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Finkelstein, Irving e la difesa dell’indifendibile: quando la libertà accademica costa la reputazione!


Facendo riferimento a quanto pubblicato ieri, andiamo quindi ad esaminare alcune di quelle figure rilevanti di cui hanno parlato i nostri due interlocutori nel post intitolato: “Persone che davvero vogliono prevenire l’antisemitismo“.

Iniziamo dal  politolo (definito da Di Battista: “assolutamente eccezionale”)  Norman Finkelstein e proviamo a comprendere  realmente chi è questo signore. 

Politologo e attivista statunitense, figlio di due sopravvissuti ai campi di concentramento: il padre fu recluso ad Auschwitz e la madre prigioniera nel campo di concentramento di Majdanek, entrambi partigiani (in yiddish: partizaner) durante la rivolta del ghetto di Varsavia del 1943.

Se provate a leggere i suoi scritti, comprenderete come tutta la sua carriera è stata segnata da una feroce critica alle politiche dello Stato di Israele e da ciò che egli stesso definì “l’uso strumentale della memoria dell’Olocausto“.

A proposito dello Stato d’Israele, l’accusa di apartheid che egli lancio fu di “Stato Suprematista Ebraico” (Jewish supremacist state), tanto che le sue affermazioni lo condussero a esser etichettato come “psicopatico“. Ciò avvenne in quanto, nel 2023 – a seguito dell’attacco a sorpresa del 7 ottobre via terra, mare e aria contro il territorio israeliano – egli si schierò a favore del gruppo terrorista.

L’attacco – come ben sappiamo – incluse il lancio di migliaia di razzi e l’infiltrazione di combattenti armati che presero di mira basi militari, kibbutz e un festival musicale. Il bilancio finale fu di circa 1.200 persone uccise e oltre 250 prese in ostaggio e portate nella Striscia di Gaza.

In risposta all’attacco, il governo israeliano dichiarò ufficialmente lo “stato di guerra” e alcuni giorni più tardi venne lanciata l’operazione “Spade di Ferro“, dando inizio a una vasta campagna di bombardamenti aerei su Gaza e alla distruzione totale di tutta l’area.

In quel periodo  lo scrittore Douglas Murray definì Finkelstein “sociopatico e psicopatico” per aver pensato di paragonare Gaza ad uno dei “campi di concentramento nazisti” e soprattutto per aver definito “eroico” l’attacco del 7 ottobre. 

Per molti, Finkelstein non è visto come una persona del tutto sana. Egli passa infatti da accusatore – definisce Israele uno stato “criminale” o di “apartheid” – ad accusato, e questo persino da parte dei suoi sostenitori, i quali giudicano moralmente “malate” le sue analogie storiche estreme.

D’altronde, se leggete il suo libro più famoso “L’industria dell’Olocausto”, egli sostiene che le “élite ebraiche americane e israeliane”, abbiano strumentalizzato la Shoah come un’arma ideologica per estorcere immunità diplomatica per Israele e risarcimenti economici sproporzionati, a discapito dei veri sopravvissuti.

Su quest’ultimo punto, lasciate che nel mio prossimo post aggiunga una precisazione geopolitica fondamentale. Proverò difatti a ricostruire, sulla base dei fatti storici (seppur attraverso la mia personale lente interpretativa), ciò che realmente accadde in quel periodo, ed in quell’area cruciale del Medio Oriente.

Continuando quindi con Finkelstein; egli accusa apertamente Israele di praticare l’apartheid, tuttavia, commette un’infrazione retorica molto contestata (il sottoscritto, ad esempio, condivide questo disappunto ed è una circostanza che proverò a motivare meglio nelle mie considerazioni finali) e cioè, quella di paragonare le sofferenze dei palestinesi (checkpoint, assedi, umiliazioni quotidiane…) a quelle patite dagli ebrei sotto i nazisti. Molti – inclusi altri ebrei – considerano questo parallelismo, di fatto, una banalizzazione della Shoah.

Finkelstein ha poi aggiunto in maniera quasi irriverente, che i negazionisti dell’Olocausto dovrebbero essere ascoltati nelle università («sì… per meglio vaccinare gli studenti»), elogiando tra l’altro lo storico scrittore e saggista inglese David John Cawdell Irving, noto per i suoi libri di argomento storico sulla Seconda Guerra Mondiale e la Germania nazista. Circostanza, quest’ultima, che gli fece perdere la cattedra alla DePaul University, dopo una lunga battaglia legale con l’Avv. Alan Dershowitz.

Per essere precisi, seppur Irving negli anni ’60 e ’70 fu considerato un ricercatore meticoloso e un conoscitore della documentazione tedesca dell’epoca (il suo primo libro del 1962, “Apocalisse 1945 – La distruzione di Dresda” del 1963, fu un bestseller internazionale), a partire dagli anni ’80 iniziò a sostenere pubblicamente delle tesi negazioniste alquanto irreali, tra cui:

  • La negazione delle camere a gas: Affermò che non esistevano camere a gas funzionanti ad Auschwitz, definendole una “favola”.
  • “Hitler non sapeva”: Sostenne la tesi falsa e infondata che Adolf Hitler non avesse conoscenza dell’Olocausto e che non avesse ordinato lo sterminio degli ebrei.

Tanto che nel 2000, il giudice britannico Charles Gray emise una sentenza devastante di 355 pagine, stabilendo che: 

Irving era un “negazionista attivo dell’Olocausto, antisemita e razzista” .

Aveva “persistentemente e deliberatamente travisato e manipolato le prove storiche” per motivi ideologici .

Le sue opere distorcevano la storia per dipingere Hitler in una luce favorevole .

E così Irving perse la causa, finì in bancarotta, dovendo pagare circa 2/3 milioni di sterline di spese legali e la sua reputazione di storico fu definitivamente distrutta! Ma non solo, ha dovuto scontare una condanna detentiva di 13 mesi in Austria – dove negare l’Olocausto è un reato penale – ed infine, gli è stato vietato l’ingresso in paesi come Germania, Canada, Australia e Nuova Zelanda!

Auspico quindi che i miei lettori abbiano compreso meglio i motivi per cui Finkelstein – “l’assolutamente eccezionale” Finkelstein – elogiava Irving, valutandolo, per l’appunto, “un bravo storico“. Sì, perché era proprio grazie a quelle tesi di Irving che Finkelstein poteva giustificarsi e far valere la propria posizione: una difesa della libertà accademica e del diritto al dibattito, anche su posizioni scomode e aggiungerei false. In effetti, sono rimasti in pochi a condividere quella sua posizione controversa che tanto gli ha fatto perdere consensi, anche tra coloro che inizialmente condividevano le sue critiche su Israele.

Mi scuso ora con i miei lettori. Credevo, in questo secondo post, di concludere l’argomento, ma avendo i nostri due interlocutori (Ovadia – Di Battista) ampliato il discorso con il concetto di “ritessitura dell’infranto” attraverso il pensiero di Hannah Arendt e Anna Foa, sono ora costretto a fermarmi per non stancarvi con la lettura. 

Proseguirò domani.

Fine seconda parte.