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REFERENDUM: La giustizia che saremo chiamati a scegliere.


Buongiorno, vorrei provare oggi a mettere un po’ di ordine su una questione che tra qualche giorno ci chiamerà tutti a fare una scelta.

Prima di farlo però, allego al post un’immagine di un murales, con una frase di Giovanni Falcone: “Ci accorgeremo che la mafia è entrata nelle istituzioni quando le stesse attaccheranno la magistratura“. Una frase forte che sembra giungere al momento giusto, già, da chi ha pagato con la vita per ciò che diceva.

E poi ho ricollegato quel pensiero a quanto, il 22 e 23 marzo, saremo chiamati a fare: votare per un referendum che riguarda proprio la magistratura, il suo rapporto con le istituzioni e il suo equilibrio interno. E allora quella frase, in questa vigilia, pesa diversamente. Non come un avvertimento generico, ma come una domanda che ci portiamo dentro mentre proviamo a districare cosa cambierebbe, davvero, se dovesse vincere il Sì o il No.

In quei due giorni saremo chiamati a votare su una riforma della giustizia voluta dal governo e, come spesso accade, ogni volta che mi trovo di fronte a un appuntamento del genere, mi fermo e mi chiedo: ma cosa significa davvero, nella vita di tutti i giorni, tutto questo?

Intanto, forse è bene ricordare che si tratta di un referendum confermativo. Vuol dire che la legge è già stata approvata dal Parlamento, ma non avendo raggiunto quella maggioranza dei due terzi che in Italia serve per modificare la Costituzione senza passare dal voto popolare, ora tocca a noi. Non c’è un quorum da raggiungere, quindi qualunque sia l’affluenza, il risultato sarà valido. Se vince il Sì, la riforma entra in vigore. Se vince il No, tutto rimane come è. Sembra semplice, ma dentro questa semplificazione si nasconde una complessità che forse vale la pena provare a districare.

Il punto centrale, il cuore di tutto, è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Oggi, chi entra in magistratura può, nel corso della sua vita professionale, passare da un ruolo all’altro. Con la riforma, invece, si dovrebbe scegliere all’inizio: o si è giudici, o si è pm. E una volta fatta quella scelta, non si torna indietro.

Da una parte, chi sostiene il  dice che questo serve a garantire una maggiore terzietà del giudice, a rendere i processi più equi. Dall’altra, chi dice No fa notare che già oggi, con una riforma precedente, cambiare funzione è diventato un evento rarissimo: parliamo di meno di trenta magistrati su novemila all’anno. E allora, qualcuno si chiede: vale la pena cambiare la Costituzione per un fenomeno così piccolo?

Poi c’è la questione dei due Consigli superiori della magistratura. Oggi ne abbiamo uno solo, che si occupa di tutto. Domani, con il Sì, ne avremmo due distinti: uno per i giudici, uno per i pm. Sempre presieduti dal Presidente della Repubblica, sempre con membri scelti in parte per sorteggio. E anche qui, le posizioni si dividono. C’è chi vede nel sorteggio una possibilità per ridurre il peso delle correnti, per spezzare quelle dinamiche di potere che talvolta rendono la magistratura un mondo un po’ chiuso. E c’è chi teme che questo possa indebolire l’autogoverno, rendere la rappresentanza meno autentica.

E ancora: la nuova Alta Corte disciplinare. Quindici membri, in maggioranza magistrati, selezionati con un sistema che mescola estrazioni a sorte e nomine. Un tentativo, dicono i promotori, di rendere più trasparente e imparziale la gestione della disciplina. Ma anche qui, le voci contrarie avvertono che potrebbe essere un ulteriore passo verso una giustizia più frammentata, meno coesa.

In queste settimane la campagna referendaria è entrata nel vivo. La presidente del Consiglio ha già cominciato a spingere per il Sì, parlando di una riforma importante per modernizzare il Paese. Ma poi è capitato che un alto funzionario del ministero della Giustizia abbia usato parole pesanti come “plotoni di esecuzione” parlando della magistratura, e quelle parole hanno fatto discutere, hanno diviso, hanno portato la stessa presidente del Consiglio a prenderne le distanze. Ecco, forse anche questo ci dice qualcosa di quanto sia delicato e sfaccettato il tema.

I partiti, come sempre, si sono schierati. La maggioranza compatta per il Sì, i principali partiti di opposizione per il No, mentre altre forze politiche minori si dividono tra il sostegno alla riforma e la libertà di coscienza. Ma al di là degli schieramenti, quello che mi interessa è provare a capire cosa cambierebbe davvero, nel nostro rapporto con la giustizia, se dovesse vincere l’una o l’altra opzione.

Se vincesse il Sì, ci troveremmo con una magistratura divisa in due, con due organi di autogoverno distinti, con un nuovo tribunale disciplinare. E poi ci sarebbe un anno di tempo per scrivere le leggi che rendono tutto questo operativo. Se vincesse il No, resteremmo con il sistema attuale, con i suoi pregi ma anche con i suoi difetti: l’ingiustizia a volte perpetrata, in particolare quando osserviamo i ribaltamenti nei gradi di giudizio, la lentezza dei processi che ben conosciamo e soprattutto quel senso di distanza che talvolta si prova quando, per aver compiuto il proprio dovere da cittadino – rispettoso dei principi di legalità – si ha a che fare con le aule dei tribunali.

Forse, più che schierarmi, oggi mi viene da pensare a quanto sia importante, in una democrazia, che ognuno di noi si faccia un’opinione. Perché al di là delle parole dei partiti, al di là degli slogan, quello che si decide è l’architettura stessa di uno dei poteri dello Stato. 

E io credo che, in fondo, sia proprio questo il senso di andare a votare. Non solo per dire sì o no a una riforma, ma per partecipare a quel processo continuo e faticoso che è il dare forma alla nostra convivenza.

Certo… peccato che soltanto ora ci si è accorti della illegittimità dell'art. 4 sulle modalità di gare e sui metodi di aggiudicazione dei lavori in Sicilia!!!

Vi ricordate cosa avevo scritto lo scorso mese attraverso due post:

http://nicola-costanzo.blogspot.com/2021/01/la-definiscono-offerta-economicamente.html 

http://nicola-costanzo.blogspot.com/2021/01/offerta-economicamente-piu-vantaggiosa.html

Difatti… in data 23 settembre 2019 con ricorso notificato a mezzo di posta elettronica certificata e depositato il successivo 25 settembre, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, ha impugnato, tra gli altri, gli artt. 4, commi 1 e 2, e 13 della legge della Regione Siciliana 19 luglio 2019, n. 13!!!

Secondo il ricorrente, l’art. 4, comma 1, primo periodo, della citata legge regionale violerebbe l’art. 117, secondo comma, lettera e), della Costituzione, poiché, stabilendo l’obbligo per le stazioni appaltanti di utilizzare il criterio del minor prezzo per gli appalti di lavoro d’importo pari o inferiore alla soglia comunitaria, quando l’affidamento degli stessi avviene con procedure ordinarie sulla base del progetto esecutivo, si porrebbe in contrasto con gli artt. 36 e 95 del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50 (Codice dei contratti pubblici), che demanderebbero invece alle singole stazioni appaltanti l’individuazione del criterio da utilizzare.

Il ricorrente ricorrente lamentava che il medesimo parametro costituzionale sarebbe violato dall’art. 4, «ai commi 1, dal secondo periodo in poi, e comma 2», incidendo su un ambito di competenza esclusiva dello Stato. 

La disciplina regionale individuerebbe infatti, in presenza del criterio di aggiudicazione del minor prezzo, un metodo di calcolo della soglia di anomalia delle offerte diverso da quello dettato dall’art. 97, commi 2, 2-bis e 2-ter del d. lgs. n. 50 del 2016 (di seguito: codice dei contratti pubblici). 

Il comma da ultimo citato, in particolare, attribuisce al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti la facoltà di procedere con decreto alla rideterminazione dei criteri per l’individuazione delle soglie di anomalia, allo scopo di «non rendere nel tempo predeterminabili dagli offerenti i parametri di riferimento per il calcolo» delle soglie stesse.

Poiché la normativa statale relativa alle procedure di selezione e aggiudicazione delle gare sarebbe strumentale a garantire la tutela della concorrenza (sono citate le sentenze di questa Corte n. 221, n. 186 e n. 45 del 2010, n. 320 del 2008 e n. 401 del 2007), e poiché si sarebbe in presenza di una materia di competenza esclusiva statale, anche alle autonomie speciali titolari di competenza legislativa primaria in materia di lavori pubblici sarebbe preclusa la possibilità di dettare discipline suscettibili di alterare le regole di funzionamento del mercato. 

In particolare, la potestà legislativa esclusiva della Regione Siciliana in materia di «lavori pubblici, eccettuate le grandi opere pubbliche di interesse prevalentemente nazionale» affermata dall’art. 14, primo comma, lettera g), del regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455 (Approvazione dello statuto della Regione siciliana), convertito in legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 2, dovrebbe comunque esercitarsi «nei limiti delle leggi costituzionali dello Stato».

Ciò varrebbe anche con riferimento alle modalità di valutazione delle offerte anomale relative agli appalti sotto la soglia di rilevanza comunitaria, per i quali ugualmente rileverebbe la finalità di tutela della concorrenza (viene richiamata la sentenza di questa Corte n. 160 del 2009).

Secondo l’Avvocatura generale, la disciplina contenuta nell’art. 4, commi 1 e 2, della legge reg. Siciliana n. 13 del 2019 sarebbe inoltre simile a quella già precedentemente dettata dall’art. 1 della legge della Regione Siciliana 10 luglio 2015, n. 14 (Modifiche all’articolo 19 della legge regionale 12 luglio 2011, n. 12), che pure è stata dichiarata costituzionalmente illegittima con la sentenza n. 263 del 2016. 

E quindi ora con Sentenza n. 16 (26/01/2021) la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 4, commi 1 e 2, della legge della Regione Siciliana 19 luglio 2019, n. 13 – in particolare l’Art. 4.sulle norme di modalità di gara e sui metodi di aggiudicazione dei lavori in Sicilia!!!

Cosa aggiungere: “meglio tardi che mai”!!!

Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza…

Sin da piccolo, sono stato educato a credere nella disciplina, nella gerarchia, nell’ordine e soprattutto nella giustizia…

Crescendo, ho provato di mettere in pratica il rispetto di quei precetti, facendo in modo che, questo mio carattere “autonomo” non facesse affiorare quanto in autorevolezza questo mio Dna di suo già non possedesse è cioè, quell’insita predisposizione a svincolarsi da certe regole determinate, a differenza dei tanti, che proprio con le loro azioni, evidenziano quanto siano ben disposti ad essere dominati…
Non si è trattato mai d’influenzare gli altri o quantomeno di plagiare le altrui scelte e mai azione è stata intrapresa per condizionarne gli eventi, come nessuna forza fisica ha imposto qualcuno a doversi sottomettere, qui, non si è voluto ad ogni costi primeggiare sugli altri e nemmeno suggestionare con arroganza…
Quanto alcuni di noi possiedono, è qualcosa di insito e di naturale… non c’è niente di divino, non si possiede alcun “alone dorato” che muove – quasi vi fosse una forza sovrannaturale – gli altri a seguirlo…
Questa emancipazione nasce da dentro, da quell’essere padroni di se, dal ricercare in ogni occasione quell’equilibrio personale…
Si tratta di portare a confronto le proprie – più o meno valide – argomentazioni ed ascoltare nel contempo le ragioni altrui, valutare insieme agli altri e in modo corretto gli sviluppi, senza preclusioni o preconcetti, determinando se quanto esposto tra gli intervenuti, potrà essere ritenuto ragionevolmente valido…
Premesso che – siamo tutti importanti ma che nessuno è indispensabile– ho cercato nel corso degli anni, di avere continuamente in mente questa citazione, in particolare quando mi sono dovuto trovare nella posizione di dovermi confrontare con gli altri, quando cioè, non vi era alcuna necessita di paragonare i differenti ruoli ricoperti o quando le responsabilità personali erano assolutamente diverse in correlazione agli incarichi ricevuti, ma soprattutto in considerazione delle sanzioni previste per essi dalla legislazione vigente…
Medesima situazione si è ovviamente ripetuta nei confronti di coloro che, per evidenti proprie e dirette posizioni, si trovavano in situazioni superiori e certamente predominanti …
Purtroppo però, come in tutti i frangenti della vita di ognuno di noi, mi sono dovuto imbattere in qualcuno che ahimè… soffriva di “mancato protagonismo”  e quindi, per i più svariati motivi, mi sono ritrovato –a fasi alterne– qualcuno, che senza alcun preciso motivo si sia voluto interporre nella mia vita…
Non so come definirlo… un tentativo di danneggiarmi, di mettermi in cattiva luce, un modo per screditarmi o di rovinare la mia reputazione, una precisa ricerca su come trovare nella mia persona quell’eventuale punto debole, quel voler allontanare il sottoscritto… per avere così la possibilità egli stesso d’eccellere…
Quella ossessionata ricerca, che permetteva loro, di potermi definitivamente osservare da un punto di vista superiore, quasi ci trovassimo in una di quelle competizioni, nelle quali si prova a tutti i costi, di superare chi ci precede, tentando di raggiungere quella posizione… pur sapendo il più delle volte… di non esserne meritevoli.

Scorrendo i flashback della mia vita, mi sembra di rivedere da adulto… quei modi di gelosia fanciulleschi ( perché a quella età… non si può certamente parlare d’invidia… ), dove i miei ex compagni dell’elementare, tentavano in tutti i modi, d’impressionare la maestra che “casualmente” però… aveva un debole per me.
Crescendo questa “strana” antipatia è sempre andata aumentando…, ricordo quando nelle scuole medie, i miei compagni mi volevano “linciare”, quando seppero che avevo vinto ad un concorso nazionale tra scuole, l’enciclopedia  per il dipinto più bello ( e che mio padre – da gran signore quale è sempre stato – donò alla scuola stessa…), o come quando al diploma, tutti erano a controllare il mio voto che fu ( insieme ad un collega ) il secondo più alto e non solo per l’istituto, ma per quanti ebbero quell’anno a sostenere l’esame di tutto il comprensorio per la nostra provincia…
La stessa situazione si è ripetuta successivamente all’Università… (fintanto che ho dato esami…) prima di seguire le orme di Fiorello nei vari villaggi turistici/alberghi, dove anche lì… ho lasciato un segno indelebile…
Ovviamente, tengo per me, quei momenti particolari nei quale – modestamente – io ero predisposto a primeggiare…, ma, volendo balzare, per giungere direttamente ai periodi professionali, ecco che sintetizzando, anche lì, purtroppo, ho sempre avuto “qualcuno” di riflesso che ha tentato di mettere in discussione gli ordini ricevuti o di discutere le procedure e quindi la messa in pratica di quelle azioni…
Ancor più quando, nel mostrarsi amico, ha poi successivamente tentato di pugnalarmi… un continuo tentare di gettare fango, sperando di far vacillare negli altri (quasi sempre poi i superiori, titolari, ecc.. delle aziende nelle quali entrambi operavamo ) quelle certezze che avevano riposto nei miei riguardi…
L’errore che però in molti commettono – è dovuto sicuramente a quanto poco mi conoscono –  e quello di confondere i modi signorili ed a volte permissivi, in proprie convinzione personali nelle quali credono sia possibile permettersi manifestazioni personali e professionali, irrispettose ed altezzose… pur non avendone lo status!!!
Ecco…, quello rappresenta l’errore più grande che nei miei riguardi possa compiersi…, perché ( come dice quel proverbio cinese: siediti lungo la riva del fiume e aspetta prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico ), si da inizio ad una contesa che ha sempre portato ad una ed una sola conclusione…
Poi, allorché s’assiste alla mia “istintiva” reazione ( è come nella savana… un vera e propria impulso di sopravvivenza), si resta interdetti, il più delle volte si reagisce in maniera offesa, poiché non si era preparati e soprattutto non s’aspettava una tale replica…
Perché poi, alla fine, questi soggetti… sono come tutti quei provocatori… lanciano la pietra ma vorrebbero nascondere la mano, o come quando chiamati personalmente, alzano il dito indicando il proprio compagno quale “unico responsabile”, sono gli stessi dopotutto che non muovono mai una foglia, non si espongono mai in prima persona, cercano di non dover essere richiamati, sospesi lì… bravi al loro posto, nessuna lotta per quei propri diritti evitando gli scontri personali, stanno nascosti dietro quelle barricate… protetti, mentre a combattere mandano sempre gli altri… quelli appunto come il sottoscritto…
Tutta questa  gente… mi fa solo tanta tristezza, perché nel voler gestire i propri compiti ed il lavoro dei colleghi, discorda, non con quel preciso ordine ricevuto, ma “stranamente” con chi l’ha consegnato, perfetta rappresentazione di quella “fallacia ad hominem”, cioè quel voler giudicare (indipendentemente da chi lo ha emesso) il messaggero, e non il messaggio!!!.

Ma come dice il proverbio… “Ambasciatore non porta pena“, per cui… non si riesce a capire perché alla fine, si suole colpire proprio colui che non possiede in se alcuna colpa… se non quella esclusiva di aver accettato l’ingrato compito di comunicare le altrui richieste…
Vorrei concludere riportando un passo del “divino” Dante che più di altri si coniuga per questi soggetti, sperando che con il tempo, qualcosa in loro possa correggersi…: fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza