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Quattro libri, un’allodola e il coraggio di non sapere…


E così in questi giorni, mi sono ritrovato con questi quattro titoli sul mio tavolo, che sembrano quasi volersi prendere gioco di me. 

Chiedetevi sempre perché”, dice Piero Angela, semplice, no? Eppure, se ci facciamo caso, è la domanda che oggi manca più di tutte. Perché i giovani, quelli che incontro, quelli che leggo nei messaggi e nei silenzi dei social, hanno smesso quasi del tutto di chiedersi il perché. 

Non per pigrizia, attenzione: per saturazione. Già… vivono in un mondo dove le risposte arrivano prima delle domande, in pillole da dieci secondi, in video che si incollano l’uno all’altro come un fiume senza argini. E allora il “perché” diventa superfluo, perché tanto c’è già una spiegazione pronta, confezionata, magari assurda ma rassicurante nella sua semplicità. È l’opposto del metodo scientifico, quello che Piero Angela ci raccontava con la pazienza di chi sa che dubitare è l’unico modo serio di avvicinarsi alla verità. Ma oggi dubitare richiede tempo, e il tempo è la merce più scarsa.

Ecco allora che arriva Carlo Rovelli a scombinare le cose, con quel suo “Sull’uguaglianza di tutte le cose”. Splendido titolo, pericoloso se frainteso. Perché Rovelli non sta dicendo che un mattone vale un’idea o che un tweet vale una dimostrazione matematica. Sta parlando di qualcosa di più sottile: che nella fisica, come nella vita, nessun punto di vista è privilegiato, nessuna verità assoluta siede sul trono senza doversi confrontare con le altre. Eppure, guarda cosa ne sta facendo la nostra epoca: dell’uguaglianza dei punti di vista si è costruita una trappola perfetta. Se tutte le opinioni sono uguali, allora anche la Terra piatta vale quanto la gravità, e un complotto sui vaccini pesa quanto cent’anni di immunologia. I social non fanno che ingrassare di questa roba: specchietti per allodole, teorie che girano su sé stesse, mai verificate, mai falsificabili. E i giovani dentro, senza accorgersi che il dubbio non è più l’inizio della ricerca ma l’arma per distruggere qualsiasi certezza, anche quelle fondate.

Ma attenzione, perché Paolo Bananti con “La nuova logica del dominio” ci ricorda che questa confusione non è affatto casuale. C’è qualcuno che guadagna da questo disordine. Chi? Quelli che sanno che una popolazione che non distingue più i fatti dalle favole è una popolazione docile, facilmente orientabile, facilmente impaurita. La nuova logica del dominio non ha bisogno di carri armati o di censure palesi: le basta inondare il flusso di informazioni spurie, creare un rumore di fondo così assordante che alla fine ci si dimentica persino che esiste un metodo per distinguere il vero dal falso. E i giovani, senza saperlo, diventano consumatori di incertezza, addict della prossima rivelazione choc, quella che “loro non vogliono farti sapere”. Ma chi è questo “loro”? Chissà… forse il riflesso della nostra stessa rinuncia a chiedere “perché?”.

Eppure, in mezzo a questo caos, Byung-Chul Han osa parlare di Dio. E non in punta di piedi, ma dialogando con Simone Weil, una donna che ha vissuto sulla propria pelle la contraddizione tra la sofferenza del mondo e la ricerca dell’assoluto. “Parlare di Dio” oggi sembra quasi un gesto fuori tempo massimo, o peggio, un’arma di polarizzazione: o sei credente o sei ateo, o stai con noi o contro di noi. Ma Han suggerisce un’altra strada, più antica e insieme più nuova: tornare a un rapporto con il divino che non sia verticale, autoritario, distante, ma orizzontale, diffuso, quasi pagano. E intendo il paganesimo non come superstizione, ma come quella mentalità sincretista che non aveva bisogno di escludere per credere. Un dio nel ruscello, un dio nel vento, un dio nel volto dell’altro. Una sacralità che non compete con la scienza perché opera su un altro piano, quello del senso, non quello della causa.

Immagina per un momento. Se i giovani ritrovassero non una verità rivelata, ma la capacità di stupirsi della complessità del reale, forse smetterebbero di cercare risposte facili nei complotti. Forse capirebbero che la fisica di Rovelli e la spiritualità di Weil non si combattono: si guardano. Perché la meraviglia di fronte all’universo è la stessa che apre la porta al sacro. Non un Dio giudice, ma un Dio connessione. Un ritorno alle radici naturali del sacro, dove la molteplicità delle vie non è un problema ma una ricchezza. Dove il metodo scientifico ti insegna a non prendere granchi per verità, e la ricerca interiore ti insegna a non ridurre la vita a un algoritmo.

Allora, alla fine di questo giro, forse la sfida è semplice e impossibile insieme: insegnare ai giovani a convivere con le domande senza fuggire nelle risposte facili. Aiutarli a distinguere il dubbio fecondo (quello di Piero Angela) dal dubbio distruttivo (quello dei negazionisti). E poi, con pazienza, riscoprire che l’uguaglianza di tutte le cose non significa che ogni opinione vale l’altra, ma che ogni frammento di realtà merita rispetto e attenzione. Perché la nuova logica del dominio non vince con la forza, ma con la stanchezza. E l’unica via per uscirne è ritrovare la forza di chiedersi sempre “perché”, e magari, nel silenzio che segue, ascoltare qualcosa che assomiglia a una risposta antica e nuova come il mondo: il divino non è lontano, è nel modo in cui la luce cade su una foglia, o in come un ragazzo ritrova il coraggio di dire “non so, ma voglio capire”. 

E questo, mio caro lettore, è già un inizio…