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“Mi dia del lei, io sono giudice, anzi il signor giudice”: Rosario Livatino

Nel ristorante di un albergo di Canicattì si svolge un seminario sui rapporti tra criminalità organizzata e politica alla presenza delle personalità più autorevoli del paese, mafiosi compresi. Tra i relatori c’è Rosario Livatino, sostituto procuratore del Tribunale di Agrigento. Il discorso del “giudice ragazzino“, scandisce il ritmo della vicenda, che si snoda alternando episodi di cronaca a frammenti della vita del magistrato. Mosso da un sincero ideale di giustizia Livatino è schierato in prima linea nella lotta ai clan della zona. Due famiglie, appartenenti alla stessa cosca, si contendono il comando del territorio agrigentino: quella di Antonio Forte e quella di Giuseppe Migliore. Per un gioco del destino, il boss Migliore è suo vicino di casa. 

Ogni mattina, Rosario attende alla finestra che questi esca, per evitare di incontrarlo.

Livatino vive con gli anziani genitori, Rosalia e Vincenzo, in un appartamento modesto. 
Nella sua esistenza, regolare e metodica, nonostante la professione esercitata, subentra un sentimento d’attrazione, per l’avvocatessa Angela Guarnera, designata a difendere un uomo da lui inquisito.
Tra i due inizia una tenera relazione, troncata alla vigilia del matrimonio, a causa dei pericoli cui la vita del giovane Livatino è esposta. 
Le minacce contro la famiglia non lo spaventano e emette una raffica di ordini di cattura, di cui uno ai danni del suo vicino di casa Migliore. 
Il suo equilibrio comincia a vacillare quando le persone di cui si fida, l’anziano collega Saetta e il maresciallo dei carabinieri Guazzelli, vengono trucidate dai sicari di Cosa Nostra. 
La mattina del 21 settembre 1990, mentre percorre la superstrada per Agrigento, il giudice Rosario Livatino è alle porte di Agrigento, con la sua auto sta percorrendo la statale 640 per andare al lavoro di tutti i giorni. Al chilometro 10 viene affiancato da un’altra auto e da una moto.

Una selva di colpi d’arma da fuoco investe la macchina del giudice, che va a sbattere contro il guardrail. Ferito ad una spalla Livatino fugge a piedi. Una fuga tragica e disperata nella valle sottostante. I killer lo inseguono, lo braccano come una preda, una caccia crudele, che si conclude con quattro colpi di grazia.

Quando fu ucciso Rosario Livatino aveva solo 38 anni. 
Magistrato in forze al Tribunale di Agrigento, impegnato nella lotta alla mafia, era stato allievo del giudice Antonio Saetta, presidente della Corte d’appello di Palermo, anch’egli trucidato dalla mafia su quella stessa strada insieme al figlio handicappato, e, anch’egli, come Rosario, di Canicattì.

La vicenda di questo giudice ragazzino, è la definizione che Cossiga diede a Rosario Livatino, raccontata da Nando Dalla Chiesa è importante per capire molti fatti della nostra prima Repubblica.

Con la riga dei capelli da parte, con quel suo sguardo onesto e pulito, Livatino e la sua storia ” sono uno specchio pubblico per un’intera società … e la sua morte, più che essere un documento d’accusa contro la mafia, finisce per essere – con la pura forza dei fatti – un silenzioso, terribile documento d’accusa contro il complessivo regime della corruzione. Al tempo stesso è un indimenticabile omaggio ai valori che quel regime ha inteso calpestare“.

Il consiglio che oggi a molti “ragazzini” posso dare è quello di acquistare e leggersi un libro, quello di Nando dalla Chiesa intitolato “Il giudice ragazzino: storia di Rosario Livatino assassinato dalla mafia sotto il regime della corruzione”, nel quale l’autore ( figlio anch’egli di una vittima di mafia… ) riesce a narrare questa storia terribile senza perder mai di vista il contesto politico e sociale in generale e soprattutto senza risparmiare i nomi eccellenti e le tacite connivenze di quel periodo, unendo con un filo ideale fatti solo apparentemente disgiunti tra loro, per mettere a nudo quello che passerà alla storia come il “regime della corruzione“!!! 

Nando Dalla Chiesa: "Quando c'è un pubblico che non pensa, non pensa a quello che dice, è chiaro che la mafia è più forte"!!!

Che frase meravigliosa e nello stesso tempo quanto questa sia ridondante!!!

A pronunciare queste parole è stato il Prof. Nando della Chiesa, figlio secondogenito del generale Carlo Alberto, ma nel riportare la frase voglio fare di più e cioè riportarvi il dialogo da cui ho estratto la frase… 
Già… mi sono permesso di riprendere quella sua riflessione e riportarla in testo perché pur partendo da quanto accaduto e cioè da quel orientamento garantista così fortemente richiesto a favore dei diritti umani per i detenuti in questi mesi di emergenza sanitaria, si sono sono potute esaminare quali motivazioni hanno condotto alla più grande scarcerazione di massa di criminali della storia della nostra Repubblica…
E quindi, riprendendo quanto il movimento delle associazioni antimafia avevano in questi giorni dichiarato e di come si fossero schierati contro quei procedimenti di liberazione – in particolari nei confronti dei detenuti al 41bis – ecco che ritorna il pensiero di quanto diceva Buscetta e cioè che “dalle associazione mafiose si esce solo rompendo il muro dell’omertà”, anche se c’è chi dice che si possono rieducare i mafiosi senza che questi necessariamente collaborino!!!
Ed allora ripropongo quanto detto dal Professore Dalla Chiesa: 
Diciamo che in realtà l’orientamento – che ho anche condiviso contro l’ergastolo ostativo – parte dall’idea che sia possibile, possibile, non probabile… anche un’uscita silenziosa dall’organizzazione mafiosa; questo vale soprattutto anche per coloro che non ne condividono una capacità di guida, di controllo, che ci sono dentro con un livello di responsabilità molto… molto bassa e in qualche occasione questo si è potuto vedere obiettivamente, persone che appartengono a famiglie mafiose e che a un certo punto, non a un certo punto per miracolo, ma con un percorso vero… non di quelle inventati, sceglie di mettersi fuori… sì questo è possibile!!! 
Il problema è che quello che si dice e cioè che c’è un giustizialismo… quello che è stato inventato dell’ufficio marketing della “Fininvest“…
Ma no… “giustizialismo” è un termine che è entrato – chiedo scusa se correggo ma e solo per esperienza mia personale – nel vocabolario polemico che riguarda la mafia, giusto dopo le confessioni di Buscetta cioè quelle confessioni ribaltano un quadro di certezze perché fecero capire che si poteva parlare anche dall’interno della mafia e raccontare cose che si pensavano coperte per sempre, perché il mafioso non parla e a quel punto nacquero due termini: uno era la cultura del sospetto, uno era il giustizialismo!!!
In prima fila a forgiarlo non c’era un siciliano, ma c’era un leader democristiano trentino che era Flaminio Piccoli; fu uno strumento immediatamente utilizzato… io stesso venni immediatamente attaccato per giustizialismo perché chiedevo giustizia al maxi-processo: era una cosa pazzesca!!!
Cioè la facilità con cui il nostro sistema si abbevera delle parole prive di senso, la facilità con cui salta tutti i passaggi a cui ci dovrebbe richiamare un amore per la logica, è una delle ragioni della forza della mafia!!! 
Quando c’è un pubblico che non pensa, non pensa a quello che dice è chiaro che la mafia è più forte!!!
Perché si possono mettere… c’è anche la forza per mettere in circolazione dei concetti, delle parole che il pubblico non è in grado di filtrare, di valutare… 
Che cosa vuol dire: essere contro i diritti umani dei mafiosi”!!!
Ma se un mafioso… io non sono uno di quelli che dicono buttate via la chiave, deve morire lì dentro perché ha fatto un reato gravissimo, se chiede di morire a casa – ovviamente non ci deve essere una falsa perizia certificata – ci deve essere una perizia con i “controfiocchi” che dica “questo a 7 giorni di vita“, beh… io sono per dire al diritto umano di morire fuori dal carcere!!!  
Ma in questo caso noi abbiamo avuto una contemporaneità mai vista nella storia d’Italia, mai vista… non ci sono mai stati centinaia di boss che sono stati scarcerati contemporaneamente tutti con delle false… con delle perizie mediche… che a volte hanno qualcosa di comico per come le ho lette io… 
Cos’è questo il ribadire che l’impunità si è costruita sulle perizie mediche, sulle perizie psichiatriche, è un venir meno ai diritti umani???
Lei lo sa che in questo momento io sono richiesto ad aiutare delle donne detenute per i diritti dei loro bambini – ambienti esposti al covid – e non c’è nessuno che li difende perché i diritti umani valgono soltanto per i boss mafiosi???
A loro non ci pensa nessuno??? 
Vada a vedere quanti di questi “garantisti” hanno scritto un articolo per  la verità su Cucchi… vada a vederlo…. quanti sono??? 
Su 5000 credo 2… esagerando, ma io ho dato la parola a Ilaria Cucchi quando ho fatto il festival dei diritti umani a Genova… ed era il 2011, non era dopo, di cosa stiamo parlando???
Eppure abbiamo masse di persone che si fregiano anche della qualità di “antimafioso” che credono a queste… a queste favole che vengono ammannite con la massima semplicità e digerite con la massima semplicioneria… 
Questo mi tormenta perché noi abbiamo investito tanto sull’educazione alla legalità, abbiamo cercato di portare nelle università, nelle scuole, una cultura su questo tema che non ci si può aspettare dalle facoltà di diritto che sono amministrate dagli avvocati, molti dei quali solidarizzano con i loro colleghi, che difendono i boss mafiosi… 
Lo posso dire perché io sono in una facoltà quella di Scienze Politiche, dove c’era un mio collega che era il Prof. Pecorella, il quale era stato difensore di nobili cause fino a quel momento poi a un certo punto incomincio a difendere il dottor Tassandin del Corriere della Sera implicato nelle vicende della “P2” e me lo ritrovai dall’altra parte al maxi-processo che difendeva un mafioso…
Ora gli avvocati… obiettivamente o sono delle grandi persone o anche mentalmente sono più portati a sposare queste cause e a non vedere, anche perché non studiano la mafia…
Se togliamo la giurisprudenza di Bologna qual è la facoltà di giurisprudenza che si occupa di mafia, quali sono quelli che se ne occupano, cosa ne sanno di diritto di mafia i giuristi??? Cosa ne sanno dal punto di vista del funzionamento della logica dell’essenza, della storia, cosa ne sanno???
Eppure vorrebbero – a partire dalla loro ignoranza del problema – dettare le regole su come affrontarlo giuridicamente???
Siccome fortunatamente abbiamo – come è stato ricordato prima – avuto dei grandi magistrati, dei grandi funzionari dello Stato, dei grandi ufficiali dei Carabinieri, dei grandi commissari di Polizia, che forniti di conoscenze giuridiche il problema lo hanno affrontato, hanno anche cercato di allargare il campo degli strumenti giuridici e sono stati anche ascoltati in sede giurisprudenziale per cui è cresciuta una notevole giurisprudenza di difesa della collettività dell’attacco mafioso, vedere che nelle facoltà di diritto ancora di queste cose non si parla e vedere che ci sono sono – pronti a cadere nella trappola – persone che magari hanno letto dei libri, che vanno alla commemorazione di Falcone di Borsellino, ma senza sapere chi stanno ricordando, qual è stato il loro contributo, qual è la loro eredità e questo mi fa male…
Perché questo vuol dire che è stato inutile Borsellino e siamo stati inutili noi e due generazioni di inutili sono insopportabili per un paese che vuole confrontarsi con la mafia!!! 
E’ la prima volta che lo dico… ma è un ragionamento che ormai mi sta prendendo… 
CONTINUA

WIKIMAFIA: Mafia, Carceri e Coronavirus.

In questi mesi ho toccato più volte l’argomento sulla condizione che si è venuta a creare nel nostro Paese a causa dell’emergenza sanitaria “Covid-19”, ma soprattutto ho analizzato i possibili risvolti che indirettamente questa pandemia ha creato non solo alla società civile, ma anche all’interno di quell’associazione criminale e soprattutto dei suoi diretti affiliati, molti dei quali detenuti da anni presso i nostri penitenziari… 
Abbiamo ascoltato in maniera sconcertante le dichiarazioni pronunciate dall’ex Procuratore Nino Di Matteo durante la trasmissione di LA7 “Non è l’Arena” – presentata dal giornalista Massimo Giletti – e delle repliche (piuttosto generiche, per non voler dire banali…) del Ministro della giustizia, Alfonzo Bonafede…    

Ora, in qualità di sostenitore dell’Associazione “WIKIMAFIA” mi permetto di riproporvi un collegamento streaming su quella che è stata la più grande scarcerazione di massa di condannati al 416bis e di cui si era parlato pochissimo, quantomeno la vicenda era stata appositamente celata per non farla giungere alla maggior parte dei media… 

Ritengo infatti interessante poter riascoltare quanto proposto in diretta ieri 1° luglio alle 18:30, sul canale dell’Associazione sul portale “Youtube”, per comprendere i motivi per cui sia accaduto quanto sopra, ed ancora scoprire chi abbia potuto avere interessi affinchè ciò accadesse, quali eventuali accordi sottobanco sono stati presi dagli uomini delle istituzioni con i referenti di quella criminalità organizzata, ed ancora quali compromessi sono stati raggiunti e naturalmente camuffati grazie ad un eventuale diffusione di contagio all’interno di quelle strutture penitenziarie…
Ecco, grazie ai partecipanti al dibattito live, si è provato a smontare stereotipi, bugie e false retoriche…

Vi presento quindi i nomi di coloro che sono stati presenti e nel ringraziarli, colgo l’occasione per chiedere ai miei tanti lettori, di offrire la propria disponibilità alla Associazione “WIKIMAFIA”, per poter dare ciascuno quel piccolo ma certamente significativo contributo:  

– Sebastiano Ardita, Presidente della 1° Commissione del CSM, già alto dirigente del DAP; 

– Stefania Pellegrini, prof.ssa ordinaria di sociologia del diritto all’Università di Bologna; 
– Nando dalla Chiesa, prof. ordinario di sociologia della criminalità organizzata dell’Università degli Studi di Milano; 
– Tina Montinaro, moglie di Antonio capo-scorta di Giovanni Falcone e presidente della Quarto Savona Quindici. 
Moderatore, Pierpaolo Farina, ideatore e direttore di WikiMafia – Libera Enciclopedia sulle Mafie.

Ben vengano iniziative come queste, d’altronde come ripeto spesso e in ogni occasione in cui mi viene concessa la possibilità: è fondamentale provare in tutti i modi ad instillare in questa terra “infetta” quella necessaria cultura della legalità!!!
Come ha detto Papa Francesco: La vita di ogni comunità esige che si combattano fino in fondo il cancro della corruzione, il cancro dello sfruttamento umano e lavorativo e il veleno dell’illegalità. Dentro di noi e insieme agli altri, non stanchiamoci mai di lottare per la verità e la giustizia!!!
Ed è questo il motivo per cui diventa necessario che ciascuno di noi compia la propria parte!!!