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Se le soluzioni ci sono, ma manca la volontà di applicarle, allora il problema non è la sicurezza: ma la politica!

Negli ultimi tre anni, per motivi di lavoro, ho vissuto in Toscana e posso assicurare che, a differenza della mia Sicilia, i controlli – seppur non massicci – erano comunque una presenza costante. 

Già… ho attraversato quotidianamente quel territorio, in lungo e in largo, partendo da Poggibonsi in direzione Siena oppure attraversando Certaldo per raggiungere Empoli e oltre, spingendomi verso l’interno delle colline del Chianti, per passare dinanzi a Volterra e giungere a Cecina, ma non solo, l’Isola d’Elba, Pisa, Lucca, Livorno, Grosseto e altri ancora… 

Quello che più mi colpiva era la presenza costante delle forze dell’ordine: posti di blocco ovunque, pattuglie della Guardia di Finanza, della Polizia Stradale, dei Carabinieri, e nelle città, le auto della Polizia Municipale.

Ammetto che non conosco le modalità con cui vengono organizzati i turni o in quali modi vengono decise le zone da presidiare, ma so bene che l’imprevedibilità è il maggiore ostacolo per chi deve garantire la sicurezza, ma qualcosa mi sfugge… 

Sì… una domanda sorge spontanea: perché in quelle zone, con una conformazione urbana e geografica non dissimile dal resto d’Italia – e con un flusso di persone e veicoli persino minore – i controlli sono così frequenti, mentre in Sicilia, dove la criminalità organizzata è una minaccia concreta e quotidiana, tutto sembra esser lasciato al caso?

Nella mia regione, ad esempio, servirebbe un presidio molto più rigoroso, strategie mirate e un controllo capillare per bilanciare i numerosi fattori di rischio presenti. Eppure, le istituzioni vorrebbero far credere che tutto vada per il meglio…

Ma allora, se il problema è la carenza di organico, perché non impiegare l’esercito? Ditemi, a cosa servono tutti quei militari fermi davanti a quegli uffici istituzionali o impegnati in continue parate sterili, quando potrebbero essere dispiegati in operazioni di controllo del territorio?

Potrebbero ad esempio presidiare gli accessi alle città più critiche – Palermo, Catania, Messina – con un sistema di “cinturazione” e verifiche obbligatorie, formati per affrontare situazioni ad alto rischio e pronti a intervenire rapidamente dove necessario.

Sarebbe uno strumento potente, se usato con serietà. Invece, nella presunzione di avere tutto sotto controllo, alla fine non si controlla nulla! 

Panta rei e ruit hora”: tutto scorre, e il tempo fugge

Intanto, la Sicilia continua a soffrire, e le sue ferite restano aperte…

Ora, a distanza di tempo, il Sindaco di Catania ripropone la stessa idea, chiedendo l’intervento dell’esercito per contrastare la criminalità. Segno che certe esigenze, se ignorate, prima o poi tornano a galla…

Peccato che, nel frattempo, si sia perso altro tempo prezioso.

Dal procuratore Zuccaro a Trantino: sei anni per capire che a Catania serve l’esercito

Già… sono passati ben sei anni da quel lontano 21 aprile 2019, quando riportavo in questo blog un post intitolato: Un’intervista “stranamente” passata in sordina: “A Catania… serve l’esercito”! – link: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2019/04/unintervista-stranamente-passata-in.html. 

Allora, il procuratore Carmelo Zuccaro denunciava una situazione drammatica: quartieri degradati, spaccio controllato dalla mafia, reclutamento di giovani come pusher, e un sistema di videosorveglianza gravemente inefficiente. 

La sua proposta? L’impiego dell’esercito in supporto alle forze dell’ordine, un intervento necessario per riprendere il controllo di strade ormai in balia della criminalità.

Eppure, per anni, solo silenzio. Quell’appello cadde nel vuoto, soffocato dall’indifferenza e dalla miopia politica.

Fino ad oggi, già… fino a quando, con sei anni di ritardo, il sindaco Trantino ha riscoperto quell’urgenza che altri avevano già gridato.

Nel suo recente incontro a Palazzo Chigi con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha presentato un dossier in cui chiede proprio questo: un rafforzamento dell’operazione “Strade Sicure“, con militari schierati nelle aree più critiche della città. 

Una richiesta che, se accolta, potrebbe segnare una svolta, ma che arriva con sei anni di ritardo rispetto a quell’allarme lanciato dal procuratore Zuccaro e da me ripreso con insistenza.

Trantino ha parlato anche di altre emergenze, come l’abbandono dei rifiuti e la necessità di misure più severe, ma il cuore della questione resta la sicurezza. La premier, a suo dire, si è mostrata attenta e disponibile. 

Bene… meglio tardi che mai. Peccato, però, che ci sia voluto così tanto per arrivare a questa consapevolezza.

Come scrivevo già lo scorso anno: In Sicilia, ma non solo, c’è bisogno dell’esercito nelle strade!!!https://nicola-costanzo.blogspot.com/2024/01/in-sicilia-ma-non-solo-ce-bisogno.html, la situazione richiedeva da tempo interventi decisi. 0

Ora che anche il primo cittadino lo riconosce, non resta che sperare che le parole si traducano in fatti, senza ulteriori ritardi. 

Perché Catania, e i suoi cittadini, non possono più aspettare.

Sindaci arrestati, uffici corrotti, silenzi assordanti: la solita storia siciliana!

Già… dopo ogni arresto, lo stesso copione. Ed è per questo che in Sicilia non cambierà mai nulla!
Ho letto stamani che è stato arrestato dai carabinieri l’ennesimo “sindaco”, accusato dei reati di turbata libertà degli incanti e falso ideologico, insieme a un consigliere comunale.
Oltre a lui, sono indagati nell’inchiesta della Procura anche il capo dell’ufficio tecnico del Comune e altri due impiegati dello stesso ufficio, che – sempre secondo l’accusa – avrebbero favorito le aggiudicazioni degli appalti nel paese.
Ovviamente, come solitamente accade in questi casi – per chiudere il cerchio – sono stati coinvolti nell’indagine alcuni imprenditori e liberi professionisti, mentre restano sospesi dal servizio i RUP degli appalti incriminati. Le misure sono state notificate con la sospensione dai pubblici uffici per 12 mesi e il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione per altrettanti mesi.
Certo, scoprire che le indagini vertono su appalti per opere pubbliche e affidamenti diretti risalenti al 2019-2020 – quindi a oltre cinque anni fa – mi fa persino temere ciò che possa essere accaduto nel frattempo…
Ma d’altronde, come ripeto spesso, la Sicilia è una terra che non smette mai di raccontare storie. E solitamente si tratta di quelle di ordinaria illegalità, giochi di potere, legami che si stringono nell’ombra.
Come avete potuto leggere, non troverete i nomi degli indagati. Sì… mi sono stancato di riportare quanto è facilmente reperibile sul web. E poi, francamente, non servono né i nomi né i cognomi, perché il meccanismo è sempre lo stesso, ripetuto all’infinito. Già… come un copione scritto.
È vero, i nomi cambiano, così come i volti. Ma sapete bene che, alla fine, il sistema rimane intatto. È proprio il sistema che non funziona o meglio, funziona perfettamente per chi, dall’interno delle istituzioni, si piega al malaffare, abbassa la testa e firma quando serve. Non solo: ci si piega alle regole per trarne vantaggio personale, incuranti di svendere la propria dignità per qualche migliaio di euro o per ottenere un po’ più di potere.
Ecco perché gli appalti truccati, le gare pilotate, le carte falsificate non sono semplici reati. Rappresentano i sintomi di un male molto più profondo. Come ho ripetuto negli anni in questo mio blog, sono la prova che la mafia non sopravvive solo con la violenza, ma grazie alla complicità di chi dovrebbe combatterla.
E ahimè… ci sono tutti: funzionari, impiegati, professionisti, individui che hanno trasformato il pubblico in privato, facendo del bene comune un affare personale. E così, anno dopo anno, nulla cambia!
Sì… le inchieste si susseguono, le manette (quando vengono davvero allacciate ai polsi) scattano, ma il gioco continua incessantemente, perché per ogni arresto c’è già qualcuno pronto a prendere il posto, a ripetere gli stessi gesti, a perpetuare lo stesso sistema.
Non si tratta, quindi, solo di combattere la criminalità organizzata, ma di stravolgere questa mentalità corrotta. Sì… quella mentalità che considera tutto acquistabile, che vede le regole come ostacoli da aggirare, dove la furbizia prevale sulla legalità.
E così… mentre c’è chi lotta, chi rischia in prima persona, chi cerca di cambiare le cose anche attraverso la formazione (pochi individui non ancora compromessi, che possono permettersi – col proprio nome e cognome – di scrivere e denunciare questo infido sistema), c’è chi, seduto alla stessa scrivania da cui dovrebbe servire lo Stato, firma accordi sottobanco, gira la testa dall’altra parte e finge di non vedere (come scrivo nel mio blog: neppure l’elefante nella stanza…).
Eppure, la verità è semplice: finché ci sarà chi, per convenienza o per paura, si piegherà al malaffare, la Sicilia non sarà mai libera!
Non basta, quindi, arrestare un sindaco, non basta sospendere un funzionario. Serve qualcosa di più radicale: la scelta quotidiana di chiunque abbia un ruolo, un potere, una responsabilità, di mettere la coscienza davanti all’interesse.
Perché senza quella, nessuna operazione, nessuna indagine, nessuna legge potrà mai bastare. E continueremo – purtroppo – a vivere in questa terra infetta e corrotta!

Quando la mafia si maschera da normalità: il grido d’allarme di Nicola Gratteri.

Avevo appena finito di leggere un articolo che riportava le parole di un sindaco: «Gratteri a sto giro ci ha fregati» . Era il commento a caldo su un’inchiesta della Dda di Catanzaro, che vedeva coinvolto un ente locale nell’ambito di presunti favori ad una cosca. 

E così… mentre ancora cercavo di metabolizzare quel senso di amarezza, ho proseguito la mia lettura e mi sono imbattuto in un altro articolo – ancora una volta dedicato al procuratore Nicola Gratteri, ospite dell’associazione Terni Domani, guidata da Antonio Giannini. 

Durante l’incontro, Gratteri lascia cadere una frase che sembra pesare come un macigno: “Le mafie sono figlie del nostro tempo. Si adattano alla società, si mimetizzano, crescono dove trovano terreno fertile. E soprattutto, esistono perché ci interagiamo.”

Ecco, questa frase non è solo una constatazione, è una fotografia precisa, spietata, di ciò che siamo diventati. Perché Gratteri non parla mai a caso. Ogni sua parola è il frutto di decenni di lavoro sul campo, di indagini, di confronti diretti con un sistema criminale che non solo resiste, ma si evolve, si integra, diventa quasi invisibile. 

Lo fa insieme ad Antonio Nicaso nel libro “Una Cosa sola – Come le mafie si sono integrate al potere”, un viaggio lucido e doloroso dentro l’anima oscura della criminalità organizzata.

Ma allora chiedo: come nasce questa integrazione? Come riesce la mafia a radicarsi così profondamente nella vita quotidiana, fino a sembrare parte integrante del paesaggio?

Gratteri lo spiega con disarmante semplicità: “Arrivano, comprano un bar, un ristorante, magari un albergo. È lì che inizia tutto. Da quel punto cominciano a costruire rapporti, a offrire lavoro nero, a pagare poco, a radicarsi nel tessuto economico e sociale. E poi, piano piano, arrivano al controllo dei voti. Fanno votare chi decidono loro.”

Non si tratta più solo di violenza o paura. Oggi la mafia si espande attraverso il consenso. E quel consenso lo compra con piccoli gesti: un posto di lavoro, una promessa, un caffè offerto con troppa insistenza. Un dettaglio banale, forse, ma carico di significato: “Io conto, io sono rispettato. Tu devi tenerne conto.”

Così, il famoso “rito del caffè” diventa simbolo di una relazione malata tra mafia e società civile. Quanti ti offrono il caffè, quanti ti salutano con deferenza, quanti abbassano lo sguardo – tutti segnali di quanto potere tu abbia. E di quanto, talvolta, lo accettiamo senza battere ciglio.

Eppure, se la mafia si evolve, anche lo Stato dovrebbe adeguarsi. Ma qui arriva il punto dolente.

Gratteri non usa mezzi termini: “Oggi il punto più avanzato delle mafie è il darkweb. Con un telefonino qualsiasi puoi comprare armi, droga, persone. Puoi acquistare dati sensibili, informazioni compromettenti su politici, imprenditori, figure pubbliche. E usarle per ricattare, per ottenere vantaggi. La cocaina? Basta un click”.

Il web oscuro è diventato il supermercato globale del crimine. E davanti a questo scenario, alcune scelte politiche appaiono sempre più distanti dalla realtà. Quando sento parlare di riduzione delle intercettazioni telefoniche, di ritorno ai pedinamenti tradizionali, non posso fare a meno di chiedermi: ma di quale realtà stiamo parlando?

“Se posso comprare 2mila chili di cocaina con un clic, mi dite chi devo pedinare?” – chiede Gratteri. Una domanda retorica, certo, ma anche una critica diretta, un invito a ragionare sugli strumenti investigativi che, pur costosi, sono fondamentali per colpire la criminalità moderna.

E allora, dice lui, fermiamoci un attimo a guardare i numeri: “Le intercettazioni costano 170 milioni all’anno? E cosa sono, in confronto ai beni confiscati, alle centinaia di arresti, ai milioni di euro recuperati grazie a quelle stesse intercettazioni?

Gratteri non parla per spirito polemico, ma per senso di responsabilità. Dice: “Io lavoro 12 ore al giorno da oltre trent’anni per combattere la mafia. Se vedo qualcosa che non va, non resto zitto. Perché il silenzio è complicità”.

E allora viene spontaneo chiedersi: se lo Stato sa, se conosce le tecniche, gli strumenti, i metodi usati dalle mafie… perché non riesce a sradicarle definitivamente? Perché, specialmente in Sicilia, la mafia continua a condizionare la vita sociale, economica e politica?

Forse perché la mafia non è solo un fenomeno criminale. È un sistema che si alimenta di complicità, di omissioni, di connivenze. E quando i confini tra legale e illegale si fanno sfumati, quando i partiti smettono di rappresentare ideali per diventare mere caselle di scambio di favori, allora la mafia non ha bisogno di sparare: basta che stringa una mano, firmi un contratto, dia un posto di lavoro.

Ecco perché, purtroppo, la battaglia contro la mafia non è solo nelle mani della giustizia. È anche nelle nostre scelte quotidiane, nei silenzi che rompiamo, nelle cose che decidiamo di non accettare più come normali.

Gratteri ce lo ricorda con forza: “La mafia non è né di destra né di sinistra. Sta con chi garantisce favori”!

E finché ci saranno favoreggiatori, indifferenti e complici, essa continuerà a vivere. Nonostante le inchieste, nonostante gli arresti, nonostante i libri come “Una Cosa sola” che provano a svegliare le coscienze.

La vera sfida non è solo quella di perseguire i boss, ma di cambiare il modo in cui guardiamo al potere, al denaro, alla politica. E di capire che, ogni volta che voltiamo lo sguardo, siamo noi stessi a dare loro forza.

E se le Istituzioni conoscono bene il problema, allora non può esserci alibi possibile!

 Il fatto che, dopo tanti anni, la mafia continui a radicare il suo potere in Sicilia non è solo un fallimento operativo. È anche un fallimento culturale, morale, politico. Ed è un fallimento che ci riguarda tutti.

Perché finché non cambieremo il nostro sguardo, finché non smetteremo di tollerare quel caffè offerto con troppa insistenza, quei silenzi che diventano complicità, quelle promesse che sappiamo essere sbagliate ma accettiamo per convenienza… be’, allora non possiamo davvero dire di stare dalla parte della legalità.

Possiamo solo chiederci, onestamente: chi, tra noi, sta ancora permettendo che tutto questo continui?

Nomi noti, potere immutato: l’eterna ombra sulla Sicilia

La Sicilia è un’isola che respira storia, cultura e bellezza, ma anche un luogo dove certe ombre non accennano a dissolversi. 

Sono passati decenni, eppure quelle stesse famiglie, quelle stesse strutture di potere criminale, continuano a governare interi territori con la stessa ferrea determinazione. 

Le istituzioni conoscono i nomi, i cognomi, i movimenti, eppure sembra che ogni sforzo per sradicare questo male sia destinato a svanire nel vento.

C’è una resistenza che sfida il tempo, una capacità di adattarsi, di mutare forma senza perdere la sostanza. Le indagini si susseguono, le operazioni si moltiplicano, ma il risultato è sempre lo stesso: un gioco infinito di gatto e topo. 

Le nuove generazioni ereditano non solo i nomi, ma anche i metodi, mentre i vecchi boss, anche dietro le sbarre, continuano a tirare le fila. È un sistema che si rigenera, che trova sempre nuove strade per infiltrarsi nell’economia legale, nelle istituzioni, nella vita quotidiana di chi vorrebbe solo vivere in pace.

Il pizzo non è un ricordo del passato, ma una realtà che ancora oggi strozza i commercianti. La droga scorre come un fiume inarrestabile, arricchendo chi decide, chi vive e chi muore. E mentre le giovani leve sfoggiano armi e lusso sui social, dimostrando una spregiudicatezza senza regole, la vecchia guardia sorveglia, calcola, pianifica. È una convivenza paradossale, fatta di tensioni e alleanze, dove ogni tregua è solo l’attesa della prossima guerra.

Le istituzioni sanno, hanno sempre saputo. Eppure, non basta. Non basta sequestrare beni, non basta arrestare capi e gregari, perché il problema è più profondo, più radicato. È una questione di potere, di paura, di silenzi complici. Finché ci sarà chi abbassa lo sguardo, chi preferisce pagare piuttosto che denunciare, chi considera la mafia un male inevitabile, nulla cambierà davvero.

La soluzione? Forse non esiste una formula magica, ma solo la necessità di una lotta che non si fermi mai, che coinvolga non solo le forze dell’ordine, ma ogni cittadino, ogni famiglia, ogni scuola. 

Perché la mafia non si combatte solo con le manette, ma con un cambiamento che parta dalle coscienze. E finché ci sarà chi ha il coraggio di alzare la voce, di resistere, di credere in una Sicilia diversa, allora forse, un giorno, quelle ombre potranno davvero dissolversi.

Altro che James Bond: la mafia non ha bisogno di "auto subacquee", quando ha il porto di Catania!

Altro che James Bond, 007, auto trasformabili in sottomarini, la droga entrava nell’isola dal Porto di Catania!

Secondo le indagini e quanto rivelato da alcuni affiliati dei clan mafiosi, e a conferma di quanto avevo riportato quest’anno nel mio post intitolato “Droga a quintali in Sicilia: il controllo del territorio che non c’è!” al link https://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/04/droga-quintali-in-sicilia-il-controllo.html a cui faceva seguito un altro post dello scorso anno intitolato “Controllo del territorio in Sicilia??? Manca – secondo il sottoscritto – un serio coordinamento!!!” al link https://nicola-costanzo.blogspot.com/2024/01/controllo-del-territorio-in-sicilia.html ecco che arriva – ahimè – l’ennesima dimostrazione, sì… di quanto i controlli siano spesso un’illusione, una fragile cortina dietro cui si muovono interessi ben più concreti e soprattutto più sporchi.

Perché la mafia non ha bisogno di gadget fantasiosi o di operazioni degne di uno spy movie quando può contare sulla complicità di chi quelle strutture le gestisce davvero, sui silenzi di chi sa e non parla, sulle porte lasciate aperte da chi avrebbe il dovere di vigilare, e allora viene in mente quella frase di Falcone, “dove c’è la natura umana c’è rischio di corruzione“!

Perché è proprio questo il punto, non servono minacce o intimidazioni quando basta un vantaggio, una raccomandazione, un tornaconto personale per far sì che tutto scorra liscio, come l’acqua tra le fessure di un molo, come la cocaina che arriva dal Sud America e passa indisturbata tra container e documenti falsificati, con la regia di chi lavora dentro quel porto e sa esattamente come evitare i controlli…

Già… come cambiare telefono prima che qualcuno possa intercettare, come usare auto intestate ad altri per non lasciare tracce, perché il vero potere della mafia non sta nella violenza ma nella capacità di infiltrarsi nel quotidiano, di normalizzare l’illecito, di far sembrare inevitabile quello che invece è solo il frutto marcio di una società che troppo spesso abbassa la testa e accetta!

Non importa che si tratti di un impiegato che chiude un occhio, di un professionista che sistema le carte, di un cittadino che preferisce non vedere, l’importante è che il sistema regga ai controlli, non grazie alla paura ma grazie alla connivenza, alla rassegnazione, a quella mentalità per cui “tanto è sempre stato così“…

E così, mentre le indagini della Guardia di Finanza portano alla luce arresti e sequestri, milioni di euro e chili di droga, la domanda vera che dovremmo porci è: quanti altri porti funzionano così? Quanti altri traffici scorrono indisturbati? Quanta altra cocaina arriverà prima che qualcuno decida davvero di cambiare le cose? 

Perché la mafia non è un mostro lontano, è qui, tra noi, nelle piccole cose che accettiamo, nelle complicità che non denunciamo, nell’indifferenza che ci rende complici, e forse è proprio questo il vero male, più della droga, più dei soldi sporchi, più delle pistole, quel silenzio che uccide ogni speranza di giustizia.

Il sistema che non tace: dimissioni, appalti e verità nascoste…

Giorni fa avevo pubblicato un post intitolato: Il vento della giustizia: perché molti politici stanno abbandonando in queste ore?

Lo trovi qui: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/03/dimissioni-in-massa-giustizia-alle-porte.html

Successivamente, il 21 marzo scorso, avevo scritto un altro intervento dal titolo: Dimissioni in massa: giustizia alle porte?

Puoi leggerlo a questo link: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/03/dimissioni-in-massa-giustizia-alle-porte.html

In quel secondo contributo, chiudevo con una domanda aperta: E tu, cosa ne pensi? Credi che sia solo coincidenza o che ci sia qualcosa di più sotto la superficie?

Oggi, però, una notizia firmata da Saul Caia, pubblicata su “Il Fatto Quotidiano”, sembra dare una risposta tangibile a quel dubbio. L’inchiesta della Procura di Agrigento sta facendo emergere dettagli inquietanti su presunte tangenti legate a pubbliche forniture, coinvolgendo figure di spicco del panorama politico siciliano.

L’articolo è disponibile qui: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/05/21/agrigento-

Riprendendo quindi quanto espresso nei miei precedenti post, non posso fare a meno di collegare quelle riflessioni all’attualità dei fatti. Il sospetto che dietro le dimissioni di tanti esponenti politici si celassero avvisaglie di inchieste in corso, oggi appare sempre più fondato.

Già… il vento della giustizia, forse, sta iniziando a soffiare forte!

In queste settimane, da nord a sud del Paese, assistiamo a un fenomeno che lascia molti cittadini perplessi, scettici e talvolta persino indifferenti. Politici, dirigenti di assessorati, funzionari pubblici e figure di spicco delle istituzioni stanno rinunciando ai propri incarichi, spesso senza fornire spiegazioni convincenti o addirittura con comunicazioni fredde e formali. Dimissioni improvvise, apparentemente sincronizzate, che sembrano suggerire che qualcosa di significativo stia accadendo dietro le quinte del potere. Ma cosa si nasconde davvero dietro queste uscite? È possibile che si tratti solo di coincidenze, o c’è qualcosa di più profondo?

C’è chi parla di un semplice ricambio generazionale, chi di scelte personali dettate da motivazioni private, e chi invece vede in queste dimissioni un segnale di cambiamento, forse perfino l’inizio di un’epurazione silenziosa. Indagini giudiziarie, inchieste giornalistiche e pressioni esterne potrebbero aver costretto alcune figure a fare un passo indietro prima di essere travolte da scandali. Si fa strada l’ipotesi che qualcuno o qualcosa stia portando alla luce scheletri nell’armadio, notizie compromettenti che spingono questi personaggi a farsi da parte prima che sia troppo tardi. Ma è davvero così semplice?

Prendiamo ad esempio quanto emerso di recente a proposito di un ex assessore all’energia e industria della Sicilia, ora indagato nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Agrigento. L’accusa è pesante: associazione per delinquere finalizzata al reperimento e alla distrazione di risorse pubbliche, attraverso meccanismi spartitori di appalti, progettazioni e incarichi amministrativi. Secondo gli inquirenti, egli avrebbe agito in concorso con pubblici funzionari e imprenditori compiacenti, orchestrando un sistema che ha permesso di aggiudicarsi lavori milionari. 

Un sistema che, secondo l’accusa, non solo ha favorito interessi privati, ma ha anche contribuito a creare un intreccio di corruzione e condizionamento che coinvolgeva dirigenti, progettisti e funzionari pubblici. Non si tratta solo di un caso isolato, ma di un esempio lampante di come la politica possa diventare terreno fertile per interessi malsani, che vanno ben oltre il semplice clientelismo.

È difficile non vedere in tutto questo un meccanismo perverso, un circolo vizioso che lega politica e imprenditoria in un abbraccio mortale. Da una parte, ci sono imprenditori che foraggiano la politica per ottenere favori, appalti e privilegi; dall’altra, ci sono politici che utilizzano il proprio potere per alimentare questo sistema, garantendo vantaggi a pochi a discapito di molti. 

E non parliamo solo di criminalità organizzata, anche se quella gioca certamente un ruolo importante. Parliamo di un sistema che permea una parte dell’apparato istituzionale, dalla classe politica fino alla struttura pubblica, dove funzionari e dirigenti possono essere coinvolti in pratiche che compromettono la trasparenza e la correttezza dell’amministrazione. Un sistema che, purtroppo, sembra resistere nel tempo, adattandosi alle circostanze e mutando forma, ma sempre pronto a riemergere quando le condizioni lo permettono.

Ma allora, queste dimissioni rappresentano davvero un passo verso la giustizia? O sono solo un tentativo di salvare la faccia, lasciando intatti i meccanismi di potere che hanno permesso certi comportamenti? È una domanda difficile, e la risposta non è scontata. Da un lato, c’è chi spera che queste uscite siano il segno di un cambiamento in atto, un segnale che la magistratura e l’opinione pubblica stanno mettendo sotto pressione chi, fino a ieri, sembrava intoccabile. Dall’altro, c’è il timore che si tratti solo di una manovra per evitare il peggio, un modo per far tacere scandali senza affrontare le vere cause del problema.

Una cosa è certa: il cittadino osserva, aspetta e pretende risposte. Perché ogni dimissione non è solo un addio, ma un’opportunità per riflettere su come vogliamo che siano gestiti i nostri interessi e su chi merita davvero di rappresentarci. 

Dietro ogni politico che si dimette, c’è una storia che va oltre la persona stessa. C’è un sistema che spesso premia chi sa navigare tra interessi privati e pubblici, chi riesce a muoversi in quel confine grigio dove le regole sembrano elastiche e i principi negoziabili. Ma c’è anche una società che, forse lentamente, sta iniziando a chiedere conto di tutto questo. Una società che vuole trasparenza, giustizia e responsabilità.

E tu ora, in virtù anche di quanto emerso,cosa ne pensi? Credi che queste dimissioni siano solo coincidenze, o che nascondano qualcosa di più profondo? Rifletti su questo: fino a quando non cambieremo il modo in cui guardiamo alla politica e al potere, sarà difficile spezzare quel meccanismo perverso che continua a favorire pochi a discapito di molti. 

Forse è arrivato il momento di pretendere di più, di chiedere verità e di non accontentarci di risposte superficiali, perché solo così possiamo sperare di costruire un futuro migliore, per noi e per le generazioni che verranno.

Riflessione sull’imprenditoria opaca e il sistema che alimenta crimine e potere!

C’è qualcosa di profondamente perverso in quel meccanismo che, sotto una facciata di legalità e operosità, nasconde invece un ingranaggio ben oliato di connivenze, complicità, favori e silenzi…

Già… dietro un’imprenditoria che a prima vista sembra limpida (con le sue partite Iva in regola, i bilanci apparentemente perfetti e quelle loro sedi luccicanti), si muove un sistema parallelo che non solo nutre la criminalità organizzata, ma tiene in piedi un’intera struttura di potere, fatta di politica compiacente, burocrazia venduta e istituzioni che, troppo spesso, fingono di non vedere.

Gli imprenditori “affiliati“, quelli che potremmo definire i veri pilastri di questo sistema, agiscono come in un gioco di specchi: formalmente estranei l’uno all’altro, senza apparenti legami diretti, eppure perfettamente coordinati. 

È un’illusione costruita ad arte, una scenografia che serve a depistare, a far sì che nessun controllo –per quanto poi quest’ultimo risulti realmente approfondito – riesca mai a ricostruire il filo che li unisce; eppure, quel filo esiste, ed è robusto quanto quello che tiene insieme un clan mafioso! 

Non serve quindi che si conoscano personalmente, non serve che si siedano allo stesso tavolo: ciò che conta è che ognuno, nel proprio ruolo, faccia girare il sistema.

Prendiamo, ad esempio, quell’imprenditore che paga puntualmente il suo “contributo“, assume chi gli viene indicato, garantisce voti e sostegno economico a un certo candidato. Ecco, questo soggetto non è necessariamente un mafioso – nel senso classico del termine – ma è parte di una rete in cui il confine tra lecito e illecito si sfuma volutamente. 

Lui ad esempio non ha mai visto in faccia il capo, non conosce i dettagli di quelle cosiddette operazioni sporche, eppure sa – quantomeno è certo che egli debba sapere – che quel denaro liquido che improvvisamente riempie le casse della sua azienda non viene da un miracolo contabile o da una sua strategia imprenditoriale innovativa, ma da una “famiglia”, già… da un’organizzazione che seppur stando dietro le quinte, si aspetta in cambio silenzio, lealtà, ma soprattutto continuità.

E qui entra in gioco l’architettura più subdola del sistema: la gerarchia! 

Proprio come nella criminalità organizzata, vi sono livelli, intermediari, figure che fanno da scudo. Gli imprenditori di alto rango – quelli con le giuste amicizie, quelli che possono permettersi di non sporcarsi direttamente le mani – sono di fatto intoccabili, protetti non solo dall’ombra della mafia, ma anche dal loro status, dalla rispettabilità che li avvolge. Sono quest’ultimi a godere dei contratti pubblici, delle gare truccate, delle agevolazioni che sembrano cadere dal cielo, e se qualcosa va storto, ci sarà sempre qualcuno più in basso a prendersi la colpa, un prestanome, un fallito, un anello debole sacrificabile.

Intanto, la politica – quella che dovrebbe vigilare, quella che dovrebbe essere garante della trasparenza – spesso è complice! Non sempre in modo eclatante, non necessariamente con bustarelle che passano di mano. A volte basta un’omertà, un favore, un occhio chiuso su un appalto sospetto. 

Perché il vero potere di questo sistema sta nella sua capacità di normalizzare l’illegalità, di farla sembrare una prassi accettabile, quasi inevitabile. “È così che funziona”, si dice. E così, mentre l’imprenditore “pulisce” il denaro sporco con fatture false o investimenti fasulli, lo Stato, sì… attraverso i suoi rappresentanti corrotti o semplicemente indifferenti, offre una copertura perfetta: l’apparenza della legalità!

Eppure, la cosa più agghiacciante è quanto tutto questo sia ordinario, quasi banale. 

Basti leggere quotidianamente quanto accade, già nulla… è tutto (per fortuna) estramente diverso da quanto accadeva ahimè alcuni anni fa: nessuna violenza, nessuna sparatorie, nessuna faida eclatante: solo pratiche commerciali, strette di mano in uffici eleganti, scartoffie firmate con sorrisi di circostanza. 

È questa la forza del sistema: la sua capacità di mimetizzarsi, di far sembrare normale ciò che normale non è. E mentre tutto questo accade, la società – quella che dovrebbe indignarsi, quella che dovrebbe pretendere trasparenza e conti chiari – rimane spesso immobile, incastrata tra il salvaguardare il proprio orticello, la rassegnazione di chi pensa che, tanto, nulla cambierà mai, ed in alcuni casi (certamente esigui…), la paura di denunciare! 

Ma è proprio questa rassegnazione che tiene in vita il meccanismo, perché finché ci sarà chi accetta le regole del gioco, finché ci sarà chi crede che “l’unico modo per fare affari sia così“, il sistema continuerà a prosperare. 

E allora la domanda è: dove finisce la connivenza e inizia la complicità? E soprattutto, quanta parte di questo gioco siamo disposti ad accettare prima di dire basta?

La criminalità che abita in noi (Parte 1).

Già… spesso pensiamo alla criminalità organizzata come a un corpo estraneo, un cancro da estirpare, un mostro da combattere.

Ma forse è proprio in questa visione che rischiamo di perdere il punto.

La criminalità non è un’escrescenza aliena rispetto alla società: al contrario, è un prodotto della società stessa, figlia di dinamiche storiche, economiche e culturali che ci riguardano da vicino. 

Non sto dicendo che siamo tutti mafiosi – evitiamo facili meccanismi autoflagellatori – ma dobbiamo ammettere di vivere in un tessuto sociale dove l’illegalità, in molte sue forme, è diventata una normalità silenziosa, talmente radicata da non farci più nemmeno accorgere della sua presenza.

Ed è proprio qui che nasce il problema: in questo contesto, la figura dell’affiliato non è più un’anomalia, ma una conseguenza quasi necessaria.

Limitarci alla semplice indignazione, allora, non serve a nulla. E ancor meno quando questa indignazione si manifesta solo occasionalmente, durante quelle “programmate” commemorazioni, senza mai tradursi in analisi profonde o azioni strutturate. Se continuiamo a fermarci alle parole, niente cambierà davvero.

C’è qualcosa che molti fanno finta di non capire: la criminalità non è una struttura immobile. È dinamica, si adatta ai cambiamenti sociali ed economici con una flessibilità impressionante. Ma non basta: da tempo essa si presenta come un modello d’impresa, operante anche su scala globale.

Oggi, infatti, i business sono ben diversi da quelli di una volta. Si va dalla gestione dei finanziamenti pubblici, allo smaltimento illegale dei rifiuti, dagli appalti per le infrastrutture alle costruzioni edilizie, fino alla gestione di attività commerciali legali. A questi si sommano, ovviamente, i traffici illegali tradizionali: droga, prostituzione, tratta di esseri umani, estorsioni. Ma soprattutto, c’è tutta una serie di metodi coercitivi, come il pagamento del pizzo, che non sempre vediamo o denunciamo.

Tutto questo genera un sistema sofisticato, fondamentale per riciclare il denaro sporco e renderlo pulito, legale agli occhi del mondo.

Ecco perché oggi la criminalità non è più quella di una volta: non si tratta più di “quattro pastori” sulle montagne, ma di vere e proprie multinazionali del crimine. Sanno dove investire, quando diversificare, come infiltrarsi nei settori legali con competenze professionali, spesso superiori a quelle di tanti professionisti onesti.

I nuovi mafiosi non sono più boss con la coppola: sono laureati, partecipano a concorsi pubblici, lavorano nella pubblica amministrazione, entrano in politica, si avvicinano alla magistratura. Usano la loro influenza finanziaria per manipolare appalti, associazioni, e soprattutto per orientare la volontà dei cittadini, fino a condizionare le loro scelte elettorali.

Non parliamo più di violenza esplicita, ma di una capacità sottile e pervasiva di normalizzare la propria presenza. Una presenza che non ha bisogno di imporsi con le minacce, perché trova terreno fertile in una società che, spesso senza rendersene conto, le concede spazi enormi.

Ecco perché i cittadini vivono una sorta di doppia appartenenza : da un lato lo Stato, dall’altro la criminalità organizzata. Due sistemi che si alternano nel ruolo di protettore e persecutore, creando una condizione psicologica e sociale profondamente ambigua.

Viene spontaneo chiedersi: da dove nasce questa ambiguità? Quali motivi vanno cercati per contrastare una cultura del successo a ogni costo, la legittimazione della sopraffazione, l’idea diffusa che la furbizia e la faccia tosta siano addirittura virtù?

Ed è proprio questa mentalità, questa idea distorta del “farla franca”, che alimenta il messaggio su cui si basa la cultura criminale. Un messaggio che non urla, non spara, ma si insinua piano piano tra le pieghe della quotidianità, finché non diventa parte integrante del nostro modo di pensare.

(Continua nella seconda parte…)

E’ il silenzio generale che permette alla criminalità organizzata di operare indisturbata!

Quante segnalazioni di usura ed estorsione vengono presentate nella nostra isola? Poche, quasi nulle. I dati parlano chiaro: le denunce calano, mentre i reati crescono in modo esponenziale.

E no, non è merito di uno Stato forte e presente, come qualcuno vorrebbe farci credere. È la paura!

Quella stessa paura che paralizza la gola quando sai che una denuncia potrebbe costarti tutto: la tua attività, la serenità dei tuoi cari, persino la vita…

Ho letto da qualche parte che un prefetto – non ricordo più di quale regione del Sud – ha ammesso numeri da brividi: meno di venti denunce per estorsione, meno di dieci per usura. Su migliaia di imprenditori. Su migliaia di famiglie. Vi rendete conto?

Eppure lo sappiamo bene: quando qualcuno trova il coraggio di parlare, spesso è già troppo tardi. È come quei pentiti di mafia che si ravvedono solo con le manette ai polsi. Troppo comodo. Il vero coraggio sarebbe denunciare prima, collaborare prima, prima che ti schiaccino. Ma come puoi farlo, quando lo Stato ti lascia solo contro un sistema che ha radici più profonde del tuo desiderio di giustizia?

Perché è questo il punto: lo Stato, in questi anni, ha dimostrato di non essere in grado di vincere questa guerra o forse, semplicemente, non ha voluto. Troppi interessi, troppe connivenze, troppe strette di mano con chi dovrebbe essere in galera. E allora l’imprenditore onesto è costretto a una scelta atroce: pagare il pizzo in silenzio o rinunciare a tutto ciò che ha costruito, pur di riprendersi la libertà.

Ma la libertà non dovrebbe essere un lusso. Non dovrebbe essere una scelta tra la rovina e l’umiliazione. Eppure, eccoci qui, nel 2025 – sì, scriviamolo nero su bianco, perché nessuno dimentichi – ancora a contare i nostri morti civili, ancora a far finta di non vedere.

Le nostre urla non vengono ascoltate. Sono come quella canzone di Alessandra Amoroso: “Perchè urlo, ma non mi senti“! E allora basta chiacchiere. Basta manifestazioni di facciata, basta promesse. Se vogliamo davvero cambiare le cose, servono fatti. Servono leggi che proteggano chi denuncia, servono politici che non si vergognino di stare dalla parte giusta.

Altrimenti, questo silenzio resterà l’unico suono che ci accompagnerà. E sarà più assordante di qualsiasi grido.

E allora basta col pronunciare parole sterili: pensate a quell’imprenditore che ieri ha chiuso l’attività, dopo trent’anni di lavoro. Guardate ora a suo figlio, sì… che sogna di andar via, perché qui non c’è alcun futuro!

La loro unica colpa? Aver creduto che la giustizia fosse più forte della paura!

Un Paese al bivio: le intercettazioni, la giustizia e il futuro della legalità!

Ma siamo sicuri che stringere i tempi delle intercettazioni sia davvero una scelta di civiltà giuridica? O stiamo solo aprendo un varco per rendere più difficile la lotta ai crimini complessi?”.

Oggi voglio parlarvi di un tema che ci riguarda tutti: quello delle intercettazioni . Un argomento che, in apparenza tecnico, nasconde invece una questione profondamente politica e sociale. 

La Camera ha appena approvato – in via definitiva – un provvedimento che limita a 45 giorni (prorogabili solo in casi eccezionali) la durata delle operazioni di intercettazione. 

Una decisione che, secondo alcuni, rappresenta un passo avanti verso una maggiore tutela dei diritti individuali. Per altri, invece, è un colpo mortale alla capacità di contrastare reati gravi e organizzati. Ma chi ha ragione? E soprattutto, cosa significa tutto questo per noi cittadini?

Il testo, di fatto, introduce un tetto temporale alle intercettazioni, fissandolo a 45 giorni . Questo limite può essere superato solo se ci sono “elementi specifici e concreti” che giustifichino un prolungamento, da motivare espressamente. Inoltre, la norma prevede alcune deroghe per i reati di criminalità organizzata o quelli che coinvolgono minacce telefoniche. 

Ma qui sta il nodo cruciale: è davvero credibile che 45 giorni possano bastare per smantellare reti criminali sofisticate o ricostruire trame intricate tessute nel tempo?

C’è chi la definisce: “Una norma di civiltà giuridica”.

I sostenitori della riforma, sostengono che questa modifica non limiterà in alcun modo le indagini. Anzi, sarebbe un passo verso una maggiore garanzia per i cittadini, evitando abusi e intercettazioni prolungate senza un motivo valido.

Già… “una norma di civiltà giuridica”, secondo loro, garantisce spazio sufficiente per indagini preliminari efficaci”, ricordando che, in determinati casi, possono essere intercettati anche soggetti non indagati, purché vi siano elementi concreti.

Insomma, per questi si tratta di un bilanciamento tra sicurezza e diritti individuali , una sorta di patto tra Stato e cittadini per garantire che le indagini non diventino uno strumento invasivo o arbitrario.

Altri viceversa la definiscono: “Un’immunità per i delinquenti”

In effetti, sono in molti a pensarla diversamente. I magistrati e l’opposizione hanno espresso forti critiche. Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri , uno dei volti più noti della lotta alla criminalità organizzata, ha parlato chiaro: “Con questa approvazione si chiude il cerchio iniziato con l’abolizione dell’abuso di ufficio. I cittadini non avranno tutela contro abusi e sopraffazioni”.

Difatti, secondo Gratteri, limitare le intercettazioni significa indebolire uno strumento fondamentale per smascherare reati che spesso richiedono mesi, se non anni, di paziente lavoro investigativo.

Anche altri deputati dell’opposizione hanno lanciato un allarme: “Ci sono tanti reati gravi che senza intercettazioni non possono essere individuati e puniti. Quarantacinque giorni sono un periodo del tutto irrilevante. Il governo Meloni sta decidendo di dare un’immunità ai delinquenti” .

E qui arriva il nodo centrale: è davvero possibile combattere la criminalità organizzata, il terrorismo, la corruzione e altre forme di criminalità complessa con un limite così stretto?

Certo, non dobbiamo mai dimenticare l’altra faccia della medaglia e cioè quando i diritti vengono calpestati!

Non possiamo d’altronde ignorare la questione. Le intercettazioni, se usate male, possono diventare uno strumento di violazione della privacy. Non è un mistero che, in passato, ci siano stati casi di abuso: conversazioni private utilizzate impropriamente, vite distrutte da fughe di notizie, indagini basate su interpretazioni distorte.

Per questo, molti ritengono che mettere dei paletti sia necessario. Ma il problema non è tanto il principio – ritengo che nessuno voglia difendere gli abusi – quanto la sua applicazione pratica. Limitare le intercettazioni a soli 45 giorni rischia di regalare un vantaggio ai criminali più astuti: quelli che sanno aspettare, quelli che sanno nascondersi nell’ombra, quelli che pianificano crimini con cura millimetrica.

Ecco che sorge spontanea una domanda: dove si trova il confine tra sicurezza e libertà? Dove sta il confine tra sicurezza e libertà ? Come possiamo garantire che le indagini siano efficaci senza trasformarci in un Paese dove ogni conversazione può essere spiata?

Forse la risposta non sta nel porre limiti temporali rigidi, ma nell’introdurre controlli più severi e trasparenti. Ad esempio, perché non affidare a un giudice indipendente il compito di valutare periodicamente la necessità di prorogare le intercettazioni? Oppure, perché non investire di più nella formazione degli investigatori e nella tecnologia per rendere le indagini più rapide ed efficienti?

Questa legge solleva più domande che risposte, perché da un lato, c’è chi la vede come un passo avanti verso una maggiore tutela dei diritti individuali, dall’altro, c’è chi la considera una resa al crimine, un regalo involontario ai delinquenti.

Io credo che, prima di tutto, dobbiamo chiederci: cosa vogliamo per il nostro Paese? Vogliamo un sistema giudiziario che protegga i diritti di tutti, oppure uno che lasci spazio ai potenti di agire indisturbati?

Fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti, discutiamone insieme, perché questa non è solo una scelta politica: è una decisione che riguarda ciascuno di noi, anche se – non essendo stati finora intercettati – non ce ne rendiamo ancora pienamente conto.

Quando la mafia siede in Consiglio comunale!

C’è una vergogna che torna ciclicamente a bussare alle porte delle istituzioni, una piaga che non smette di scavare nel tessuto del Paese… 

Ieri, ancora una volta, lo Stato ha dovuto alzare la mano e dichiarare: qui non si governa più!

Quattro realtà locali, disseminate tra Nord e Sud, sono state sciolte per infiltrazioni mafiose. Non è un fulmine a ciel sereno, ma l’epilogo annunciato di storie di connivenze, appalti pilotati, scambi oscuri tra politica e criminalità.

La domanda sorge spontanea: come si arriva a questo punto? Come fa un’intera amministrazione a diventare terreno di conquista per quelle associazioni criminali? 

Le risposte, purtroppo, sono sempre le stesse: silenzi complici, omissioni, quella sottile linea grigia in cui l’interesse pubblico si confonde con affari privati. E quando la situazione sfugge di mano, non resta che l’intervento drastico: commissariamento, diciotto mesi di gestione straordinaria, la speranza di un ripartenza pulita.

C’è chi grida allo scandalo, chi parla di decisioni politiche, chi promette ricorsi. Ma al di là delle polemiche, resta un dato innegabile: quando la criminalità organizzata mette radici nelle stanze del potere locale, è la democrazia stessa a essere ferita. 

Non si tratta solo di sostituire amministratori, ma di restituire fiducia a comunità lasciate in balia di logiche perverse.

Eppure, ogni volta che accade, c’è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui reagiamo. 

Perché dietro ogni scioglimento c’è una domanda che non vogliamo farci: come abbiamo fatto ad arrivare fin qui? E, soprattutto, cosa possiamo fare perché non accada di nuovo? 

Già… la colpa è anche vostra. Perché fintanto che la vostra preferenza sarà legata a un tornaconto personale – una raccomandazione, un favore, un posto di lavoro – non potete stupirvi se poi, a Palazzo, siedono gli stessi che hanno fatto dei vostri bisogni un affare.

Quindi, vi prego: non fate finta di non sapere quanto vale il vostro voto. Lo sapete bene.

E c’è chi, purtroppo, quel prezzo lo ha già pagato al posto vostro.


Quali vantaggi avranno le mafie quando arriveranno i dazi?

Un mio lettore potrebbe chiedermi: “Scusa Nicola, ma cosa c’entrano le mafie con i dazi?”.

E allora stasera voglio spiegare come le mafie trasformeranno i dazi in un’opportunità. Perché loro, a differenza degli operatori legali, già controllano pezzi chiave dell’economia, sia legale che illegale. Hanno rapporti con la politica, con le istituzioni finanziarie, e soprattutto sanno muoversi dove gli altri devono rispettare le regole.
Con l’arrivo dei dazi, l’aumento delle tasse su molti prodotti farà esplodere il contrabbando. E chi è già pronto a vendere quelle merci a prezzi più bassi, aggirando i costi aggiuntivi? Loro. Approfitteranno dell’instabilità economica per muovere ancora più soldi illeciti e infiltrarsi ancora più a fondo nei mercati legali.
Pensate al commercio all’ingrosso, ai prodotti alimentari, ma non solo. Anche le merci vendute online diventeranno terreno di conquista, perché le mafie sanno già come operare nell’ombra del web, evitando i dazi con metodi sempre più sofisticati. E mentre loro guadagneranno, gli Stati perderanno entrate, perché evasione fiscale, riciclaggio e contrabbando sono il loro pane quotidiano.
Le dogane proveranno a fermarli, ma sarà una battaglia impari. Le mafie studiano da anni come bypassare i controlli, e i dazi non faranno che rendere più redditizie le loro operazioni. Meno soldi per lo Stato, più denaro sporco reinvestito nell’economia pulita. Per loro, sarà un affare perfetto.
Possiamo fermarli del tutto? No. Ma possiamo limitarli, con controlli più serrati alle frontiere, tracciando i movimenti sospetti di denaro, e soprattutto rafforzando la cooperazione internazionale tra polizie e magistrati. Perché il vero problema è che le mafie ormai sono ovunque: corrompono colletti bianchi, imprenditori, professionisti, e persino pezzi delle istituzioni – https://nicolacostanzo.blog/2025/04/03/il-nemico-invisibile-quando-la-corruzione-resiste-piu-della-mafia
Se non ci prepariamo con leggi più severe e una lotta senza quartiere alla corruzione, rischiamo di ritrovarci con un nemico ancora più potente e invisibile. Pronto a sfruttare ogni debolezza del sistema per espandersi e dominare, sempre pronto a sfruttare la debolezza del sistema e della natura umana, per potersi espanderse e dominare!!!

La riforma Nordio sta davvero indebolendo la lotta alla criminalità oppure è necessaria per evitare abusi?

Riprendo una frase riportata dal Procuratore Nicola Gratteri: “Stanno smontando il codice pezzo per pezzo. La riforma Nordio minaccia la legalità”.

Il procuratore Nicola Gratteri lancia l’allarme: la riforma della giustizia del ministro Nordio indebolisce la lotta alla criminalità e mette a rischio i diritti dei cittadini.

In un’intervista a “Il Fatto Quotidiano“, il magistrato, noto per le sue inchieste sulla ‘ndrangheta, ha analizzato punto per punto la riforma, definendola un attacco sistematico agli strumenti di contrasto all’illegalità.

Intercettazioni azzoppate: “Dopo 45 giorni, i criminali parleranno liberamente“.

Uno dei punti più critici è il limite di 45 giorni per le intercettazioni nella maggior parte dei reati. 

Per il Procuratore Gratteri, questa scelta è “incomprensibile e pericolosa“, difatti: “Se un’indagine può durare anche due anni, come si fa a bloccare lo strumento più efficace dopo appena un mese e mezzo? Spesso i reati più gravi emergono solo dopo mesi di ascolti. Con questa norma, rapine, tratta di esseri umani, violenza sulle donne e disastri ambientali rischiano di rimanere impuniti.

Ma il problema non riguarda solo i reati più eclatanti. La riforma rende quasi intoccabili anche i cosiddetti “reati satellite” – estorsioni, falsi in bilancio, traffico di droga minore – che spesso sono il preludio ad attività mafiose più complesse.

Abolizione dell’abuso d’ufficio e Corte dei Conti neutralizzata.

Gratteri denuncia anche altre misure che, a suo avviso, smantellano la legalità: Abolizione del reato di abuso d’ufficio, che lascia spazio a comportamenti illeciti nella Pubblica Amministrazione.

Svuotamento del traffico d’influenze, con il rischio di favorire corruzione e raccomandazioni.

Limitazioni alla pubblicazione delle intercettazioni, che di fatto impediscono ai giornalisti di informare i cittadini.

Ostacoli alla custodia cautelare, rendendo più difficile colpire organizzazioni criminali.

“È un sistema pensato per scoraggiare le indagini, proteggere gli amministratori e zittire i media. Il messaggio è chiaro: l’illegalità conviene.”

Separazione delle carriere: “Il vero obiettivo è controllare i PM”.

Gratteri vede nella separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri un tentativo di assoggettare la magistratura all’esecutivo: “Non si tratta solo di autonomia, ma di democrazia. Se i PM dipenderanno dal governo, chi controllerà davvero il potere?”

La fretta di portare la riforma a referendum entro l’anno, secondo il procuratore, conferma la volontà di cambiare le regole prima che l’opinione pubblica realizzi il pericolo.

“La lotta alla mafia non si fa con le commemorazioni”!!! In occasione dei 30 anni di Libera, Gratteri ha rilanciato un appello: “Non servono solo parole, ma scelte concrete. Ogni volta che parlo in sedi istituzionali, spero in un cambiamento. Invece le decisioni vanno sempre nella direzione sbagliata.”

E conclude con una riflessione amara: “Non sono preoccupato per noi magistrati. Sono preoccupato per i cittadini, per la loro sicurezza, per i loro diritti. La vera vittima di queste riforme non è la giustizia, ma la libertà.”

Già… come quella barzelletta: copriamolo quel malaffare, prima che ci venga rovinata la festa!!!"

Quante volte ci siamo chiesti come sia possibile che il malaffare, la corruzione e la criminalità organizzata riescano a prosperare così facilmente?
La risposta, purtroppo, è più semplice di quanto si possa immaginare: perché questo sistema marcio serve a molti!
Sì, serve a tantissimi individui che, in un modo o nell’altro, ne traggono vantaggio, chiudendo un occhio (o entrambi) di fronte all’illegalità e all’immoralità di ciò che accade.
Iniziamo ad esempio con la casta dei politici….
Sì…. quanti di loro, in cambio di favori, licenze, appalti, permessi o quant’altro, ricevono voti? È un gioco sporco, ma purtroppo ben oliato. La criminalità organizzata offre sostegno elettorale, garantendo preferenze e voti di scambio, e in cambio ottiene protezione, appalti pubblici e la possibilità di operare indisturbata. È un circolo vizioso che si autoalimenta, e alla fine chi ci rimette è sempre la collettività.
Poi vi sono i dirigenti, i funzionari, i responsabili, i direttori dei lavori e via discorrendo…

Ditemi, quanti di loro ricevono mensilmente mazzette per chiudere un occhio su irregolarità o per favorire determinate imprese a scapito di altre? Ad esempio, far passare pratiche che altrimenti non passerebbero, oppure, per valutare come corrette esecuzioni di lavori o forniture che ben sappiamo non esserlo. Molti di loro sono ingranaggi fondamentali di questo sistema corrotto, che si arricchisce ahimè sulla pelle dei cittadini onesti.

Ma non dimentichiamo taluni professionisti: Quanti tra loro, pur sapendo di star lavorando per clienti poco “limpidi“, continuano a farlo, ripetendosi, per pulirsi la coscienza: “È semplicemente lavoro”. Nel frattempo, però, tanto per non allontanarsi troppo dalle modalità utilizzate da quei loro particolari clienti, le parcelle non vengono fatturate e le somme vengono riscosse in contanti!
A questi si aggiungono i peggiori: gli ignavi e i corrotti, coloro che si girano dall’altra parte o fingendo di non vedere da dove arrivano i soldi (solitamente “sporchi”) li mettono nelle loro tasche. D’altronde, si sa… i conti correnti bancari sono controllati!
Ed infine, ci sono ahimè anche i cittadini. Ditemi, quanti accettano posti di lavoro offerti dalla malavita, pur sapendo di aver a che fare con individui non certo trasparenti (quantomeno non nei propri “casellari giudiziari” o in quei cosiddetti “carichi pendenti”), ma si sa, pur di portare a casa uno stipendio, chiudono gli occhi. E poi, quando arriva il momento delle elezioni, ecco che si ricambia il favore ricevuto con le preferenze elettorali (proprie e dei loro familiari), distribuite (come da comando impartito da quel loro titolare, il più delle volte celato dietro una “testa di legno”) ai politici di turno: un gioco di scambi che sembra non finire mai!
La circostanza assurda è che sono in molti a ergersi a cittadini onesti o a persone perbene, ma la verità è che viviamo in un sistema colluso e corrotto che si regge, per l’appunto, sulla complicità di tutti!
Già… proprio come la barzelletta che sto per raccontare:
Il marito trova la moglie a letto con l’amante e, preso dall’ira, decide di ucciderli entrambi. Va in soggiorno, prende il fucile con cui va a caccia ed entra in camera da letto. L’amante, nudo e spaventato, chiede perdono, ma il marito è deciso a non fermarsi e punta l’arma. A questo punto, la moglie gli si para davanti e gli dice: “Ma che stai facendo? A chi vuoi sparare? Sei un cretino!”.
Il marito rimane sorpreso e perplesso. “Ah… sarei pure un cretino?”, e ripunta l’arma sull’uomo nudo, ora alle spalle della moglie.
”, dice la moglie, “sei un cretino, e ora ti spiego il motivo! Secondo te, chi ha pagato quest’estate le nostre vacanze al resort a Tenerife?”.
Chi…?”, dice il marito.
Questo signore qua dietro!”, risponde la moglie.
E chi ha comprato il fuoristrada con cui vai a caccia?”.
Chi…?”, chiede di nuovo il marito.
Sempre questo signore!”, dice la moglie.
E chi paga l’affitto della casa, i costi per l’energia e tutte quelle altre spese mensili?”.
Sempre questo signore?”, chiede ora il marito.
Sì, cretino!”, risponde la moglie, “e anche il fucile che hai in mano, lo ha comprato questo signore!!!”.
Ma allora…”, dice ora il marito premuroso, “coprilo prima che si raffreddi!”.
Ecco, questa barzelletta rappresenta perfettamente il meccanismo perverso che si nasconde dietro al malaffare.
Tutti coloro che ne approfittano, che chiudono un occhio, che si voltano dall’altra parte, sono come quel marito: pronti a coprire il sistema corrotto, pur di continuare a godere dei suoi “benefici”. Ma fino a quando? Sì… fino a quando continueremo a permettere che questo sistema ci divori?
È ora di dire basta. È ora di smettere di coprire quel malaffare, prima che sia troppo tardi. Prima che si perda… quantomeno, quel po’ di dignità che ancora resta!

Soldi pubblici in fumo: Le truffe allo Stato che paghi anche tu!

Ogni anno, le truffe ai danni dello Stato causano perdite milionarie che gravano sulle spalle di tutti i cittadini. 

Ma cosa si intende esattamente per “truffa ai danni dello Stato” e perché dovrebbe interessarci così tanto?

Quando parliamo di truffa ai danni dello Stato, non stiamo parlando di un crimine senza vittime. Ogni euro sottratto fraudolentemente dalle casse pubbliche è un euro in meno per servizi essenziali come sanità, istruzione e infrastrutture. È come se qualcuno rubasse dal salvadanaio comune di una famiglia allargata: alla fine, tutti ne pagano le conseguenze.

Le modalità compiute per quelle truffe sono molteplici e spesso sorprendentemente creative e di seguito ne elenco alcune tra le più note:

  • Frode fiscale: dichiarazioni false o incomplete per pagare meno tasse
  • Appropriazione indebita di sussidi e contributi pubblici
  • Elusione delle norme di sicurezza sul lavoro, con conseguente risparmio illecito
  • Falsificazione di documenti per ottenere benefici non dovuti

Tra l’altro vorrei aggiungere come uno degli aspetti più delicati nella lotta a questo tipo di reati è la prescrizione. 

Già… si tratta di un meccanismo giuridico che, trascorso un certo periodo di tempo, impedisce di perseguire il reato. È come una clessidra che una volta esaurita la sua sabbia, cancella la possibilità di fare giustizia.

Questo aspetto rende particolarmente importante l’efficienza delle indagini e la tempestività dell’azione giudiziaria. Le autorità si trovano infatti in una corsa contro il tempo per individuare e perseguire i responsabili prima che scada il termine prescrizionale.

Ecco eprchè diventa fondamentale la prevenzione, perchè la lotta alle truffe ai danni dello Stato non può limitarsi esclusivamente alla repressione!!!

È fondamentale quindi:

  • Implementare sistemi di controllo più efficaci
  • Aumentare la trasparenza nella gestione dei fondi pubblici
  • Sensibilizzare i cittadini sull’importanza della legalità fiscale
  • Rafforzare la collaborazione tra le diverse autorità competenti

Ripeto quindi, la truffa ai danni dello Stato non è solo un reato contro un’entità astratta, ma è un crimine che colpisce direttamente il benessere della comunità, ed è solo attraverso un impegno collettivo e una maggiore consapevolezza possiamo sperare di ridurre questo fenomeno che mina le basi stesse del nostro vivere civile…

Operazioni fraudolente in Sicilia: Un’analisi sulle segnalazioni sospette a Palermo e Catania.

Le operazioni fraudolente rappresentano una minaccia significativa per l’integrità del sistema finanziario. 

Nel corso dell’ultimo anno, una regione del sud Italia, ahimè la mia Sicilia, si è posizionata tra le prime nella classifica nazionale per segnalazioni di operazioni sospette, con un aumento rispetto all’anno precedente. 

In particolare, due città sono emerse come epicentri di questa attività illecite, registrando un numero elevato di segnalazioni.

Secondo i dati recenti, questa regione ha registrato un incremento nelle segnalazioni rispetto all’anno precedente. 

Le due città principali, Palermo e Catania hanno guidato la classifica provinciale, seguite da altre città. Certo… a livello nazionale, altre regioni si sono confermate ai primi posti per numero di segnalazioni, ma qui poco importa su chi supera chi… il problema restano di fatto le continue azioni disoneste. 

Difatti, un dato interessante è l’aumento delle segnalazioni da parte di istituti di pagamento, istituti di moneta elettronica e professionisti legali. Anche gli operatori di cripto-attività e del settore dell’oro hanno registrato incrementi significativi. Al contrario, il settore bancario ha visto una flessione, pur rimanendo il principale canale di segnalazioni.

L’aumento delle segnalazioni in settori come le cripto-attività e l’oro potrebbe indicare quindi un cambiamento nelle strategie dei criminali, che si spostano verso asset meno tracciabili. D’altra parte, la diminuzione nel settore bancario potrebbe essere il risultato di una maggiore efficienza nei controlli interni, ma anche di una migliore capacità degli illeciti di eludere i sistemi di rilevamento.

La lotta alle operazioni fraudolente richiede un impegno costante e coordinato tra istituzioni finanziarie, autorità di regolamentazione e forze dell’ordine. L’aumento delle segnalazioni in alcuni settori evidenzia la necessità di adattare le strategie di contrasto alle nuove minacce. La vigilanza finanziaria rimane uno strumento cruciale per proteggere l’economia legale e garantire la trasparenza delle transazioni.

Ecco perché ritengo che in un contesto in cui le tecniche di frode diventano sempre più sofisticate, diventa essenziale che tutti gli attori del sistema finanziario collaborino tra di loro per identificare e quindi prevenire le operazioni sospette.

Vorrei aggiungere, ahimè con molto dispiacere,  che è proprio grazie a quanto accade in questa regione che si potranno ancor meglio comprendere le dinamiche di questo illegale fenomeno, affinchè si possano sviluppare nuove e migliori strategie efficaci di contrasto!

Catania: Infiltrazioni mafiose, scambio elettorale e reati finanziari.

Ieri mattina, un’operazione antimafia di vasta portata, ha portato all’arresto di una ventina di persone, tra cui figure istituzionali di rilievo, tutte accusate di reati gravissimi come associazione di tipo mafioso, scambio elettorale politico mafioso, estorsione e trasferimento fraudolento di valori. 

L’inchiesta, condotta dai Carabinieri del ROS, ha messo in luce un sistema criminale che avrebbe infiltrato le istituzioni locali, manipolando il processo democratico e arricchendosi attraverso attività illecite.
Tra gli arrestati figurano un deputato regionale, un consigliere comunale e il sindaco di un comune della provincia di Catania. 
Secondo gli investigatori, la famiglia mafiosa avrebbe sostenuto le campagne elettorali di questi soggetti, garantendosi in cambio favori e controllo sul territorio. Già… il voto di scambio sarebbe stato uno degli strumenti principali per consolidare il potere dell’organizzazione, che avrebbe anche gestito estorsioni ai danni di imprenditori e attività commerciali, imponendo tangenti o manodopera forzata.
L’indagine ha inoltre ricostruito una rete di trasferimenti fraudolenti di valori, con l’utilizzo di prestanome e intestazioni fittizie per creare attività economiche, tra cui imprese nel settore delle onoranze funebri, funzionali agli interessi dell’associazione. Un sistema complesso, reso possibile anche grazie alla complicità di professionisti e rappresentanti istituzionali.
L’operazione rappresenta un colpo significativo contro “cosa nostra“, ma è anche un monito sulla necessità di vigilare costantemente sulle infiltrazioni mafiose nelle istituzioni. La democrazia e la legalità non possono essere compromesse da accordi oscuri e interessi criminali.
Questa inchiesta, l’ennesima, si inserisce nel solco di precedenti indagini è dimostra ancora una volta quanto sia cruciale il lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura per preservare la trasparenza e la giustizia. 
Perché non bisogna mai dimenticare come la lotta alla mafia non sia solo una questione di sicurezza, ma è soprattutto una lotta di civiltà, per difendere i valori fondanti della nostra società come il rispetto delle regole, la tutela dei diritti, la libertà di impresa e la dignità delle persone. 
La mafia quindi non rappresenta solo un’organizzazione criminale, ma un sistema che corrode le fondamenta dello Stato, minacciando il futuro delle nuove generazioni. 
Per questo, ogni operazione come quella compiuta ieri, non è solo una vittoria delle forze dell’ordine, ma un passo avanti per affermare che la legalità e la giustizia sono l’unica strada possibile!!!
Come ribadisco spesso, a difesa delle persone indagate, è fondamentale rispettare il principio della presunzione di innocenza e attendere che l’inchiesta giudiziaria segua il suo corso, conducendo alle necessarie verifiche e accertamenti. Solo così, attraverso un processo equo e completo, è possibile garantire giustizia e tutelare i diritti di tutte le parti coinvolte.

Il problema dei cellulari nelle carceri e il controllo mafioso.

Il procuratore aggiunto Sebastiano Ardita, così come il collega, procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, ha recentemente riportato l’attenzione su un problema gravissimo e troppo spesso sottovalutato: la presenza di cellulari all’interno delle carceri. 

Ardita ha sottolineato con fermezza che «un telefono in mano a un boss in carcere è il mezzo con cui si ordina un omicidio». Una dichiarazione che non lascia spazio a dubbi: la possibilità per i detenuti, soprattutto quelli legati alla criminalità organizzata, di avere accesso a dispositivi mobili rappresenta una minaccia concreta non solo per l’ordine pubblico, ma per la sicurezza stessa delle istituzioni.

Già il 28 giugno dello scorso anno, in un post che potete trovare a questo link https://nicola-costanzo.blogspot.com/2024/07/il-procuratore-di-napoli-nicola.html, avevo affrontato questa questione, denunciando la superficialità con cui viene gestita. 

La soluzione, a mio avviso, è semplice e alla portata: basterebbe installare dei disturbatori di frequenza, meglio conosciuti come “jammer”, per impedire l’uso di dispositivi elettronici all’interno dei penitenziari. Questi strumenti bloccherebbero le comunicazioni illegali, impedendo ai detenuti di controllare attività criminali esterne o di impartire ordini.

Tuttavia, quando lo stesso procuratore Gratteri propose questa soluzione, gli fu risposto che non era fattibile perché: come farebbe la polizia penitenziaria a comunicare?. Una risposta che lascia perplessi: i telefoni fissi, forse, sono stati eliminati? E poi, è evidente che la maggior parte degli addetti ai lavori, utilizza i cellulari non tanto per emergenze, ma per connettersi ai social network, giocare online e quindi probabilmente per distrarsi dal proprio compito.

L’ultimo blitz antimafia della DDA di Palermo ha rivelato una realtà sconcertante: i boss detenuti potevano contare su SIM e cellulari introdotti illegalmente nelle celle. Questo solleva una domanda inevitabile: dove sono finiti i controlli? Come è possibile che strumenti così pericolosi riescano a entrare così facilmente in strutture che dovrebbero essere ad alta sicurezza?

Mi stupisce che qualcuno si sorprenda ancora della permeabilità delle carceri italiane. È un problema noto, prevedibile e, purtroppo, sistematico. Le carceri sono ormai sotto il controllo della criminalità organizzata, eppure molti preferiscono far finta di nulla. Basterebbe guardare serie TV come “Il Re“, interpretata da Luca Zingaretti, per rendersi conto di quanto la realtà sia spesso drammaticamente vicina alla finzione. Le scene della serie, girate all’interno di veri istituti di detenzione (ora dismessi), mostrano con crudo realismo le dinamiche di potere, le violenze e le difficoltà che caratterizzano la vita carceraria, non solo per i detenuti ma anche per il personale penitenziario.

In questo contesto, le dichiarazioni del procuratore di Palermo Maurizio De Lucia lasciano ancora più interrogativi. Alla domanda sulle responsabilità della polizia penitenziaria, De Lucia ha risposto: «Al momento non risultano responsabilità». Ma allora, cosa non ha funzionato? Secondo il procuratore, la responsabilità è da attribuire a una «sciagurata scelta di gestione». Con il pretesto del sovraffollamento carcerario, si è deciso di aprire le celle dei mafiosi, permettendo ai detenuti più pericolosi di circolare liberamente e di assumere il controllo dei penitenziari. Una scelta che non solo ha compromesso la sicurezza, ma ha anche portato a un’impennata di reati, atti di autolesionismo e suicidi tra i detenuti più deboli.

In sintesi, quello che sta accadendo nelle carceri italiane è un cedimento strutturale, un’erosione della sicurezza e dei diritti dei detenuti, mascherata dall’alibi della tutela umanitaria. È ora di affrontare il problema con decisione, senza più alibi o superficialità. La posta in gioco è troppo alta: la sicurezza dello Stato e la credibilità delle sue istituzioni.

Dai grandi affari agli ‘zingari’: la mafia tradizionale contro le nuove generazioni!

Dopo essermi preso ieri un giorno per dedicare a mia figlia un post, un tributo a quel sentimento puro e incondizionato che solo l’amore di un genitore può comprendere, ho voluto celebrare la bellezza delle relazioni autentiche e ricordare quanto sia importante nutrire i legami che danno senso alla nostra vita. Gesti così profondi e sinceri mi hanno ricordato perché vale la pena lottare ogni giorno per una terra migliore.

Oggi quindi ritorno a parlare di tutti quei temi che viceversa offendono la vita civile e sociale di tutti noi. 

Riprendo quindi i contenuti che solitamente affronto nel mio blog, concentrandomi su tutte quelle situazioni che minacciano i valori fondamentali della democrazia, della legalità e della giustizia.

Sappiamo come purtroppo viviamo un periodo in cui fare la cosa giusta sembra spesso difficile, eppure ci sono ancora persone che, come il sottoscritto, ogni giorno si impegnano per garantire un futuro migliore, mi riferisco a quelle persone che, senza alcun timore, lottano per mantenere vivi i principi su cui si fonda una società equa e rispettosa. 

Ma quanto sopra da solo non basta; già… ci troviamo costantemente a dover affrontare realtà che mettono a dura prova questi ideali: ingiustizie, disuguaglianze, mancanza di trasparenza e, talvolta, persino la violazione dei diritti fondamentali.

Ed è proprio in questi momenti che dobbiamo ricordare l’importanza di non arrenderci, di continuare a credere nel potere della collettività, nel valore della partecipazione e nella forza delle idee. 

Perché è solo attraverso l’impegno di ciascuno di noi che possiamo pernsare di costruire un mondo in cui la democrazia e la legalità non siano solo parole, ma pilastri concreti su cui fondare il nostro vivere comune.

Questa mattina affronto un tema di grande rilevanza: le rivelazioni confidenziali fornite da alcuni affiliati di una nota associazione criminale, da tempo protagonista di un sistema che opprime il Paese e, in particolare, la mia isola… 

Le loro dichiarazioni gettano luce su dinamiche preoccupanti, che confermano quanto il fenomeno mafioso continui a soffocare lo sviluppo e la libertà delle comunità colpite.

La verità, sapete qual è? Oggi il livello della mafia è basso!!!

Con queste parole definiscono “Cosa Nostra” i boss, mentre vengono intercettati!!!

Tra di essi vi è persino chi manifesta nostalgia per gli uomini di un tempo, molti dei quali ora sostituiti dalle nuove leve: “E cosa dire del business di una volta… siamo scesi in basso, e non parliamo dei pentiti, basta che si viene arrestati e iniziano a parlare, parlare, parlare, per non finirla più!!!”.

Sì… qualcuno dice che la speranza è nel futuro, tutti noi speriamo nel futuro, in particolare per Palermo, ma ditemi: chi sarà mai questo giovane che potrà cambiare questo stato di fatto?

Avete dimenticato cosa dicevamo un tempo ai nostri novizi: A scuola te ne devi andare…

Vero… un tempo “Cosa Nostra” contava, ma di allora non è rimasto più nulla, né gesti criminali, ancor meno prestigio, e non parliamo dell’organizzazione, quella da tempo non esiste più!!!

Ricordo – dice un boss – quando, rivolgendomi a un caruso, dicevo: Conoscerai dottori, avvocati, quelli che hanno comandato l’Italia e l’Europa. Ti basterà guardare “Il Padrino” per capire come egli non fosse il capo assoluto, ma fosse particolarmente influente per il potere che si era costruito a livello politico, in quei grossi ambienti…

Oggi, viceversa, siamo solo “zingari“!!!

“Campiamo – prosegue il boss intercettato – con la panetta di fumo. Ma ditemi una cosa: le persone di una volta, quelli che disgraziatamente sono andati a finire in carcere per tutta la vita… ma che parlavano della panetta di fumo?”.

Infatti, allora… se proprio quei boss dovevano parlare di fumo, il discorso… te lo facevano, ma solo perché doveva arrivare una nave piena di fumo!!!

“Se tu parli oggi con quelli che detengono il business, sai cosa fanno? Ci ridono in faccia. Siamo troppo bassi per loro… siamo a terra. Noi ci illudiamo che siamo quì a fare il business, ma la verità è che sono altri a decidere”.

“Già… un tempo eravamo noi, oggi lo fanno altri, e noi siamo soltanto gli zingari!!!”.

Mafia in caduta libera: i giovani ripiegano sul racket, i boss rimpiangono i tempi d’oro.

Anche i mafiosi si lamentano delle nuove generazioni… 

Secondo i capi, i giovani che oggi entrano nella criminalità organizzata non rispettano più le vecchie regole, dimostrando poca lealtà e mancando soprattutto di quel “prestigio” che un tempo caratterizzava la mafia.

Già… quella che aveva, e che in parte ancora mantiene, contatti con la politica, gli avvocati, i professionisti e gli imprenditori ed anche con uomini infedeli delle Istituzioni . 

Questo emerge ora da una maxi-operazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, che ha portato a numerosi arresti, rivelando un’organizzazione in crisi e lontana dal passato splendore.

Tra l’altro, nelle intercettazioni spicca la nostalgia per i tempi d’oro: «Il livello è basso», si sente dire in una conversazione. «Oggi arrestano uno e si fa pentito, poi arrestano un altro e anch’egli si offre di parlare». 

I capi rimpiangono il passato, già… quando la mafia aveva influenza e potere, come in quel noto film “Il Padrino”, una sceneggiatura scritta da Francis Ford Coppola e Mario Puzo, liberamente ispirata al romanzo omonimo di quest’ultimo scritto nel 1969.

Oggi, viceversa, secondo i vecchi boss, questi nuovi affiliati sono come “zingari“, sì… ridotti a compiere per pochi euro traffici miseri: Sì… – ripete un vecchio boss – questi giovani sono enormemente lontani dai business in cui un tempo dominavamo.

E non solo: la nuova criminalità si è abbassata a riprendere attività che durante la pandemia erano state abbandonate, come il pizzo e il racket. Attività considerate “minori” e poco redditizie, ma che ora vengono riproposte per sopravvivere in un contesto sempre più frammentato e privo di controllo.

I giovani, secondo i boss, non vogliono più sottostare alle gerarchie tradizionali. 

«A scuola te ne devi andare», diceva un capo a un novizio, riferendosi alla necessità di costruire relazioni con persone influenti. 

Ma la realtà è diversa: la nuova generazione sembra aver abbandonato i vecchi codici, lasciando i capi a rimpiangere un’epoca che secondo loro, non tornerà più…

Riflessione sul problema dello smaltimento dei rifiuti: un confronto tra Sicilia e altre regioni italiane.

Il recente intervento dei Carabinieri del Noe (Nucleo Operativo Ecologico) nelle province di Taranto, Matera e Cosenza ha riportato all’attenzione un problema che affligge da sempre il nostro Paese e, in particolare, la mia amata Sicilia: lo smaltimento illecito dei rifiuti, speciali e non.

L’operazione ha portato all’arresto di nove persone e al sequestro di oltre 4.000 tonnellate di rifiuti abbandonati in capannoni dismessi e aree agricole. 

Un’ennesima conferma di come il traffico illecito di rifiuti sia un fenomeno strutturato e organizzato, spesso gestito da vere e proprie associazioni criminali.

Ma questo caso non è solo la prova della gravità del problema ambientale in Italia. È anche l’occasione per riflettere sulle differenze di approccio tra le varie regioni nel contrastare questi reati.

In alcune zone del Paese, come quelle coinvolte in questa operazione, le forze dell’ordine e le procure dimostrano una capacità di intervento tempestiva ed efficace. In altre viceversa, come ad esempio la Sicilia, il fenomeno sembra affrontato con minore incisività. 

Troppe volte chi cerca di denunciare si scontra con un apparato burocratico che, anziché proteggere, ostacola e ancor più scoraggia…. E così, chi con coraggio prova a fare la cosa giusta finisce per trovarsi solo, esposto a rischi e difficoltà.

All’estero, in Paesi come gli Stati Uniti, chi denuncia non solo è tutelato, ma può anche beneficiare di incentivi economici proporzionali al danno svelato: fino al 30% del valore recuperato, con cifre che possono arrivare a milioni di dollari. 

In Italia, invece, accade proprio l’opposto. Chi denuncia si ritrova spesso invischiato in procedimenti giudiziari interminabili, affronta rinvii infiniti e deve sostenere di tasca propria tutti i costi: viaggi, avvocati e soprattutto tempo perso. Tutto questo per aver fatto il proprio dovere di cittadino, senza alcun interesse personale, ma solo per difendere il bene comune.

Tornando quindi alla questione principale, la gestione illecita dei rifiuti segue un copione noto: i rifiuti “spariscono” nel nulla, smaltiti illegalmente per evitare i costi di un trattamento regolare. 

Questo sistema, alimentato da interessi finanziari illeciti, non solo devasta l’ecosistema, ma mette a rischio la salute pubblica e rafforza circuiti criminali che prosperano a scapito di tutti noi.

In Sicilia, il fenomeno è particolarmente diffuso, ma operazioni come quella in Puglia o in Campania sono alquanto rare. basti osservare tutte le testate di cronaca per costatare come in questi ultimi anni le inchieste per questa tipologia di reato, si contino sulle punta di una mano…

Già… indagini che spesso si arenano di fronte a una rete di complicità e omertà che rende difficile individuare e perseguire i responsabili, in particolare quando quei soggetti sono fortemente legati alla criminalità organizzata o godono di protezioni politiche…

Questo divario nell’efficacia dei controlli solleva un interrogativo: perché non adottare un approccio uniforme e coordinato su scala nazionale?

L’operazione dei Carabinieri del Noe, coordinata dalla Procura di Lecce, dimostra che contrastare il fenomeno è possibile, ma perché sia davvero efficace servono interventi costanti, non azioni sporadiche. È necessaria una strategia nazionale che rafforzi i controlli, aumenti le risorse per la tutela ambientale e, soprattutto, protegga e incentivi chi ha il coraggio di denunciare.

Lo smaltimento illecito dei rifiuti non è solo una questione ambientale: è un’emergenza sociale ed economica che richiede un impegno concreto da parte di tutte le istituzioni. 

La Sicilia, come altre regioni del Sud Italia, non può più permettersi di restare indietro in questa battaglia. È tempo di agire con la stessa determinazione dimostrata dai Carabinieri del Noe, per garantire un futuro più sostenibile e giusto per tutti.

Come smantellare il modello operativo della criminalità organizzata?

Sì… per smantellare il modello operativo della criminalità organizzata, è necessario un approccio più articolato e soprattutto su più livelli. 
Innanzitutto, le forze dell’ordine debbono essere dallo Stato sostenute affinchè possano rafforzare le indagini per smantellare le strutture delle organizzazioni criminali e contrastare così tutte quelle attività ad alta priorità, mettendo in atto altresì la cooperazione transnazionale tra gli Stati membri dell’UE.

Un altro aspetto cruciale infatti riguarda l’eliminazione delle risorse finanziarie della criminalità organizzata! 

Bisogna colpire i profitti generati dai gruppi criminali attraverso il rafforzamento delle leggi sul sequestro e la confisca dei beni illeciti. Inoltre, un attento monitoraggio delle operazioni finanziarie consentirà di individuare e bloccare i flussi di denaro sospetti, prevenendo così il riciclaggio. E’ fondamentale la collaborazione con il settore privato, incluse banche e imprese, diventa quindi essenziale per intercettare transazioni anomale e spezzare i circuiti di finanziamento illecito.

Parallelamente, occorre prevenire l’infiltrazione della criminalità organizzata nell’economia legale. L’acquisizione di aziende in difficoltà da parte di gruppi criminali rappresenta una minaccia concreta e, per contrastare questo fenomeno, è necessario potenziare la vigilanza sugli investimenti sospetti e introdurre misure di supporto per le imprese in crisi, così da sottrarle all’influenza delle organizzazioni malavitose.

Un altro pilastro essenziale riguarda la protezione delle istituzioni e della società civile. 

La corruzione, strumento principale della criminalità organizzata, deve essere combattuta con politiche di trasparenza più rigorose, maggiore protezione per i whistleblower e controlli stringenti sui funzionari pubblici. Inoltre, diventa prioritario sensibilizzare la cittadinanza sui rischi della criminalità organizzata e promuovere una cultura della legalità, a partire dall’educazione nelle scuole, per giungere fin dentro le case degli italiani, attraverso messaggi in Tv per diffondere e incentivare l’assunzione di responsabilità del singolo verso la collettività .

Infine, l’uso della tecnologia rappresenta una leva strategica per il contrasto alla criminalità. L’intelligenza artificiale e le tecnologie avanzate offrono strumenti efficaci per individuare schemi di riciclaggio, monitorare il dark web e prevenire attacchi informatici. Le istituzioni devono investire in soluzioni digitali per migliorare l’efficienza delle indagini e garantire una risposta rapida ed efficace alle minacce emergenti.

Certo, la lotta alla criminalità organizzata richiede un grande impegno, coordinato e costante, già… non basta semplicemente perseguire i singoli reati:, ma occorre agire a livello strutturale per interrompere i flussi finanziari illeciti, rafforzare la trasparenza nelle istituzioni e impedire l’infiltrazione nell’economia legale.

Solo con un approccio sistemico e una forte cooperazione internazionale sarà possibile smantellare il modello operativo della criminalità organizzata e restituire ai cittadini quella fiducia e sicurezza, che oggi vedono ahimè molto distante.

L’ombra della mafia sulle imprese e sui fondi pubblici

Mentre continua a gestire e ampliare i propri traffici illeciti, come droga, prostituzione, racket ed usura – tutti settori che generano enormi profitti – la mafia rivolge il suo interesse verso un obiettivo più subdolo e strategico: il controllo delle attività imprenditoriali attraverso il riciclaggio di denaro. Questo meccanismo non solo le consente di nascondere i guadagni illeciti, ma anche di consolidare il proprio potere economico e sociale.

Recentemente, durante la relazione di inaugurazione dell’anno giudiziario, il presidente della Corte d’Appello di Palermo, Matteo Frasca, ha lanciato un allarme chiaro: nonostante i colpi inferti negli ultimi anni, la mafia continua a essere una forza criminale attiva, con l’obiettivo di penetrare nell’economia legale e intercettare i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr). Frasca ha sottolineato come la capacità della mafia di infiltrarsi sia strettamente legata alla persistenza di collusioni con settori politico-amministrativi, che fungono da ponte per il controllo del territorio e per l’accesso alle risorse pubbliche.

Un aspetto cruciale è rappresentato dalla capacità della mafia di rinnovarsi. Anche dopo arresti e processi che hanno decapitato i vertici delle organizzazioni, queste riescono rapidamente a ricostituire le proprie strutture di comando, mantenendo vive le regole mafiose tradizionali e trovando nuovi alleati per rafforzare la propria influenza.

Tra gli obiettivi principali dell’organizzazione spiccano le opere pubbliche realizzate sul territorio. Attraverso atti estorsivi, la mafia esercita pressioni su imprese affidatarie, fornitori e subappaltatori, sfruttando ogni opportunità per trarre vantaggi economici. Questo modus operandi non sarebbe possibile senza la complicità di imprenditori senza scrupoli, che accettano di collaborare con l’organizzazione criminale per ottenere favori o protezione, diventando parte integrante del sistema mafioso senza subirne direttamente le conseguenze.

Questa situazione richiede una risposta ferma e coordinata da parte della società civile, delle istituzioni e delle forze dell’ordine. Combattere la mafia significa non solo colpire i suoi esponenti principali, ma anche spezzare la rete di complicità e connivenze che ne garantisce la sopravvivenza.

Solo attraverso un impegno congiunto si potrà impedire che la mafia continui a infiltrarsi nell’economia legale, compromettendo il futuro di intere comunità. Il messaggio deve essere chiaro: non c’è spazio per chi antepone i propri interessi personali al bene comune.

La complicità dello Stato: un’illusoria lotta alla criminalità organizzata.

Stasera voglio riprendere un mio vecchio post del 2013. Sono passati 12 anni, ma nulla è cambiato. Anzi, molte cose sono peggiorate, forse troppe…
 
Lotta alla criminalità“. Quante volte abbiamo sentito questa espressione? Eppure, più che una lotta, sembra un’operazione cosmetica, utile a decorare discorsi preconfezionati durante campagne elettorali o celebrazioni ufficiali. Dietro queste parole non c’è la sicurezza dei cittadini, ma un teatrino politico in cui l’interesse reale è tutt’altro.

Ogni giorno, i notiziari riportano rapine, violenze, spaccio, estorsioni e altri crimini che, anziché diminuire, si moltiplicano. E lo Stato? Dove si trova quando la criminalità si evolve e cresce sotto i nostri occhi?

Si dice di non generalizzare, che lo Stato è presente e combatte. Ma i fatti dimostrano il contrario: le azioni si limitano a interventi sporadici, a operazioni dal forte impatto mediatico ma prive di un vero seguito. Nel frattempo, la criminalità si riorganizza, si insinua nei settori economici e istituzionali, trasformando il malaffare in sistema.

Dopo le stragi e le grandi operazioni di facciata, la lotta alla criminalità si è trasformata in compromesso. Non c’è prevenzione, non c’è visione strategica. L’impegno dello Stato sembra più mirato a gestire che a estirpare il problema, lasciando spazio a un sistema che ormai si nutre di collusioni, connivenze e silenzi.

Cosa serve davvero? Un sistema che prevenga il crimine prima che si manifesti? Un impegno reale nel sostenere le famiglie disagiate, educare i giovani, creare opportunità di lavoro? Pene certe, giuste e celeri, senza vie di fuga per i criminali?

Ma tutto questo rimane un miraggio, perché è qui che emerge la vera sconfitta dello Stato. La criminalità organizzata non è solo tollerata: in molti casi, è protetta. Esistono figure istituzionali che, dietro una maschera di rispettabilità, lavorano attivamente per mantenere intatto il sistema. Non per incapacità, ma per volontà.

Il punto più infame è proprio questo: lo Stato che dovrebbe combattere il crimine ne è spesso complice. Non solo con le sue omissioni, ma con le sue azioni. Chi è chiamato a rappresentare la legalità si piega a interessi privati, trasformando le istituzioni in strumenti di potere al servizio di pochi.

Il contrasto alla criminalità organizzata non è una priorità, ma una farsa. Perché cambiare lo status quo significherebbe colpire quegli stessi interessi che alimentano carriere politiche e arricchiscono chi, in teoria, dovrebbe difenderci. Fino a quando questo sistema resterà intoccabile, ogni discorso sulla lotta al crimine sarà solo una recita ben orchestrata.

Ed è questo il vero tradimento dello Stato verso i suoi cittadini: aver abdicato al suo ruolo di garante della giustizia, scegliendo di convivere con il male invece di combatterlo.

Criminalità giovanile: un futuro diverso è possibile se diamo ai giovani una vera alternativa.

Basta leggere qualsiasi studio sul fenomeno della criminalità per capire come i giovani siano i più vulnerabili a scivolare nell’illegalità. 

Le statistiche parlano chiaro: la delinquenza è più diffusa tra i giovani e raggiunge il picco tra i 20 e i 25 anni, per poi diminuire gradualmente con l’età. 

Questa tendenza evidenzia come l’attività criminale inizi spesso precocemente, alimentata dall’immaturità, dall’inesperienza e dalla difficoltà nel riconoscere i pericoli, inclusi i soggetti che spingono verso il malaffare.

I giovani, in questa fase della vita, sono più inclini a comportamenti impulsivi, ribelli e meno conformisti. 

Questi fattori, insieme a una maturità sociale non ancora pienamente sviluppata, contribuiscono a renderli più esposti alle attività illecite. Ed è proprio per questo che è essenziale intervenire: sostenere i ragazzi nel loro percorso di crescita psicologica e sociale è la chiave per allontanarli dalle lusinghe della criminalità.

Osservando in questi lunghi anni il mondo lavorativo posso affermare, senza alcuna incertezza, che i giovani coinvolti in attività criminali svolgano ruoli marginali, spesso i più rischiosi e facilmente identificabili, come furti o rapine. 

Al contrario, le attività criminali più sofisticate, come quelle nel mondo economico o ai vertici delle organizzazioni mafiose, sono riservate a chi ha raggiunto una posizione consolidata con l’età. Questo scenario rende ancora più urgente offrire ai giovani opportunità alternative che possano dare loro un senso di appartenenza e realizzazione senza dover ricorrere al crimine.

Laddove la disoccupazione e l’esclusione sociale sono più forti, l’adesione a una “cosca” spesso appare come l’unica via per ottenere promozione sociale e affermazione personale.

E allora, cosa possiamo fare? Lo Stato ha il dovere di offrire ai ragazzi percorsi di formazione, lavoro e crescita che li aiutino a dire “NO” alla criminalità, anche in contesti difficili. Dare loro una vera alternativa significa sottrarli alla morsa della criminalità organizzata, offrendo un futuro migliore non solo a loro, ma anche alla nostra società.

Se vogliamo davvero contrastare la criminalità giovanile, dobbiamo smettere con le chiacchiere sterili e investire seriamente in programmi che mettano i giovani al centro, perché ogni ragazzo salvato dal crimine è un passo verso una società più giusta e sicura per tutti.

Non solo imprese mafiose: Le nuove frontiere del crimine.

Già… esistono imprese che, pur potendo essere definite “criminali” per le modalità con cui estendono le loro ramificazioni illecite, operano al di fuori della tradizionale criminalità organizzata. 

I loro referenti infatti si trovano a un livello talmente alto che perfino i capi di quelle organizzazioni mafiose spesso ignorano la loro esistenza.

Parliamo di soggetti dotati di alta professionalità e competenze specialistiche, rappresentano una classe completamente diversa. Molti di loro vantano titoli accademici eccellenti, conseguiti in prestigiose università, e si distinguono nettamente dalla manovalanza che solitamente appare nelle cronache di nera.

Sono geni del male: informatici, bancari, broker, esperti d’arte, professionisti nel settore commerciale, amministrativo e legale. Creano e gestiscono imprese artificiose, spesso multinazionali, che operano con criteri manageriali e si dedicano ad attività illecite in base alle richieste del mercato. Non appartengono alle associazioni di tipo mafioso, così come definite dal codice penale, ma sviluppano strategie sofisticate per infiltrarsi nelle stanze del potere, quelle in cui si prendono decisioni strategiche.

A differenza delle organizzazioni mafiose, che si caratterizzano per traffici illeciti accompagnati da violenza e azioni delittuose, queste imprese criminali sfruttano la tecnologia avanzata, utilizzano intermediari e sistemi di pagamento criptati, manipolano i mercati finanziari tradizionali e alternativi. Non hanno bisogno di sporcarsi le mani: la loro forza risiede nella capacità di muovere risorse e influenze senza lasciare tracce.

Questi professionisti hanno creato un sistema finanziario parallelo, connesso alla finanza tradizionale ma separato da essa, progettato per ottenere guadagni speculativi enormi. 

Ad esempio, manipolano il prezzo di un bene, lo gonfiano artificialmente, e lo vendono a un prezzo maggiorato, generando plusvalenze che appaiono legali. Tutto avviene in forma digitale: beni immateriali trasferiti da una parte all’altra del mondo senza la necessità di movimentare merci fisiche o attraversare confini.

Le loro operazioni sono estremamente difficili da individuare e perseguire. Anche quando un raggiro viene scoperto e denunciato, il denaro trafugato è già stato trasferito in paradisi fiscali, al riparo da qualsiasi azione legale. Non devono preoccuparsi delle distanze geografiche o del rischio di attraversare confini pericolosi; tutto si svolge comodamente dietro lo schermo di un computer.

Questi imprenditori criminali rappresentano una nuova frontiera del crimine, dove tecnologia e finanza si intrecciano in modo inestricabile. Hanno strumenti all’avanguardia che permettono loro non solo di eludere le leggi, ma di anticipare le contromisure degli investigatori, rendendo le loro attività quasi impossibili da tracciare. Si muovono in un’area grigia, sfruttando lacune normative e connessioni globali.

Ecco il vero volto di queste imprese: non è la ferocia, ma la capacità di manipolare sistemi complessi, influenzare i mercati e infiltrarsi nei gangli vitali dell’economia globale. Il loro obiettivo non è solo arricchirsi, ma esercitare un controllo silenzioso, quasi invisibile, che rende il mondo un po’ più vulnerabile e insicuro.

Forse è arrivato il momento di guardare oltre i confini del crimine tradizionale e di riconoscere che il vero potere si nasconde spesso dove meno ce lo aspettiamo: nelle pieghe di un sistema apparentemente legittimo, orchestrato da menti brillanti al servizio del profitto illecito.

Potere e omertà: La politica nelle mani della mafia.

Di poche ore è l’ennesimo processo con rito abbreviato relativo all’inchiesta su presunte infiltrazioni mafiose e casi di corruzione in un Comune alle falde dell’Etna.

In particolare, la Procura ha chiesto la condanna dell’ex sindaco per voto di scambio politico-mafioso e per alcuni presunti episodi di corruzione.

Come già avviene da tempo nelle pagine del mio blog, non intendo entrare nel merito delle inchieste giudiziarie, quelle competono ai Tribunali e ai siti web dedicati alla cronaca. 

Viceversa, come studioso dei comportamenti umani, e in particolare delle condotte che emergono quando fenomeni politici si intrecciano con soggettività mafiose, mi soffermo sugli effetti e sulle gravi conseguenze che tali dinamiche producono non solo nel territorio amministrato, ma anche nella società civile.

Non bisogna mai confondere la posizione di coloro che ricoprono incarichi istituzionali e, al tempo stesso, giustificano il proprio operato infedele attribuendolo a fattori esterni, come le organizzazioni mafiose. Questo atteggiamento permette a tali organizzazioni di stabilire e consolidare un rapporto capace di estendere i propri tentacoli verso la sfera politica e le istituzioni pubbliche.

In questo modo, l’associazione mafiosa acquisisce un carattere di autonomia e sovranità, elevandosi a una posizione di parità rispetto allo Stato. Ciò le consente di imporre le proprie regole, escludendo quelle statuali, e di affermare una logica di dominio che si concretizza nell’accumulazione di ricchezza. Tale ricchezza, a sua volta, le permette di agire come un soggetto sovrano, capace di legare a sé (alcuni) uomini politici o persino intere organizzazioni di potere, come i partiti.

Nel corso degli anni, l’associazione mafiosa ha strutturato un sistema a doppio binario che opera su due fronti paralleli. Da un lato, vi è la manovalanza, impegnata nei traffici illeciti; dall’altro, vi sono i cosiddetti “colletti bianchi”, che si occupano di politica, preferenze elettorali, appalti, raccomandazioni e gestione della manodopera. Si tratta di una struttura dotata di regole, procedure e sanzioni proprie, un vero e proprio ordinamento giuridico parallelo.

Affrontare un problema di tale portata si rivela estremamente complesso… 

Non mancano esempi di illustri studiosi, uomini politici e magistrati che, nonostante anni di impegno e tentativi, non sono riusciti a scardinare questa rete pervasiva. Le continue inchieste giudiziarie sui rapporti tra mafia e politica, regolarmente depositate dai sostituti Procuratori nazionali, rappresentano un drammatico promemoria della profondità e della resilienza di questo sistema. Tuttavia, tali inchieste sono anche un segno che la lotta non è ferma, e che la consapevolezza è il primo passo per costruire un futuro in cui legalità e giustizia possano prevalere.

Come la reclusione può scardinare il sistema del silenzio.

La detenzione, soprattutto se improvvisa, rappresenta uno spartiacque nella vita di chi, abituato al comfort del proprio status, si ritrova catapultato in una realtà completamente estranea. 

Pentirsi, raccontare ciò che è accaduto nel corso della propria carriera, elencare i nomi e le dinamiche di un sistema che ha permesso l’ascesa e garantito privilegi: tutto questo diventa un’opzione concreta. Un’opzione dettata non solo dal desiderio di alleggerire la propria posizione giudiziaria, ma anche dalla necessità di ritrovare una libertà che ora appare lontana, irraggiungibile.

La privazione della libertà personale colpisce tutti, ma in maniera più acuta chi non ha mai vissuto a contatto con il crimine o con contesti degradati. 

E quindi, per chi è abituato a una vita fatta di certezze e privilegi, il carcere è un mondo alieno, fatto di spazi limitati, rigide regole e costante esposizione a uno stress emotivo senza precedenti.

Ditfatti, è proprio in questo ambiente, dove la fragilità umana viene messa a nudo, che nasce un bisogno primordiale: uscire!!!

E spesso, il prezzo di questa libertà è la collaborazione. Collaborare significa trasformare il peso della reclusione in una spinta a raccontare, a svelare i retroscena di un sistema che, fino a poco prima, veniva vissuto come normale.

Però… a differenza del delinquente abituale, che vede il carcere quasi come una tappa ciclica della propria esistenza, il “colletto bianco” si sente ingiustamente perseguitato, negando inizialmente ogni responsabilità. Ma con il passare dei giorni, tra il peso delle accuse, la solitudine e il pensiero costante rivolto ai propri cari, si fa strada una nuova consapevolezza. La paura interiore cresce, insieme alla pressione esterna.

Ogni ora trascorsa in prigione diventa un momento di riflessione forzata: le cause che hanno condotto a quella situazione, le dinamiche professionali, i compromessi morali accettati per ottenere vantaggi. Tutto riaffiora con prepotenza, mettendo a nudo non solo le azioni passate, ma anche le fragilità emotive e relazionali di chi si trova a confrontarsi con un ambiente spietato.

E così, da quel conflitto interiore nasce una decisione: collaborare. Non per eroismo o redenzione, ma per necessità. Perché solo attraverso la verità, o una sua versione negoziabile, si può sperare di barattare la reclusione con una via d’uscita. Ed è in quel momento che il sistema trova la sua leva più potente.

E se fosse proprio in quel baratto che si cela l’inizio della fine per i grandi meccanismi di malaffare? Quando un singolo pezzo decide di parlare, il castello, per quanto imponente, può iniziare a vacillare. Ma c’è un’altra faccia della medaglia.

Non tutti, infatti, scelgono di collaborare. Per alcuni, la paura di perdere la posizione privilegiata raggiunta è troppo forte, ma ancor più lo è il terrore di trovarsi invischiati in dinamiche ben più grandi di loro. Collaborare significherebbe esporsi non solo a ripercussioni personali, ma anche a rischi per i propri familiari. Quella scelta, apparentemente salvifica, potrebbe trasformarsi in un pericolo imminente, un passo verso una spirale di minacce e pressioni che mettono a repentaglio tutto ciò che hanno di più caro.

Ed è qui che il silenzio diventa la loro unica arma di difesa. Un silenzio che, spesso, non è una decisione autonoma, ma il frutto di un sistema che, dall’esterno, fa di tutto per proteggerli. Non tanto per l’interesse verso la loro persona, quanto per salvaguardare il proprio equilibrio, garantendo che nessun dettaglio trapeli, che nessuna parola sveli le crepe di un’organizzazione costruita su connivenze e segreti.

La realtà del “non detto” si intreccia così con quella del carcere: un luogo dove il prezzo della verità e quello del silenzio convivono, separati solo dal coraggio o dalla paura di chi si trova a decidere. Alla fine, la vera domanda rimane: quanto siamo disposti a tollerare un sistema che si alimenta del silenzio, e quanto, invece, siamo pronti a lottare per rompere il muro che lo protegge?

La mafia Imprenditoriale: Radici profonde, rami ovunque…

È evidente a tutti noi siciliani che gli insediamenti imprenditorial-mafiosi siano decisamente più radicati nella nostra regione rispetto al Nord Italia, non a caso, in Sicilia si contano circa 240 cosche con oltre 7.000 affiliati!!!

Per comprendere meglio l’impatto di questa presenza, basta confrontare questi numeri con quelli della ‘ndrangheta calabrese, oggi considerata la mafia più pericolosa: quest’ultima conta “solo” 160 cosche e circa 5.500 affiliati. 

È chiaro, dunque, quanto Cosa Nostra incida negativamente sul nostro territorio!!!

Va detto, però, che queste associazioni non si limitano a operare nei loro territori d’origine, al contrario, estendono le proprie attività criminali al Centro e al Nord Italia, stabilendo veri e propri “uffici di rappresentanza“. 

Queste, pur mascherati da realtà imprenditoriali legali sotto il profilo giuridico e amministrativo, spesso si trasformano in filiali operative, funzionali a riciclare il denaro proveniente dalla casa madre. In tal modo, riescono a far prosperare il loro business, incrementando a dismisura i profitti.

Non c’è settore dell’economia o della vita civile che sia immune da questa aggressività criminale, inoltre, la prassi consolidata delle imprese a partecipazione mafiosa ha portato molti imprenditori, un tempo onesti, ad adattarsi a queste dinamiche.

Pensare, però, che queste nuove formazioni mafiose siano semplicemente soggetti imprenditoriali è fuorviante. 

Un simile approccio rischia di ridurre la mafia a un insieme di comportamenti isolati, quando in realtà essa opera come una struttura ben definita e radicata, con modalità specifiche e una strategia chiara.

La responsabilità di questa situazione, così come del debole contrasto a essa, risiede principalmente nella mancata comprensione della fenomenologia mafiosa nella sua complessità. 

La politica, spesso, preferisce soprassedere per meri interessi personali, perpetuando un sistema basato sul “do ut des” e questo atteggiamento fa sì che molti scelgano di chiudere un occhio, partecipando indirettamente al sistema, piuttosto che impegnarsi nel contrasto alla mafia.