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Tensioni Iran-USA (Israele) e il rischio nucleare.

Cosa sta succedendo davvero in Iran? E perché il Medio Oriente sembra sempre sull’orlo di una crisi globale? 

Negli ultimi giorni la Guida Suprema iraniana Ali Khamenei ha messo l’esercito in massima allerta dopo le minacce lanciate da Trump. 

Teheran avverte che un attacco avrà conseguenze gravissime, ma allo stesso tempo apre a mediazioni come quella proposta dall’Oman per evitare lo scontro diretto.

Tuttavia le accuse reciproche tra Iran Arabia Saudita e Stati Uniti continuano ad alimentare tensioni nella regione.

Il vertice d’emergenza alla Mecca convocato da Re Salman ha visto l’Arabia Saudita accusare l’Iran di destabilizzare il Golfo dagli attacchi alle petroliere alle ingerenze nello Yemen. L’Iran ribatte che si tratta di accuse infondate, parte di una campagna orchestrata dagli Stati Uniti e da Israele per isolare Teheran.

Intanto l’ONU conferma che l’Iran rispetta i limiti nucleari imposti dall’accordo del 2015 ma le scorte di uranio crescono e il dubbio sulla bomba atomica iraniana torna a pesare sulle menti di tutti.

La Francia con Macron in prima linea prova a salvare l’accordo nucleare del 2015 e a frenare l’escalation ma Trump ha già chiarito che nessuno deve parlare per gli Stati Uniti. Parigi si ritrova in una posizione difficile alleata agli americani ma critica sulle sanzioni che colpiscono l’Iran.

L’Iran dal canto suo dichiara che non parlerà finché le sanzioni non saranno revocate. La situazione è un groviglio di interessi contrapposti dove ogni mossa sembra portare verso un punto di non ritorno.

Se l’Iran dovesse entrare in possesso di un’arma nucleare cambierebbe radicalmente gli equilibri di potere nella regione. Israele e Arabia Saudita non accetterebbero mai una simile prospettiva perché significherebbe perdere il monopolio della forza nel Golfo. 

Gli Stati Uniti con le loro basi in Qatar e le portaerei nello Stretto di Hormuz vogliono impedire a Teheran di controllare il flusso di petrolio globale mentre l’Europa teme una nuova guerra ma è divisa e impotente senza l’appoggio degli USA. In questo scenario il nucleare non è solo una questione tecnologica ma un simbolo di supremazia geopolitica.

Le politiche espansionistiche e di controllo degli Stati Uniti e di Israele hanno modellato il Medio Oriente negli ultimi decenni. Gli interessi economici legati al petrolio le alleanze strategiche e la volontà di contenere l’influenza iraniana hanno spesso portato a interventi militari o a pressioni diplomatiche. 

Ma fino a che punto queste politiche hanno contribuito alla stabilità della regione? Oppure hanno semplicemente alimentato un ciclo infinito di violenza e tensioni?

Trump gioca la carta della “massima pressione” ma l’Iran non cede… 

Riuscirà l’Europa a trovare una via d’uscita o il Golfo è destinato a esplodere trascinando il mondo in un conflitto con conseguenze imprevedibili? È davvero possibile una soluzione diplomatica o siamo condannati a un nuovo ciclo di violenza? 

Forse la risposta sta nel comprendere che la pace non può essere imposta dall’esterno ma deve nascere da un dialogo sincero tra le parti coinvolte. Tuttavia finché gli interessi nazionali continueranno a prevalere sul bene comune sarà difficile immaginare un futuro diverso per questa regione così tormentata.

La trappola degli Houthi: come il gruppo yemenita sta trascinando gli USA in una guerra senza uscita!

Donald Trump ha promesso di “annientare completamente gli Houthi“, ma questa dichiarazione, tipica del suo stile diretto e provocatorio, potrebbe scontrarsi con una realtà molto più intricata di quanto sembri. 

Infatti, gli Stati Uniti, nel caso in cui decidessero di intervenire nel Mar Rosso in nome della “libertà di navigazione“, dovranno fare i conti con un arduo avversario, che come abbiamo potuto vedere, nonostante anni di bombardamenti da parte dei sauditi ed un isolamento internazionale, ha dimostrato una resilienza straordinaria.

Quindi… bombardare non basta: vedasi la lezione (mai imparata) delle guerre asimmetriche!

Il New York Times sottolinea un dato cruciale: “raramente nella storia i conflitti sono stati vinti solo con raid aerei”! 

Come riportavo sopra, Gli Houthi, sostenuti dall’Iran (ma con un alto grado di autonomia operativa), hanno resistito a una coalizione guidata dall’Arabia Saudita tra il 2015 e il 2022, nonostante la superiorità militare saudita. Per cui, anche se Washington pensasse di intensificare gli attacchi, difficilmente riuscirebbe a piegarli senza un’occupazione del territorio…

E qui nasce il paradosso: dopo anni di fallimenti in Iraq e Afghanistan, gli USA hanno poco appetito per un nuovo intervento di terra. Nel contempo, le compagnie di navigazione potrebbero preferire rotte alternative (come quella del Capo di Buona Speranza), sicuramente più costose ma meno rischiose, vanificando di fatto l’obiettivo dichiarato del presidente Trump di “proteggere il commercio globale“.

Viene spontaneo chiedersi: Gli Houthi vogliono davvero questa guerra?

Secondo Farea Al-Muslimi, ricercatore yemenita presso Chatham House, gli attacchi statunitensi potrebbero essere esattamente ciò che gli Houthi desiderano: una guerra aperta con gli USA per legittimarsi come resistenza anti-imperialista e innescare un’escalation regionale. Non a caso, proprio in questi giorni, il gruppo militare yemenita ha intensificato i lanci di missili verso Israele, dimostrando una capacità di provocazione che va ben oltre il Mar Rosso.

Va detto inoltre che sebbene Teheran fornisca armi e intelligence agli Houthi, il movimento ha dimostrato di poter agire in modo indipendente, a differenza di Hezbollah in Libano. Quindi, anche se gli USA riuscissero a convincere l’Iran a ridurre il suo sostegno (magari attraverso accordi diplomatici), gli Houthi possiedono reti logistiche e consenso interno che li rendono difficili da sradicare.

Ecco perché ritengo errato da parte degli Usa ripetere gli errori compiuti, mi riferisco a quelle  procedure strategiche adottate nel passato, come i bombardamenti che invece di indebolire il nemico lo hanno rafforzato! Già… obiettivi vaghi (“annientare” un gruppo è più uno slogan che una strategia) e la sottovalutazione della complessità locale. Se gli USA continueranno su questa strada senza un piano chiaro, rischiano di ritrovarsi invischiati in un nuovo pantano mediorientale, con conseguenze imprevedibili per la stabilità regionale.

Concludo confermando che la retorica della “guerra lampo” contro gli Houthi, ignora ahimè tutte le lezioni della storia. Senza una strategia che vada oltre i raid aerei e consideri le dinamiche politiche yemenite, l’unico risultato potrebbe essere un’ulteriore destabilizzazione del Medio Oriente. E, come spesso accade, a pagarne il prezzo più alto sarebbero i civili yemeniti, già stremati da anni di guerra!