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Il copione è sempre lo stesso. Ieri l’ho scritto, ed ora Barbagallo lo conferma – “Ragusa-Catania”, l’ennesimo atto.


In questi giorni ho scritto alcuni post sull’argomento, mettendo nero su bianco la sensazione di nausea che prende quando si osserva questo meccanismo: le grandi opere che diventano palcoscenico, i lavoratori lasciati a secco, le piccole imprese che attendono invano i pagamenti.

Ed ecco che, puntuale come la cronaca, è arrivata la scena successiva.

Anthony Barbagallo denuncia lo stallo sul “lotto 3” della Ragusa-Catania. Operai in sciopero. Stipendi non pagati da novembre. Un’opera strategica, già finanziata, appaltata, di nuovo ferma.

Come avevo scritto, quanto accade non è un caso, non si tratta di una disgrazia occasionale: questo rappresenta – ormai da anni – il sistema che produce esattamente il risultato per cui è stato progettato.

Barbagallo parla del “codice degli appalti voluto da Salvini” e dei “subappalti a catena”. Io, viceversa, osservo da anni il risultato finale di quelle catene: chi sta all’ultimo anello viene semplicemente staccato e lasciato cadere!

Nel mio precedente post parlavo di “General contractor” che si aggiudicano gli appalti, avviano i cantieri, e poi, alla prima difficoltà, dichiarano crisi o, peggio ancora, passano il testimone in un gioco di scatole cinesi, solitamente ad altre imprese che hanno già dimostrato di presentare gli stessi problemi.

Ecco perché Barbagallo oggi chiede che le imprese sostituite lo siano solo tramite nuovo bando pubblico.

Perché è esattamente questo il punto. Perché oggi, in Italia, si può perdere una gara, essere inefficienti, e rimanere comunque dentro al sistema. Si cambia ragione sociale, si affitta un ramo d’azienda, si lascia il cerino acceso in mano ai creditori e ci si ripresenta alla prossima asta.

E chi paga? I lavoratori, che da novembre vivono di ansia e non di stipendio; le imprese locali, che hanno fornito inerti, cls, bitume, e che ora rischiano di fallire per un credito mai saldato.

Ma non solo: paga anche il territorio, sì… perché aspetta un’infrastruttura vitale e si ritrova, come sempre, con un cartello “cantiere sospeso” e le solite, abituali polemiche della politica.

Il segretario del Pd chiede un tavolo tecnico. Ritengo sia giusto, è doveroso. Ma io mi chiedo: quanti tavoli tecnici servono ancora prima di capire che il problema non è la mancanza di un confronto, ma l’assenza di responsabilità?

Allora mi viene spontaneo chiedere: se, come sempre accade, si procederà con il solito tavolo tecnico, che differenza c’è tra rispettare il contratto e non rispettarlo?

La sensazione, amara e persistente, è che la Sicilia venga utilizzata come una “landa di frontiera” del capitalismo italiano. Il posto dove si sperimentano i modelli finanziari più spregiudicati, dove i costi sociali si scaricano a valle, dove le regole si allentano perché tanto, alla fine, “c’è sempre qualcuno che protesta, ma nessuno che ferma davvero i cantieri”.

E invece i cantieri vanno fermati. Non i lavori: i cantieri fasulli!

Quelli dove si piantano le bandierine per incassare i primi stati di avanzamento e poi si abbandona tutto; quelli dove il cantiere è aperto giusto il tempo di far maturare i crediti verso lo Stato, che poi verranno ceduti, scontati, smaterializzati in operazioni finanziarie che non hanno più nulla a che fare con l’asfalto e il cemento.

La Ragusa-Catania non è solo un’opera. È un simbolo! E non do la colpa a questo attuale governo, ma a tutti quelli che per trent’anni si sono succeduti, prendendo migliaia e migliaia di preferenze, per stare seduti in quelle poltrone di Roma, senza fare mai un caz…

È il termometro di quanto questo Paese sia stato disposto a tollerare. E cioè: che il Sud è stato trattato come una succursale, sì… una periferia sacrificabile!

Barbagallo parla di “frutto amaro” e “indigesto”. Ha ragione. Ma attenzione… non è il sapore amaro di un frutto acerbo: è il sapore di un frutto marcio. E la putrefazione, si sa, parte sempre dall’interno!

O si interviene sul meccanismo – garanzie reali, responsabilità solidale a cascata, niente subentri senza trasparenza – oppure continuerò a dover scrivere lo stesso post tra due anni, su un altro lotto, con altri operai sotto il sole a brandire cartelli e con gli stessi mesi di stipendio non pagati.

Io quel post l’ho scritto, riscritto e scritto nuovamente. Oggi – ahimè – lo integro con la cronaca.

Ma ripeto: è una cronaca che conosciamo a memoria. E non credo sia più sopportabile.

Accumulazione e povertà: lo specchio di un’Italia in declino.


Già… la mia ultima riflessione su un’ingiustizia che non vedrò finire.

Miei cari lettori e lettrici, oggi voglio riflettere con voi su un meccanismo potente e silenzioso che plasma le nostre vite, spesso senza che nemmeno ce ne accorgiamo. 

Parlerò di un principio antico, ma più attuale che mai, che riguarda il modo in cui la ricchezza si muove e si concentra. 

Farò in modo di trattare l’argomento non attraverso teorie astratte, ma con ragionamenti concreti che toccano quotidianamente la nostra società, la stessa che vediamo scorrere proprio sotto i nostri occhi.

Pensate a come funziona il mondo quando si lascia guidare soltanto dalla logica del profitto. Chi possiede già capitale, ha la possibilità di farlo crescere, di accumularne ancora. È un circolo che si autoalimenta: più hai, più puoi ottenere. E così, a un polo della società, la ricchezza si ammassa, diventa torre d’avorio, diventa privilegio che genera altro privilegio, in un’esistenza fatta spesso di spreco e di distanza abissale dalla fatica della maggior parte dei miei connazionali.

Dall’altro lato, infatti, ci siamo noi, chi quella ricchezza la produce con il proprio lavoro! Eppure, paradossalmente, più il sistema cresce e più la sua condizione diventa precaria, insicura, soffocata. La miseria non è solo mancanza di soldi, è anche mancanza di futuro, è tormento del vivere quotidiano, è l’ansia di non farcela che ti divora. E questo non è un caso, non è una sfortuna. È la diretta conseguenza di quel meccanismo di accumulazione: per ogni tesoro che si concentra in poche mani, corrisponde un aumento di sofferenza e di privazione nella moltitudine.

Questo paese che proviamo ancora ad amare, si questa “Italia“, ne è la prova vivente. Siamo diventati lo specchio di questa legge spietata. Guardatevi attorno: la forbice tra chi ha tutto e chi non ha nulla si allarga ogni giorno di più. I nostri giovani più brillanti, quelli che potrebbero dare ali al futuro, vengono relegati in cantina, soffocati da una massa di incompetenti che avanzano solo grazie a raccomandazioni e favori. 

La scuola, la ricerca, la crescita intellettuale sono considerate un lusso, non una priorità. Siamo immersi in un disastro sociale e culturale che ci sta impoverendo nell’anima prima ancora che nel portafoglio.

E a chi giova tutto questo? A chi sta al vertice di quella piramide di ricchezza. E dietro le quinte, chi guida realmente il gioco? Sono le strategie di poteri forti, economici, finanziari e purtroppo anche militari, che non hanno bandiera italiana.

È chiaro a tutti chi dettano le regole del mondo oggi, ed è altrettanto chiaro che i governi che si sono succeduti, soprattutto quelli di un “certo” centro destra, hanno fatto poco più che aprire le porte a questi interessi, rendendoci un popolo sempre più ignorante e sottomesso. Hanno svenduto la nostra autonomia, il nostro pensiero critico, il nostro diritto a un destino diverso.

La verità è amara, ma va guardata in faccia! Non ci salveranno le mezze misure, i riformismi tiepidi, i compromessi con chi questo sistema lo gestisce. Questa macchina produce disuguaglianza per sua stessa natura!

L’unica via per spezzare questa maledizione che vede i ricchi diventare sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri è cambiare radicalmente le regole del gioco. Dobbiamo avere il coraggio di immaginare una società diversa, dove la ricchezza prodotta da tutti sia davvero di tutti, dove il lavoro non sia una condanna ma un contributo a una comunità giusta e solidale.

Solo allora potremo dire di aver costruito qualcosa di degno per i nostri figli. Solo allora potremo tornare a respirare la libertà. Mi dispiace solo che quando ciò accadrà… io non ci sarò più!

Larry Fink: il filosofo del capitalismo che investe in tutto e il contrario di tutto – Seconda Parte

Per capire quindi BlackRock, dobbiamo guardare alla figura che ne è il volto e la mente: il suo fondatore e CEO, Larry Fink.

Già, la sua storia personale rappresenta difatti la chiave per interpretare le apparenti contraddizioni di quella sua società.

Sembra che un enorme errore finanziario, commesso da giovane, lo rese ossessionato dal rischio, sì, un’ossessione che ha plasmato la cultura di “BlackRock”, trasformandola nel pilastro di stabilità che è diventata oggi.

Ma Larry Fink è molto più di un manager; sì, potremmo definirlo un filosofo del capitalismo moderno.

Le sue lettere annuali ai CEO di tutto il mondo sono attese come documenti programmatici che lanciano grandi tendenze, mi riferisco all’importanza della sostenibilità (ESG) e al futuro delle criptovalute.

Ed è qui che nasce il paradosso più intrigante. Fink è il grande promotore di un capitalismo responsabile e con uno scopo sociale, eppure la sua società, BlackRock, rimane ahimè il più grande investitore al mondo in compagnie di combustibili fossili e soprattutto uno dei principali finanziatori dell’industria bellica.

Certo, leggendo ora quanto sopra, molti di voi si stanno chiedendo se questo comportamento non possa paragonarsi a un’ipocrisia, ma la verità è che esso è lo specchio di una missione duplice: da un lato spingere per un cambiamento a lungo termine, dall’altro adempiere al mandato primario di generare rendimenti per quella sua clientela, non solo vastissima, ma certamente con obiettivi diversi.

Ma non solo, il suo potere si misura anche nella fiducia che molte istituzioni gli ripongono. Ad esempio, durante le crisi, dai subprime del 2008 al crack bancario del 2023, sono state la Federal Reserve e i governi a chiamare BlackRock per gestire le operazioni più delicate, affidando a essa, già, attore privato, compiti di stabilizzazione pubblica.

Ecco perché Fink siede ai tavoli del “World Economic Forum” e incontra regolarmente i leader di tutto il mondo, un accesso certamente privilegiato che gli permette di plasmare il dibattito economico globale.

E allora ritengo che la questione più importante non è se un uomo d’affari stia tessendo da tempo una delle più grandi cospirazioni mondiali, bensì se noi, come società, siamo diventati “comfortable”, e cioè che un numero sempre più ristretto di attori privati, per quanto potremmo definire “illuminati”, detengano un’influenza così profonda, sia sulla stabilità economica, che sulle scelte etiche del nostro futuro.

Per cui la vera sfida non sta nel comprendere cosa sia BlackRock e cosa si celi dietro le manovre di Larry Fink, bensì cosa possiamo fare noi, come cittadini e investitori, per avere una maggiore trasparenza e soprattutto coerenza, usando quindi quel po’ che ci resta come potere per orientare il sistema verso una direzione che rifletta davvero i nostri valori, senza quindi dover ancora dipendere da scelte più o meno giuste, ma certamente di altri.

Una stretta di mano… tra gente d'onore!!!

Il presidente dell’Antimafia Pisanu ha dichiarato…, ma quale trattativa… soltanto una parziale intesa tra lo Stato e “cosa nostra”….
Ahhhh…, come….  ho sentito bene…. ?????
Le nuove affermazioni del Presidente della Commissione Antimafia B. Pisanu, nel ricordare il periodo stragista,  dichiara che non fu una vera e propria trattativa… ( e no certo…, non si poteva mica contrattare attraverso carte bollate o davanti ad un notaio), ovviamente la serie di colloqui e discussioni preliminari, che hanno poi condotto alla conclusione di una contrattazione, non poteva  svolgersi in maniera palese e con il tacito accordo scritto tra le parti…
Chiamiamola soltanto un’intesa…, loro non mettono più le bombe e lo Stato migliora la condizione dei detenuti e del cosiddetto 41bis…
E’ certo, non si poteva mica continuare così, con i nostri magistrati che saltavano in aria e poi chi sarebbe stato il prossimo…, ancora un magistrato o forse chissà qualche politico???
Comunque, si sono parlati, si… senza alcun mandato ufficiale…, ovviamente nessuna delle due parti, poteva delegare, per nome e per conto proprio, un rappresentante ( non certo diplomatico… ) o una delegazione, che avrebbe dovuto esternare i punti della cosiddetta trattativa….
Ognuno di essi, diciamo che era senza un mandato ufficiale, così uomini dello Stato, senza alcun motivo personale, soltanto per spirito d’iniziativa, si sono trasformati in nuovi Rambo, verso la missione della vita…, agenti di una Patria, che non riconoscerà loro  meriti e medaglie…
Ma alla fine quindi, il famoso papello… fu firmato oppure no??? e chi fu questo uomo dello Stato ( con mandato e/o senza mandato ) da potersi permettere di  mediare con la più potente società criminale nel mondo, da venire accettato dalla contro parte, quale garante delle Istituzioni…, doveva essere qualcuno di veramente importante, non certo un pinco-pallino, qualcuno che poi, riportando a chi di dovere gli accordi della transazione, veniva ovviamente ascoltato, adottando quanto necessario perché l’accordo venisse quindi mantenuto…
Comunque in definitiva, a differenza di quanto finora detto, un’accordo c’è stato e qualcuno si è piegato alle volontà dell’altro…, dando così inizio a quelle nuove collaborazioni, che si sono poi sviluppate prima nella politica e successivamente nell’economia e nel sociale…, certo una vera vergogna, pensando a coloro che per questo Stato, hanno dato la propria vita…
Oggi mi viene il dubbio o almeno il sospetto, che quanto dichiarato dai nostri Vertici Istituzionali del tempo, forse non era proprio vero… e che qualcosa su quella trattativa era trapelato…
Abbiamo sentito proprio in questi giorni, nella trasmissione di Santoro come l’ex Procuratore Ingroia, ha raccontato in diretta, una parte fondamentale di quel periodo e di come qualcuno si salvò al posto di qualcun’altro… ( http://youtu.be/8onNFYg5UpM )
Volerci indurre a credere che dietro le stragi, ci sia stato soltanto “cosa nostra” e quanto si è cercato di fare in tutti questi anni, per nascondere la vera intenzione di coloro ( uomini deviati dello stato, politici corrotti, nuove forze emergenti, loggie o massonerie, agenzie estere…) che hanno permesso alla mafia, di potersi eclissare, insabbiando quanto svolto, celando gli uomini con cui avevano mediato, dissimulando ed offuscando i propri tentacoli in altre attività, non più rette dalla forza delle armi, ma da quelle connivenze  territoriali, politiche ed economiche, che le hanno permesso di crescere e di ricostruire la propria organizzazione…
Qualcosa, si è vero sta cambiando, ma siamo ben lontani da poter dire che questo nostro Stato sia oggi in grado di poter infliggere un duro colpo a questa organizzazione, anche e soprattutto perché, non bisogna mai dimenticare che la mafia non rappresenta la causa prima dei mali della nostra Sicilia, ma semmai, sono i mali della nostra Regione, e cioè, la disoccupazione, la povertà, la dispersione scolastica, i mancati investimenti, il controllo del territorio, lo sfruttamento, la malasanità, il lavoro nero, l’analfabetismo, le politiche di sviluppo inadatte ed errate nell’industria, nell’agricoltura e nel turismo, tutti problemi strutturali, creati a tavolino, da quel capitalismo politico e partitocratico che è finalizzato soltanto agli interessi del Nord.