
E così, mentre i lavori del ponte non sono ancora iniziati – anzi, in molti dicono che non inizieranno mai – le tangenti, guarda un po’… sono partite da un pezzo!
Già, perché c’è una sorta di legge non scritta in questo Paese: quando si parla di grandi opere, il cantiere dei reati apre sempre prima di quello vero. E l’ultima inchiesta che arriva da Roma non fa che confermare un sospetto che, tra noi, avevamo già da tempo.
Pare che alcuni soggetti nei mesi scorsi, abbiano cercato di corrompere non uno, ma addirittura due magistrati contabili. Gente che avrebbe dovuto vigilare, e che invece è stata avvicinata con quella proverbiale disinvoltura che contraddistingue chi si sente protetto, già… da chissà quali scudi.
Il tentativo, per fortuna, è fallito: quei due giudici non hanno abboccato, hanno rifiutato inviti e promesse. Ma è il metodo che fa riflettere, quello stesso meccanismo già sperimentato con un altro ex magistrato, al quale sarebbero state offerte cariche future in cambio di informazioni riservate sull’andamento della procedura. Un’alleanza basata sullo scambio: tu mi tieni aggiornato sugli umori dei colleghi, sulle spaccature interne, su chi vota come, e io ti garantisco un approdo dorato dopo la pensione.
Le intercettazioni, poi, sono di una trasparenza quasi imbarazzante. Si sente uno degli indagati raccontare all’altro le confidenze ricevute: che c’è stata una frattura pazzesca, che qualcuno se n’è andato per non votare. E nello stesso tempo, dall’altra parte, il magistrato contatta l’imprenditore per spiegargli perché ha evitato una manifestazione pubblica. Non voleva trovarsi in difficoltà, dice, di fronte alle domande dei giornalisti. Perché lui, a differenza di quei deficienti dei suoi colleghi, la pensava diversamente. Ma come poteva dirlo apertamente, senza creare una crisi istituzionale? Così ha scelto il silenzio, o meglio, ha scelto il canale privato, la confidenza, il favoreggiamento discreto.
I rapporti, a questo punto, diventano così stretti che il magistrato si rivolge al suo interlocutore persino per trovare un architetto di fiducia, qualcuno che gli faccia un preventivo meno caro per sistemare le case dei figli. Un dettaglio quasi grottesco, se non fosse che racconta meglio di qualsiasi relazione l’intimità di un legame che ormai ha valicato ogni confine tra potere pubblico e interesse privato.
E ora i carabinieri hanno sequestrato computer, cellulari, documenti. Si cercherà di ricostruire tutto, filo per filo. Ma al di là dei nomi e delle singole responsabilità, a me resta impressa una sensazione amara, quella che da anni accompagno quando scrivo di questa storia.
Perché il ponte, ce lo ricordiamo, doveva essere il simbolo della rinascita del Sud, il collante tra due sponde, la risposta a decenni di abbandono, invece, puntualmente, si trasforma nella vetrina di un sistema di potere che unisce politica, affari e, talvolta, anche giustizia, in un intreccio opaco e autoalimentato.
Qualcuno, nei giorni scorsi, ha detto che la giustizia deve fare il suo corso ma il progetto deve andare avanti. Non si deve strumentalizzare, si dice. Ecco, io invece credo che sia proprio il contrario: è solo facendo i conti con queste crepe profonde – con questi tentativi di corruzione, con questi segreti di ufficio trasformati in merce di scambio – che si può capire se un’opera è davvero nell’interesse di tutti o soltanto nell’interesse di pochi.
Perché finché i cantieri restano chiusi ma le trame sono già aperte, il sospetto che il ponte non sia stato pensato per unire uno Stato, bensì… per unire due sponde di affari, ecco, quel sospetto diventa ogni giorno più difficile da ignorare.