al grande pubblico: Setad. Sede Esecutiva dell’Ordine dell’Imam, nata nel 1989 per volontà di Khomeini per gestire beni confiscati. Un compito temporaneo, in teoria. Ma col tempo, quell’organismo si è trasformato in un impero economico valutato intorno ai duecento miliardi di dollari, paragonabile alle oligarchie russe. Il suo tratto distintivo? L’opacità assoluta. Il Setad non rende conto al Parlamento, né ai ministeri. Risponde soltanto alla Guida Suprema. È uno Stato dentro lo Stato, un sistema parallelo che investe in telecomunicazioni, energia, immobiliare, agricoltura, con entrate che superano persino quelle del petrolio iraniano.

Ma il Setad non è solo denaro. È controllo! Accanto a esso operano i bonyad, fondazioni caritatevoli che distribuiscono aiuti, costruiscono scuole, sostengono famiglie. Una rete di dipendenza, dove la carità diventa strumento politico. Il messaggio è chiaro: il regime è l’unico che ti protegge! Lo stesso meccanismo che alimenta Hezbollah in Libano. Ed è in questo contesto che emerge Mojtaba Khamenei, secondogenito dell’attuale Ayatollah, indicato come il successore designato.

La sua ascesa segnerebbe una rottura con un tabù fondamentale della Repubblica Islamica: la non ereditarietà del potere. Ma Mojtaba non è un semplice figlio al posto giusto. Per anni è stato l’ombra del padre, il custode delle informazioni, colui che decideva chi poteva avvicinarlo. Si dice sia stato il regista della repressione dell’Onda Verde nel 2009 e del movimento “Donna, Vita, Libertà” nel 2022. Il suo patto con i Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, è saldo. Per loro, è la garanzia che il sistema militare ed economico resterà intatto. Le leve del potere non cambieranno mano.

E poi c’è il piano più personale. Mojtaba, come il padre, possiede una fortuna stimata in centinaia di milioni, con proprietà a Londra e Dubai. Qui, il potere politico e quello economico si fondono senza soluzione di continuità. Come ha osservato un analista israeliano, in un sistema dove ricchezza e accesso dipendono dalla vicinanza al vertice, la sopravvivenza del regime coincide con la sopravvivenza personale dell’élite. Per farlo crollare, servirebbe che qualcuno tra coloro che ne traggono vantaggio decidesse di voltare pagina. La nomina di Mojtaba va nella direzione opposta: blindatura, continuità, rafforzamento.

In mezzo a tutto ciò, la voce di Donald Trump. In conferenza stampa, annuncia che la guerra contro l’Iran finirà presto, che gli obiettivi militari sono vicini. Parla di colpire la produzione elettrica, ma di aver lasciato alcuni bersagli in serbo. Minaccia ritorsioni se il petrolio venisse bloccato. E poi, con un colpo di realpolitik, dichiara che gli Usa sono pronti a ridurre sanzioni sul petrolio iraniano – e persino su quello russo – pur di calmierare i prezzi prima delle elezioni. Intanto, la NATO abbatte un missile sopra la Turchia, gli Emirati subiscono attacchi di droni, e un proiettile uccide un parroco in Libano, padre Pierre El Raii.

Trump, commentando la possibile ascesa di Mojtaba, dice: “Un grosso errore, non so se durerà”. Una frase pronunciata da chi sta bombardando, certo. Ma tocca un punto vero. La durata non dipende solo dai raid o dalle sanzioni. Dipende dal rapporto tra un regime che si chiude a cerchio attorno ai suoi interessi e una società che, più volte, ha mostrato di volere altro. Il cardinale Parolin parla di “immane tragedia” che rischia di allargarsi, e ammette che le parole della Santa Sede sembrano cadere nel vuoto. Eppure, dice, bisogna continuare a seminare.

Forse è proprio qui il nodo. Mentre le bombe cadono e i mercati oscillano, mentre un nuovo leader si prepara a governare all’ombra dei Pasdaran e di un impero finanziario smisurato, la domanda non è soltanto se durerà… ma a quale prezzo e cosa resterà dopo.

Perché anche nei sistemi più chiusi, la storia lascia sempre delle crepe. E a volte, chi semina nell’ombra non sa mai chi raccoglierà. Ma come ripeto spesso: anche il muro più spesso ha delle fessure, ed è da lì che, prima o poi, filtra la luce di ciò che si credeva sepolto!

Benigni al Tg1 e quel ringraziamento a Papa Francesco: Il lapsus che svela un distacco.


Ieri sera, mentre il tempo sembrava fermarsi per un attimo di “pura” televisione, Roberto Benigni ha realizzato un sogno d’infanzia. 

Seduto alla postazione del Tg1, circondato da quella solennità quotidiana che è il telegiornale, ha ringraziato con il cuore in mano e tra i ringraziamenti è spuntato, naturale come un respiro, il nome di Papa Francesco. 

Un attimo dopo, in molti a casa avranno sorriso, pensando a una svista, a una gaffe dettata dall’emozione, è così che è stata raccontata, del resto. Una notizia curiosa, un “lapsus” da archiviare tra i momenti di tenerezza live.

Ma io penso di aver colto qualcosa di più profondo, ed ho  immediatamente condiviso sulla mia pagina di “X” – erano le 20.36 – il bisogno di spostare lo sguardo altrove.

Perché a volte un lapsus non è solo un intoppo della lingua, ma un piccolo tremore dell’anima. Quella parola uscita così, “Francesco”, non suona come un mero errore di cronaca. Suona piuttosto come un’eco, come la voce di un sentimento diffuso che da tempo circola silenzioso tra molti fedeli e osservatori: E’ la voce di una percezione, forse inconsapevole, di un distacco.

Benigni, nel turbinio dell’emozione, ha ringraziato il Papa che per anni è stato un riferimento emotivo, un punto di vicinanza, una presenza familiare nel immaginario collettivo. Senza volerlo, ha messo in luce ciò che molte persone avvertono oggi: una differente sensibilità, un cambio di passo nel modo di sentire il Pontificato. Non si tratta di giudizi teologici o di fedeltà istituzionale, ma di qualcosa di più umano e semplice, come la percezione di una minore empatia, di una minore immediata riconoscibilità spirituale.

Ed è qui che la gaffe diventa sintomo. Benigni, artista sensibilissimo, ha involontariamente tradito non una sua dimenticanza, ma un sentire condiviso. In quel momento, sotto i riflettori, non ha pensato al titolare attuale del soglio pontificio, ma a quello che più risuonava dentro di lui, e dentro a tanti, come figura di riferimento affettivo… 

È un fenomeno che va oltre la Chiesa, in verità, accade ogni volta che un’icona carismatica lascia il posto a un successore: il confronto, a volte silenzioso, tra due modi diversi di essere, di comunicare, di farsi sentire prossimi. E le persone, nel loro intimo, faticano a trasferire lo stesso calore, lo stesso immediato riconoscimento. Benigni ha semplicemente detto, per sbaglio, quello che molti pensano senza dirlo.

Naturalmente, lui non lo ammetterà mai, neanche sotto tortura, sì… sto pensando con ironia alla “Santa Inquisizione“, perché è un attore, non è un teologo o un commentatore. Perché quella era una serata di festa, di sogno realizzato, non una dissertazione sul magistero pontificio. Eppure, proprio nella sua genuinità, nella sua irriverente purezza, ha offerto uno spunto di riflessione potentissimo. 

Ci ha ricordato che i simboli, soprattutto quelli così carichi di umanità, risiedono nel cuore delle persone molto più a lungo di quanto le cronache ufficiali lascino intendere. Che la successione, per quanto canonica e legittima, non sempre coincide con una successione immediata nel sentire comune.

Forse, allora, non dovremmo ridere soltanto della gaffe. Dovremmo ascoltare quel piccolo strappo nel tessuto perfetto della trasmissione. È lì che si è insinuata una verità più grande: a volte, cambiare il nome su un documento è facile. Cambiare il nome che risuona nell’anima, quando si è emozionati, spaventati o semplicemente grati, è un processo molto più lento e intimo

Benigni ieri sera non stava leggendo un “teleprompter” (per chi non lo sapesse è il cosiddetto “gobbo elettronico”, fondamentalmente un dispositivo tecnico che proietta un testo su uno schermo, permettendo a chi parla di leggere il copione mentre guarda direttamente l’obiettivo della telecamera o il pubblico dal vivo), bensì stava parlando col cuore… e il cuore, si sa, ha una memoria e una fedeltà tutta sua, che qualche volta sopravvive persino alla storia.

Mi dispiace solo per Papa Leone XIV, non per una mera svista lessicale, ma perché il suo pontificato è iniziato sotto i riflettori di polemiche pubbliche così aspre, che hanno finito per offuscare, agli occhi di molti, la sua persona prima ancora che il suo magistero potesse risuonare.

In quel lapsus involontario, c’è forse anche l’eco di questa difficoltà collettiva a riconoscersi in un successore la cui immagine è stata, fin dal primo giorno, associata a controversie dolorose e complesse per la Chiesa. Il distacco che molti percepiscono nasce forse anche da qui: da una partenza segnata non dalla grazia di un nuovo inizio, ma dal peso di un passato messo pubblicamente sotto accusa.

Siamo tutti "Figli della sconfitta"!!!

Solitamente da una sconfitta, dovrebbero nascere delle domande.
Comprendere i risultati, significa capire… cosa pretendono i cittadini.
Ma qui da noi, nel nostro Paese avviene come sempre il contrario!!!
Qualcuno dimentica o fa finta di non comprendere che il voto referendario è da considerarsi a pieno titolo come quello elettivo… in quanto la “formazione delle leggi”, viene di fatto riconosciuta al popolo… che rappresenta (per ricordarlo a quei signori/e attualmente seduti lì, in quei palazzi Istituzionali) l’unico soggetto cui appartiene la sovranità ex art. 1 – tra cui per esempio, di partecipare al potere legislativo, attraverso la possibilità di abrogare in tutto o in parte le leggi approvate dal Parlamento. 
Ma abbiamo già visto quale seguito hanno avuto in concreto alcuni referendum… 
Per esempio come dimenticare quello del 78′, si votava (anche) sul finanziamento pubblico dei partiti, vinsero i NO e cosa è successo… i soldi ai partiti arrivano lo stesso nelle loro tasche da parte di noi contribuenti… milioni di euro per mantenere quell’inutile “casta”… 
Comprenderete bene come da un lato, si da un potere sovrano ai cittadini, ma nella pratica, nel riconoscere quel voto, ci si accorge come questo, non comporti di fatto alcun potere sostanziale, in quanto quella scelta, si esaurisce nel momento stesso del voto referendario e non gli viene riconosciuta alcuna legittimazione, ma tutto continua come se nulla fosse avvenuto…
Ora è evidente che il nostro ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi, abbia pensato ( nello scegliere strategicamente le proprie dimissioni… ) di uscire per il momento dalla porta di servizio, per rientrare “acclamato” tra 18 mesi dal portone principale…
Dimentica però quanto già accaduto nel 1985: si votava sulla proposta di abrogare il taglio dei punti di scala mobile (governo Craxi) ed in quella occasione ( quando ancora Renzi aveva i calzoncini corti…) le firme vennero raccolte dal partito (genitore dell’attuale) PCI. 
Allora come oggi, la vittoria andò ai “No”, con il 54,3%.
Il tempo di riprendersi… e venne confermato (siamo al congresso di Firenze – 1986) “segretario”: Alessandro Natta.
Sarà egli a guidare il partito alle elezioni politiche del 1987 con un programma chiamato “Alternativa democratica“, ma il risultato delle urne fu sfavorevole al PCI, che raggiunse il 26,57%…
Natta lascerà per problemi di salute la sua carica ad Achille Occhetto, esponente della nuova generazione dei “quarantenni” con i quali il Partito Comunista Italiano concluderà la propria vicenda storica e dalle sue ceneri nascerà il partito oggi conosciuto come “PD”…
Ora, se due più due fa quattro, potremmo iniziare a tirare le prime conclusioni:
Premesso che, 
  • Il dato complessivo sull’affluenza alle urne è stato oggi del 65,5%
  • Il Si ha raggiunto 40,9%
  • Il No ha raggiunto 59.1%
  • Schede bianche: 83.417
  • Schede nulle: 209.025
Per cui se volessimo fare un paragone tra quel periodo ed oggi (similare in quanto le elezioni sono state anticipate da un referendum…) avremmo che:
il 54.3% dei votanti del referendum :  al 27,57% dei votanti delle elezioni nazionali = 
il 40,9% : ad x ( valore “presunto” per le prossime elezioni)
x= 20,76% 
Siamo per eccesso intorno al 21%, ciò significa che se questo dovesse essere il risultato, aumentato per di più da una percentuale d’errore prevista tra il 2-3%,  ecco che questo partito potrebbe stazionare intorno una previsione percentuale massima del 23/24%, ovviamente ben sotto a quel valore conquistato nel 2013, con il 29,55%…
Se pensate che alle scorse elezioni, il M5Stelle per la prima volta raggiunse il 25,55% , intuisco come sarà molto difficile per il Pd – nei prossimi anni – andare a governare…
L’unica soluzione che resta al Pd… è quella di riuscire a trovare un “particolare” legge elettorale, che permetta ad essa di garantirsi – se pur con minore voti dei cittadini – quelle poltrone che gli garantirebbero la possibilità di governare…
Analoga circostanza va fatta per tutto il Centrodestra, da FI alla Lega, da Fratelli D’Italia a La Destra, dal partito siciliano in gestazione che dovrebbe sostituire quell’ex MPA e/o -Grande Sud, ecc… al partito dei pensionati… e pur volendo inserire quel 3-4% dell’NCD di Alfano & Co,… non supererebbe il 19/20% !!!
E’ evidente a tutti quindi, quale potrebbe essere il prossimo scenario e il rischio per ognuno di questi partiti, almeno per quelli più piccoli, potrebbe essere proprio quello di… scomparire definitivamente.
Per cui, ora comprenderete meglio il perché si sia passati ad un governo “Renzi Bis” con gli stessi uomini e donne che finora, in questi anni di governo, non hanno realizzato nulla, rispetto a quelle riforme necessarie per il paese… se non elargire briciole qua e là, con la speranza di comprarsi qualche voto degli italiani…
Per chi ha perso la poltrona… a breve ne verrà data un’altra altrettanto prestigiosa e a quanti ora sono subentrati (per fortuna aggiungo io… senza portafoglio!!!), si darà modo di mediare con quelle forse antagoniste all’interno del Pd, ma soprattutto si ricercare quella percentuale di voti necessari al Senato, per dare vita a questo governo “ombra“!!!
Noi tutti… come “………..” stiamo a guardare: sono anni d’altronde che le decisioni vengono prese, senza passare da un consenso democratico…
Non ci si preoccuparci neppure dei costi delle elezioni, che tra quelle appena concluse e le prossime del 2018, incideranno sul nostro paese per centinaia di milioni, denaro buttato al vento a scapito dei servizi reali!!! 
La storia si ripete… “loro” proseguono con quella linea di successione, quasi fossero legittimi discendenti diretti di chissà quale presunta “monarchia”, mentre noi, siamo eguali a quei secondogeniti… a cui non toccherà mai nulla!!!
Per adesso alla Camera, 386 hanno detto sì… vedremo a breve i numeri del Senato…
Di una cosa comunque sono certo: neppure uno oggi vuole perdere quella propria poltrona, come e soprattutto, nessuno di loro, vuole rinunciare ai privilegi e all’indennità prevista… per i prossimi diciotto mesi!!!