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La sottile arte della dignità professionale: perché non ho mai chiesto un permesso.


Nel rileggere il mio post di ieri, ho deciso stamani di affrontare una questione apparentemente semplice, già… una sottigliezza che avevo lasciato nel testo pubblicato e che ora sento il bisogno di voler chiarire, perché racchiude in sé un principio che per me è fondamentale. 

Avevo scritto, parlando della comodità degli esami del sabato al Policlinico, di aver evitato di dovermi “costringere a prendere permessi dal lavoro nei giorni feriali”. Ecco, è proprio su questo punto che voglio soffermarmi.

Nel corso della mia vita, infatti, non ho mai chiesto un’ora o un giorno di permesso durante l’orario lavorativo – fatta eccezione per le citazioni (in qualità di teste) delle autorità giudiziarie – per una questione di dignità personale e di profondo rispetto per gli incarichi professionali che ho ricoperto. 

Vorrei altresì precisare come nel corso degli anni, mi è sempre stato concesso, questo lo riconosco, di prendermi il tempo necessario senza che nessuno mi opponesse un rifiuto, e senza che io avessi mai bisogno di giustificarmi oltre misura. Ma era una possibilità che sceglievo di non esercitare, se non per reali necessità, ad esempio un lutto familiare.

Perché quando si lavora con dedizione, quando la propria presenza è costante e la qualità del proprio operato è evidente, si instaura un rapporto di fiducia reciproca. È molto difficile, allora, che un datore di lavoro serio, preparato, competente, allontani da sé un dipendente che dia così tanto. E se qualcuno lo fa, spesso la ragione prima non sta nel dipendente, ma nella sua stessa incompetenza!

Nei miei trentacinque anni di esperienza, ho visto poche volte questo meccanismo innescarsi, ma quando è accaduto è stato istruttivo. All’inizio della mia carriera, dissi a un titolare che la sua impresa sarebbe durata “da Natale a Santo Stefano”, e che di lì a tre anni non sarebbe rimasta neppure traccia del suo nome. Non ebbi modo di gioirne, purtroppo: in meno di due anni, quell’azienda era già nel baratro e di lui si perse ogni orma… 

Ci sono stati casi in cui chi amministrava era stato posto lì non per merito, ma per servire come una “testa di legno”. Queste figure, prive di capacità personali e professionali, di fronte a un collaboratore preparato che non si sottomette, si sentono sminuiti. E così ricorrono all’unico atto di forza in loro possesso: l’allontanamento. Credono così facendo di affermare la propria autorità. Di uno di questi, seppi anni dopo che era stato colpito da un provvedimento interdittivo e che oggi fa l’autista. A pensarci, viene in mente il monito di mio nonno, Cavaliere del Lavoro insignito da Aldo Moro, che teneva in ufficio una massima: “Siete tutti importanti, nessuno indispensabile”.

Il tempo, si sa, è un giudice imparziale. Ho visto la fine di alcuni di questi presunti grandi imprenditori: attività chiuse, dimenticate, o finite sotto la lente dell’autorità giudiziaria. Su quest’ultimo punto, devo però fare una precisazione, perché l’ho vissuta in prima persona: a volte, il danno maggiore non lo fanno i magistrati, ma certi amministratori giudiziari posti a garantire la continuità aziendale. Quando vengono scelti per ragioni diverse dalle loro capacità, il fallimento è assicurato. È l’altra faccia della stessa medaglia. E di certi procedimenti ancora in corso o che si stanno per concretizzare, auspico solo che trovino al più presto la giusta evidenza, sì… nelle sedi opportune.

Ah, dimenticavo. C’è un ultimo motivo per cui un datore di lavoro può decidere di mandarti a casa. Ha a che fare con la “legalità”, o meglio, con la sua assenza. Quando si chiede a un dipendente di mettere in pratica azioni che non rispettano le normative, e quel dipendente, poco incline a sottomettersi o ad assumersi responsabilità che sconfinano nel penale, si rifiuta, lasciando quei rischi su chi l’impresa la rappresenta davvero, beh, quella è un’altra storia, sì… una storia che ha bisogno di più tempo per essere raccontata, e che mi riprometto di condividere appena possibile.

Tutto questo, vedete, nasce da una semplice frase sulla comodità di fare gli esami clinici di sabato. Ma in quella scelta c’è il rispetto per il mio tempo, per il mio lavoro, e per quella dignità professionale che non si misura in permessi chiesti, ma nella serietà con cui si onora il proprio ruolo, ogni singolo giorno feriale. 

È una sottigliezza, forse. Ma è da queste sottigliezze che si costruisce una carriera, e si misura il carattere di un uomo, tanto da poter essere qui a scriverlo, senza che vi sia nessuno che possa contraddirmi!

COSEDIL Spa: Il problema non sono i 29 giorni per ottenere il permesso di costruire, bensì la media di 800 giorni finora…


Ho letto in questi giorni un articolo su “Il Fatto Quotidiano“, una delle poche testate che ancora leggo, non per fedeltà incondizionata, ma perché almeno tenta di non arrendersi al copione condiviso.

Le altre testate ormai, sono troppo allineate ai voleri degli editori o dei palazzi della politica, e quindi da tempo, le ho lasciate indietro senza alcun rimpianto…

Eppure, stavolta non mi trovo d’accordo, già… con l’impostazione scelta: non tanto per i fatti riportati – chiedo scusa sin da ora all’autore, se ho frainteso – quanto per il sottinteso che accompagna il racconto: come se una pratica conclusa in tempi umani non potesse che nascondere qualcosa di storto o una scorciatoia illegittima dietro la vicenda della COSEDIL Spa.

Il punto per me non è se quella società abbia ottenuto un permesso in 29 giorni – un tempo che, sì, fa sobbalzare chi conosce bene i tempi biblici della burocrazia edilizia italiana – ma piuttosto perché, per ottenere un permesso c’è bisogno di otto mesi, due anni, una vita intera, tra attese, solleciti, correzioni e ahimè silenzi?.

Il vero interrogativo non è dunque chi è stato bravo oppure ha saputo correre più veloce, ma perché tutti gli altri sono costretti a camminare con i piedi nel cemento fresco. Ecco la vera domanda da porsi è: quali ingranaggi si inceppano, dove si annidano le inefficienze, chi ha interesse a lasciarle lì, e soprattutto, cosa potremmo fare, domani, se davvero volessimo svecchiare un sistema che non rallenta lo sviluppo per difetto, ma lo paralizza per scelta.

Condivido, senza riserve, le parole dell’Ing. Gaetano Vecchio, uno dei titolari dell’azienda – e lo dico con la massima trasparenza, visto che qualcuno potrebbe insinuare retroscena personali: non conosco l’ingegnere né di vista, né in cantiere, neppure per lontana fama professionale. In 35 anni di direzione tecnica, trascorsi quasi interamente fuori dalla Sicilia – per scelta, per lavoro, per necessità – non ci siamo mai incrociati. Solo da un anno e mezzo sono tornato qui, in questa terra che amo con tutte le sue contraddizioni, eppure sempre – come dimostrano con i fatti le mie denunce – con gli occhi aperti.

L’articolo in questione, scritto con cura e rigore da un giornalista che stimo e con cui ho avuto modo di confrontarmi più volte, racconta di un intervento edilizio rilevante – oltre 8000 metri quadri – per il quale il permesso è arrivato in meno di un mese. E qui sorge la domanda inevitabile: se i documenti sono stati depositati in perfetta regola – progetti conformi, relazioni tecniche a norma, pagamenti effettuati, pareri acquisiti, vincoli verificati – perché mai dovremmo sospettare di un iter celere? Non è forse il segnale che qualcosa, da qualche parte, funziona?

Mi vien da dire che forse, invece di cercare ombre, dovremmo applaudire l’amministrazione di Acireale, capace di esaminare una pratica complessa con tempestività, chiarezza e competenza, virtù non così rare quanto si fa credere, ma certamente non diffuse come dovrebbero.

Basti guardare alcuni comuni del Nord, quelli che la retorica giornalistica spesso indica come “esemplari”, per scoprire che sì, anche lì certe pratiche vengono chiuse in 25/30 giorni e nessuno alza un sopracciglio, perché lì la velocità non è sospetta, è normale.

Ecco, qui casca l’asino: la retorica del “Sud corrotto, Nord efficiente” è un automatismo pigro, e soprattutto falso. Ho trascorso metà della mia vita tra Piemonte, Lombardia, Emilia, Toscana, e posso dirlo con cognizione di causa: il malaffare non ha coordinate geografiche, la burocrazia punitiva non è una specialità regionale, gli interessi incrociati non rispettano confini amministrativi. “Tutto il mondo è paese” non è un modo di dire per rassegnarsi, ma un invito a smettere di demonizzare un luogo solo perché ci fa comodo pensare che altrove sia tutto diverso.

La COSEDIL ha fatto una scelta razionale: investire dove le condizioni lo consentono, e minacciare di spostarsi altrove se quelle condizioni vengono meno. Non è un ricatto, è il mercato, crudo, vero, disarmante. E se questa minaccia costringe un’amministrazione a fare il proprio dovere in tempi umani, forse non dovremmo lamentarci, ma chiederci perché non accada sempre così: perché non si faccia sistema, perché non si trasformi quell’eccezione in regola.

Perché ogni permesso rilasciato in tempi decenti non è un favore a qualcuno, ma un atto di giustizia verso tutti. È un segnale per chi crede ancora nel fare, per chi vorrebbe costruire, assumere, progettare, e invece si sente dire “aspetti”, “vediamo”, “forse”, “non ora”. È un colpo al cuore di chi, come me, ha scelto di girare il mondo pur di non rimanere impantanato nel limbo delle carte bollate – non per sfuggire alla legalità, ma per inseguire la possibilità di lavorare dentro una legalità che non strangola, ma sostiene.

E allora sì, concludo riprendendo le parole dell’ingegner Vecchio – ripeto, non perché le condivido per cortesia, ma perché le sento come fossero mie: “Con tempi più lunghi avremmo spostato altrove l’iniziativa”.

Consentitemi di aggiungere su questo (straziante) punto che se fossimo onesti fino in fondo, dovremmo ammettere che, quando qualcuno se ne va per non attendere l’eternità, non è lui a tradire il territorio: è il territorio che ha già tradito lui.

Lo so bene, non per teoria, ma per esperienza diretta – e dolorosamente familiare. Le mie due figlie, entrambe laureate – una a Milano, l’altra a Perugia – non hanno scelto di restare lontano per vocazione nomade, né per ambizione smisurata. Semplicemente, qui non hanno trovato un sentiero percorribile: non un rifiuto esplicito, ma un’assenza – di opportunità chiare, di procedure trasparenti, di segnali che dicessero: qui puoi costruirti un domani senza dover prima scavarti una trincea nella burocrazia. E così se ne sono andate, non con rancore, ma con quella lucida rassegnazione che nasce quando capisci che il tuo impegno, da solo, non basta.

Non le giudico, anzi le ammiro, e ogni volta che sento parlare di “fuga dei cervelli” come se fosse un fenomeno naturale, inevitabile, quasi geologico – mi vien da chiedere: e se invece fosse solo la conseguenza logica di un sistema che premia chi aspetta in silenzio, e punisce chi prova a camminare?