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La “ritessitura dell’infranto”: da Finkelstein ad Arendt, passando per Foa e Gaza.


Ed eccoci giunti alla terza parte di questo argomento così delicato. È proprio qui che si innesta il discorso che i nostri due interlocutori – Ovadia e Di Battista – hanno volutamente aperto: la “ritessitura dell’infranto” di fronte alla Shoah

Da un lato, Finkelstein accusa Israele di strumentalizzare la memoria; dall’altro, Hannah Arendt e Anna Foa ci invitano a un’operazione ben più radicale: non negare o banalizzare l’Olocausto, ma trasformare quella ferita in un monito universale.

Prima di affrontare questo tema, però, devo mantenere una promessa fatta ieri. Nel precedente post, riportando le tesi di Finkelstein contenute ne “L’industria dell’Olocausto“, avevo citato le sue accuse contro le “élite ebraiche americane e israeliane“, ritenute colpevoli di aver strumentalizzato la Shoah come arma ideologica per estorcere immunità diplomatica a Israele e risarcimenti economici sproporzionati – a discapito dei veri sopravvissuti. Avevo allora annunciato una precisazione geopolitica. Ecco, è giunto il momento di mantenerla.

La Guerra dei Sei Giorni (1967) e la schiacciante vittoria di Israele determinarono un cambiamento radicale in tutta quell’area del Medio Oriente che si estende dal Mar Rosso, attraverso la Giordania, fino a inglobare il Libano. A seguito di quella guerra, Israele divenne un alleato strategico fondamentale per gli Stati Uniti, un avamposto militarmente affidabile in una regione cruciale per le rotte energetiche e per il contenimento dell’influenza sovietica.

In questo nuovo contesto, i leader ebraici americani utilizzarono la memoria dell’Olocausto in modo funzionale a due obiettivi principali:

Giustificare politicamente Israele: Presentare lo Stato ebraico non solo come un baluardo contro un nuovo genocidio (rievocando lo spettro della Shoah), ma anche come un argine contro quelle politiche militari di tipo “guerra santa” che, in quegli anni, cominciavano a celarsi dietro i cosiddetti principi islamici radicali. In questa duplice veste – vittima potenziale e scudo dell’Occidente – Israele veniva messo al riparo dalle critiche internazionali, legittimando qualsiasi sua azione militare in nome della sopravvivenza.

Favorire l’integrazione degli ebrei americani: Sostenere Israele, divenuto ormai un “asset strategico” per gli USA, permise agli ebrei americani di mostrare un patriottismo inattaccabile e di accedere ai corridoi del potere, allontanando definitivamente lo spettro della “doppia lealtà” (l’antico sospetto secondo cui un ebreo non potesse essere fedele al proprio paese perché legato a un “popolo eletto” o a un progetto sionista). Difendere Israele significava, agli occhi dell’establishment americano, difendere l’Occidente stesso dal terrorismo e dall’integralismo islamico.

In sintesi, la strumentalizzazione dell’Olocausto non servì solo a ottenere risarcimenti o impunità diplomatica, ma anche a riconfigurare Israele come avamposto occidentale in Medio Oriente, legittimando militarmente le sue scelte sotto l’egida della lotta a un nemico dai tratti religiosi e ideologici.

Non si tratta di “ricucire” ciò che è stato distrutto, ma di un’operazione complessa: trasformare la frattura della storia in un monito etico e in un principio di azione politica per il presente.

Ma allora: cosa significa esattamente “ritessitura dell’infranto“? No… non è, come si potrebbe pensare, un tentativo di far finta che nulla sia accaduto. Non è una ricucitura ingenua o una riconciliazione a buon mercato. Al contrario: si tratta di un’operazione complessa, che richiede coraggio e onestà intellettuale.

L’infranto è la Shoah stessa: un evento che ha spezzato non solo milioni di vite, ma anche la fiducia nella civiltà europea, nella ragione, nel progresso. Una frattura così profonda non può essere semplicemente “riparata“. Si può però – e qui sta l’intuizione di Arendt e Foa – trasformare quella ferita in un principio attivo, in un monito che orienti l’azione politica nel presente.

Ritessere l’infranto significa quindi:

Riconoscere la specificità della Shoah, senza isolarla in una “cassaforte identitaria” che la rende intoccabile e quindi inutilizzabile per il presente (come insegna Foa).

Rifiutare qualsiasi uso strumentale della memoria, sia esso finalizzato a giustificare politiche di apartheid o a estorcere immunità diplomatica (la critica di Finkelstein).

Trasformare il ricordo dell’orrore in un monito universale: “mai più” non può significare “mai più agli ebrei”, ma “mai più a nessuno” (l’insegnamento di Arendt).

In questa prospettiva, la memoria autentica non è un monumento statico da venerare, ma un filo ancora caldo che può essere tessuto – con fatica e consapevolezza – in un presente diverso. Non per dimenticare il passato, ma per impedire che si ripeta, in qualsiasi forma e contro qualsiasi popolo.

Ed allora, continuando nel dialogo tra Ovadia e Di Battista, ecco che hanno trovato posto altri soggetti: Hannah Arendt, Anna Foa. Andiamo allora a comprendere il loro messaggio…

Hannah Arendt rappresenta una figura centrale nella filosofia politica del Novecento. La sua riflessione è profondamente segnata dalla sua esperienza come ebrea tedesca in fuga dal nazismo e dalla sua analisi delle origini del totalitarismo. Critica come modello lo Stato-nazione, preferendo una federazione multietnica in Palestina. Avvertiva il rischio del nazionalismo “tribale” nel sionismo.

Nella sua opera Le origini del totalitarismo, sosteneva che questo modello, basato sull’equazione “una nazione, uno Stato“, portava inevitabilmente all’esclusione delle minoranze e alla creazione di masse di apolidi. Ecco perché per Arendt lo Stato-nazione moderno aveva fallito nel garantire il diritto più fondamentale: il “diritto ad avere diritti“.

Arendt ebbe inoltre un rapporto complesso con il sionismo. All’inizio sostenne l’idea di una “casa ebraica” in Palestina come soluzione all’antisemitismo europeo, apprezzando il progetto socialista dei kibbutzim. Successivamente si oppose fermamente all’idea di creare uno Stato-nazione ebraico esclusivo, avendo intuito il “rischio mortale” di un nazionalismo ebraico che avrebbe emulato i modelli europei, portando inevitabilmente al conflitto con la popolazione araba.

Ecco perché propose una soluzione alternativa, federale e multietnica per la Palestina, che non si basasse sull’identità nazionale esclusiva di un singolo gruppo: una proposta che però la rese una “paria” (emarginata) all’interno di molti circoli ebraici e sionisti.

Vediamo ora chi è Anna Foa: Storica italiana di religione ebraica, è nota per le sue denunce di “pulizia etnica” a Gaza, definendo la situazione a Gaza un “genocidio” e criticando l’uso strumentale dell’accusa di antisemitismo per silenziare le critiche a Israele.

Anna Foa è una storica italiana, esperta di storia ebraica moderna e contemporanea. Si è affermata come una delle voci più autorevoli e coraggiose nel dibattito italiano, criticando le politiche del governo israeliano da una prospettiva ebraica e democratica.

Ha dichiarato che l’idea di trasferire la popolazione palestinese da Gaza verso altri paesi costituisce di fatto una “pulizia etnica”, ricordando tra l’altro quanto già accaduto con la Nakba del 1948 (l’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi). Inizialmente titubante sull’uso del termine, nel giugno 2025 Foa ha dichiarato di essere “convinta che quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza sia un genocidio” e che la comunità palestinese stesse vivendo da anni – nei territori occupati – una condizione di “apartheid”. Pur riconoscendo la specificità del caso sudafricano, Foa utilizza il termine “apartheid” per descrivere le diverse condizioni di vita dei palestinesi nei territori occupati rispetto ai cittadini israeliani.

Un tema centrale per Foa è la difesa della libertà di criticare le politiche del governo israeliano senza essere automaticamente accusati di antisemitismo. Sostiene che questa accusa, lanciata spesso dal governo israeliano contro ONU e ONG, è diventata “un velo che copre altre cose” e che è fondamentale “salvaguardare la libertà di criticare“.

Ed infine consentitemi di aggiungere un altro pensiero storico israeliano, non meno importante dei precedenti, quello realizzato da Ilan Pappè.

Il suo lavoro è noto per aver riequilibrato la narrazione storica della Nakba, sfidando il racconto sionista tradizionale. Ilan Pappè è una figura fondamentale nel contesto che si sta affrontando. Come esponente di spicco dei “Nuovi Storici” israeliani, il suo lavoro ha utilizzato documenti d’archivio israeliani per dimostrare che la Nakba del 1948 non fu un esodo volontario, ma il risultato di un piano sistematico di espulsione da parte delle forze sioniste. La sua opera più famosa, “La pulizia etnica della Palestina”, ha avuto un impatto enorme sulla storiografia del conflitto, rendendolo un bersaglio di feroci critiche in Israele.

Ora, cerchiamo di comprendere meglio – per quanto si possa fare in così breve tempo – perché queste voci sono state etichettate come “radicali“. La loro critica non si è limitata a singole politiche (come ad esempio gli insediamenti), ma ha messo in discussione i fondamenti ideologici dello Stato-nazione ebraico. In particolare essi hanno sfidato il consenso:

Attaccando la narrazione nazionale dominante in Israele, specialmente quella dei governi di destra.

Usando un linguaggio forte: Non parlano di “conflitto” o “crisi”, ma di “genocidio”, “apartheid” e “pulizia etnica”: termini che hanno un peso giuridico e morale specifico e sono respinti dal governo israeliano.

Rivendicando la loro appartenenza: Sia Arendt che Foa agiscono da “ebrei critici”. La loro autorità morale deriva anche dal fatto che parlano dall’interno della tradizione ebraica, smontando l’equazione tra ebraismo e sostegno incondizionato a Israele.

In sintesi, queste voci hanno certamente offerto una lente critica che invita a guardare oltre le narrazioni ufficiali e – soprattutto come accade ora attraverso le fake news pubblicate in quasi tutti i social – a interrogare il nazionalismo etnico come principio ordinatore, chiedendo quindi un’applicazione uguale dei diritti e del diritto internazionale per tutti.

Anticipazione del IV post (conclusione)

Mi fermo qui, ma prima di chiudere questa terza parte, desidero anticipare ciò che affronterò nel prossimo – e probabilmente ultimo – post.

Finora ho riportato le posizioni di Finkelstein, Arendt, Foa e Pappè. Ho cercato di esporle con fedeltà, senza nasconderne le contraddizioni né le asperità. Tuttavia, il lettore attento si sarà chiesto: dove si colloca chi scrive? Qual è il mio sguardo su tutto questo?

Nel IV post, quindi, prenderò la parola in prima persona. Non per offrire verità assolute – non ne avrei l’arroganza – ma per condividere alcune osservazioni personali che ho maturato nel corso di questa ricostruzione. In particolare, cercherò di rispondere a tre domande che mi hanno accompagnato mentre scrivevo:

La “strumentalizzazione” della memoria è un reato che riguarda solo alcune delle parti in causa o siamo tutti, in qualche misura, esposti a questa tentazione?

Il linguaggio forte – “genocidio“, “apartheid“, “pulizia etnica” – è uno strumento di verità o rischia a sua volta di banalizzare la storia?

Esiste ancora, oggi, uno spazio per una critica che non sia, né apologetica, né distruttiva, ma semplicemente lucida?

Vi aspetto domani per questa ultima riflessione.

Fine terza parte.