Da trentacinque muratori a 1,6 miliardi di debiti: la parabola della CMC.


Un mio lettore, alcuni anni fa, mi aveva scritto chiedendomi se potevo realizzare un post su una vicenda complessa, lunga e per certi versi oscura, che lo aveva toccato da vicino per ragioni personali che non sto qui a riportare. Voleva capire meglio cosa fosse realmente accaduto in quegli anni alla “Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna“, la nota “CMC“. 

Rispondendo allora alla sua mail, promisi che avrei analizzato i fatti con calma. Cosa che poi feci, sia rispondendogli personalmente a mezzo mail, sia pubblicando un post dal titolo: “La vicenda ‘CMC’… è finita come tutti sapevamo!!! Chi fa finta di scoprirla soltanto ora, è perché gli ha fatto comodo“, che pubblicai a suo tempo a questo indirizzo: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2018/12/la-vicenda-cmc-e-finita-come-tutti.html.

Ora, avendo casualmente ascoltato in questi giorni alcune notizie riportate su quotidiani e testate web, avevo preparato un post per riprendere quel discorso, lasciato un po’ in sospeso, sì… per capire cosa fosse successo nel frattempo. Ma poi, si sa, le cronache corrono, e le vicende sulla guerra in Iran lo hanno messo da parte.

Quindi, quello che segue è il racconto di una storia che parla di debiti miliardari, di lavoro e di un pezzo di economia italiana finito in pezzi e poi – come solitamente accade in questo nostro Paese – ricomposto. Ma, come avrete modo di capire… non per tutti allo stesso modo.

La vicenda prende forma alla fine del 2018, quando una delle cooperative più importanti e storiche del panorama nazionale si affaccia sull’orlo del baratro. La CMC aveva accumulato un debito che oscillava, a seconda delle fonti, tra 1,6 e 2 miliardi di euro. Una cifra che da sola basta a raccontare la voragine apertasi nei conti. A novembre, il mancato pagamento di una rata di obbligazioni fece scattare l’allarme, e pochi giorni dopo la cooperativa chiese al Tribunale di Ravenna di poter accedere al concordato preventivo con riserva, quello che si chiama “concordato in bianco“. Era il tentativo estremo di mettersi al riparo dai creditori mentre si cercava una via d’uscita.

Ci vollero quasi due anni per arrivare a un piano omologato. Nel maggio del 2020, in piena emergenza pandemica, il tribunale diede il via libera al concordato con continuità aziendale. L’idea era quella di tenere in piedi l’azienda, salvare il possibile: pagare i creditori “in percentuale“. Ma la pandemia prima e l’impennata dei costi delle materie prime dopo resero quel piano carta straccia. Si andò avanti tra difficoltà crescenti fino all’estate del 2024, quando la Procura di Ravenna chiese la liquidazione giudiziale, vale a dire il fallimento. L’accusa era che la CMC non stesse rispettando i pagamenti previsti dal concordato.

Per evitare la fine, la cooperativa si affidò allora a un altro strumento, la composizione negoziata della crisi, che prevedeva la nomina di un esperto con il compito di mediare con i creditori e trovare una soluzione. Quella soluzione, divenne presto chiaro, non poteva che essere la cessione del ramo d’azienda principale. In altre parole, vendere ciò che ancora funzionava per salvare almeno l’operatività, i cantieri e i posti di lavoro.

Si arrivò così all’asta del giugno 2025. L’unica offerta concreta arrivò da Alpha General Contractor, una società milanese riconducibile alla holding Finres, che si aggiudicò il ramo d’azienda per 17 milioni e mezzo di euro. A presentare l’offerta iniziale era stata Fin.Mar. Holding Due, del gruppo Todini, ma dopo una breve asta a vincere fu Alpha. Il passaggio di mano garantì la continuità per 597 dipendenti, che furono trasferiti alla nuova proprietà insieme al marchio CMC, alle commesse in corso – tra cui spicca la metrotranvia Milano-Desio-Seregno – e a tutte le partecipazioni societarie, le attrezzature e le sedi in Italia e all’estero.

Un aspetto fondamentale di questa operazione è che la cessione riguardava solo ciò che era venuto dopo l’apertura della procedura di concordato. Tutti i debiti anteriori al dicembre 2018, quelli che avevano portato al dissesto, restavano fuori, di competenza della vecchia cooperativa. Nel perimetro ceduto confluirono invece alcune passività successive, tra cui spiccavano i debiti verso i dipendenti, per circa 1 milione e 880 mila euro. Retribuzioni arretrate, Tfr, ferie e permessi non pagati. Una condizione che, per chi ci è passato come il sottoscritto – proprio in questi giorni avevo scritto un post a riguardo, che trovate qui: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2026/02/la-beffa-dopo-il-danno-storia-di.html – ha pesato non poco sulla pelle delle persone.

Ovviamente il passaggio non è stato indolore sul piano delle reazioni. I sindacati, pur prendendo atto che non c’erano altre alternative, hanno incrociato le dita. Il segretario della Fillea Cgil di Ravenna ha parlato di stupore per il fatto che nessuna cooperativa del territorio si fosse fatta avanti per rilevare l’azienda. Dall’opposizione cittadina sono arrivate anche critiche pesanti al Partito Democratico locale, accusato di aver appoggiato per anni il gruppo dirigente che aveva portato la CMC al dissesto, tra grandi opere e scelte di finanziarizzazione che alla fine si sono rivelate fatali.

Nel piano presentato nell’agosto 2024, in piena composizione negoziata, si parlava anche della valorizzazione di partecipazioni strategiche, come quella nel consorzio per il ponte sullo Stretto di Messina o nella Tangenziale Esterna di Milano. Ho provato a entrare ancor più in quel passaggio societario, ma al momento non è dato sapere che fine abbiano fatto quelle quote nell’ambito della cessione. Forse sono state incluse, forse no. Di certo, la lunga agonia della CMC si è chiusa con la fine della cooperativa come soggetto operativo e con l’ingresso di un nuovo attore industriale.

Per cui, riprendendo oggi quanto mi era stato chiesto allora su questa storia, spero di aver restituito a quel mio lettore – che tra l’altro mi è rimasto fedele, e di questo gliene sono grato – un quadro ancor più comprensibile. Una vicenda in cui si intrecciano miliardi di debiti e migliaia di famiglie, in cui un pezzo di economia solidale è scivolato nella finanza senza farcela, e in cui alla fine il salvagente è stato lanciato da fuori, da un gruppo che della cooperazione non fa parte.

Certo, di positivo resta oggi il fatto che i cantieri stiano andando avanti, che i lavoratori in larga parte sono stati riassorbiti, e soprattutto che il marchio CMC continua a esistere. Ma consentitemi di aggiungere e soprattutto ricordare una cosa. 

Quella “Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna”, nata dal lavoro e per il lavoro, da trentacinque muratori che si organizzarono in quella “Società anonima cooperativa fra gli operai, muratori e manuali del Comune di Ravenna“, che si misero insieme per lavorare, per contare qualcosa e soprattutto per non essere soli e per dare una risposta concreta alla precarietà e allo sfruttamento: quella CMC lì, non c’è più

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